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Pietro Giannone
Il Triregno

IntraText CT - Lettura del testo

  • LIBRO TERZO DEL REGNO PAPALE
    • PERIODO SECONDO DALLA CONVERSIONE DI COSTANTINO M. INFINO ALLA MORTE DELL'IMPERATOR GIUSTINIANO IL GRANDE E PONTIFICATO DI GREGORIO MAGNO
      • CAP. II Come, dopo la conversione di Costantino, la sopraintendenza de' vescovi molto più veloce che prima corresse verso la dominazione, per l'autorità, lustro e splendor che gli diede, e fosse quindi sorta fra' ministri della Chiesa una più ampia e maestosa gerarchia di metropoliti, primati ed esarchi, ovvero patriarchi, corrispondenti a' magistrati dell'Imperio.
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CAP. II
Come, dopo la conversione di Costantino, la sopraintendenza de' vescovi molto più veloce che prima corresse verso la dominazione, per l'autorità, lustro e splendor che gli diede, e fosse quindi sorta fra' ministri della Chiesa una più ampia e maestosa gerarchia di metropoliti, primati ed esarchi, ovvero patriarchi, corrispondenti a' magistrati dell'Imperio.

Dopo avere nella maniera già detta Costantino abbracciata la religione cristiana, posto in riposo e tranquillità le chiese, arricchitele di suppellettili e di poderi, e resele capaci di acquistar legati ed eredità, i vescovi che vi presedevano si videro in un maggier splendore ed in una più ampia e nobile gerarchia; poiché, oltre di render le loro chiese capaci di acquistar beni temporali, Costantino gli onorò ed ebbegli in molta stima e rispetto; e non pur resegli venerandi, ma gli ornò pure anche nell'esterno d'abiti maestosi e di reali insigne, perché al popolo si rendessero più augusti e rispettosi. Di molti ornamenti adornò i vescovi delle sedi maggiori, specialmente quello di Roma, che non concedevansi prima se non a' patrizi ed a' primi personaggi dell'Imperio. Se si dovesse prestar fede a quel finto decreto della favolosa donazione di Costantino, che inserì Graziano nel suo Decreto, Dist. 96, can. 14, dovremmo ancor dire che fra le decorose insegne fosse stato anche il pallio, fulgentissimo e pomposo manto imperiale; poiché fra' molti vari e discordanti istromenti di questa donazione che si leggono presso più scrittori, in uno di essi, rapportato da Balsamone, si legge che Costantino concedé a Silvestro papa il pallio. Di che anche ce ne renderebbe testimonianza il Libro pontificale, che va attorno sotto il nome di Damaso, nel quale si parla dell'uso del pallio ch'ebbe il vescovo d'Ostia, vivente ancor l'imperator Costantino Magno. Ma come che oggi abbastanza si è dimostrato che quel finto istromento di donazione fu fabbricato molti secoli dopo Constantino, e quel Libro pontificale, secondo che i dotti han pur fatto conoscere, non merita alcuna fede, sopra fondamenti sì deboli e ruinosi non è da por molta fidanza. Ma ciò che dee da ciò dedursi è che da otto secoli, finché non si fosse scoperta la falsità di questo istromento, degli atti di Silvestro papa, e del Libro pontificale attribuito a Damaso, la Chiesa romana ebbe questa credenza, che il pallio fosse vestimento imperiale concesso a' pontefici romani per dono degli imperatori, della quale fu cotanto persuasa che fece inserire fino nel Decreto di Graziano quest'apocrifo istromento. Quel che è certo si è che, avendo Costantino presa cura e governo della Chiesa per ciò che riguarda l'esterior sua polizia, e dichiaratosi perciò capo di tutti i vescovi, o egli o pure i di lui successori cristiani imperatori ornarono i vescovi delle sedi maggiori di questo pallio, come insegna della vicaria lor potestà che gli concedevano in amministrare l'esterior governo delle loro chiese, secondo quell'estensione delle diocesi o delle provincie che ad essi sottoponevano, ora allargandone, ora restringendone i confini. Solevano gl'imperatori d'Oriente, a' vescovi delle sedi maggiori, i quali presedevano alle chiese delle città metropoli dell'Imperio, concedere per questi ornamenti ed insegne che gli mandavano molta autorità, costituendogli come loro vicari; ed il pallio era l'insegna per la quale si dimostrava aver innalzati i vescovi in metropolitani con distendere la lor giurisdizione oltre i confini della propria parocchia, che ora chiamiamo diocesi.

Solevano perciò a questi mandare il pallio, che era, non già come ora chiamiamo, quella breve e corta stola incrocicchiata che Roma manda a' metropolitani, di moderna invenzione, ma un manto ben ampio e talare, a guisa di clamide, che avea molto rapporto al piviale d'oggi giorno, detto perciò da' Latini pallium e da' Greci superhumerale, costituendogli per queste insegne come loro vicari per ciò che riguarda l'esterior governo e polizia ecclesiastica delle lor provincie, e dipendendo la lor giurisdizione oltre la propria parrocchia.

Non vi è dubbio che Costantino volle in ciò troppo intrigarsi, con farsi capo de' vescovi ed attendere con sollecitudine all'esterior polizia della Chiesa. Convocava egli per ciò i concili, vi presedeva e voleva sentire le contese insorte fra' vescovi. E se la faccenda si fosse ristretta alla sola disciplina esteriore, che era sua propria incombenza, sarebbe stata comportabile; ma ciò che in decorso di tempo portò danni gravissimi fu che anche volle di soverchio intrigarsi nelle loro vane ed inutili questioni insorte sopra la natura di Dio, sua sussistenza ed unità, ed altre conoscenze ed intrigate altercazioni di oziosa sottilità delle divine persone, che non si appartenevano punto alla semplicità di quella credenza che Cristo ci lasciò, né conducevano alla morale e molto meno alla salute delle nostre anime. Egli fu il primo che stabilì nella Chiesa quella separazione d'interno ed esterno. Quindi presso Eusebio leggiamo ch'egli a' vescovi solea dire: «Vos quidem in iis quae intra Ecclesiam sunt episcopi estis. Ego vero in iis quae extra geruntur episcopus a Deo sum constitutus». Ed Eusebio istesso, lib. I De vita Const., c. 37, lo chiama perciò «communem episcopum». Questa distinzione e separazione, che, sebbene adombrata ne' due precedenti secoli, volle ora Costantino maggiormente manifestare e stabilire tra Chiesa interiore ed esteriore, tra disciplina interna e polizia esterna, tra cura interna spirituale ed esterna ecclesiastica; questa separazione, dico, a lungo andare portò all'imperio delle somme potestà conseguenze assai perniciose e deplorabili. Costantino, ammessa ch'ebbe nell'Imperio questa nuova religione, ebbe credenza che dovesse trattarsi come la gentile o almanco come l'ebrea; e siccome gl'imperatori gentili preser cura non men dell'una che dell'altra, poiché, nell'istesso tempo che permettevano la giudaica agli Ebrei, vollero anche averne ispezione e soprintendenza, così potesse anche farsi della cristiana. Nel qual inganno agevolmente vi entrò, poiché a' suoi tempi vedeva i vescovi, specialmente que' d'Oriente, posti in qualche eminenza, e la Chiesa cominciava a prendere altra forma di quella nella quale Cristo ed i suoi apostoli la lasciarono. Né mancarono a' suoi dì Padri che in ciò la confortavano e maggiormente ce l'invogliavano, non potendosi veramente a questi tempi sospettare che questo principio doveva recare in progresso di tempo un notabilissimo danno nell'Imperio. L'inganno e l'errore fu veramente non men pernicioso che grande, poiché la nuova religione che Cristo lasciò in terra, e la sua Chiesa che fondò, della quale egli se ne dichiarò capo e maestro, non era capace, come la gentile o l'ebrea, di esterno. Ella tutta era interna, e perciò l'intento del fondatore fu che si abolissero tutti i riti e cerimonie esterne delli Ebrei. Non voleva tempii, né altari, né maggioranza fra' suoi ministri. Tutta era gregge, ed egli solo dovea esserne il guardiano ed il supremo pastore. Voleva che si prendesse cura non de' nostri corpi, ma delle sole anime, ed esser guidate e rette a guisa di mandre di pecore, delle quali i ministri fossero i suoi pastori, perché l'ovile era suo, e non ch'essi ne fossero i padroni. Egli solo essendo il signore delle nostre anime, il governo adunque dovea esser tutto spirituale, come riguardante la mondezza ed illibatezza de' costumi, perché si arrivasse a quella perfezione necessaria per esser introdotti nel celeste regno, del quale ci fece eredi; i riti pochi, semplici e schietti, né ricercati assolutamente per necessari, potendo per i medesimi supplire la fede, la carità e la speranza, siccome si è dimostrato nel precedente libro, nella prima parte al capitolo primo. Non vi era bisogno di ricca suppellettile, non di superbi ornamenti e pomposi ammanti, non di molti ministri, non di tempii, non d'altari, non di liturgie; bastava una casa dove convenire, un cenacolo, una mensa per celebrare in commemorazione della sua passione e morte la cena: in breve, un poco di pane e di vino per la cena, ed un poco di acqua per lo battesimo. Non richiedevasi distinzione d'abiti fra' ministri e plebe. Ciascuno vestiva come tutti gli altri, fossero stati vescovi, preti, diaconi o laici. Ciocché durò per tutto il 4° secolo, siccome ha ben dimostrato in fra gli altri ultimamente Bingamo, Orig. eccles., lib. 6, cap. 4, § 18, 19 et 20. Nelle obblazioni e distribuzioni dell'elemosine tutto regolava la carità, siccome la mansuetudine nelle censure e correzioni. Tutto in breve consisteva nell'interno, in esortazioni, consigli, preghiere, sermoni, niente la Chiesa avendo d'imperio, sicché gli fosse bisogno di forma estrinseca di gerarchia, di tribunali, di magistrati e di littori. Non avendo riti operosi e molto meno multiplici e pomposi, bastavano pochi ministri, perché tutte le cose di Chiesa potessero perfettamente adempirsi. «Presbyteris» solea dire S. Epifanio «opus erat et diaconis; per hos enim duos ecclesiastica compleri possunt»; onde non era da pensar molto all'esterno di questa nuova Chiesa e religione.

Ma Costantino, che non la ritrovò così, cioè come Cristo e gli apostoli la lasciarono, si credette, e ne fu facilmente persuaso, che ammettendola nell'Imperio e permettendo che pubblicamente potessero tutti professarla, che se gli dovesse dare una speciosa e magnifica apparenza. Quindi avvenne che il nome di patriarca, che davasi a' sommi sacerdoti degli Ebrei, si fosse trasportato nel 4° e 5° secolo a' primati ed arcivescovi de' cristiani, siccome apponendosi al vero fu avvertito da Bingamo, Orig. eccl., lib. 2, cap. 17, § 4, e che i sacerdoti de' cristiani non dovessero esser riputati inferiori di quelli degli Ebrei o de' gentili, siccome i loro tempii ed altari, ed i ministri che vi doveano soprintendere, fossero non men numerosi che autorevoli e maestosi. Sopra i quali, dandosi ora alla Chiesa questa nobile e magnifica apparenza, dovesser gl'imperatori presedere ed invigilare, siccome i vescovi nell'interno della medesima, così essi nell'esterno. Quindi, a somiglianza degl'imperatori gentili a riguardo della pagana, volle esser riputato Costantino verso la cristiana; onde avvenne che presso gli istessi imperatori cristiani, suoi successori, per lungo tempo, infino a Graziano, si fosse ritenuto il titolo di pontefice massimo, dichiarandosi essi capi e moderatori degli affari ecclesiastici, siccome ce ne rende eziandio certi Socrate, il quale nel proemio del lib. 5 della sua Istoria eccles. scrisse: «Ex illo tempore quo imperatores christiani esse coeperunt, Ecclesiae negotia ex illorum nutu pendere visa sunt; atque adeo maxima concilia de eorum scientia et convocata fuere et adhuc convocantur». Quindi anticamente facevasi paragone tutto opposto di ciò che poi Innocenzo III ne fece di due luminari. L'Imperio si paragonava al sole ed il sacerdozio alla luna, poiché intorno all'esterior polizia ecclesiastica tutto il lume e la possanza gli veniva somministrata dall'Imperio che gli dava potere e giurisdizione. E Giustiniano imperatore, calcando le orme istesse, presedé alle cose esterne della Chiesa, non meno che all'Imperio; ed a' suoi dì, più che in altri tempi, si vide aver egli congiunto e restituito all'Imperio il pontificato, prendendo cura del governo della Chiesa e sopratutto attendendo che fossero osservati li sacri ed antichi canoni de' Padri, stabiliti ne' concili ed avvalorati dalle leggi degli imperatori, perché da' popoli fossero esattamente ubbiditi, non avendo la Chiesa altre armi che la persuasione per fargli osservare, non già con stringimento ed impero alcuno, che era tutto degl'imperatori e suoi magistrati. Quindi, costituiti i vescovi come loro vicari, mandavano a' medesimi il pallio, ch'era l'insegna dell'autorità che gli conferivano sopra le loro provincie quando gl'innalzavano a primati e metropolitani. Non altrimenti di ciò che praticavasi co' sommi sacerdoti degli Ebrei, quando, avendo i Romani soggiogata la Palestina, Pompeo Magno eleggeva i sommi sacerdoti. Ridotta la Giudea in provincia, ancorché l'imperator Claudio avesse permesso che i Giudei vivessero colle stesse lor leggi ed usi patrii, con tutto ciò serbaronsi gl'imperatori romani la somma potestà sopra la polizia delle loro sinagoghe, prescrivendo agli archisinagoghi leggi, com'è chiaro dal Codice teodosiano 1....; ed Erode da Claudio impetrò questa facoltà: di potergli creare, ma per sua concessione, siccome narra Giuseppe, lib. 2, c. I, il quale al libro 15, c. ult. et 20, c.I, ci rende ancor testimonianza che l'investitura, la stola e gli altri ornamenti del sommo sacerdote davansi al medesimo da' Romani; le quali insegne si custodivano per ciò nella Torre Antonina. E dell'imperator Giustiniano èvvene miracolosamente rimaso vestigio della concessione del pallio del vescovo arelatense, del quale favellaremo a più opportuno luogo. Pietro di Marca, De concord.... et Imp., lib. 6, cap. 6, n° 2, non può negare che questa potestà vicaria si concedeva quando si dava il pallio col consenso dell'imperatore, poiché (e' dice) il pallio, essendo «genus imperialis indumenti, concedi non poterat absque consensu imperatoris», l'uso del quale dagli imperatori essere stato concesso a' patriarchi, da' quali fu comunicato a' metropolitani. Cristiano Lupo, De appellationibus ad Cathedram S. Petri, dissert. 2, cap. 8, proponendo il problema: «Num pallium metropolitae aut primatis sit imperiale donum?», ci dà presta risoluzione, e vuol che no; ma dovendo rispondere agl'invincibili argomenti del Marca, se stesso intriga ed infelicemente ci riesce; anzi, trattando quell'arcivescovo con molta acerbità, secondo il solito stile de' romani scrittori, fondasi più nell'invettive ed inutili declamazioni e vane ciarle, che in argomenti solidi e vigorosi. Ma di ciò altrove più distesamente si terrà conto quando ci toccherà favellare del pallio mandato al vescovo d'Arelate a' tempi di Giustiniano Magno.

 




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