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Lorenzino de' Medici
Apologia e lettere

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    • V   A FRANCESCO DI RAFFAELLO DE’ MEDICI LORENZINO DI PIERFRANCESCO DE’ MEDICI
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V

 

A FRANCESCO DI RAFFAELLO

DE’ MEDICI

LORENZINO DI PIERFRANCESCO

DE’ MEDICI

 

Da poi che io mi partii di Firenze, io non ho scritto mai a persona, pensando, come in simili casi suole intervenire, che a certi sia paruto bene quello che ho fatto, e a cert’altri male. Però giudicando che con quelli ai quali ne paresse bene non accadesse giustificarmi, con questi altri mi pareva tempo perso: perché, non li movendo il fatto, non potevo sperare di far frutto con le parole. Ma sapend’io quanto bene voi mi volete e quanto potete credere che io ne voglia a voi, in qualunche modo la cosa vi sia referta, mi è parso di farvi intendere l’animo mio, perché voi abbiate questo contento di sapere d’avere un amico al quale non paia aver fatto niente né portato alcun pericolo rispetto a quelli che egli è pronto a portare in servizio della patria, e acciò che voi mi difendiate contro a quelli a’ quali pare che io abbia fatto bene ma mi sia mal governato, e mi dannano di poco animo o di poco giudizio. Perché, se considereranno bene, vedranno che io non potevo far altro di quello che ho fatto, perché voi vi potete immaginare che dura cosa sia conferire con persona tali segreti; ma di quelle diligenze che potevo usare non ne mancai di nessuno, cioè d’intendere l’animo di tutti quelli che mi parevono d’importanza e che io tenevo certo che non avessino in tal caso a mancare alla patria, massimamente che, lasciandosi intendere sí scopertamente allora che il tiranno era vivo, non potevo credere che, morto, avessino a mancare a loro medesimi.

Di averlo o non averlo fatto in tempo non mi pare di parlarne, perché queste son cose che bisogna farle quando si può e non quando si vuole. Ancora che, disputandola, le ragioni son per me: perché il farlo innanzi o adesso, quando le cose di Cesare  erono in fiore e che egli era in Italia o tornava vincitore d’Affrica, pareva un dare occasione a chi non amava la libertà di volersi servire di quella paura per coperta del malanimo suo; nel differire s’incorreva in pericoli infiniti, o piú tosto nella rovina manifesta della città, ché sapete non si pensava ad altro che a porre gravezze e a spendere senza profitto alcuno. E nell’avere eletto tempo che il signore Alessandro Vitelli era fuora, mi pare aver data grande occasione a quei cittadini di pigliare la superiorità della città e di poter pensare di disporre il prefato signore per qualche verso.

Circa all’essermi fuggito e il non avere chiamato i cittadini e l’aver mancato di una certa diligenza dopo il fatto, scusimi quello che è seguito dopo, che dimostra non solo che io non arei giovato alla patria in conto alcuno, ma vi arei messo la vita; la quale io riserbo pur salva per impiegarla un’altra volta in suo servizio. E ancora che io avessi in animo di farlo, il sangue che mi usciva in quantità straordinaria di una mano che mi era stata morsa, mi fece temere che nell’andare attorno non si manifestasse quello che bisognava tener segreto un pezzo, volendo far cosa buona. E cosí mi risolvetti a uscir fuori di Firenze; dove io non mancai di tutte quelle diligenze che io potetti. Ma la mia mala sorte volse che il primo ch’io scontrai non mi credette; e cosí ebbi a perder tempo e spingermi piú innanzi per trovare chi mi credessi. Dipoi n’andai alla Mirandola per sollecitare se niente si facessi; e con qualche pericolo mi messi a passare per luoghi sospetti, tenendo sempre ferma speranza che la cosa non potesse cascare se non in piede. Perché non mi pareva possibile che, dopo tanti mali, noi non avessimo a pensare di essere uniti, massime sapendo che i capi tendevono a questo: di vivere in modo che ognuno avessi il luogo suo. E pareva che, spenta ogni sospizione di tirannide, questo ne avesse a succedere facilissimamente. E certo ne succedeva, se si avesse avuto fede l’uno nell’altro, e pensato che gli uomini da bene vogliono prima che tutte l’altre cose il bene della patria loro, e non ricuoprono i loro appetiti con dir di far quello che fanno per non poter far meglio. Nondimeno io ho speranza che un d’i meglio informati del vero s’abbia per se stesso a medicare quest’ulcere, innanzi che egli incancherisca e che egli abbia bisogno di piú gagliardi rimedî: ché sapete che le medicine potenti nel levare il tristo menano con loro assai del buono, tanto che io sto in dubbio se io desidero piú presto il male che la medicina, atteso la miseria in che è ridotta cotesta povera città e suo dominio.

Ma, con tutte queste cose, io non mi dolgo della mia sorte, parendomi aver mostrato al mondo quale sia la mia mente, e alla patria in qualche modo sodisfatto; e non mi pare d’aver fatto troppa perdita sendo privo d’una patria dove si tiene sí poco conto della libertà, avendo pure questa sodisfazione, di sapere che ella non possa essere sottoposta piú a cosí tristo tiranno.

S’io avessi pensato che questa lettera vi fussi per dare carico alcuno, voi potete tener per certo ch’io non ve l’arei scritta; ma non mi pare intendere che noi siamo in sí tristo termino che non si possa parlare. Imperò, letta che l’arete, ardendola, sarete sicuro che ella non vi possa nuocere; perché ella arà fatto il corso suo, ogni volta che, sfogandomi, io v’abbia mostro quella fede che ho in voi: avendo per certo che, in questo grado ch’io sono, voi non abbiate a mancare all’onor mio, anzi m’abbiate a difendere ovunque sarà di bisogno, facendo largamente fede dell’animo mio, quale io credo che v’abbiate conosciuto prima che adesso. Tale è stata l’amicizia nostra. E, senz’altro dirvi, farò qui fine, certificandovi che in ogni evento voglio esser vostro come fin qui sono stato. E a voi e a vostro padre mi raccomando.

 

Di Venezia, alli 5 di febbraio 1536 ab Incarnatione.

 




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