Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Antonio Ghislanzoni
In chiave di baritono

IntraText CT - Lettura del testo

Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

CAPITOLO X.

 

La tomba di Nerone.

 

Il giorno s'era fatto già grande, e la nebbia non dileguavasi ancora. Pareva che i raggi del sole evocassero dalla terra grosse nuvole di vapori, e pareva che queste nuvole, agglomerandosi con incessante densità, corressero dietro alla nostra vettura per seppellirla in un vortice caliginoso. Nessun augello si era desto a salutare di gorgheggi il ritorno della luce. Tratto tratto dalla folta siepe che costeggiava il cammino, qualche bufalo sporgeva il capo sonnolento. Talvolta ci era forza arrestarci per dar libero passaggio ad una grossa mandra di pecore che in quella cieca atmosfera camminavano a ritroso, urtando nelle zampe de' nostri cavalli e nelle ruote della vettura. Allora il postiglione rompeva il silenzio con due o tre bestemmie, a cui i mandriani pareva non facessero attenzione. Que' poveri diavoli, al paro delle pecore, avean sveglie le gambe ed il resto del corpo addormentato.

- Fra pochi minuti avremo il sole, disse il postiglione agitando allegramente la sua frusta.

- Quante miglia ne rimangono per giungere alle porte di Roma?

- Tre miglia.

- Iddio sia lodato! esclamò l'Ascolana.

- Vi assicuro che non è un bel vivere a Roma in questi momenti, riprese il postiglione.

- Che? ti fa paura il fuoco delle battaglie, mio bel postiglione?

- Non è propriamente del fuoco che ho paura, ma delle palle. Vi assicuro che i francesi mirano dritto, e tutti i giorni sulle mura di Roma vi è buon numero di morti e di feriti.

- E nel campo francese?

- Anche laggiù credo non ci sia molto da ridere.

- A tanta vicinanza di Roma dovrebbe udirsi il cannone.

- In questi giorni s'è cessato dal battagliare per dar agio all'inviato di Francia signor... Lesseps di intavolare trattative di pace.

- E voi credete che il signor Lesseps riuscirà a qualche accomodamento...?

- Io credo... Mortacci! Questo è un colpo di cannone... E due, e tre, e quattro...! Pare che l'inviato di Francia sia tornato colle pive nel sacco... Ah! ne vedremo di belle, e chi camperà sano poter contarle ai figliuoli.

In quel mentre un raggio di sole si aprì un passaggio fra la nebbia.

- Misericordia! gridò il postiglione, rattenendo improvvisamente i cavalli....

- Che avvenne?

- Siamo in mano dei Francesi.....

- Presto.... gira il timone, e indietro a furia!

Il postiglione era bianco dalla paura; le redini gli tremavano nelle mani; la sua gran frusta era divenuta impotente; invece di manovrare al regresso come io gli aveva ingiunto, tormentò i cavalli in foggiastrana che l'un d'essi stramazzò a terra.

Per noi non v'era più scampo. Alcuni dragoni francesi si fecero intorno alla nostra vettura, accompagnati da un uffiziale côrso che doveva servire da interprete.

- Dove sono diretti questi signori?

- Alla volta di Roma.

- Il loro nome, di grazia?

- Sono uno sciagurato cantante, che viene da... Grottamare...

- La signora?

- La signora è... mia moglie.

La bugia era lanciata con buona intenzione. Il Côrso esploratore mi prestò piena fede.

- E questi signori vanno a Roma....?

- Per cantare.... al teatro.... dell'Argentina....

- La stagione non è molto favorevole al teatro, rispose il Côrso con ironia; sarà meglio che loro signori vengano con noi. Favoriscano di scendere dalla vettura.

L'opposizione sarebbe stata inutile. Convenne obbedire.

L'Ascolana mi seguiva come un automa. Ci avanzammo verso un ponte a metà demolito. Essendo il sole finalmente comparso in tutta la sua pompa, mi vennero veduti nelle campagne adiacenti due o trecento soldati, che stropicciandosi gli occhi e distendendo le braccia, mostravano d'aver passata una mala notte coricati su quel terreno pantanoso.

Come e perchè quel drappello di soldati avesse occupata una posizione tanto sfavorevole, mi fu spiegato doppoi. Sullo stradale per cui io e l'Ascolana e il povero postiglione eravamo poco dianzi arrivati, si intese di bel nuovo un romorìo di ruote ed uno scopiettìo di fruste misto a quelle grosse bestemmie, che i carrettieri d'ogni nazione credono sia il linguaggio più eloquente per farsi comprendere dai cavalli o dai muli. I soldati francesi si alzarono tutti d'un salto, ed appostati i fucili, si collocarono dietro le siepi in modo da non esser veduti da lontano. Poco dopo s'avanzarono verso il ponte da venti o trenta carri, due dei quali carichi di polvere e munizioni da guerra, gli altri di pollami, uova, formaggi, vini ed ogni genere di vettovaglie. Quando il momento parve opportuno, a un cenno del capitano, i segugi francesi sbucarono dai loro nascondigli, e fattisi intorno a quei carriaggi, intimarono ai conduttori di arrestarsi. Quali rimanessero i fieri romagnoli nel vedersi così inaspettatamente assaliti, è facile immaginarlo. Lottare era esporsi a morte sicura. I soldati dirigevan le canne dei fucili contro i poco numerosi, ma ferocissimi carrettieri, che proferendo una salva di imprecazioni, cedettero alla evidente certezza della propria impotenza, e si arresero prigionieri. Fu visto allora uno stranissimo spettacolo; i soldati francesi montarono sui carri, e cominciarono a man salva il saccheggio. In men di cinque minuti, i pollami, le uova, i formaggi, i giamboni, i fiaschetti di vino d'Orvieto, tutto fu messo a ruba, e il grosso bottino posto come ornamento delle baionette, del giacò e delle giberne, che mal reggevano all'insolito peso.

Il Côrso mi venne incontro con un fiaschetto di vino d'Orvieto, e presentandomelo gentilmente, si lasciò scappare queste parole, da cui sarà facile il comprendere quali sospetti cadessero su me e sulla mia compagna.

- Bevete, signor cantante! bevete! perocchè avete diritto alla vostra parte di bottino. Voi andavate a Roma per cantare, non è vero? E questi altri signori, che venivano dietro a voi, erano forse i professori d'orchestra ed i coristi... Sta bene! Ma a noi altri Francesi non le si danno ad intendere così grosse! Due carri di polvere... Vi par nulla?

- Fiat voluntas Domini, esclamai vuotando d'un sorso il fiaschetto. Un uffiziale francese giovanissimo, già decorato nelle campagne d'Africa, adocchiava l'Ascolana furtivamente, poi venne ad offrirle il braccio per accompagnarla nell'interno di un casolare a poca distanza dal ponte. Ella si volse a me quasi per consultarmi; l'uffiziale, interpretando quell'occhiata:

- Signora, le disse, io non intendo disgiungervi da vostro marito, egli può seguirvi, se ciò gli aggrada.

Entrammo in una stanzaccia a pian terreno, dove altri uffiziali facevano colazione, onorando senza ritardo i giamboni, i formaggi ed i fiaschetti di vino che poco dianzi avevano legalmente acquistati. All'entrare della bellissima donna, tutti quanti si levarono in piedi. L'Ascolana parlava il francese a meraviglia: ella, che da parecchi giorni, esausta di forze, scorata, direi quasi intorpidita dai patimenti fisici e morali, pareva avesse perduta la loquela; commossa ora dal nuovo infortunio riacquistò d'un tratto quell'energia, quella vivacità di linguaggio che erano a lei naturalissime. Sedette a tavola cogli uffiziali; volle che io le stessi a fianco, e mangiò coll'appettito convulso di chi ha l'anima fortemente agitata. Alle galanterie francesi rispondeva con una disinvoltura ammirabile: I poveri soldati, che forse da tre o quattro mesi non avean fiutata una gonnella, cadevano in deliquio, si dimenavano sulle scranne, torcevano gli occhi, insomma, per servirmi d'una frase Dantesca:

 

Non avean membro che tenesser fermo.

 

- Voi avete una bella moglie! mi sburravano all'orecchio i commensali più vicini, empiendomi in pari tempo il bicchiere.

- Donna adorabile!

- Donna fascinatrice!

- Che occhi!

- Che labbra!

- Che profilo!

E nell'alternarsi di questi punti ammirativi, i miei ospiti si davan premura di riempirmi il bicchiere. Coloro s'eran messa in capo l'idea d'ubbriacarmi. Vinto il marito, pensavano essi, sarà men difficile la presa della moglie. Ma io non era un marito, e i furbacchioni fallirono completamente. Da quanto mi accadde quel giorno, ho dovuto convincermi che l'avere una bella moglie non è poca fortuna in certe occasioni. Se l'Ascolana non era meco, avrebbero forse gli uffiziali francesi pensato ad offrirmi quell'eccellente colazione? Infatti, gli altri prigionieri erano rimasti di fuori, agglomerati come caproni sotto la vampa del sole cocente, a divorare cogli occhi i giamboni e gli altri commestibili che poco dianzi essi aveano recato alle bocche nemiche. Al mio povero postiglione era toccata l'ugual sorte. Io mi sovvenni di lui: lo ricordai all'Ascolana, e questa pregò gli uffiziali di inviargli qualche cibo. È inutile ch'io vi dica con quanta sollecitudine fu risposto al voto della bellissima donna. Tutti quanti balzarono in piedi, e recandosi in mano le scodelle, i piatti, i bicchieri, corsero ad offrire al postiglione una colazione lautissima. Quel povero ragazzo, vedendosi onorato in siffatta guisa, non capiva più in dalla gioia; prese i piatti, le scodelle, i fiaschetti; li adagiò sotto un albero, e mangiò come forse mai gli era accaduto nella vita.

Era già il mezzogiorno, quando da Monte Mario venne improvvisamente un ordine ai soldati di abbandonare quelle posizioni per ricongiungersi al grosso dell'esercito. Tutti i prigionieri furono schierati, distribuiti in drappelli e passati in rivista. Grazie alla buona opinione che s'ha di noi Italiani al di delle Alpi, que' malcapitati carrettieri furono frugati e manomessi dal capo al piede. Il postiglione fu obbligato a levarsi anche gli stivali. I terribili perlustratori che con una indecenza poco francese avean eseguito l'uffizio crudele, non avendo trovata arma alcuna, si guardarono in viso meravigliati, esclamando colla miglior buona fede del mondo: “Costoro non sono Italiani!”

Grazie all'Ascolana, mi fu risparmiato quel barbaro affronto. Gli uffiziali ne offersero un posto sui carriaggi, e vi salirono con noi. L'Ascolana fu posta a sedere sopra un gran padiglione di verzura improvvisato alla meglio dagli zappatori, i quali a tal uopo avevano atterrati quattro o cinque alberetti, e li aveano disposti sul carro intrecciando ai rami qualche fiore dei campi.

Il capitano tuonò il comando della marcia, e tutti quanti partimmo alla volta di Monte Mario.

Il luogo dove fummo fatti prigionieri, secondo mi venne riferito dal postiglione e dagli altri compagni di sventura, denominavasi la Tomba di Nerone.

 

 

 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License