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Antonio Ghislanzoni
In chiave di baritono

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CAPITOLO V.

 

Risoluzioni ed espedienti.

 

Il partito era preso. - Non restavami che trovare i mezzi per seguire la bella Ascolana sul nuovo cammino ch'ella mi additava.

Farmi soldato.... combattere.... morire forse!... Perdonate, miei buoni lettori; io non ebbi mai molta fede nel mio eroismo, e ne ho ben poca nell'eroismo degli altri. - L'idea dei pericoli che io doveva incontrare sul sentiero della gloria, mi preoccupò seriamente lo spirito pel corso dei quindici giorni che io dovetti passare a Grottamare, attendendo la completa guarigione della mia bella compagna.

E nondimeno quei giorni trascorsero per me deliziosi, fra le ascetiche meditazioni del convento e la men casta contemplazione di una beltà provocante, innanzi a cui si erano dileguati tutti i miei santi propositi.

Frattanto l'Ascolana riacquistava ogni giorno nuove attrattive col rifiorire della salute. I suoi grandi occhi si aprivano sfavillanti come gemme; le labbra si animavano, la voce acquistava quel timbro da contralto, che io ritengo esser la voce ermafrodita degli angioli.

Appena fu in grado di abbandonare il letto, Adelaide - tale era il nome dell'Ascolana - uscì con me al passeggio. Ella si appoggiava al mio braccio, e tutta lieta delle forze rinascenti, camminava con lena giovanile sulle sabbie del mare, infino a quando io non l'avessi ammonita di far ritorno all'albergo. Pareva una giovane rondinella, che vicina a passare l'Oceano, tentasse con brevi voli la vigoria delle penne.

Una sera, tornando da una passeggiata più lunga del consueto, mentre io stava per congedarmi da lei “Amico, mi disse con accento risoluto; lunedì prossimo noi partiremo per Roma”.

- Sì presto?

- Anche troppo abbiamo indugiato. Aspetteremo noi che i fratelli abbiano compiuta l'impresa senza di noi?

- Quando crediate che la vostra salute non debba soffrirne - per me, sono pronto a seguirvi.

- Dunque... deciso!

- Deciso! risposi risolutamente.

Ed io ripresi il cammino del convento coll'animo più agitato che mai. La risoluzione della Ascolana, sebbene naturalissima, fu come una pietra lanciata nell'onda tranquilla dell'anima mia. - Le mie finanze non si erano fino a quel giorno aumentate di un solo baiocco. Ora, come poteva io accompagnare la bella Ascolana senza premunirmi le tasche del denaro occorrente alle spese di viaggio?

Con tali pensieri entrai nel convento e mi presentai ai monaci nel punto che essi mettevansi a tavola.

- Voi mi sembrate turbato, disse padre Serafino, il superiore del convento.

- Lo sono pur troppo. Ho deciso partire da Grottamare lunedì prossimo, per recarmi a Roma.

- A Roma! esclamarono ad un punto tutti i religiosi.

Quell'annunzio produsse un effetto di stupore.

La cena fu più triste, più silenziosa del consueto. Levatomi da mensa, io mi recai alla cella di frate Domenico. Poichè fui solo con lui, il dabben uomo, appoggiandomi la destra in sulla spalla - figliuolo, mi disse - voi avete presa una santa risoluzione. Io non aveva osato parlarvi apertamente prima d'ora; ma il rimaner qui, fra gli ozii del convento, a voi giovane ancora e robusto, era proprio vergogna. Andate, che il Signore vi benedica! Se Iddio concede vittoria alle nostre armi, spero che un giorno ci rivedremo. Se è scritto nei voleri della Provvidenza, che prima di ottenere il trionfo, i campioni della civiltà e del progresso vengano sottoposti a più dure prove - se Roma è destinata a ricadere sotto il dominio assoluto del Pontefice... allora (e la voce del frate divenne fioca) allora dite un requiem all'anima del povero frate Domenico - perchè io son certo che le libere idee da me espresse in questi giorni mi costeranno la vita!

Io uscii dalla cella del frate. I monaci, che attraversavano i lunghi corritoi mi parevano vampiri. Mi chiusi a chiave nella mia cella, per quella notte potei prender sonno.

Però, da quella veglia inquieta nacque una ispirazione felice, ed io trovai l'espediente per ristorare le mie povere finanze.

All'indomani, verso le dodici ore, un gran cartellone, scritto a inchiostro di vari colori, annunziava agli abitanti di Grottamare un grandioso trattenimento vocale-istrumentale-poetico-dentistico, che dovea aver luogo nella sala del teatro la prossima domenica. Alcuni dilettanti del paese avrebbero eseguiti quattro pezzi di scelta musica, io avrei cantate sedici o venti cavatine fra buffe e serie, il Birecchi avrebbe strappati non so quanti denti al cospetto del pubblico; e un poeta di passaggio avrebbe improvvisati e declamati un centinaio di sonetti. Il prezzo d'entrata, perchè fosse proporzionato alle finanze di tutti, si lasciava all'arbitrio degli spettatori. Il teatro sarebbe illuminato a giorno.

Quel gran cartellone produsse l'effetto ch'io mi attendeva. Gli abitanti di Grottamare ricchi e poveri, giovani e vecchi, rimasero stupefatti dal pomposo annunzio. È bene l'avvertire che già da quindici anni non s'era riaperto quel teatro a spettacoli di sorta, e i proprietarii dei palchi sospiravano da gran tempo una buona occasione per riprendervi un dritto di possesso, che da tempo immemorabile i ragni ed i sorci avean loro usurpato. Quindi è che non mai, anche all'epoca solenne dell'apertura, s'era veduta la popolazione di Grottamare con tanta esultanza, tanto trasporto, tanto entusiasmo affollarsi dinanzi ad un avviso teatrale. Io mi avvidi d'aver trovata la miniera degli scudi; e sicuro di poterne ricavare quanto mi abbisognava per le spese di viaggio, mi tenni l'uomo più beato della terra.

 

 

 




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