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Nel soggetto, che abbiamo
ora per le mani, perché non ci lasciamo abbagliare d'alcune vane
apparenze e sorprendenti splendori, bisogna
attentamente distinguere i veri dai falsi ed immaginati fondamenti d'un tanto ingrandimento, e separare le
cagioni antiche dalle nuove, inventate
da poi per darle maggior stabilimento e fermezza. I veri fonti donde derivarono le tante prerogative ed onori al vescovo di Roma furono primieramente per
esser fondata la sua sede nella prima
città del mondo; e quest'era riputata la vera, principale e potissima ragione onde il romano negl'onori dovesse anteporsi a tutti gl'altri vescovi, siccome
quest'era dagl'imperatori, anzi da' Padri istessi della Chiesa
riconosciuta per la più legitima, fondamentale e stabile di tutte l'altre; ed i
Padri del concilio di Calcedonia non altra
più propria e vera seppero esprimerne
nel canone XXVIII se non questa, dicendo: «Etenim antiquae Romae throno,
quod urbs illa imperaret, iure
Patres privilegia tribuerunt». E da quest'istesso principio vollero derivare le
prerogative del vescovo di Costantinopoli, una nuova Roma, riputando essersi
rettamente costituito d'innalzarlo pure ad uguali onori, concorrendo in lui i motivi e la considerazione
istessa che nel vescovo dell'antica Roma; onde soggiunsero:«Et eadem
consideratione moti centum quinquaginta Dei
amantissimi episcopi sanctissimo novae
Romae throno aequalia privilegia tribuerunt, rette iudicantes urbem, quae et imperio et senatu honorata
sit, et aequalibus cum antiquissima regina Roma privilegiis fruatur, etiam in rebus ecclesiasticis, non secus ac illam, extolli
ac magnifieri, secundam post illam
existentem». Quindi Sozomeno, parlando nel lib. VII, cap. del can. III, del concilio costantinopolitano, che uguagliò in
ciò Costantinopoli a Roma, disse: «Ut,
post episcopum urbis Romae, constantinopolitanus
habeat honoris praerogativam utpote qui iunioris Romae episcopatum
administret. Iam tum enim urbs illa, non solum hanc appellationem meruerat et senatum et ordines populi, ac magistratus similiter habebat, verum
etiam contractus civium huius urbis, iuxta leges Romanorum, qui in
Italia sunt, iudicabantur; iuraque omnia et
privilegia aequalia seniori Romae possidebat».
Nel che sono d'accordo tutti gl'altri istorici ecclesiastici, quali
contemporanei, nelle loro memorie che ci lasciarono: siccome Socrate, lib. V Hist. eccl., cap. VIII,
Niceforo, lib. XII Hist. eccl., cap. XIII, ed altri scrittori.
Secondariamente non può dubitarsi, ch'essendo stabilita
questa cattedra in Roma, città ove le lettere e le discipline fiorivano e dove concorrevano i più insigni domìni del mondo,
la Chiesa romana era riputata la più
dotta e saggia. S. Paolo, il più forte campione della fede di Cristo, trascielto per la conversione de' gentili, era ivi lungamente dimorato, predicandola ed
istruendo i novelli convertiti;
sicché Roma in ciò non ebbe che invidiare all'altre città dell'Oriente, scorse e ricorse da lui e dagl'altri appostoli.
Ebbe vescovi molto saggi, come S. Clemente, Cornelio ed
altri, onde avvenne che gl'altri vescovi
anche delle sedi maggiori non facevano difficoltà di riccorrere a questa
sede di Roma per consultare de' loro affari,
così appartenenti alla dottrina che alla disciplina, onde ebbero origine le loro lettere decretali. E
si vede che sino a' tempi di
Tertulliano aveasi acquistata gran fama di dottrina e di santità, talché questo dottore ne faceva somma
stima, avendola in grandissima
venerazione; e molto più fecero i Padri del IV secolo e specialmente S. Agostino.
Per terzo non è da
controvertirsi che il primo degl'imperatori cristiani, qual fu Costantino Magno, dalla Chiesa di Roma cominciasse ad esercitare la sua munificenza e
magnanimità in favorirla cotanto,
arrichirla di beni mondani, di preziose suppellettili, ed innalzare il suo
vescovo a sommi onori, adornandolo del pallio, o sia manto imperiale, e di
regali insegne, ed avendone quella riverenza e rispetto, quanto l'istoria di
que' tempi racconta e da noi s'è detto
ne' precedenti capitoli: le cui orme furono da poi calcate da Costante e Costanzo suoi figliuoli, da
Gioviniano, Valentiniano I e II, da
Onorio e Valentiniano III imperatori d'Occidente, suoi successori, siccome è manifesto dalle leggi loro,
che sono inserite nel Codice
teodosiano. Di cui poi ebbero eguale stima e rispetto Teodorico ed Atalarico re d'Italia, e tutti
gl'altri re ostrogoti, ancorché
fossero arriani, siccome è noto dall'opere
di Cassiodoro, di Giornandes, Ennodio,
Procopio, Agatia, e di chi no? Ed essendo stati scacciati d'Italia i Goti sotto l'imperio dell'imperator Giustiniano, questi, siccome fecero gl'altri imperatori
d'Oriente suoi più vicini successori,
ebbe il vescovo di Roma come suo vicario in Occidente, il quale non poteva eleggersi, né intronarsi, senza loro
consenso degli imperatori, e fu per adempire in loro vece quelle parti in Occidente ch'essi in Oriente
adempivano, intorno ad aver cura e
pensiero delle cose ecclesiastiche e dell'esterior polizia della Chiesa,
siccome si vedrà nel seguente capitolo.
Queste sono le vere e potissime cagioni della sua preminenza
sopra gl'altri vescovi dell'orbe cristiano.
Ma da poi i pontefici romani non vollero attenersi a queste, ma per
rendere la loro autorità assoluta ed indipendente
da' concili e dagl'imperatori istessi e dall'Imperio, ne inventarono
altre, sopra le quali s'ingegnarono stabilire e fondar meglio la loro potenza,
per poterla poi stendere per tutto il mondo, senza che vi fosse argine alcuno
che potesse raffrenarla, siccome per
l'ignoranza e superstizione de' secoli seguenti fortunatamente avvenne.
I
Ne' princìpi del V secolo
cominciarono a rifletter meglio sopra quell'umana tradizione, radicata
già nell'opinione di tutti, che S. Pietro,
lasciata la cattedra d'Antiochia, fosse gitto in Roma a stabilir quivi la sua sede, e ch'egli ne fosse stato
il primo vescovo. E poiché ciò nemeno
bastava al lor intento, bisognò trasformar S. Pietro da capo qual era degl'appostoli, e farlo principe e monarca della
Chiesa, dicendo che a colui furono consignate da Cristo le chiavi, e detto che pascesse le sue peccorelle, e
che sopra le sue spalle fu unicamente appoggiata ed edificata la Chiesa,
la quale, perché non rovinasse, era mestieri
che non potesse errare, e fossegli
per conseguenza dato tutto il potere sufficiente per poterla sostenere e
conservare. Che dovendo questa Chiesa durar perpetuamente, tale prerogativa e maggioranze non dovevano essere personali,
sicché si estinguessero nella di lui persona, ma attaccate alla sua cattedra, che non doveva mai morire, ed a
tutti i suoi successori che dovevano
in quella sedere. Ed ancorché qui pure incontrassero delle gravi difficultà da superare, poiché forse con maggior ragione poteva ciò pretendere la cattedra
d'Antiochia, che fu la prima sede di
S. Pietro, essi perciò non si sgomentarono, dicendo che S. Pietro abbandonò quella cattedra e la trasferì in Roma, e che dovevasi attendere questo fine, non
già quel principio; ed oltre aver
finte molte favole su di questa traslazione di sede da Antiochia in Roma,
perché non rovinasse così presto sì arenoso fondamento, si finse una rivelazione su questo trasferimento di sede, che si legge nel Decreto di Graziano II, q. I, Rogemus, la qual cosa, presso i dotti, dall'istesso Natal d'Alessandro è presa
a beffe e riputato un favoloso sogno. Ma a
questo si provide da poi con più efficace mezzo, poiché si procurò che
si stabilisse nella Chiesa romana una particolar festa di questa traslazione,
affinché più incontestabilmente passasse alla memoria dei posteri come cosa
certa e da non potersene più dubitare.
Certamente che recarà stupore, non che maraviglia, come in mezzo a tante ed inestricabili difficoltà, fra
scogli sì duri e perigliosi, fra cammini sì stretti, alpestri e
disaggevoli, siasi potuto avanzar tanto, e, superati tanti fossi e ripari,
scorrer poi da per tutto, e sopra i dubi e rovinosi fondamenti estoller edifizi
sì portentosi e magnifici; poiché doveva in
prima saltarsi quel fosso ed appurar bene quel fatto, se mai S. Pietro fosse
stato in Roma, quando non si puol provare dalla Scrittura santa: anzi
gl'Atti degl'Appostoli di S. Luca, e l'istesse Epistole di S. Paolo pare
che convincono il contrario. E questa credenza non si appoggia che ad una
tradizione umana: Ireneo, Cipriano e
Tertulliano, scrittori non contemporanei
ma del III secolo, che vissero intorno a due cento anni dopo S. Pietro, e da Roma stranieri, due affricani e
l'altro vescovo della Gallia, da'
quali fu poi tramandata a' scrittori del IV secolo. Donde i
romani pontefici seppero bene approfittarsi e studiarci poi tanto con sì fortunato successo. Per 2°, fattosi pure passar S. Pietro in Roma, avendo lasciato in Antiochia il suo
successore, perché a questa cattedra non dovevano rimanere quell'istesse
prerogative delle quali una volta ne avea già fatto acquisto? E perché Antiochia non dovrà essere la prima e Roma la seconda?
Giacché sono attaccate alla cattedra e non alla persona? Tanto
maggiormente che, d'aver in Antiochia avuta la sua sede S. Pietro v'è un
appoggio stabile e fermo, qual è quello della divina Scrittura; all'incontro, d'essere stato S. Pietro in Roma non si fonda che
in una tradizione umana. Oltracché,
le prime spose essendo le più legitime e da preferirsi alle seconde, perché
doveva farsi questo torto ad Antiochia, città pure raguardevole
dell'Imperio e la capitale di tutta l'Asia, donde la prima volta uscì il nome
di cristiano, siccome d'Alessandria quello
di teologo? E che si risponderà a S. Gregorio Magno istesso, il quale in
Reg. Ep. 991, ad Eulogium Alexan.,
scrisse che li vescovi d'Antiochia e d'Alessandria sono successori di
S. Pietro, non meno che il vescovo di Roma, perché sedono nella medesima cattedra di Pietro? Per 3° dovevasi
ancor superare un'altra invincibile
difficoltà: che S. Pietro, capo degl'appostoli, ebbe quelle prerogative come appostolo, non come vescovo, poiché la sua vocazione e missione principale non fu di
vescovo, il qual dovesse fermarsi in
una città, ma di appostolo, cioè di dover scorrere da per tutto e piantar la novella religione per quelle provincie dove
non era nota, non già fermarsi in una città già convertita; e quantunque non fosse cosa impropria
agl'appostoli di fermarsi in qualche luogo ove scorgevano che la loro più lunga
dimora potesse essere di maggior
profitto e quivi adempire le parti di vescovo, presidendo il
presbiterio, con tutto ciò non era questa la lor propria e principal incombenza, ma, ridotti gl'Ebrei e gentili alla fede di Cristo, istituire ne' luoghi convertiti
vescovi per istruttori della plebe
ed ispettori al presbiterio, e scorrer altrove. E per ultimo rimaneva di
francar quell'altro più duro passo, che sebbene S. Pietro fosse riputato il primo fra gl'appostoli, nulladimeno la potestà
che Cristo lasciò a' medesimi fu in tutti eguale, dichiarandosi egli stesso il
capo e lo sposo della sua Chiesa, reiterando loro bene spesso quella sentenza
massima: che chiunque fra di loro vorrà presumere d'esser maggiore e più grande
dell'altro, egli sarà il servo di tutti. Né
Cristo intorno alla predicazione ed amministrazione della sua Chiesa
diede più potere a S. Pietro che agl'altri. Sono
mandati a due a due a predicare come compagni, perché s'escludesse fra loro ogni superiorità. Cristo
promette a tutti che giudicheranno le dodeci tribù d'Israele, sedendo
sopra le dodici sedi, e non dà a S. Pietro
un luogo più alto ed eminente degl'altri. Quando ci vien descritta da S.
Giovanni, Apocal., XXI, la
Chiesa trionfante come una città che avea dodici fondamenti, e che in
quelli era scritti i nomi delli dodici appostoli dell'agnello, non si legge che S. Pietro fossevi posto per pietra
angolare. Quando gl'appostoli
ricevettero lo Spirito Santo e la potestà di legare e sciogliere ed il commando di predicare per tutto il
mondo, e quando l'istesso Spirito Santo
discese sopra di loro, si trovarono tutti insieme, né alcuno di essi in
tutto questo è preferito agl'altri. E salito Gesù in cielo, dagl'Atti di
S. Luca è manifesto che S. Pietro non poteva o faceva' più degl'altri:
dagl'appostoli fu mandato con Giovanni in Samaria. E dal concilio gerosolimitano istesso, riferito pure in quest'Atti, convocato dagli
appostoli, S. Pietro fu il primo a proporre,
ma il primo a dar suo giudicio fu S. Giacopo, vescovo di Gerusalemme, ed
ebbe sovente egli a dar conto a' suoi compagni delle sue missioni ed a
giustificare a que' la sua condotta, spezialmente
quando gli fu imputato a delitto d'essere entrato nella casa di Cornelio
centurione ed aver ivi battezati que' gentili i quali non s'erano prima
circoncisi.E S. Paolo più volte gli resisté
in faccia e lo rimproverò di cose
delle quali era da doverne esser ripreso. Né a' primi secoli della Chiesa si
pensò a questi sofismi, anzi nemeno
si sognò di ricorrere a que' arzigogoli e cavilli su '1 «Tibi dabo claves», e sopra il «Tu es Petrus, et
super hanc petram aedificabo
Ecclesiam meam», e sopra il «pasce oves meas»; poiché i Padri antichi, anche nel IV secolo, ben ne conobbero la vera e genuina
intelligenza e che le «chiavi» ed il
«pascere» furono egualmente a
tutti concedute, e che la «pietra» era Cristo, confessò a S. Pietro, e
non l'istesso Pietro: onde, data la potestà a lui, non distruggeva
quella egualmente a tutti conceduta, siccome que' passi spiegarono
Cipriano, De sin. pret., Gio. Crisostomo, Homil. LV in
Matth. et in Psalm. XXXII, S.
Ambrogio in Epistola ad Ephes., cap.
II, X, S. Agostino in più e diversi luoghi
delle sue opere, Circa Iudaeos, pagan. et arian. et trac. X et XXIV in Iohan. et de verbis
Domini Serm. XX, e più chiaramente II Retract.,
S. Girolamo, in Matth. et ad Galat. cap. I, S. Bernardo e tanti altri gravi e seri
dottori della Chiesa. Ciò è stato agli ultimi nostri tempi da valenti scrittori
posto in tanta chiara luce, che non accade più ora disputarne o por dubbio.
Ma se questi
sforzi per superar tante difficoltà si fossero fatti tutti ad un tempo, non v'è dubbio che audace, temeraria, difficile, anzi
impossibile dovea riputarsi l'impresa, e molto più strano e sorprendente sembrarebbe il fortunato successo. Ma
non si tenne questa maniera, né gl'assalti furono tutti in un tempo e
repentini; pian piano s'andava avanti. Si
cominciò prima, con speciose apparenze
e ben acconcie esaggerazioni ed accorte insinuazioni, a far credere per
cosa certa che S. Pietro in Roma avesse trasferita la sua sede, e sopra questo
fondamento cominciarono le riflessioni ed esagerazioni ed encomi di quella
cattedra. Que' Padri che credettero S. Pietro
avere in Roma sofferto martirio, in fra gl'altri S. Agostino, da ciò ne derivano nella sede di Roma
stima sì e preggio, ma non maggior
potere con autorità sopra le altre sedi maggiori o minori fuori del vicariato di Roma. S. Agostino,
scrivendo contro Giuliano, che poco
conto faceva dell'autorità de' vescovi d'Occidente che contro di lui si
allegavano, così lo ripiglia e riprende nel lib.
I, cap. IV: «An ideo contennendos putas quia occidentalis Ecclesiae sunt omnes, nec ullus est in eis
commemoratus a nobis Orientis episcopus? Quid ergo faciemus, cum illi
graeci sint, nos latini? Puto tibi eam partem
orbis sufficere debere, in qua primum apostolorum
suorum voluit Dominus gloriosissimo martyrio coronare. Cui Ecclesiae
praesidentem B. Innocentium si audire voluisses, iam tunc periculosam
iuventutem tuam pelagianis laqueis exuisses».
Parimenti nel VI secolo, essendosi vie più radicata questa credenza, non
ebbe difficoltà l'istesso imperator Giustiniano nella Novella IX di chiamar Roma «veneranda sedes summi apostoli Petri»; ma ciò dinotava maggior dignità e
riverenza, non già maggior potere ed autorità sopra l'altre sedi
maggiori, specialmente sopra Costantinopoli, chiamata pure dall'istesso
Giustiniano capo delle chiese, ed il suo vescovo patriarca ecumenico. Or
questo, ch'era maggior stima, riverenza e rispetto, in tempi posteriori si trasmutò in primato e superiorità, sicché pian
piano, così disposte le cose, si venne
alle prese più strette, cioè questo primato farlo passare per principato
o monarchia, ed a dar assai più ingegnose interpretazioni a' riferiti passi del «tibi dabo claves», del «pasce oves» e dell'edificarlo; le quali furono l'ultime armi
che s'impugnarono ne' tempi più bassi, superstiziosi ed incolti.
Ne' princìpi del V
secolo ecco come i pontefici romani cominciarono
a parlare di quest'eminenza del vescovo di Roma sopra gl'altri vescovi, niente piacendogli che se ne attribuisse la cagione alla città di Roma, capo del mondo, ma per aver in
quella cattedra seduto S. Pietro,
capo degl'appostoli. Anzi Innocenzio I, scrivendo ad Alessandro, vescovo
d'Antiochia, la maggioranza della di lui sede
pur a questo principio la riporta, non tanto alla magnificenza della città d'Antiochia e d'esser riputata capo e
metropoli dell'Asia, e che perciò a lei sarebbe dovuto il primo onore; senonché
dopo bisognò trasportarlo in Roma,
perché quivi poi S. Pietro trasferì la sua cattedra. Ecco come, parlando della
Chiesa d'Antiochia, e' dice nell'epist.
XVIII: «Unde advertimus, non tam pro
civitatis magnificentia hoc eidem attributum, quam quod prima primi apostoli sedes esse monstretur, ubi et nomen
accepit religio christiana, et quae conventum apostolorum apud se fieri
celeberrimum meruit, quaeque urbis Romae sedi non cederet, nisi quod
illa in transitu meruit, ista susceptum
apud se consummatumque gauderet». Chi seriamente attenderà a
quest'espressioni non potrà ravvisarvi che manifesti
paralogismi, esser tutte vane e sforzate ragioni, poiché non s'arriva a comprendere, anche dato per vero
questo passaggio di sede in Roma,
perché Antiochia avea da perdere la maggioranza, quando quella fu la
prima sposa di S. Pietro, e doversi spogliare la
prima per amarne la seconda? Innoltre, che il vescovo d'Antiochia fosse successor di S. Pietro era certo,
avendo la sua ragion provata e fondata
nella santa Scrittura: all'incontro, quella del vescovo di Roma non era appoggiata, siccome s'è detto, che alla tradizione
umana; anzi negl'ultimi secoli, essendosi più accuratamente esaminato questo punto d'istoria, vi è chi almeno ha forte ragione di dubitare se mai S. Pietro fosse stato in
Roma; di più, se la ragione espressa
da Innocenzo I valesse, ne avrebbe
da seguire che almeno il vescovo
d'Antiochia avesse avuto da occupare il
secondo luogo, dopo quello di Roma; eppure è chiaro che il secondo l'occupò sempre il vescovo d'Alessandria, ed
il terzo quello d'Antiochia. Prova
evidentissima che la maggioranza di queste Chiese non si misurava da S. Pietro, né da S. Marco, né dagl'altri appostoli o evangelisti che ne presiderono,
essendo quelli in potestà tutti eguali, ma dall'eminenza delle città, secondo
la polizia e disposizione dell'Imperio; onde avvenne ch'Alessandria,
ch'era riputata la seconda città del mondo
dopo Roma, ottennesse nella polizia ecclesiastica il secondo luogo.
Bonifacio I, Celestino, Sisto III, S. Lione Magno e tutti gl'altri loro
successori non con altro linguaggio
di poi parlarono, siccome vedrassi più innanzi, e si arrivò a tanto che Gelasio I voleva farsi valere questa ragione anche co'
vescovi d'Oriente, scrivendogli: «Qua enim ratione, vel consequentia, aliis sedibus deferendum est, si primae
beati Petri sedi antiqua et vetusta
reverentia non deferatur, per quam omnium sacerdotum dignitas semper est roborata atque firmata?». E quanto
più si andava avanti, tanto più s'esaggerava questa ragione ne' secoli seguenti, dove la superstizione e
l'ignoranza avevano poste più
profonde radici, sicché non s'astennero di farsela valere e adoperarla contro gl'istessi imperatori d'Oriente.
Così, nel IX secolo, Nicolao
I, scrivendo all'imperator Michele, non ebbe difficultà alcuna di dirgli che i privilegi e preminenze
della sua Chiesa gli venivano dalla propria bocca di Cristo, che gli diede a S.
Pietro, da che i pontefici romani la derivavano, e non altronde.
II
Si valsero anche i romani pontefici per le loro sorprese
d'un'altra opportunità che loro
somministrava un apparente dritto di poter stendere sopra altra diocesi
la potestà loro esarcale, poiché ciò ch'era
maggioranza d'onore, di rispetto e di riverenza sopra gl'altri vescovi, lo tramutarono in potestà; e
siccome non se gli poteva negare
ch'essi fossero i primi nell'onore, così pretendevano anche
essere i primi nel potere. Sicché tutti gl'altri vescovi dovessero
essere a loro sottoposti, attribuendo a propria e singolar loro autorità e
prerogativa, come successori di S. Pietro, quel ch'era commune a tutti i vescovi. Questa maniera tennero per invadere l'Illirico
non men occidentale che orientale, e sottoporsi la Macedonia, Tessaglia, Acaia,
Epiro, Sirmio, la Pannonia, la Bulgaria e l'altre provincie d'Occidente, nelle
quali cominciava a sorgere la religion
cristiana; poiché, per la sollecita cura che tenevano, tosto che vedevano ridotta qualche provincia alla fede
di Cristo, di mandarci istruttori ovvero istituir que' vescovi, siccome
narrasi che a questo secolo V facesse Celestino I nella Scozia ridotta alla fede di Cristo, istituendo ivi per
vescovo Palladio, dichiarandogli sovente loro vicari; si credette che ciò fosse
per l'ispecial potestà che n'avevano come
successori di S. Pietro; e pure questo era un dritto di tutti gl'altri vescovi,
i quali, tutti essendo successori degl'appostoli,
siccome quelli aveano la cura di propagar la novella religione e stabilirla in tutte le provincie ove
scorrevano, con istituire i vescovi
per istruzione de' novelli convertiti, così tutti i vescovi, se mai scorgevano qualche nazione a sé
vicina esser disposta a ricever la fede di Cristo, era della loro incombenza
d'occorrere, istruire i novelli convertiti, ordinare quivi preti,
diaconi ed anche vescovi, bisognando.
Il vescovo di Roma per l'eminenza del suo grado ebbe molte opportunità di essere il primo a far ciò in molte
nazioni; ma l'equivoco che si dava
ad intendere era che il vescovo di Roma lo facesse per sua propria particolar podestà
che ne avesse, confondendo il primato
d'onore, del quale lo forniva l'esser vescovo di una città capo del mondo, colla potestà esarcale, perché
potesse difenderla a man salva sopra
tutte l'altre provincie e sottoporsi gl'altri vescovi. Non per altro specioso pretesto Damaso, Siricio ed Anastasio
cominciarono le loro intraprese sopra l'Illirico, le quali poi furono con maggior vigore proseguite da Innocenzio I, Zosimo,
Bonifacio, Celestino, Sisto e sopra tutti da Leone I detto il Magno. Ecco le belle e speciose ragioni d'Innocenzio I, colle quali si studiava persuadere a Rufo, vescovo di Tessalonica, perché riconoscesse per sovrana la sua sede, creandolo a questo
fine suo vicario, valendosi
dell'esempio degl'appostoli, il quale niente conchiude al suo proposito: «Nec aliter» e' dice «apostolorum
forma promulgata est, quam ut ipsi
principes Evangelii constituti ceterarum rerum causas necessitudinesque suis
discipulis curandas obeundasque mandarint. Ita denique tota miseratione
mirabilis Paulus Tito quae curet apud
Cretam, Thimotheo quae per Asiam disponat, commisit ... Divinitus ergo
haec procurrens gratia ita longis intervallis
a me disterminatis ecclesiis discat consulendum, ut prudentiae gravitatique tuae committendam curam,
causasque, si quae exoriantur per
Achaiae, Thessaliae, Epiri Veteris, Epiri Novae et Cretae, Daciae Mediterraneae, Daciae Ripensis, Moesiae, Dardaniae et Praevali ecclesias, Christo domino
annuente, censeant. Arripe itaque, dilectissime frater, nostra vice per suprascriptas ecclesias,
salvo earum primatu, curam; et inter ipsos primates primus, quicquid eos ad nos necesse fuerit mittere, non
sine tuo postulent arbitratu. Ita enim
aut per tuam experientiam quicquid illud est finietur, aut tuo consilio ad
nos usque perveniendum esse mandamus».
Or quanto Innocenzio esagerava di S. Paolo e degl'altri
appostoli che commettevano a' loro discepoli
la cura delle chiese che s'andavano
ergendo, a Tito in Creta, a Timoteo in Asia, chi non vede che lo stesso poteva dire a Rufo il vescovo d'Antiochia,
quel d'Alessandria, di Gerusalemme,
quello d'Eraclea ed ogn'altro a cui fosse
stata data occasione di accorrere a dar aiuto e sollievo a quelle chiese? Ciascun vescovo aveva perciò sufficiente
potere, poiché, siccome S. Agostino,
scrivendo a Bonifacio vescovo di Roma, saviamente disse, Contr. epist. Pelag. in praefat. ad Bonifac: «communis est nobis omnibus, qui fungimur episcopatus
officio (quamvis ipse in eo celsiore
fastigio praemineas) specula pastoralis». Onde a ragione diceva S.
Cipriano che uno era l'episcopato, tenendosi da ciascun vescovo in sollidum la sua parte; e quindi nell'Epistola
LXVIII ad Stephan. scrisse: «Nam, et si pastores multi sumus, unum tamen gregem pascimus, et oves universas, quas
Christus sanguine suo et passione
quaesivit, colligere et fovere debemus». Per la quale ragione S.
Gregorio Nazianzeno, Orat. XVIII, in laud. Cypr., soleva
chiamare S. Cipriano vescovo universale, dicendo: «Quod Episcopus universalis
fuerit; neque enim carthaginiensi tantum
Ecclesiae, nec Africae, sed Occidentis omnibus regionibus, ac prope etiam orientali omni atque australi et
septentrionali orae praefectus
fuerit». E lo stesso dice di Atanasio, Orat. XXI: «quod cum
alexandrino populo praefectus fuerit, idem sit ac si universo terrarum orbi praefectus fuerit». E S. Basilio, ad Atanasio
scrivendo, disse egli pure, Epist. LII:«Tantam geris omnium ecclesiarum curam, quantam
eius quae tibi peculiariter a Domino nostro credita est». E per la medesima cagione Crisostomo, Omil. VI
adv. Iud., chiamò Timoteo vescovo dell'universo orbe, siccome
l'autore che volle nascondersi sotto
il nome di Clemente Romano chiamò Giacomo, vescovo di Gerusalemme,
rettore di tutte le Chiese. Onde S.
Girolamo, Epist. LXXXV ad
Evagr., con verità scrissegli
che in ciò eguale era la potestà del
vescovo di Eugubio con quello di Roma,
eguale quella del vescovo di Reggio che del costantinopolitano, ed
eguale quella del vescovo di Tanide coll'alessandrino. E quindi fu introdotta prattica nella Chiesa che,
ricercandolo il bisogno e la necessità, i vescovi senza chieder licenza alcuna
potevano esercitar fuori della loro diocesi in tutto l'orbe l'autorità vescovile in ordinare, siccome, per la testimonianza che ce
ne lasciò Socrate istesso, lib. II, c. XXIV, fece S. Atanasio istesso in
molte città che non erano della sua
diocesi, fece Eusebio Samosatense in tempo della persecuzione ariana sotto
Valente, il quale siccome narra Teodoretto,
lib. IV, cap. XII, scorrendo
con abito militare tutta la Siria, la
Fenicia e la Palestina, ordinava que' preti diaconi e provvedeva a tutto ciò che bisognava a quelle chiese, quando
lo stesso, siccome soggiunse il medesimo scrittore al lib. V, c. IV, fece nella Cilicia, in Beroe, Seropoli, Calcide, Edessa ed in altre città; siccome Epifanio ordinò Paulino, fratello di S. Girolamo, in
un monisterio posto nella Palestina
fuori della sua diocesi, di che egli ad Io. Hyerosol. se
ne purga, assegnando aggiunta questa istessa
ragione d'averlo fatto perché lo
poteva fare. Ma i vescovi di Roma non l'intendevano
così, e davano a credere che questo fosse lor affare come successori di
S. Pietro, e niun altro dovesse impacciarsene. E pure si valevano di armi che facilmente potevano rivoltarsi contro essi medesimi, poiché, se confessavano che
ciò facendo immitavano
gl'appostoli, dunque tutti i vescovi che sono nella Chiesa in luogo di quelli potranno fare lo stesso? E se
riportano questa potestà a Dio,
dicendo che le veniva «divinitus», non minor sarà quella degl'altri vescovi, che pur da Dio la riconoscono.
Meglio forse altri avrebbero riputato
che i pontefici romani riportassero tutto
alla preminenza di Roma capo del mondo, pel che sarebbero stati certamente
gl'unici; ma essi più accortamente fecero di riportarla a S. Pietro, così perché, come venutagli
«divinitus» non stava sottoposta a
cangiamento né variazione alcuna, come ancora perché per questa via si poteva giungere a spogliare gl'imperatori de' loro supremi dritti e della sopraintendenza della
Chiesa e dell'esterior ecclesiastica
polizia, e dispogliar anche gl'altri vescovi delle loro facoltà e
prerogative, siccome fortunatamente in discorso di tempo gli successe; poiché, come s'è avverato nel IX secolo,
Niccolò I non ebbe difficoltà alla svelata, scrivendo a
Michele imperator d'Oriente, di dirgli
che per questa ragione li privilegi e preminenze della sua chiesa niuna umana potenza avea autorità di diminuire o infringere, avendo per fondamento
Cristo stesso, che gli concedette a
S. Pietro, e sopra di cui la Chiesa romana fu stabilita e fondata. Ecco le sue parole: «Ecclesiae
romanae privilegia, Christi ore in
beato Petro firmata, in Ecclesia ipsa disposita, antiquitus observata et a sanctis universalibus synodis
celebrata atque a cuncta Ecclesia
iugiter venerata, nullatenus possint minui, nullatenus infringi, nullatenus
commutari; quoniam fundamentum quod Deus
posuit, humanus non valet amovere conatus ... Ista igitur privilegia huic
sanctae Ecclesiae a Christo donata, a synodis non donata, sed iam solummodo celebrata et venerationi
habita» E papa Adriano, scrivendo
all'imperator Costantino ed Ireneo, dice che l'autorità della sede romana dall'appostolo Pietro fu distintamente concessa. N. Ales. tom. VI, p. 667, lit. A.
13.
I
Zosimo, successor d'Innocenzio I, Bonifacio I, Celestino I e Sisto III, calcando le stesse
pedate, vie più esageravano questa prerogativa
di successori di san Pietro, ponendola per fondamento e base di quella
potestà che s'arrogavano sopra l'Illirico. Ecco come Bonifacio I, scrivendo a' vescovi di Tessaglia, gli dice: «Institutio universalis nascentis Ecclesiae de beati Petri
honore sumpsit principium in quo
regimen eius et summa consistit. Ex eius enim ecclesiastica disciplina
per omnes ecclesias, religionis iam crescente cultura,
fonte manavit». Quindi, non tralasciando di qualificare i vescovi dell'Illirico
per loro vicari, finalmente ottennero in questa diocesi ciò che, come
s'è veduto, non poterono ottenere da' vescovi d'Affrica,
e fecero sì che dovessero riportar ad essi le cause maggiori delle loro
provincie, e che niuno potesse in quelle adornarsi vescovo senza il loro
permesso, le quali dovessero pure informar la sede apostolica romana di quanto
nelle loro provincie occorreva per riceverne istruzione e norma come dovevano
governarle, siccome è noto dalle lor epistole
drizzate a' vescovi dell'Illirico.
Ma niuno con maggior
fermezza stabilì questo dritto della sede romana nell'Illirico, che il pontefice Leone I, successor
di Sisto, il quale, scrivendo nell'epist. 44 ad Anastasio, vescovo di Tessalonica e primate dell'Illirico, dopo d'avere
annoverato i tanti privilegi e
prerogative che come vicari[o] della sede apostolica erano stati a lui
conceduti, dandogli ancora istruzioni come doveva regolarsi nell'elezione ed
ordinazione de' vescovi di quelle provincie, volle espressamente riservare a sé
le appellazioni e le cause maggiori, per maggiormente
stabilire alla sua sede questi sovrani dritti, dicendogli: «Si qua vero causa maior evenerit, quae a
tua fraternitate illic praesidente non
potuerit definiri, relatio tua missa nos consulat, ut revelante Domino,
cuius misericordiae profitemur esse quod possumus,
quod ipse nobis aspiraverit rescribamus; ut cognitioni nostrae pro traditione
veteris instituti et debita apostolicae sedis reverentia, nostro examine vindicemus. Ut enim auctoritatem tuam
vice nostra te exercere volumus, ita nobis quae illic componi non potuerint,
vel qui vocem appellationis emiserit, reservamus». Infine si arrivò a
tanto che Gregorio Magno sospese il vescovo di Salona in Dalmazia, perché,
senza sua permissione e scienza del suo responsale, s'era fatto ordinar
vescovo, come è manifesto dalla sua ep. XXXIX lib. IV. Questi vicariati che
cominciarono i pontefici romani ad instituire, conferendoli con sottile
ritrovato a' medesimi metropolitani delle provincie, furono la potissima
cagione ed il più efficace mezzo perché potessero stendere la loro potestà
esarcale nelle altre provincie. Questa medesima via tenne Zosimo nella Gallia
col vescovo arelatense, ciocché fu poi meglio stabilito da Leone I e da Illario
suo successore, e così pian piano si fece in Spagna, nel resto d'Italia ed in
tutte l'altre provincie d'Occidente.
Non senza ragione fu al
pontefice Leone dato il sopranome di Magno, poich'egli sopra tutti i suoi
predecessori fu il primo che stendesse più lunghi passi e facesse molto più
valere in profitto della sua sede quella nuova riflessione di successore di S.
Pietro, sicché più dell'altre sedi meritasse il titolo d'appostolica, il
qual sopranome, che era a tutte l'altre chiese commune, a lungo andare si
rendesse speciale della romana. Egli fu il primo che del pontificato romano sì
altamente sentisse, e che s'ingegnò far riputar il papa per unico e supremo
moderatore e principe di tutte le chiese del mondo cristiano, facendo quel
paragone con dar tanti encomi a Roma, la quale meritamente potea dirsi eterna,
poiché, essendo gentile, fu capo e signora del mondo secolare e profano; così
a' suoi dì erasi trasformata in capo e maestra nelle cose spirituali e sagre di
tutto il mondo cattolico, in guisa che gli uomini allora, nella potestà
spirituale, non dovevano riconoscere altro che il solo pontefice romano, che
sopra tutti presidesse. Paragone e lezione che, per esser molto acconcia
all'intento degl'altri suoi successori, si fece passare ne' breviari romani, perché, tra' divini uffizi conculcato e
rammentato, niuno se ne scordasse.
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