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Giuseppe Ferrari
La mente di Pietro Giannone

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  • LEZIONE TERZA       CRITICA DELLA STORIA CIVILE.
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LEZIONE TERZA

 
 
 
CRITICA DELLA STORIA CIVILE.

 

 

Vi ho mostrato in qual modo sentisse Giannone la necessità di oltrepassare i limiti del semplice racconto istorico, indagando le cagioni degli avvenimenti nella serie delle leggi civili ed ecclesiastiche che bipartitamente reggono il mondo moderno.

Vi ho mostrato altresì, come egli fosse superiore ed alle minute censure che potrebbero ferire la sua narrazione, e al principio religioso che aveva pure fornito alla teologia cattolica il concetto di sottomettere tutte le vicissitudini del genere umano ad un unico disegno, il quale non ammetteva casi, eccezioni, dispense.

Mi resta oggi ad esporvi la distanza che ancora separa la Storia civile dalla filosofia della storia. Quali sono adunque, non dirò gli errori ma i mancamenti di Giannone in questo primo stadio della sua carriera?

Egli non è ancora giunto a determinare le epoche della vita dei popoli, non sa dove comincino, come finiscano, in forza di qual metodo se ne possano calcolare le date ideali e reali, di diritto e di fatto, vede come ogni epoca sia creata da un'idea, come le sue fasi siano le fasi stesse dell'idea, come termini vinta da un'altra idea che le succede, dando altra forma alla religione, alle leggi, al governo, agli usi, agli studi, all'intera civiltà.

Si limita egli a seguire passo passo i più fragorosi avvenimenti della sua patria, e il fracasso della guerra gli mostra che deve procedere prima coi Goti, indi coi Greci, più tardi coi Longobardi, in seguito coi Franchi, coi Sassoni, coi Normanni, cogli Svevi, cogli Angioini, e finalmente cogli Aragonesi e cogli Spagnuoli. Ogni invasione determina difatto una epoca nel regno di Napoli, e le il primo carattere di ogni epoca, che deve essere chiara, popolare, svelta da ogni antecedente, fissata con date dove il volgo concorda col filosofo, cui non lice di assegnare ore proprie al corso dei secoli. Ma qual è la ragione di queste epoche che cadono dall'alto e piombano su Napoli e Palermo, interrompendone in apparenza piuttosto che assecondandone il moto spontaneo? Non sembrano forse imposte da un destino estraneo al moto nazionale? Da forse in contraddizione con quelle della terra? Non potrebbero forse rappresentare piuttosto la sciagura che la fortuna delle Due Sicilie? Prontissimi a seguire Giannone ed a considerare la serie delle conquiste subite dai popoli del mezzodì come la serie de' loro progressi, possiamo noi proclamare un sì strano paradosso, senza almeno togliergli le apparenze dell'assurdo?

In ogni modo, per lo storico napoletano il moto delle epoche parte dall'alto, dai capi, dai conquistatori, e se gli chiedete qual sia il principio della storia moderna, vi parla di Teodorico re dei Goti, ve lo conduce dalle più lontane regioni del nord fino a Bisanzio, ne celebra l'animo, l'arditezza, la sapienza, e sarà il suo proposito di conquistare l'Italia il principio della storia nostra. E che? se egli fosse stato meno animoso, o Cesare meno annuente, o i Goti meno felici, la nostra storia non avrebbe forse avuto principio? Dovremmo noi ripetere le nostre origini dalla lontana Scandinavia?

Ai Goti succedono più tardi i Greci di Bisanzio, e ciò, secondo Giannone, perchè la regina Amalasunta paventando i disordini del regno e la propria debolezza, offre di riconoscersi vassalla di Giustiniano, che quindi invia Belisario e Narsete, i quali cadono come nuovi aeroliti sul suolo italiano. Ma diremo noi che se Amalasunta fosse stata più ardita, o Giustiniano più timido, l'Italia sarebbe rimasta gotica e ariana? - E per qual motivo sottentra poi al dominio dei Greci il regno longobardo, questo aerolito massimo della storia nostra? Ancora a causa della volontà dei capi, risponde Giannone, cioè a causa dell'imperatore Giustino stoltamente tirannico, del generale Narsete sdegnato contro l'imperatrice Sofia, del re Alboino tratto da Narsete a lasciare uno Stato in Pannonia per fondarne un altro in Italia; e collo stesso metodo, sempre guardando in alto, attribuisce lo storico alla malignità di alcuni papi la discesa di Carlomagno e il regno dei Franchi; alla compiacenza di Ottone I la nuova discesa dei Tedeschi contro il regno italiano; e per fermarsi nel mezzodì, egli fa dipendere dallo spirito cavalleresco di quaranta pellegrini normanni il nuovo regno delle Due Sicilie, del matrimonio della regina Costanza l'invasione imperiale degli Svevi, dal mal animo di alcuni pontefici la calata di Carlo Angiò, da altre volontà non meno regie, principesche ed accidentali le dominazioni ulteriori degli Aragonesi e degli Spagnuoli.

Ma se le dieci conquiste del mezzodì erano epoche, progressi, vere rivoluzioni o determinate fasi di epoche, di progressi e di rivoluzioni, bisognava studiarle nei popoli che forse le invocavano, nei vinti che forse applaudivano e incoronavano i vincitori, nelle moltitudini donde nascevano le innovazioni, le insurrezioni, i tumulti, i moti falliti ma ripetuti, i quali riuscivano poi alle nuove dominazioni, dove l'invasione poteva essere liberazione. Finchè guardate in alto la conquista dei Goti è un flagello o un caso, e Teodorico può fermarsi a Bisanzio; ma non potevano fermarsi gli Italiani che mettevano a brani l'odiato potere dei Cesari; che chiedevano come i Galli, gli Iberi e gli Africani, l'indipendenza di un regno; che stanchi di subire i generali invasori, desideravano che quegli stessi generali diventassero re, e che a Ricimero succedesse Odoacre o Teodorico o un difensore qualsiasi della terra.

Guardate al basso, e la venuta di Belisario forse è chiesta anche essa dalle insurrezioni cattoliche della Sicilia, della Liguria, del Piceno in armi contro i Goti per dare vittoria al Cesare cattolico di Bisanzio, che rinnova le leggi e incivilisce il mondo. Guardate al basso, e a dispetto dell'alluvione longobarda forse riconoscerete nel mezzodì l'Italia cattolica e imperiale voluta con Giustiniano e nel nord l'Italia regia voluta con Teodorico: e se persistete nel seguire il moto nei popoli, forse intenderete la lotta dell'Italia romana contro l'Italia regia, e l'alterezza dell'Italia di Roma e del mezzodì allorchè quasi sciolta da Bisanzio, inganna e domina ed avviluppa i re di Pavia; e l'effervescenza generale che si manifesta da Venezia a Napoli, da Benevento alle Alpi quando, crescendo l'influenza cattolica, il re di Pavia trovasi sconfitto da un nemico disarmato, nell'atto stesso in cui gli par di giungere a Roma, e forse anche la conquista di Pipino e di Carlo non sarà conquista, e Desiderio vinto senza battaglia sarà nuova vittima della nazione e non dell'invasione.

Che Ottone I di Germania giunga chiamato dagli Italiani, lo dice lo stesso Giannone: «Mentre l'Italia (sono le sue parole) sotto la tirannide dell'ultimo Berengario e di Adalberto suo figliuolo, gemeva, gli Italiani ridotti nelle ultime miserie pensarono di ricorrere ai soccorsi di Ottone». Ma perchè ricorrono essi ad un conquistatore? perchè respingono essi il regno nazionale di Berengario II? Perchè mai il re d'Italia trema, si rifugia nella più munita fortezza, vedesi maledetto dal clero, vilipeso nelle più ampie città, e senza difensori in mezzo alle sue numerose falangi? I popoli soltanto possono dirlo, e possono pure apprenderci se i Normanni sono invocati, implorati, sussidiati per scuotere il giogo dei Greci e dei Saraceni, e per ricongiungersi colla gran sede di Roma; se gli Svevi giungono a causa di un matrimonio, o per mantenere il regno normanno sulla sua base che Roma scuote e che bisogna imporle rispettosamente colla spada imperiale. Giungono forse accidentalmente gli Angioini acclamati dalle moltitudini oramai avverse alla civiltà quasi saracena degli Svevi, e impazienti di allargare il loro diritto? Le loro forze non sono tali da invadere poi l'Italia con Roberto e con Ladislao? Arrivano forse a caso gli Arragonesi invocati dalla regina Giovanna II, che appena resiste loro suscitando altri pretendenti? Da ultimo diremo noi fortuito il dominio della Spagna, che protegge l'Italia contro la riforma, che le assicura l'alleanza imperiale con una dinastia cattolica, che la rinfranca nell'alta Germania a dispetto della Germania stessa, che lascia a Napoli le sue tradizioni, le sue libertà, i suoi parlamenti, e le permette tal progresso da produrre lo stesso Giannone, la cui scienza eguaglia quella dei giureconsulti delle più libere nazioni? Considerate, se volete, queste mie ipotesi come semplici possibilità, ma esse conducono al teorema che una conquista può essere un progresso, e determinare un'epoca, purchè se ne chieda la ragione ai vinti, e non ai vincitori come troppo empiricamente tenta di farlo Giannone; e se la chiedete ai vincitori, allora converrà rintracciarla in Svezia, in Pannonia, in Francia, in Aragona, in Provenza, in Germania, a Madrid, si potrà scoprire prima di conoscere la ragione nell'universo intero.

Invero Giannone crede che urge uscire dal regno per meglio conoscerlo, e rifiutandosi di considerarlo «come un'isola sorta in mezzo all'Oceano», l'associa alla storia di Roma, sede dell'alto dominio delle Due Sicilie, e dei pontefici primi direttori delle invasioni, che mutano periodicamente le sorti italiane. Ma raggiunge egli l'intento suo? Conosce egli le epoche romane meglio delle meridionali? Le esplora egli nel popolo che vive sotto il governo pontificio? Discerne egli le rivoluzioni sia temporali, sia spirituali della Chiesa? Le analizza egli nelle moltitudini che rinnovano di continuo l'eterna città? Tiene egli conto del moto cattolico romano che trasforma le popolazioni a traverso le diverse età dei vescovi, dei consoli, dei podestà, dei Guelfi e Ghibellini, dei signori e dei condottieri? S'accorge egli come il papato implichi di continuo l'impero? come sia signore di una metà dell'Italia, perchè l'altra metà obbedisce all'alto dominio di Cesare? Sospetta egli che in virtù del patto pontificio ed imperiale, l'Italia formi una federazione, e che ogni rivoluzione meridionale corrisponda quasi anno per anno alle rivoluzioni del Nord? Vede egli le correlazioni tra i normanni del mezzodì e gli arcivescovi capi dei tumulti di Lombardia, tra il re Ruggiero e i consoli delle città libere, tra Federico di Svezia e i podestà lombardi, tra la lotta di Carlo con Manfredi e quella dei Guelfi coi Ghibellini di ogni altra provincia, tra la signoria di Roberto e quella dei Visconti, tra le conquiste di Ladislao e quelle dei Malatesti o di Facinocane, tra gli Aragonesi delle Due Sicilie e la nuova dinastia degli Sforza signori di Lombardia, Genova e Corsica? Indovina egli che tanto moto e si sbrigliate vicissitudini siano idealmente sincroni popolari e tali da imporre ai capi, ai re, ai pontefici ogni loro risoluzione, ogni loro vittoria? Poco conosce le rivoluzioni di Roma, nulla quelle del Nord.

Abbiamo detto che egli metteva ogni sua speranza nello studio delle leggi, e ne lo abbiamo lodato perchè ogni esordio merita encomio: ma anche qui egli non afferra i principii, le epoche, i moti razionali che trasformano le Due Sicilie. Si limita all'enumerazione delle diverse leggi promulgate dai Longobardi, dai Franchi, dai Normanni, dagli Svevi, dagli Angioini; e serve la sua storia piuttosto da manuale per l'avvocato che di guida per il filosofo. Come mai ravvisare l'idea episcopale dei Normanni, o i Guelfi e i Ghibellini di Carlo e di Manfredi nell'indicazione di poche leggi di diritto civile e feudale, di poche disposizioni sugli usurai o sui conventi, di pochi decreti che il vento delle rivoluzioni avvicenda sui punti secondarii del codice? Nel 370 Valentiniano vieta alle donne di fare doni o testamenti a favore del clero: quante volte simili inibizioni furono estese o ristrette! ma qual relazione tra il senso di quelle del quarto secolo e le posteriori, per esempio, del XVIII secolo? Le leggi formano un sistema, e dipendono da principii superiori, obbediscono ora colle finzioni, ora coi costumi al corso della civiltà, e chi conosce la sola giurisprudenza ne ignora lo spirito. Non varia forse di senso una medesima disposizione passando da un codice all'altro?

Anche le leggi di alta sovranità non furono punto chiarite dal Giannone, e ne fanno prova le brevi sue parole sulle diverse fasi del patto di Carlo Magno colla Chiesa; la nessuna correlazione da lui stabilita tra le investiture del mezzodì e questo patto che regge il diritto pubblico italiano; l'assenza poi di ogni indicazione sui motivi di giustizia che legittimano di continuo la soggezione del mezzodì, sempre compensata da incontestabili progressi.

Lo stesso dicasi delle leggi ecclesiastiche che Giannone rapporta a capo di ogni periodo separandole dalle civili. Ne enunzia egli il principio che le detta? le vede egli sorgere spontanee dalla terra, dal popolo, dalle moltitudini della repubblica ecclesiastica? Intende egli come differisca la Chiesa di epoca in epoca per modo, che i seguaci di Gregorio VII più non siano quelli di Alessandro III o di Bonifacio VIII? No, certo.

Tra i lodevoli sforzi di Giannone avvertii pure quello di por mente alla geografia politica, dove si possono seguire i progressi dei popoli, guardando le orme che stampano sulla terra. Ma io non dubito affermare, che egli non ha neppure intesi i problemi geografici delle Due Sicilie. Il regno incomincia rappresentato dal ducato di Benevento, che avversano i diversi Stati di Bari, Napoli, Gaeta, Sorrento, specie di repubbliche venete sottoposte ai Cesari di Bisanzio. Perchè mai Benevento si decompone alla volta sua nei tre ducati di Benevento, Capua e Salerno? Come mai Capua diventa poi subitamente grande quasi come un regno, quando il regno dell'alta Italia si scioglie sotto gli Ottoni? Per qual ragione i Normanni fondano essi prima una federazione, il cui centro è Melfi, poi un regno centralizzato a Palermo? Perchè sacrificano essi a quella nuova sede Benevento, Capua, Bari e Salerno? Per quali motivi Carlo d'Angiò interverte il sanguinoso lavoro della centralizzazione che trasporta a Napoli? Perchè mai Napoli vede i Vespri siciliani che le tolgono la Sicilia per due secoli? e donde viene che, dopo tanta scissione, l'isola si riunisce poi al continente senza trar colpo? Pèrchè mai la Sicilia è sempre ghibellina quando Napoli è guelfa, costituzionale quando Napoli è assolutista, quasi inglese di forma quando Napoli è quasi sempre francese? Insomma perchè quando l'alta Italia è un regno, la bassa Italia è repubblicana o federale o affrazionata nelle repubbliche o nelle signorie, nel mentre che quando il nord è affrazionato, la bassa Italia è l'unico regno compatto della penisola? Da ultimo, perchè mai in queste alternative, quando il nord imita la Germania, Napoli e Palermo imitano la Francia? Sì poco Giannone intende questi problemi, che sfiorandoli ricorre ancora alla buona o mala volontà degli uomini, attribuendo, per esempio, la decomposizione di Benevento «alla protervia dei Capuani (sono sue parole), e molto più alla malvagità di Landolfo, loro castaldo». Egli non s'accorge che la responsabilità dei capi spira nelle moltitudini, la cui responsabilità alla volta sua è vinta dalla terra: in faccia al commercio, alle comunicazioni, agli arrivi, alle partenze, la protervia, la malvagità, la benevolenza, la carità non hanno potere alcuno; e quando i popoli sono malcontenti dei centri antichi, e loro più non basta l'antica organizzazione geografica, allora chiedono altri centri, altre comunicazioni, un'altra geografia e allora mutano di governo anche a costo d'invocare una conquista.

Quindi si sfuggiva alla difficile Benevento collo affrazionamento di Capua e di Salerno; si evitava poi l'affrazionamento anarchico, proclamando l'armonica federazione dei Normanni; si lasciava questa federazione ormai discorde od impotente a raffrenare l'invasione pontificia, creando a Palermo l'unità di Ruggiero; si sacrificava più tardi anche questa unità interrotta dal mare, fondata su di un centro troppo remoto, su di un capo troppo lontano dal nemico di Roma, improvvisando d'un tratto colla forza di un'invasione la grandissima ed incantevole Napoli. E una volta fissata la gran sede del mezzodì si rassicurava con due secoli di guerra, contro la detronizzata Palermo, e con due secoli di pace sotto la protezione della Spagna.

sanguinoso travaglio in faccia al pontefice, sempre irruente, è d'altrondelogico, in mezzo alle più terribili agitazioni, che il moto della. geografia meridionale corrisponde col moto generale della federazione italiana, e le città del mezzodì si straziano, quando Milano combatte Pavia, e quando Firenze avversa Lucca; poi Napoli e Palermo si separano, quando le due Savoie si disgiungono, e quando il papato si scinde nelle due capitali di Roma e di Avignone; e da ultimo, a qual epoca si riuniscono le due Sicilie? ancor all'epoca in cui cessa la divisione tra le due Savoie e tra le due capitali pontificie. Io non posso qui mostrarvi minutamente come si operi questa evoluzione geografica, come le Due Sicilie si ravvicinino nel XV secolo, appunto nell'epoca in cui trovansi rassicurate tutte le metropoli; ma ben vedete che tante coincidenze non possono essere fortuite, e che, simili alle figure dei pesci e dei vegetali, nell' interno delle pietre, attestano l'azione di forze sconosciute a Giannone, che pure voleva oltrepassare la storia politica per giungere alla storia civile.

Senza dubbio, profondo è il concetto di Giannone quando vuol disdegnare gli avvenimenti teatrali e le vicissitudini degli individui; ma se le città hanno un senso e una propria personalità, se non a caso sono tradizionalmente ribelli e riottose, se la loro versatilità e la loro ostinazione, se i loro amori e gli odii loro sono fatalmente determinati, non giunge forse l'istante in cui l'uomo rappresenta una città che parla, che opera, che combatte? E allora possiamo noi considerarlo come un accidente? Sarebbe forse fortuito il rivelarsi della poesia nelle vicende della storia? L'arte non sarà forse l'ultima religione dei mortali? Prendiamo la gran scena di Palermo tra l'arcivescovo Ugone e l'ammiraglio Majone. Sono essi i due primi capi del regno; in loro balìa sta il re Guglielmo, entrambi vogliono spegnerlo; il loro carattere, la loro concordia o la loro discordia saranno forse arbitrarii? Vorrete voi che l'uno sia arcivescovo di Palermo senza rappresentare la Chiesa, le ambizioni e tradizioni che mirano a sciogliere il regno? Vorrete voi che l'altro sia ammiraglio e nativo di Bari, recentemente distrutta, senza parteggiare per Bari, Capua, Salerno, Benevento e tutte le libertà federali, vinte e sacrificate alla felice Palermo? Convengono entrambi nell'idea di spegnere il re, e sta bene perchè l'odia il continente e lo disprezzano i baroni dell'isola? l'uno l'altro può cedere, l'uno l'altro può dire ad alta voce il proprio pensiero, l'uno l'altro può sottrarsi alla necessità di una lotta mortale, l'uno l'altro può uscire dalla propria congiura, e vedete come il destino li unisce! Vedeteli come stanno abbracciati nell'ultimo loro duello! L'ammiraglio visita l'arcivescovo da lui avvelenato, lo accarezza e si sforza di propinargli un altro veleno, temendo i ritardi del primo; e l'arcivescovo sul suo letto, già in balìa della morte che lo rode, sorride amorevolmente e prolunga il discorso per dar tempo ai sicarii di preparare l'agguato contro l'intimo suo nemico. Tosto l'ammiraglio cade trafitto, l'arcivescovo spira, ma il regno trionfa, e il loro secreto resta nelle tombe.

Parla ancora la terra quando le nozze di una Normanna con uno Svevo raccomandano le sorti del Mezzodì all'impero contro la prevalente influenza della Chiesa; quando gli amori, gli odii della regia coppia sono inspirati dalla pace o dalla discordia delle nazioni che uniscono o scindono i partiti interni; quando la poetica guerra tra Costanza e Arrigo suo marito forma un dramma, dove la fatalità si fa giuoco d'ogni umano volere; quando gli strani combattimenti tra Giovanna I e l'ungaro Andrea, tra Giovanna II e il francese Giacomo della Marca sono simboli di questo regno dove il destino vuole che le rivoluzioni siano conquiste; quando la fatale crudeltà di Guglielmo il Malo, alternandosi colla virtù non meno fatale di Guglielmo il Buono, suo successore, ci avvertono che approssimandosi l'era volgare delle due sette, diventino i vizi e le virtù della morale privata, nomi vani sul trono. Intendo che Giannone, disperando di penetrare tanti misteri volgesse altrove lo sguardo e che preferite le cifre dei codici lasciasse negligentemente passare le vecchie narrazioni de' suoi predecessori; ma egli cadeva cosi dall'altezza della storia civile nella storia accidentale, e copiava poi il Costanzo che dichiarava Giovanna I «donna santissima, onore del mondo, luce dell'Italia,» e in Campanella non scorgeva poi altro che un «uomo torbido, irrequieto, di diformi costumi e grande imbrogliatore».

Da ultimo, non basta il seguire con Giannone le usurpazioni progressive della Chiesa e gli errori intessuti nella gran tela della tradizione pontificia; non basta il negare con Salmasio il supplizio di S. Pietro a Roma, o il combattere colla4 Valla la donazione di Costantino, o il rivelare la falsità delle prime decretali, e gli innumerevoli malefizii della giurisprudenza ecclesiastica già sconfitta da tanti scrittori; non basta il mostrare la crescente barbarie che innalza la cattedra di San Pietro e divinizza il papa nel momento dell' ignoranza universale: la filosofia della storia chiede la ragione del potere pontificio, le sue epoche, i principii da cui furono determinate; vuol osservare il moto dal basso colle moltitudini, cogli errori stessi, che non si cura di combattere, presupponendone la falsità riconosciuta considerandoli come fenomeni necessarii. E qui pure lo storico napoletano rimane al disotto della scienza desiderata. vede come la santa Sede vanti i suoi consoli nei cardinali, i suoi podestà nei pontefici presi fra nazioni estere, i suoi Guelfi, i suoi Ghibellini nei conclavi di Perugia e della mal aria, i suoi signori nei pontefici del nepotismo e nella signoria massima di Leone X con cui si giunge all'apogeo della scienza dell'arte e del risorgimento italiano. Tolto il senso ad ogni epoca sociale, dimenticato che la Chiesa si raffina e si perfeziona intervertendo i raffinamenti e i perfezionamenti dei profani, è perduto lo spettacolo dei due poteri, si divaga in vane antitesi, più non resta che di svelare le astuzie dei papi, dei cardinali, dei vescovi, dei monaci; ma qual potere, qual governo manca di astuzie e di sotterfugi? La natura accorda a tutti il massimo sfogo della malizia appunto perchè egualmente sbrigliate essendo tutte le forze del bene e del male, regnino i principii col sublime della tragedia, o diventi la storia una divina commedia.

Tali critiche vi sembreranno, o signori, forse crudeli: poteva Giannone superare il proprio secolo; ma voi dovete ponderarle perchè pesavano sulla mente sua, ne era egli stesso oppresso, sentiva confusamente ribelle la compagine del sapere alla penetrante sua curiosità, e interamente consacrato all'innovazione della storia civile, voleva in ogni pagina essere superiore a stesso. Era uno sforzo l'idea di scrivere la storia civile, uno sforzo l'idea di afferrarla colla scienza delle leggi, uno sforzo il concetto di seguirla a dispetto delle conquiste; uno sforzo la diligenza di contare i passi della conquista colla geografia politica, uno sforzo il disegno di spiegare il regno coll'Italia, sciogliendolo dal pregiudizio delle storie isolate; uno sforzo il proposito di dominare le conquiste dall'altezza della sede romana, uno sforzo la risoluzione di determinare il progresso delle conquiste colle epoche dei papi, uno sforzo il principio di disdegnare gli individui sottoponendoli al doppio moto della religione e della civiltà; e tanti sforzi non potevano rimanere infruttuosi non poteva egli fermarsi sotto la stretta delle contraddizioni per cui ora esaltava, ora detronizzava gli individui, ora disdegnava il fracasso delle battaglie, ora lo seguiva passo passo nei suoi risultati; l'idea di una nuova scienza lo straziava, e l'obbligava a sollevarsi al disopra delle minutissime spine della storia italiana onde scorrere liberamente d'idea in idea. Ma nella prossima lezione del 17 gennaio vi parlerò del suo Triregno, e lo vedrete alla fine del campo alla filosofia della storia.

 

 

 

 

 

 

 

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4 Così nel testo, ma "col". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]






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