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Si poco felici sono le ultime epoche della storia d'Italia,
che noi sogliamo determinarle con quelle di Francia, le quali benchè analoghe e
correlative, non hanno forma spiccata. L'era dei filosofi, degli
enciclopedisti, degli uomini che tentano alla fine di togliere lo scettro alla
vecchia religione per darlo ai rappresentanti della ragione, prende in Francia
risolutamente il nome di XVIII secolo, nè occorre altro ad indicarla,
e se volessi qui darne le date precise, un lungo calcolo sarebbe necessario per
mostrarne il principio in una tradizione continuamente monarchica ed
esteriormente uniforme. Ma in Italia, dove per la fatalità dei moti sempre
diplomatici le epoche sono chiare e manifeste, l'era dei filosofi sorge nel
1707, quando la dominazione austriaca sottentra all'ispanica in Lombardia, a
Napoli ed in Sicilia. Da quell'istante il bastardo imperio di Madrid svanisce;
se ne dimenticano le reazioni cattoliche, le guerre di religione, i nuovi santi
sorti a rinnovare il medioevo o e
a dargli una seconda vita nudrita colla barbarie degli Stati
recentemente soggiogati o fondati in America. La Spagna, passando da inaudita
grandezza a stranissima decadenza, diventa subitamente una potenza di secondo
ordine, e l'imperatore di Germania, ristabilito come ai tempi di Federico II, permetto
permette che alla fine si svolgano le
idee dei nostri filosofi sì violentemente represse. Poco importa che il nuovo
dominio sia estero come prima; ogni Stato è rimasto nella propria autonomia, ha
progredito colle leggi e colle capitali consolidate, rinnovate, abbellite, e la
legalità germanica a contatto della riforma e nemico pel precedente dominio,
accoglie le aspirazioni combattute, nè più permetterebbe di sacrificare
Campanella, Bruno o Vanini. II nuovo impero è secolare e mondano come i nemici
del vecchio Luigi XIV, come l'imminente reggenza francese e come i pensieri di
Loke e di Bayle.
Quindi l'Italia respira, ogni Stato si rialza, il
feudo delle Due Sicilia si volta contro l'alto
dominio della Santa Sede, e giunge il momento in cui la filosofia della storia
deve dominare i pontefici, i re, i nobili, tutti i capi delle umane società,
tutte le vicissitudini delle nazioni, prima accidentali per l'uomo, e ordinate
solo sotto lo sguardo di Dio. Assistiamo a quest'istante solenne, in cui l'idea
sceglie un uomo e lo destina ad essere come un Dio sulla terra. Come mai sarà
egli scelto? In qual modo riconosceremo noi la sua predestinazione? La sua
scelta sarà un'elezione, un atto d'amore, di vera poesia. Non sorge forse ogni
scienza sotto l'attrazione di una poetica indagine? Una misteriosa curiosità
non prelude forse ad ogni passo dell'umano sapere? Ogni ricerca si applica a
fenomeni prima negletti, a fatti volgarissimi, a studi disdegnati o lasciati
alla prosa del guadagno, ci trae a quella ineffabile attenzione, a quell'estasi
fatidica in cui si vede e non si vede, si sente e non si sente, s'intende e non
s'intende e, in una parola, l'invenzione freme nel nostro petto, e non si sa
che sia, e si subisce con magico trasporto ogni più dura fatica.
Questa volta gli attraenti bagliori della scienza
cadono sullo studio delle leggi, perchè solo può dominare gli avvenimenti.
Difatti, senza i codici che cosa è la storia? Una confusione di fatti: le
guerre, le vittorie, le sconfitte, gli uomini che s'innalzano, che cadono,
gloriosi od infami, sono fenomeni staccati, casuali, teatrali, ondeggianti tra
gli accidenti della natura e quelli del libero arbitrio. Come mai fondereste
voi una scienza sulle gesta di un eroe, nato a caso, fortuitamente ingegnoso,
fortunatamente animoso, che potrebbe non avere esistito, e che fermato da un
disastro avrebbe seco fermato nel primo Bruto la Repubblica di Roma, o in
Washington la libertà americana? Ma la legge è dettata dalla ragione dei
popoli, ne esprime la volontà, è intelligente; si sa come nasce, perchè regna;
essa regge tutti i casi, si danno battaglie interne od esterne a nome suo, si
fanno insurrezioni o reazioni perchè essa è violata o tradita, e quando muore,
è vinta da altra legge egualmente deliberata, intelligente, sociale,
apertamente regnante su tutti i minuti particolari, ed è lo studio della legge
che primo deve rivelare il moto sconosciuto delle umane società.
Che se la religione è più alta nel concetto, più
ampia e più sicura nelle evoluzioni, come penetrarvi senza la scala delle
leggi? Come seguirla ne' suoi voli poetici senza studiare le traccie che lascia
nelle legislazioni? L' Olimpo si trasforma lentissimamente nell'imaginazione
dei popoli e solo coi punti fini dei codici si scorge il variare delle sue
gesta. Da ultimo la legge desta la divina scintilla del diritto, suscita gli
sdegni e gli amori dei mortali, s'immedesima colla vita loro, governa ogni loro
sacrifizio, e se il primo Bruto fallisse, mille altri ne trarrebbe dalla
moltitudine, nè mai cadrebbe un continente mancando un generale.
Nelle scuole di legge cerca adunque la nuova
scienza il suo eletto, e lo inspira in mezzo ai libri, a biblioteche, a
occupazioni per sè stesse forensi e volgari. Ma l'inspirazione sta in noi, e fa
del marmo una statua. Poco importa quindi di sapere d'onde venga Giannone, qual
Zoccolante d'Ischitella gli dia i primi rudimenti del sapere, come vada a
Napoli a 18 anni nel 1694, quali siano i suoi maestri. L'istinto suo gli fa
evitare i più mediocri, seguire i più distinti e prediligere il diritto.
Napoli, che è la Parigi del mezzodì, gli apre una fiorentissima università,
eleganti convegni di letteratura, ed egli sente l'alito della nuova età, che
chiama dell'oro, tanto odia l'antica. Nè vi dolga che sia in uno studio
d'avvocato, avvocato egli stesso, forzato di scrivere allegazioni per i
cittadini di Lecce o per il principe Spinelli. Sentitelo nelle sue memorie
inedite: «Gli avvocati, vi dice egli, percorrono due stadii: nel primo lavorano
molto e guadagnano poco, nel secondo lavorano poco e guadagnano molto; ma il
secondo stadio mai non cominciò per me, e fui sempre povero».
Qual voce lo scuote adunque in mezzo ai tumulti di
Napoli? Quella del vecchio Aulisio, perchè gli dice che nello studiare le leggi
deve guardare la storia: «Egli fu (cito le sue memorie inedite) che m'inculcò
lo studio della storia romana, dicendomi che quanto era nelle Pandette di
Giustiniano, nel suo Codice, e Novelle, non poteva esattamente intendersi senza
di essa». Cujaccio gli cade fra le mani, ne copia i cinque libri de feudis,
perchè non ha denaro per comprarli; ma guardate il copista, seguitelo cogli
occhi; la legge dei feudi gli fa dominare la storia dì Napoli, e sotto la sua
penna il libro si carica di note e si trasforma: «sopra i quali libri dei
feudi, dice egli ancora nelle sue memorie inedite3, secondo che andava
acquistando maggior conoscenza, andava aggiungendo altre note e nuove
riflessioni accomodate agli usi degli studi del regno di Napoli».
Fin qui rimane ancora dubbio se la legge sia
animata, vivente, istorica per Giannone, ma sappiamo che in quel tempo schiava
della Chiesa, essa voleva regnare, ed egli talmente ne attende il trionfo, che
già osserva come sia sorto il falso regno dei pontefici e già deplora come i cristiani
abbiano preso il posto dei romani. «Gli uomini, dice egli, nel pensare, nei
loro discorsi, raziocini e giudizii, non pure nei costumi, furono tutt'altro da
quel che prima erano». L'osservazione ne era stata fatta prima, ma questa volta
essa cade in una formula giuridica, perchè Giannone la spiega, soggiungendo che
anticamente la Chiesa era nell'impero e gli imperatori cristiani dicevansi Pontifices
maximi, Episcopi ad extra, e regnavano a nome della ragione; nel
medio evo invece un impero ecclesiastico con leggi proprie, con particolari
giurisdizioni, con idee soprannaturali, penetra in ogni Stato, e la Chiesa
contiene tutti gli Stati; , e
governa poi il mezzodì dell'Italia interrompendo tirannicamente l'azione del
vero suo governo.
E che? direte voi, tal concetto è forse nuovo? Sì,
perche siamo nel XVIII secolo; la giurisprudenza romana, che diventa
filosofica, acquista nuovo senso, e qui la scintilla del diritto spinge
Giannone ad assalire tutte le leggi della Chiesa. Egli non ha ancora l'orgoglio
del novatore, ed anzi parlando di sè si presenta come discepolo di ogni passata
illustrazione; ma ormai lo studio lo fa passare di sorpresa in sorpresa,
l'edifizio del papato cade in frantumi, e il cuore gli batte scoprendo in
Gassendi il mondo che deve conquistare colla ragione.
È il mondo della natura abbandonato a sè stesso; il
mondo degli astronomi, dei fisici, dei matematici; il teatro dei miracoli non
più divini ma scientifici; il telescopio più non vi scopre nè il paradiso di
Adamo, nè la stella dei Magi; l'esperienza ne scaccia i fantasmi delle
tradizioni, e sullo spazio sgombrato più non germina la giurisprudenza
soprannaturale che traeva dall'arca e dal Sinai le decretali, i benefizi, le
sacre giurisdizioni, i feudi canonici; le larve del culto si dissipano,
lasciando solo il lavoro dell'uomo in mezzo agli atomi di Epicuro che, fatti
sua proprietà, gli danno modo di rifare l'universo.
Con Gassendi la metafisica del falso Aristotile,
complice della fisica ecclesiastica che travolgeva i fenomeni a profitto del
sacerdozio, scompare come la nebbia, e se il filosofo francese credeva pure a
Dio, all'anima, al libero arbitrio, alle quiddità di un mondo spirituale,
prenunzio di nuova scolastica o residuo dell'antica credenza, forse anche
Epicuro credeva agli dei composti di atomi, simili agli uomini ed eternamente
felici. Ma regnando unico il senso, la dialettica di questo principio insegna
altresì il dubbio, scioglie la tomba da vani terrori, e resta la legge un
calcolo umano, sia che voglia essere veridica e sincera, sia che debba
transigere con onnipotenti errori. Gassendi trasforma Giannone: ascoltate le
sue modeste e velate parole: «Lo lessi, dice egli, con avidità e sommo
contento, ravvisando in esso solida e più verisimile filosofia, la quale tolse
tutte quelle tenebre e caligini nelle quali era stato io immerso... E
coll'esperienza conobbi esser verissimo, che tutte le conoscenze non men
metafisiche che fisiche, e quanto gli uomini apprendeano riguardando questa
gran fabbrica del mondo, doveano indirizzarlo alla morale, la quale perciò in
quella filosofia c'insegnava nell'ultimo luogo a servirsene non per altro fine
se non per ben dirigere nella loro vita morale sue opere, suo andamento e
costumi».
Da quell'istante il suo corso è rapido; legge
Lucrezio che gli espone gli atomi, scorre Sesto Empirico che meglio gli insegna
i misteri del dubbio, lo vedete alle lezioni mediche del CiriIlo che gli mostra
nel cervello «come nascano gli insogni, le illusioni ed altri vani fantasmi e
spettri »; lo scorgete nel gabinetto anatomico di Porzio, dove inclinato sui
cadaveri cerca come l'anima stia nei misteri del corpo. Nello stesso tempo la
letteratura tocca le sue labbra col fuoco sacro di Dante, di Petrarca; impara a
parlare; Guicciardini, e sopratutto Macchiavelli, i due sommi increduli del
secolo XVI, gli danno il dono della favella.
Chiare sono le sue memorie: la vocazione l'ha
tratto verso Gassendi, verso i medici; l'ha incatenato al mondo fisico; se
un'altra rivelazione si manifesta nel mondo delle idee, se un altro ardire può
chiamare la filosofia fra gli assiomi di una matematica intellettuale, se
inevitabili contrasti, svelano poi un mondo astratto dove
più indulgente si fa l'animo ai culti, deve Giannone rimanere nella sua via,
non distrarsi in altre ammirazioni, nè lasciarsi trascinare da una parte
avversa a quella impartitagli dai dati del mondo sensibile. E quando incontra
sant'Agostino, non gli basta resistere, ma spinge la resistenza fino a ferire
Platone. «Ammirava, dic'egli, il suo ingegno nelle cose filosofiche, ma
sembravami che l'esser troppo attaccato alle splendide idee di Platone gli
avesse alterato l'intelletto e resolo sottil metafisico, e la sua prima
professione di rettorico l'avesse pur troppo reso amante di contrapposti e di
fredde antitesi solite per altro di cervelli africani come di strane e ardite
metafore ».
Più potente e più logico, Descartes lo obbliga a
dubitare di Epicuro e di Gassendi; ma può forse fargli accettare la rivelazione
del pensiero o quella dell'essere che sta al fondo d'ogni essere reale o
concetto? No; solo egli accetta quanto chiede, il principio da lui
rappresentato; solo egli adotta la riflessioni di Descartes sulle nostre
passioni, sulla natura infelicemente corporea de' nostri sentimenti e
sull'estrema necessità di emanciparci ad ogni costo da ogni autorità. «Questi
studii di Descartes, sono le sue parole, mi fecero davvero comprendere il
nostro basso essere umano, e quale miserabilissima parte noi siamo riguardando
questo mondo e tutto l'ampio universo. Mi scoprirono un'altra verità cotanto da
Cartesio stesso predicata, che in filosofia niuno deve astringersi a militare
sotto un particolar duce, ma l'unica sua scorta e guida, investigando le opere
stupende di natura, deve essere la sola ragione e l'esperienza. E d'allora in
poi stimai leggerezza e vanità il seguitare il partito di Gassendi o di
Cartesio».
Voi avete l'uomo, Giannone è nato, avete l'artista,
ma qual sarà l'opera sua? Voi sapete che dev'essere la storia del diritto
contro la storia della Chiesa da schiantarsi, la storia del diritto per regnare
sul mondo coll'unico potere della ragione, coi soli dati dell'esperienza, come
se Dio non fosse. Questa sarà adunque la opera sua, ogni caso deve spingervelo,
e un caso di fatto gliela offre alla mente. Esercitavasi egli con altri
avvocati a commentare il diritto romano in una accademia recentemente fondata e
presieduta dal giureconsulto Argento, anch'esso l'uno dei militi della legge
contro il predominio di Roma. «Ora avvenne, fra questi esercizii (sono le sue
stesse espressioni), che essendosi proposto di doversi in più lezioni esporre
la legge seconda De origine juris della quale se ne fa autore
Pomponio, per avere un'esatta notizia dell'origine e dei progressi della
giurisprudenza romana, io volontieri cedei ad un mio collega che bramava di
sottentrare egli a questo peso, purchè mi fosse permesso dove egli finiva
cominciare le mie lezioni ».
Eccolo all'opera. Trattasi di conoscere l'origine
del diritto, dove finisce il diritto dell'antica Roma; trattasi in altri termini
di conoscere l'origine di tutti i falsi diritti della chiesa. Egli studia,
rilegge tutti i più aridi libri di giurisprudenza e di storia; penetra nei
labirinti legali del medio-evo; vuol conoscere l'origine, la vita e la morte di
ogni giurisdizione; qualche volta la sterminata carriera delle ricerche e gli
innumerevoli particolari della materia lo disanimano; ma il proposito di
liberare il mezzodì colla storia del diritto gli raddoppia le forze, e il
concetto di scrivere la Storia civile del regno di Napoli fissa alla
fine il suo destino. D'allora in poi le idee se gli schierano dinanzi chiare,
ampie, lucenti coll'avvenenza del bello, coll'attrattiva della scoperta, colla
coscienza dell'innovazione ch'egli afferma finalmente con frase scientifica. «Su
questo concetto (cito sempre le sue memorie inedite) vie maggiormente mi
confermò Bacon di Verulamio, il quale, nel suo libro De augumentu
scientiarum, fra le cose desiderate ripone una istoria esatta, civile;
poichè saviamente riflette nelle altre istorie, specialmente nella naturale,
essersi fatti grandi progressi, ma non nella civile».
La sua storia è nuova come l'Italia che si scioglie
dai papi. Prima Colluccio, Capecelatro, ed altri avevano narrati gli
avvenimenti del mezzodì, e, per parlare del solo Costanzo, aveva questi, due
secoli prima, scritto una pregevolissima narrazione delle scene napoletane. Le
sue pagine avevano richiamati in vita gli uomini, le donne, i capi, le cui
passioni avevano or destate ora tranquillate le tempeste del regno; egli aveva
evocato da poeta le grandi ombre di Tancredi, il principe filosofo, maledetto
dalla Chiesa, di Roberto, di Ladislao, i due re unitarii dell'Italia; delle due
Giovanne, la cui amorosa follia era stata simbolo delle due crisi dei signori e
dei condottieri; e si scorre anche adesso con diletto quella serie di scene
ariostesche, dove il racconto si anima e riflette gli incantevoli colori della
terra.
Ma Giannone si occupa del corso della civiltà,
delle usurpazioni della religione, del moto lento, inavvertito delle
instituzioni, e dissotterra l'occulta catena delle cause e degli effetti che,
predisponendo le vicissitudini politiche, spiegano le peripezie subitanee, dove
il lavoro di un secolo si manifesta in un giorno. Quindi l'avvocato napoletano
descrive la terra, le città, le provincie; discute tutte le questioni
diplomatiche e legali agitate fino dal tempo dei Romani; analizza le opinioni,
le leggende, gli errori popolari creati da ogni secolo e sovrapposti gli uni
agli altri per innalzare la Babele romana, e scrivendo un repertorio completo
all'uso d'ogni libero pensatore, egli svela gli artifizii dei pontefici contro
la libertà nel mezzodì, le maschere diverse che mettevano per sorprendere i
popoli, le astuzie colle quali moltiplicavano le immunità, i pretendenti, gli
anatemi, le crociate, i malefizii, i cui risultati inopinati sconcertavano
tutte le correnti delle previsioni umane.
Que' monaci che sembravano instituiti a caso, un
giorno da S. Francesco, l'altro giorno da S. Domenico o da altri devoti fondatori;
quei conventi, quelle badie, quelle giurisdizioni, opera di una candida
credulità; quegli avvenimenti in apparenza ciechi come la fede e fortuiti come
l'ignoranza; quelle preghiere, quelle indulgenze, quegli esorcismi, quelle
dispense nelle quali Roma sembrava assecondare con clemente dabbenaggine
l'inspirazione dei fedeli, mostravansi oramai diretti da un calcolo, per cui la
repubblica invisibile del sacerdozio soverchiava ogni repubblica politica.
Ne nasce che lo storico napoletano si sottrae per
il primo all'errore delle storie isolate. «Non è sorto il reame, dice egli,
come un'isola in mezzo all'Oceano»; ed egli associa le due storie di Napoli e di
Roma.
Due sono i governi nel governo del mezzodì, e
quindi egli si propone di esporli partitamente entrambi, «perchè, cito le sue
parole, l'istoria civile secondo il presente sistema del mondo cattolico non
può certamente andar disgiunta dalla storia ecclesiastica». S'intende pertanto
come le leggi regnino sui fatti e fino dalle prime righe della prefazione,
Giannone dice: «L'istoria ch'io prendo a scrivere del regno di Napoli non sarà
per assordare i leggitori collo strepito delle battaglie e col suonar delle
armi che per più secoli lo renderono miserabil teatro di guerre ... altro
ufficio ho assunto ... sarà questa istoria tutta civile, e perciò, se io non
sono errato, tutta nuova».
Havvi di più: Giannone, che deve tutto rifare, crea
la forma con cui giungerà al pubblico, approfittando dell'intervallo di libertà
germanica che interrompe il dominio ispanico. Voi sapete che l'arditezza sta
nelle idee, non nelle parole, non nella sguaiata franchezza che insulta e
frutta martirii senza convincere; spetta agli scrittori il trovare lo stile per
cui le loro idee placidamente penetrino nella vasta compagine dell'umano
sapere, sconvolgano tranquillamente i pregiudizi regnanti, facciano pensare ciò
che non si può affermare, e suscitino nelle menti le idee proscritte,
propagando il necessario scandalo, che altrimenti sarebbe immediatamente
represso dal potere. Ogni scrittore inventa il proprio stile. Voi conoscete
Descartes che taglia d'un tratto ogni questione di religione colla parola: cela
ne me regarde pas, e innalza un edifizio talmente solenne, che si sottrae
ai più volgari assalti dei teologi. Voi conoscete Voltaire, che s'inchina
invece di continuo dinanzi ai misteri della religione, senza dubbio divini
perchè nessun uomo ragionevole non avrebbe mai potuto immaginarli.
Giannone, in presenza del papa; ,
dell'Austria, de' suoi concittadini devoti alla Santa Sede e delle
falangi del clero secolare e regolare che invade le Due Sicilie, trova
anch'esso il suo stile proporzionato alle tenebre ed alla timidezza del paese,
ed è lo stile giuridico, diplomatico, e per così dire pregiudiziale, che svelle
dalle radici il diritto ecclesiastico lasciandone rispettosamente inaridire le
foglie ed il frutto. Egli rispetta tutto, s'inchina dinanzi a tutti, riverisce
il fanatismo come l'uno dei poteri di questo mondo; spesso la perpetua sua
umiltà gli dà l'aria di macchina a pendolo; ma sotto forma di ricerca, di
dubbio, di discussione, di dibattimento, di scrupolo, dice tutto e lascia senza
base le menti più ostinatamente dedite alla scolastica ed alla religione.
Tremava Giannone che s'indovinasse l'opera sua; le
teorie che vi predicava gli sembravano si chiare, si sicure, si assolute ne'
risultati loro, tanta gloria se ne riprometteva, che temeva ogni più oscuro
concorrente, e celava ogni sua carta. E credeva che il buon Giannatasio,
traduttore di Summonte dall'italiano in latino gli potesse carpire l'idea sua,
e quasi nascosto nella sua villa di Due Porte, i conoscenti lo chiamavano il
Solitario Piero, o si farneticava per sapere se scrivesse sui magistrati o sui
giureconsulti del regno.
Solo si fidava di pochi intimi, quasi trasformati
in complici di una cospirazione scientifica. Aulisio gli correggeva i primi tre
libri, Capasso i successivi, un avvocato Vitagliano, che teneva una stamperia
vicino alla sua villa, gli prestava i suoi torchi: lo stesso Capasso,
correttore intimo dell'opera, carpiva l'autorizzazione politica. Dedicando il
libro all'imperatore, Giannone si assicurava un difensore; col plausibile
pretesto poi che un'opera di giurisdizioni in favore dell'autorità civile era
dispensata dal riportare la vidimazione dell'autorità ecclesiastica, accertava
l'esito dell'impresa.
Finalmente, dopo venti anni di lavoro, l'opera
comparve d'un tratto in quattro volumi nel 1723; e al certo, qualunque
sentimento l'autore avesse in sè, egli si attendeva ad una lettura assidua, a
una discussione scientifica, ad allori accademici, a una gloria che la natura
del libro respingeva in un lontano avvenire. Ma un malefizio sconcerta ogni
previsione. A capo di pochi giorni il suo nome è nella bocca di tutti, il
popolo lo addita come il più grande tra gli empi, il clero si scatena contro di
lui dal pulpito; egli non può avventurarsi nelle piazze, nelle vie, nelle
chiese, senza arrischiare la vita; l'arcivescovo scomunica il suo stampatore, e
la sua causa diventa la causa della curia, che delusa nell'antico diritto di
censura, gli volta contro tutti i fedeli, il regno intero. Gli amici si
raffreddano, i sostegni gli mancano, e ogni speranza svanisce, quando si sparge
la voce che oramai san Gennaro rifiuterà il solito miracolo del sangue, abbandonando
ad ogni più estrema calamità la sua prediletta Napoli, colpevole di accogliere
nelle sue mura un uomo che nega tutti gli articoli della religione romana. Una
scomunica affissa con scellerata pubblicità ne' luoghi più popolosi, designava
Giannone alla vendetta generale.
In questo frangente lo storico si presentò al
cardinale Althan, vicerè dell'Austria, prelato distinto e superiore d'assai
alla plebe ed al clero di Napoli. Inutilmente aveva egli già espulso un
gesuita, nemico furente di Giannone: inutilmente pure aveva ordinato un
simulato sequestro della Storia civile onde acquietare i fedeli. Posto
nella necessità, o di perseguitare un innocente o di reprimere il popolo:
«Partite, disse egli allo storico, risparmiate a voi ad a noi un disastro»; e,
diffidando d'ogni impiegato indigeno, gli diede direttamente un passaporto per
Vienna, affinchè nessuno dagli uffici potesse insidiarlo.
Per via l'infelice ben potè accorgersi quanto
orrore destasse il suo nome, e quanta fosse ovunque l'ansia per sapere se il santo
accorderebbe la prossima liquefazione del sangue suo. Giunto a Manfredonia,
stette per essere carcerato dalla curia: rifugiato a Barletta, vi risvegliò
pure dei sospetti; riparato nelle saline vicino a Barletta, vi trovò subornato
dal clero il capitano della nave che doveva trasportarlo a Trieste, e dovette
ascrivere a sua fortuna che, più avido che credulo, costui si contentasse (dice
la biografia stampata a Venezia) di fargli pagar caro il pericolo di inimicarsi
con Dio sul mare. Il fuggitivo non trovò sicurezza che a Trieste, a Lubiana;
non respirò che a Vienna, dove, vinte le prime difficoltà del paese, ottenne la
protezione imperiale e una pensione di mille fiorini sulla segreteria delle Due
Sicilie. Si può anzi affermare che egli rimase inferiore a' suoi protettori di
Napoli e di Vienna, perchè tanto gli uni come gli altri volevano sostenere
essere stata legalmente pubblicata la Storia civile senza il permesso della
curia e volevano intentare un processo all'arcivescovo suo persecutore; ed egli
mancò loro ed a sè stesso chiedendo direttamente l'assoluzione, che gli venne
accordata per far cadere il processo.
Non vi tratterrò, signori, delle polemiche colle
quali difese il suo libro: diversamente assalito, gli fu agevole lo sfuggire ad
ogni critica cattolica. Ora equivocante, ora ironico, e sempre eruditissimo,
lasciò gli avversarii scornati; le proposizioni eterodosse, che volevano
rinfacciargli, non erano formulate che nella loro immaginazione; ogni accusa,
più che vera nello spirito dell'opera, diventava calunnia dinanzi al testo
letterale, e raddoppiavansi i dispetti del clero. Neppure prenderò a
considerare la Storia civile sotto l'aspetto della narrazione; havvi tal
distanza tra la storia propriamente detta e la filosofia della storia che l'una
può svolgersi quasi a detrimento dell'altra, ed il gran merito di Erodoto sta
forse nel non essere filosofo, nel mentre che quello di Vico trae forse seco la
causa dalla sua biografia di Caraffa da nessuno per certo ammirata. Nulla
adunque detrae alla scienza di Giannone il sapere che abbia troppo precipitata
la composizione del suo quarto volume, e che abbia qui copiato il Nani, là il
Panino, altrove il Costanzo, ora sbagliata una data, ora svisato un fatto
accaduto in qualche lontana città.
Il nostro secolo aprendo gli archivii alla scienza,
estende i confronti, rivela mille fatti sconosciuti, e non havvi località dove
il commento di un sasso, di una fontana, di una iscrizione, di un avvenimento
dimenticato non possa accordare la falsa superiorità dell'erudizione municipale
a chi prende a censurare gli storici passati. Altre critiche si potrebbero
aggiungere a quelle oramai tradizionali della scuola cattolica contro lo
storico napoletano, e invece di dirlo, con taluni, un plagiario, io gli
rimprovererei piuttosto di non aver abbastanza copiate le cronache, lasciando i
secoli troppo uniformi, e i luoghi troppo astratti.
Ma nel campo delle idee, noi dobbiamo tener conto
del proposito suo di dare una storia civile diplomatica, giuridica, e qui non
si sbaglia, non si fuorvia, qui egli è il maestro di quegli stessi cattolici
che rivendicano ora il dominio temporale di Roma. E dacchè vedo tante minute
censure dal Sanfelice in poi, non dubiterò di chiudere tal discussione
affermando che, ad onta delle sue mende, la Storia civile sovrasta d'un
cielo d'idee al tanto celebrato Discorso sulla Storia universale di
Bossuet. Almeno non crede alle leggende, non segue una erudizione sconfinata,
non esalta con burbanza sacerdotale delle gesta eroicamente impossibili, e non
proscrive con orgoglio regio quanto trascende i pregiudizii passati. E se voi
dovete leggere Bossuet per ammirarne lo stile impareggiabile; se dovete
impararlo a memoria per togliervi alle tante volgarità della prosa italiana,
l'oratore di Versailles, l'apologista della revocazione dell'editto di Nantes,
il nemico della riforma protestante, l'avversario della rivoluzione inglese, in
una parola il vescovo di Meaux nulla ha di comune con noi.
Nè so intendere come la scuola eclettica di Francia
abbia voluto dargli il vanto di primo fondatore della filosofia della storia.
Dopo di aver tanto predicato Descartes, che separata la scienza dalla
religione, non era permesso di cercare tra gli uomini della Chiesa un progresso
che li avversa.
Senza dubbio ogni passato sistema contiene in germe
i presenti: ma per risalire agli antecedenti della nostra scienza conveniva
almeno cercarli sulla linea retta dell'umano sapere, nelle scuole dei filosofi
sempre distinti da teologi, e Platone avrebbe mostrato una serie di decadenze, dalla
repubblica ideale fino all'ultima anarchia; Aristotile uno sforzo per indagare
il transito dalla barbarie alla civiltà; Pomponaccio una rotazione di sfere, di
religioni e di governi per spiegare il moto delle nazioni; Campanella una
successione di religioni crescenti per giungere alta repubblica universale;
altri scrittori alla volta loro avrebbero mostrato degli spazii, delle teorie
abbozzate per indicare il posto vuoto di una scienza desiderata. Ma in Bossuet
non trovate nè filosofia nè storia, e sotto quest'aspetto cede il posto a
Giannone.
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