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Antonio Ghislanzoni
In chiave di baritono

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CAPITOLO I.

 

Dove si vede in quali condizioni difficili versasse il primo baritono del teatro di Chieti, nel maggio 1849.

 

- Vergogna! - pensava io - se qualcuno mi incontrasse!... se qualcuno sapesse!... E non c'è da illudersi che il fatto debba rimanere celato... I giornali parleranno, e quali commenti da parte degli amici!

Essi combattono in Roma, gli amici... Essi difendono 1'ultimo baluardo della libertà italiana... essi spendono il sangue e muojono per la patria... Mentre io - italiano - attraverso gli Appennini tirato da due magre rozze, imbaccucato il capo e la gola in una gran ciarpa color scarlatto, i piedi raccolti in una pelliccia, per andarmene a Chieti - in terreno nemico - a terrorizzare con un elmo ed una spada di cartone un esercito di coristi.

Mentre nel mio cervello si svolgeva l'umiliante soliloquio, la vettura del Cicoria entrava fragorosamente in Grottamare, piccolo paese delle Marche, a poca distanza dal confine napolitano. La carrozza si fermò alla porta di un alberghetto, dove io presi terra, dovendo, prima di proseguire il viaggio, compiere nel paese alcune formalità.

Il mio impresario mi aveva procacciato non so quante lettere commendatizie, fra cui una pel console marchese Laureati residente in Grottamare. - Il marchese doveva porre il visto al mio passaporto.

Appena sceso dalla carrozza, mi recai alla casa del console. Questi mi accolse con garbo - lesse la commendatizia, e gettandomi una occhiata di compassione, disse: mio caro signore, dubito assai che vi si permetta di passare il confine; da due giorni è rigorosamente vietato, a quanti vengono dalla Toscana e dagli Stati romani, di entrare nel regno di Napoli.

 

Io rimasi com'uom che pensa e guata

Quel ch'egli ha fatto e quel che far conviene

Poichè gli è stata data una cannata.

 

Poi, con una voce ed una eloquenza che avrebbe commosso alle lagrime una cariatide, supplicai il marchese perchè volesse adoperarsi in mio favore.

Il marchese, uomo dabbene, indovinando dal calore della mia eloquenza la siccità del mio portamonete, stese immediamente una lettera per raccomandarmi al Commissario preposto alla guardia dei confini.

- Presentatevi con questo foglio al Commissario, e forse, stante la mia raccomandazione e la singolarità del caso, vi si accorderà l'ingresso negli Stati di Sua Maestà umanissima.

All'indomani, il Marcuccio, figlio dell'oste, mi condusse colla sua vettura verso il confine; ma, a cento passi da S. Benedetto, le guardie napoletane, avvicinatesi agli sportelli, m'intimarono d'arrestarmi.

- Vorrei parlare al signor Commissario superiore. Debbo consegnargli una lettera del signor marchese Laureati suo ottimo amico e protettore...

Le guardie mi accompagnarono fino alla stazione del Commissario, a cui mi presentai con quell'aria di sommissione e di rispetto, che noi tutti, figliuoli della natura, sappiamo assumere innanzi agli arbitri dei nostri destini.

- No, non è possibile! disse il Commissario crollando la testa; gli ordini del Re sono precisi: nessuno ha da passare.

Il linguaggio del Commissario era talmente spiccio e risoluto, che io non trovai parole a rispondergli. Feci un inchino, e tornai alla carrozza coll'animo esacerbato. Nelle mie tasche non rimaneva che un solo francescone... con poca salsa di mezzi paoli e di baiocchi, tanto da vivere un giorno. - Pensa, o lettore, s'io mi trovassi in male acque. - Ma Iddio tempera il vento in favore dell'agnello tosato e del viaggiatore in bolletta.

Perchè tutti comprendano quanto la mia situazione fosse grave, e quanto difficile l'uscirne con decoro, converrà che io rammenti alcune circostanze storiche di quei tempi1.

Roma assediata da soldati francesi, napoletani e spagnuoli, faceva disperati sforzi di resistenza. Il popolo fiorentino dopo aver ondeggiato quattro mesi fra le lotte dei vari partiti politici, avea ceduto alle violenze della reazione, richiamando il principe spodestato; Bologna ed Ancona erano invase dagli Austriaci; il partito liberale, dilaniato su tutti i punti d'Italia, concentravasi in Roma a farvi le ultime prove di eroismo. Era imminente la battaglia di Velletri.

Chi non abbia in quell'epoca percorse le Romagne e le Marche, mal potrebbe immaginare il disordine di quelle provincie. L'esercito austriaco muoveva da Toscana verso Ancona per quello stesso stradale che pochi giorni innanzi io aveva percorso. Da Bologna uscivano a stormi i buoni patrioti per accorrere alla capitale; carabinieri, guardie di finanza, giovinotti d'ogni casta e d'ogni condizione, attraversavano tumultuanti le città, le borgate, i villaggi.

Da Ascoli scendeva un esercito di volontari; un altro più numeroso e più indisciplinato si spandeva nelle vie che da Foligno mettono a Civita-Castellana, e di , entrando nelle Sabine, inondava tutto lo stradale che da Borghettaccio volge a Monte Rotondo. Alberghi, osterie, bettole, cassinaggi, tutto era ingombro d'armi e d'armati.

Ecco, miei lettori, la bella prospettiva ch'io mi vedeva dinanzi; o rimanere in Grottamare Dio sa fino a quando, ovvero, seguendo la corrente, andarmene a piedi fino a Roma a cercarvi una palla nella testa.

“Una palla nella testa!...” Qual tentazione... per un eroe ambizioso! Se un giorno si leggesse nei giornali, che il primo baritono assoluto di Chieti è morto sotto le mura di Roma da una palla francese!... - qual gloria per me e qual consolazione pei baritoni disponibili!... Il Pirata mi consacrerebbe una necrologia orlata di nero negli scoli della quarta pagina, fra gli ultimi dispacci di una prima ballerina di cartello e l'annunzio di una scrittura... Io conobbi molti giovani patriotti, i quali hanno combattuto come leoni nelle ultime battaglie, spendendo generosamente il sangue e la vita, e non ebbero anche la rimunerazione di un breve cenno necrologico nella pagina più screditata del più screditato giornale...

Assorto in tali pensieri, io passeggiava sulla piazzetta fumando e guardando il cielo senza accorgermi che in quel momento io rappresentavo il punto centrico sul quale venivano a convergersi tutti gli occhi degli abitanti di Grottamare.

In tempi eccezionali, la presenza d'uno sconosciuto desta sempre degli allarmi nei piccoli paesi. - Gli abitanti di Grottamare, che mi avevano veduto partire poche ore prima alla volta di San Benedetto - non avrebbero potuto coricarsi e dormire tranquilli se prima non avessero conosciute le ragioni del mio subito ritorno.

- Chi è quel paino? donde viene? perchè fu respinto ai confini? si domandavano l'uno all'altro i curiosi.

Sulla piazza si formano dei capannelli.

Il comandante della Guardia Nazionale ha consegnate le truppe nella caserma...

Quattro consiglieri municipali si recano alla bottega del Sindaco per fargli delle interpellanze sul conto mio.

Nella bottega dello speziale si aduna la gioventù più animosa per prendere di comune accordo una risoluzione.

Or bene! lo credereste? in quella bottega da speziale, ove da parecchie ore si stava tramando un complotto che poteva costarmi la vita, io trovai il mio angelo protettore.

Dopo aver lottato alla mia volta con mille progetti contradditorii; dopo aver discusso tutti i piani e gli espedienti possibili, io aveva finito per convincermi che un uomo il quale si trova sbalestrato in una falsa via, difficilmente può rimettersi in sulla buona, colla deplorabile scorta di dieci paoli. - Questa disperata conclusione mi inchiodò a metà dell'esofago un quarto di anitra che io aveva inghiottito all'osteria del Marcuccio, e mi spinse ipso-facto nella bottega dello speziale, in mezzo al circolo dei cospiranti.

La verità è eloquente. Io n'ebbi prove in quel giorno e dappoi. Tutte le prevenzioni sinistre, tutte le antipatie personali svaniscono dinanzi a quel potente linguaggio che si parte dall'intimo del cuore.

Mentre il farmacista pesava lentamente sulla bilancia quattro oncie di magnesia, io narrai brevemente l'istoria del mio passato, esposi le terribili incertezze della mia situazione. Prima che io avessi finito di parlare, la causa era già vinta e il mio trionfo assicurato.

Quand'io cavai dalla borsa uno degli ultimi spiccioli per pagare il farmacista, questi mi diede un primo segnale di simpatia, rifiutando generosamente la moneta.

Il Bussola, che era guercio, fissava in me l'unico suo occhio, tutto inondato di lagrime.

Il Birecchi interrogava collo sguardo i colleghi, la cui profonda compunzione mi diceva che essi meditavano qualche stratagemma per levarmi d'imbarazzo.

Tutti mi confortavano di buone parole. Un gran fiasco di vino era comparso in sul banco dello speziale. Si bevve, si discusse di politica, si cantò, si dissero mille baje, poi, sul far della sera, al disperdersi della brigata, io me ne andai col Birecchi e col Bussola a fumare uno zigaro sulla piazzetta.

Chi era il Birecchi? - -Chi era il Bussola? - Il cavadenti e il sagrestano del paese.

Sull'ingresso dell'albergo, il sagrestano, coll'enfasi di chi dopo lungo pensare è riuscito a qualche grande scoperta.

- Signor forestiere, mi disse; nell'urgenza dei vostri bisogni, io credo non possiate far di meglio che ricoverarvi per qualche giorno nel convento dei nostri padri francescani, uomini probi e caritatevoli, i quali si terranno beati di accordarvi l'ospitalità. Che vi pare del mio suggerimento?

- Stupendo - esclamai io, stringendo la mano del buon sacrista. - Credete voi che i padri non si rifiuteranno di darmi ricetto per qualche giorno?

- Ma vi pare? - rispose il sagristano. - Domattina andrò io stesso a prevenire il guardiano, poi saliremo insieme al convento.

Il Birecchi pose in campo delle obiezioni, le quali dimostravano com'egli covasse in petto una proposta di genere profano.

Dopo breve discussione, io mi determinai pel partito del sacrista, e mi accordai seco per tutto che era da farsi.

 

 

 




1 1: Maggio, 1849.






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