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Giuseppe Ferrari
La mente di Pietro Giannone

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  • LEZIONE QUINTA.       TRANSIZIONE DAL REGNO TERRESTRE AL CELESTE.
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LEZIONE QUINTA.

 

 

 

TRANSIZIONE DAL REGNO TERRESTRE AL CELESTE.

 

 

Gli Ebrei, gli Egizj, i Fenicj, i Romani, tutti i popoli dell'antichità sorgevano alla ricerca di un regno terrestre, e lo scheletro del libro smarrito di Giannone vi lascia intravedere come dovessero lo splendore della loro civiltà ai loro sforzi per rendersi felici ed eterni sulla terra. Ma perchè mai si scostarono essi dalla religione di Mosè? Come mai giunsero essi a cercare la vita nella morte, l'esistenza nello spirito, la felicità in un mondo estraneo ad ogni sensazione? o, per servirmi delle espressioni stesse di Giannone, «d'onde avvenne che la seria dottrina degli Egizianj intorno alla natura (materiale) delle anime umane siasi contaminata?» Il seguito del titolo stesso ci la risposta, dichiarando l'antica sapienza contaminata «dai filosofi greci, e molto più dai loro fantastici ed arditi poeti».

Che la greca civiltà avesse corrotte le più severe tradizioni degli Egizj, lo pensavano(15) i più celebri tra gli storici greci, e appunto Erodoto, e sopra tutti Diodoro Siculo, seguiti da Giannone. Il primo dice tolta dagli Egizj l'opinione già sospetta della metempsicosi, e Diodoro, parlando dei funerali degli Egizj e dei loro giudizj sui morti, così si esprime: «I Greci trascrissero nelle loro ben imaginate favole, e per mezzo dei famosi loro poeti, la fede di queste cose per ciò che riguarda gli onori dei pii, e i castighi degli empj; ma sciaguratamente non solo non poterono ridurre gli uomini a viver bene, ma incontrarono di più la derisione e il disprezzo dei malvagi». Il seguito la ragione di questa diversità, che dipendeva dall'essersi gli Egizj fermati nei limiti della realtà. «Presso gli Egizj, continua Diodoro, siccome le pene de' cattivi e i premj dei buoni non si fondavano sulle favole, ma sopra fatti cospicui, ogni giorno gli uni e gli altri venivano ammoniti di quanto importa, ed in questa maniera si otteneva somma ed utilissima la correzione de' costumi».

Ecco adunque la dottrina egiziana, simile alla mosaica, alterata dalle fantasie greche, e i tre giudici dell'inferno prendono il posto dei sacerdoti che pronunziavano le loro sentenze in presenza del feretro, ad istruzione dei popoli. Ma non basta annunziare il fatto della corruzione; convien spiegarlo come un effetto, additarne le cause, rinvenirle nelle leggi dello spirito umano, e desumere dai principj stessi di Giannone in qual modo la filosofia si tramutava in mitologia? come mai la verità si trasformava in favola? Per qual ragione la dottrina della vita terrestre si allontanava dalla natura prima delle cose?

La risposta si desume dall'Ape ingegnosa. Noi abbiamo visto che ivi il privilegio che distingue l'uomo dagli altri animali consiste nella doppia facoltà d'illuderci col culto degli Dei, e di oltrepassare la meta naturale dei nostri bisogni coll'esagerata avidità del vizio. Perciò si svolge la civiltà dove Newton è più superiore al selvaggio che questi non lo sia alla volpe. Ma appunto perchè l'uomo s'innalza, può altresì cadere; appunto perchè spesso diventa un Dio per il suo simile, può diventare un demone, e ritorcere contro di stesso le proprie forze. Gli istinti che ci conducono alla società si pervertono nelle grandi capitali; le passioni che ci sollevano al disopra della folla, ci degradano nelle corti; quanto più ci allontaniamo dalla natura primitiva, tanto più c'ingolfiamo in un labirinto di errori e di idee fittizie, e viene l'istante in cui anche l'errore del culto già utile agli Stati, già reso benefico dalle pie frodi dei legislatori, già concorde col fine terrestre dell'uomo, già volto ad infrenare col terrore delle potenze invisibili la turba dei bimani incapace di comandare e di obbedire, si altera alla volta sua e sconvolge la società colle sue larve.

Secondo Giannone la prima alterazione del culto cominciò quando s'introdussero nelle regioni del cielo esclusivamente riservate agli Dei anche gli uomini chiari ed illustri. «Allora, dice egli, si credette Ercole nato da Giove e Semele; i gemelli tindaridi Castore e Polluce furono trasportati in cielo, si adorò Ino figlia di Cadmo, e di Romolo di cui Ennio cantò:

Romulus in coelo cum Diis agit aevum

 

e di tanti altri uomini non meno che di donne illustri si pensò che dopo la loro morte volassero fra gli dei celesti. Cicerone scrive che Ferecida fosse stato il primo a confermare per iscritto l'opinione che le anime degli eroi fossero sempiterne ... Questo fu maestro di Pitagora al quale istillò i medesimi sentimenti che egli rese più diffusi e splendidi dapertutto per la sua gran fama che si acquistò, ispezialmente in Italia ed in tutto l'orbe allor conosciuto. Tal opinione passava dalla Magna Grecia ai Romani; questi tanto ammirarono Pitagora da crederlo poi il maestro di tutti i sapienti e da far dello stesso Numa Pompilio un suo discepolo. Platone che più tardi visitò gli istituti Pitagorici ne adottò le dottrine, le abbellì e le esagerò colla sua imaginazione.

«Di qui nacquero non meno in Grecia che in Roma le tante favole ed illusioni delle quali seppero ben profittarsi gli artisti ed audaci preti. Quindi le favolose descrizioni di questo fantastico ed imaginario regno celeste e delle sedi gloriose di questi eroi rilucenti di fiamme in mezzo di uno splendidissimo candore, d'onde scoprivano la grandezza e moti degli astri, la piccolezza della terra a guisa di un punto nel centro del mondo, fingendosi il sistema dell'universo a lor capriccio, e tutt'altro di quello che ci dimostra una più esatta ed accurata astronomia. Grazioso è il Sogno di Scipione scritto da Cicerone, dove si leggono tante belle descrizioni di suoni armonici di corpi celesti e di fiamme animate da spirito divino e tante altre fole, che a ragione vi sembrano anzi scipitezze e goffaggini ... Gli oratori pure ne vollero la loro parte, e non si leggeva orazione panegirica che finalmente in commendazione del defunto non si facesse volare fra gli dei celesti ne' beati seggi. Cicerone fino la sua figliuola Tullia collocò tra i celesti, e fece voto di erigerle tempio e consacrarlo alla sua memoria pregandola che non l'abbandonasse. Sed aliquando respectans perduc eo ubi tua tandem collocutione conspectuque fruar, ut et parenti tuo amantissimo, quam potissimum optare debet gratiam referes et ego multo mihi gratiorem multoque jucundiorem congressum nostrum futurum intelligam quam insuavis et acerbus digressus fuit, siccome leggesi nel fine del suo libro de Consolatione. C. C. Tacito nella vita del suo suocero Agricola pur si vale dell'apostrofe medesima, e questo scrittore nel libro V stesso ci rende testimonianza che questa credenza a' tempi di Tito passò sino agli stessi Ebrei, i quali avevano si ben concetto dei luoghi infernali ma non già de' celesti, e ciò lo facevano per maggiormente dar coraggio a soldati per la difesa di Gerusalemme cinta di stretto assedio da Tito.

Quindi vennero le deificazioni de' Romani imperatori, e se la faccenda si fosse contenuta ne' soli morti sarebbe stata comportabile, ma ai corrotti tempi di Tiberio e di Nerone si venne a deificar fino i viventi ed erger loro tempj ed altari: ciò che maggiormente scopre non men l'adulazione che la favola e l'impostura.

 Più lungi trattando dell'origine degli dei, Giannone osserva come gli uomini dopo di avere divinizzate le forze della natura e dati con irrefrenabile prodigalità altrettanti Numi al freddo, al caldo, alla pioggia, ai venti, non solo diedero vita sopranaturale ad ogni astrazione della mente, non solo preposero un essere superiore ad ogni atto della vita ad ogni virtù, ad ogni vizio, ma presto caddero nell'ultima stravaganza di adorare stessi.  «Nell'antichissimo regno d'Egitto, sono le sue parole, il costume di non bruciare ma di condire e di conservare i cadaveri esponendoli al cospetto delle famiglie nelle proprie case e fino di metterli a tavola ne' loro conviti, fece che a lungo andare il vedersi avanti gli occhi i corpi balsamati de' loro defunti che avevano amati ed onorati in vita e, conservandone la memoria anche con statue e dipinture rappresentandoli come se fossero vivi eccitò verso di loro ad atti di venerazione, la quale pian piano crescendo, siccome suole avvenire in tutte le altre cose, si cambiò in adorazione onde sorsero altri dei e dee ...

«Si derivarono eziandio dagli uomini per altre cagioni. I primi conquistatori, i primi inventori delle arti e delle scienze si meritarono dopo la loro morte onori divini e di esser annoverati tra dei celesti. Per tal guisa furono divinizzati Iside, Osiri, Belo, Giove, Saturno, si adorò Prometeo inventore delle statue, Pane del flauto, Trittolemo dell'aratro, Atlante dell'astrologia, Danao delle navi, ed ogni popolo ebbe i suoi resuscitati».

Ma se sono divinizzati i benefattori del genere umano, se Romolo e Teseo sono trasportati in cielo, se l'adulazione vi adora i più possenti sovrani, perchè non sarebbero trasformati in demonj gli uomini altamente malefici? Perchè non sarebbero condannati i demonj ad eternamente combattere la felicità nostra? E se si accorda l'immortalità agli uomini sommamente utili o dannosi, perchè non estenderla a tutti i viventi, i quali sono pur sempre in qualche grado benefici o malefici? Perchè non generalizzarla, quando ogni uomo è pur sempre un miscuglio di vizj e di virtù? Perchè rifiutarla a tutti i morti, cui la superstizione delle tombe già accordò una specie di culto? Non sarebbe forse contraddizione il fermarsi a mezza via?

Per tal guisa quando la dottrina degli Egizj giunge sul suolo della Grecia agli dii primitivi i nuovi poeti ne aggiungono altri inventati; le loro avventure si complicano per render ragione dell'universo, si sottilizza sulla loro natura, sui loro amori, sui loro rapporti colle cose della terra; al candore delle credenze, al severo silenzio sui misteri si sostituisce l'astuzia della curiosità, la temerità delle spiegazioni e così si passa dal divinizzare le passioni, gli istinti, le speranze, i timori, le virtù, i vizj, all'adorare gli antichi legislatori, al prosternarsi dinanzi agli illustri estinti, al credere immortale ogni più volgare individuo e finalmente si parla della natura della vita dopo la morte. e s'inventa una scolastica sulla possibilità di un regno degli uomini fatti immortali e divini al rovescio di quanto si vede. Allora la beatitudine terrestre più non basta agli uomini e le finzioni sapientemente concordate dai legislatori col nostro fine mondano sono alterate, sovvertite, distrutte.

Anche la filosofia, secondo Giannone, si volta contro il regno terrestre dell'antica religione, e benchè egli non dica in qual modo, al certo sarà colle astrazioni che prevalgono nelle scuole di Socrate, e che si associano alle ombre vaganti delle tombe e dei tempj; sarà colle teorie che vogliono rendere ragione della vita, del pensiero, del suo nascere, del suo manifestarsi; sarà col crescente spiritualismo di Platone e de' suoi successori, cui la dialettica impone di considerare come un'ombra il mondo e come un sogno ogni suo splendore; sarà, dico, colla metafisica intenta a trasportare ogni vero, ogni bello, ogni bene nel seno di un Dio separato dalla natura e ad essa estraneo. Un solo capo, ed anzi la sola meta di un capo essendo consacrata da Giannone alla corruzione scientifica dell'antica dottrina sulla natura dell'anima, convien credere che poco sen curasse, e che ne estimasse innocenti le aberrazioni, le quali non riuscivano se non a fare dell'anima un'ipotesi antologica assolutamente estranea al dramma della vita e senza conseguenze per l'immortalità della persona e de' desideri suoi. Difatti l'immortalità data da Aristotile alle essenze valeva quanto quella concessa da Epicuro agli atomi, o poco alterava la presupposta teoria che le anime si staccassero dalla vita universale, e vi ritornassero trovandovi dopo la morte quell'istessa assenza di sentimenti e di pensieri che aveva preceduto il loro nascere. Ma intanto l'inchiesta dei filosofi d'onde nasca l'uomo? d'onde venga il suo soffio vitale? dove si trasporti all'istante della morte? concordava colle istanze del volgo: qual Dio ci inspira? qual genio ci guida nelle battaglie? qual mezzo ci permette di raggiungere gli spiriti invisibili oltre la tomba? Intanto l'ipotesi di un'anima ontologica soprasensibile favoriva l'altra ipotesi di un soffio vitale errante tra le tombe; intanto la regione dove si raccoglievano ipoteticamente le anime dei mortali circondando il Dio immateriale della filosofia, rassomigliava da lungi alla regione degli Elisi che l'immaginazione delle moltitudini popolava colle ombre dei trapassati; e da ultimo l'inganno della doppia dottrina professata dai filosofi, per cui altri erano i loro dogmi nelle scuole, altri nelle assemblee politiche; e la parte di legislatori da essi sostenuta, per cui riverivano in apparenza la religione nell'interesse dello Stato, compiva l'inganno ed associava la corruzione filosofica colla corruzione poetica dei popoli. Così si ampliava l'Olimpo d'Omero; così la metempsicosi egiziana prendeva aspetto di scienza nelle scuole di Alessandria; così distruggevansi le aspettative esclusivamente terrestri dei popoli antichi, e abituavansi gli uomini a desiderare un mondo diverso da quello della natura.

La corruzione dell'antica sapienza è la stessa nella Giudea, mancano a Gerusalemme gli errori di Platone e le divagazioni degli Ateniesi. Ma la forma essendo diversa, Giannone vi consacra la terza ed ultima parte del libro del Regno terrestre, dove le idee sono sì chiare e sì accomodate negli ultimi tempi della storia ebrea, che la lettura dei titoli superstiti basterà a farvi conoscere le sue teorie. E in primo luogo egli vi dice nel titolo del capo I: «Come (sono le sue parole) sotto il secondo tempio si fosse variata la dottrina degli Ebrei, specialmente intorno alle anime umane, non altrimenti che successe fra Gentili dalle splendide fantasie de' Greci». Di fatti gli Ebrei di Esdra e dei suoi successori sono trasportati dal medesimo moto che trasformava i Greci vittoriosi di Serse; alle parole dei profeti che, annunziavano vittorie e calamità terrestri succedono le idee sulla risurrezione dei morti, affinchè possano ricevere le ricompense meritate; il sentimento della giustizia sciogliendosi dalle barbare leggi del Dio che puniva o ricompensava i padri nei figli, vuol rianimare gli estinti perchè godano del frutto delle azioni loro nel regno promesso e sempre sfuggente in un lontano avvenire. Quindi il profeta Ezechiele vede rianimarsi i morti di una battaglia; quindi sorge tra i Farisei la dottrina prima sconosciuta della risurrezione de' corpi; quindi la morte più non sembra che un tramortimento, e il seno d'Abramo lascia uscire di nuovo le anime che vi si credevano rientrate per sempre, «di qui sorse poi tra gli Ebrei » dice Giannone nel titolo del capo II «l'opinione della resurrezione de' loro morti ai quali era nel secondo vivere riservato un regno parimenti terreno». Ma qual era la dottrina ortodossa? Quale il dogma tradizionale della sinagoga? Quello pur sempre che imprigionava la sorte di tutti gli uomini nell'avvenire di un regno terreno, per modo che i Sadducei negando la vita futura, non cessavano di credere a Mosè. « D'onde avvenne (parlo colle parole del titolo del capo III) che le credenze dei Sadducei in niente alterarono la religione degli Ebrei ». Quella loro negazione che adesso sembra si mostruosa, e che la Chiesa considera come l'ultima tra le corruzioni, altro non era che il principio inviolato della religione regnante, forse ingentilito da nuove riflessioni filosofiche, ma fedele all'origine sua «sicchè la loro dottrina (continua il titolo      nel capo III) fu ammessa ed insegnata pubblicamente nella sinagoga».

Il titolo del capo IV ci presenta l'interrogazione: «d'onde nacque tra gli Ebrei l'opinione di potersi offrire e pregare per i morti?» La risposta è sì semplice, che si mostra da ove si consideri il capo stesso come un corollario al capo II consacrato alla risurrezione dei trapassati. Evidentemente l'idea che dovessero questi sorgere di nuovo e fruire del regno in una seconda vita, traeva seco l'altra idea, che trovavansi semplicemente tramortiti, in balia dell'architetto dell'universo, raccomandati alla sua provvidenza: l'antica legge che puniva e ricompensava i padri ne' figli, o viceversa i figli ne' padri, si riproduceva più mite nell'altra solidarietà che permetteva ai vivi di richiamare dall'Altissimo la salvezza dei morti; pertanto si associavano per la prima volta gli atti della vita presente alle speranze di una vita futura.

Però gli Ebrei delle due sètte ritengono ancora le idee del regno terreno, dell'uomo corporeo, di un fine mondano; non conoscono, non sospettano il cielo, la teoria dello spiritofacile a staccarsi dalla natura sensibile per cercare un destino immortale. Sia che gli antenati dovessero rimanere nelle loro tombe, sia che dovessero uscirne, tanto i Sadducei quanto i Farisei s'accordavano a non promettere loro che una felicità naturale, e perciò, «i Sadducei e i Farisei (dice il titolo del capo VI) erano concordi in non ammettere stato alcuno delle anime umane separate dai corpi, e tra gli ultimi Ebrei si incominciò ad assegnare alle medesime varj alberghi». Senza dubbio il primo albergo fu il seno di Abramo, cioè la concavità della tombavenerata in Egitto, sì sacra agli Ebrei; più tardi il seno d'Abramo sarà stato un luogo più vago, una tomba universale, l'inferno, cioè il luogo sotterraneo; chi sa se l'evocazione delle ombre, che era fede e delitto nei tempi di Saulle, permise ai morti di essere evocati come l'ombra di Samuele, di venire in più stretta comunicazione coi vivi nell'aspettativa del regno venturo, comune agli uni quanto agli altri? In ogni ipotesi, l'unico scopo degli Ebrei, secondo Giannone, stava nella speranza della loro terrestre dominazione, e a torto si attribuisce loro dal padre Alessandro Natale la dottrina del Purgatorio; non pensarono mai essi, in sentenza di Giannone, ad espiare le loro colpe in un'altra vita: ogni loro pena e ricompensa doveva attuarsi sulla terra, nel loro regno, sotto il dominio di Gerusalemme.

Intanto il regno terrestre, dice Giannone nell'ultimo titolo, è già finito, è distrutto: le anime escono dalle loro tombe, che l'ortodossia dei Sadducei e la tradizione di Mosè più non possono suggellare; si fanno offerte e si prega pei morti dei nuovo venturi alla vita, le generazioni scendono sotterra e rivedono il giorno distruggendo ogni limite che separa il vero dal falso; il regno terreno è adunque finito e disfatto; la sua dominazione più non vale a soddisfare l'ambizione, l'avarizia, la cura del futuro, e tutti i vizj d'onde sorgono le civiltà. Da ultimo gli Ebrei sono vinti e schiacciati sotto il regno terrestre dei Romani, le loro profezie si voltano contro di loro, e per sottrarsi alla nuova Babilonia del Tevere devono imaginare tali trasfigurazioni e apocalissi, da rovesciare miracolosamente tutte leggi della guerra, della politica, della natura e della stessa loro religione.

Ecco la fine del regno terrestre, ecco la necessità di un nuovo regno, nel quale si riordinino le dissestate idee degli antichi, che più non sanno credere alla morte alla vita. Io non so sino a qual punto Giannone mostrasse il dissesto crescente tra le ombre degli dei, degli eroi e degli uomini, come ne dipingesse l'influenza disastrosa sui regni e sugli imperi della terra, in qual modo collegasse alla sorte delle ombre, sempre più ingrandite, la sorte dei mortali, sempre più distolti dalle virtù terrestri dei Greci e dei Romani, degli Egizj e dei Fenicj. Al certo, lo storico napoletano avrà fatto dipendere gli ultimi delirj della Giudea dalle sue sètte, le ultime tragedie della Galilea dalla inutile esaltazione della fede abbandonata da tutti, la caduta della Grecia, colla quale soccombe l'Oriente allora noto, dal falso lusso della filosofia e della poesia, la caduta della stessa repubblica romana dalla prevalente religione delle ombre, che lascia soli in senato gli ultimi rappresentanti della sapienza antica. Al certo, egli avrà mostrato gli ultimi stoici ridotti alla disperazione del suicidio dai popoli che, pervertiti, sfuggivano per sempre al loro dominio; che se queste spiegazioni mancassero negli ultimi capi del Regno terrestre, si rinvengono negli ulteriori scritti, e da tutte le correnti siamo trascinati all'ultima conclusione, che tolta la terra alle speranze dei mortali, conveniva che una nuova religione le appagasse predicando un regno egualmente accessibile ai vivi ed ai morti. Qual poteva essere questo regno, se non quello stesso degli dei? Ecco aperte le porte del cielo, che Mosè e gli Egizj riservavano alle divinità superiori.

Le prime pagine del secondo libro del Triregno, intitolato il Regno celeste, rispondono appunto all'urgenza di una nuova fede per riordinare le dissestate speranze, ed ora noi procediamo con sicurezza seguendo il testo conservato dallo storico napoletano. S.Giovanni annunzia per il primo il nuovo regno, e che dichiara egli? che la fine del mondo si approssima; e tosto Gesù Cristo si dice il figlio unico di Dio, il nuovo Adamo che deve salvare il genere umano perduto dall'Adamo antico, Penitentiam agite, dice S.Matteo, imperocchè si avvicina il regno dei cieli. Qual è questo nuovo regno?

Notate, o signori, che Giannone non declina mai lo sguardo dal pontefice romano; che sempre gli chiede conto dei suoi dogmi e delle sue credenze, sempre ne legge il catechismo, rivolgendone le interrogazioni a' suoi predecessori; e in quel modo che egli domandava a Mosè se professava la dottrina di Roma, chiede pure a G. Cristo ed agli Apostoli se il cielo da loro annunziato è quello dei cardinali, dei vescovi e dei prelati dell'orbe cattolico. Pertanto stabilisce egli giuridicamente la sua inchiesta sul regno annunziato dal Vangelo domandando: qual ne è la natura? In qual luogo si trova? Come potremo pervenirvi? Quando ne saranno aperte le porte? Qual è il fine dell'uomo? Quali saranno le nostre felicità, i nostri compagni, le nostre occupazioni? Innanzi tutto, il cielo dei primi cristiani sarà un regno che G. Cristo governerà co' suoi dodici Apostoli, all'imitazione di Davide che governava la terra promessa coi dodici capi delle tribù d'Israele. Secondo S.Giovanni, gli uomini non vi contrarranno nozze, non avranno alcun commercio colle donne, non morranno mai, e vi si troveranno come gli angeli e i figli di Dio. Neque nubent, neque ducent uxores, neque enim ultra mori poteant, æguales enim sunt angelis et filiis dei. San Marco dice ancora, che fruiranno della cognizione di Dio comprendendo l'ordine universale, e S. Pietro soggiunge che parteciperanno della natura di Dio conoscendo il bene ed il male, consortes naturæ divinæ, scientes bonum et malum. In che consisterà adunque la nostra felicità? In qual modo conosceremo noi Dio e l'ordine generale? Qual sarà la delizia di vivere di scienza in mezzo ad esseri destituiti di ogni sesso? Spento l'amore, come potrà nascere la gioja? S. Paolo dice che, salito al terzo cielo, vide ciò che l'occhio non può scorgere, l'orecchio intendere, il cuore sentire, quod oculus non vidit, nec aures audivit nec in cor hominis ascenit. E soggiunge altresì di aver udito parole misteriose che non lice all'uomo ripetere, audivit arcana verba quæ non licet homini loqui; ed anche G. Cristo pregato fervorosamente dai due figli di Zebedeo di accettarli nel suo regno, l'uno alla destra, l'altro alla sua sinistra, rusticamente risponde loro: « non sapete quel che chiedete; nescite quod petatis ".

Rimane adunque stabilito, che il nuovo cielo non si deve descrivere; che la nostra rozza favella non può esprimerne gli incanti, e che temerario è ogni sforzo per chiarirne la natura. Solo sappiamo che vi si entrerà col corpo, nostro fedele compagno, che S. Paolo è già salito in persona al terzo cielo; che quindi vi sono più cieli, simili forse a quelli dell'astronomia mitologica. Gesù Cristo conferma quest'induzione quando annunzia, che parte per prepararci il suo celeste soggiorno, e quando assicura che vi saranno diversi posti, proporzionati ai nostri meriti, in domo patri mei, dice egli, mansiones multæ sunt. Probabilmente saranno queste abitazioni sulle nubi, dove il Deuteronomio colloca il trono celeste; egli sale verso le nubi spezzando la sua tomba, e da esse discenderà nel suo secondo avvento, e siamo addotti pur sempre a considerare il cielo venturo come un soggiorno materiale, da toccarsi colla mano, da vedersi cogli occhi, risuonante alle nostre orecchie, e tale che, lasciandoci la nostra attuale natura, rinascendo cogli organi attuali, noi potremo ancora mangiare, bevere e nutrirci. Lo stesso Gesù Cristo nell'ultima cena lo asserisce quando, rivolto agli Apostoli, dice che non berrà più di quel sugo di vite se non quando sarà con essi nel regno di suo padre. Come mai non dare un senso materiale alle sue parole?

Sventuratamente, osserva Giannone, destansi da tali indicazioni nuovi dubbj che stavano per acquietarsi, e non cessano i primi cristiani di domandare se rinascendo col corpo noi saremo eternamente vecchi o giovani, quali ci avrà sorpresi la morte; se ci incontreremo delle madri con immortali bambini al seno; se giungeremo tra le eterne delizie coi difetti dell'attuale nostro corpo. E qual sarà la nostra scienza nel cielo? Con qual lingua, in qual modo converseremo noi cogli eletti da Dio? Lo storico napoletano moltiplica le insolubili objezioni sotto forma di dubbio, e fedele al suo metodo, egli resta sempre istorico, sempre cristiano, esponendo solo le opinioni dei Padri, e concludendo con S. Agostino: «le nubi, dic'egli, gli astri, lo spettacolo del giorno e della notte che si dispiega al di sopra delle nostre teste, non si mostrano se non un cielo inane, che il corpo non può abitare, che la mente non può accettare, e dal quale la felicità è assente nello stesso tempo che la ragione».

Ma per quanto possa fallire ogni spiegazione, rimane fuori di ogni dubbio che, credendo alle parole di Cristo, l'universo sarà trasformato, e una nuova regione felice come l'Olimpo dei Greci o l'Eliseo dei Romani raccoglierà tutti gli eletti, cui saranno offerte tutte le felicità già accordate agli dêi degli antichi.

Questa è la buona nuova del Vangelo, e si profonda è la differenza tra il regno terrestre e il cielo cristiano, che tanto gli Ebrei quanto i pagani ne frantendono il senso. I primi credono che Cristo prometta di liberarli dai Romani, come altri capi avevanli sottratti alle anteriori conquiste degli Egizj, degli Assirj, dei Persi e dei Greci. «E che ? dicono essi, egli che ci predica il nuovo regno, non è forse il figlio di Maria? il fratello di Giacomo, Giuseppe, Giuda e Simone? Non conosciamo noi forse le sue sorelle?» Gli Erodiani si figuravano che egli fosse un rivale di Erode, e voi conoscete tutti la risposta che ancora adesso si canta nelle chiese: invano ti sgomenti o iniquo Erode, non toglie i regni terreni chi ne di celesti. Secondo Eusebio, cadono i Romani alla lor volta nel medesimo errore, e Vespasiano chiede conto dell'ultimo discendente di Davide, Domiziano degli ultimi discendenti di Cristo che vivevano pacifici in Palestina; e l'uno e l'altro, giudicando il cristianesimo colle proprie idee, non temono altro che una rivoluzione terrestre, un re Cristianocristiano. Ma i fedeli erano intenti ad ottenere il solo regno celeste, ed i cesari di Roma si attenevano alla fine a quella risposta.

Conosciuta la natura del cielo (prosegue Giannone le sue interrogazioni) con quali mezzi si potrà penetrarvi? e sempre leggendo il Vangelo, risponde: con mezzi semplicissimi, attesa la natura sopranaturale del paradiso, Poichè più non trattasi di una felicità terrestre, di vittorie, di dominazioni politiche; si ottiene il paradiso cristiano senza sacrificj, senza fasto, senza riti, senza cerimonie sontuose ed imponenti; vi si entra colle buone opere e colla fede; basta il credervi fermamente e il considerare i beni della terra come illusioni momentanee: «che abbisogna adunque per entrare nel regno dei cieli? chiede il giovane ricco a Gesù Cristo; - bisogna seguire la legge, risponde il Redentore - io la seguo - abbandonate inoltre i vostri beni ai poveri - e allora il ricco gli volta le spalle e se ne va pensieroso, mentre Gesù Cristo fa osservare agli astanti, esser meno facile al ricco di salvarsi che al camello di passar per la cruna di un ago; il ricco crede alla terra. I celebri precetti di non possedere oro, argento, denaro; di dare anche la cappa a chi chiede la tunica; di non fare processi, di non giurare, di non vendicarsi, si spiegano anch'essi coll'aspettativa della distruzione della terra. Si raccomanda di svellersi l'occhio che ci scandalizza, di tagliarsi la mano che pecca, poichè meglio vale entrare guerci e zoppicanti nel regno dei cieli, che il rimanerne esclusi. deve recare meraviglia il disprezzo dei primi cristiani per il matrimonio, per la famiglia, per la proprietà, per i principj più solenni della legislazione romana, che diventavano puerilità per chi credeva all'imminente annichilazione del mondo.

I primi cristiani vivevano adunque in comune, aspettando il nuovo regno non avevano tempj, altari, cerimonie; combattevano anzi tutte le pompe dall'idolatria imaginate per propiziarsi gli dêi della conquista. Secondo lo storico napoletano, appena ammettevano i due sacramenti del battesimo e dell'eucaristia. E ancora il loro battesimo era meramente spirituale, Gesù Cristo non l'amministrava ad alcuno, gli Apostoli gli anteponevano la circoncisione, per lungo tempo solo si accordava agli adulti; qualche volta si dava dopo l'eucaristia; S. Ambrogio temeva che Valentiniano fosse dannato, benchè non battezzato. Quanto alla prima eucaristia, nulla offriva di magico o di sopranaturale; ridotta ad un convito fraterno, ad una pia commemorazione, nessuno s'immaginava che gli si desse di fatto il corpo ed il sangue di Cristo.

Ma ancora meglio si conosce la fede de' primi cristiani quando si interrogano gli Evangelisti e gli Apostoli sull'ora in cui dovevano aprirsi le porte del cielo. Le dichiarazioni più categoriche annunziano, che le porte del cielo dovevano aprirsi subito, all'epoca stessa degli apostoli, prima che essi avessero finito il giro delle città devolute alla loro predicazione; secondo san Matteo, alcuni tra' suoi uditori dovevano vederlo prima di morire; la generazione degli astanti non poteva passare prima di vedere la trasformazione del mondo. Sono note le parole di San Paolo che il regno dei cieli doveva venire come un ladro nella notte, che doveva sorprendere la terra, e il celebre motto di Cristo cito venio spiega anch'esso la facilità colla quale i neofiti cristiani abbandonavano i loro beni alla comunanza e s'avviavano eroicamente alla morte,

Invero, non tutti i fedeli aspettavano pazientemente il giorno desiderato, ed anzi alcuni mormoravano sulle dilazioni che deludevano la speranza di un'istantanea mutazione. Già Simone chiedeva a Giovanni: «Come sono adempite le promesse? Dov'è l'annunziato avvento? Il mondo non persevera forse come fino dal principio lo videro i più lontani nostri padri?» Ma San Giovanni già vede l'Antecristo, già intende i nuovi profeti, e confonde i suoi derisori coll'Apocalisse, dove risponde col Millenio all'impazienza universale, e il Millenio dura tre secoli, e dopo le sedizioni de' falsi profeti, dopo i flagelli di fame, guerre e pesti, ridotto il mondo alle ultime angustie, riempita finalmente la terra di scelleraggini non altrimenti che ai tempi di Noè, il sole si oscura, le stelle cadono sulla terra, e tosto l'incendio della terra, la venuta di Cristo sulle nuvole, la risurrezione dei morti e il giudizio universale ci trasportano nel regno de' cieli.

Avvertite sempre, o signori, che lo storico napoletano espone il sistema cristiano al suo nascere; che lo deduce dagli antecedenti della religione giudaica; che lo mostra generato dal dogma de' farisei sulla risurrezione dei corpi; e che il suo merito è di seguire passo passo la serie delle idee sul cielo, il quale si estende, sconvolge la terra, la distrugge, e fa vivere i primi cristiani nell'allucinazione dell'Apocalisse coll'aspettativa di una rivoluzione mondiale. Direte forse che noi pure siamo cristiani, e che non viviamo coll'ansia dell'Apocalisse, coll'idea dell'imminente risurrezione dei morti; che non aspettiamo la caduta di Sirio o di Saturno sulla terra; che queste speranze, questi spaventi non ci preoccupano in alcun modo. Ma la forza della filosofia applicata alla storia consiste appunto nel fare rivivere le generazioni passate, i popoli spenti colle16 loro idee, colle loro speranze, coi loro timori diversi dai nostri; nel seguirne il moto intellettuale che nessun ostacolo può fermare; nel lasciarli al sonnambolismo delle loro idee che, predeterminato dai loro principj, non può essere interrotto da nessuna luce, e che lo scoppio stesso della verità potrebbe forse perdere, ma non correggere. Ora, fin che dura l'antica religione mosaica vivono gli Ebrei nell'aspettativa del regno terrestre; e spiega quest'aspettativa ogni loro azione, ogni loro delirio; col cristianesimo comincia un'altra aspettativa, e Giannone insiste per mostrare che il regno dei cieli considerato come imminente e la risurrezione dei morti considerata come la condizione prima per abitarlo, spiega alla volta sua tutte le azioni, tutta la vita dei primi cristiani. Nell'analizzare quindi l'Apocalisse, egli insiste non sull'incendio della terra, che serve di antitesi al diluvio di Noè; non sulla venuta di Cristo sulle nubi, cosa naturalissima; non sul giudizio universale, che va da : ma sulla risurrezione dei morti, che è la pietra angolare della nuova fede.

Prima di Cristo, Giobbe vi fa allusione. Ezechiele l'intravede, ma lasciano essi sussistere l'antica tradizione, e rimangono nell'aspettativa della terra promessa; anche i Farisei vi credono, ma convivono coi Sadducei che la negano, e concentrano nel destino di Gerusalemme il loro avvenire. Ma i cristiani ne formano un principio primo, un principio che rovescia il tempio, che deride Gerusalemme, che volge il tergo alla Giudea, al regno di Davide, ed ogni passato vaneggiamento scompare trasfigurato dall'Apocalisse. Ascoltate, o signori, le parole di Tertulliano: resurrectio muortuorum fiducia christianorum. Ascoltate S. Agostino: tolle resurrectionem muortuorum, tollas etiam religionem christianorum. Di fatto l'intero dramma della vita di Cristo si fonda sul nuovo principio. Egli nasce, vive, muore per mostrarci che deve risuscitare; quando spira sulla croce, i Farisei inquieti altro non temono che di vederlo ricomparire, accorrono da Pilato perchè metta le guardie alla sua tomba, e la sua gloria consiste nello spezzarne la pietra, deludendo gli attoniti custodi. Per tal guisa egli ricompare realmente al terzo giorno, mostrandosi agli Apostoli, ai discepoli, ad una turba di credenti, cui persuade di avere vinto il regno della morte; e quando S. Tomaso lo prende per un fantasma, e non vuol credere ai proprj occhi, «tocca e guarda, gli dice egli, perchè lo spirito non ha ossa e carne simili alle mie»; e mangia e beve e passeggia e conversa ancora per quaranta giorni sulla terra, «lonqueus de Regno Dei et convescens - manducavimus ac bibimus cum illo postquam resurrexit a mortuis. Che più? Qual è l'effetto primo della sua missione? Quello di spezzare le tombe e di trarre seco in cielo i giusti dell'antico Testamento, che escono della terra e lo seguono col corpo, senza del quale in ogni sistema di fìlosofia non havvi piacere, dolore, memoria, cognizione, passione.

Il perchè nessuno pensa nei Vangeli e neppure negli Atti degli Apostoli che senza la risurrezione si possa salire in cielo o discendere all'inferno. Quando Lazzaro muore, i suoi lo piangono; lo stesso Cristo suo amico versa delle lagrime, ma non si parla dell'anima sua: egli è morto addormentato, attende il giorno finale, la sua risurrezione; e quando viene richiamato in vita, nessuno gli chiede nuove del cielo che non aveva potuto vedere. Allorchè Anania e Safira cadono subitamente colpiti, gli astanti sono atterriti dal caso della loro morte improvvisa, punto si preoccupano della salvezza o della dannazione delle loro anime. Lo stesso quando Giuda si appende senza che si vedano fiamme o diavoli che lo portino via. Poco importa poi che gli angeli abitino il paradiso, senza corpo; Giannone condanna l'uomo a star uomo; se non gli garba la compagnia del corpo, ne gode; se gli assurdi si moltiplicano da ogni lato, se li tranguggi col dono della fede, e sforza il lettore a prendere i primi cristiani come sono, lascia l'argomento se non dopo citati tutti i passi che sconfortano da ogni tentativo per sfuggire al guado massimo della resurrezione.

Egli non dimentica quindi S. Paolosciaguratamente esplicito nella sua prima lettera ai Corinzj, dove dice: «se non è vera la resurrezione dei corpi, neppure Cristo non sarà resuscitato, vuota sarà la nostra predicazione, inane la nostra fede..., e a che servirebbe allora di battezzare i mortiBattezzavansi persino i morti per assicurare il loro ritorno. S. Giustino apertamente dice, che chi nega la resurrezione e afferma l'ascensione immediata delle anime in cielo non merita il nome di cristiano; la stessa idea si trova variamente confermata da Tertulliano, da Cipriano, da S. Agostino, dai simboli delle Chiese di Gerusalemme, di Alessandria, di Roma: non una testimonianza per la contraria sentenza.

Finchè i cristiani credono alla risurrezione, finchè vivono nell'aspettativa del giudizio universale, sono essi veramente i seguaci del Dio che succede agli dêi e del paradiso che sottentra all'Olimpo. La fede è profonda, la predicazione efficace, i sacrificj istantanei ed illimitati; ma in quel modo che la religione di Mosè e degli Egizj aveva lasciato vagare fuori delle tombe le anime, che finivano per corromperla e rovesciarla, anche il cristianesimo incontra i poeti e i filosofi deliberati a comprometterlo ed a straziarlo a forza di finzioni e di cavilli. Gesù Cristo e S. Paolo deludevano di continuo l'irrequieta curiosità dei credenti; ad ogni istante si sforzavano di reprimere col mistero e col silenzio le inchieste sulla natura del cielo, sul processo con cui Dio vi avrebbe trasportati i nostri corpi, sui posti da distribuirsi ai più meritevoli, sull'ora precisa della trasfigurazione universale; bisognava che la religione stesse trincerata nel suo dogma, ferma nei suoi fatti sopranaturali, e che la sua storia futura fosse accettata come la passata, cioè senza interrogazioni scientifiche sulle vie della provvidenza. Ma noi lo abbiamo già detto, secondo Giannone non si può fermare il moto delle leggende, quello della filosofia, e nel 120 dell'êradell'era, Basilide della scuola Alessandrina già incomincia a torturare il venerato dogma della risurrezione. Come mai, chiede egli, sarebbero i corpi resi alle anime? Non si decompongono forse? Non vanno forse per via di degenerazione e di corruzione a formar altri individui, i quali alla volta loro ne procreano un numero indefinito? Per rifare un corpo bisognerebbe disfarne mille. A dispetto di Atanagora che lo combatte, Basilide trova più tardi un successore in Origene, e un altro successore in Arnobio. Gli stessi padri che propugnano la risurrezione, sono sorpresi e avviluppati dagli argomenti profani dei loro avversarj, e staccandosi nel loro pensiero l'anima dal corpo incominciano a preoccuparsi del luogo dove quiescono le anime nell'intervallo dalla morte alla risurrezione. S. Ireneo le colloca negli abissi della terra; le tenebre, il silenzio, gli abissi sembrangli i necessarj compagni del sonno assoluto: ma più tardi ripugna alla pietà dei fedeli il lasciare confusi i giusti coi malvagi, e Cipriano e Lattanzio separano i martiri dai proconsoli loro persecutori, collocando i primi sotto la pietra dell'altare, dove attendono la risurrezione e il trionfo. Più tardi ancora l'impazienza trasporta i fedeli, che troppo tedioso trovano il soggiorno di un altare per le anime dei giusti; i padri non possono raffrenare la poesia crescente della fede, e S. Agostino trasporta gli eletti negli atrj che circondano il regno dei cieli.

Però il padre della Chiesa latina non accorda loro alcuna felicità; solo concede loro una più aerea e lucida dimora, solo cede all'onda del pregiudizio popolare che divinizza immediatamente i martiri della nuova religione. Nel quarto secolo questo pregiudizio prorompe colla vittoria della fede; le moltitudini fatte cristiane si prosternano dinanzi alle tombe dei martiri, innalzano chiese sul luogo de' loro supplizj, vendicano colla venerazione del culto le passate persecuzioni, e gli uomini più eloquenti dell'impero declamando dal pulpito il panegirico de' trapassati, già li vedono deificati, trasportati in cielo, collocati alla destra di Dio, e l'entusiasmo irrompendo colle figure di retorica dove l'avvenire diventa presente, s'accorda colle idee del volgo disdegnoso di ogni oscura aspettativa nel centro della terra o sotto la pietra dell'altare. Appena delude Agostino l'impazienza universale coll'equivoco degli atrj, ma all'arrivo dei Barbari, quando comincia il medio evo, anche la debolissima diga degli atrj cade, e le anime dei trapassati sforzano alla fine le porte stesse del cielo.

Qui intravediamo per la prima volta il cielo dei pontefici, che sorge con S. Gregorio fondatore del papato. Qui siamo in un'altra éra era dello spirito umano, e mutate tutte le speranze degli uomini, mutansi pure tutte le idee del culto, tutti i modi per acquistare la grazia di Dio, per placarne la collera, per salvare i popoli, per proteggere le nazioni in ogni loro cimento. Nella prossima lezione del 21 febbrajo continueremo l'esposizione del Triregno. Intanto conchiuderò dicendovi, che noi sappiamo l'ora e il giorno in cui, compita la corruzione del secondo regno incominciava il terzo regno del pontefice ed erano l'ora ed il giorno in cui S. Gregorio, passando dinanzi al monumento di Adriano, piangeva sulla sorte di quest'imperatore, che pio e caritatevole erasi fermato nell'atto di partire per una lontana spedizione, ed aveva reso giustizia ad una infelice che invocava la sua protezione. Il pontefice inginocchiato pregò per l'anima dell'illustre dannato, e Dio commosso gliela concesse e l'accolse in cielo, alla condizione nondimeno che fosse l'ultima preghiera a favore dei reprobi. Io non so, o signori, se fosse pio Adriano per essersi fermato a rendere giustizia, se fosse uso dei Cesari di esercitare in questo modo la parte di giudici, all'imitazione dei primi re della Scrittura. Ma noi sappiamo che quest'ultima grazia concessa a un dannato viene considerata come un fatto dai più celebri teologi, e che lo stesso S. Tomaso la commenta; ed essa seriamente implica l'idea che l'anima di Adriano saliva direttamente al cielo; e dal pontificato di Gregorio comincia definitivamente l'ascensione diretta delle anime in paradiso, senza più attendere la fine del mondo, la risurrezione dei morti e il giudizio universale.





15 Nel testo: "pensavauo" . [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



16 Nel testo: "celle" . [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]






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