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A' tempi di Tiberio Augusto, essendo tetrarca della Gallilea
Erode Antipa e proconsule della Giudea Ponzio Pilato, da' deserti vicini al
Giordano si vidde uscire un uomo selvaggio, che non si cibò che di miele
silvestre e di locuste, e non cinse le sue reni che di cuoio, né vestì le sue
membra che di peli di camelo, il quale andava gridando per le contrade:
«Poenitentiam agite; appropinquavit enim regnum coelorum». Era costui Giovanni
figliuolo di Zaccaria, sacerdote della stirpe di Abia, nato prodigiosamente da
Elisabetta, vecchia e sterile, in un luogo posto fra le montagne della Giudea,
il quale, fin dalla sua giovinezza vivendo nelle solitudini di quei deserti,
non ne uscì se non dopo che pervenne all'età di trent'anni, annunziando questo
nuovo regno celeste ed un nuovo messia, di cui egli era solo precursore ed
indegno nemmeno di potergli scalzare le scarpe da' piedi, al quale dovessero
credere; e che siccome egli battezzava nell'acqua, così costui avrebbe
battezzato nel fuoco e nello spirito.
Per questo nuovo messia intendeva Giovanni Gesù di Nazaret,
città della Gallilea, nato in Betelem di Giudea, mentre i suoi parenti Giuseppe
e Maria, della famiglia di David, da Nazaret si portavano nella Giudea per
ubbidire all'editto della numerazione di Cesare Augusto in far descrivere i
loro nomi in Betlemme, città della stirpe di Davide, poiché ciascheduno dovea
professare nella città della propria casa e famiglia d'onde traeva l'origine.
Questo fu quell'aspettato messia che dovea Iddio mandare in
terra per ridimere l'uman genere e purgare l'umanità di que' vizi contratti per
la caduta del primo uomo Adamo. Questi come figliuol di Dio dovea incarnarsi,
accoppiando alla divina l'umana natura, per la quale unione venne l'intiera
umanità a nobilitarsi; e, divenendo egli fratello di tutti gli uomini, fece sì
che fossero i medesimi degni di essere ammessi come suoi coeredi al regno di
suo padre, non essendo stato altro lo scopo principale di questa incarnazione
che ogni cosa ristabilire e salvare tutti gli uomini, li quali, siccome in
Adamo tutti muoiono, così in Cristo son vivificati, secondo che ce ne assicura
san Paolo. Egli dovea abbattere totalmente la spiritual morte degli uomini,
ch'era il peccato, e vincere l'inferno; poiché, distrutto il peccato in tutti
gli uomini, non vi è più morte eternale né inferno.
San Paolo stesso ci dichiara il piacere di Dio nell'avere
mandato in questo mondo il suo figliuolo, che era «che tutta la sua
plenipotenza abitasse in lui affine di riconciliar seco per mezzo suo tutte le
cose, tanto quelle che sono ne' cieli, quanto quelle che sono nella terra».
Chiama perciò questo suo figliuolo incarnato primo nato di tutte le creature,
ed a riguardo degli uomini fratello primogenito; e siccome egli, essendo
figliuolo, è d'ogni cosa erede del Padre, così ora gli uomini come fratelli di
Gesù Cristo divengono coeredi, e per conseguenza ammessi alla parte
dell'eredità di questo regno celeste. Spesse volte san Paolo nelle sue epistole
fa questo confronto di Adamo e di Gesù Cristo e degli effetti che dall'uno e
dall'altro ne ha ricavato l'uman genere. Come, egli dice, per un sol uomo è
entrato nel mondo il peccato, e per lo peccato la morte, così per una sola
giustizia giustificante è venuto il dono della giustificazione della vita sopra
tutti gli uomini, aggiungendo egli che, siccome gli uomini sono stati resi
peccatori per la disubbidienza di un solo, così per l'ubbidienza di un solo
saranno resi giusti; e siccome un tempo abbondò il peccato, così ora
soprabbonderà la grazia, la quale farà che gli uomini che prima nati di terra
erano destinati per un regno terreno, saranno ora innalzati ad un supremo regno
celeste.
Gesù Nazareno, adunque, dopo aver nel Giordano ricevuto da
Giovanni il battesimo dell'acqua, essendo arrivato all'età di circa trent'anni,
cominciò ne' luoghi vicini, e dappoi nelle sinagoghe stesse, a predicare e
discovrire questo nuovo regno celeste fino a questo tempo a tutti ignoto e che
era già prossimo ad arrivare, dicendo pure: «Poenitentiam agite, appropinquavit
enim regnum coelorum». E non pure, scorrendo nelle città e castelli della
Gallilea e della Giudea, alle turbe, ma dentro le sinagoghe stesse insegnava e
predicava questo nuovo regno, come ce ne rende testimonianza l'evangelista
Matteo, testimonio di veduta, dicendo: «Docens in synagogis eorum et praedicans
Evangelium regni»; ed altrove: «Circuibat Iesus omnes civitates et castella,
docens in synagogis eorum et praedicans Evangelium regni». Co' suoi discepoli e
colle turbe il soggetto più frequente de' suoi discorsi non era che di favellare
di questo regno, valendosi per ispiegarlo e adattarlo alla loro intelligenza di
parabole e similitudini, ora prese dal granello della senape, ora dalla zizania
cresciuta ne' campi, ora dalla buona semenza, ora dal fermento ascoso nella
farina, ora dal tesoro nascosto, ed ora da altre somiglianze delle quali san
Matteo fa lunghe e spesse ricordanze. Ma le turbe con tutto ciò non arrivavano
a capirlo, e maravigliando fra sé dicevano: «Quidnam est hoc? Quaenam doctrina
haec nova?». E molto più se ne stupivano in Gallilea i suoi compatrioti quando
nelle sinagoghe di Nazaret cominciò ad insegnare questa nuova dottrina dicendo:
«"Unde huic haec omnia? Et quae
sapientia est quae data est illi et virtutes tales quae per manus eius
efficiuntur? Nonne hic est faber, filius Mariae, frater lacobi et Ioseph et
Iudae et Simonis? Nonne et sorores eius hic nobiscum sunt?". Et
scandalizabantur in illo». Ma i suoi discepoli non se ne scandalizavano,
poiché ad essi era stato dato di conoscere questi misteri, e agli altri no;
epperciò, quando gli domandavano perché parlava alle turbe in parabole, loro
rispose: «Quia vobis datum est nosse mysteria regni coelorum, illis autem non
est datum».
Questa dottrina di regno celeste sembrò nuova agli Ebrei,
perché non aveano altro concetto di regno che di terreno. Molto più strana e
nuova sembrò a' gentili; ed in Atene, quando que' filosofi epicurei e stoici
udirono san Paolo che parlava di questo nuovo regno e della resurrezione de'
morti, tutti sorpresi dalla novità dicevano: «Quid vult seminiverbius hic
dicere?»; e portatolo avanti l'areopago gli domandavano: «Possumus scire quae
est haec nova, quae a te dicitur, doctrina?».
Perciò da' Padri antichi della Chiesa fu detto che Gesù,
nuovo messia, fu il primo a rivelarlo ed a prometterlo agli uomini, onde
Tertulliano la chiamò a ragione «novam promissionem regni coelorum». E
Crisostomo, nell'omelia recitata nel dì festivo dell'ascensione del Signore,
quando si venne a consumare interamente il disegno della venuta del messia in
terra, che non era altro che rivelare agli uomini questo nuovo regno, e,
precedendo egli come capo e primogenito de' risuscitati, far degni anche gli
uomini come sue membra della possessione del medesimo, dice: «Nos qui terra
videbamur indigni, hodie in coelum sublati sumus. Qui ne terreno quidem
principatu eramus digni, ad supremum caeleste regnum ascendimus. Coelos
pervasimus, thronum regalem, atque dominium apprehendimus, et natura, propter
quam paradisum servabant Cherubim, ipsa supra Cherubim sedet hodie». Il nostro
non men poeta che teologo Torquato Tasso ben mostrò intenderne la novità quando
nella sua Gerusalemme introduce Plutone a rimembrar le onte e gli
oltraggi che il suo tartareo trono soffriva per avere il Padre eterno a suo
danno mandato il figliuolo in terra a romper le tartaree porte e por piede ne'
suoi regni. La più dura ed amara rimembranza fu quella che, avendolo scacciato
dal celeste regno con gli angioli rubelli che lo seguirono, in lor vece vi avea
invitato gli uomini vili e di vil fango nati:
ne' bei
seggi celesti ha l'uom chiamato
l'uom vile
e di vil fango in terra nato.
Oltraciò, disceso nell'inferno, quelle anime de' padri
antichi che, in tenebroso luogo essendo, erano a lui dovute, gliele tolse, e
restituitele a' loro corpi, seco in cielo portolle:
Ei venne e
ruppe le tartaree porte,
e porre
osò ne' regni nostri il piede,
e trarne
l'alme a noi dovute in sorte,
e
riportarne al Ciel sì ricche prede,
vincitor
trionfando, e in nostro scherno
l'insegne
ivi spiegar del vinto Inferno.
Sarà dunque del nostro istituto il vedere che cosa si fosse
questo nuovo regno celeste, dove sia posto, a chi promesso e che debba farsi
per poterlo conseguire quando arriverà, e se «in die novissimo», «in
consummatione saeculi»; che sarà frattanto delle nostre anime prima della
resurrezione de' loro corpi, dove saranno, e perciò si farà memoria de' loro
alberghi favolosamente immaginati in cui fossero intanto trattenute ad
aspettarvi; né infine ci dimenticaremo di favellare di questo vinto inferno
apparecchiato pure agli uomini malvagi e rei.
Divideremo perciò questo libro in quattro parti: nella prima
tratteremo della natura di questo regno, del tempo quando avverrà, del luogo
ove sia e che debba farsi per possederlo.
Nella seconda tratteremo della general resurrezione de'
morti, come punto più assai importante di quello che communemente si crede.
Nella terza de' vari alberghi intanto inventati per le anime
in fino alla resurrezione de' loro corpi e delle nuove dottrine sopra di ciò
surte ne' secoli inculti e barbari.
Nella quarta finalmente trattaremo del regno infernale come
al celeste opposto, e quanto si fosse da' nostri teologi sopra il medesimo
favoleggiato, sicché ne tolsero il pregio a' poeti stessi gentili, onde la
religion cristiana si vidde poi intieramente trasformata in pagana.
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