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| Ippolito Nievo Il varmo IntraText CT - Lettura del testo |
Or dunque appunto per un bel giorno d'agosto i due giovincelli stavano nel bel luogo, cosí contenti di sé e di tutto, che il Signore guardandoli sarebbesi compiaciuto dell'opera propria; ed era in sua podestà sconfiggere con quel solo esempio le lunatiche teorie dei cattivi profeti. Infatti non istà per nulla l'accusare de' propri malanni, assai delle volte deliberatamente cercati, tale, che con quattro ciottoli sa edificare su un bacinetto d'acqua la felicità di due creaturine ragionevoli; e se tale felicità smonta rapidamente come la doratura del tramonto, anco non è da scandalizzarsene; imperocché seminati dall'alto come soverscio alle venture generazioni, noi dobbiamo ringraziare la Provvidenza, quando alcun poco di bene s'intromette furtivamente fra la fatica e il dolore, i quali meglio e piú a lungo fruttificano in sapienza e in virtú. Pertanto la Favitta e lo Sgricciolo se la spassavano lietamente, senza forarsi il cervello con quegli spilli velenosi dal capolino lucente che per nostra alterigia ebbero nome di pensieri: e di fatti aveano essi trovato il bandolo di menare la vita in allegria, senza darsene cura. I fanciulletti poi hanno questo potere nelle loro feste, che quanto li circonda sembra prendervi parte; e cosí anche allora le cincallegre, i piombini e le cutrettole venivano a trastullarsi nei loro trastulli con cento strambe volatine, e con un vivace cinguettio fra i giunchi e gli ontani. Questa compagnia tolleravano essi d'assai buon animo; ma cosí non fu quando videro due occhietti vispi e puntuti trasforare una siepe lí presso; e i due garzonetti si diedero a correre a quella parte col braccio arcato e un bel sasso in mano, il quale null'altro aspettava che un piccolo cenno di mala volontà per punire quell'importuno. Ma quegli occhietti perciò non mossero palpebra; anzi di lí a poco dalla medesima siepe sbucarono due braccia, e poi due gambe con tutto il resto, e un bel contadinello con un paniere in mano s'avanzò verso loro con viso ilare ed aperto. I due selvatichetti avvezzi a mettere in rotta con una vociata amici e nemici, rimasero sbaiti per tanta confidenza, e prima la Favitta si fece incontro allo sconosciuto gridandogli:
— Ohe, ohe, bel pasciutello: a che ci venite qui col vostro paniere? Volete coglier acqua o sassate, bel ninnolino?... —
Quel ragazzo, che d'alcun poco mostravasi minore dello Sgricciolo, parve maravigliato, ma non offeso di quella mala creanza, e stette sui due piedi ammiccando a mo' di chi vuole ma non può intendere.
— Sí, sí, parlo con voi! — riprese la fanciulla. — Non è vero, Sgricciolo, che se piú tarda, la laveremo in Varmo quella faccia tosta?
— Non mi laverete in Varmo, perdiana! — sclamò il forestiero, ponendo chetamente a terra il paniere e sedendo appresso colle mani incrocicchiate davanti ai ginocchi. — Qui mi era fermato per prender piacere dalla vista dei vostri piaceri, e giacché lo volete, vi starò ora a godermi del vostro dispetto.
— Ah vuol farci dispetto colui! — urlò la Favitta. — N'è vero, Sgricciolo, che lo porterà a casa lui il dispetto?
— Sgricciolo o fringuello, io non mi movo — soggiunse l'altro con uno sghigno.
— To' dunque! — gridò la Favitta, dirizzandogli una sassata, la quale lo incolse nel gomito e gli fece fare una boccaccia delle piú buffe.
— Ah cosí tu la intendi? — diss'egli, levandosi da sedere.
— Sí, sí, cosí l'intendiamo, e che tu te ne vada se non vuoi buscare di peggio — rispose lo Sgricciolo per non mostrarsi dammeno della fanciulla.
— Or bene, avanzate, se vi dà il cuore! — rimbeccò l'altro.
— Sicuro che ci dà il cuore! — rispose la Favitta traendo per mano il compagno.
— Ah siete qui! Ben venuti! — diceva quegli, attendendoli di piè fermo. E come li vide a portata con uno sgambetto, li mandò rotoloni ambidue. — Ah, ah! ecco il dispetto ch'io mi porto a casa! Eccoli coloro che doveano lavarmi il muso!
— Sí sí, siamo noi quelli, e te la faremo vedere! — gridava furiosamente lo Sgricciolo correndo questa volta alla riscossa prima della sua alleata, la quale nel cadere erasi impigliata nella balza d'un sottanino.
I due fanciulli s'accapigliarono da veri demonietti; ma mentre lo Sgricciolo tutto inteso a percuotere la dava dentro alla cieca, l'altro standosi sulle difese e da furbo destreggiando, lo menò garbatamente a un palmo dalla riva, e lí urtatolo all'improvviso lo cacciò nell'acqua fino alla cintola.
— Ed ora son con te! — aggiunse tranquillamente, volgendosi alla Favitta ch'era accorsa in aiuto al compagno. Allora cominciò una nuova battagliuola, che a dipingerla non basterebbero venti ottave dell'Ariosto; e i colpi e le parate, e le offese e gli inganni e le finte e le coperte s'avvicendavano come in cavalleresco torneamento; ma se la forza era maggiore dal lato del ragazzo, la Favitta s'aveva in corpo quanta furberia e malizia possono capire in una femmina, onde a lungo stette in bilico la fortuna. Finalmente al tornar dello Sgricciolo in campo, il garzoncello, sia che desse il bando alla misericordia, sia che piú prode diventasse per lo stringere della necessità, giunse ad abbrancare l'avversaria sotto le ascelle, e levatala in alto, la lanciò di traverso con tanto impeto, ch'ella andonne stesa bocconi sulla ghiaia, come un cencio posto là ad asciugare. Lo Sgricciolo vedendole sprizzar il sangue dalle narici, dimenticò tosto ogni rancore per correrle appresso; genuflesso e curvato sopra lei la veniva chiamando; e poiché la fanciulla né rispondeva né dava altro segno di vita, si diede a strillare disperatamente credendola morta. Il vincitore s'accostò allora alla piccina, e dando sulla voce allo Sgricciolo per quelle sue urlate:
— Che? — gli disse —, sei cosí balogio da non t'accorgere, che con due spruzzi costei è piú viva e pestifera di prima? —
In fatti egli stesso appressatosi al Varmo, e fatto del cappello scodella spruzzolò d'acqua il viso della morta; e questa aperse gli occhi e glieli cacciò dolci come quelli d'un basilisco; ma di peggio fare non poteva, perché la stanchezza dello svenimento la impediva dal rizzarsi.
— Hai veduto, Sgricciolo? — disse allontanandosi quella buona lana di medico. — Ed imparate voi augellini di macchia a stuzzicare il falchetto! —
In queste parole, raccolto il cestello, scavalcò la siepe donde era venuto; e la Favitta e lo Sgricciolo restarono accosciati sulla ghiaia in tal atto di muta e vergognosa costernazione, che uno scultore ne avrebbe ritratto un buon modelletto, pel gruppo della Sconfitta. Né per tutta quella giornata andò loro scemando la melanconia; anzi di chiusa e silenziosa che la era dapprincipio, si veniva sempre piú facendo proterva e battagliera: e da ultimo corse fra loro un qualche pugno, il che non era mai avvenuto per lo addietro. Come potete credere, chi lo si mise pazientemente in tasca fu lo Sgricciolo; ma questo non tolse che un pocolino di fiele non gli si formasse sul cuore per l'ingiustizia della compagna, la quale gli serbava astio per una comune sventura. E questo era vero pur troppo, giacché a lei pareva essere sprecata la benevolenza verso di un tale che non sapea difenderla contro all'altrui baldanza; e in ciò ella stimava consistere il più grave dei difetti, poiché avvezza sempre a spadroneggiare, non potea patire suggezione di sorta. Da sí lieve accusa germogliarono, come sempre, grandissimi effetti: e prima Simone vedendo il ragazzo ogni dí piú raccostarsi a lui per l'asprezza della compagna e la rinata cattiveria della Polonia, finí col toglierselo addirittura nel mulino: e lí esso benché giovinetto cominciò ad imparare, come il lavoro sia la medicina, o l'obblio che dir si voglia, dei maggiori affanni. Tanto attese alle operazioni e agli insegnamenti del mugnaio, che questi dopo un mese tralasciò affatto di allogar a giornata un garzone, fidandosi interamente in lui come già pratico e avveduto nel mestiere.
Frattanto il brulichio interno della Favitta non potendo piú svamparsi nelle continue chiassate col compagno, la rodeva di dentro; e la triste e incresciosa solitudine nella quale rimase, le fu degno castigo dell'essersi già prima inimicata colla ragazzaglia del paesello. Troppo superbetta tuttavia per scendere ad una riconciliazione con chicchessia, menava ella le sue giornate lunghe e melanconiche sulle rive del Varmo, ora guardando gran pezza nel suo limpido grembo, ora meditando nuove maniere da martirizzare lo Sgricciolo nel tempo della cena, ed ora cercando uno sfogo alla bile col tormentare barbaramente quanti grilli e ranocchi le venisse fatto di acchiappare. Cosí continuava l'augellina a sbattere le sue alette sotto quelle ombre amiche, ma nessun compagno veniva giú di fronda in fronda, come dice il Vittorelli, per consolarla. Piú volte in quelle sue meste passeggiate le accadde di incontrare, o di spiar tra la macchia il vincitore, il quale n'andava via lungo il sentiero col solito paniere; e dapprima cercava sfuggirlo, ma poi s'attentò d'aspettarlo di piè fermo, ed egli parimenti tirava innanzi salutandola con bel garbo e senz'ombra di scherno. Tanta generosità, rara assai nei fanciulli paesani i quali sogliono essere ostinati nell'ira, e beffeggiatori, le mosse dentro un desiderio di conoscerlo piú davvicino, e di sapere chi egli era. Un giorno finalmente gettò la pezzuola nel fosso, e fingendo averla a caso perduta, come vide passare il giovinetto, lo pregò pulitamente d'aiutarla a ritrarnela: e cosí s'intavolò una chiaccherata, dalla quale seppe ch'egli era nipote del vecchio mugnaio di Gradiscutta per parte del suo primogenito, e che due volte la settimana veniva per le provviste a Camino. Ai ragazzi poco ci vuole per entrare in dimestichezza, sicché il Giorgetto prese a poco a poco il posto dello Sgricciolo; soltanto per esser egli d'animo fermo e diritto, anziché lasciarsi soggiogare, piegava a modo suo la Favitta; e sebbene a costei sembrasse poca cosa il vedersi ad ogni tre giorni, pure esso non s'arrese mai a deporre il cestello per perdersi con essa in frascherie, e solo consentiva che gli venisse del paro lungo la via ridendo e ciarlando. Quando poi la fanciulletta si lamentava di quella sua durezza, egli rispondeva che la venisse una domenica al mulino di Gradiscutta, ove non le sarebbero mancati sollazzi, e con lui, e coi suoi cugini, i quali fra grandi e piccoli sommavano una dozzina. Ma la Favitta cresciuta in fino allora romita da ogni consorzio col prossimo, non si sentiva il coraggio di scontrarsi cosí per ispasso in facce affatto nuove. Pure una volta che il Giorgetto stette cinque giorni senza farsi vedere, ella deliberò di vincere la natural ritrosia; pensando che alla fin fine l'avrebbe fatto come le altre. Vestitasi dunque del suo meglio, scappò di casa subito dopo il desinare in onta ai soliti scongiuri della Polonia; e cosí prese via speditamente costeggiando il Varmo, con tutto l'ardore e la felicità d'una fanciulletta che si accinge ad una grande impresa.