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Pietro Giannone
Il Triregno

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  • LIBRO TERZO DEL REGNO PAPALE
    • PERIODO SECONDO DALLA CONVERSIONE DI COSTANTINO M. INFINO ALLA MORTE DELL'IMPERATOR GIUSTINIANO IL GRANDE E PONTIFICATO DI GREGORIO MAGNO
      • CAP. V Come nel V e VI secolo, sotto gl'altri imperatori cristiani successori di Costantino Magno, si fosse variata quest'esterior polizia per i favori e prerogative che i medesimi concedettero a Costantinopoli dichiarandola «nuova Roma», sede e capo dell'Imperio d'Oriente, pareggiando per conseguenza il suo vescovo a quello dell'«antica Roma», sede dell'Imperio d'Occidente.
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CAP. V
Come nel V e VI secolo, sotto gl'altri imperatori cristiani successori di Costantino Magno, si fosse variata quest'esterior polizia per i favori e prerogative che i medesimi concedettero a Costantinopoli dichiarandola «nuova Roma», sede e capo dell'Imperio d'Oriente, pareggiando per conseguenza il suo vescovo a quello dell'«antica Roma», sede dell'Imperio d'Occidente.

Essendo piacciuto a Costantino Magno, dopo ch'ebbe abbracciata la religione cristiana, d'introdurre nella Chiesa questa distinzione di polizia spirituale ed interna, e di polizia temporale ed esterna, volendone egli dell'esterna prenderne cura e pensiere con dichiararsene capo e moderatore, conformandola alla polizia dell'Imperio, doveva per conseguenza esser sottoposta a cangiamenti e variazione, siccome era soggetta quella dell'Imperio. All'incontro, la Chiesa spirituale ed interna che Cristo fondò non è sottoposta a variazione alcuna, sempre fu e sarà la stessa, immutabile e ferma; anzi i cieli e la terra non pur s'immuteranno, ma passeranno, ma la sua divina parola perdurerà in eterno. Uno è il vescovado di questa Chiesa in tutto il mondo, non diviso in provincie e nazioni, ed ogni vescovo o prete possono reggerla e governarla da per tutto e scorrerla in ogni clima, siccome fecero gl'appostoli ed i loro discepoli, senza che vi sia chi possa porgli argine o confine. Ella, di pochi e semplici riti è contenuta ed i suoi precetti sono pur piani, schietti e facili, che da ogni rustico e uom di villa, e da ogni vile e semplice feminetta possono apprendersi. Quanto appare di fuori di pomposo, operoso, maestoso ed esterno non s'appartiene punto a lei, ma tutto il resto che dipende da forme estrinseche ed umane vicende e provvedimenti, sta per conseguenza sottoposto a variazioni e cangiamenti.

Ben i successi de' secoli seguenti hanno questa verità manifestata, e specialmente da ciò ch'ora ravvisaremo ne' due vescovi di Roma e di Costantinopoli si farà maggiormente chiaro e palese. Questi due vescovi in discorso di tempo innalzarono le loro sedi sopra tutti gl'altri; il romano ed il constantinopolitano; ma con questa differenza, che il romano con sottili ingegni e finissime arti distese i suoi confini e si sottopose l'altrui diocesi, non potendo allegar per sé altri titoli che l'usurpazione; all'incontro il constantinopolitano allega per sé le leggi ed il favore degl'imperatori d'Oriente che lo stabilirono, ed i concili che glielo confermarono. I pontefici romani non devono ad altro questo loro ingrandimento che alla propria industria, ingegno ed accortezza, colla quale seppero poi tirar anche a sé i favori de' creduli principi ed imperatori, siccome si vedrà chiaro più innanzi. È ancor da notare un'altra differenza fra l'uno e l'altro. I patriarchi d'Oriente, come l'alessandrino, l'antiocheno e l'efesino, quel di Cesarea ed il costantinopolitano, sebbene non fossero sottoposti al romano, ma si mantennero nella loro antica libertà, nella quale i canoni e le leggi degl'imperatori l'avevano posto; da poi il cesariense, quel d'Eraclea e l'efesino passarono sotto quello di Constantinopoli, e questi finalmente, negl'ultimi tempi, fu pure manomesso. Ma gl'esarchi d'Occidente, come quel di Milano, di Sirmio e tutti gl'altri primati e metropolitani delle Gallie, Spagna e Brettagna, furono tutti dal romano soggiogati e manomessi, e questi da niuno giammai. I princìpi di tali ingrandimenti, non meno di quello di Roma che di Costantinopoli, sebbene cominciarono nel finir del IV secolo, nel V però e nel VI si videro maggiormente stabiliti, e specialmente sotto Giustiniano Magno, il quale per sue Costituzioni e Novelle regolò poi questa nuova ecclesiastica lor polizia.

Il vescovo di Bisanzio prima non era che un semplice suffraganeo del vescovo d'Eraclea, il quale anche come esarca presedeva in tutta la Traccia, secondo ch'è manifesto dall'epist. I di Gelasio. Si è veduto che in Oriente i più celebri ed eminenti patriarchi furono due: l'alessandrino e l'antiocheno. Quello d'Alessandria teneva il secondo luogo dopo il patriarca di Roma, forse perché Alessandria dopo Roma era riputata la seconda città del mondo. L'altro d'Antiochia teneva il terzo luogo, riguardevole ancora per la memoria che serbava d'avervi S. Pietro, capo degl'appostoli, tenuta la sua prima cattedra. Così le tre parti del mondo tre Chiese parimente riconobbero sopra tutte l'altre celebri ed eminenti: l'Occidente quella di Roma, l'Oriente quella d'Antiochia ed il Mezzogiorno quella d’Alessandria. Non è però,come s’è veduto, che sopra tutta Europa esercitasse la sua potestà esarcale quello di Roma, ovvero quello d'Antiochia per tutta l'Asia e l'altro d'Alessandria in tutta l'Affrica. La potestà di ciascuno non oltrepassava i confini della diocesi a sé sottoposta. Le altre diocesi ubbidivano agl'esarchi propri, e molti altri luoghi ebbero ancora i loro vescovi autocefali, cioè a niuno sottoposti. Tali furono, siccome s'è detto, i vescovi di Cartagine e Cipro; tali furono un tempo nell'Occidente i vescovi della Gallia, della Spagna, della Germania, Brettagna e delle più rimote regioni. Le chiese de' barbari certamente non furono soggette ad alcun patriarca, ma si governavano da' loro propri vescovi. Così le chiese d'Etiopia, della Persia, dell'Indie e dell'altre regioni, ch'erano fuori del romano Imperio, da' loro propri sacerdoti venivano governate e rette.

Ma ecco ora come, verso la fine del IV secolo, cominciasse il vescovo di Constantinopoli a sottrarsi non pure dal vescovo di Eraclea, ma ad appropriare a sé tutta la Tracia ch'era a quello sottoposta. Renduta Costantinopoli sede degl'imperatori e capo dell'Imperio d'Oriente, fu riputata la seconda Roma e la seconda città del mondo; onde il suo vescovo cominciò anch'egli ad estollere il capo ed a scuotere il giogo del proprio metropolitano. Innalzata adunque questa città dagl'imperatori, e secondando la polizia della Chiesa quella dell'Imperio, ecco che nel concilio primo costantinopolitano, convocato nell'anno 381 per commandamento di Teodosio Magno, furono conceduti al suo vescovo i primi onori dopo quello di Roma; e non per altra ragione, siccome s'esprime nel canone III: «Constantinopolitanus episcopus habeat priores honoris partes post romanum episcopum. Eo quod sit ipsa nova Roma». Così, quando prima, dopo il romano i primi onori erano del patriarca d'Alessandria, sottentra ora quello di Costantinopoli ad occupare il suo luogo. Egli è vero, come ben prova Dupino, loc. cit., che i soli onori furono a lui dal concilio conceduti, non già veruna patriarcale giurisdizione sopra le tre diocesi autocefali, quali erano la Tracia, l'Asia e Ponto; ma tanto bastò che col spezioso pretesto di quest'onori cominciasse egli le sue intraprese, non altrimenti che il romano, il qual, per esser il primo fra' vescovi d'Europa, fece sopra l'altre diocesi d'Occidente maravigliosi acquisti. Non passò adunque gran tempo che invase la Tracia, ed esercitando ivi le ragioni esarcali, si rendé esarca di quella diocesi, ed oscurò le ragioni del vescovo d'Eraclea. Dopo essersi stabilito nella Tracia, invade le vicine diocesi, cioè l'asiana e pontica, ed infine al suo patriarcato le sottopone. Non in un tratto le sorprende, ma di tempo in tempo col favor degl'imperatori e de' concili, che, fatti convocare da' Cesari, maggiormente stabilirono a' vescovi costantinopolitani tanta autorità. Infra gl'altri S. Giov. Grisostomo non si quietò se non intieramente le occupasse. Onde infine venne ad appropriarsi non solo la potestà d'ordinar egli i metropolitani dell'Asia e di Ponto, ma ottenne legge dall'imperatore che niuno senza autorità del patriarca di Costantinopoli potesse ordinarsi vescovo; sicché, coll'appoggio di questa legge, si fece lecito poi ordinare anche i semplici vescovi di tutte tre queste diocesi. Narra Sozomeno, Hist. eccl., lib. VIII, cap. VI, che Crisostomo, portatosi in Efeso, convocò ivi nel 401 un sinodo di settanta vescovi e depose tredeci vescovi simoniaci, parte della Licia e Frigia, e parte dell'Asia istessa, e sostituì in lor luogo altri. Valesio, in Not. ad Sozom., e Dupino, Biblioth., vol. III, in Vita Chrisost., emendano il numero de' vescovi deposti rapportato da Sozomeno, ed invece di tredici narrano che non fossero più di sei. E perché il trono costantinopolitano fosse in ciò maggiormente stabilito, ed i suoi vescovi fossero più sicuri e rendessero più ferme le loro conquiste, si fecero confermare questa prattica da più editti degl'imperatori, rapportati da Liberato, in Breviar., c. XIII, e, quel che è più, dal concilio di Calcedonia, convocato in Bitinia per comando dell'imperatore nell'anno 451:, dove, addattando quelle medesime ragioni dell'antica Roma alla nuova nel canone XXVIII fu stabilito: «Sanctorum Patrum decreta ubique sequentes, et canonem, qui nuper lectus est, centum et quinquaginta Dei amantissimorum episcoporum agnoscentes, eadem quoque et nos decernimus et statuimus de privilegiis sanctissimae Ecclesiae Constantinopolis novae Romae. Etenim antiquae Romae throno, quod urbs illa imperaret, iure patres privilegia tribuerunt. Et eadem consideratione moti centum quinquaginta Dei amantissimi episcopi sanctissimo novae Romae throno aequalia privilegia tribuerunt, recte iudicantes urbem, quae et imperio et senatu honorata sit, et aequalibus cum antiquissima regina Roma privilegiis fruatur, etiam in rebus ecclesiasticis, non secus ac illam extolli ac magnifieri, secundam post illam existentem: ut et ponticae et asianae et thraciae dioecesis metropolitani soli, praeterea episcopi praedictarum dioecesium quae sunt inter barbaros a praedicto throno sanctissimae constantinopolitanae Ecclesiae ordinentur; unoquoque scilicet praedictarum dioecesium metropolitano, cum provinciae episcopis, provinciae episcopos ordinante, quemadmodum divinis canonibus est traditum. Ordinari autem, sicut dictum est, praedictarum dioecesium a constantinopolitano archiepiscopo, convenientibus de more electionibus et ad ipsum relatis».

I pontefici romani, non potendo soffrire un tanto ingrandimento ci si opposero con molto vigore; infra gl'altri Leone il Santo, che si acquistò il sopranome di Magno, gliele contrastò audacemente.Il consimile fecero i suoi successori, e sopra tutti papa Gelasio, che tenne la cattedra di Roma dall'anno 492 insino all'anno 496, scrivendone e portandone aspre doglianze dapertutto, siccome è manifesto dalle sue epistole IV e XIII ad episcopos» Ma tutti i loro sforzi riuscirono vani, poiché, tenendo i patriarchi di Costantinopoli tutto il favor degl'imperatori, fu loro sempre non meno confermato il secondo grado d'onore dopo il patriarca di Roma che la giurisdizione in Ponto, nell'Asia e nella Tracia. L'imperator Basilisco, in un suo editto rapportato da Evagrio, lib. III, cap. III, gliele ratificò. L'imperator Zenone fece lo stesso per una sua costituzione che si legge nel nostro Codice sotto il tit. De sacris Ecclesiis, 1. decernimus, XVI. E finalmente Giustiniano Magno, con la sua Novella 131, c. I, secondando quel che da' canoni del concilio di Calcedonia era stato statuito, comandò il medesimo. Ciocché poi fu abbracciato dal consenso della Chiesa universale, poiché, essendo stati inseriti i canoni de' concili costantinopolitano e calcedonense ne' codici de' canoni delle chiese, fu ne' seguenti secoli tenuto per costante il patriarca di Costantinopoli tener dopo il romano il secondo grado di onore.

L'ingrandimento di questo patriarca giunse a tanto che gli fu dato il titolo d'ecumenico ed universale, e fu chiamata la sua chiesa capo delle chiese. Giustiniano Magno nella Nov. VII e XXXXII chiamò Mena, Epifanio ed Antemio ecumenici ed universali patriarchi. L'imperator Lione nella Novella II e III e XII chiamò Stefano universal patriarca. Talché le querimonie che per questo titolo ne fece papa Gregorio Magno contro il patriarca Giovanni, che si faceva chiamar vescovo universale, non erano per usurpazione nuova, ma antica. E s'ingannano coloro che riputarono che i patriarchi di Costantinopoli si appropriarono questo titolo non prima de' tempi di Gregorio Magno, poiché è manifesto che fino da' tempi di Giustiniano M. era lor dato. Anzi, quest'imperatore, in una costituzione che ancor leggiamo nel suo Codice, lib. I, tit. II, c. XXIV, s'avanzò sino a chiamare la Chiesa costantinopolitana capo di tutte l'altre chiese; e non per altra ragione, che, siccome Costantinopoli era pareggiata a Roma e, per essere sede dell'imperatore, chiamavasi nuova Roma, doveva godere degl'istessi privilegi d'onore e di potestà, e delle medesime prerogative che la vecchia Roma. Onde, siccome che la romana era riputata capo di tutte l'altre chiese d'Occidente, così quella di Costantinopoli dovesse riputarsi per capo delle chiese d'Oriente. In cotal guisa questo patriarca si lasciò indietro non pur tutti gl'altri esarchi d'Oriente, ma l'alessandrino istesso e l'antiocheno. Non fu gran fatto che si lasciasse pure indietro quello di Gerusalemme, poiché questo, se si riguarda la disposizione dell'Imperio, non meritava la prerogativa non che di patriarca, ma nemmeno di esarca, essendo un semplice vescovo suffraganeo a quello di Cesarea, metropoli della Palestina; ma se gli diedero gl'onori di patriarca, poiché fin da' tempi degl'appostoli fu riputato un gran preggio il sedere in questa cattedra posta in Gerusalemme, città santa, dove Cristo istituì la sua Chiesa, e dalla quale il Vangelo per tutte l'altre parti del mondo fu disseminato. Le altre sedi maggiori d'Oriente per altre calamità sofferte, non minori di quelle di Gerusalemme, andarono sempre più in decadenza, poiché non solo per le frequenti scorrerie de' barbari che invasero le loro diocesi, ma assai più per le sedizioni e contrasti che sovente insorsero fra i vescovi maggiori intorno all'elezioni ed intorno alla dottrina ed alla disciplina, perderono il loro antico lustro e splendore, sicché da poi si cominciarono a numerare le sedi patriarcali con quest'ordine: la romana, la costantinopolitana, l'alessandrina, l'antiochena e la gerosolimitana. Quest'ordine tenne  il concilio di Costantinopoli celebrato nell'anno 536: questo medesimo tenne Giustiniano Magno nel Codice e nelle sue Novelle, e tennero da poi tutti gl'altri scrittori non meno greci che latini. Non era però ristretto a questi tempi il nome di patriarca a soli questi cinque. Alcune volte solea darsi per encomio anche ad insigni metropolitani, siccome nel mentovato concilio di Costantinopoli si diede anche ad Epifanio vescovo di Tiro; e Giustiniano, così nel Codice come nelle Novelle, dà generalmente questo nome agl'esarchi che avevano il governo di qualche diocesi. Ma non tardò guari che in Oriente si restrinse pur questo nome a que' soli cinque. Non così in Occidente, poiché, fino al IX e X secolo, si diede in Italia ed in Francia anche a' più insigni e celebri metropolitani ovvero primati.

A ragione i pontefici romani erano gelosi e tanto solleciti per impedire l'ingrandimento de' vescovi costantinopolitani, non pur perché non fossero interrotti i propri ingrandimenti sopra le provincie d'Occidente, ch'essi, non meno che que' facevano in Oriente, procurando distendere ed ampliare i loro confini; ma anche perché, ingrandito soverchio il patriarcato di Costantinopoli, non questi attendesse sopra le sue provincie, siccome l'evento dimostrò non esser stati vani ed intempestivi i loro sospetti e timori, poiché, come vedremo, invasero infino la Sicilia e la Calabria, provincie al vicariato di Roma attribuite.

Il vescovo di Roma aveva forse più speziosi pretesti e colori che non quello di Costantinopoli; ma non ebbe gl'imperatori così favorevoli come l'ebbe quello di Costantinopoli. Non se gli contrastava il primo onore per ragion della sua cattedra stabilita in Roma, città un tempo capo del mondo, sicché per le ragioni stesse, confondendosi a bello studio questa prerogativa d'esser il primo fra' vescovi colla potestà esarcale, ch'esercitava nelle chiese suburbicarie comprese nel vicariato di Roma, cominciò pure ad invadere le altrui provincie, non pur quelle sottoposte al vescovo di Milano, come esarca del vicariato d'Italia, ma sopra tutte l'altre provincie d'Occidente; ma i fondamenti del suo ingrandimento non si appoggiavano alle leggi degl'imperatori, ma ad altre argutezze e sottili invenzioni, quali i pontefici romani, nella decadenza dell'Imperio d'Occidente, e più per l'ignoranza e superstizione de' popoli, sopragiunta ne' seguenti secoli in queste provincie per l'irruzione di straniere nazioni incolte e barbare, se le fecero in discorso di tempo ben valere, siccome si vedrà chiaro nel capitolo seguente e nel progresso di questo libro.




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