III
AL
MOLTO MAGNIFICO SIGNOR
FILIPPO
STROZZI IN BOLOGNA
Io vi scrissi oggi per il vostro
servidore quanto mi
occorreva, e dipoi ho una di mio fratello di costí, e una di messer Salvestro, per la quale mi par vedere che si speri poco in questa gita de’
reverendissimi, e piú presto si dubiti che non sia dato lor parole
per tenerli a bada. La qual cosa
se noi sapessimo usare, non crederei si facessi
danno alcuno: prima perché questo cercare
di tenere a bada dà indizio della debolezza loro, ché infatti si debban trovare senza denari e senza comodità di farne; dipoi questa gita de’
reverendissimi non può fare che buon effetto, ché scoprirà pur l’animo de e cittadini, confermando i
buoni e dando animo a’ dubbî. Imperò
bisognerebbe che subito conoscessino di
non poter far frutto con le parole
sole (che in quattro ore lo posson conoscere), si deliberassino di
eseguire in tanta prestezza gl’altri apparati che riacquistassino il tempo perso in far questa prova, e voi che siate presto dalla banda di
qua, e loro da quella di là: in un momento v’insignoriresti del dominio, perché,
se gl’è vero quel che io ritraggo,
ne’ sudditi è un desiderio inestimabile di levarse da dosso questi pesi che li sono stati messi da’ dubbî, e cosí non men
di noi desiderono la libertà, e cosí
non aspettano altro che la nostra
andata. E quando noi fussimo certi di
non ci avere a insignorire della terra, l’insignorirsi del contado
sarebbe tale acquisto che noi potremmo
fermamente pensare che il re avessi a metter le mani di sorte in questa impresa da vincerla in ogni modo. Però se voi potessi
in qualche via ricordare a’ reverendissimi che non perdessino questa occasione, e non si lasciassin dar parole, ma cavatone quel construtto che si può dell’intenzion degl’uomini, subito
spacciassino a far quelle genti che
si può dire sieno in essere,
forse sarebbe buono. Io so che i
reverendissimi e voi avete considerato,
prima e molto meglio di me, tutte queste cose; imperò il desiderio che
le cose nostre succedin bene non mi lassa
vivere, ed è forza che vi scriva tutto
quello che mi s’occorre. Sí che abbiate pazienza.
Io scrivo a Giuliano che del venire o dello stare segua quello che voi li
ordinate. Il Zeffo ha un rispetto che non mi par che vagli a niente; voi l’intenderete da lui.
Io vi prego che,
avendovi io per padre, abbiate lui per figliolo.
Io desidererei, e massime se vi
fussi facil cosa, che
scrivendo alli imbasciatori francesi operassi
che gli scrivessino al conte (o veramente
parlassino a bocca al suo agente, che adesso si trova là) come io mi lodo tanto del fatto suo, e che lo laudassino e lo confortassino al seguitare
come cosa che fussi essere accetta al
re. Ché se bene il conte mi fa assai
carezze, pur questo stare io tanto e il non succedere delle cose nostre in quel modo che ci si era proposto, forse lo
potrebbe arraffreddare. E io veggo
che non ha cosa piú cara che queste
frecagione, e io non lo possendo ristorare in altro, cerco di
satisfarlo in questo; e so che voi
avete tanta dimestichezza con quelli
oratori, che vi sarà facil
cosa l’impetrarla, e a me sarà
servizio grande. Ch’altro non mi occorre.
Sto aspettare con gran desiderio
d’intendere che i
cardinali abbin fatto qualche buon’opera, e se
non la fanno loro che la facciate voi senza metter tempo in mezzo. E a V.S. mi
raccomando.
Dalla Mirandola, alli 22 di gennaio
1536.
Vostro come figliolo
Lorenzo Medici