PARTE II
DELL'ORIGINE DEL MONDO E FORMAZIONE DELL'UOMO:
SUA NATURA E FINE, SECONDO IL SENTIMENTO
DE' PIÚ GRAVI E SERI FILOSOFI
CAP. II
In
che gl'Egizi, i. Fenici, i Greci ed altri filosofi facessero
consiste re la natura dell'uomo, e come fossero di conforme sentimento con Mosè
che uno spirito animava l'universa carne sì degl'uomini come degli
animali.
Diodoro Siciliano, nel primo libro della sua Biblioteca
istorica, sebbene, come s'è veduto, in sentenza degl'Egizi e de' Greci
istessi, come d'Anassagora e d'Euripide, ci rappresenti una nova dottrina
intorno alla formazione del mondo e dell'uomo e dell'origini delle cose diversa
da quella che Mosè insegnò ai suoi Ebrei, specialmente in ciò che riguarda il
facitore dell'universo; con tutto ciò, per quel che s'appartiene alla natura di
questo spirito vivificante, par che que' filosofi fossero stati conformi a'
sentimenti di Mosè palesatici nel lib. del Genesi. Mosè fece Iddio
creatore del tutto. Gli Egizi davano alla natura l'istesso potere ed efficacia
che Mosè attribuisce ad Iddio, facendo Iddio e la natura una cosa stessa,
riputandola perciò insieme coll'universo eterna e non creata. Ma rapporta che
questi istessi filosofi ammettevano anche essi nell'universo uno spirito
vivificante, il quale, secondo la qualità e la disposizione della materia alla
quale s'unisce, ha tanta forza e vigore di dargli vita, moto e senso, sicché
possa produrre e piante ed animali e uomini istessi: in brieve che l'universa
carne possa sorgere «in animam viventem». Disse perciò al cap. 2 del primo
libro che gl'Egizi la generazione di tutto ciò che si vede nell'universa natura
principalmente l'attribuivano al sole ed alla luna, da' quali sublimissimi
corpi, ch'essi aveano per dii, ne derivava tutto ciò ch'essi riputavano essere
principalmente necessario alla generazione, siccome all'altre parti onde si
compone il mondo, le quali somministravano la materia, l'umido ed il gravoso;
onde dai primi ne derivavano questo spirito ch'essi chiamavano Giove ed il
fuoco che dissero Vulcano, poiché il caldo molto conferisce alla perfezione
della generazione; e dai secondi il secco, intendendo della terra, che, come
vaso ove tutto si fa e si riceve, prese il nome di madre, detta ancora la dea
Cibelle; l'umido, intendendo dell'acqua, onde l'Oceano lo riputavano anche
padre delle cose e perciò anche dio, e l'aria chiamata anche la dea Pallade e
figlia di Giove. Chiamavano questo spirito Giove, ch'era Dio maggiore ed il
primo fra tutti i dei, poiché questo è il principio e la cagione onde tutte le
cose animate ricevono moto, vita e senso: «Sicut spiritus Iuppiter» dice
Diodoro «si interpreteris, nominetur; quod vis animalis in viventibus ab eo
tanquam auctore proficiscatur; ideoque omnium quasi parens existimetur;
clarissimo quoque inter Graecos poetarum suffragante ubi de hoc deo loquitur:
Parens hominumque deumque».
Sanconiatone di Berito, di cui fa memoria Filone Biblio
allegato da Eusebio, lib. I Praepar. evangel., cap. 10, rapportando la
teologia dei Fenici, della quale ne fa maestro ed autore Taauto, che eziandio
da alcuni si vuole che fosse lo stesso che Mosè, siccome i Greci lo dicono
Mercurio, dice che costui fece pure la medesima ipotesi della formazione del
mondo, cioè che nel caos vagava questo spirito che fecondò l'universo:
«Principium huius universitatis ponit aërem tenebrosum ac spiritu fetum, seu
mavis tenebrosi aëris flatum ac spiritum, caosque turbidum altaque caligine
circumfusum etc. Is quidem rerum omnium procreationis principium fuit».
I Fenici non può dubitarsi che portarono ai Greci, non meno
che gl'Egizi, le prime nozioni di filosofia e delle lettere; e Boccardo fa
vedere che Omero molte cose dai Fenici apprese e trasportò ne' suoi poemi, dai
quali VIrgilio fu mosso nell'Eneide di valersi di questa istessa
dottrina, e per farla apparire antichissima, qual'era in verità, fa che il
padre Anchise l'esponga ad Enea suo figliuolo, dicendogli al lib. 6:
Principio coelum ac terras camposque
liquentes
lucentemque globum lunae titaniaque astra
spiritus intus alit, totamque infusa per
artus
mens agitat molem et magno se corpore
miscet.
Inde
hominum pecudumque genus vitaeque volantum
et quae marmoreo
fert monstra sub aequore pontus.
I Greci che, come si è detto, dagli Egizi e dai Fenici
presero i semi della filosofia, ammisero ancora essi questo spirito per
principio, onde tutte le cose animate ricevono senso e vita; ed Anassagora, che
sopra Talete, Anassimandro, Anassimene e tutti gli altri suoi predecessori
spinse le ricerche e le conoscenze: e Pericle, Archelao ed Euripide suoi
discepoli, che empirono la Grecia di filosofi, non ne dubitarono punto.
Eusebio istesso, lib. 10 Praeparat. Evangel., cap.
14, rapportandoci la successione dei filosofi greci, dice che Anassagora,
maestro di Euripide, «de principiis distincte primus et enucleate disputavit;
neque enim de universi tantum natura uti priores illi (cioè Talete Milesio, il
quale «princeps inter Graecos de rebus naturalibus philosophari coepit»,
Anassimandro suo discepolo, ed Anassimene maestro, ed Anassagora), sed etiam de
ipso motus eius auctore philosophatus est. "Cum enim res omnes, inquit,
confusae simul permixtaeque ab initio forent, mens penitus eas permeans, ab
illa perturbatione in ordinem elegantiamque vindicavit"». E così appunto
Giuseppe Ebreo, lib. I, cap. I Antiq. iud., in sentenza di Mosè, aveva
pur detto di questo spirito, che la vulgata Scrittura, che «ferebatur super
aquas», «spiritu superne permeante». Ma nello spiegare la natura di questo
spirito che negli uomini poté produrre tanto discorso ed accorgimento, così i
riferiti filosofi come i di loro successori Pitagora, Democrito, Platone,
Aristotile, Epicuro e tanti altri, furono fra di loro molto vari e discordi. Né
minore fu la discrepanza tra i nostri più moderni filosofi, come vedremo più
innanzi, dopo aver riferito le opinioni degli antichi. Aristotile nel lib. 2
De generat. anim., cap. 3, attribuisce a questo spirito diffuso ne' semi di
tutte le cose natura celeste, simile alla natura delle stelle. «Inest in semine
omnium» ei dice «quod facit ut foecunda sint semina, videlicet quod calor
vocatur, idque non ignis, non talis facultas aliqua est, sed spiritus qui in
semine spumosoque corpore continetur, et natura (idest anima) quae in eo
spiritu est, proportione respondens elemento stellarum». Aristotile adunque non
si contenta solo di questo spirito, ma vuole che in esso vi sia qualche altra
cosa di più che chiama natura, cioè anima, perché qualunque spirito per se
stesso, per proprio vigore ed efficacia, non potrebbe ordinare e disporre le
figure, i numeri, il sito, la grandezza e picciolezza e quanto bisogna per fare
sorgere un corpo «in animam viventem», se non abbia un altro principio attivo
per cui si produchino tutti questi effetti, e che gli somministri tutta questa
virtù ed efficacia: quindi egli nell'addotto luogo distingue questo spirito o
sia calore del seme dalla natura nella quale dice essere questa virtù architettonica,
in guisa che la natura ch'è in questo spirito somministra al medesimo tutta
quella virtù ed efficacia, dicendo: «Virtutem architectonicam esse naturam quae
in spiritu seminis est».
Ippocrate nel lib. De aliment. riconosce ancora nello
spirito del seme questa natura, la quale perciò disse «illam eruditam esse»,
perché somministra a questa spiritosa parte del seme la virtù ed efficacia di
disporre e formare il corpo organico, sicché possa sorgere «in animam
viventem»: con tutto ciò Galeno questa virtù o forza architetonica la chiama
ora «nativum calorem», ora «insitum temperamentum», sovente «spiritum», che,
nel lib. De trem. et rigore, dice essere «substantiam
per se et mobilem».
Quindi fu data occasione ai successori filosofi e medici,
non altrimenti che fecero i loro maestri, di darci nuove spiegazioni sopra ciò.
Le quali finalmente non si riducano che a vane parole e nuovi vocaboli che
niente significano, tanto è lontano che spiegano la natura di questo spirito.
Deisingio, lib. 2 De gener. foet., definisce questo spirito non essere
altro che «substantia quaedam immaterialis e materia emergens de summo Deo, sic
ad materiam determinata ut sine ea nec esse, nec subsistere, nec operari
queat».
Altri con Avicenna chiamarono la virtù architetonica
racchiusa in questo spirito «intelligentiam». Alcuni altri con Averroe e Scoto
«vim coelestem» ovvero «divinam virtutem». Giacomo Schegkio, lib. I De
plast. sem. fac., mostra di dirci qualche cosa di più, ma in realtà niente
c'insegna di nuovo, dicendo che per questo spirito, o forza «plastica», non
deve intendersi altro che «formam substantialem, quae nullo sensu, sed dumtaxat
mente et ratione percipitur».
Li platonici dissero essere «animam generalem per totum
mundum diffusam», la quale, per la diversità delle materie e dei semi, produce
diverse generazioni; nulla di meno il gran platonico Plotino, lib. Ennead. 3,
questa virtù architettonica la distingue dalla platonica «anima del mondo»,
siccome il prodotto dal producente, chiamando quella virtù «natura che dall'anima
del mondo» deriva ad essere atto essenziale di quella e vita da lei dipendente.
Temistio, Com. De anima et 12 metaphisic., dice questa virtù
architettonica essere formatrice, essere «animam in semine potentia animato
inclusam». E Deusingio, lib. De ortu animae, chiama quella ch'è nel seme
«naturam», cioè, com'egli stesso insegna e spiega: «animam potentia in semine
subsistentem, ac principium et causam motus per se existentem»; ma nel corpo
già formato la chiama «animam actu existentem»: e così senza necessità alcuna
una cosa istessa la distingue in due, ponendogli due nomi distinti secondo ch'è
o in quiete o in moto, o secondo la diversità del soggetto, o da formarsi
ovvero già formato. Quando una sol cosa è che nel seme sin da principio può
formare il corpo organico e che in atto lo forma e così da poi continuando
rimane forma e vita. Mostra Deusingio aver tirata questa sua sentenza dagli
istituti' dei platonici, i quali distinguono tra «animam» ed «esse animam»,
cioè «inter animae substantiam», la quale sotto il nome di natura è nascosta
nel seme, «et animam quae iam actu agit»e che rimane poi ferma dal corpo
organico a cui dà moto, senso e vita. Fernelio, lib. 4 Phisiol., cap. 2,
chiama questo «spirito» forza «plastica», non intendendo per ciò di quel
commune spirito che i medici fanno sorgere dagl'umori e dalle viscere per la
concozione e preparazione, ma d'un altro assai più nobile e di maggior vigore:
«Est igitur spiritus corpus» e' dice «aethereum, caloris facultatumque sedes et
vinculum primumque obeundae functionis instrumentum»: e nel lib. I De
abdit., cap. 10, crede essere una virtù che dal cielo s'influisce, poiché
ei dice: «Coelum nullo semine multos profert tum animantes tum stirpes, at
semen nihil quidpiam sine coelo generat. Semen gignendi rebus materiam concinne duntaxat et convenienter apparat et
instruit. Coelum in apparatam illam speciem summamque perfectionem
immittit vitarnque suscitat in omnibus». Soggiungendo poco da poi: «Animantium,
stirpium, lapidum et metallorum omnium quaecunque et fuerunt et esse possunt
formas, una coeli forma potestate comprehendit, et innumerabilibus illa quasi
gravida formis, omnia gignit et fundit ex sese» In brieve tutti concordano ne'
semi essere questo spirito in cui è quella efficacia chiamata da alcuni anima,
da altri natura e da alcuni intelligenza o virtù divina o celeste o
architettonica, ovvero formatrice o plastica; e Virgilio, lib. 6 Eneid. non
ne dubitò punto dicendo:
Igneus est ollis vigor et
coelestis origo
seminibus ...
Ma non sono concordi in spiegare la natura e l'essenza i più
moderni, come Giuseppe Scaligero, Subtil. exercit., cap. 5 usque ad
II, Ludovico Mercati, tom.I, lib. I, qu. 9, 8, ed altri tutti difendono
acremente ne' semi essere quest'anima, le di loro orme calcando il Gassendo,
tom. 2, Phis. Sect. 3, membr. post., lib. 3, cap. 3, e
Daniele Sennerto: ebbe costui molta ragione di dire, Instit. med., lib.
I, cap. 10, che andavano di gran lunga errati coloro i quali credevano nel seme
non essere anima, poiché non si può negare l'anima essere la causa della
formazione del feto e della sua vivificazione. «Etenim» e' dice «cum vim
formatricem in semine esse ab omnibus concedatur, animam etiam in eo esse
concedendum est. Nam cum potentiae non sint separabiles ab anima, cuius sunt
potentiae, impossibile est potentiam aliquam alicui propriam esse in subiecto,
in quo non est forma a qua fluit potentia. Et cum ex operationibus ad latentis
essentiae notitiam perveniamus, quid causae est cur semini animam non tribuamus
quae suis in eo operationibus satis se prodit? Sunt autem illae duae: seminis
et conceptus vivificatio et partium omnium, quae ad vitae actiones edendas
necessariae sunt, efformatio. Quodvis enim semen, ut in plantis manifestum est,
vegetante anima conservatur et aliquandiu prolificum permanet, et quandiu
integrum et incorruptum est in loco idoneo, et praesente alimento, ut vivens
operatur et exercet suas actiones in eam, quae praesto est, materiam, non secus
ut ipsum vivens integrum omnibus partibus; quod non solum in animalibus in
actione et partium nonnullarum regeneratione, sed praecipue in plantis videre
est. Nam eaedem operationes in semine et in planta omnibus numeris integra
conspiciuntur: quae propterea idem in utroque principium et movens indicant.
Eadem enim est omnino operatio, quum anima in semine latens ex attracta materia
corpus plantae fabricat, et cum eadem postea singulis annis amissa folia et
flores instaurat, novos surculos, ramos, radices protrudit; et propterea eiusdem
omnino facultatis eiusdemque animae indicium est. Neque hoc solum in plantis,
sed in animantium perfectorum seminibus idem fieri concedendum est. Nam, si non
fit ex sanguine caro, nisi caro ipsa animata sanguinem in carnem mutet, multo
minus fiet ex sanguine animal, si semen anima careat». Soggiungendo poco da
poi: «Nam animatum corpus cum sit praestantius et perfectius, sequitur non
animatum non esse principalem animati corporis causam, sed animatum ab animato,
ut principali causa, produci». E non vi è dubbio gli argomenti di Sennerto
essere vigorosi e convincenti per prova evidente ne' semi essere questo spirito
vivificante, o sia anima.
Siccome bisogna eziandio confessare che i medici più
moderni, avendo in questi ultimi tempi ad una soda filosofia accoppiata una
esatta notomia, ridotta da essi quasi nell'ultimo punto di perfezione, hanno
sopra di ciò non pur stese le investigazioni e le ricerche, ma con buon
successo è sovente lor riuscito stendere anche le cognizioni; ed alcuni si sono
ingegnati spiegare fino le maniere come dal solo vigore ed efficacia di questo
spirito vivificante, unito a' corpi organici, possano sorgere non pur gli
animali e le piante, ma gli uomini istessi, senza esserci bisogno di ricorrere
ad altre sognate idee di sostanze cogitanti, immateriali ed incorporee, che le
riputano non senza ragione vere imposture di infelici ed astratti filosofi. I
medici inglesi negli ultimi nostri tempi vi si applicarono con fervore e non
senza successo: in fra gli altri Covardo, medico di Londra, fu sì ardito che,
nel 1704, essendosi esposto a pubblico cimento sostenne uno essere il principio
naturale e fisico nell'uomo che lo fa muovere, vivere, sentire e ragionare, e
che fu una solenne impostura filosofica la giunta di una nuova sostanza che ci venga
di fuori come raggio di sole, che non può affatto concepirsi; ed oltrecciò, ne
diede fuori alle stampe una difesa col titolo Vindicationes rationis et
religionis contra imposturas philosophiae. Giovanni Tolando pur lo stesso
sostenne nella seconda epistola ad Severum, onde in Inghilterra venne
questa materia a disputarsi acremente fra' diversi e contrari partiti. Fu
primieramente sopra di ciò combattuto tra Giovanni Lockio e Stillingfleto; indi
fu rinovata la disputa da Dodivelo, il quale pure acremente sostenne l'anima
negli uomini essere un principio naturale, fisico e corporeo, contro il quale
sorsero, impugnandolo, Samuele Clarchio, Tomaso Millio, Giovanni Turpero ed
Emondo Chishullo; passarono da poi le dispute da Londra in Amsterdam, dove
dallo Hoschio, discepolo di Spinosa, fu difesa la stessa dottrina, la quale
negli ultimi tempi passò ne' medici di Germania, per lo più evangelici, fra'
quali si distinse Petermano. Gio. Adamo Hoffstettero medico d'Aala, alquanti
anni prima insegnò pure il medemo, e lo stesso ultimamente fece Israele Conrado
medico gedanense, siccome può vedersi presso Deilingio, part. 2, p. 32-33.
Ma con tutto che le speculazioni di tanti preclari ingegni
fossero assai penetranti e sottili in ispiegare la natura ed efficacia di questo
spirito, o sia principio delle vite, commune non meno agl'animali che agli
uomini; pure, chi attentamente considera i loro argomenti, non può non ricadere
nelle medesime difficoltà, anzi, per meglio dire, sempre torniamo nella istessa
oscurità: come e da chi questo spirito riceve tanta virtù ed efficacia, sicché
possa disporre con tanto magistero ed arte le parti del seme, onde si formi un
corpo sì maravigliosamente organizzato, sicché lo faccia sorgere «in animam
viventem», che vuol dire lo faccia capace di senso e d'imaginazione, e negli
uomini anche di discorso? Tutti fin qui non ci danno se non che parole ed idee
vaghe e confuse, e, come si vedrà più innanzi nel cap. 4°,Cartesio fu il primo
che ce ne additò la più verisimile e probabile maniera.
S. Agostino, ed assai meglio il P. Malebranche, ruppero, non
già disciolsero il nodo, dicendo il primo che questo spirito tutta la sua
efficacia l'ebbe da Dio, dal giorno che lo creò, e per questa sua infallibile
virtù fu chiamato specialmente «spirito di Dio». Così egli lo diffenì nel lib. De
Gen. ad lit., cap. 4, essere «vitalem creaturam, qua universus iste
visibilis mundus et omnia corporea continentur et moventur; cui Deus omnipotens
tribuit vim quandam sibi serviendi ad operandum in iis quae gignuntur».
Il P. Malebranche, nelle Illustrazioni al lib. 6
De inquir. verit., argum. 7, dice di più, che tutta l'efficacia che
volgarmente si crede essere nelle cause seconde, debba attribuirsi a Iddio solo
che gliela diede nel principio e di continuo gliela dà e conserva, non essendo
per lui altro la conservazione che una perenne e continua creazione. Così
quando leggiamo nel Genesi, cap. 1, «Germinet terra herbam virentem;
producant aquae reptile animae viventis et volatile; producat terra animam
viventem», e quando nel Vangelo di S. Marco Cristo S. N., favellando della
semenza che cade in terreno buono, disse: «Et terram ultro producere primo
herbam deinde spicam deinde plenum frumentum in spica», non deve sentirsi che
per se stessa la terra, l'acqua e la semenza avessero tale virtù ed efficacia,
o ch'Iddio l'avesse loro data nel principio, e che per anco in quella ora la
suscita, ma che Iddio sempre operando gliela conservi, sicché a lui come sola
cagione debbano attribuirsi tutti gli effetti delle cose create; esse non
somministrano, siccome non somministrarono, che la sola materia, ma la virtù ed
efficacia è tutta di Dio, ci dice. La divina Scrittura istessa, anzi Dio
medesimo ci rende testimonianza che egli fa tutto: «Ego sum Dominus» ei dice
«faciens omnia, extendens coelos solus, stabiliens terram, et nullus mecum», Isaia,
cap. 44, v. 24. Giobbe pur disse, 10, 16: «Manus tuae fecerunt me, et
plasmaverunt me totum in circuitu»; e la savia e coraggiosa madre dei Maccabei,
ispirata dal Signore, così parlò ai cari suoi figliuoli: «Nescio qualiter in
utero meo apparuistis, etc.; singulorum membra non ego ipsa compegi; sed enim
mundi creator, qui hominis formavit nativitatem», Macab. 2, cap. 7, v. 22 et 23. E S. Luca, Act. Apost.,
17, 28, pur disse: «Cum ipse Deus det omnibus vitam, inspirationem et
omnia». Ne' Salmi, 103, 148, pur si legge: «Producens foenum iumentis et
herbam servituti hominum»; ed infiniti altri luoghi, non meno del Vecchio che
del Nuovo Testamento, convincono l'istesso.
Dalla terra e dall'acqua Iddio formò gli animali e le
piante, non perché la terra e l'acque da se stesse potessero generare cosa
alcuna, ma perché dalla terra e dall'acqua furono da Dio formati i loro corpi,
siccome dal cap. 2 seguente del Genesi è manifesto: «Formatis
igitur dominus Deus de humo cunctis animantibus terrae et universis volatilibus
coeli». Furono adunque gli animali terrestri, i volatili ed i pesci formati di
terra e d'acqua, non già prodotti dalla terra e dall'acqua. E Mosè, narrando
come gli animali ed i pesci per commando di Dio fossero prodotti, aggiunge
«Deum ipsum illa fecisse», affinché la loro produzione non s'attribuisse
unicamente alla terra ed all'acqua. «Creavitque Deus» e' dice «cete grandia et
omnem animam viventem atque motabilem, quam produxerant aquae in species suas,
et omne volatile secundum genus suum». E più innanzi, doppo aver parlato della
formazione degli animali, soggiunge: «Et fecit Deus bestias terrae iuxta
species suas et iumenta et omne reptile terrae in genere suo».
Non v'è dubbio alcuno che questa maniera di spiegare
l'efficacia e la virtù di questo spirito sia la più facile e spedita, poiché,
rifondendosi ogni cosa ad Iddio, si arriva a concepire benissimo la sua
efficacia, e che possa essere principio di vita e moto e senso agli animali e di
cognizione agli uomini, essendo nelle sue mani riposto di dare quel potere ed
efficacia che vuole alle cose da lui create. Ed in ciò non avvertì Malebranche
che, riponendosi tutto sopra la virtù ed efficacia ch'Iddio sempre somministra
a questo spirito, che necessità v'era dunque d'imaginare nell'uomo un'altra
sostanza cogitante e farla venire da fuori ad informar il suo corpo per
renderlo discorsivo, quando siccome a quello de' bruti dà tanta virtù ed
efficacia di fargli crescere e sentire, così bastava che nell'uomo si stendesse
un poco più questa efficacia per farlo discorsivo, essendo nelle mani di Dio il
potere di far ciò che vuole, e rendere le cose, siccome da insensibili farle
sensibili, così queste passarle e spingerle a fargli discorsive. Ma questo è
l'istesso che sfuggire il travaglio nelle investigazioni delle cose
naturali. Né giovano i passi di Mosè di sopra allegati, primieramente perché,
secondo l'osservazione de' dotti, è solita frase della Scrittura ed antico
costume degl'Ebrei di riferire ogni cosa a Dio, ancorché per vie communi e
naturali avvenissero; e per secondo, presso i filosofi gentili e coloro che,
non attribuendo a' nostri libri sacri divina autorità, vogliono il tutto
sottoporre ad esame ed alla umana ragione e discorso, tutto ciò ad essi non fa
forza alcuna, e niente più viene spiegato che quello stesso che i rapportati
filosofi dissero: che la natura ch'è in questo spirito dà al medesimo la virtù
ed efficacia di operare. Ciò che Mosè, S. Agostino e Malebranche dicono di Dio,
que' dicevano della natura, ché la facevano una stessa cosa con Dio. Così,
quando S. Agostino dice che Iddio onnipotente ha data questa forza a questo
spirito «ad operandum in iis quae gignuntur», e quando Malebranche, spingendo
più innanzi questa dottrina, non si contenta che Iddio avesse data tal forza
alle creature, ma che Iddio stesso, sempre in quelle operando, è cagione di
tutte le generazioni e degli altri effetti che si veggono nell'universalità
della natura, i filosofi gentili all'incontro attribuivano tutto alla natura,
che non la distinguevano da Dio, anzi chiamavano questo istesso spirito Dio
Giove, siccome era l'opinione degl'antichi Egizi secondo il rapporto di Diodoro
Siciliano e degli altri filosofi, siccome si è veduto nel capitolo precedente,
onde si conosce che di nulla forza è la soluzione di S. Agostino, e molto meno
quella di Malebranche, a riguardo di coloro che non hanno per divini i libri di
Mosè, ma gli riputavano, come tutti gli altri, umani e terreni. Bisogna adunque
altronde investigarne la cagione ed indagare le forze, e se forse Cartesio si
fosse in ciò apposto al vero; ciò che esaminaremo nel cap. seguente.
|