Vi ho mostrato in qual modo sentisse Giannone la necessità
di oltrepassare i limiti del semplice racconto istorico, indagando le cagioni
degli avvenimenti nella serie delle leggi civili ed ecclesiastiche che
bipartitamente reggono il mondo moderno.
Vi ho mostrato altresì, come egli fosse superiore
ed alle minute censure che potrebbero ferire la sua narrazione, e al principio
religioso che aveva pure fornito alla teologia cattolica il concetto di
sottomettere tutte le vicissitudini del genere umano ad un unico disegno, il
quale non ammetteva nè casi, nè eccezioni, nè dispense.
Mi resta oggi ad esporvi la distanza che ancora
separa la Storia civile dalla filosofia della storia. Quali sono
adunque, non dirò gli errori ma i mancamenti di Giannone in questo primo stadio
della sua carriera?
Egli non è ancora giunto a determinare le epoche
della vita dei popoli, non sa dove comincino, come finiscano, in forza di qual
metodo se ne possano calcolare le date ideali e reali, di diritto e di fatto,
nè vede come ogni epoca sia creata da un'idea, come le sue fasi siano le fasi
stesse dell'idea, come termini vinta da un'altra idea che le succede, dando
altra forma alla religione, alle leggi, al governo, agli usi, agli studi,
all'intera civiltà.
Si limita egli a seguire passo passo i più
fragorosi avvenimenti della sua patria, e il fracasso della guerra gli mostra
che deve procedere prima coi Goti, indi coi Greci, più tardi coi Longobardi, in
seguito coi Franchi, coi Sassoni, coi Normanni, cogli Svevi, cogli Angioini, e
finalmente cogli Aragonesi e cogli Spagnuoli. Ogni invasione determina difatto
una epoca nel regno di Napoli, e le dà il primo carattere di ogni epoca, che
deve essere chiara, popolare, svelta da ogni antecedente, fissata con date dove
il volgo concorda col filosofo, cui non lice di assegnare ore proprie al corso
dei secoli. Ma qual è la ragione di queste epoche che cadono dall'alto e
piombano su Napoli e Palermo, interrompendone in apparenza piuttosto che
assecondandone il moto spontaneo? Non sembrano forse imposte da un destino
estraneo al moto nazionale? Da forse in contraddizione con quelle della terra?
Non potrebbero forse rappresentare piuttosto la sciagura che la fortuna delle
Due Sicilie? Prontissimi a seguire Giannone ed a considerare la serie delle
conquiste subite dai popoli del mezzodì come la serie de' loro progressi,
possiamo noi proclamare un sì strano paradosso, senza almeno togliergli le
apparenze dell'assurdo?
In ogni modo, per lo storico napoletano il moto
delle epoche parte dall'alto, dai capi, dai conquistatori, e se gli chiedete
qual sia il principio della storia moderna, vi parla di Teodorico re dei Goti,
ve lo conduce dalle più lontane regioni del nord fino a Bisanzio, ne celebra
l'animo, l'arditezza, la sapienza, e sarà il suo proposito di conquistare
l'Italia il principio della storia nostra. E che? se egli fosse stato meno
animoso, o Cesare meno annuente, o i Goti meno felici, la nostra storia non
avrebbe forse avuto principio? Dovremmo noi ripetere le nostre origini dalla
lontana Scandinavia?
Ai Goti succedono più tardi i Greci di Bisanzio, e
ciò, secondo Giannone, perchè la regina Amalasunta paventando i disordini del
regno e la propria debolezza, offre di riconoscersi vassalla di Giustiniano,
che quindi invia Belisario e Narsete, i quali cadono come nuovi aeroliti sul
suolo italiano. Ma diremo noi che se Amalasunta fosse stata più ardita, o
Giustiniano più timido, l'Italia sarebbe rimasta gotica e ariana? - E per qual
motivo sottentra poi al dominio dei Greci il regno longobardo, questo aerolito
massimo della storia nostra? Ancora a causa della volontà dei capi, risponde
Giannone, cioè a causa dell'imperatore Giustino stoltamente tirannico, del
generale Narsete sdegnato contro l'imperatrice Sofia, del re Alboino tratto da
Narsete a lasciare uno Stato in Pannonia per fondarne un altro in Italia; e
collo stesso metodo, sempre guardando in alto, attribuisce lo storico alla
malignità di alcuni papi la discesa di Carlomagno e il regno dei Franchi; alla
compiacenza di Ottone I la nuova discesa dei Tedeschi contro il regno italiano;
e per fermarsi nel mezzodì, egli fa dipendere dallo spirito cavalleresco di
quaranta pellegrini normanni il nuovo regno delle Due Sicilie, del matrimonio
della regina Costanza l'invasione imperiale degli Svevi, dal mal animo di
alcuni pontefici la calata di Carlo Angiò, da altre volontà non meno regie,
principesche ed accidentali le dominazioni ulteriori degli Aragonesi e degli
Spagnuoli.
Ma se le dieci conquiste del mezzodì erano epoche,
progressi, vere rivoluzioni o determinate fasi di epoche, di progressi e di
rivoluzioni, bisognava studiarle nei popoli che forse le invocavano, nei vinti
che forse applaudivano e incoronavano i vincitori, nelle moltitudini donde
nascevano le innovazioni, le insurrezioni, i tumulti, i moti falliti ma
ripetuti, i quali riuscivano poi alle nuove dominazioni, dove l'invasione
poteva essere liberazione. Finchè guardate in alto la conquista dei Goti è un
flagello o un caso, e Teodorico può fermarsi a Bisanzio; ma non potevano
fermarsi gli Italiani che mettevano a brani l'odiato potere dei Cesari; che
chiedevano come i Galli, gli Iberi e gli Africani, l'indipendenza di un regno;
che stanchi di subire i generali invasori, desideravano che quegli stessi
generali diventassero re, e che a Ricimero succedesse Odoacre o Teodorico o un
difensore qualsiasi della terra.
Guardate al basso, e la venuta di Belisario forse è
chiesta anche essa dalle insurrezioni cattoliche della Sicilia, della Liguria,
del Piceno in armi contro i Goti per dare vittoria al Cesare cattolico di
Bisanzio, che rinnova le leggi e incivilisce il mondo. Guardate al basso, e a
dispetto dell'alluvione longobarda forse riconoscerete nel mezzodì l'Italia
cattolica e imperiale voluta con Giustiniano e nel nord l'Italia regia voluta
con Teodorico: e se persistete nel seguire il moto nei popoli, forse
intenderete la lotta dell'Italia romana contro l'Italia regia, e l'alterezza
dell'Italia di Roma e del mezzodì allorchè quasi sciolta da Bisanzio, inganna e
domina ed avviluppa i re di Pavia; e l'effervescenza generale che si manifesta
da Venezia a Napoli, da Benevento alle Alpi quando, crescendo l'influenza
cattolica, il re di Pavia trovasi sconfitto da un nemico disarmato, nell'atto
stesso in cui gli par di giungere a Roma, e forse anche la conquista di Pipino
e di Carlo non sarà conquista, e Desiderio vinto senza battaglia sarà nuova
vittima della nazione e non dell'invasione.
Che Ottone I di Germania giunga chiamato dagli
Italiani, lo dice lo stesso Giannone: «Mentre l'Italia (sono le sue parole)
sotto la tirannide dell'ultimo Berengario e di Adalberto suo figliuolo, gemeva,
gli Italiani ridotti nelle ultime miserie pensarono di ricorrere ai soccorsi di
Ottone». Ma perchè ricorrono essi ad un conquistatore? perchè respingono essi
il regno nazionale di Berengario II? Perchè mai il re d'Italia trema, si
rifugia nella più munita fortezza, vedesi maledetto dal clero, vilipeso nelle
più ampie città, e senza difensori in mezzo alle sue numerose falangi? I popoli
soltanto possono dirlo, e possono pure apprenderci se i Normanni sono invocati,
implorati, sussidiati per scuotere il giogo dei Greci e dei Saraceni, e per
ricongiungersi colla gran sede di Roma; se gli Svevi giungono a causa di un
matrimonio, o per mantenere il regno normanno sulla sua base che Roma scuote e
che bisogna imporle rispettosamente colla spada imperiale. Giungono forse
accidentalmente gli Angioini acclamati dalle moltitudini oramai avverse alla
civiltà quasi saracena degli Svevi, e impazienti di allargare il loro diritto?
Le loro forze non sono tali da invadere poi l'Italia con Roberto e con
Ladislao? Arrivano forse a caso gli Arragonesi invocati dalla regina Giovanna
II, che appena resiste loro suscitando altri pretendenti? Da ultimo diremo noi
fortuito il dominio della Spagna, che protegge l'Italia contro la riforma, che
le assicura l'alleanza imperiale con una dinastia cattolica, che la rinfranca
nell'alta Germania a dispetto della Germania stessa, che lascia a Napoli le sue
tradizioni, le sue libertà, i suoi parlamenti, e le permette tal progresso da
produrre lo stesso Giannone, la cui scienza eguaglia quella dei giureconsulti
delle più libere nazioni? Considerate, se volete, queste mie ipotesi come
semplici possibilità, ma esse conducono al teorema che una conquista può essere
un progresso, e determinare un'epoca, purchè se ne chieda la ragione ai vinti,
e non ai vincitori come troppo empiricamente tenta di farlo Giannone; e se la
chiedete ai vincitori, allora converrà rintracciarla in Svezia, in Pannonia, in
Francia, in Aragona, in Provenza, in Germania, a Madrid, nè si potrà scoprire
prima di conoscere la ragione nell'universo intero.
Invero Giannone crede che urge uscire dal regno per
meglio conoscerlo, e rifiutandosi di considerarlo «come un'isola sorta in mezzo
all'Oceano», l'associa alla storia di Roma, sede dell'alto dominio delle Due
Sicilie, e dei pontefici primi direttori
delle invasioni, che mutano periodicamente le sorti italiane. Ma raggiunge egli
l'intento suo? Conosce egli le epoche romane meglio delle meridionali? Le
esplora egli nel popolo che vive sotto il governo pontificio? Discerne egli le
rivoluzioni sia temporali, sia spirituali della Chiesa? Le analizza egli nelle
moltitudini che rinnovano di continuo l'eterna città? Tiene egli conto del moto
cattolico romano che trasforma le popolazioni a traverso le diverse età dei
vescovi, dei consoli, dei podestà, dei Guelfi e Ghibellini, dei signori e dei
condottieri? S'accorge egli come il papato implichi di continuo l'impero? come
sia signore di una metà dell'Italia, perchè l'altra metà obbedisce all'alto
dominio di Cesare? Sospetta egli che in virtù del patto pontificio ed
imperiale, l'Italia formi una federazione, e che ogni rivoluzione meridionale
corrisponda quasi anno per anno alle rivoluzioni del Nord? Vede egli le
correlazioni tra i normanni del mezzodì e gli arcivescovi capi dei tumulti di
Lombardia, tra il re Ruggiero e i consoli delle città libere, tra Federico di
Svezia e i podestà lombardi, tra la lotta di Carlo con Manfredi e quella dei
Guelfi coi Ghibellini di ogni altra provincia, tra la signoria di Roberto e
quella dei Visconti, tra le conquiste di Ladislao e quelle dei Malatesti o di
Facinocane, tra gli Aragonesi delle Due Sicilie e la nuova dinastia degli
Sforza signori di Lombardia, Genova e Corsica? Indovina egli che tanto moto e
si sbrigliate vicissitudini siano idealmente sincroni popolari e tali da
imporre ai capi, ai re, ai pontefici ogni loro risoluzione, ogni loro vittoria?
Poco conosce le rivoluzioni di Roma, nulla quelle del Nord.
Abbiamo detto che egli metteva ogni sua speranza
nello studio delle leggi, e ne lo abbiamo lodato perchè ogni esordio merita
encomio: ma anche qui egli non afferra nè i principii, nè le epoche, nè i moti
razionali che trasformano le Due Sicilie. Si limita all'enumerazione delle
diverse leggi promulgate dai Longobardi, dai Franchi, dai Normanni, dagli
Svevi, dagli Angioini; e serve la sua storia piuttosto da manuale per
l'avvocato che di guida per il filosofo. Come mai ravvisare l'idea episcopale
dei Normanni, o i Guelfi e i Ghibellini di Carlo e di Manfredi nell'indicazione
di poche leggi di diritto civile e feudale, di poche disposizioni sugli usurai
o sui conventi, di pochi decreti che il vento delle rivoluzioni avvicenda sui
punti secondarii del codice? Nel 370 Valentiniano vieta alle donne di fare doni
o testamenti a favore del clero: quante volte simili inibizioni furono estese o
ristrette! ma qual relazione tra il senso di quelle del quarto secolo e le
posteriori, per esempio, del XVIII secolo? Le leggi formano un sistema, e
dipendono da principii superiori, obbediscono ora colle finzioni, ora coi
costumi al corso della civiltà, e chi conosce la sola giurisprudenza ne ignora
lo spirito. Non varia forse di senso una medesima disposizione passando da un
codice all'altro?
Anche le leggi di alta sovranità non furono punto chiarite
dal Giannone, e ne fanno prova le brevi sue parole sulle diverse fasi del patto
di Carlo Magno colla Chiesa; la nessuna correlazione da lui stabilita tra le
investiture del mezzodì e questo patto che regge il diritto pubblico italiano;
l'assenza poi di ogni indicazione sui motivi di giustizia che legittimano di
continuo la soggezione del mezzodì, sempre compensata da incontestabili
progressi.
Lo stesso dicasi delle leggi ecclesiastiche che
Giannone rapporta a capo di ogni periodo separandole dalle civili. Ne enunzia
egli il principio che le detta? le vede egli sorgere spontanee dalla terra, dal
popolo, dalle moltitudini della repubblica ecclesiastica? Intende egli come
differisca la Chiesa di epoca in epoca per modo, che i seguaci di Gregorio VII più
non siano quelli di Alessandro III o di Bonifacio VIII? No, certo.
Tra i lodevoli sforzi di Giannone avvertii pure
quello di por mente alla geografia politica, dove si possono seguire i
progressi dei popoli, guardando le orme che stampano sulla terra. Ma io non
dubito affermare, che egli non ha neppure intesi i problemi geografici delle
Due Sicilie. Il regno incomincia rappresentato dal ducato di Benevento, che
avversano i diversi Stati di Bari, Napoli, Gaeta, Sorrento, specie di
repubbliche venete sottoposte ai Cesari di Bisanzio. Perchè mai Benevento si
decompone alla volta sua nei tre ducati di Benevento, Capua e Salerno? Come mai
Capua diventa poi subitamente grande quasi come un regno, quando il regno
dell'alta Italia si scioglie sotto gli Ottoni? Per qual ragione i Normanni
fondano essi prima una federazione, il cui centro è Melfi, poi un regno
centralizzato a Palermo? Perchè sacrificano essi a quella nuova sede Benevento,
Capua, Bari e Salerno? Per quali motivi Carlo d'Angiò interverte il sanguinoso lavoro
della centralizzazione che trasporta a Napoli? Perchè mai Napoli vede i Vespri
siciliani che le tolgono la Sicilia per due secoli? e donde viene che, dopo
tanta scissione, l'isola si riunisce poi al continente senza trar colpo? Pèrchè
mai la Sicilia è sempre ghibellina quando Napoli è guelfa, costituzionale
quando Napoli è assolutista, quasi inglese di forma quando Napoli è quasi
sempre francese? Insomma perchè quando l'alta Italia è un regno, la bassa
Italia è repubblicana o federale o affrazionata nelle repubbliche o nelle
signorie, nel mentre che quando il nord è affrazionato, la bassa Italia è
l'unico regno compatto della penisola? Da ultimo, perchè mai in queste
alternative, quando il nord imita la Germania, Napoli e Palermo imitano la
Francia? Sì poco Giannone intende questi problemi, che sfiorandoli ricorre
ancora alla buona o mala volontà degli uomini, attribuendo, per esempio, la
decomposizione di Benevento «alla protervia dei Capuani (sono sue parole), e
molto più alla malvagità di Landolfo, loro castaldo». Egli non s'accorge che la
responsabilità dei capi spira nelle moltitudini, la cui responsabilità alla
volta sua è vinta dalla terra: in faccia al commercio, alle comunicazioni, agli
arrivi, alle partenze, la protervia, la malvagità, la benevolenza, la carità
non hanno potere alcuno; e quando i popoli sono malcontenti dei centri antichi,
e loro più non basta l'antica organizzazione geografica, allora chiedono altri
centri, altre comunicazioni, un'altra geografia e allora mutano di governo anche
a costo d'invocare una conquista.
Quindi si sfuggiva alla difficile Benevento collo
affrazionamento di Capua e di Salerno; si evitava poi l'affrazionamento
anarchico, proclamando l'armonica federazione dei Normanni; si lasciava questa
federazione ormai discorde od impotente a raffrenare l'invasione pontificia,
creando a Palermo l'unità di Ruggiero; si sacrificava più tardi anche questa
unità interrotta dal mare, fondata su di un centro troppo remoto, su di un capo
troppo lontano dal nemico di Roma, improvvisando d'un tratto colla forza di
un'invasione la grandissima ed incantevole Napoli. E una volta fissata la gran
sede del mezzodì si rassicurava con due secoli di guerra, contro la
detronizzata Palermo, e con due secoli di pace sotto la protezione della Spagna.
Sì sanguinoso travaglio in faccia al pontefice,
sempre irruente, è d'altronde sì logico, in mezzo alle più terribili
agitazioni, che il moto della. geografia meridionale corrisponde col moto
generale della federazione italiana, e le città del mezzodì si straziano,
quando Milano combatte Pavia, e quando Firenze avversa Lucca; poi Napoli e
Palermo si separano, quando le due Savoie si disgiungono, e quando il papato si
scinde nelle due capitali di Roma e di Avignone; e da ultimo, a qual epoca si
riuniscono le due Sicilie? ancor all'epoca in cui cessa la divisione tra le due
Savoie e tra le due capitali pontificie. Io non posso qui mostrarvi minutamente
come si operi questa evoluzione geografica, come le Due Sicilie si ravvicinino
nel XV secolo, appunto nell'epoca in cui trovansi rassicurate tutte le
metropoli; ma ben vedete che tante coincidenze non possono essere fortuite, e
che, simili alle figure dei pesci e dei vegetali, nell' interno delle pietre,
attestano l'azione di forze sconosciute a Giannone, che pure voleva
oltrepassare la storia politica per giungere alla storia civile.
Senza dubbio, profondo è il concetto di Giannone
quando vuol disdegnare gli avvenimenti teatrali e le vicissitudini degli
individui; ma se le città hanno un senso e una propria personalità, se non a
caso sono tradizionalmente ribelli e riottose, se la loro versatilità e la loro
ostinazione, se i loro amori e gli odii loro sono fatalmente determinati, non
giunge forse l'istante in cui l'uomo rappresenta una città che parla, che opera,
che combatte? E allora possiamo noi considerarlo come un accidente? Sarebbe
forse fortuito il rivelarsi della poesia nelle vicende della storia? L'arte non
sarà forse l'ultima religione dei mortali? Prendiamo la gran scena di Palermo
tra l'arcivescovo Ugone e l'ammiraglio Majone. Sono essi i due primi capi del
regno; in loro balìa sta il re Guglielmo, entrambi vogliono spegnerlo; il loro
carattere, la loro concordia o la loro discordia saranno forse arbitrarii?
Vorrete voi che l'uno sia arcivescovo di Palermo senza rappresentare la Chiesa,
le ambizioni e tradizioni che mirano a sciogliere il regno? Vorrete voi che
l'altro sia ammiraglio e nativo di Bari, recentemente distrutta, senza
parteggiare per Bari, Capua, Salerno, Benevento e tutte le libertà federali,
vinte e sacrificate alla felice Palermo? Convengono entrambi nell'idea di
spegnere il re, e sta bene perchè l'odia il continente e lo disprezzano i
baroni dell'isola? Nè l'uno nè l'altro può cedere, nè l'uno nè l'altro può dire
ad alta voce il proprio pensiero, nè l'uno nè l'altro può sottrarsi alla
necessità di una lotta mortale, nè l'uno nè l'altro può uscire dalla propria
congiura, e vedete come il destino li unisce! Vedeteli come stanno abbracciati
nell'ultimo loro duello! L'ammiraglio visita l'arcivescovo da lui avvelenato,
lo accarezza e si sforza di propinargli un altro veleno, temendo i ritardi del
primo; e l'arcivescovo sul suo letto, già in balìa della morte che lo rode,
sorride amorevolmente e prolunga il discorso per dar tempo ai sicarii di
preparare l'agguato contro l'intimo suo nemico. Tosto l'ammiraglio cade
trafitto, l'arcivescovo spira, ma il regno trionfa, e il loro secreto resta
nelle tombe.
Parla ancora la terra quando le nozze di una
Normanna con uno Svevo raccomandano le sorti del Mezzodì all'impero contro la
prevalente influenza della Chiesa; quando gli amori, gli odii della regia
coppia sono inspirati dalla pace o dalla discordia delle nazioni che uniscono o
scindono i partiti interni; quando la poetica guerra tra Costanza e Arrigo suo
marito forma un dramma, dove la fatalità si fa giuoco d'ogni umano volere;
quando gli strani combattimenti tra Giovanna I e l'ungaro Andrea, tra Giovanna
II e il francese Giacomo della Marca sono simboli di questo regno dove il
destino vuole che le rivoluzioni siano conquiste; quando la fatale crudeltà di
Guglielmo il Malo, alternandosi colla virtù non meno fatale di Guglielmo il
Buono, suo successore, ci avvertono che approssimandosi l'era volgare delle due
sette, diventino i vizi e le virtù della morale privata, nomi vani sul trono.
Intendo che Giannone, disperando di penetrare tanti misteri volgesse altrove lo
sguardo e che preferite le cifre dei codici lasciasse negligentemente passare
le vecchie narrazioni de' suoi predecessori; ma egli cadeva cosi dall'altezza
della storia civile nella storia accidentale, e copiava poi il Costanzo che
dichiarava Giovanna I «donna santissima, onore del mondo, luce dell'Italia,» e
in Campanella non scorgeva poi altro che un «uomo torbido, irrequieto, di
diformi costumi e grande imbrogliatore».
Da ultimo, non basta il seguire con Giannone le
usurpazioni progressive della Chiesa e gli errori intessuti nella gran tela
della tradizione pontificia; non basta il negare con Salmasio il supplizio di S.
Pietro a Roma, o il combattere colla4 Valla la donazione di Costantino,
o il rivelare la falsità delle prime decretali, e gli innumerevoli malefizii
della giurisprudenza ecclesiastica già sconfitta da tanti scrittori; non basta
il mostrare la crescente barbarie che innalza la cattedra di San Pietro e
divinizza il papa nel momento dell' ignoranza universale: la filosofia della
storia chiede la ragione del potere pontificio, le sue epoche, i principii da
cui furono determinate; vuol osservare il moto dal basso colle moltitudini,
cogli errori stessi, che non si cura di combattere, presupponendone la falsità
riconosciuta considerandoli come fenomeni necessarii. E
qui pure lo storico napoletano rimane al disotto della scienza desiderata. Nè
vede come la santa Sede vanti i suoi consoli nei cardinali, i suoi podestà nei
pontefici presi fra nazioni estere, i suoi Guelfi, i suoi Ghibellini nei
conclavi di Perugia e della mal aria, i suoi signori nei pontefici del
nepotismo e nella signoria massima di Leone X con cui si giunge all'apogeo
della scienza dell'arte e del risorgimento italiano. Tolto il senso ad ogni
epoca sociale, dimenticato che la Chiesa si raffina e si perfeziona
intervertendo i raffinamenti e i perfezionamenti dei profani, è perduto lo spettacolo
dei due poteri, si divaga in vane antitesi, più non resta che di svelare le
astuzie dei papi, dei cardinali, dei vescovi, dei monaci; ma qual potere, qual
governo manca di astuzie e di sotterfugi? La natura accorda a tutti il massimo
sfogo della malizia appunto perchè egualmente sbrigliate essendo tutte le forze
del bene e del male, regnino i principii col sublime della tragedia, o diventi
la storia una divina commedia.
Tali critiche vi sembreranno, o signori, forse
crudeli: nè poteva Giannone superare il proprio secolo; ma voi dovete
ponderarle perchè pesavano sulla mente sua, ne era egli stesso oppresso,
sentiva confusamente ribelle la compagine del sapere alla penetrante sua
curiosità, e interamente consacrato all'innovazione della storia civile, voleva
in ogni pagina essere superiore a sè stesso. Era uno sforzo l'idea di scrivere
la storia civile, uno sforzo l'idea di afferrarla colla scienza delle leggi,
uno sforzo il concetto di seguirla a dispetto delle conquiste; uno sforzo la
diligenza di contare i passi della conquista colla geografia politica, uno
sforzo il disegno di spiegare il regno coll'Italia, sciogliendolo dal
pregiudizio delle storie isolate; uno sforzo il proposito di dominare le
conquiste dall'altezza della sede romana, uno sforzo la risoluzione di
determinare il progresso delle conquiste colle epoche dei papi, uno sforzo il
principio di disdegnare gli individui sottoponendoli al doppio moto della
religione e della civiltà; e tanti sforzi non potevano rimanere infruttuosi non
poteva egli fermarsi sotto la stretta delle contraddizioni per cui ora
esaltava, ora detronizzava gli individui, ora disdegnava il fracasso delle
battaglie, ora lo seguiva passo passo nei suoi risultati; l'idea di una nuova
scienza lo straziava, e l'obbligava a sollevarsi al disopra delle minutissime
spine della storia italiana onde scorrere liberamente d'idea in idea. Ma nella
prossima lezione del 17 gennaio vi parlerò del suo Triregno, e lo
vedrete alla fine del campo alla filosofia della storia.
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