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Pietro Giannone
Il Triregno

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  • LIBRO TERZO DEL REGNO PAPALE
    • PERIODO SECONDO DALLA CONVERSIONE DI COSTANTINO M. INFINO ALLA MORTE DELL'IMPERATOR GIUSTINIANO IL GRANDE E PONTIFICATO DI GREGORIO MAGNO
      • ITALIA
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ITALIA

Eccoci in Italia, riserbata nell'ultimo luogo, poiché in essa dovremo fermarci per iscorgere più d'appresso l'antico stato del vescovo di Roma, i suoi voli ed ingrandimenti, per i quali sorse questo regno papale di cui saremo a ragionare.

Il vescovo di Roma non v'è dubbio che, prima che Costantino Magno abbracciasse la religion cristiana, era molto distinto sopra gl'altri, e per la credenza ch'alcuni Padri del terzo secolo ebbero, siccome S. Ireneo, Cipriano e Tertulliano, che S. Pietro, capo degl'appostoli, fosse stato in Roma, e che quivi non meno che in Antiochia vi avesse fondata chiesa e presedutovi in quella come vescovo; ma molto più per riguardo della città, la più cospicua ed eminente ch'era allora nel mondo, nella quale questa cattedra veniva ad essere collocata. Ed i vescovi di Roma, sin dal terzo secolo, erano entrati in questa presunzione d'essere più degl'altri, siccome si vidde dal fatto di S. Stefano, vescovo di Roma, il quale non si sgomentò, nella controversia se dovevasi o no reiterare il battesimo dato dagl'eretici o scismatici, di privare dalla communione i vescovi d'Affrica, che contro il suo parere stavano per la reiterazione. Ma que' vescovi, tra' quali Cipriano e Fimiliano, seppero ben reprimere l'arroganza, scrivendogli una grave lettera, nella quale fra l'altre cose gli dissero: «Neque enim quisquam nostrum episcopum se esse episcoporum constituit aut tyrannico terrore ad obsequendi necessitatem collegas suos adegit», Cypr., Ep. LXXIV. Ora, data che fu poi da Costantino pace alla Chiesa, ed avendo egli in Roma trionfato, innalberando il primo quivi la croce di Cristo, e careggiando Silvestro che si trovava allora vescovo di quella chiesa, ed arrichendola di preziose suppellettili e di beni mondani; era ben di dovere che, siccome i vescovi di Antiochia e di Alessandria estolsero il lor capo in Oriente, dovesse eziandio innalzarlo in Occidente quello di Roma, prima città allora del mondo, la quale non era anche a questi tempi Costantinopoli che potesse uguagliarla e molto meno con lei contender di maggioranza, siccome ambiziosamente fu da poi preteso.

Ma con tutto che fosse Roma riputata a questi tempi capo del mondo, nulladimeno la nuova disposizione nella quale erano allora le diocesi e le provincie dell'Imperio d'Occidente non poté portare alla sua chiesa ed al suo vescovo quell'estensione, eminenza e superiorità che recò al vescovo d'Antiochia e d'Alessandria in Oriente, poiché in questa prefettura d'Italia fu fatta altra disposizione che non fu in quella d'Oriente. In questa, che pur fu divisa in tre diocesi, Illirico, Affrica ed Italia, le diocesi furono altramente disposte. Delle due prime, Illirico ed Affrica, non accade qui favellare, poiché ne ragionaremo appresso, quando il vescovo di Roma, non contento delle provincie suburbicarie, si sottopose anche l'Illirico, dove mandava suoi vicari e lo stesso pretese far nell'Affrica; onde della terza, strettamente detta Italia, nella quale veggiamo fondato il regno papale, è di mestieri che qui più diffusamente si ragioni.

Questa diocesi, a differenza dell'altre di Oriente, fu partita in due vicariati, i quali, pure colle due diocesi d'Illirico e d'Affrica, erano sottoposti al prefetto pretorio d'Italia. Il primo fu detto il vicariato di Roma, capo del quale era la città di Roma, il secondo chiamavasi il vicariato d'Italia, capo del quale era la città di Milano.

Il vicariato di Roma si componeva di dieci provincie, le quali erano: 1. Campagna, 2. Puglia e Calabria, 3. Lucania e Bruzi, 4. Sannio, 5. Etruria, 6. Umbria, 7. Piceno Suburbicario, 8. Sicilia, 9. Sardegna, 10. Corsica e Valeria.

Del vicariato d'Italia erano sette provincie: 1. Liguria, 2. Emilia, 3. Flaminia, 4. Piceno Annonario, 5. Venezia, a cui fu da poi aggiunta l'Istria, 6. Alpi Cozzie, 7. e l'una e l'altra Rezia.

Questa divisione d'Italia in due vicariati portò in conseguenza che la polizia ecclesiastica d'Italia non corrispondesse a quella d'Oriente, poiché non ogni provincia d'Italia, siccome aveva la città metropoli (come la Campagna Capua, l'Etruria Fiorenza, e così l'altre), ebbe il suo metropolitano, come in Oriente; ma le città come prima ritennero semplici vescovi, e questi non ad alcuno metropolitano, ma o al vescovo di Roma, o a quello di Milano erano sottoposti: quegli del vicariato di Roma al vescovo di quella città, e, gli altri del vicariato d'Italia al vescovo di Milano, siccome ha ben provato Pietro di Marca, De concor., lib. I, cap. III, 12, e si vedrà chiaro più innanzi.

Or, chi averà innanzi gl'occhi questa disposizione delle diocesi d'Italia ed il canone sesto del concilio niceno, facilmente comporrà la disputa insorta fra' vari scrittori intorno a' confini dell'esarcato, o sia patriarcato di Roma, mettendo attenzione a ciò che s'apparteneva al vescovo di Roma come metropolitano nella propria provincia, o quello che se l'apparteneva sopra l'altre provincie delle quali si componeva il vicariato di Roma, e delle quali egli veniva ad essere come esarca. Non altrimenti di ciò che s'è veduto del vescovo d'Alessandria e di Antiochia. Quello d'Alessandria, come preposto ad una città capo dell'intiera diocesi d'Egitto, esercitava le sue ragioni metropolitiche nella propria provincia, qual'era l'Egitto strettamente preso, e le esarcali nell'altre provincie onde si componeva l'intiera diocesi, come la Libia, divisa poi in due provincie, e Pentapoli, alle quali s'aggiunsero da poi l'Arcadia, la Tebaide, e l'Augustanica. L'altro d'Antiochia, città capo dell'intiera diocesi d'Oriente, esercitava le sue ragioni di metropolitano nella propria provincia della Siria, e l'esarcali nelle altre provincie onde si componeva quella diocesi, le quali erano la Palestina, la Fenicia, l'Arabia, la Cilicia, l'Isauria, la Mesopotamia. E così appunto il concilio niceno ci addita che dovesse riputarsi il vescovo di Roma a riguardo delle provincie del vicariato di Roma. Ecco le parole del suo can. 6: «Antiqui mores serventur, qui sunt in Aegypto, Lybia et Pentapoli, ut alexandrinus episcopus horum omnium habeat potestatem, quandoquidemque episcopo romano hoc est consuetum. Similiter, et in Antiochia et in aliis provinciis sua privilegia ac suae dignitates et auctoritates ecclesiis serventur». E, secondo la versione di Dionigi il Piccolo: «Antiqua consuetudo servetur per Aegyptum, Lybiam et Pentapolim ita ut alexandrinus episcopus horum omnium habeat potestatem; quia et urbis Romae episcopo parilis mos est. Similiter autem et apud Antiochiam ceterasque provincias suis privilegia serventur ecclesiis».

Chi dasse occasione alla disputa fu Ruffino, il quale, traducendo dal greco in latino questo canone, l'espresse così nella sua versione ed epitome: «Et apud Alexandriam et in urbe Roma vetusta consuetudo servetur, ut vel ille Aegypti, vel hic suburbicariarum ecclesiarum sollicitudinem gerat». Or, quali fossero queste chiese suburbicarie da Ruffino intese, Sirmondo, De suburbic. region., lib. I, cap. VII, si appose al vero dicendo che queste erano le chiese delle città, le quali s'appartenevano ed erano comprese nel vicariato di Roma, onde per quest'istesso furono appellate suburbicarie. Giacomo Gotofredo in Cod. Theod., lib. XI, De annona, leg. tit. 1. IX, Cave, Giovanni Launeio, in Dissert. De recta Niceni Canonis VI intelligentia, e Claudio Salmasio queste chiese le restrinsero in troppo brevi confini, poiché pretesero che fossero state quelle che per cento miglia intorno a Roma, e non oltre, si estendevano, e che al prefetto della città di Roma, non al vicario ubbidivano. Altri diedero in un'altra estremità, e sotto il nome di province suburbicarie intesero chi l'universo orbe romano, e chi almeno tutto l'Occidente, siccome con grandi apparati studiaronsi provare Emanuello Schelstrate, Antiq. illustr., part. I, diss. II, cap. III, e Lione Allaci, De occid. et orient. cons., lib. I, cap. IX. E Natal d'Alessandro, tom. IV saec., dissert. XX, prop. II, inclina pure ad ampliar l'esarcato romano in tutte le chiese d'Occidente. Ma il sudetto canone VI niceno fa chiaramente conoscere la vanità ed insussistenza non men dell'una che dell'altra di queste due opposte sentenze. Non possono quelle chiese restringersi alle sole città, al solo prefetto di Roma supposte per cento miglia intorno, poiché il paragone fatto dal concilio, del vescovo di Roma con quello d'Alessandria e di Antiochia, sarebbe inetto ed improprio; molto meno diffondersi per tutte l'ampie regioni d'Occidente, poiché, siccome il vescovo d'Antiochia non aveva niente che impacciarsi colle altre diocesi e provincie d'Oriente, né quello d'Alessandria coll'altre provincie d'Affrica, così nemeno il romano aveva di che impacciarsi non pur colla Gallia, Spagna, Brettagna e l'altre provincie d'Occidente, ma nemmeno in quelle d'Italia istessa ch'erano sottoposte al vicariato d'Italia, delle quali appartenevano le ragioni esarcali al vescovo di Milano.

Quindi la sentenza di Sirmondo, come più vera e conforme allo stato delle provincie d'Italia di questi tempi, fu abbracciata e vigorosamente sostenuta da Dupino, De antiq. Eccl. disc., diss. I, ed ultimamente da Bingamo, Orig. eccl., lib. IX, cap. I, il quale, facendo pur paragone fra' vescovi di Roma, Alessandria ed Antiochia, viene a riconoscere quello di Roma come metropolitano a riguardo della sua propria provincia, ristretta forse in quel circuito che al prefetto della città ubbidiva, e come esarca a riguardo delle provincie suburbicarie sottoposte al vicario di Roma, che abbracciavano non pur molte regioni mediterranee d'Italia, ma fino l'isole di Sicilia, Sardegna e Corsica.

E ben l'istoria e gl'antichi monumenti rimastici di quest'età confermano che tal fosse l'autorità del vescovo di Roma sopra queste provincie, non già ristretta solamente alla propria provincia, perché l'esercitava sopra le medesime con potere assai maggiore che non facevano gl'esarchi d'Oriente nelle provincie delle loro diocesi, poiché, sebbene il vescovo di Roma non potesse propriamente dirsi esarca, perché non l'intiera diocesi d'Italia fu a lui commessa, siccome erano gl'esarchi d'Oriente, i quali dell'intiere diocesi avevano cura, per essersi partita la diocesi d'Italia in due vicariati, con tutto ciò, come che in queste provincie suburbicarie non vi era a questi tempi alcun vescovo che vi si fosse innalzato ad esser metropolitano, quindi il vescovo di Roma, come esarca insieme e metropolitano, esercitava in quelle non pur le ragioni esarcali, ma eziandio le metropolitiche, imperciocché a lui s'appartenevano non pur le ordinazioni de' vescovi delle città metropoli, come di Capua in Campagna, di Benevento nel Sannio, di Regio e di Salerno nella Lucania, e ne' Bruzi, di Taranto e Bari in Puglia e Calabria, di Fiorenza nell'Etruria, di Siracusa in Sicilia, e così nell'altre provincie, ma anche l'ordinazioni di tutti gl'altri vescovi minori delle medesime, quando, in Oriente, gl'esarcali l'ordinazione di questi vescovi la lasciavano a' loro metropolitani. Così le chiese di tutte queste provincie suburbicarie ebbero il solo pontefice romano e per esarca e per metropolitano, perché a lui s'apparteneva l'ordinazione de' vescovi, siccome dimostra accuratamente l'avvedutissimo Dupino, loc. cit. Onde, quando mancava ad una città il vescovo, il clero ed il popolo eleggevano il successore, poi si mandava al vescovo di Roma perché l'ordinasse; il quale sovvente, o faceva venire l'eletto in Roma, ovvero delegava ad altri la sua ordinazione. Del qual costume il registro dell'Epistole di Celestino I, di S. Leone Magno, e più quello di S. Gregorio Magno, serba moltissimi esempi, come si scorge nell'elezioni de' vescovi di Capua, epis. XIII lib. IV et epis. XXVIII lib. VIII, de' vescovi di Napoli, ep. 4 lib. 8 et epis. XV lib. II, de' vescovi di Cuma, epist. IX lib. II e di Miseno, epist. XXV lib. VII nella provincia di Campagna ed in quella del Sannio, de' vescovi di Teramo, epist. XIII lib. X e nell'epis. III di Celestino I, dell'elezione de' vescovi di Calabria e di Sicilia: poiché in Sicilia, come provincia suburbicaria, pur osserviamo la medesima autorità esercitata da' romani pontefici intorno all'elezione de' suoi vescovi, come è manifesto dalla suddetta epistola di Celestino e dall'epist. XVI di S. Leone dirizzata ad Episcopos Siciliae, e da quella di S. Gregorio stesso, epist. XIII lib. V.

Ma siccome l'istoria ci fa manifesto di non dover restringere la potestà del vescovo di Roma al solo territorio, che cento miglia intorno lo circondava, così si manifesta ancora che fuori di queste provincie suburbicarie non aveva egli niente che impacciarsi non solo nella Gallia, nella Spagna ed in Brettagna, nell'Affrica e nell'Illirico e tutte l'altre provincie d'Occidente, ma nemmeno in quelle provincie d'Italia ch'erano comprese nel vicariato d'Italia, le quali al vescovo di Milano si appartenevano.

Intorno alla Gallia, sotto il cui nome erano comprese la Germania ed il Belgio, se ne leggono le prove in Pietro Piteo, Della libertà della Chiesa gallicana; e Dupino, Antiq. Eccl. disc., diss. I, XIV° lo dimostrò abbastanza, ed a riguardo della Germania lo stesso fece Giovanni Schiltero nel suo trattato De libertate ecclesiastica Germaniae, Ienae 1683, e Baluzio, nella prefazione del libro d'Antonio Augustino De emendat. Gratiani dimostrò chiaramente che a questi tempi, e per sino al secolo IX, cioè 800 anni avanti ch'egli scriveva, che fu nel secolo XVII, i sinodi della Gallia non mai permisero che de' loro decreti si portasse appellazione al romano pontefice. E che i vescovi della Gallia fossero stati tutti ordinati da' loro metropolitani, in niente impacciandosene il vescovo di Roma, è pur manifesto dal can. VII del concilio II d'Orleans celebrato nell'anno 533 e dal can. III del concilio III celebrato pur quivi nel 538. Ed oltre ciò che si legge presso Ainemaro in veteribus formulis e presso Ivone Carnutense ep. LX, sono pur noti i molti esempi che rapportano Cave e Baluzio istesso delle vigorose e forti resistenze che fecero i vescovi gallicani alle usurpazioni che tentavano di volta in volta far i pontefici romani sopra le loro chiese: ed infino al decimo secolo durarono le proteste e le querele de' loro attentati, fra' quali assai memorando è l'esempio che Glabro Rodolfo, lib. II Hist. Franc. cap. IV, rapporta accaduto a' suoi , dell'attentato che fece il pontefice Giovanni XVIII, il quale, corrotto da doni e da molta moneta che gli diede Folco conte d'Angiò, ardì di far consacrare la chiesa di Belluge bello loco della diocesi del metropolitano di Tournon; quando questo arcivescovo non avea voluta consacrarla, per essere stata fabbricata da Folco di rapine e de' danari che aveva rubati a' suoi sudditi. Infino a questi tempi di Glabro i vescovi di Francia confessavanobene che il pontefice romano per la dignità della sua apostolica sede era sopra tutti gl'altri vescovi del mondo venerando, ed a cui doveva portarsi tutta riverenza e rispetto per essere il primo tra' vescovi; ma non perciò che potesse nelle loro diocesi esercitare potestà alcuna esarcale, la quale era solo ristretta dentro i confini delle sue chiese suburbicarie, e non già doveva trascorrere nell'altre provincie d'Occidente, i di cui vescovi in quelle avevano la potestà istessa che il romano aveva nelle sue. «Licet namque» sono le parole di Glabro «pontifex romanae Ecclesiae, ob dignitatem apostolicae sedis, caeteris in orbe constitutis reverentior habeatur; non tamen ei licet transgredi in aliquo canonici moderaminis tenorem. Sicut enim unusquisque, orthodoxae Ecclesiae pontifex ac sponsus propriae sedis, uniformiter speciem gerit Salvatoris; ita generaliter nulli convenit quidpiam in alterius procaciter patrare episcopi dioecesi».

Per ciò che riguarda la Spagna, chiunque avrà innanzi gli occhi i tanti concili nazionali tenuti in questa diocesi e quelli convocati in Toleto, specialmente il can. XIX del concilio Toletano IV celebrato nell'anno 633, scorgerà pure che i vescovi della Spagna erano tutti ordinati da' loro metropolitani, e questi da' vescovi comprovinciali ragunati nella città metropoli. Ed i vescovi spagnuoli, sebben fossero riverentissimi al pontefice romano e lo avessero in somma stima e venerazione, con tutto ciò non permettevano che s'intrigasse ne' loro ecclesiastici affari, regolandogli essi assolutamente ed i loro re, i quali spesso solevano anche presedere ne' loro concili e davano vigor di legge a' canoni che in essi stabilivano, perché fossero da tutti inviolabilmente osservati.

Nella Brettagna più scrittori inglesi hanno dimostrato che in questi primi tempi, ed insino che il monaco Agostino fu colà mandato missionario di Roma, quei vescovi non riconoscevano il romano, ma sibbene il vescovo «Caërlegionis super Osca» per loro primate, che aveva la cura di governargli; ed avendo voluto Agostino persuadergli che si sottoponessero a quello di Roma, essi, secondo che rapporta Spelman, Concil. Britan., A. DCI, tom. I, p. 108, gli risposero: «Nescire se obedientiam papae romano debitam, sed esse se sub gubernatione episcopi Caërlegionis super Osca, qui sit sub Deo supremus ipsorum antistes». Ed il venerabile Beda in più luoghi della sua Histor. gent. Anglor., lib. II, cap. XXIX, lib. III, cap. XXV, lib. V, cap. XVI et XXII, dimostra che fino a' suoi tempi la Brettagna non riconosceva sopra sé potestà alcuna patriarcale del pontefice romano. Ciocché negl'ultimi nostri tempi fu ben provato da' più accurati investigatori dell'antichità brittaniche, siccome infra gl'altri da Brerewood, da WatsanioDe Eccl. Brit. antiq. libertate, thes. II, dal Cave, Stillingfleet, Orig. Brittan., cap. V, p. 356, ed ultimamente dal Bingam, il quale nel lib. IX, cap. I, § XII Orig. eccl. confuta gl'argomenti di Schelfrate, che infelicemente tentò opporsi alla sentenza degl'inglesi scrittori.

Nelle provincie dell'Illirico occidentale, siccome nella Pannonia I e II le cui metropoli erano Laureato e Sirmio, nella Savia, di cui pure la metropoli era Sirmio, sebbene altri voglino che fosse stata Vindomana, nella Dalmazia, la di cui metropoli era Salona, e nel Norico, di cui alcuni pretendono che fosse stata la metropoli Salisburg; a questi tempi, prima che il pontefice romano non cominciasse a mandarvi suoi vicari, non era riconosciuto come loro patriarca, ma si governavano in commune da' propri vescovi e metropolitani. E non se non molto tempo da poi passarono sotto il di lui patriarcato, come diremo a suo luogo.

Per ciò che s'appartiene alle provincie dell'Affrica occidentale, le quali pure s'è preteso attribuirle all'esarcato, ovvero patriarcato romano, è pur manifesto che queste ebbero proprio esarca, qual fu il primate di Cartagine il quale con assoluta e libera potestà senza altrui dipendenza governava tutte quelle chiese, secondo la facoltà concedutagli dagl'imperatori, nella quale sino a' tempi di Giustiniano la ritennero; anzi dal medesimo, per aver Cartagine anche decorata del suo nome, volendo che si chiamasse Giustiniano II, fu maggiormente stabilita e confermata per la sua novella 131, c. IV, comandando: «Simili quoque modo ius pontificis, quod episcopo iustinianae Carthaginis africanae civitatis dedimus, ex quo Deus hanc nobis restituit, servari iubemus»; e dalla novella XXXVII, secondo che distesamente si legge fra le Novelle di Giustiniano, è manifesto che il vescovo di Cartagine era il papa dell'Africa. La qual costituzione rende vani ed insussistenti gli sforzi del Baronio, di Schelstrate e di Cristiano Lupo, i quali a tutto potere s'ingegnano di far credere che, sebben fosse stata grande la potestà del vescovo di Cartagine in Affrica, era però dipendente dal vescovo di Roma, poiché fu quella novella diretta a Salomone, prefetto pretorio dell'Affrica; e siccome Giustiniano aveva dato a questa provincia un prefetto pretorio il quale avesse la suprema potestà sopra la medesima, e così vi volle pure in Cartagine costituire un patriarca, ovvero primate, che nelle cose ecclesiastiche avesse pari autorità; e siccome il prefetto pretorio dell'Affrica non era dipendente da quello d'Italia, così sopra questo patriarca di Cartagine non avea niente da impacciarsi quello di Roma: «Ut civitas» come sono le parole di Giustiniano «quam nostri nominis cognomine decorandam esse perspeximus, imperialibus privilegiis exornata florescat». Le quali ultime parole smentiscono pure il Baronio che sognò che gl'imperatori in elevar i vescovi a primati abbian bisogno dell'autorità del romano pontefice, anzi, come si vedrà al suo luogo, era tutto contrario: ché i papi avevano bisogno della licenza degl'imperatori quando volevano mandare il pallio a qualche vescovo per innalzarlo ad essere metropolitano. Della quale indipendenza del vescovo di Roma e di Cartagine furono in possesso molto tempo innanzi di Giustiniano, e nel IV e V secolo, sedendo S. Agostino nella cattedra d'Ippona, il quale intervenne ne' concili d'Affrica, si oppose sempre cogl'altri vescovi nazionali agl'attentati e sorprese de' pontefici romani. È manifesto che non si lasciarono conculcare i loro diritti, impedendo le appellazioni in Roma il lor mare, e tutti gl'affari ecclesiastici e le controversie che sorgevano nelle loro provincie quivi erano terminate. È pur troppo noto il can. XXII del concilio milevitano II celebrato nell'anno 416, col quale si stabilì: «Placuit ut presbyteri, diaconi vel ceteri inferiores clerici, in causis quas habuerint, si de iudiciis episcoporum suorum questi fuerint, vicini episcopi eos audiant; et inter eos, quicquid est, finiant, adhibiti ab eis ex consensu episcoporum suorum. Quod si ab eis provocandum putaverint, non provocent nisi ad africana concilia, vel ad primates provinciarum suarum. Ad transmarina autem (Roma scilicet) qui putaverit appellandum, a nullo inter Africam in communionem suscipiatur». Questo decreto fu più volte confermato dagl'altri loro nazionali concili per l'occasione che spesso gli davano i romani pontefici d'usurparsi il dritto dell'appellazioni; ed è celebre la controversia insorta per l'appellazione interposta in Roma da Apiario, prete affricano, il quale da un sinodo essendo stato scommunicato, avendone portato i ricorsi a Roma, il pontefice Zosimo pretendeva assumerne la cognizione, sforzandosi che fosse Apiario restituito nella loro communione; ma si opposero vigorosamente que' Padri, e rompendo tutte l'imposture e cavillazioni che si tentarono sopra i canoni del concilio niceno, facendogli conferire cogl'originali che si conservavano in Antiochia, Alessandria e Constantinopoli, per convincere la frode di questa impostura e della maniera di confondere i canoni del concilio niceno con quelli di Sardica. Savissimamente scrisse Daleo, De usu Patrum, lib. I, cap. III sebbene par che ammetta per vere le apocrife epistole di Lione M. e di Teodosio e Valentiniano imperatori che si leggono nel tomo II Concil., p. XXV (XXXI, A XXXII, A) soggiungendo: «Neque tum accepta ab africanis Patribus repulsa obstitit quominus aliquot post annis Leo papa, ad Theodosium imperatorem scribens, eadem arte ipsum adoriretur et sardicensem pro vero canone nicaeno supponeret. Unde fit ut Valentinianus et Galla Placidia, ad eumdem Theodosium scribentes, extra dubitare veteres et nicaenos canones de fide et praesulibus Ecclesiae iudicandi ius pontifici romano concessisse. Authore scilicet Leone, a quo sardicense decretum pro canone nicaeno acceperant. Atque ita porro porrectum est in fraude ista pia, ut maximae christianorum parti persuasum sit nicaeni concilii decreto romanum primatum fuisse constitutum, ita ut in hac controversia maxima illius synodi auctoritas pro hac sententia passim obstrudatur».

Scoperta la frode, i vescovi d'Affrica scrissero finalmente quella terribile lettera sinodica al pontefice Celestino, il quale dopo Bonifacio era succeduto a Zosimo, che si legge nel Codice de' Canoni affricani, tom. II Concil., cap. 135. 36. 37. 38, dove, fra l'altre cose, acremente rimproverandolo che non s'intricasse in quello che non se le apparteneva, gli dicono: «Presbyterorum quoque et sequentium clericorum improba refugia, sicuti te dignum est, repellat sanctitas tua; quia et nulla Patrum definitione hoc Ecclesiae derogatum est africanae, et decreta nicaena, sive inferiores clericos, sive ipsos episcopos, suis metropolitanis apertissime commiserunt. Prudentissime enim, iustissimeque providerunt, quaecumque negotia in suis locis, ubi orta sint, finienda. Nec unicuique providentiae gratiam sancti Spiritus defuturam». Ed avendo il pontefice con sottil ritrovato proposto che in caso di gravame, per non far trasportar le cause oltra mare, voleva egli mandar in Affrica suoi delegati, gli fu risposto che in niun concilio de' Padri avevano trovata questa nuova prattica ch'egli voleva introdurre, e perciò che se n'astenesse, dicendogli: «Executores clericos vestros quibuscumque petentibus nolite mittere, nolite concedere, ne fumosum typhum saeculi in Ecclesiam Christi, qui lucem simplicitatis et humilitatis diem Deum videre cupientibus praefert, videamur inducere».Non è dunque da dubitare che a questi tempi del IV e V secolo, ed infino a Giustiniano imperatore, il pontefice romano non aveva dritto alcuno patriarcale sopra le chiese affricane, le quali da' loro metropolitani o dal primate di Cartagine erano rette e governate, siccome eziandio ben dimostrano Salmasio, De pri. papae, cap. XV, p. 236 ed ultimamente Melchiorre Leyderchero, De ecclesia affricana, vindicandolo di tutte le cavillazioni ed ingiurie degli scrittori romani .

Ma se quest'istesso ravvisiamo nelle sette provincie d'Italia istessa ch'erano del vicariato d'Italia, alle quali presideva il vescovo di Milano, qual motivo di dubitare vi rimarrà per l'altre provincie d'Occidente, fuori d'Italia?

Milano a questi tempi era riputata la città metropoli d'Italia, cioè d'Italia strettamente presa, ch'era tutta quella regione che al vicario d'Italia ubbidiva, compresa da queste sette provincie, cioè: Liguria, Emilia, Flaminia, Piceno, Annonario, Venezia ed Istria, Alpi Cozzie e l'una e l'altra Rezia, non altrimenti che Roma era capo dell'altre provincie suburbicarie sottoposte al vicario di Roma. Quindi dagli scrittori del IV e V secolo Milano era chiamata «metropoli d'Italia», infra gl'altri da Attanasio nell'Epist. ad solitar., tom. I dove, parlando de' vescovi delle città metropoli della Gallia e di Sardegna, di Dionisio, ch'era allora vescovo di Milano, dice: «Dionysius Mediolani est autem et ipsa metropolis Italiae». Parimenti Teodoreto, lib. II, cap. XV, parlando di Liberio vescovo di Roma, e di Paolino della Gallia e di Dionisio dell'Italia, disse pure: «Liberius episcopus urbis Romae, Paulinus metropolis Galliarum, Dionysius metropolis Italiae», cioè di Milano. E questa fu la cagione perché, quando nella convocazione de' concili s'univano i vescovi di tutte le XVII provincie d'Italia, perché si distinguessero quali fossero quelli delle provincie suburbicarie e quali d'Italia strettamente presa, nelle soscrizioni solevano i primi particolarmente denominarsi dalle provincie e città ove presiedevano, ed i secondi denominavansi generalmente col solo nome d'Italia e della città. Così osserviamo nelle soscrizioni de' vescovi rapportate a questa occasione da Camillo Pellegrino, De finib. Ducat. benev., diss. II, dagl'atti del Concilio di Sardica, celebrato nell'anno 347, che alcuni si sottoscrissero così: «Ianuarius a Campania de Benevento; Maximus a Tuscia de Luca; Lucius ab Italia de Verona; Fortunatus ab Italia de Aquileia; Stercorius ab Apulia de Canusio; Severus ab Italia de Ravenna; Ursacius ab Italia de Brixia; Protasius ab Italia de Mediolano» etc. E questo era perché Verona, Aquileia, Ravenna, Brescia e Milano erano nelle provincie le quali al vicario d'Italia ubbidivano. Ciocché non poteva dirsi di Benevento, di Lucca e di Canosa, le quali città erano nelle provincie di Toscana, di Campagna e di Puglia, le quali erano del vicariato di Roma, non già d'Italia.

 Or, siccome il vescovo di Milano non avea di che impacciarsi delle chiese al vicariato di Roma appartenenti, così il vescovo di Roma non s'intricava in quelle che s'appartenevano al vicariato d'Italia; onde nelle loro ordinazioni, siccome il romano non era consecrato dal vescovo di Milano, ma da quello d'Ostia, così il milanese non già dal vescovo di Roma, ma da quello d'Aquileia, e questi dal milanese erano vicendevolmente ordinati, siccome è manifesto dall'epist. XVII dell'istesso Pelagio I, che sedé in Roma nell'anno 555, che si legge nel tomo V Concil., e da ciò che rapporta Teodoreto, lib. IV hist., c. VII, dell'ordinazione di S. Ambrogio. E Pietro di Marca, De concord., lib. VI, c. IV, VII, non poté negare che insino a' tempi di S. Gregorio M. il vescovo di Roma s'astenne sempre nell'ordinazione di quello di Milano, di Aquileia, di Ravenna e dagl'altri vescovi d'Italia, i quali al vicariato d'Italia s'appartenevano. Ne' princìpi del VII secolo, nel pontificato di S. Gregorio Magno, LVIII anni appresso quello di Pelagio, si cominciarono le sorprese per un'occasione opportuna, che, secondo credé l'arcivescovo istesso di Parigi, gli somministrò lo scisma che insorse a que' tempi tra la Chiesa di Milano e quella d'Aquileia: Gregorio, col pretesto di occorrere a sedizioni, tumulti ed alle ambizioni, e datigli a credere che ciò si fosse anche per consuetudine altre volte pratticato, cominciò a mandare in Milano un suo messo, il quale dovesse assistere all'elezione, la quale si lasciava come prima, secondo il prescritto de' sacri canoni, al clero ed al popolo, l'universal consenso de' quali dovesse ricercarsi, e che l'eletto si consacrasse pure come prima da' vescovi comprovinciali; aggiunse che vi dovesse ancora concorrere la sua autorità ed assenso. Così si legge in una sua epistola drizzata al romano patrizio ed esarca d'Italia, epist. XXXI: «Necesse fuit pro servanda consuetudine (la quale non mai era stata, anzi tutto il contrario dimostrano l'elezioni de' precedenti tempi) militem Ecclesiae nostrae dirigere, qui eum in quo omnium voluntates atque consensum concorditer convenire cognoverit, a suis episcopis, sicuti vetus mos exigit, cum nostro tamen assensu faciat consecrari». E lo stesso pontefice, scrivendo a Giovanni sottodiacono, al quale avea data commissione d'eseguire i suoi ordini, si vale d'altra frase più acconcia per istabilire questo nuovo dritto, dicendogli: «Tunc eum a propriis episcopis, sicuti antiquitatis mos obtinet cum nostrae auctoritatis assensu, facias consecrari, quatenus huiusmodi servata consuetudine, et apostolica sedes proprium vigorem retineat, et a se concessa aliis sua iura non minuat». Quest'epistola in altri darebbe sospetto non di simplicità, come in Gregorio, ma di furberia, perché sarebbe una ingegnosa invenzione per stabilir un nuovo dritto di concedere facoltà a' vescovi comprovinciali della quale non avevano bisogno, somministrandogli la propria autorità il poter da se stessi ciò fare; e nell'istesso tempo gliela concede, vuol che non restino pregiudicatiminuiti i loro dritti e ragioni, ricercando anche in ciò il suo assenso. Di queste sottili ed accorte maniere se ne additeranno ben mille e mille ne' princìpi dell'usurpazioni, e non d'altra guisa furono tutte l'altre intraprese, sicché ciascuno potrà per se stesso chiaramente comprendere su quali fondamenti si fosse appoggiato questo sì maestoso e splendido regno papale.

Ma nel periodo nel quale ora siamo, prima di Gregorio M., tal'era la potestà del vescovo di Roma in Italia istessa, la quale non si estendeva sopra le chiese di quelle provincie che nel vicariato d'Italia eran comprese. Aveva questo vicariato il suo esarca, ch'era il vescovo di Milano, il quale, oltre i vescovi minori, aveva sotto di sé grandi ed illustri metropolitani, siccome erano il vescovo d'Aquileia e quello di Ravenna, li quali (siccome quello di Milano) non riconoscevano sopra di loro giurisdizione o superiorità alcuna nel vescovo di Roma; anzi quello di Ravenna «de pari cum papa certabat», e più contese di giurisdizione ebbero insieme, delle quali lunga istoria continuata per più secoli tessé l'accuratissimo Guglielmo Cave per tutto il cap. V, alla quale bisogna rimettere i lettori come degna d'esser veduta e letta.

Il vescovo di Roma era riputato fra tutti gl'altri dell'ordine cristiano il più venerabile e reverendo, per ragione che la sua cattedra era fondata nella prima città del mondo, siccome i Padri del concilio di Calcedonia non ad altra ragione attribuiscono questa sua preminenza sopra tutti gl'altri, dicendo nel can. XXVIII: «Etenim antiquae Romae throno, quod urbs illa imperaret, iure Patres privilegia tribuerunt». E gl'altri imperatori per ciò gli concedettero i primi onori e le preminenze nella convocazione de' concili o nell'altre occorrenze di funzioni ecclesiastiche, come per ciò ben dovute; siccome dopo che innalzarono Constantinopoli sopra Antiochia ed Alessandria, facendola città capo dell'Imperio d'Oriente e chiamandola nuova Roma, per quest'istesso il suo vescovo venne ad innalzarsi cotanto, sicché gli rimasero indietro i vescovi d'Alessandria e d'Antiochia, ed occupò fra i patriarchi il secondo luogo dopo il romano, sicché più innanzi potrà vedersi. Intanto, quella maggior riverenza e venerabilità non gli recava maggior dritto sopra l'altrui diocesi, né importava che potesse comandar gl'altri. Egli è però vero che questo rispetto fu cagione, per l'ignoranza e decadenza dell'Imperio d'Occidente, e molto più di quello d'Oriente, che la riverenza si cangiasse in superiorità, e che innalzasse poi il suo triregno, non più tiara sacerdotale, la quale fu trasformata in imperial diadema sopra tutte l'altre mitre, anzi sopra gli scetri istessi e corone de' più potenti re della terra. Ecco una mostruosa metamorfosi: da primo qual era de' vescovi, si vidde da' medemi fatto principe e signore. Ma, fino che durò nel suo vigore l'Imperio, non s'estendevano più oltre di ciò che s'è detto i suoi dritti e ragioni esarcali. Anzi a questi tempi ne' quali siamo non l'era dato nemmeno nome di patriarca, il qual nome fu più antico agl'esarchi d'Oriente che questo di Roma, se voglia riguardarsi l'antichità della Chiesa: fu prima questo nome dato in Oriente' per encomio anche a' semplici vescovi, siccome ha ben provato l'accuratissimo Dupino, De antiq. Eccl. disc., diss. I. Poi si restrinse agli esarchi, che avevano cura dell'intiere diocesi, per la qual cosa presso a' Greci tutti gl'esarchi con questo nome di patriarca eran chiamati. Ma, fra' Latini in Occidente, il primo che si fosse così chiamato fu il pontefice romano, ed i Greci istessi furono i primi a dargli quest'encomio, ma non prima de' tempi dell'imperator Valentiniano III e di papa Leone Magno. Questo pontefice da' Greci e da Marciano istesso, imperatore d'Oriente, fu chiamato patriarca. Né prima, come notò l'accuratissimo Dupino, da' Latini medesimi e da' Greci se gli diede tal nome. Anzi il Sirmondo, De eccl. suburb., lib. II, cap. VII, scrivendo contro Claudio Salmasio, non poté allegar sopra ciò esempi più antichi che degl'imperatori Anastasio e Giustino, i quali chiamarono patriarca Ormisda, vescovo di Roma.

Ecco dunque qual fosse l'esterior polizia della Chiesa del IV secolo. A questi tempi si noverano più esarchi, ovvero patriarchi, i quali avevano a riguardo delle proprie diocesi egual potestà, né l'uno era soggetto o dipendente dall'altro. Brerewood novera sino a XIII o XIV esarchi nelle diocesi dell'Imperio romano, l'uno indipendente dall'altro: I. il patriarca alessandrino sopra la diocesi d'Egitto; II. il patriarca antiocheno sopra la diocesi d'Oriente; III. il patriarca efesino sopra la diocesi asiana; IV. il patriarca di Cesarea di Cappadocia sopra la diocesi pontica; V. l'altro di Eraclea sopra la Tracia; VI. quello di Tessalonica sopra la Macedonia ovvero Illirico orientale; VII. l'altro di Sirmio, sopra l'Illirico occidentale; VIII. il romano sopra il vicariato di Roma; IX. l'altro di Milano sopra il vicariato d'Italia; X. il cartaginese sopra l'Affrica; XI. quello di Lione sopra la Gallia; XII. l'altro di Toleto sopra la Spagna; XIII. 1'eboracense sopra la Brettagna.

Oltre ciò vi erano alcuni metropolitani, li quali parimenti erano indipendenti, né sottoposti ad alcun esarca, siccome furono i metropolitani di Cipro, di Bulgaria, d'Iberia, ch'ora communemente chiamano la Giorgia dell'Armenia, ed alcune chiese della Brettagna, che riconoscevano solo l'arcivescovo «Caërlegionis» per loro primate indipendente da qualunque altro patriarca. Parimenti, se fra nazioni barbare convertite alla fede di Cristo sorgeva alcun vescovo, governava questi indipendentemente dagl'altri la sua nazione. Così il vescovo di Tomidi nella Scizia, narra Sozomeno, lib. VI, cap. XXI, che come metropolitano governava tutta quella provincia; siccome le chiese d'Etiopia, della Persia e dell'Indie, e di tutte quelle regioni ch'erano fuori dell'Imperio romano, da' loro propri sacerdoti erano governate.

 

 




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