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Annie Vivanti
L'apollinea fiera

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Carducci mi disse: “Vuoi parlare colla Regina?”

    “Sì, caro Orcodiss’io, molto contenta.

    “Allora, aspetta qui. Vado a dirglielo”.

    E Carducci si avviò per la salita ripida e verde sopra a Gressoney la Trinité, verso un gruppo di ufficiali, brillanti nel sole in cima all’altura.

    In mezzo a loro un fluttuante velo cerulo, un bagliore di chiome dorate: era Margherita che passava in rivista le sue truppe alpine. Vestiva il pittoresco costume gressonese: breve gonna scarlatta e corsetto di velluto nero; intorno al capo un gran velo celeste.

    “Un momento! Un momento!” Corsi dietro a Carducci che si fermò. “E alla regina che cosa dovrò dire?”

    “Non tocca a te dire; sarà lei che ti parlerà. E tu, bada, di rispondere assennata e di non farmi sfigurare”.

    Carducci riprese la via; ma fatti pochi passi si fermò di nuovo e si volse a me. “Spero che frattanto non andrai a vagabondare pei boschi secondo il tuo solitoammonì severo. “Hai capito? Sta’ fin che ti chiamo”.

    “Starò qui” diss’ io. E rimasi ferma, col cuore un poco agitato; mentre vedevo allontanarsi la breve, poderosa figura col suo bastone ferrato e il gran cappello di feltro grigio alla Buffalo Bill.

    Subitamente un panico mi colse. Più lo vedevo avvicinarsi al risplendente gruppo in cima al colle e più cresceva la mia trepidazione. Pareva che la salita la facessi io, mi mancava il respiro e mi batteva rapidissimo il cuore. Laggiù a sinistra la foresta di abeti oscura e silenziosa m’invitava alla fuga.

    Allora ricordai la poesia ingleseCasabianca”, che narra del mozzo sul bastimento incendiato a cui il padre dice: “Rimani qui finch’io torno”.

 

The boy  stood on the burning deck

Whence all but he had fled ...

 

Invano i marinai dalla scialuppa gli gridano: “Vieni! Sàlvati!” Al fanciullo fu detto: “Rimani”; ed egli non si muove. Il padre non torna perché le fiamme l’hanno divorato. Ed egli non si muove e le fiamme divorano anche lui.

 

 

 

* “La Lettura” 1 agosto 1921.

 

    Avevo sempre di queste immaginazioni epico-romantiche nella mente; mi figuravo di essere l’eroina di grandiose, ineffabili avventure anche nelle circostanze più semplici e negli avvenimenti più comuni della vita.

    Questo certo non era un avvenimento comune. Parlare con una regina! Parlare con quella regina, che pareva uscita fuori – per un istante solo, in punta di piedi! –da un meraviglioso racconto delle fate, nel fluttuante velo celeste, sullo sfondo abbagliante delle Alpi nevose e del cielo!

    Vidi il gruppo dividersi per lasciare il passo al poeta. Poi si richiuse ondeggiando intorno alle due figure centrali.

    Quasi subito il gruppo nuovamente si aperse, una figura si staccò dalle altre e scese verso di me. Non era Carducci. Era un ufficiale – un colonnello d’artiglieriarisplendente e magnifico.

    Egli si fermò davanti a me presentandosi in un fiero e cavalleresco saluto.

    “Allasondisse. Ed io risposi inclinando il capo. “Sua Maestà m’incarica di condurla presso di lei”.

    “Graziemormorai tremante; e al suo fianco ascesi il verde e ripido pendìo.

    La regina mi aspettava. Accanto a lei, ritto e immobile, stava Carducci; mi parve di scorgere nel suo sguardo rivolto a me una certa trepidanza e preoccupazione. Anche gli ufficiali in cerchio guardavano tacendo. Il mio spavento crebbe. (Oh silenziosa selva d’abeti!).

    Ma la sovrana mi tendeva sorridendo la mano, e davanti a quel sorriso la mia timidezza svanì. Mi parlò. Subito mi parve d’esser sola al mondo con lei. Virtù veramente regale, ella dava, parlando, l’impressione che tutto di me le fosse noto e che nulla all’infuori di me la interessasse.

    .... Quel meriggio alla table-dhôte del Miravalle (io sedevo tra Carducci e Piero Giacosa) si parlò molto della regale udienza. Cioè io parlai poco, e Carducci non parlò affatto. – Già, egli era “d’indole orsina” e amava di tacere quando non aveva nulla d’importante a dire. – Ma Piero Giacosa raccontava molte cose; e, passando dagli eventi del mattino ad apprezzamenti generali sull’augusta dama, osservò:

   “Sì; Margherita è veramente regale. Ma è anche .... veramente donna”.

    “Perché? Come mai?” chiesero le molte signore presenti.

    Il professor Piero si volse a me.

    “Quando per la prima volta le parlai di voi e delle vostre poesie, Sua Maestà m’interruppe subito colla domanda tutta femminile: Ma…. è bella?

    In coro, io colle altre signore, chiedemmo: “E che cosa rispondeste?”

    Confesso che attesi non senza trepidanza la risposta.

    “Risposi” e Giacosa si volse a me con un affabile sorriso: “Bella? ....E’ peggio, Maestà

    “Peggio? Perché?” chiesero le signore.

    “Peggio? Che cosa vuol dire?” chiesi io non poco mortificata.

    Giacosa mi guardò di nuovo con quel sorriso. “Non ve ne lagnate. Era una risposta lusinghieradisse. E sorrisi anch’ io, assai riconfortata.

    “Era una risposta scorrettatuonò Carducci d’ improvviso. “Ella non aveva alcun diritto di fare simili apprezzamenti

    Tacemmo tutti, terrorizzati e compunti. Io non sapevo cosa fare del mio sorriso. Fortuna volle che i camerieri entrassero nella sala portando maestosamente nel nostro silenzio dei polli arrosto, supini in un’ insalata smeraldina.

    Contemplando il piatto che il cameriere mi porgeva con benigno sussiego, sentenziai con voce alta e melliflua:

 

Del pollo il vol e del tacchino il passo.

 

E presi un’ala di pollo.

    Carducci si volse di scatto con fosco cipiglio.

    “Eh? Cosa? Cos’ hai detto?”

    Io ripetei la sagace sentenza.

    “E’ una poesiaspiegai “e significa che bisogna prendere l’ala del pollo e la gamba del …”

    Carducci m’ interruppe sdegnato:

    “Ma che poesia!” esclamò, crollando le spalle con ira ed impazienza.

     Qualcuno rise (probabilmente ero io) e il temporale si dileguò.

 

*  *  *  *

 

Non fu quella l’unica volta che Carducci si adirò con Piero Giacosa, a cui tuttavia era legato da viva amicizia. Giacosa era spiritoso e brillante e amava gli scherzi.

    A Carducci gli scherzi non piacevano. O allora dovevano essere degli scherzi assolutamente puerili e semplici. Le parole ambigue e le frasi a doppio senso gli erano odiose e lo incollerivano subito.

    Già, egli sorrideva poco. E non rideva mai.

    In quello stesso pomeriggio venne nel giardino del Miravalle il conducente Ciocca da Pianazzo; teneva per le redini un cavallo da sella per una delle signore Serra-Zanetti che abitavano l’albergo. Ma poiché il tempo si guastava, la signora non volle uscire e il buon Ciocca se ne tornava via col suo cavallo allorché, uscendo dall’albergo con Carducci per andare a pranzo alla “Cascata”, io lo vidi.

    “Lascia stare quel cavallo” mi disse subito Carducci scorgendolo da lontano; poiché io avevo l’abitudine di accarezzare il muso ad ogni cavallo che vedevo. Anche in città, egli s’irritava molto a vedermi andare con mano tesa verso tutti i cavalli di brum; e sempre avvistando qualche malinconico ronzino fermo accanto al marciapiede colla testa bassa e un ginocchio ripiegato, Carducci esclamava da lontano: “Lascia stare quel cavallo”.

    Ma era impossibile lasciar stare il cavallo di Ciocca, fermo nel giardino a portata di mano, che aveva un naso marrone, lungo e aristocratico, un ciuffo tagliato a frangetta e una stella bianca in mezzo alla fronte. Poiché si andava verso Pianazzo, Ciocca mi offerse di montare ed io con entusiasmo accettai. Ma né lui né Carducci sapevano farmi montare in sella, e stavo per l’appunto ignominiosamente tentando di arrampicarmici con l’aiuto di una sedia portata da un cameriere, allorché apparve Giacosa, che accorse e con pronta destrezza mi issò in arcione.

    “Che strana sellaosservai, quand’ebbi il piede nella staffa e le redini incrociate all’inglese sulle dita. “Mi pare che vi sia un corno di troppo”.

    Giacosa rise. “Paese che vai …. corna che trovidisse. E si volse a Carducci con un sorriso. Ma “l’Orco” aveva subito assunto la sua fisonomia dei momenti foschi. Con occhi lampeggianti e feroci squadrava il professore.

    “Come sarebbe a dire?” domandò con voce fremente,

    “Sarebbe a dire niente” rispose l’ affabile Piero.

    Quella serenità parve incollerire ancor più Carducci. Lo vidi stringere le mascelle e chiudere i pugni.

    “Misericordia!...” pensai “bisogna intervenire!”. E dall’alto del mio cavallo, ricordando il successo della mattinata, sentenziai: “Del pollo il vol…”.

    Ma non essendoci alcun pollo la frase mancò totalmente il suo effetto e la collera di Carducci non si placò.

    Giacosa ebbe il cortese pensiero di allontanarsi rapidamente ed io cercai con furtivi calci di far impennare il cavallo di Ciocca onde creare una diversione. Ma il cavallo non era di quelli chesimpennano. Era un cavallo pensieroso e circospetto che ogni momento si fermava a scacciare con un calcio languido qualche mosca che lo disturbava.

    “Aspettate, Cioccadissi “questo cavallo vuol sedersi a guardare la vista. Preferisco scendere”.

    “No, no! “ eclamò Ciocca, afferrando la redine e trascinando il letargico quadrupede per la via maestra. “Stia pur su. Non abbia paura”.

    Paura! Io, che montavo come un fantino….

    Così, scortata da un lato da Carducci e dall’altro da Ciocca che mi teneva le redini, proseguimmo nel sole del tramonto; e in cuor mio pregai che nessuno c’incontrasse. Ma per fatalità tutti i villeggianti di Gressoney, di St. Jean e della Trinité parevano essersi dati convegno in quell’ora su quella strada. C’era il dottor Ry, c’era il professor Vivante, c’era il giovane Dezza, c’erano tutte le signore e le signorine della vallata. La mia vergogna era grande. “Se mi vede anche la Regina, muoiopensai.

    Ma la Regina non uscì dalla luminosa Villa Peccoz, e, come il cavallo volle, si arrivò all’albergo della Cascata. Umiliatissima mi lasciai scivolare dalla sella e misi piede a terra.

    “Tu monti molto benedisse Carducci, che aveva scordato le sue ire. “Guardandoti pensavo alle Valchirie”.

    Allora, per fargli piacere, quasi ogni giorno Ciocca portò all’albergo uno dei suoi alti ed asimmetrici bucefali ed io salivo in sella e uscivo per sentieri e praterie, mentre Carducci camminava accanto senza parlarmi e senza guardarmi, mormorando tra sé e sé, gesticolando un poco, pensando o componendo….

 

Bionde Valchirie, a voi diletta sferzar de’ cavalli,

sovra i nembi natando, l’erto criniere, al cielo….

 

 

*  *  *   *

 

Sull’altipiano della Trinité una sera si fermò a guardare le cascatelle che tutt’intorno dall’alto delle rocce scaturivano scintillanti, incendiate dallo splendore del tramonto.

    “Guarda l’oro sull’acqua” mi disse.

    Obbedii. “Non è acquaosservai (a Carducci dicevo tutte le fanciullaggini che mi venivano in mente): lassù in alto stanno sdraiate supine le fate, e lascian pendere lungo le rocce i loro capelli sciolti”.

   “Sarà così” disse Carducci contemplando le cascatelle increspate e rutilanti e facendosi schermo agli occhi colla mano. “Sarà precisamente così”.

    (E difatti lo disse più tardi in una lettera a me. Quella lettera è ristampata nelle sue Opere col titolo Elegia del Monte Spluga.

 

*  *  *  *

 

L’estate finì; e Carducci doveva ritornare a Bologna. Ma io volli rimanere a vagabondare pei monti, nel freddo e nelle bufere.

    Lo vedo ancora alla partenza, seduto in carrozzaCiocca già a cassettaguardarmi con quegli occhi vividi e sempre un poco corrucciati sotto l’ombra del grande feltro. “Addio” mi dice, alzando il cappello e scoprendo le grigie chiome.

    “Addio, caro Orco”. E soggiungo: “Vi ringrazio di essere stato così paziente e così buono con me”.

    “Va bene” dice lui. E ripeteAddio”. Poi volge lo sguardo in giro sulla spianata dove tutto è gelido e scintillante, sugli abeti già incappucciati di bianco e sull’immensa cerchia di cime algide nel cielo freddo. Certo io gli appaio solinga e sperduta in tutto quel grandioso biancheggiare, poiché d’improvviso, rivolto ai monti e al cielo e stendendo la mano come se volesse additarmi a loro, grida:

    “Ecco la piccola Annie che se ne va, tutta sola, per il mondo pieno di neve!”

    Ciocca fa turbinare la frusta in un gran gesto che a Carducci piace, e i cavalli partono al galoppo verso la valle.

    Io resto sola nel mondo pieno di neve. Ma mi sembra che Carducci mi abbia raccomandata alla cura dei giganti montani, e mi par di sentire che essi si chiudano amici e protettori intorno a me.

    Quando sotto alle nevi le capanne spariscono, piegano i pini, si spezzano i pali telegrafici e sui Pass non si passa più, io, in una slitta apertaritta, rigida e gelata accanto a due guide e un pecoraioscendo alla valle. A Pont St. Martin il proprietario dell’ Albero Posta mi accoglie stupefatto, e corre a prepararmi un thé di tiglio fumante col kirsch ; sua moglie mi sveste degli abiti irrigiditi e gelidi, e appena sono a letto riappare con una boccia d’acqua calda in una mano e una grande fetta di lardo nell’altra.

    “Questo per i piedi e questo per lo stomacodichiara risoluta.

    Inorridisco.

    “Ma è impossibile ch’ io mangi quella roba!” dico coi denti stretti, contemplando la fetta di grasso che le penzola bianca e lucida dalla mano.

    “Ma che mangiare!” esclama lei, ridendo; e, maternamente, me lo applica sul petto. “Non vorrà mica morire di polmonite!”

    Il tiglio, il kirsch, la boccia e il lardo esplicano i loro benefici effetti e al mattino mi sveglio gaia e affamata.

    Prendo il treno per Milano, dove fa molto più fredo che a duemila metri d’altitudine, e dove – non più difesa dai miei giganti amici – il Naviglio mi getta al collo il suo abbraccio di grigia umidità. Mi ammalo; ho la febbre, la tosse. Invoco il tiglio e il lardo: invano! Il dottore mi prescrive altri rimedi. Al mio capezzale siede una dolce amica mia e di mia madre: Emilia Luzzatto. Sono stata a scuola con sua figlia Evelinarapita dalla tisi nello sbocciare del’adolescenza – ed ella mi adora.

    “Signora Emilia….vieni qui….(l’abitudine mi fa rispettosa, la malattia mi permette la famigliarità) senti….se devo morire….”

    M’accorgo con un piccolo tremito che ella né protestaride, come avrei sperato. Dice: “Ebbene?” e le lagrime le scendono dagli occhi.

    “Se devo morire….avverti….”

    “Chi?”

    Chi? Me lo domando anch’io. Papà è a Yokohama con la sposa nuova che ancora non ho potuto imparare a chiamare mamma. I miei fratelli? Arnaldo è a Tokio; Ferruccio a Nuova York; Anselmo a Buenos Aires; Eva a Petermaritzburg. La più vicina è la mamma…che dorme nel piccolo cimitero protestante di Milano.

    Allora dico: “Avverti Carducci”.

    Ed ella lo avverte.

    Carducci arriva, più fosco e accigliato che mai. Mi guarda un pezzo senza parlare, poi dice: “Guarisci; e ti farò un regalo”.

    “Che regalo?” mormoro io.

    “Vedremorisponde. E se ne va. Sparisce. Sparisce anche la signora LuzzattoSparisce tutto.

    Non perché io muoia; ma perché dormo. Dormo per quattordici ore e mi sveglio senza febbre.

    “Che regalo?” dico appena riapro gli occhi, a Carducci che è riapparso; e accanto a lui sta la signora Emilia tutta ridente.

    Carducci ripete: “Vedremo. Adesso pensa a guarire”.

 

*  *  *  *  *

 

Pensai a guarire. Carducci tornò via tranquillizzato e ritornò a trovarmi qualche mese più tardi.

    Andai alla Stazione Centrale ad incontrarlo. Molta gente lo conosceva e lo salutava. Come ero solita, gli diedi due grandi baci, uno di qua uno di sulle guance, ed egli li subì col suo abituale cipiglio; io mi appesi al suo braccio e uscimmo dalla stazione a cercare una carrozzella.

     Ma prima di salirvi Carducci a un tratto si volse a me con severità.

    “Mi farai il piaceredisse “di non baciarmi sempre nelle stazioni”.

    Io rimasi sorpresa e mortificata.  “Ma altrove non vi bacio!”….non vi bacio che quando partite e quando arrivateesclamai.

    Carducci crollò il capo. “Appunto. Non è necessariodisse seccamente.

    “Ma sì che è necessario! Vi bacio quando arrivate per la gioia di vedervi, e alla partenza per il dolore di lasciarvi”.

    Carducci scosse di nuovo rabbiosamente il capo, e fece il suo gesto abituale d’impazienza battendosi un dito sul labbro per farmi tacere. Se non era che il vetturino ci guardava, credo che avrei pianto.

    Salimmo in carrozza per andare al suo albergo; io ero molto mortificata e non parlai.

    “Sei guarita!” diss’egli dopo un poco.

    “Sì” mormorai.

    “Ti ho promesso un regalo”.

    “Ma allora ero ammalata”.

    “Io non prometto per prometteredisse Carducci iroso. “Ti ho promesso un regalo e lo avrai”.

    “Che regalo?” feci flebilmente.

    “Ho pensato che ti darei un cavallo”.

    Un cavallo! Io subito ebbi l’impulso di gettargli le braccia al collo, ma memore dei suoi divieti me ne astenni. Gli afferrai la mano. “Quando?”

    “Subito” disse lui.

    “E dove si compera un cavallo?”

    “Non lo sodisse Carducci. “Domanderemo al cameriere del Savini. Tanto, bisogna far colazione”.

    Fermò la carrozza all’albergo Ancora dove sempre alloggiava e vi lasciò le valigie; indi proseguimmo fino alla Galleria. Al Savini il cameriere, il maître d’hôtel e il direttore ci dissero che i cavalli si comperavano al Tattersall. Anzi, mandarono subito ad avvisare il proprietario, cavalier Rossi, che ci saremmo andati.

    A tavola mi colse un dubbio.

    “Ma siete abbastanza ricco, caro Orco, per comprar cavalli? Avete denari che bastino?”

    “Sì, ne ho molti” disse Carducci. “Ho venduto ieri un libro a Zanichelli”.

    “Che libro?”

    “Non importa. Tanto tu non lo leggi. E’ una nuova edizione d’antiche cose; e lo Zanichelli me lo ha pagato moltissimo”. Carducci pose la mano sulla tasca della giacca. “Me lo ha pagato tremila lire”.

    “Tremila lire!” io rimasi sbalordita davanti ad una cifra simile. Tremila lire!....

    Passata la prima meraviglia, osservai:

    “Dunque, in fondo….conviene anche molto essere poeti”.

    Carducci sorrise. “Sì, sì. Conviene. E adesso taci un po’”.

    Ma io non potevo tacere, e dopo un istante ricominciai.

    “Forse non vi dispiacerebbe se parlassimo un poco….del colore e della forma….”.

    “Del Colore e della Forma ?” fece Carducci aggrottando le ciglia. “Non conosco. I chi è? Sarà qualche pedanteria”.

    “Di chi è….che cosa?”

    “Questo libro che tu dici”.

    “Ma no! ma no! Del colore e della forma del cavallo!”

    “Già” brontolò Carducci, crollando le spalle, “mi pareva impossibileBasta. Adesso lasciami mangiare in pace”.

    Sulla forma convenne con me: il cavallo doveva essere grande. Grande e grosso dicevo io; grande e magro, diceva lui. Ma sugli altri particolari non fummo d’accordo. Io lo volevo bianco con la coda mozza. Carducci lo voleva nero con la coda lunga.

    “Ma, caro Orco….”

    “Basta” fece Carducci: “ti ho detto di lasciarmi mangiare in pace”.

    Ma Carducci non doveva mangiare in pace. Un professore di filosofia che faceva colazione a un’altra tavola, lo scorse e venne a parlargli.

    Dopo che ebbero discusso varie cose io riparlai del cavallo; e il professore si offrì di venire con noi al Tattersall. A me parve provvidenziale. Un professore! Ci aiuterebbe nella scelta. Tanto più che se ne intendeva avendo un fratello capitano di cavalleria.

    Al Tattersall il direttore ci accolse con agitata e premurosa cortesia. Era circondato da molti uomini: maestri d’equitazione, palafranieri, garzoni di stalla che in cerchio ci contemplavano.

    Allora davanti a noi passarono i cavalli: passarono cavalli grigi e morelli, cavalli baj, cavalli sauri, cavalli pomellati; passarono al passo, al trotto, al galoppo destro, al galoppo sinistro, in appoggio e caracollo.

    Carducci ed io li fissavamo incerti. Ad ogni nuovo cavallo che appariva io dicevo: “Voglio questo!” Specialmente mi colpì un magnifico baio con due belle calze bianche sulle gambe posteriori.   

   Ma il professore di filosofia con cipiglio da conoscitore sentenziò: “ Balzano da due vale quanto un bue”.

    E questo mi raffreddò.

    Indi ne apparve uno tutto bianco colla coda lunga e la criniera increspata come se gli avessero fatto l’ondulation Marcel. “Questo!” esclamammo in coro tutti e tre; ma il cavalier Rossi si affrettò a spiegare che il puledro, un arabo puro sangue, apparteneva alla cavallerizza del Circo Equestre Americano; e lo fece ricondurre via. Ma ecco comparire un altro stallone, un morello altissimo, quasi gigantesco: breve coda irrequieta, orecchie mobili, nervose, occhi lampeggianti in cui balena nell’angolo il bianco iniettato di caffè. Entrò con passo danzante, alzando i piedi come se la terra gli facesse schifo. Era tutto nero, eccetto i calzerotti bianchi alle gambe posteriori e uno alla gamba anteriore.

    “E’ magnifico!” esclamai.

    E il professore al mio fianco citò: “Balzano da tre, cavallo da re!”

    “E’ questo, è questo ch’io voglio” dissi con fervore a Carducci; e anche lui guardava assai ammirato la formidabile bestia.

    “Pare il cavallo dell’Apocalissedisse il professore.

    Il cavalier Rossi vedendo il mio entusiasmo mi chiese se volevo provarlo.

    Mi prestarono un’amazzone, e hop! eccomi in sella, così in alto che mi sembrava d’essere in cima a una torre. Feci dapprima a passo il giro del maneggio; veramente non era a passo, ma sempre a quel trottigno saltellante e caracollante; mi pareva che facessimo, il cavallo ed io, come nella Mignon, la “danza delle uova”. Poi partimmo al trotto, un trotto molto alto, un po’ duro, che a scosse e sbalzi mi fece cadere il cappello e spuntare la treccia; indi dal piccolo galoppo ci lanciammo a galoppo allungato,  e veramente sentii il cavallo perfetto sotto di me. Pareva alato.

    Facemmo alt, e mentre io, ancora in sella, mi riappuntavo le trecce, Carducci si avvicinò ad accarezzare il collo lucente del morello.

    Anche il professore si avvicinò, ma guardingo.

    “Vedono che mantello?” diceva il direttore, “vedono questa rete magnifica di vene?....”

     Difatti sul collo e sulla spalla del morello fremente si disegnava tutto un intrico di delicate venature pulsanti. Il professore le esaminò con diffidenza.

    “Che non sia un principio d’arteriosclerosi!” mormorò.

    Scesi di sella, e dietro richiesta del direttore provai vari altri cavalli. Ma tutti mi parvero men interessanti della grande bestia nera. Allora mentre quattro o cinque cavalli venivano condotti a passo in giro alla pista, Carducci in mezzo al silenzio domandò:

    “Quale di quei cavalli non costa più di tremila lire?”

    Per un momento tutti tacquero. Poi il direttore si passò due o tre volte la mano sui baffi prima di rispondere. Fu per me un momento di grande ansia. Finalmente con gesto regale stese la mano:

    “Quello ”.

    Era il cavallo dell’Apocalisse: era il balzano da tre!

    “Glielo lascerò per duemila settecento liredisse il magnanimo cavaliere.

    Carducci mise subito mano al portafogli; ma il direttore con un gesto lo fermò e lo invitò ad entrare nel suo ufficio. Insieme si allontanarono.

    Io mi volsi a uno stalliere che stava vicino. “Come si chiama?” domandai.

    “Francesco Impallomènirispose qullo.

    Per non offenderlo attesi qualche minuto prima di spiegarmi meglio. “E…. il cavallo che nome ha?”

    “Il morello? Si chiama Rebecca”.

    “Rebecca? Che orrore! Perché Rebecca?”

     Lo stalliere cacciò in fuori il mento e abbassò gli angoli della bocca fino a parere una rana. “Mah!.... Lo sa lei?”

    “Rebecca!” ripetei desolata, volgendomi al professore.

    “Sarà forse Babiecadisse l’erudito. “Babieca è il nome del celebre cavallo del Cid el Campeador”.

    “Non mi piace affatto quel nomediss’io: e siccome Carducci ricompariva – a fianco del cavaliere tutto sorrisi – io dissi subito che volevo cambiar nome al cavallo.

    “E che nome vuoi dargli?”

    “Voglio chiamarlo: O Sauro Destrier della Canzone”.

    “E’ troppo lungo” disse Carducci. “E poi non è sauro”.

    Il professore suggerì molti nomi classici. Pegaso….Chirone….Bellerofonte…. e vidi che Carducci si stancava e s’impazientiva. Allora tagliai corto.

    “Che ne direste, caro Orco, se gli dessimo il vostro nome? Mi pare che nello sguardo e forse nel carattere, assomigli un poco a voi. Potremmo chiamarlo Giosue Cavallo….per distinguerlo da Giosue Poeta”.

    Carducci tornò di buon umore. “Sta benedisse “E adesso basta. Io devo trovarmi alle quattro col marchese Visconti Venosta a visitare il Castello Sforzesco”.

    E con un breve gesto di saluto se ne andò. Il professore mi salutò anch’esso frettolosamente, e lo seguì.

    E io?....E il cavallo?....Dove l’avrei portato? Che cosa ne avrei fatto? Ero ospite in casa della mia cara amica,signora Luzzatto, che abitava un piccolo appartamento in via Borgo Spesso. Mi vedevo, io, arrivare alla sua porta con quel cavallo!....Spiegai al cavalier Rossi la situazione, ed egli fu gentilissimo; si offrì di tenerlo al Tattersall finch’io non avessi trovato una scuderia conveniente. Avrei semplicemente pagato la pensione. Un’inezia! Dodici lire al giorno.

    Dodici lire al giorno. Una specie di formicolìo mi percorse, fermandosi soprattutto nelle mie ginocchia….Dodici lire al giorno!

    Mio padre mi mandava un assegno di duecento lire al mese; e ogni qualvolta passavo un mese in villeggiaura o all’albergo, per tre mesi non avevo più nulla. Allora andavo a rinchiudermi in campagna in casa di mio fratello dottore; oppure, come ora, mi rifugiavo dalla signora Luzzatto, e stavo un po’ di tempo con lei.

    Corsi subito in via Borgo Spesso. Arrivai pallida e stravolta.

    “Cos’hai?” esclamò con ansia la dolce signora.

    “Ho un cavallobalbettai. “Un cavallo nero, grandissimo, balzano da tre”.

    “Riposati un poco” disse la signora, con dolcezza ferma. “Mettiti subito a letto”. E vidi che andava verso l’armadietto delle medicine il per cercare il termometro clinico.

    La convinsi con qualche difficoltà che non deliravo. La pregai anzi di venire a vedere Giosue Cavallo, ma ella, che aveva di tutte le bestie e in ispecial modo dei cavalli un’invincibile paura, non ne volle sapere.

    “E che cosa ne farai? Dove lo terrai?”

    “Non so non sobalbettai smarrita. “Non crede che l’onorevole Riccardo…forse…saprebbe dove metterlo?”

    “Mio marito!”

    “Sì. Potrebbe anche montarlo qualche volta se volesse”.

    La signora Luzzatto alzò gli occhi al cielo. “Meglio non parlarglienedisse.

    E non gliene parlai.

 

*  *  *  *  *

 

La mia vita fu allora tutta subordinata a Giosue Cavallo. Volevo stare in città? No; dovevo andare in campagna perché Giosue Cavallo ci stava meglio e costava meno. Volevo restarmene tranquilla? No; mi toccava andare di qua e di , per monti e valli, al trotto e al galoppo, per passeggiare e disciplinare Giosue Cavallo (che se stava due giorni in scuderia diventava una belva). Volevo fare un viaggio a Londra a vedere mia sorella? Impossibile lasciare Giosue Cavallo; e ancora più impossibile condurlo con me. Mi affondavo sempre più in difficoltà finanziarie per far nutrire, albergare, governare Giosue Cavallo.

    Tutte le mie conoscenze mi consigliavano, chi una cosa chi l’altra.

    “Bisogna renderlo. Bisogna venderlo. Bisogna dirlo a Carducci”.

    Renderlo? Venderlo? Mai! Dirlo a Carducci? A che pro? Relativamente povero anche lui, che cosa avrebbe potuto fare? E poi egli era così felice di avermi fatto questo regalo, che per niente al mondo avrei voluto dargli un simile dispiacere. Subito, il giorno seguente alla compera, aveva voluto vedermi cavalcare all’aperto. Andammo sui bastioni ed io gli passai davanti al galoppo molte volte. Egli era raggiante.

    “E’ bello Giosue Cavallodiceva.

    “Io vado a Legnanosoggiunsedomattina, in carrozza col prefetto. Potrai venire anche tu, a cavallo”.

    Così feci. Nell’amazzone presa a prestito dal Tattersall, issata a sommo di Giosue Cavallo negro-splendente al sole, trottai e galoppai ora davanti, ora dietro, ora a fianco della carrozza, a grande soddisfazione di Carducci e divertimento del prefetto.

    La strada era lungatrenta chilometri! – ed era dura al trotto rigido del morello; dopo un’ora circa io sentivo già ogni singola vertebra della mia spina dorsale, e avevo il torcicollo e un crampo indescrivibile nel braccio sinistro. Giosue Cavallo non andava mai al passo. Neppure per un istante cessò dal suo trotto rigido e sobbalzante se non per mettersi a quel caracollante trottigno, quasi un passo di danza, così bello a vedersi e così estenuante per chi è forzato ad eseguirlo.  

    Ma dalla carrozza Carducci mi guardava con un sorriso pacato e soddisfatto; e chiudendo i denti sul labbro, repressi le mie sofferenze.

    Nulla ricordo del breve soggiorno a Legnano; certo all’indomani mattina stavo abbastanza bene per escogitare delle sciocchezze; così, allorché Carducci e il prefetto furono scesi nel vestibolo, mi feci portare dal cameriere della legna in fascina, e rompendola a pezzetti ne riempii la valigia di Carducci.

    Acadde poi che, a metà strada del ritorno, volendo egli mostrare al prefetto certi suoi appunti, aprì la valigia; e il “ricordo di Legnano”  che io gli avevo preparato gli si presentò agli occhi.

    “Ma come! Ma questa non è la mia valigia! Che cos’è tutta questa legna?” esclamò Carducci incollerito.

    Allora al galoppo precedetti sempre di gran trotto la carrozza, e voltandomi scorgevo Carducci feroce che, aiutato dal prefetto, buttava via i pezzetti di legna sparsi tutt’all’intorno.

    “Se tu mi fai ancora di codeste stoltezzegridò Carducci appena fui a portata della sua vocebada bene che ti porto via il cavallo”. Ma la sua ira non mi impressionò troppo.

    Visto che per lo più quelli che lo avvicinavanointimiditi dal suo cipiglio o dalla sua grandezzamantenevano intorno a lui un’atmosfera di gravità e soggezione assai noiosa, credo che, in fondo, le mie monellerie lo riposassero da tanta grigia solennità. Quanto alla minacciata punizione di portarmi via Giosue Cavallo, certo nulla lo avrebbe più stupito, o addolorato, che se io gli avessi detto: “Sì, sì! Portatemelo via; esso rappresenta per me sotto ogni rapporto una bestia nera!”

    Me ne guardai bene; ed egli ripartì per Bologna convinto di avermi fatto il più meraviglioso dei doni; soddisfatto di sé, di me e di Giosue Cavallo; felice di aver speso così bene – lui, che non erariccoprodigo – una così importante somma.

    Dopo tre mesi Giosue Cavallo mi aveva completamente rovinata. Per lui mi arrabattavo in una continua ricerca di danaro; per lui mi guastai coi miei parenti più cari a cui chiedevo costantemente danari in prestito; per lui annunciai sulle quarte pagine dei giornali che davo lezioni d’inglese, tedesco, francese, italiano, di pianoforte, chitarra e canto. Il suo baldo passo caracollante mi conduceva, smarrita, dai neri abissi della disperazione alle verdi vette del Monte di Pietà. E per lui nutrivo quel sentimento complesso fatto di passione e d’ira, di angoscia, d’amore e d’esecrazione che si prova per chi ci costa molto dolore, molte umiliazioni e molti denari. Egli prosperava superbo, prepotente, lucente, facendo i passi sempre più alti, sempre più sdegnoso di toccar la terra. Ed io lo guardavo, spaurita e rapita, e sognavo di balzargli in arcione un giorno e via! a carriera, traverso monti, valli e frontiere, fino a giungere a una certa rupe gigantesca che sovrasta la Via Mala – da Carducci amata e cantata – ed ivi precipitarmi con lui nella voragine….

 

Dammi or dunque, apollinea fiera, l’alato dorso;

Ecco, tutte le redini io ti libero al corso….

Voliam sin che la folgore di Giove tra la rotta

Nube ci arda e purifichi o che il torrente inghiotta

Cavallo e cavalier

 

Perché non lo feci? Sarebbe stato un gesto degno di lui e di chi me l’aveva dato.. Forse non ero degna di una fine così gloriosa.

    Disertai. Come quegli amanti che diconoMoriamo insieme” e poi al supremo passo l’uno vilmente si ritrae, così io lanciai solo nella morte Giosue Cavallo invece di balzare grandiosamente nel buio con lui.

    Volli che morisse? Non lo so; né voglio oggi ricordare la folle catastrofe che lo spezzò, e che portò me pure vicino alla morte. In ciò che io feci ebbi coraggio e viltà.

    Ma la viltà maggiore fu che non osai dirlo a Carducci. Sapevo che gli avrei dato un vero e grande dolore. Egli mi scriveva ora - più sovente del solito – per domandarmi notizie di Giosue Cavallo.

 

Mi piace pensare che è tua quell’apollinea fiera,. Mi piace pensare che ho potuto farti un dono così bello. In cima alla mia mente sta l’immagine tua e sua, lanciati a galoppo, ondeggianti la nera criniera e le tue lunghe chiome al vento…. Così o Lorelei pellegrina, sei volata fuor della veduta mia.

 

Io aborro ed esecro la menzogna. Tutto mi sembra comprensibile e perdonabile all’infuori dell’inganno. Ebbene, io allora – credo di poter dire che questa fu l’unica volta – ho mentito e ingannato. Alle sue domande rispondevo brevemente, evasivamente, ma non avevo il coraggio di dirgli la verità.

    Un giorno mi annunciò prossima una sua visita. Tremai. Scrissi che dovevo recarmi subito a Napoli. Mi pareva assai lontano. Ma Carducci ne fu contento.

 

Via, Valchirie, con voi la bionda qual voi di cavalli

Agitatrice a riva più cortese!

 

 

Anch’egli sarebbe venuto a breve per un soggiorno laggiù onde salutare una regale Amica e vedermi passare, sull’azzurro sfondo del Mediterraneo, lanciata a volo sulla “fiera gentil”.

    Allora, giunta a Napoli, confidai la mia angoscia a un poeta - Arturo Colautti – che era venuto a trovarmi. Lo pregai di andare incontro a Carducci e dirgli subito la verità. Non volle; non osò. Un ufficiale ch’era con lui mi disse:

    “Perché dargli quel dispiacere? Troveremo un cavallo che per un’ora personifichi il tenebroso corsiero da lui regalato”.

    Allora fu per tutta Napoli un febbrile cercare di cavalli neri. (Se ne ricorderà forse ancora quell’ufficiale: Maggiotto, allora capitano dei bersaglieri; oggi solennemente installato nel ministero della guerra. E il marchese Lillo Catalano…. E il conte Bruno Torri….). Davanti al balcone della casa in via Caracciolo dove io avevo preso alloggio, fu uno sfilare di foschi corridori: di morelli grandi e grossi, di morelli lunghi e magri; di morelli ombrosi e morelli generosi, di morelli con balza e senza balza….Ma nessuno – ah! nessuno – che assomigliasse a quello donatomi dal poeta.

    La scelta cadde finalmente su di uno portatomi da Maggiotto. Il cavallo si chiamavaRas Alula”; era nero, era grande, era balzano da tre. Ma qui la somiglianza cessava. Ras Alula era un mite, era un remissivo, un rinunciatario, un vinto della vita. Per quanto io lo molestassi con morso, scudiscio e tacco per animarlo, per farlo inalberare come soleva il mio nobile corsiero, Ras Alula scoteva la testa placidamente, partiva a un piccolo trotto, e se a furia di strappi e strapponi, di frusta e sperone riuscivo a farlo galoppare, si dimenava nel molle movimento d’una sedia a dondolo, con pendula coda e testa ciondolante.

    Io ero disperata.

    “Non si sgomentidisse Maggiotto, lisciandosi la barba nera e fissando lo sguardo – più focoso assai che non quello del suo cavallo – sul mite e gigantesco Ras Alula. “Ci penso io”.   

    E ci pensò. Appena annunciato l’arrivo di Carducci alla Villa, io che aspettavo, già troneggiante sul titanico e quiescente Ras nel cortile di via Caracciolo, vidi arrivare di corsa Maggiotto col suo attendente. Maggiotto afferrò la redine, mentre il soldato passava dietro la groppa del cavallo. Sentii un improviso fremito percorrere la bestia, che nitrì, e tirò un violento calcio.

    “Ma che cosa gli fate?” gridai.

    “Niente, niente” rise Maggiotto; “un po’ di zenzero sotto la coda!” E abbandonò la redine mentre il soldato d’un salto balzò indietro.

    L’effetto dello zenzero fu magico: Ras Alula s’impennò, fremente, annaspando l’aria, rizzandosi quasi volesse rovesciarsi all’indietro. Cedetti le redini e con una scudisciata sulla testa lo richiamai; allora tuffando il capo partì forsennato battendo scintille dai ciottoli del cortile, scivolando sul selciato, lanciandosi a carriera per la passeggiata di Chiaia.

    Così a volo passai davanti a Carducci, che tra un gruppo d’altre persone, era fermo all’angolo della Villa ad aspettarmi; ebbi solo per un attimo la visione della sua faccia alzata a guardarmi; e odiai Ras Alula e Maggiotto, e la vita….e più di tutto odiai me stessa  che recitavo questa vile, questa ignobile menzogna. Con frusta e sprone aizzai la bestia già frenetica che come una folgore infilò la strada lungo la marina.

    Ed ecco a un tratto, ancora lontano davanti a noi, un brillìo d’argento e di rosso vivido: era la carrozza reale, era Margherita preceduta dai suoi staffieri, che faceva, con regale dignità, la sua consueta passeggiata a mare.

    Allora con quanta forza avevo tirai le redini; bisognava rallentare la corsa, per non raggiungerla, soprattutto – imperdonabile violazione d’etichetta! – per non oltrepassarla. Ras Alula non obbedì, non sentì, aveva il morso tra i denti e andava come il vento, pazzo, cieco, frenetico. Invano con strappi alternati tirai e cedetti le redini, invano strappai a destra e poi a sinistra, segandogli la bocca…. la bestia in furore continuò la sua corsa! Fu miracolo se, con uno sforzo che quasi mi slogò i polsi, riuscii a farlo deviare quanto era necessario per non andarci a fracassare  contro l’equipaggio reale.

    In un fulmine passammo dinanzi alla regina: ella deve aver visto come un lampo nero e villano comparire e sparire le mie esili spalle e la coda sbandierante dell’insano Ras Alula….

    Allora più che mai sentii di aborrire tutto e tutti e avrei voluto lanciarmi dalla sella a capofitto nel mare.

    Quando fummo all’altezza della chiesa di San Ferdinando, Ras Alula subitamente si fermò. Sulla via traversa fece due o tre scivoloni, salì sul marciapiede come se volesse entrare nella chiesa….e si fermò ansimante, coperto di schiuma.

 

*  *  *  *  *

 

Allorché trovai finalmente il coraggio di scrivere a Carducci che Giosue Cavallo non era più mio….che non era più di nessuno….egli non rispose. Né so che cosa abbia pensato.

    I casi della vita mi trassero lontano.

    Quando dopo molti anni, rividi Carducci, né io osai rammentarglielo, né lui me ne parlò.

 

*  *  *  *  *

 

Oggi nella Villa di Napoli, al posto dove in quel giorno vidi alzato verso di me il suo viso fiero, c’è un rigido busto di marmo che porta il suo nome.

    E che non gli assomiglia.





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