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Signori.
La dignità dei popoli è varia e comprovata dai titoli
diversi coi quali conquistano il loro posto nel campo della storia. Gli uni si
fondano sulle armi e vivono combattendo, gli altri propugnano la libertà e
vincono i regni colle republiche. Hannovi terre, come l'India e l'Arabia,
fertili di profeti e di redentori, altre terre nutrono nazioni positive dedite
all'industria ed al commercio, e se volessimo figurarci tutti gli stati riuniti
in una grande assemblea del genere umano noi vedremmo le forze della loro
sovranità tratte dalle fonti più opposte in quel modo stesso che a Vestfaglia
nel 1649 o a Vienna nel 1815 ogni stato sanzionava il suo diritto a nome della
chiesa o della riforma, della rivoluzione o della reazione.
Quali sono, o signori, i nostri titoli nel mondo
europeo? Troppo lungo sarebbe il rispondere diplomaticamente, poichè l'antica
Italia ha perduto il diritto di vivere, e il nuovo regno chiede ancora e tempo
e uomini e soldati, e generali e vittorie che lo confermino. Ma qui in questo
momento, in mezzo alle tradizioni della scienza, nell'atto che io vi annuncio i
corsi scolastici dell'Instituto superiore di Lombardia. e che trasmetto la face
dei tempi alla nuova generazione che mi si affaccia dinanzi, adesso che io
parlo a nome dei miei colleghi inaugurando la nuova cattedra di Filosofia della
Storia, io vi dirò che il nostro vanto massimo si riassume da secoli nell'arte
di regnare, la quale nelle più alle regioni della scienza prende il nome di
Filosofia della Storia.
Quando nei primi albori del secolo XVIII, un nuovo
spirito s'impadronì della Francia esagitando l'Europa, il rimutarsi del
passato, l'anelare verso nuove sorti, prese forma scientifica, e i filosofi
fino allora ridotti alla solitudine, i filosofi fino allora felici di passare
inosservati fra le moltitudini, e di sfuggire alle gelosie del sacerdozio ed ai
sospetti del trono, videro giunta l'ora di regnare e incominciarono la rivista
d'ogni tradizione chiedendone conto agli ultimi loro rappresentanti. Tutti i
capi delle antiche società furono tratti davanti il tribunale della ragione e
si chiese loro, per qual motivo erano conti, marchesi, re, pontefici, per qual
motivo regnavano, per qual ragione, per qual titolo il genere umano era fatto
patrimonio, qui dei figli dei crociati, là dei figli dei conquistatori. Si
chiese se le religioni erano vere o inventate, se i dominj legittimi od
usurpati, se la nuova generazione doveva gemere, perchè deboli od ingiuste
erano state le anteriori generazioni.
In mezzo al giudizio universale pronunziato su ogni
passata istituzione, sorse in Italia la filosofia della storia.
Umile iniziato di tanta scienza, le povere mie
parole non saprebbero esprimervi quanto sia alta, e qual spazio indeterminato
le si pari dinanzi. Essa è la scienza dei misteri perchè scandaglia ogni
origine Sacra sacra e
profana, è la scienza del pensiero che mai non l' abbandona attraverso le
infinite sue vicissitudini, è la scienza del genio, che mai non prende il suo
volo, senza ch'essa non gli assegni l'ora e la missione, è la scienza dei
principj, perchè chiede al vero stesso un altro vero sempre. superiore. Spetta
ad essa il reggere la politica, il dire e perchè i governi siano sì opposti gli
uni agli altri secondo le regioni, e perchè. sono sì effimeri o sì durevoli
secondo le loro missioni, o perchè sì felici o sì infelici sono le guerre loro
secondo i principj; la politica non conosce sè stessa, e sotto lo sguardo della
filosofia della storia, i suoi trionfi, le sue conquiste gi trasformano; e i
trofei di Carlo Magno diventano una religione nascente, le vittorie dei Crociati
altrettante rivoluzioni interne, le forze della Russia la manifestazione di uno
scisma, e le libertà degli Inglesi una riforma religiosa. I suoi giorni sono di
mille anni, come diconsi i giorni di Dio, e le nazionalità obbediscono pure a'
suoi cenni: non immortali, non sacre, non eterne, nascono e muojono come gli
individui, o suona l'agonia loro nell'istante di un delirio.
I casi stessi che la civilizzazione semina sulla
via di un'idea, quando l'uomo sembra superiore alle battaglie ed ai governi,
voglio dire la serie apparentemente accidentale delle scoperte e delle
invenzioni, cede alle sue leggi, nè la bussola, nè la stampa anticipate di
mille anni possono strappare l'Oriente alla fatalità, che gli impone di
camminare di pari passo coll'Occidente.
Da ultimo questa scienza regna sui culti, e i
pontefici obbediscono al filosofo, che non parla di Roma senza guardare a
Bagdad, nè dei Califfi senza seguire coll'occhio i Lama dell'Asia. Tutti i
dogmi, tutti i redentori, tutti gli apostoli, tutti i fondatori, o, poichè il
genio umano è sì antico, che non conosce che i riformatori, tutti i
riformatori, dico, sono subordinati alla idea di una storia ideale, eterna,
comune a tutte le nazioni, a tutte le civiltà. Nè avvi utopia che possa
trascendere la scienza della storia, e se ci rende appunto superiori ad ogni
passata filosofia, lo dobbiamo a ciò, che essa ci insegna a trarre l'avvenire
non da un pensiero isolato, ma da una continua tradizione.
Dite pure, che essa è congetturale, che si aggira
tra le ipotesi, che procede mal certa, che ignora il primo passato del genere
umano, che non ne conosce l'ultimo fine. Ditelo pure. Essa è congetturale,
incerta, mobile, sfuggevole come la filosofia, che scorre dagli atomi di
Democrito, all'uno di Elea, che ora trae l'universo dalle idee di Platone, ora
dalle essenze di Aristotele, e procede ondeggiante tra il fato di Zenone, e
l'inspirazione di Plotino, e muta sorti trabalzando dal metodo di Descartes
all'esperienza di Bacone, alle monadi di Leibnitz, alla sensazione di Locke.
Dovesse pure la filosofia nella indefinita sua carriera cadere di dubbio in
dubbio e precipitare colla critica di abisso in abisso. sciolti in molecole
tutti i fenomeni dell'universo, la filosofia della storia la seguirà
nell'indefinito suo moto coll'eterno Evangelio della rivelazione naturale.
Accusateci pure di temerità, diteci che vogliam lottare qui col caso, là col
libero arbitrio, altrove col fato, cercando un senso a segni tracciati a caso
sulla superficie della terra; diteci pure che vano è il nostro affannarci per
trarre la storia dal pensiero e dal pensiero l'essere contemporaneo del tempo,
dello spazio e dall'essere la storia della natura e del genere umano; la vostra
accusa e il nostro progredire sussisteranno eternamente, finchè non avrete scoperta
un'altra natura alla ragione umana. Da ultimo negate voi la filosofia,
l'annientate voi? La filosofia della storia le sopravvive perchè la vede
nascere e morire più volte or bambina con Talete, or decrepita in Alessandria;
ora potente con Averroe, ora spenta fra gli Arabi.
Nata sul nostro suolo la scienza della storia è la
forma speciale dell'ardire italiano. Intenderete forse dirvi, che nasce adesso
l'Italia, che fu creata in pochi giorni, in pochi anni, che mai non ha
esistito, che mai non fu riconosciuta. Signori, io vi lascio vergine l'avvenire
politico, ma guardatevi dalla vanagloria delle nazioni e dei dotti, guardatevi
dalla folle prevenzione che trasporta il presente nel passato, e lasciate i
mausolei e le statue al loro posto, se volete conoscerli indovinando il futuro.
Se l'Italia fosse nuova, non avrebbe nè tradizioni,
nè cattedrali, nè città, nè capitali, nè poeti, nè filosofi, e tanta è la
nostra ricchezza, tanta la nostra antichità, e tale forse la nostra vecchiaja,
che al nostro confronto, le altre nazioni ci sembran giovani e nascenti.
E perchè mai l'Italia è sempre stata una altissima
nazione? Forse a causa delle sue armi? Ma essa cede agli altri popoli questo
vanto, ed anzi chiama dall'estero i suoi condottieri, i suoi imperatori.
Parlerete forse delle industrie nostre? Qui pure
abbiamo avuto nazioni rivali, nazioni superiori.
Anche nell'antichità (che non è vanto) siam
sorpassati dalle più lontane ed eterne nazioni dell'Asia.
Quale è adunque il principio che ci ha costituiti,
e che senza interruzione ci ha resi superiori a tutti i popoli, e ci ha
permesso di conservare l'ombra della conquista romana? Non io ve lo dirò,
domandatelo ai poeti; e lo stesso Dante ve lo additerà nel papato, e il papato
reggerà la Gerusalemme liberata, e gli scherzi stessi dell'Ariosto non
trascenderanno il patto di Carlo Magno colla Chiesa, e Raffaello e Michelangelo
ve ne celebreranno le glorie, e troverete i libri stessi del Macchiavelli
dedicati al papa, e il Vaticano sarà come il tempio di Delfo, nel quale tutti i
filosofi, tutti i poeti, e lo stesso Euclide deponevano i libri loro, e
s'intende che il Vaticano innalzato a tanta altezza sia stato sì superiore a
tutti i re, a tutti gli imperatori da distribuire, e da sanzionare i loro
titoli di regno, di conquista e di benemerenza, chiamandoli sacri e dicendoli
ora cristianissimi, ora cattolici, ora apostolici.
Ma appunto perchè grande è la nostra tradizione,
ancora più grandi hanno dovuto essere le nostre rivoluzioni, condannate a sorpassarla
di continuo. Già voi sapete quanto nei tempi di mezzo fossero terribili,
molteplici ed audacissime coi vescovi, coi consoli, colle sette e coi
condottieri che chiamavansi nemici di Dio. Istessamente la nostra scienza emula
di Dio, ha dovuto esser pari all'idea d'un dominio universale, e nel mentre che
nel secolo XVIII, in Francia si cavillava sullo stato di natura, in Inghilterra
sul lavoro, sui valori, sulle ricchezze, in Germania sulle monadi di Leibnitz,
sul nostro suolo fu concetta l'idea di mettere nelle mani della scienza le
sorti di tutti i popoli passati e futuri, di scoprire l'ordine nel disordine
della terra, all'imitazione di Newton, che scopriva l'ordine del cielo
nell'apparente disordine degli astri. Fosse pure l'Italia all'ultima agonia, e
dovesse pure cedere a un fato mortale, il suo concetto del secolo XVIII sarebbe
ancora l'anelito del Titano fulminato da Giove.
E vedete, o signori, se l'Italia è nazione! Se
accidentale è l'agglomerazione de' popoli suoi, e se senza missioni speciali
siano i diversi suoi Stati; : guardate
dove nasce la filosofia della storia.
Non in Lombardia; la nostra provincia non si
appartiene, non è indipendente, non sovrana, non ha adunque diritto di parlare
dell'alta sovranità dei popoli attraverso la storia e si ferma con Beccaria
nella modestissima sfera della giurisprudenza e della morale. Difficilmente i
suoi cittadini daranno dei primi ministri alla santa sede, o alle corti estere,
difficilmente i suoi scrittori affrontavano con spiegazioni categoriche i
grandi problemi della politica italiana. Come mai i suoi filosofi del XVIII
secolo avrebbero trattato dell'arte di regnare sui culti?
Venezia sul punto di morire non aveva diritto di
parlare. L'antico suo vanto era stato di rimanere straniera all'Italia di cui
non aveva riconosciuto nè il regno longobardo, nè il gran patto di Carlo Magno
colla chiesa, nè le ultime libertà dei Berengarj, nè, le lotte di Gregorio VII
colla Germania, nè le rivoluzioni guelfe e ghibelline. Vuota di pensieri,
facevasi assai tardi italiana, all'epoca della sua decadenza, nei tempi dei
signori, dopo di avere deliberato se dovesse trasportare la sua sede a
Costantinopoli e se stava in Italia per necessità, ad ogni passo nella sua
naturalizzazione subiva una sciagura. Incominciava la sua italianità colla
serrata del Gran Consiglio escludendone a perpetuità ogni nuova famiglia; si
assettava creando il tetro convegno dei Dieci che costituiva un governo nel
governo, si perfezionava inventando l'inquisizione dei Tre con poteri occulti illegali
illimitati, si faceva moderna colla sconfitta di Agnadello che rivelava
l'incurabile debolezza della republica e si conservava poi col tacere, col
dissimulare sè stessa, coll'interdire ogni discussione di politica, di
religione, di riforma, di rivoluzione, e lasciando le teorie francesi ai
commedianti del carnevale e la libertà all'eterna minorità di un popolo
frivolo. Lodavansi le sue instituzioni, ma chi le imitava? I suoi politici
capovolgevano a ciarle l'insegnamento italiano; come mai Venezia avrebbe dato
un filosofo capace di rivelare le leggi della civiltà che doveva fulminarla?
Il Piemonte assorto nell'adorazione del suo re,
all'avanguardia tra i moti di Francia e di Germania, condannato a vivere
combattendo o tergiversando tra le rapide evoluzioni degli eserciti,
poteva forse conquistare lo sguardo tranquillo che contempla i popoli come
fenomeni e conta i secoli come anni? L'azione uccide il pensiero e lo obbliga
il diventar raggiro, declamazione, insidia; essa chiede espedienti e non
teorie; fraternizzando coi più retrogradi partiti per ottenere il silenzio
opporrà il gesuita Bottero al secretario della Repubblica di Firenze, e se
dovesse fraternizzare colla libertà la vorrebbe progetto, disegno, una specie
di ghiribizzo munito di tutti gli espedienti necessari alle giravolte. Quindi
l'esilio d'Alfieri, del resto anch'egli rivoluzionario e nemico della
rivoluzione francese e ostile alla Francia, sempre contraddittorio tra i due
programmi che elidono l'ibrido regno subalpino del quale non si sa neppure se
sia regno di Piemonte o di Sicilia o di Sardegna o di Savoja.
Spetta quasi sempre alla Toscana il rappresentare
il pensiero italiano e il dargli una forma; ma un difetto le toglie di essere
la culla della filosofia della storia, essendo Firenze per carattere, per
tradizione, per temperamento e si direbbe per principio, estranea alle scienze
filosofiche. La logica, la rigorosa deduzione delle leggi, il concentrare
l'attenzione sulle nude astrazioni, l'esaminarne con passione i contrasti, le
ripugnanze, le assonanze, il dimenticare l'universo pensando come se non
esistesse, il rifarlo colla pura invenzione metafisica senza vani riguardi,
colla pace dell'assoluta solitudine, il passare gli anni su transizioni
creatrici, dove una parola, una sillaba può tradire e condurre a invisibili
catastrofi, il rimanere al di fuori dell'arte, dell'azione, della pratica, e
della vita stessa per vivere coll'atomo, o colla monade, o coll'essenza o con
un principio per sè nullo, ma generatore di tutto, in una parola il filosofare,
è cosa esosa al toscano. Sarà commentatore come Ficino o sapiente come Galileo,
ma abbandonato a sè stesso senza libri, senza marmi, senza compassi, senza
spettatori, senza un teatro qualsiasi non si sostiene: abituato agli
ondeggiamenti dell'Italia, inspirato dall'arto dall'arte
e dalla tradizione nazionale di cui sente il palpito, potrà
giungere per cento vie alla gloria della poesia a raggiungere l'ultimo termine della
malizia nelle regioni della politica, ma i suoi meriti non gli consentono di
analizzare per la prima volta le rivoluzioni del genere umano,
Già voi sapete che Roma regna silenziosamente, che
non produce ma ordina, non crea ma conserva, non spinge ma trattiene, non
ammettendo che i concetti accessibili all'immensa, all'immane maggioranza del
genere umano. Dalla caduta dei Cesari essa non ha mai prodotto nè un filosofo,
nè uno scrittore politico, nè mai conobbe la libertà dei scismi e delle eresie:
ivi un uomo solo parla, e porta il peso del mondo.
Ma nel regno che è feudo suo, nel regno dove egli
stende l'avida mano senza che mai possa tramutare l'alto suo dominio in vero
governo; nel regno dove la sovranità freme fino dai tempi di Federico II con
ambizione universale, nel regno dove la libertà tenne aperte le sue camere fin
sotto la Spagna, e dove il genio della speculazione quasi contemporaneo della
terra per l'antichità sua, rinasce ad ogni tratto con filosofi cosmopoliti,
portando la sfida al pontefice; ivi sotto un cielo eternamente sereno, dinanzi
a città che la natura distrugge, e che la mano dell'uomo ostinatamente rialza
ad ogni tratto, ivi dico rendesi quasi visibile all'occhio, il lentissimo molo
moto delle nazioni, in quella guisa,
che negli stretti anche il semplice passaggiero si accorge della convessità del
mare.
Nel regno adunque che è sovrano, nel regno che è
patria naturale dei filosofi da Empedocle a San Tomaso, da San Tomaso a
Giordano Bruno, sorge per la prima volta la filosofia della storia, e si
presenta con apparizione straordinaria, come lo sono i suoi destini. Difatto
chi la rappresenta? Chi ne traccia le prime linee? Chi la chiama scienza e ne
stabilisce gli assiomi e i teoremi imitando la precisione dei matematici? Chi
sottentra al pontefice per farsi pontefice dell'idea che sovrasta a tutti i
culti? Forse l'uno dei condottieri del pensiero? Forse un uomo che scuote le
moltitudini e fa impallidire i principi della terra? Forse un uomo che le
inquisizioni devono spegnere, perchè la sua voce non propaghi qualche sacrilega
verità? Forse un arditissimo assalitore d'ogni istituzione antica e venerata?
No certo, ma un oscurissimo professore di rettorica, ossequioso verso ogni
autorità costituita, verso ogni più insipida illustrazione; un uomo che si
prosterna annualmente dinanzi a tutti i vicerè della Spagna e dell'Austria, che
non sospetta nemmeno che sia l'onore della politica, l'orgoglio di un'opinione,
un uomo che celebra in quattro lunghissimi libri il tanto aborrito, come dice
il Muratori, general Caraffa, specie di capitano da caserma, carnefice degli
Ungheresi, tiranno in Italia, un uomo infine che umilmente proferisce e dedica
il libro suo al sommo pontefice il quale non s'accorge neppure del dono.
Tale è il carattere supremo del genio che ignora sè
stesso, che è figlio della natura, e che inconsciente profeta ricade nella
folla finito il vaticinio, lasciando alla posterità la cura di raccogliere i
fogli sparsi delle sue opere. Se conoscesse i suoi responsi ne sarebbe
sgomentato, la sua inspirazione non sarebbe rassicurata, i sacerdoti del tempio
gli toglierebbero la parola, e appunto perchè inconsapevole ed anzi servile
Vico nell'atto in cui solo credevasi interprete del mondo antico, contemplatore
di rovine neglette, di ricordanze svisate, di miti più volle alterati a
traverso epoche distinte, appunto perchè voleva dimenticare il presente per
intendere il passato quasi a sua insaputa parlando dell'antichità spiegava il
medio evo e nelle sue opere gli Dei di Omero diventavano i santi del
cristianesimo, e il pontefice sommo dell'antichissima repubblica rinasceva
papato dei moderni, e dicevansi tutti i popoli destinati a cadere ed a sorgere
eternamente, adorando i medesimi fantasmi, e cadevano cosi i pontefici, i re,
gli imperatori sotto il dominio della Scienza Nuova.
Pure la filosofia della storia era troppo grande,
perchè fosse concesso ad un solo uomo di rappresentarla al suo sorgere, e
doveva come la filosofia, sempre scissa nel contrasto di due opposti sistemi,
aver anch'essa il suo Democrito, e il suo Eraclito, il suo Aristotele e il suo
Platone. Un altro uomo era compagno della grandezza di Vico.
Nacque difatti Pietro Giannone1 nella
stessa città, ebbe i medesimi amici, lodò gli stessi uomini lodati da Vico,
visse nel medesimo tempo, morì quattro anni dopo, e la sua sorte non fu meno
straordinaria, meno inaudita, e ci presenta il paradosso di non essere nè
amico, nè nemico dell'illustre suo concittadino, di non conoscerne il genio, di
non sospettarlo, ed i due sommi muojono senza citarsi una volta, tanto la
fatalità voleva, che ognuno fosse interamente all'opara sua, assolutamente
soggiogato nel sonnambulismo della propria idea.
Avvi di più: avvocato ardito, in rapporto continuo
coi più alti personaggi, patrocinatore officiale della municipalità di Napoli,
il contemporaneo di Vico non può nascondere la propria celebrità. Tutti lo
applaudono, tutti lo seguono; egli assale le tradizioni, affronta gli sdegni
della Santa Sede, difende la sovranità del regno, ne scandaglia la storia, ne
rivendica le glorie, e tanta è la sua fama, tale l'influenza sua, che la
superstiziosa Napoli ne rimane scossa, che non gli è acconsentito di vivere nè
a Napoli, nè a Venezia, nè in Lombardia, nè in alcun angolo della Penisola, e
che se non tutti riconoscono il merito suo, tutti vedono la corona di spine
colla quale si presenta non certo al pontefice, ma all'imperatore di Germania
suo mecenate.
Orbene, in mezzo alla sua celebrità, la sua scienza
rimane ancora più occulta di quella del Vico. Voi celebrate il suo nome, voi
rispettate le sue opere, voi lo avete riposto fra i primi storici dell'Italia.
voi lo considerate come uno dei rappresentanti della nostra tradizionale
libertà, la storia civile del regno delle due Sicilie, è nelle mani di tutti, ma
il suo libro del Triregno, giace ancora inedito2, e per ventura
io ne conosco una parte senza speranza di rinvenirne le altre. E perchè tanto
obblio in mezzo a tanto rumore? Per la ragione che la filosofia della storia
era scienza nuova, non doveva essere intesa, non era destinata a dare un
insegnamento politico diretto volgare e simile al dominio dei pontefici seguiva
la linea indiretta nell'arte del regnare e non tribunizia non monarchica
calcolava gli effetti mai su ciò che riesce agli uomini contro la loro
previsione.
Nel Triregno vedonsi per la prima volta
dominate tutte le tradizioni dell'antichissimo Mosè sino al papa regnante, ivi
apertamente seguesi il sorgere e cadere dei miti, e il loro rinnovarsi
attraverso i secoli; ivi vedesi il regno terrestre degli antichi, che non
credevano allo spirito, il regno celeste dei cristiani che attendevansi ad una
trasformazione materiale ed imminente del mondo, e il terzo regno dei
pontefici, che sovrapone un regno spirituale alla natura sensibile, al regno
terrestre; ivi scorgonsi per la prima volta le rivoluzioni del cielo, e come
traggano seco loro altre rivoluzioni sulla terra; ivi vedesi finalmente
un'Italia non celeste, non spirituale, non pontificia, ma impaziente di
disperdere il nebbioso regno, che
altera e nasconde agli occhi suoi tutti gli oggetti della natura,
Immaginatevi Macchiavelli redivivo ma reso
universale come il dominio di Roma: ;
immaginatevi Campanella rinato ma reso più atto dalla scienza del
diritto a determinare le diverse età delle nazioni; immaginatevi l'erudizione
che solleva le antiche tradizioni, il mondo intero contro l'autorità del
pontefice; immaginatevi i morti illustri di tutte le epoche che accerchino le
mura dell'eterna città per assalirvi o deridervi tutti i santi del cielo, e
avrete un'idea di questo libro nel quale sono vanti volgari oramai il senso
della realtà, la scienza delle leggi, l'ingegnosa erudizione che pur
basterebbero ad illustrare un nome,
Havvi tale pagina negli scritti di Giannone che
vince in poesia e in previsione gli uomini più celebrati ne' nostri tempi; e
quando colla giurisprudenza si avviticchia come spira intorno al papato
strangolandolo senza una ferita; quando colla politica fa svanire l'impero
quasi per incanto perchè è spento il papato; quando dal fondo di una prigione
piemontese vi addita la stella di Savoja, quando rivolto al figlio di Carlo
Emmanuele gli dice: lascia la lettura di Tacito, lascia le arti subdole di
Tiberio, lascia lo storico che insegna come si conservino gli imperj cadenti, e
leggi invece gli storici dove s'impara come sorgano nuovi Stati; quando
preconizza quell'antichissima casa come la più giovane dell'Italia, quando gli
ricorda alla fine che a torto Venere ferita da Diomede lamentavasi al padre, e
che Giove le rispondeva dovesse mescolarsi agli amori e alle nozze dove nascono
gli uomini e non alle battaglie dove periscono, voi potreste credervi tratto
verso di lui da' suoi amori, o dagli odj suoi. Ma no; il caso forse dettava le
sue parole, il caso forse faceva concordare le finzioni del prigioniero
impaziente di sfuggire alla carcere cogli eventi di un secolo posteriore; ma il
triregno getta nuova luce sugli altri libri dell'autore e la nostra ammirazione
si innalza e si ferma in un ordine superiore. Il perchè concludendo vi dirò che
nella cittadella di Torino ridotto, alla
solitudine e vicino all'ultimo suo termine, egli si confidava sempre nella
nuova sua scienza e la determinava colla precisione alla quale appena giunge
ne' tempi nostri.
Egli chiedeva all'avvenire uno storico
dell'umanità, egli annunziava gravissima sterminata la sua missione di
abbracciar tutte le tradizioni, tutti gli errori, tutti i culti che mutuamente
si presuppongono; ma la dichiarava nel tempo stesso non superiore alle forze
dell'uomo e additava l'esempio di Plinio l'antico e di Tito Livio, i quali
conducevano a fine lavori non meno grandiosi. Il primo, diceva egli perscrutava
tutta la terra antica, i suoi miracoli, i suoi misteri e scritta la sua storia
naturale moriva affrontando il Vesuvio nell'atto in cui i suoi fiumi di fuoco
sommergevano due città. Il secondo raccoglieva tutte le antiche tradizioni e
superiore alle moltitudini del tempo suo dominava ogni favola di Enea, di
Anchise, di Romolo, di Numa, degli auguri e degli aruspici svelando l'ignorata
grandezza del mondo romano. Coll'esempio di Plinio interprete della natura, di
Tito Livio interprete di Roma egli aspettava uno storico futuro nella cui mente
la natura e l'umanità si associassero.
A meglio spiegarsi poeticamente egli ricordava la
gran scena di Plinio il giovane, che fra le folgori e i tuoni del Vesuvio,
leggendo le immortali pagine di Livio, attendeva immoto l'antico Plinio, suo
zio, che più non doveva ritornare. Vieni, gli gridavan gli amici, t'affretta,
la terra vacilla, il sole si oscura, i nembi della cenere l'avviluppano; ma
egli senza neppure levar gli occhi, colla madre al fianco, da vero Romano
rimaneva immoto al suo posto, pensando alle vicissitudini della natura e
dell'umanità.
Questa immagine vi spiega lo storico desiderato,
dal prigioniero della cittadella di Torino, il vindice della scienza
oltraggiata, l'uomo del nuovo regno terrestre. Exoriare aliquis, esclama
Giannone ne' suoi manuscritti inediti, ed una generazione dopo, Herder scrive
la storia della terra e dell'uomo, dei climi e delle civiltà, delle razze e dei
governi; Exoriare aliquis e Condorcet, una generazione più tardi,
condannato a portare la sua testa sul patibolo di Parigi, proclama l'indefinita
perfettibilità dello spirito umano; sorga un uomo e Kant, Fichte, Schelling
traggono tal luce dagli abissi della mente umana che la storia acquista un
nuovo senso e diventa psicologia. Venga un uomo, ed Hegel, l'Aristotile de'
tempi nostri, più esatto interprete alla fine dei confusi sentimenti del
giovine Plinio, combina nelle sue triadi crescenti il moto dell'universo, e
quello del Dio che partendo dal nulla giunge a conoscere sè stesso nell'uomo.
Venga un uomo, e la filosofia penetra in tutte le storie e con Pagano e con
Dupuis e con Romagnosi e con Volney, Exoriare aliquis e appena
proclamato il regno la disdegnata scienza apre le sue cattedre in tutte le
università d'Italia dove i pontefici la dicevano sacrilegio.
Adesso intendete, o signori, perchè io abbia
evocato il nome di Giannone e per qual ragione dopo comentato Vico io venga a
parlarvi degli scritti inediti dello storico napoletano. Me felice che ne posso
liberamente parlare nella mia città nativa, in una delle prime università
d'Italia, in presenza d'un ministro del regno: felici voi, o studenti: in voi sta ogni nostra speranza, e la vita che
deve rianimare le tradizioni del sapere. Mai in 500 anni, mai generazione
alcuna nacque sotto più felici auspicj.
Voi sarete ricompensati professando idee per cui i
nostri uomini di genio erano puniti; cento corone vi attendono perchè l'Italia
impaziente chiede uomini nuovi e fallirebbe senza di voi; noi siamo stati i
volontarj dell'Italia, volontarj or sul campo, or nelle scuole, ora nella
stampa, voi ne sarete i soldati, ne formerete l'esercito e rinnoverete ancora
una volta la nazione.
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