CAP. II
Come, dopo la conversione di Costantino, la
sopraintendenza de' vescovi molto più veloce che prima corresse verso la
dominazione, per l'autorità, lustro e splendor che gli diede, e fosse quindi
sorta fra' ministri della Chiesa una più
ampia e maestosa gerarchia di metropoliti, primati ed esarchi, ovvero
patriarchi, corrispondenti a' magistrati dell'Imperio.
Dopo avere nella maniera già detta Costantino abbracciata la
religione cristiana, posto in riposo e tranquillità le chiese, arricchitele di
suppellettili e di poderi, e resele capaci di acquistar legati ed eredità, i
vescovi che vi presedevano si videro in un maggier splendore ed in una più ampia e nobile gerarchia; poiché, oltre di render le loro chiese capaci di acquistar beni
temporali, Costantino gli onorò ed
ebbegli in molta stima e rispetto; e non pur resegli venerandi, ma gli ornò pure anche nell'esterno
d'abiti maestosi e di reali insigne,
perché al popolo si rendessero più augusti e rispettosi. Di molti ornamenti adornò i vescovi delle
sedi maggiori, specialmente quello di
Roma, che non concedevansi prima se non a' patrizi ed a' primi
personaggi dell'Imperio. Se si dovesse prestar fede a quel finto decreto della favolosa donazione di Costantino, che inserì Graziano nel suo Decreto, Dist. 96, can. 14, dovremmo
ancor dire che fra le decorose
insegne fosse stato anche il pallio, fulgentissimo
e pomposo manto imperiale; poiché fra' molti vari e discordanti istromenti di questa donazione che si
leggono presso più scrittori, in uno di essi, rapportato da Balsamone,
si legge che Costantino concedé a Silvestro
papa il pallio. Di che anche ce ne renderebbe
testimonianza il Libro pontificale,
che va attorno sotto il nome di
Damaso, nel quale si parla dell'uso del pallio ch'ebbe il vescovo d'Ostia, vivente ancor l'imperator
Costantino Magno. Ma come che oggi abbastanza si è dimostrato che quel
finto istromento di donazione fu fabbricato
molti secoli dopo Constantino, e quel
Libro pontificale, secondo che i dotti han pur fatto conoscere, non merita alcuna fede, sopra fondamenti sì deboli
e ruinosi non è da por molta fidanza.
Ma ciò che dee da ciò dedursi è che da otto secoli, finché non si fosse scoperta la
falsità di questo istromento, degli
atti di Silvestro papa, e del Libro
pontificale attribuito a
Damaso, la Chiesa romana ebbe questa credenza, che il pallio fosse vestimento imperiale concesso a' pontefici
romani per dono degli imperatori,
della quale fu cotanto persuasa che fece inserire fino nel Decreto di Graziano
quest'apocrifo istromento. Quel che è
certo si è che, avendo Costantino presa cura e governo della Chiesa per ciò che riguarda l'esterior sua polizia, e
dichiaratosi perciò capo di tutti i vescovi, o egli o pure i di lui successori
cristiani imperatori ornarono i vescovi delle sedi maggiori di questo
pallio, come insegna della vicaria lor
potestà che gli concedevano in amministrare
l'esterior governo delle loro chiese, secondo quell'estensione delle diocesi o delle provincie che ad essi
sottoponevano, ora allargandone, ora
restringendone i confini. Solevano gl'imperatori d'Oriente, a' vescovi delle
sedi maggiori, i quali presedevano alle chiese delle città metropoli
dell'Imperio, concedere per questi ornamenti
ed insegne che gli mandavano molta autorità, costituendogli come loro vicari; ed il pallio era l'insegna
per la quale si dimostrava aver innalzati i vescovi in metropolitani con
distendere la lor giurisdizione oltre i
confini della propria parocchia, che ora chiamiamo diocesi.
Solevano perciò a questi
mandare il pallio, che era, non già come
ora chiamiamo, quella breve e corta stola incrocicchiata che Roma manda a' metropolitani, di moderna invenzione,
ma un manto ben ampio e talare, a
guisa di clamide, che avea molto rapporto al piviale d'oggi giorno, detto
perciò da' Latini pallium e da' Greci superhumerale, costituendogli
per queste insegne come loro vicari per ciò
che riguarda l'esterior governo e polizia ecclesiastica delle lor provincie, e dipendendo la lor
giurisdizione oltre la propria parrocchia.
Non vi è dubbio che Costantino volle in ciò troppo
intrigarsi, con farsi capo de' vescovi ed attendere con sollecitudine
all'esterior polizia della Chiesa.
Convocava egli per ciò i concili, vi presedeva e voleva sentire le contese insorte fra' vescovi. E se la faccenda si fosse ristretta alla sola disciplina esteriore,
che era sua propria incombenza, sarebbe stata comportabile; ma ciò che
in decorso di tempo portò danni gravissimi fu che anche volle di soverchio intrigarsi nelle loro vane ed inutili questioni
insorte sopra la natura di Dio, sua sussistenza ed unità, ed altre
conoscenze ed intrigate altercazioni di
oziosa sottilità delle divine persone, che non si appartenevano punto
alla semplicità di quella credenza che Cristo ci
lasciò, né conducevano alla morale e molto meno alla salute delle nostre anime. Egli fu il primo che stabilì nella
Chiesa quella separazione d'interno ed esterno. Quindi presso Eusebio leggiamo ch'egli a' vescovi solea dire: «Vos quidem in iis quae
intra Ecclesiam sunt episcopi estis.
Ego vero in iis quae extra geruntur episcopus a Deo sum constitutus». Ed
Eusebio istesso, lib. I De
vita Const., c. 37, lo chiama perciò «communem episcopum». Questa distinzione e separazione, che,
sebbene adombrata ne' due precedenti secoli,
volle ora Costantino maggiormente manifestare e stabilire tra Chiesa
interiore ed esteriore, tra disciplina interna e polizia esterna, tra
cura interna spirituale ed esterna ecclesiastica; questa separazione,
dico, a lungo andare portò all'imperio delle somme potestà conseguenze assai perniciose e deplorabili. Costantino, ammessa ch'ebbe nell'Imperio questa nuova religione,
ebbe credenza che dovesse trattarsi
come la gentile o almanco come l'ebrea; e siccome gl'imperatori gentili preser cura non men dell'una che dell'altra, poiché, nell'istesso tempo che
permettevano la giudaica agli Ebrei, vollero anche averne ispezione e
soprintendenza, così potesse anche farsi della cristiana. Nel qual inganno
agevolmente vi entrò, poiché a' suoi tempi vedeva i vescovi,
specialmente que' d'Oriente, posti in
qualche eminenza, e la Chiesa cominciava a prendere altra forma di quella nella quale Cristo ed i suoi apostoli la lasciarono. Né mancarono a' suoi dì Padri che
in ciò la confortavano e
maggiormente ce l'invogliavano, non potendosi veramente a questi tempi
sospettare che questo principio doveva recare in progresso di tempo un notabilissimo danno nell'Imperio. L'inganno e
l'errore fu veramente non men pernicioso che grande, poiché la nuova religione che Cristo lasciò in terra, e
la sua Chiesa che fondò, della quale egli se ne dichiarò capo e maestro,
non era capace, come la gentile o l'ebrea, di
esterno. Ella tutta era interna, e perciò
l'intento del fondatore fu che si abolissero tutti i riti e cerimonie esterne delli Ebrei. Non voleva tempii, né
altari, né maggioranza fra' suoi ministri. Tutta era gregge, ed egli
solo dovea esserne il guardiano ed il
supremo pastore. Voleva che si prendesse cura non de' nostri corpi, ma
delle sole anime, ed esser guidate e rette a guisa di mandre di pecore, delle
quali i ministri fossero i suoi pastori,
perché l'ovile era suo, e non ch'essi ne fossero i padroni. Egli solo essendo
il signore delle nostre anime, il governo adunque dovea esser tutto spirituale,
come riguardante la mondezza ed illibatezza de' costumi, perché si arrivasse a
quella perfezione necessaria per esser introdotti nel celeste regno, del quale
ci fece eredi; i riti pochi, semplici
e schietti, né ricercati assolutamente per
necessari, potendo per i medesimi supplire la fede, la carità e la speranza, siccome si è dimostrato nel
precedente libro, nella prima parte al capitolo primo. Non vi era
bisogno di ricca suppellettile, non di superbi ornamenti e pomposi ammanti, non
di molti ministri, non di tempii, non
d'altari, non di liturgie; bastava una casa dove convenire, un cenacolo, una
mensa per celebrare in commemorazione
della sua passione e morte la cena: in breve, un poco di pane e di vino per la cena, ed un poco di acqua per lo battesimo.
Non richiedevasi distinzione d'abiti fra' ministri e plebe. Ciascuno vestiva
come tutti gli altri, fossero stati vescovi, preti, diaconi o laici. Ciocché durò per tutto il 4° secolo, siccome ha ben dimostrato in fra gli altri ultimamente Bingamo, Orig.
eccles., lib. 6, cap. 4, § 18, 19 et 20. Nelle
obblazioni e distribuzioni dell'elemosine tutto regolava la carità,
siccome la mansuetudine nelle censure e
correzioni. Tutto in breve consisteva nell'interno, in esortazioni,
consigli, preghiere, sermoni, niente la Chiesa avendo d'imperio, sicché gli fosse bisogno di forma estrinseca
di gerarchia, di tribunali, di
magistrati e di littori. Non avendo riti operosi e molto meno multiplici e
pomposi, bastavano pochi ministri, perché tutte le cose di Chiesa potessero perfettamente adempirsi. «Presbyteris» solea
dire S. Epifanio «opus erat et diaconis; per hos enim duos ecclesiastica compleri possunt»; onde non era da pensar molto all'esterno di questa nuova Chiesa e religione.
Ma Costantino, che non
la ritrovò così, cioè come Cristo e gli apostoli la lasciarono, si credette, e ne fu facilmente persuaso, che
ammettendola nell'Imperio e permettendo che pubblicamente potessero tutti professarla, che se gli dovesse
dare una speciosa e magnifica
apparenza. Quindi avvenne che il nome di patriarca, che davasi a' sommi
sacerdoti degli Ebrei, si fosse trasportato nel 4° e 5° secolo a' primati ed arcivescovi de' cristiani, siccome apponendosi al vero fu avvertito da Bingamo, Orig. eccl.,
lib. 2, cap. 17, § 4,
e che i sacerdoti de' cristiani non dovessero esser riputati inferiori di
quelli degli Ebrei o de' gentili, siccome i loro tempii ed altari, ed i ministri che vi doveano
soprintendere, fossero non men numerosi che autorevoli e maestosi. Sopra
i quali, dandosi ora alla Chiesa questa
nobile e magnifica apparenza, dovesser gl'imperatori presedere ed invigilare, siccome i vescovi
nell'interno della medesima, così essi nell'esterno. Quindi, a
somiglianza degl'imperatori gentili a
riguardo della pagana, volle esser riputato Costantino verso la cristiana; onde avvenne che presso gli istessi
imperatori cristiani, suoi successori, per lungo tempo, infino a Graziano, si
fosse ritenuto il titolo di pontefice massimo, dichiarandosi essi capi e
moderatori degli affari ecclesiastici, siccome ce ne rende eziandio certi Socrate, il quale nel proemio del lib. 5 della sua
Istoria eccles. scrisse: «Ex illo tempore quo imperatores
christiani esse coeperunt, Ecclesiae negotia ex illorum nutu pendere
visa sunt; atque adeo maxima concilia de
eorum scientia et convocata fuere et adhuc convocantur». Quindi anticamente facevasi paragone tutto opposto di ciò che poi Innocenzo III ne fece di due luminari. L'Imperio si paragonava al sole ed il sacerdozio alla luna,
poiché intorno all'esterior polizia ecclesiastica tutto il lume e la possanza
gli veniva somministrata dall'Imperio che gli dava potere e
giurisdizione. E Giustiniano imperatore, calcando le orme istesse, presedé alle
cose esterne della Chiesa, non meno che
all'Imperio; ed a' suoi dì, più che in altri tempi, si vide aver egli
congiunto e restituito all'Imperio il
pontificato, prendendo cura del governo della Chiesa e sopratutto
attendendo che fossero osservati li sacri ed antichi canoni de' Padri, stabiliti ne' concili ed avvalorati dalle leggi degli imperatori, perché da' popoli fossero
esattamente ubbiditi, non avendo la
Chiesa altre armi che la persuasione per fargli osservare, non già con stringimento ed impero alcuno, che era
tutto degl'imperatori e suoi magistrati. Quindi, costituiti i vescovi
come loro vicari, mandavano a' medesimi il
pallio, ch'era l'insegna dell'autorità
che gli conferivano sopra le loro provincie quando gl'innalzavano a
primati e metropolitani. Non altrimenti di ciò che praticavasi co' sommi
sacerdoti degli Ebrei, quando, avendo i Romani soggiogata la Palestina, Pompeo Magno eleggeva i sommi sacerdoti. Ridotta
la Giudea in provincia, ancorché l'imperator Claudio avesse permesso che i Giudei vivessero colle stesse lor leggi ed usi patrii, con tutto ciò serbaronsi gl'imperatori
romani la somma potestà sopra la
polizia delle loro sinagoghe, prescrivendo agli archisinagoghi leggi, com'è
chiaro dal Codice teodosiano 1....; ed
Erode da Claudio impetrò questa facoltà: di potergli creare, ma per sua
concessione, siccome narra Giuseppe, lib. 2, c. I, il quale al libro 15, c.
ult. et 20, c.I, ci rende ancor
testimonianza che l'investitura, la stola e gli altri ornamenti del sommo
sacerdote davansi al medesimo da'
Romani; le quali insegne si
custodivano per ciò nella Torre Antonina. E dell'imperator Giustiniano
èvvene miracolosamente rimaso vestigio della
concessione del pallio del vescovo
arelatense, del quale favellaremo a più opportuno luogo. Pietro di Marca, De concord.... et Imp., lib.
6, cap. 6, n° 2, non può negare
che questa potestà vicaria si concedeva quando si dava il pallio col consenso dell'imperatore, poiché (e' dice) il pallio, essendo «genus imperialis indumenti, concedi non
poterat absque consensu
imperatoris», l'uso del quale dagli imperatori essere stato concesso a' patriarchi, da' quali fu comunicato a'
metropolitani. Cristiano Lupo,
De appellationibus ad Cathedram S. Petri,
dissert. 2, cap. 8, proponendo il problema: «Num pallium metropolitae aut primatis sit imperiale donum?», ci dà
presta risoluzione, e vuol che no; ma dovendo rispondere agl'invincibili
argomenti del Marca, se stesso intriga ed infelicemente ci riesce; anzi, trattando quell'arcivescovo con molta acerbità, secondo
il solito stile de' romani scrittori, fondasi più nell'invettive ed
inutili declamazioni e vane ciarle, che in
argomenti solidi e vigorosi. Ma di ciò altrove più distesamente si terrà
conto quando ci toccherà favellare del pallio mandato al vescovo d'Arelate a'
tempi di Giustiniano Magno.
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