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Gli Ebrei, gli Egizj, i Fenicj, i Romani, tutti i
popoli dell'antichità sorgevano alla ricerca di un regno terrestre, e lo
scheletro del libro smarrito di Giannone vi lascia intravedere come dovessero
lo splendore della loro civiltà ai loro sforzi per rendersi felici ed eterni
sulla terra. Ma perchè mai si scostarono essi dalla religione di Mosè? Come mai
giunsero essi a cercare la vita nella morte, l'esistenza nello spirito, la
felicità in un mondo estraneo ad ogni sensazione? o, per servirmi delle
espressioni stesse di Giannone, «d'onde avvenne che la seria dottrina degli
Egizianj intorno alla natura (materiale) delle anime umane siasi contaminata?»
Il seguito del titolo stesso ci dà la risposta, dichiarando l'antica sapienza
contaminata «dai filosofi greci, e molto più dai loro fantastici ed arditi
poeti».
Che la greca civiltà avesse corrotte le più severe
tradizioni degli Egizj, lo pensavano(15) i più celebri tra
gli storici greci, e appunto Erodoto, e sopra tutti Diodoro Siculo, seguiti da
Giannone. Il primo dice tolta dagli Egizj l'opinione già sospetta della
metempsicosi, e Diodoro, parlando dei funerali degli Egizj e dei loro giudizj
sui morti, così si esprime: «I Greci trascrissero nelle loro ben imaginate
favole, e per mezzo dei famosi loro poeti, la fede di queste cose per ciò che
riguarda gli onori dei pii, e i castighi degli empj; ma sciaguratamente non
solo non poterono ridurre gli uomini a viver bene, ma incontrarono di più la
derisione e il disprezzo dei malvagi». Il seguito dà la ragione di questa
diversità, che dipendeva dall'essersi gli Egizj fermati nei limiti della realtà.
«Presso gli Egizj, continua Diodoro, siccome le pene de' cattivi e i premj dei
buoni non si fondavano sulle favole, ma sopra fatti cospicui, ogni giorno gli
uni e gli altri venivano ammoniti di quanto importa, ed in questa maniera si
otteneva somma ed utilissima la correzione de' costumi».
Ecco adunque la dottrina egiziana, simile alla
mosaica, alterata dalle fantasie greche, e i tre giudici dell'inferno prendono
il posto dei sacerdoti che pronunziavano le loro sentenze in presenza del
feretro, ad istruzione dei popoli. Ma non basta annunziare il fatto della
corruzione; convien spiegarlo come un effetto, additarne le cause, rinvenirle
nelle leggi dello spirito umano, e desumere dai principj stessi di Giannone in
qual modo la filosofia si tramutava in mitologia? come mai la verità si
trasformava in favola? Per qual ragione la dottrina della vita terrestre si
allontanava dalla natura prima delle cose?
La risposta si desume dall'Ape ingegnosa.
Noi abbiamo visto che ivi il privilegio che distingue l'uomo dagli altri
animali consiste nella doppia facoltà d'illuderci col culto degli Dei, e di
oltrepassare la meta naturale dei nostri bisogni coll'esagerata avidità del
vizio. Perciò si svolge la civiltà dove Newton è più superiore al selvaggio che
questi non lo sia alla volpe. Ma appunto perchè l'uomo s'innalza, può altresì
cadere; appunto perchè spesso diventa un Dio per il suo simile, può diventare
un demone, e ritorcere contro di sè stesso le proprie forze. Gli istinti che ci
conducono alla società si pervertono nelle grandi capitali; le passioni che ci
sollevano al disopra della folla, ci degradano nelle corti; quanto più ci
allontaniamo dalla natura primitiva, tanto più c'ingolfiamo in un labirinto di
errori e di idee fittizie, e viene l'istante in cui anche l'errore del culto
già utile agli Stati, già reso benefico dalle pie frodi dei legislatori, già
concorde col fine terrestre dell'uomo, già volto ad infrenare col terrore delle
potenze invisibili la turba dei bimani incapace di comandare e di obbedire, si
altera alla volta sua e sconvolge la società colle sue larve.
Secondo Giannone la prima alterazione del culto
cominciò quando s'introdussero nelle regioni del cielo esclusivamente riservate
agli Dei anche gli uomini chiari ed illustri. «Allora, dice egli, si credette
Ercole nato da Giove e Semele; i gemelli tindaridi Castore e Polluce furono
trasportati in cielo, si adorò Ino figlia di Cadmo, e di Romolo di cui Ennio
cantò:
Romulus in coelo cum Diis agit aevum
e
di tanti altri uomini non meno che di donne illustri si pensò che dopo la loro
morte volassero fra gli dei celesti. Cicerone scrive che Ferecida fosse stato
il primo a confermare per iscritto l'opinione che le anime degli eroi fossero
sempiterne ... Questo fu maestro di Pitagora al quale istillò i medesimi
sentimenti che egli rese più diffusi e splendidi dapertutto per la sua gran
fama che si acquistò, ispezialmente in Italia ed in tutto l'orbe allor
conosciuto. Tal opinione passava dalla Magna Grecia ai Romani; questi tanto
ammirarono Pitagora da crederlo poi il maestro di tutti i sapienti e da far
dello stesso Numa Pompilio un suo discepolo. Platone che più tardi visitò gli
istituti Pitagorici ne adottò le dottrine, le abbellì e le esagerò colla sua
imaginazione.
«Di qui nacquero non meno in Grecia che in Roma le
tante favole ed illusioni delle quali seppero ben profittarsi gli artisti ed
audaci preti. Quindi le favolose descrizioni di questo fantastico ed imaginario
regno celeste e delle sedi gloriose di questi eroi rilucenti di fiamme in mezzo
di uno splendidissimo candore, d'onde scoprivano la grandezza e moti degli
astri, la piccolezza della terra a guisa di un punto nel centro del mondo,
fingendosi il sistema dell'universo a lor capriccio, e tutt'altro di quello che
ci dimostra una più esatta ed accurata astronomia. Grazioso è il Sogno di
Scipione scritto da Cicerone, dove si leggono tante belle descrizioni di
suoni armonici di corpi celesti e di fiamme animate da spirito divino e tante
altre fole, che a ragione vi sembrano anzi scipitezze e goffaggini ... Gli
oratori pure ne vollero la loro parte, e non si leggeva orazione panegirica che
finalmente in commendazione del defunto non si facesse volare fra gli dei
celesti ne' beati seggi. Cicerone fino la sua figliuola Tullia collocò tra i
celesti, e fece voto di erigerle tempio e consacrarlo alla sua memoria
pregandola che non l'abbandonasse. Sed aliquando respectans perduc eo ubi
tua tandem collocutione conspectuque fruar, ut et parenti tuo amantissimo, quam
potissimum optare debet gratiam referes et ego multo mihi gratiorem multoque
jucundiorem congressum nostrum futurum intelligam quam insuavis et acerbus
digressus fuit, siccome leggesi nel fine del suo libro de Consolatione.
C. C. Tacito nella vita del suo suocero Agricola pur si vale dell'apostrofe medesima,
e questo scrittore nel libro V stesso ci rende testimonianza che questa
credenza a' tempi di Tito passò sino agli stessi Ebrei, i quali avevano si ben
concetto dei luoghi infernali ma non già de' celesti, e ciò lo facevano per
maggiormente dar coraggio a soldati per la difesa di Gerusalemme cinta di
stretto assedio da Tito.
Quindi vennero le deificazioni de' Romani
imperatori, e se la faccenda si fosse contenuta ne' soli morti sarebbe stata
comportabile, ma ai corrotti tempi di Tiberio e di Nerone si venne a deificar
fino i viventi ed erger loro tempj ed altari: ciò che maggiormente scopre non
men l'adulazione che la favola e l'impostura.
Più lungi
trattando dell'origine degli dei, Giannone osserva come gli uomini dopo di
avere divinizzate le forze della natura e dati con irrefrenabile prodigalità
altrettanti Numi al freddo, al caldo, alla pioggia, ai venti, non solo diedero
vita sopranaturale ad ogni astrazione della mente, non solo preposero un essere
superiore ad ogni atto della vita ad ogni virtù, ad ogni vizio, ma presto
caddero nell'ultima stravaganza di adorare sè stessi. «Nell'antichissimo regno d'Egitto, sono le
sue parole, il costume di non bruciare ma di condire e di conservare i cadaveri
esponendoli al cospetto delle famiglie nelle proprie case e fino di metterli a
tavola ne' loro conviti, fece che a lungo andare il vedersi avanti gli occhi i
corpi balsamati de' loro defunti che avevano amati ed onorati in vita e,
conservandone la memoria anche con statue e dipinture rappresentandoli come se
fossero vivi eccitò verso di loro ad atti di venerazione, la quale pian piano
crescendo, siccome suole avvenire in tutte le altre cose, si cambiò in
adorazione onde sorsero altri dei e dee ...
«Si derivarono eziandio dagli uomini per altre cagioni.
I primi conquistatori, i primi inventori delle arti e delle scienze si
meritarono dopo la loro morte onori divini e di esser annoverati tra dei
celesti. Per tal guisa furono divinizzati Iside, Osiri, Belo, Giove, Saturno,
si adorò Prometeo inventore delle statue, Pane del flauto, Trittolemo
dell'aratro, Atlante dell'astrologia, Danao delle navi, ed ogni popolo ebbe i
suoi resuscitati».
Ma se sono divinizzati i benefattori del genere
umano, se Romolo e Teseo sono trasportati in cielo, se l'adulazione vi adora i
più possenti sovrani, perchè non sarebbero trasformati in demonj gli uomini
altamente malefici? Perchè non sarebbero condannati i demonj ad eternamente
combattere la felicità nostra? E se si accorda l'immortalità agli uomini
sommamente utili o dannosi, perchè non estenderla a tutti i viventi, i quali
sono pur sempre in qualche grado benefici o malefici? Perchè non
generalizzarla, quando ogni uomo è pur sempre un miscuglio di vizj e di virtù?
Perchè rifiutarla a tutti i morti, cui la superstizione delle tombe già accordò
una specie di culto? Non sarebbe forse contraddizione il fermarsi a mezza via?
Per tal guisa quando la dottrina degli Egizj giunge
sul suolo della Grecia agli dii primitivi i nuovi poeti ne aggiungono altri
inventati; le loro avventure si complicano per render ragione dell'universo, si
sottilizza sulla loro natura, sui loro amori, sui loro rapporti colle cose
della terra; al candore delle credenze, al severo silenzio sui misteri si
sostituisce l'astuzia della curiosità, la temerità delle spiegazioni e così si
passa dal divinizzare le passioni, gli istinti, le speranze, i timori, le
virtù, i vizj, all'adorare gli antichi legislatori, al prosternarsi dinanzi
agli illustri estinti, al credere immortale ogni più volgare individuo e finalmente
si parla della natura della vita dopo la morte. e s'inventa una scolastica
sulla possibilità di un regno degli uomini fatti immortali e divini al rovescio
di quanto si vede. Allora la beatitudine terrestre più non basta agli uomini e
le finzioni sapientemente concordate dai legislatori col nostro fine mondano
sono alterate, sovvertite, distrutte.
Anche la filosofia, secondo Giannone, si volta
contro il regno terrestre dell'antica religione, e benchè egli non dica in qual
modo, al certo sarà colle astrazioni che prevalgono nelle scuole di Socrate, e
che si associano alle ombre vaganti delle tombe e dei tempj; sarà colle teorie
che vogliono rendere ragione della vita, del pensiero, del suo nascere, del suo
manifestarsi; sarà col crescente spiritualismo di Platone e de' suoi
successori, cui la dialettica impone di considerare come un'ombra il mondo e
come un sogno ogni suo splendore; sarà, dico, colla metafisica intenta a
trasportare ogni vero, ogni bello, ogni bene nel seno di un Dio separato dalla
natura e ad essa estraneo. Un solo capo, ed anzi la sola meta di un capo
essendo consacrata da Giannone alla corruzione scientifica dell'antica dottrina
sulla natura dell'anima, convien credere che poco sen curasse, e che ne
estimasse innocenti le aberrazioni, le quali non riuscivano se non a fare
dell'anima un'ipotesi antologica assolutamente estranea al dramma della vita e
senza conseguenze per l'immortalità della persona e de' desideri suoi. Difatti
l'immortalità data da Aristotile alle essenze valeva quanto quella concessa da
Epicuro agli atomi, o poco alterava la presupposta teoria che le anime si
staccassero dalla vita universale, e vi ritornassero trovandovi dopo la morte
quell'istessa assenza di sentimenti e di pensieri che aveva preceduto il loro
nascere. Ma intanto l'inchiesta dei filosofi d'onde nasca l'uomo? d'onde venga
il suo soffio vitale? dove si trasporti all'istante della morte? concordava
colle istanze del volgo: qual Dio ci inspira? qual genio ci guida nelle
battaglie? qual mezzo ci permette di raggiungere gli spiriti invisibili oltre
la tomba? Intanto l'ipotesi di un'anima ontologica soprasensibile favoriva
l'altra ipotesi di un soffio vitale errante tra le tombe; intanto la regione
dove si raccoglievano ipoteticamente le anime dei mortali circondando il Dio
immateriale della filosofia, rassomigliava da lungi alla regione degli Elisi
che l'immaginazione delle moltitudini popolava colle ombre dei trapassati; e da
ultimo l'inganno della doppia dottrina professata dai filosofi, per cui altri
erano i loro dogmi nelle scuole, altri nelle assemblee politiche; e la parte di
legislatori da essi sostenuta, per cui riverivano in apparenza la religione
nell'interesse dello Stato, compiva l'inganno ed associava la corruzione
filosofica colla corruzione poetica dei popoli. Così si ampliava l'Olimpo
d'Omero; così la metempsicosi egiziana prendeva aspetto di scienza nelle scuole
di Alessandria; così distruggevansi le aspettative esclusivamente terrestri dei
popoli antichi, e abituavansi gli uomini a desiderare un mondo diverso da
quello della natura.
La corruzione dell'antica sapienza è la stessa
nella Giudea, nè mancano a Gerusalemme gli errori di Platone e le divagazioni
degli Ateniesi. Ma la forma essendo diversa, Giannone vi consacra la terza ed
ultima parte del libro del Regno terrestre, dove le idee sono sì chiare
e sì accomodate negli ultimi tempi della storia ebrea, che la lettura dei
titoli superstiti basterà a farvi conoscere le sue teorie. E in primo luogo
egli vi dice nel titolo del capo I: «Come (sono le sue parole) sotto il secondo
tempio si fosse variata la dottrina degli Ebrei, specialmente intorno alle
anime umane, non altrimenti che successe fra Gentili dalle splendide fantasie
de' Greci». Di fatti gli Ebrei di Esdra e dei suoi successori sono trasportati
dal medesimo moto che trasformava i Greci vittoriosi di Serse; alle parole dei
profeti che, annunziavano vittorie e calamità terrestri succedono le idee sulla
risurrezione dei morti, affinchè possano ricevere le ricompense meritate; il
sentimento della giustizia sciogliendosi dalle barbare leggi del Dio che puniva
o ricompensava i padri nei figli, vuol rianimare gli estinti perchè godano del
frutto delle azioni loro nel regno promesso e sempre sfuggente in un lontano
avvenire. Quindi il profeta Ezechiele vede rianimarsi i morti di una battaglia;
quindi sorge tra i Farisei la dottrina prima sconosciuta della risurrezione de'
corpi; quindi la morte più non sembra che un tramortimento, e il seno d'Abramo
lascia uscire di nuovo le anime che vi si credevano rientrate per sempre, «di
qui sorse poi tra gli Ebrei » dice Giannone nel titolo del capo II «l'opinione
della resurrezione de' loro morti ai quali era nel
secondo vivere riservato un regno parimenti terreno». Ma qual era la dottrina
ortodossa? Quale il dogma tradizionale della sinagoga? Quello pur sempre che
imprigionava la sorte di tutti gli uomini nell'avvenire di un regno terreno,
per modo che i Sadducei negando la vita futura, non cessavano di credere a
Mosè. « D'onde avvenne (parlo colle parole del titolo del capo III) che le
credenze dei Sadducei in niente alterarono la religione
degli Ebrei ». Quella loro negazione che adesso sembra si mostruosa, e che la Chiesa
considera come l'ultima tra le corruzioni, altro non era che il principio
inviolato della religione regnante, forse ingentilito da nuove riflessioni
filosofiche, ma fedele all'origine sua «sicchè la loro dottrina (continua il
titolo nel capo III) fu ammessa ed
insegnata pubblicamente nella sinagoga».
Il titolo del capo IV ci presenta l'interrogazione:
«d'onde nacque tra gli Ebrei l'opinione di potersi offrire e pregare per i
morti?» La risposta è sì semplice, che si mostra da sè ove si consideri il capo
stesso come un corollario al capo II consacrato alla risurrezione dei
trapassati. Evidentemente l'idea che dovessero questi sorgere di nuovo e fruire
del regno in una seconda vita, traeva seco l'altra idea, che trovavansi
semplicemente tramortiti, in balia dell'architetto dell'universo, raccomandati
alla sua provvidenza: l'antica legge che puniva e ricompensava i padri ne'
figli, o viceversa i figli ne' padri, si riproduceva più mite nell'altra
solidarietà che permetteva ai vivi di richiamare dall'Altissimo la salvezza dei
morti; pertanto si associavano per la prima volta gli atti della vita presente
alle speranze di una vita futura.
Però gli Ebrei delle due sètte ritengono ancora le
idee del regno terreno, dell'uomo corporeo, di un fine mondano; non conoscono,
non sospettano il cielo, nè la teoria dello spirito sì facile a staccarsi dalla
natura sensibile per cercare un destino immortale. Sia che gli antenati
dovessero rimanere nelle loro tombe, sia che dovessero uscirne, tanto i
Sadducei quanto i Farisei s'accordavano a non promettere loro che una felicità
naturale, e perciò, «i Sadducei e i Farisei (dice il titolo del capo VI) erano
concordi in non ammettere stato alcuno delle anime umane separate dai corpi, e
tra gli ultimi Ebrei si incominciò ad assegnare alle medesime varj alberghi».
Senza dubbio il primo albergo fu il seno di Abramo, cioè la concavità della
tomba sì venerata in Egitto, sì sacra agli Ebrei; più tardi il seno d'Abramo
sarà stato un luogo più vago, una tomba universale, l'inferno, cioè il luogo
sotterraneo; chi sa se l'evocazione delle ombre, che era fede e delitto nei
tempi di Saulle, permise ai morti di essere evocati come l'ombra di Samuele, di
venire in più stretta comunicazione coi vivi nell'aspettativa del regno
venturo, comune agli uni quanto agli altri? In ogni ipotesi, l'unico scopo
degli Ebrei, secondo Giannone, stava nella speranza della loro terrestre
dominazione, e a torto si attribuisce loro dal padre Alessandro Natale la
dottrina del Purgatorio; non pensarono mai essi, in sentenza di Giannone, ad
espiare le loro colpe in un'altra vita: ogni loro pena e ricompensa doveva
attuarsi sulla terra, nel loro regno, sotto il dominio di Gerusalemme.
Intanto il regno terrestre, dice Giannone
nell'ultimo titolo, è già finito, è distrutto: le anime escono
dalle loro tombe, che l'ortodossia dei Sadducei e la tradizione di Mosè più non
possono suggellare; si fanno offerte e si prega pei morti dei nuovo venturi
alla vita, le generazioni scendono sotterra e rivedono il giorno distruggendo
ogni limite che separa il vero dal falso; il regno terreno è adunque finito e
disfatto; la sua dominazione più non vale a soddisfare l'ambizione, l'avarizia,
la cura del futuro, e tutti i vizj d'onde sorgono le civiltà. Da ultimo gli
Ebrei sono vinti e schiacciati sotto il regno terrestre dei Romani, le loro
profezie si voltano contro di loro, e per sottrarsi alla nuova Babilonia del
Tevere devono imaginare tali trasfigurazioni e apocalissi, da rovesciare
miracolosamente tutte leggi della guerra, della politica, della natura e della
stessa loro religione.
Ecco la fine del regno terrestre, ecco la necessità
di un nuovo regno, nel quale si riordinino le dissestate idee degli antichi,
che più non sanno credere nè alla morte nè alla vita. Io non so sino a qual
punto Giannone mostrasse il dissesto crescente tra le ombre degli dei, degli
eroi e degli uomini, nè come ne dipingesse l'influenza disastrosa sui regni e
sugli imperi della terra, nè in qual modo collegasse alla sorte delle ombre,
sempre più ingrandite, la sorte dei mortali, sempre più distolti dalle virtù
terrestri dei Greci e dei Romani, degli Egizj e dei Fenicj. Al certo, lo
storico napoletano avrà fatto dipendere gli ultimi delirj della Giudea dalle
sue sètte, le ultime tragedie della Galilea dalla inutile esaltazione della
fede abbandonata da tutti, la caduta della Grecia, colla quale soccombe
l'Oriente allora noto, dal falso lusso della filosofia e della poesia, la
caduta della stessa repubblica romana dalla prevalente religione delle ombre,
che lascia soli in senato gli ultimi rappresentanti della sapienza antica. Al
certo, egli avrà mostrato gli ultimi stoici ridotti alla disperazione del
suicidio dai popoli che, pervertiti, sfuggivano per sempre al loro dominio; che
se queste spiegazioni mancassero negli ultimi capi del Regno terrestre,
si rinvengono negli ulteriori scritti, e da tutte le correnti siamo trascinati
all'ultima conclusione, che tolta la terra alle speranze dei mortali, conveniva
che una nuova religione le appagasse predicando un regno egualmente accessibile
ai vivi ed ai morti. Qual poteva essere questo regno, se non quello stesso
degli dei? Ecco aperte le porte del cielo, che Mosè e gli Egizj riservavano
alle divinità superiori.
Le prime pagine del secondo libro del Triregno,
intitolato il Regno celeste, rispondono appunto all'urgenza di una nuova
fede per riordinare le dissestate speranze, ed ora noi procediamo con sicurezza
seguendo il testo conservato dallo storico napoletano. S.Giovanni annunzia per
il primo il nuovo regno, e che dichiara egli? che la fine del mondo si
approssima; e tosto Gesù Cristo si dice il figlio unico di Dio, il nuovo Adamo
che deve salvare il genere umano perduto dall'Adamo antico, Penitentiam
agite, dice S.Matteo, imperocchè si avvicina il regno dei cieli. Qual è questo
nuovo regno?
Notate, o signori, che Giannone non declina mai lo
sguardo dal pontefice romano; che sempre gli chiede conto dei suoi dogmi e
delle sue credenze, sempre ne legge il catechismo, rivolgendone le
interrogazioni a' suoi predecessori; e in quel modo che egli domandava a Mosè
se professava la dottrina di Roma, chiede pure a G. Cristo ed agli Apostoli se
il cielo da loro annunziato è quello dei cardinali, dei vescovi e dei prelati
dell'orbe cattolico. Pertanto stabilisce egli giuridicamente la sua inchiesta
sul regno annunziato dal Vangelo domandando: qual ne è la natura? In qual luogo
si trova? Come potremo pervenirvi? Quando ne saranno aperte le porte? Qual è il
fine dell'uomo? Quali saranno le nostre felicità, i nostri compagni, le nostre
occupazioni? Innanzi tutto, il cielo dei primi cristiani sarà un regno che G.
Cristo governerà co' suoi dodici Apostoli, all'imitazione di Davide che
governava la terra promessa coi dodici capi delle tribù d'Israele. Secondo
S.Giovanni, gli uomini non vi contrarranno nozze, non avranno alcun commercio
colle donne, non morranno mai, e vi si troveranno come gli angeli e i figli di
Dio. Neque
nubent, neque ducent uxores, neque enim ultra mori poteant, æguales enim sunt
angelis et filiis dei. San Marco dice
ancora, che fruiranno della cognizione di Dio comprendendo l'ordine universale,
e S. Pietro soggiunge che parteciperanno della natura di Dio conoscendo il bene
ed il male, consortes naturæ divinæ, scientes bonum et malum. In che
consisterà adunque la nostra felicità? In qual modo conosceremo noi Dio e
l'ordine generale? Qual sarà la delizia di vivere di scienza in mezzo ad esseri
destituiti di ogni sesso? Spento l'amore, come potrà nascere la gioja? S. Paolo
dice che, salito al terzo cielo, vide ciò che l'occhio non può scorgere, nè
l'orecchio intendere, nè il cuore sentire, quod oculus non vidit, nec aures
audivit nec in cor hominis ascenit. E soggiunge altresì di aver udito
parole misteriose che non lice all'uomo ripetere, audivit arcana verba quæ
non licet homini loqui; ed anche G. Cristo pregato fervorosamente dai due
figli di Zebedeo di accettarli nel suo regno, l'uno alla destra, l'altro alla
sua sinistra, rusticamente risponde loro: « non sapete quel che chiedete; nescite
quod petatis ".
Rimane adunque stabilito, che il nuovo cielo non si
deve descrivere; che la nostra rozza favella non può esprimerne gli incanti, e
che temerario è ogni sforzo per chiarirne la natura. Solo sappiamo che vi si
entrerà col corpo, nostro fedele compagno, che S. Paolo è già salito in persona
al terzo cielo; che quindi vi sono più cieli, simili forse a quelli
dell'astronomia mitologica. Gesù Cristo conferma quest'induzione quando
annunzia, che parte per prepararci il suo celeste soggiorno, e quando assicura
che vi saranno diversi posti, proporzionati ai nostri meriti, in domo patri
mei, dice egli, mansiones multæ sunt. Probabilmente saranno queste
abitazioni sulle nubi, dove il Deuteronomio colloca il trono celeste;
egli sale verso le nubi spezzando la sua tomba, e da esse discenderà nel suo
secondo avvento, e siamo addotti pur sempre a considerare il cielo venturo come
un soggiorno materiale, da toccarsi colla mano, da vedersi cogli occhi,
risuonante alle nostre orecchie, e tale che, lasciandoci la nostra attuale
natura, rinascendo cogli organi attuali, noi potremo ancora mangiare, bevere e
nutrirci. Lo stesso Gesù Cristo nell'ultima cena lo asserisce quando, rivolto
agli Apostoli, dice che non berrà più di quel sugo di vite se non quando sarà
con essi nel regno di suo padre. Come mai non dare un senso materiale alle sue
parole?
Sventuratamente, osserva Giannone, destansi da tali
indicazioni nuovi dubbj che stavano per acquietarsi, e non cessano i primi
cristiani di domandare se rinascendo col corpo noi saremo eternamente vecchi o
giovani, quali ci avrà sorpresi la morte; se ci incontreremo delle madri con
immortali bambini al seno; se giungeremo tra le eterne delizie coi difetti
dell'attuale nostro corpo. E qual sarà la nostra scienza nel cielo? Con qual
lingua, in qual modo converseremo noi cogli eletti da Dio? Lo storico
napoletano moltiplica le insolubili objezioni sotto forma di dubbio, e fedele
al suo metodo, egli resta sempre istorico, sempre cristiano, esponendo solo le
opinioni dei Padri, e concludendo con S. Agostino: «le nubi, dic'egli, gli
astri, lo spettacolo del giorno e della notte che si dispiega al di sopra delle
nostre teste, non si mostrano se non un cielo inane, che il corpo non può
abitare, che la mente non può accettare, e dal quale la felicità è assente
nello stesso tempo che la ragione».
Ma per quanto possa fallire ogni spiegazione,
rimane fuori di ogni dubbio che, credendo alle parole di Cristo, l'universo
sarà trasformato, e una nuova regione felice come l'Olimpo dei Greci o l'Eliseo
dei Romani raccoglierà tutti gli eletti, cui saranno offerte tutte le felicità
già accordate agli dêi degli antichi.
Questa è la buona nuova del Vangelo, e si profonda
è la differenza tra il regno terrestre e il cielo cristiano, che tanto gli
Ebrei quanto i pagani ne frantendono il senso. I primi credono che Cristo
prometta di liberarli dai Romani, come altri capi avevanli sottratti alle
anteriori conquiste degli Egizj, degli Assirj, dei Persi e dei Greci. «E che ?
dicono essi, egli che ci predica il nuovo regno, non è forse il figlio di
Maria? il fratello di Giacomo, Giuseppe, Giuda e Simone? Non conosciamo noi
forse le sue sorelle?» Gli Erodiani si figuravano che egli fosse un rivale di
Erode, e voi conoscete tutti la risposta che ancora adesso si canta nelle
chiese: invano ti sgomenti o iniquo Erode, non toglie i regni terreni chi ne dà
di celesti. Secondo Eusebio, cadono i Romani alla lor volta nel medesimo
errore, e Vespasiano chiede conto dell'ultimo discendente di Davide, Domiziano
degli ultimi discendenti di Cristo che vivevano pacifici in Palestina; e l'uno
e l'altro, giudicando il cristianesimo colle proprie idee, non temono altro che
una rivoluzione terrestre, un re Cristianocristiano.
Ma i fedeli erano intenti ad ottenere il solo regno celeste, ed i cesari di
Roma si attenevano alla fine a quella risposta.
Conosciuta la natura del cielo (prosegue Giannone
le sue interrogazioni) con quali mezzi si potrà penetrarvi? e sempre leggendo
il Vangelo, risponde: con mezzi semplicissimi, attesa la natura sopranaturale
del paradiso, Poichè più non trattasi di una felicità terrestre, di vittorie,
di dominazioni politiche; si ottiene il paradiso cristiano senza sacrificj,
senza fasto, senza riti, senza cerimonie sontuose ed imponenti; vi si entra
colle buone opere e colla fede; basta il credervi fermamente e il considerare i
beni della terra come illusioni momentanee: «che abbisogna adunque per entrare
nel regno dei cieli? chiede il giovane ricco a Gesù Cristo; - bisogna seguire
la legge, risponde il Redentore - io la seguo - abbandonate inoltre i vostri
beni ai poveri - e allora il ricco gli volta le spalle e se ne va pensieroso,
mentre Gesù Cristo fa osservare agli astanti, esser meno facile al ricco di
salvarsi che al camello di passar per la cruna di un ago; il ricco crede alla
terra. I celebri precetti di non possedere nè oro, nè argento, nè denaro; di
dare anche la cappa a chi chiede la tunica; di non fare processi, di non
giurare, di non vendicarsi, si spiegano anch'essi coll'aspettativa della
distruzione della terra. Si raccomanda di svellersi l'occhio che ci
scandalizza, di tagliarsi la mano che pecca, poichè meglio vale entrare guerci
e zoppicanti nel regno dei cieli, che il rimanerne esclusi. Nè deve recare
meraviglia il disprezzo dei primi cristiani per il matrimonio, per la famiglia,
per la proprietà, per i principj più solenni della legislazione romana, che
diventavano puerilità per chi credeva all'imminente annichilazione del mondo.
I primi cristiani vivevano adunque in comune,
aspettando il nuovo regno non avevano nè tempj, nè altari, nè cerimonie;
combattevano anzi tutte le pompe dall'idolatria imaginate per propiziarsi gli
dêi della conquista. Secondo lo storico napoletano, appena ammettevano i due
sacramenti del battesimo e dell'eucaristia. E ancora il loro battesimo era
meramente spirituale, Gesù Cristo non l'amministrava ad alcuno, gli Apostoli
gli anteponevano la circoncisione, per lungo tempo solo si accordava agli
adulti; qualche volta si dava dopo l'eucaristia; nè S. Ambrogio temeva che
Valentiniano fosse dannato, benchè non battezzato. Quanto alla prima
eucaristia, nulla offriva di magico o di sopranaturale; ridotta ad un convito
fraterno, ad una pia commemorazione, nessuno s'immaginava che gli si desse di
fatto il corpo ed il sangue di Cristo.
Ma ancora meglio si conosce la fede de' primi
cristiani quando si interrogano gli Evangelisti e gli Apostoli sull'ora in cui
dovevano aprirsi le porte del cielo. Le dichiarazioni più categoriche
annunziano, che le porte del cielo dovevano aprirsi subito, all'epoca stessa
degli apostoli, prima che essi avessero finito il giro delle città devolute
alla loro predicazione; secondo san Matteo, alcuni tra' suoi uditori dovevano
vederlo prima di morire; la generazione degli astanti non poteva passare prima
di vedere la trasformazione del mondo. Sono note le parole di San Paolo che il
regno dei cieli doveva venire come un ladro nella notte, che doveva sorprendere
la terra, e il celebre motto di Cristo cito venio spiega anch'esso la
facilità colla quale i neofiti cristiani abbandonavano i loro beni alla
comunanza e s'avviavano eroicamente alla morte,
Invero, non tutti i fedeli aspettavano
pazientemente il giorno desiderato, ed anzi alcuni mormoravano sulle dilazioni
che deludevano la speranza di un'istantanea mutazione. Già Simone chiedeva a
Giovanni: «Come sono adempite le promesse? Dov'è l'annunziato avvento? Il mondo
non persevera forse come fino dal principio lo videro i più lontani nostri
padri?» Ma San Giovanni già vede l'Antecristo, già intende i nuovi profeti, e
confonde i suoi derisori coll'Apocalisse, dove risponde col Millenio
all'impazienza universale, e il Millenio dura tre secoli, e dopo le
sedizioni de' falsi profeti, dopo i flagelli di fame, guerre e pesti, ridotto
il mondo alle ultime angustie, riempita finalmente la terra di scelleraggini
non altrimenti che ai tempi di Noè, il sole si oscura, le stelle cadono sulla
terra, e tosto l'incendio della terra, la venuta di Cristo sulle nuvole, la
risurrezione dei morti e il giudizio universale ci trasportano nel regno de'
cieli.
Avvertite sempre, o signori, che lo storico
napoletano espone il sistema cristiano al suo nascere; che lo deduce dagli
antecedenti della religione giudaica; che lo mostra generato dal dogma de'
farisei sulla risurrezione dei corpi; e che il suo merito è di seguire passo
passo la serie delle idee sul cielo, il quale si estende, sconvolge la terra,
la distrugge, e fa vivere i primi cristiani nell'allucinazione dell'Apocalisse
coll'aspettativa di una rivoluzione mondiale. Direte forse che noi pure siamo
cristiani, e che non viviamo nè coll'ansia dell'Apocalisse, nè coll'idea
dell'imminente risurrezione dei morti; che non aspettiamo la caduta di Sirio o
di Saturno sulla terra; che queste speranze, questi spaventi non ci preoccupano
in alcun modo. Ma la forza della filosofia applicata alla storia consiste
appunto nel fare rivivere le generazioni passate, i popoli spenti
colle16 loro idee, colle loro speranze, coi loro timori diversi dai
nostri; nel seguirne il moto intellettuale che nessun ostacolo può fermare; nel
lasciarli al sonnambolismo delle loro idee che, predeterminato dai loro
principj, non può essere interrotto da nessuna luce, e che lo scoppio stesso
della verità potrebbe forse perdere, ma non correggere.
Ora, fin che dura l'antica religione mosaica vivono gli Ebrei
nell'aspettativa del regno terrestre; e spiega quest'aspettativa ogni loro
azione, ogni loro delirio; col cristianesimo comincia un'altra aspettativa, e
Giannone insiste per mostrare che il regno dei cieli considerato come imminente
e la risurrezione dei morti considerata come la condizione prima per abitarlo,
spiega alla volta sua tutte le azioni, tutta la vita dei primi cristiani.
Nell'analizzare quindi l'Apocalisse, egli insiste non sull'incendio della
terra, che serve di antitesi al diluvio di Noè; non sulla venuta di Cristo
sulle nubi, cosa naturalissima; non sul giudizio universale, che va da sè: ma
sulla risurrezione dei morti, che è la pietra angolare della nuova fede.
Prima di Cristo, Giobbe vi fa allusione. Ezechiele
l'intravede, ma lasciano essi sussistere l'antica tradizione, e rimangono
nell'aspettativa della terra promessa; anche i Farisei vi credono, ma convivono
coi Sadducei che la negano, e concentrano nel destino di Gerusalemme il loro
avvenire. Ma i cristiani ne formano un principio primo, un principio che
rovescia il tempio, che deride Gerusalemme, che volge il tergo alla Giudea, al
regno di Davide, ed ogni passato vaneggiamento scompare trasfigurato
dall'Apocalisse. Ascoltate, o signori, le parole di Tertulliano: resurrectio
muortuorum fiducia christianorum. Ascoltate S. Agostino: tolle resurrectionem
muortuorum, tollas etiam religionem christianorum. Di fatto l'intero dramma della vita di Cristo si
fonda sul nuovo principio. Egli nasce, vive, muore per mostrarci che deve
risuscitare; quando spira sulla croce, i Farisei inquieti altro non temono che
di vederlo ricomparire, accorrono da Pilato perchè metta le guardie alla sua
tomba, e la sua gloria consiste nello spezzarne la pietra, deludendo gli
attoniti custodi. Per tal guisa egli ricompare realmente al terzo giorno,
mostrandosi agli Apostoli, ai discepoli, ad una turba di credenti, cui persuade
di avere vinto il regno della morte; e quando S. Tomaso lo prende per un
fantasma, e non vuol credere ai proprj occhi, «tocca e guarda, gli dice egli,
perchè lo spirito non ha ossa e carne simili alle mie»; e mangia e beve e
passeggia e conversa ancora per quaranta giorni sulla terra, «lonqueus de
Regno Dei et convescens - manducavimus ac bibimus cum illo postquam resurrexit
a mortuis. Che più? Qual è l'effetto primo della sua missione? Quello di
spezzare le tombe e di trarre seco in cielo i giusti dell'antico Testamento,
che escono della terra e lo seguono col corpo, senza del quale in ogni sistema
di fìlosofia non havvi nè piacere, nè dolore, nè memoria, nè cognizione, nè
passione.
Il perchè nessuno pensa nei Vangeli e neppure negli
Atti degli Apostoli che senza la risurrezione si possa salire in cielo o
discendere all'inferno. Quando Lazzaro muore, i suoi lo piangono; lo stesso
Cristo suo amico versa delle lagrime, ma non si parla dell'anima sua: egli è
morto addormentato, attende il giorno finale, la sua risurrezione; e quando
viene richiamato in vita, nessuno gli chiede nuove del cielo che non aveva
potuto vedere. Allorchè Anania e Safira cadono subitamente colpiti, gli astanti
sono atterriti dal caso della loro morte improvvisa, nè punto si preoccupano
della salvezza o della dannazione delle loro anime. Lo stesso quando Giuda si
appende senza che si vedano fiamme o diavoli che lo portino via. Poco importa
poi che gli angeli abitino il paradiso, senza corpo; Giannone condanna l'uomo a
star uomo; se non gli garba la compagnia del corpo, ne gode; se gli assurdi si
moltiplicano da ogni lato, se li tranguggi col dono della fede, e sforza il lettore
a prendere i primi cristiani come sono, nè lascia l'argomento se non dopo
citati tutti i passi che sconfortano da ogni tentativo per sfuggire al guado
massimo della resurrezione.
Egli non dimentica quindi S. Paolo sì
sciaguratamente esplicito nella sua prima lettera ai Corinzj, dove dice: «se
non è vera la resurrezione dei corpi, neppure Cristo non sarà resuscitato,
vuota sarà la nostra predicazione, inane la nostra fede..., e a che servirebbe
allora di battezzare i morti?» Battezzavansi persino i morti per assicurare il
loro ritorno. S. Giustino apertamente dice, che chi nega la resurrezione e
afferma l'ascensione immediata delle anime in cielo non merita il nome di
cristiano; la stessa idea si trova variamente confermata da Tertulliano, da
Cipriano, da S. Agostino, dai simboli delle Chiese di Gerusalemme, di
Alessandria, di Roma: non una testimonianza per la contraria sentenza.
Finchè i cristiani credono alla risurrezione,
finchè vivono nell'aspettativa del giudizio universale, sono essi veramente i seguaci
del Dio che succede agli dêi e del paradiso che sottentra all'Olimpo. La fede è
profonda, la predicazione efficace, i sacrificj istantanei ed illimitati; ma in
quel modo che la religione di Mosè e degli Egizj aveva lasciato vagare fuori
delle tombe le anime, che finivano per corromperla e rovesciarla, anche il
cristianesimo incontra i poeti e i filosofi deliberati a comprometterlo ed a
straziarlo a forza di finzioni e di cavilli. Gesù Cristo e S. Paolo deludevano
di continuo l'irrequieta curiosità dei credenti; ad ogni istante si sforzavano
di reprimere col mistero e col silenzio le inchieste sulla natura del cielo,
sul processo con cui Dio vi avrebbe trasportati i nostri corpi, sui posti da
distribuirsi ai più meritevoli, sull'ora precisa della trasfigurazione
universale; bisognava che la religione stesse trincerata nel suo dogma, ferma
nei suoi fatti sopranaturali, e che la sua storia futura fosse accettata come
la passata, cioè senza interrogazioni scientifiche sulle vie della provvidenza.
Ma noi lo abbiamo già detto, secondo Giannone non si può fermare nè il moto
delle leggende, nè quello della filosofia, e nel 120 dell'êradell'era,
Basilide della scuola Alessandrina già incomincia a torturare il venerato dogma
della risurrezione. Come mai, chiede egli, sarebbero i corpi resi alle anime?
Non si decompongono forse? Non vanno forse per via di degenerazione e di
corruzione a formar altri individui, i quali alla volta loro ne procreano un
numero indefinito? Per rifare un corpo bisognerebbe disfarne mille. A dispetto
di Atanagora che lo combatte, Basilide trova più tardi un successore in
Origene, e un altro successore in Arnobio. Gli stessi padri che propugnano la
risurrezione, sono sorpresi e avviluppati dagli argomenti profani dei loro
avversarj, e staccandosi nel loro pensiero l'anima dal corpo incominciano a
preoccuparsi del luogo dove quiescono le anime nell'intervallo dalla morte alla
risurrezione. S. Ireneo le colloca negli abissi della terra; le tenebre, il
silenzio, gli abissi sembrangli i necessarj compagni del sonno assoluto: ma più
tardi ripugna alla pietà dei fedeli il lasciare confusi i giusti coi malvagi, e
Cipriano e Lattanzio separano i martiri dai proconsoli loro persecutori,
collocando i primi sotto la pietra dell'altare, dove attendono la risurrezione
e il trionfo. Più tardi ancora l'impazienza trasporta i fedeli, che troppo
tedioso trovano il soggiorno di un altare per le anime dei giusti; i padri non
possono raffrenare la poesia crescente della fede, e S. Agostino trasporta gli
eletti negli atrj che circondano il regno dei cieli.
Però il padre della Chiesa latina non accorda loro
alcuna felicità; solo concede loro una più aerea e lucida dimora, solo cede
all'onda del pregiudizio popolare che divinizza immediatamente i martiri della
nuova religione. Nel quarto secolo questo pregiudizio prorompe colla vittoria
della fede; le moltitudini fatte cristiane si prosternano dinanzi alle tombe
dei martiri, innalzano chiese sul luogo de' loro supplizj, vendicano colla
venerazione del culto le passate persecuzioni, e gli uomini più eloquenti
dell'impero declamando dal pulpito il panegirico de' trapassati, già li vedono
deificati, trasportati in cielo, collocati alla destra di Dio, e l'entusiasmo
irrompendo colle figure di retorica dove l'avvenire diventa presente, s'accorda
colle idee del volgo disdegnoso di ogni oscura aspettativa nel centro della
terra o sotto la pietra dell'altare. Appena delude Agostino l'impazienza
universale coll'equivoco degli atrj, ma all'arrivo dei Barbari, quando comincia
il medio evo, anche la debolissima diga degli atrj cade, e le anime dei
trapassati sforzano alla fine le porte stesse del cielo.
Qui intravediamo per la prima volta il cielo dei
pontefici, che sorge con S. Gregorio fondatore del papato. Qui siamo in
un'altra éra era dello
spirito umano, e mutate tutte le speranze degli uomini, mutansi pure tutte le
idee del culto, tutti i modi per acquistare la grazia di Dio, per placarne la
collera, per salvare i popoli, per proteggere le nazioni in ogni loro cimento. Nella
prossima lezione del 21 febbrajo continueremo l'esposizione del Triregno.
Intanto conchiuderò dicendovi, che noi sappiamo l'ora e il giorno in cui,
compita la corruzione del secondo regno incominciava il terzo regno del
pontefice ed erano l'ora ed il giorno in cui S. Gregorio, passando dinanzi al
monumento di Adriano, piangeva sulla sorte di quest'imperatore, che pio e
caritatevole erasi fermato nell'atto di partire per una lontana spedizione, ed
aveva reso giustizia ad una infelice che invocava la sua protezione. Il
pontefice inginocchiato pregò per l'anima dell'illustre dannato, e Dio commosso
gliela concesse e l'accolse in cielo, alla condizione nondimeno che fosse
l'ultima preghiera a favore dei reprobi. Io non so, o signori, se fosse pio
Adriano per essersi fermato a rendere giustizia, nè se fosse uso dei Cesari di
esercitare in questo modo la parte di giudici, all'imitazione dei primi re
della Scrittura. Ma noi sappiamo che quest'ultima grazia concessa a un dannato
viene considerata come un fatto dai più celebri teologi, e che lo stesso S.
Tomaso la commenta; ed essa seriamente implica l'idea che l'anima di Adriano
saliva direttamente al cielo; e dal pontificato di Gregorio comincia
definitivamente l'ascensione diretta delle anime in paradiso, senza più
attendere la fine del mondo, la risurrezione dei morti e il giudizio
universale.
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