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Giuseppe Ferrari
La mente di Pietro Giannone

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  • LEZIONE SESTA     IL CIELO PONTIFICIO
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LEZIONE SESTA

 
 
IL CIELO PONTIFICIO

 

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Rimane stabilito che il cielo dei pontefici non è più quello degli Apostoli, che le anime vi salgono direttamente, e che subito vi fruiscono della beatitudine eterna. Non potete imaginarvi, o signori, la rivoluzione operata sulla terra da questa subitanea beatificazione degli eletti. E innanzi tutto, la natura stessa del cielo è mutata; abitato da puri spiriti, diventa più plastico, più accessibile alle astrazioni metafisiche, ai ripieghi filosofici, all'immaginazione che vi trasporta oramai tutte le ombre degli estinti, senza che le qualità primarie della materia pesino di troppo sulle sue nubi dorate. L'Apocalisse non essendo più necessaria per compiere il dramma delle pene e delle ricompense, decade; il cielo non essendo più la trasformazione della natura, non occorre di distruggere il mondo per salirvi e si sovrappone la terra senza prenderne il posto. Il giudizio universale diventa inutile: ridotto ad una ripetizione del giudizio pronunziato da Dio nell'istante della morte, più non può sorprendere le anime degli eletti, costernare quelle dei dannati; le une e le altre conoscendo da più secoli la propria sorte, assisteranno colla massima indifferenza alla lettura di una serie di sentenze già in piena esecuzione.

Questa mutazione nel regno delle finzioni ne determina altre ben più importanti nelle aspettative della vita attuale. Poichè i santi sono in cielo, si rivolgono loro preghiere e suppliche non mai prima imaginate. Nessuno aveva mai invocata l'intercessione di Elia o di Enoc o dei patriarchi, e si credeva anzi che, lungi dal poterci soccorrere, i migliori tra i morti avessero bisogno del nostro soccorso. La Chiesa pregava indistintamente per tutti i trapassati. «Nostro Signore Gesù Cristo, re della gloria (diceva un'antica preghiera), libera le anime di tutti gli estinti dalle pene dell'inferno, dalla bocca del leone, dalle acque del Tartaro e dall'abisso tenebroso». L'inno Dies iræ che si canta nei funerali prova egualmente che la Chiesa prendeva cura di tutte le anime, e la festa dei morti era anch'essa originariamente universale, benchè dopo ristretta ai soli abitanti del purgatorio. Ma eccovi un fatto più decisivo. Nel 350 Cirillo d'Alessandria parla nel modo seguente della preghiera dei morti: «Noi facciam menzione di quelli che si sono addormentati prima di noi, e in primo luogo dei patriarchi, dei profeti, degli apostoli e dei martiri; in secondo dei santi padri e dei vescovi, e finalmente di tutti gli estinti dei nostri tempi». Secondo S. Giovanni Crisostomo, si pregava « pro iis qui in Christo dormierunt, et iis qui pro ipsis celebrant memoriam ». Il perchè nella festa di S. Leone dicevasi più tardi: «Accordaci, o Signore, che quest'oblazione approfitti all'anima di Leone tuo servitore, poichè hai voluto perdonare i delitti di tutti ». Si pregava adunque per i santi come per i reprobi. Ma quando si credette alla beatificazione immediata si cessò di soccorrerli: trasformati in semidei, invece di essere protetti diventarono protettori, e invece di pregare per S. Leone il rituale romano pregò S. Leone colle parole: «Accordaci, o Signore, che all'intercessione del beato Leone quest'oblazione ci sia profittevole». Noi abbiamo visto altresì come liberata l'anima di Adriano, si desistesse di rivolgere a Dio ulteriori suppliche a favore dei dannati.

L'adorazione dei santi fu un'altra conseguenza dell'immediata loro beatificazione. Secondo Giannone, nei primi secoli limitavansi i fedeli a raccogliere le loro reliquie ed a nasconderle sotto terra, perchè coll'esporle le avrebbero abbandonate agli scherni dei profani, e coll'adorarle avrebbero meritato essi stessi il rimprovero che facevano ai Pagani di adorare i loro capi. Quando il prefetto di Marsiglia si meraviglia che S. Eulogio ricusi di adorare gli dêi, egli che pure adorava S. Fruttuoso suo maestro, S. Eulogio respinge energicamente l'accusa, e dichiara di adorare solo il Dio del maestro adorato; «ego Fructuosum non colo, sed ipsum quem et Fructuosus». Quando il proconsole di Smirne rifiuta ai cristiani il corpo di S. Policarpo, temendo di vederlo onorato di un culto speciale, anche allora i fedeli gli rispondono che lo amano a causa delle sue virtù, senza punto considerarlo come un Dio, Origene ed altri insistono nel respingere l'accusa d'idolatria per i morti. Ma sotto Costantino la folla si precipita alle tombe dei martiri, la conversione spinge tra i credenti una moltitudine di Pagani che trasportano nelle chiese le ossa dei più illustri cristiani; si innalzano de' tempj sui loro sepolcri, si onorano con monumenti splendidi quanto quelli eretti ai Cesari; le autorità imperiali si prosternano dinanzi ai loro mausolei, i vescovi ne fanno l'elogio in termini pomposi, dove il rumore delle frasi copre il suono delle trombe del giudizio universale; e la plebe già abituata ad adorare Ercole e Teseo, accorda lo stesso culto agli eroi della nuova religione. Nel tempo stesso si ripetono le orgie degli antichi sulle tombe dei cristiani; in Africa si evoca l'ombra di S. Monica con cerimonie magiche, e l'adorazione dei santi trionfa a dispetto della Chiesa stessa.

Le imagini e le statue dei santi non contribuirono meno a deificarli alterando il culto. Nelle chiese primitive seguivasi il precetto giudaico di non ammettere pitture simulacri di specie alcuna, e S. Epifanio èrasi sdegnato di vedere una bandiera dipinta alla porta di una chiesa di Oriente, e la strappava colle proprie mani quasi fosse una. profanazione. Pure verso la metà del IV secolo si adornano le chiese; S. Paolino da Nola vi introduce alcune pitture d'altronde meramente istoriche e descrittive, come l'espulsione dal paradiso terrestre e il sacrifizio di Abramo; altri imitano S. Paolino, o cedono al medesimo impulso, e tosto l'idolatria straripa in modo tale, che l'intero paganesimo si riproduce nel cristianesimo. Invano Sereno, vescovo di Marsiglia, si sforza di sopprimere le immagini nella sua diocesi; il pontefice S. Gregorio, che più non attende la risurrezione per dare il cielo agli eletti, gli impone di limitare il divieto all'adorazione delle imagini, che crede necessarie perchè il popolo veda almeno sulle mura. ciò che non sa leggere nei libri.

Nuove feste si stabiliscono per avvalorare la progrediente illusione. I primi cristiani contentavansi di modificare l'antica Pasqua degli Ebrei, aggiungendovi la Pentecoste, l'Ascensione e il Natale. Coll'avvenimento di Costantino le feste, diventate pubbliche, si estendono per onorare gli Apostoli e i martiri più illustri; i semipagani vi trasportano le loro antiche gozzoviglie, a dispetto della Chiesa che non può raffrenare il disordine; le feste continuano ad essere giorni di fiera, di mercato, di ebbrezza, di crapula, ed anche nel 650 le donne danzano e cantano canzoni oscene sulla piazza, mentre i sacerdoti celebrano la messa nella chiesa. Col tempo le messe si moltiplicano, e al XII, al XIII secolo il numero dei santi aumenta a tal punto, che vi si mettono alla rinfusa gli uomini disgraziati, perseguitati, proditoriamente spenti dai loro nemici, come S. Irutperto di Germania, ucciso dai suoi paesani, che faceva. lavorare al di delle loro forze, S. Kenelm di Brettagna, immolato da sua sorella che gli toglieva la corona.

Gli dêi conducono seco le dee, potevano rimanere solo i santi nel cielo. Durante i tre primi secoli poco veneravansi le donne, e la stessa Vergine Maria non era onorata con alcun culto speciale. Limitavansi i fedeli a rispettarla, ricordandosi forse dell'estrema riserva con cui suo figlio l'aveva trattata. La sua festa spunta soltanto alla fine del VII secolo, quando si celebra la sua annunciazione; quasi nello stesso tempo si festeggia la sua purificazione, poi si esalta la sua natività e più tardi la sua morte chiamata sonno, dormitio sanctæ Virginis Mariæ. Ai tempi di Carlo Magno si cerca il suo corpo per adorarlo, ma non si rinviene, senza dubbio per la ragione fortissima che gli angeli l'avevano trasportato in cielo; essa è dunque risorta, col figlio, e questa volta si adora non il suo sonno, ma la sua ascensione. A dispetto di quest'opinione popolare, la Chiesa non si decide immediatamente; Carlomagno esita a proclamare la feria « de assumptione Mariæ, dic'egli, interrogandum reliquimus; ma nel 1815 il concilio di Magonza toglie gli scrupoli, e la Vergine ascende al cielo senza attendere il giudizio universale.

La festa della Concezione giunge solo nel XII secolo, malgrado gli sforzi di S. Bernardo alle prese coi canonici di Lione per impedirla. Ma tosto la madre di Dio, trionfando d'ogni opposizione, invade il calendario e vi fa celebrare i menomi atti della sua vita, la visita, l'aspettativa, il parto, i sette dolori, il rosario, il Carmelo, la neve, il matrimonio; si solennizzano le imagini sue scese dal cielo, quelle dipinte da San Lucca; la sua casa viaggia nell'aria, e nel mentre che i suoi innumerevoli miracoli riempiono la terra, sul mare si sostituisce a Venere proteggendo i marinai. Col tempo si stabilisce l'uso di non mai pregare suo figlio senza pregarla nel medesimo tempo; nel XV secolo Vincenzo Ferrerio introduce l'abitudine d'invocarla al principio di tutte le prediche, e al dire di Erasmo, essa prende il posto della Musa degli antichi, . Lojola se ne dichiara il cavaliere, Mendoza sostiene che adorandola nessun uomo può dannarsi; gli onori prodigatile sono tanti, che spesso la moltitudine la rispetta più di G. Cristo, il quale alla fine non è altro che il figlio suo. Alcuni popoli, come gli Ungheresi, soggiunge Giannone, sono arrivati a tal grado di superstizione, che la credono loro vera regina e nei loro atti pubblici e privati danno al loro Stato il nome di regno Mariano, nell'istesso modo che presso Omero le città di Sparta, Argo o Micene erano dedicate a Giunone, che le aveva ricevute in dote da Giove suo fratello e marito. Torna inutile di dirvi, o signori, come tutte le sante approfittassero a poco a poco del crescente culto di Maria, partecipando anch'esse alle adorazioni accordate al sesso virile.

Questi tempj, queste imagini, queste adorazioni non si fermano nella sfera della semplice estetica, ma consacrano ed ordinano il governo della Chiesa. Lo consacrano, dico io, perchè a poco a poco ogni vescovo riceve morendo il titolo di santo, ogni monastero divinizza i suoi più rispettati defunti, e questa immediata deificazione di tanti personaggi messi al seguito degli Apostoli e dei martiri si estende naturalmente ai loro successori ancora viventi sulla terra e rende inviolabili e sopranaturali tutti gli uomini del clero. Quindi i santi si moltiplicano in modo strepitoso; ed ogni epoca ne crea a centinaja. Gregorio VII trasporta in cielo tutti i papi martirizzati; la Chiesa greca, che non vuol stare indietro, vi trasporta i suoi più celebri imperatori, cioè Costantino e Giustiniano, due secoli più tardi essa esalta alcuni santi prima dimenticati, come Luca, Crisostomo, Anastasio ed Anna, la madre di Maria, di cui prima ignoravasi perfino il nome. L'Occidente accogliendo i nuovi santi d'invenzione bisantina, aggiunge alla festa di sant'Anna quella di san Gioachimo suo marito, alla festa di Maria quella di san Giuseppe suo sposo, e il cielo diventa simmetrico. Nel XVI secolo gli ordini religiosi che vengono riformati, gli altri ordini nuovamente instituiti santificano i loro riformatori, fondatori e protetti; ogni difensore della fede contro l'eresia della Germania acquista un credito quasi divino, e i Teatini, i Filippini, i Gesuiti forniscono ai fedeli una nuova messe di eletti. Il secolo successivo si distingue da ultimo raddoppiando quasi il numero dei santi, che incarica di funzioni minutissime ed utilissime alla vita. Eransi già attribuiti a certi santi dei poteri speciali per liberarci da talune afflizioni, o per procurarsi taluni vantaggi; adesso i poteri, sottoposti a nuovo regolamento, danno una professione o un mestiere ad ogni beato: questi spegne gli incendj, quello ferma la peste; l'uno guarisce dal fuoco sacro, l'altro dal mal caduco; nessuna calamità, nessuna prosperità pubblica o privata che non obbedisca alla voce di un mago celeste.

basta, il consacrare la Chiesa; l'ascensione diretta delle anime verso il cielo la estende, l'innalza, l'ordina, e finisce coll'estollere il papa al disopra di tutti i mortali. Perchè nei cominciamenti il popolo solo creava i santi ed imponevali ai vescovi, i quali anzi si lamentavano della sua tirannia, e resistevano a stento alle sue imprudenti apoteosi. Pure essi le governavano, le collazionavano, le verificavano, mettevano d'accordo i fatti colle visioni, i testimonj colle allucinazioni, e davano un'aria di verosimiglianza alle magiche biografie inventate dal volgo. Ma nel XII secolo il pontefice Eugenio III, in più immediata comunicazione col cielo, santifica san Enrico di Francia, arrogandosi, per adulare i Francesi a lui utilissimi, una facoltà che il pontefice Urbano II aveva riputata attentatoria alla giurisdizione dei vescovi. Non spettava forse ad essi l'apprezzare la santità dei fedeli loro soggetti? Più tardi Alessandro III fa in odio agli Inglesi ciò che Eugenio aveva fatto per amore ai Francesi, e divinizza san Tomaso di Cantorbery per discreditare il re d'Inghilterra suo persecutore. Lo stesso pontefice divieta di santificare per lo innanzi alcun uomo senza il permesso di Roma, quand'anche operasse miracoli. Questa decisione sottopone il mondo intero alla direzione del successore di san Pietro, e ne risulta che tutti i santi posteriormente canonizzati celebrano per così dire le glorie di Roma, e si schierano come una falange intorno al Vaticano, combattendo l'eresia, lo spirito profano, l'indipendenza dei re, i diritti degli imperatori, ogni principio contrario alla prepotente unità della Chiesa romana.

Diventato re del paradiso, il pontefice vi creò una gerarchia simile a quella delle corti, e si distinsero in primo luogo i veri santi dai semplici beati, riservati alle loro chiese particolari, destituiti di culto universale, e privi di aureola nei dipinti. Si tolse loro l'invocazione a voce alta, e bisognò che si contentassero di un ufficio recitato con rito semidoppio, e di feste di seconda, di terza e di quarta classe. Considerati come mezzo santi, si lasciò loro nondimeno la speranza di prender più tardi il posto tra i santi mediante un nuovo processo. Al disotto dei beati sorse la moltitudine dei venerabili, cioè dei morti illustri che attendono il loro processo di beatificazione, e che sono come la plebe dei nobili d'onde escono i conti, i baroni, i titolari dell'impero celeste. Sono essi innumerevoli; ogni osso delle catacombe romane appartiene, senza dubbio, a qualche illustre personaggio, di cui la curia romana troverà a tempo e luogo il nome e la biografia. Ogni più lontano vestigio del cristianesimo essendo deificato in cielo, sarà adorato in terra nei rappresentanti della Chiesa.

Questo è il paradiso che Dante prese sul serio, e che Giannone descrive alla maniera dell'Ariosto. Commentato il Vangelo, studiato il celebre passo delle mansiones multæ, gli scolastici ed i preti determinarono ogni più minuta particolarità del nuovo Eliseo: «Primieramente, dice Giannone che abbrevio, affinchè nell'entrare non vi fosse mischia sicchè ne potessero accadere delle turbe e brighe, fu alla porta provveduto di un accorto ed avveduto usciere, qual è il clavigero Piero, e per reprimere qualche insolenza, vi sta anche alla guardia l'apostolo Paolo, con quella sua terribile e fulminante spada. Siede colà nel centro dell'ampio giro Gesù Cristo, che vi ha a sinistra il suo eterno Padre e a destra in sito più basso la vergine Maria sua madre, e tra il padre e il figliuolo in forma di colomba lo Spirito Santo; - d'intorno in triplicati giri sono i cori degli angeli, cherubini e serafini, troni e dominazioni, ed altri duci delle fulgenti squadre del cielo. Siedono poscia intorno il precursore di Cristo, Giovanni Battista, cogli altri patriarchi e profeti; indi gli apostoli

 

Che divulgar la vincitrice morte.

 

Dopo costoro vengono i martiri, che confermarono la verità col sangue e col martirio. Seguon poi gli evangelisti ed i confessori, ed altri più rinomati dottori della Chiesa,

 

.... La cui penna e la favella

Insegnata ha del ciel la via smarrita.

 

Viene dappoi Maria Maddalena, sì cara a Cristo e sì esemplare per tutti.

«Hanno qui luogo separato e chiuso le vergini donzelle che Dio con alte nozze a marita. Poi le magnanime donne martiri che per la fede di Cristo sprezzarono non meno scettri e corone che aspri tormenti», e dolorose morti. Vengono i severi e rigidi romiti, e gli austeri anacoreti; indi i capi e confalonieri e nuovi institutori di tanti e sì diversi ordini di monaci e religiosi. Nell'ultimo luogo tutti gli altri innumerevoli santi e beati i quali non adorna pregio di martirio nuovo apostolato od altra più chiara e risplendente marca».

I Domenicani vi occupano una sede separata, sotto una grandissima cappa azzurra, la cappa stessa della Beata Vergine Maria. Non si potrebbe dubitarne, poichè S. Antonino lo afferma espressamente quando racconta l'estasi di S. Domenico trasportato in cielo e sorpreso di non vedervi alcun religioso dell'ordine suo. Ma la sua celeste guida levato il lembo della cappa virginale, gli mostrò un'innumerevole quantità di teste rase ad immagine e similitudine sua. Dall'altro lato i Francescani siedono in luogo più alto, benchè meno aereo, cioè nel torace stesso di Gesù Cristo, il che viene provato da un'altra visione non meno autentica di un devoto sorpreso alla volta sua di non vedere in paradiso S. Francesco alcuno de' suoi. Ubi est, grida egli smarrito, beatus Franciscus cum suis in isto loco? Ma l'angelo gli risponde: aspetta, e vedrai e il beato Francesco e qual luogo egli occupi; ed ecco che Cristo leva il braccio destro, e dalla sua ferita laterale esce il santo col vessillo della croce spiegato in mano, e dietro lui una gran moltitudine di frati vestiti colla moda da lui introdotta. Il buon uomo si fece frate anche esso. Questo è il cielo che ora regge la terra, che i difensori alle città e ai villaggi, i protettori agli ammalati ed agli afflitti, i presidj sovrumani ai medici, agli avvocati, ai falegnami, ai soldati ad ogni professione, e nessun villaggio potrebbe dedicarsi presentemente ad un santo o celebrare la festa o adorare un suo beato senza di averne previamente ottenuta l'autorizzazione da Roma.

Non poteva dissimularsi che la divinizzazione immediata delle anime rendeva inutile l'intero dramma dell'Apocalisse. Perchè, lo ripeto, restituire il corpo ad anime già felici? a che rendere gli occhi a chi vede, le orecchie a chi intende? Perchè rileggere loro una sentenza già nota, già eseguita? Che le trombe degli angeli destassero tutti i morti e tutti i dormienti nell'ultimo giorno della creazione, nulla di più naturale presso i primi cristiani, e la solennità del giudizio divino chiudeva a buon dritto il dramma del tempo per incominciare quello dell'eternità. Ma introdotta l'immediata deificazione all'istante della morte, con quale intento disturbare tanti eletti, metterli di nuovo in presenza dei loro nemici, interrompere le pene cui costoro sono assoggettati, e ricominciare un processo già finito? Convien confessarlo; la Chiesa lottò lungamente contro la corrente della poesia e dei sofismi che avversavano l'Apocalisse. Fino dal V secolo Gennadio, prete marsigliese, tentava di conciliare i due sistemi opposti, distinguendo due gradi di beatitudine, l'uno accordato alle anime erranti nel vestibolo del paradiso, l'altro più perfetto riservato agli eletti dopo il giudizio universale. Ma sotto il pontificato di Gregorio I, la beatificazione immediata sfondava le porte del cielo, e durante il medio evo i portici esteriori del regno celeste cadevano in rovina. S. Bernardo tentò in vero di restaurarli, e grazie alla sua influenza, le anime benedette ricominciarono il loro passeggio d'aspettativa; che anzi il pontefice Giovanni XXII fece imprigionare un monaco spagnuolo che non ammetteva quest'indugio, fondandosi sulle espresse parole di Cristo al buon ladrone: oggi tu sarai meco nel regno dei cieli. Perchè adunque, diceva egli, lasciare tanti santi sotto i portici? Ma il papa non mancava di buone ragioni: bisognava salvare l'Apocalisse, tener ferma l'Autorità del Vangelo stesso, lasciar sussistere l'incendio universale, la caduta delle stelle sulla terra, il fracasso delle trombe, il destarsi dei morti di tutti i secoli; che se permetteva il dubbio su d'una partevasta del dramma cristiano, qual parte ne restava poi incolume? Il dubbio avrebbe scosse le coscienze e alla fine nel 1439 il concilio di Firenze trovò un ripiego, e conciliò il cielo del papa con quello di S. Giovanni, accordando ai santi la visione beatifica di Dio, finchè alla fine del mondo, nuovamente dotati di corpo, potessero passare dalla semplice visione al pieno possesso.

L'ascensione diretta delle anime in cielo diede nuova importanza ad un'altra regione, di cui non è ben certo che gli Apostoli avessero un'idea chiara e distinta. Nel Vangelo non si parla che del paradiso e dell'inferno, della salvezza o della dannazione. Secondo Giannone, S. Ambrogio e S. Girolamo non ammettevano situazione intermedia, e lo stesso S. Agostino mostrasi perplesso sull'esistenza di un luogo di espiazione per le colpe veniali. Lo storico napoletano vuole che il purgatorio sorga nell'immaginazione dei credenti nel secolo XI, e senza seguirlo alla lettera, senza nemmeno dargli ragione contro il padre Alessandro Natale (Noël), si può facilmente accordargli, che se nell'antichità, se nel medio evo vedonsi qua e delle ombre erranti, delle anime in pena, sono apparizioni staccate, spettri avviluppati da leggerissime fiamme, semplici episodj della paura e della superstizione. Il vero purgatorio col suo governo, colla stia gerarchia, colle sue tariffe non nasce che nell'undecimo secolo quando la religione si estende, rinnova le sue chiese, e getta le fondamenta delle cattedrali che sono ancora le meraviglie della nostra civiltà. Allora il cielo si era abbellito e popolato di santi, l'inferno aveva presa quella sua forma ignea e sotterranea che inspira ancora tanto spavento e per euritmia fu reso ampio e regolare anche il domicilio di tutte le anime condannate a finire nell'altro mondo le penitenze loro imposte dal confessore. Apparve quindi il purgatorio de' nostri tempi anch'esso stipato di numerosissime ombre penanti e speranti quantunque giacesse ancora sulla terra il loro cadavere. Allora questa tetra dimora di anime destinate a salire da un'anno17 all'altro nelle regioni del cielo, inspirò una profonda compassione, e la spedizione delle crociatefavorevole ai servi, ai debitori, ai perseguitati a tutti gli afflitti dell'antica società si fondò sull'indulgenza promessa dal pontefice per liberare gli eletti in pena e tutti i quasi santi momentaneamente abbrustoliti dalle fiamme espiatorie. Gli uomini che non avevano denaro per pagare i loro debiti, i servi impazienti di sottrarsi ai loro padroni, tutti gli infelici condannati alla miseria dal sistema feudale, tutti gli ambiziosi in ricerca di mezzi per far fortuna prendendo la croce diventarono militi del purgatorio e diedero corso forzato al valore imaginario delle indulgenze.

Brevemente nel 1086 il pontefice la prima indulgenza plenaria ai crociati e diventa il gran penitenziere dell'altro mondo, dove trasporta con magico traslato la remissione delle pene che i vescovi solevano accordare ai penitenti sulla terra. Da quell'istante l'ascensione diretta delle anime viene sciolta da ogni condizione; ogni crociato sale diritto in paradiso, e il pontefice acquista l'influenza di un Dio. Finchè esso liberava Socrate o Adriano, erano, per così dire, astratti ed accademici i suoi miracoli, e ne risentivano i fedeli una gioja meramente estetica; ma quando intesero che potevano liberare subito i loro parenti, le loro madri, i loro figli, i loro amici, la generazione colla quale avevano vissuto, il suo potere cadde nel commercio delle speranze e dei timori quotidiani, e si potè farne conto per salvare le anime evidentemente santificate, dannate, interamente buone, assolutamente perdute. Ma chi sono gli uomini interamente buoni, assolutamente perduti? Quali sono le anime la cui salvezza ondeggia tra i due estremi? Sono tutte le anime dei viventi, sono tutte quelle dei morti, sono quelle del genere umano, appunto sempre incerto tra i due estremi; tutti abbiamo sete di clemenza, d'indulgenza, di venia, di remissione contro l'implacabile nozione del giusto e la remissione delle pene del purgatorio fece balenare tanta consolazione nella mente dei credenti, che tutti i popoli a gara l'accolsero subito come un nuovo Vangelo. Si partiva a torme per la crociata, vi si mettevano dei cambj per acquistarne la redenzione, si scambiava con altre devozioni per supplire all'impossibilità materiale del viaggio, e i vescovi accordavano una tale quantità d'indulgenze, che il pontefice Innocenzo III già cominciava a lagnarsi della loro prodigalità, restringendo i loro poteri a quelle che abbreviavano di cento anni i supplizj del purgatorio. Le più ampie erano riservate alla S. Sede. Ma come resistere ai reclami di tanti fedeli paurosi, di tanti devoti, impazienti di guadagnare il cento per uno? Quando le crociate cessano, le indulgenze si estendono, Bonifacio VIII sostituisce al pellegrinaggio di Gerusalemme quello di Roma, e alla guerra in terra santa la processione del giubileo secolare.

L' entusiasmo per il giubileo sorpassò forse quello delle crociate, questa più facile penitenza attirò a migliaja i pellegrini sulla via di Roma, e s'intende che i teologi si domandassero se potesse il papa liberare d'un tratto tutte le anime del purgatorio; oramai dovevano esse volare in cielo a torme, oscurando il sole. Tanta felicitàuniversalmente gradita non poteva differirsi poi d'un secolo, e Clemente VII abbreviò il periodo dell'aspettativa riducendolo a cinquant'anni, per cui nel 1350 affluirono di nuovo i pellegrini da ogni paese dell'Europa verso la capitale del mondo cattolico. La frenesia cresceva a tal punto che ad ogni giorno dell'anno santo entravano seimila pellegrini in Roma e ne uscivano altrettanti: appena si può comprendere tanto trasporto. Ne nacque che passato l'anno 1350 non seppero rassegnarsi i creditori ad attendere fino al 1400 per ottenere una nuova remissione; ed Urbano che nulla ci perdeva colmò nuovamente di gioja tutti i bettoglieri di Roma riducendo il giubileo al periodo di trentatre anni, a commemorazione della vita di Cristo. Ecco un nuovo pellegrinaggio nel 1383, altre turbe affluenti, quindi una nuova impazienza nella generazione sopraveniente, che certo non vorrà attendere il 1416, e che sarà tentata di cogliere al volo la cifra tonda dell'anno 1400. Sotto pretesto adunque che il giubileo di trentatre anni troppo affaticava la divina clemenza, fu ristabilito il periodo più lungo di cinquant'anni, e per meglio attenderlo si ricominciò a contare gli anni partendo dal 1400 con nuovo giubileo. Più tardi Paolo II non attese 50 33 anni, e giunto al 1425 liberò alla volta sua tutte le anime del purgatorio, fissando il periodo di 25 anni che attualmente sussiste; Ma quante ampliazioni aggiunte col progresso dei tempi! S'inventarono i giubilei senza pellegrinaggio, i giubilei parziali, i giubilei all'occasione di grandi avvenimenti, i piccoli giubilei delle città, dei vescovadi, degli altari miracolosi, i giubilei venduti a contanti, trafficati in mille modi.

Senza dubbio molti credenti si spaventarono di veder con quanta facilita i mercanti delle indulgenze prodigassero le remissioni dell'altro mondo, e questo pio spavento raddoppiava vedendo le esorbitanti ricchezze che ne traeva la corte romana. Lutero protestò. Ma noi, che non siamo protestanti, non dobbiamo dissimulare la logica del cattolicismo. Il protestante vi lascia solo, non ha preti nel rigore della parola, non vi confessa, non vi assolve, non vi punisce, quando vi ha dato la Bibbia in mano, vi lascia colla vostra coscienza, e non essendovi più alcun giudice che determini le penitenze e ne autorizzi il giro da un fedele all'altro, da questo all'altro mondo, non potete più venderle comprarle, trasmetterle con sicurezza a chi più vi pare e piace. Ma dato il prete, ammesso il confessore, costituito il papa penitenziere universale della terra e del purgatorio, stabilita l'indefinita reversibilità delle espiazioni, allora la remissione diventa una vera cambiale a vista col nome in bianco; allora potete trafficarla con precisione mercantile; allora un furto può essere scontato col dire, per esempio, venti volte il rosario; allora se questo tedio è soverchio, si può sostituirvi un tedio equivalente, per esempio di pagare venti messe, di far un pellegrinaggio sulla strada di ferro che conduce al più prossimo santuario; e se nell'XI secolo un barone poteva mettere un cambio nelle crociate, o pagare una vistosa somma perchè un frate qualsiasi si desse cento staffilate per scontare i suoi delitti, io non trovo ragionevole giusta la pretesa dei protestanti che Leone X non potesse mettere all'incanto le sue indulgenze, e valutare il dispiacere che i Tedeschi provavano nel pagarle come una sufficiente punizione dei loro peccati.

Una breve digressione sull'inferno sulla fine del Regno celeste, conferma non meno le idee fisiche dei primi cristiani sul cielo, che quelle spirituali dei papi sui santi. Se chiedete qual è l'origine dell'inferno, voi dovete guardare il cielo della Bibbia, e ricordarvi della caduta degli angeli, per i quali fu creato il luogo dell'eterna dannazione; se voi cercate dove sia, dovete guardare gli abissi della terra e discendervi seguendo l'indicazione di S. Gregorio che ci addita la via dei vulcani; se voi volete conoscerne la natura, la Bibbia vi parla di fuoco, di zolfo, di digrignamento di denti, e tutti i dubbj sul cielo si riproducono nell'inferno in mezzo a fiamme che abbruciano il corpo senza consumarlo, che torturano nel tempo stesso gli spiriti benchè non abbiano corpo, e che costituiscono una gerarchia termometrica di tormenti, senza escludere per altro la varietà di supplizj imaginati dai preti. Gli antichi padri, cioè Origene, S. Gregorio Nazianzeno e S. Girolamo, speravano che tale mostruosità dovesse alla fine svanire per un atto di misericordia divina; ma il medio evo che esagera tutti gli errori degli antichi, più non dubita dell'eternità delle pene.

Giannone conchiude il libro del Regno celeste, mostrando che il cattolicismo pontificio riproduce tutto il paganesimo, meno la libertà, il genio, l'umanità e la tendenza positiva. Dipinge Dio coi colori di Giove, le sue missioni agli angeli ed agli arcangeli copiandole dalle divinità secondarie dell'Olimpo; S. Michele si sostituisce a Marte, Gabriele prende l'ufficio di Mercurio, Raffaele fa il medico; i santi, i beati, la vergine Maria succedono agli dêi ed alle dee, patrocinando le città, i regni, le professioni; le apoteosi si rinnovano nelle canonizzazioni, il cristianesimo accetta la consacrazione degli altari, delle cappelle, gli amuleti, gli esorcismi, le scongiurazioni, le feste, tutto; ma la metafisica delle scuole perverte tutti gli errori un tempo utili e innocenti, la teologia sconvolge le menti colle sue sottigliezze, impone i suoi capricci alla religione, subordina ogni pensiero alle sue leggi, e un sol uomo dispone della salvezza del genere umano. Si vive in mezzo alla natura come se la natura non esistesse, come se la verità fosse una chimera e la virtù un nome vano. La morale si trasforma in pratiche strane, e il mormorare di parole latine, il muovere i piedi recandosi in pellegrinaggio ai santuarj, l'inginocchiarsi dinanzi a certi altari, a certe persone si sostituisce alla voce del cuore che suggeriva agli antichi le azioni utili alla patria, gloriose per l'umanità.

Ho finita, o signori, l'esposizione del Regno celeste, e non mi resta che di parlarvi del Regno papale, che forma il terzo libro del Triregno, e che tratta del governo della Chiesa, de' suoi beni, delle sue ricchezze, in una parola della felicità dei preti, secondo il motto di Leon X, quot comoda dat nobis hæc fabula Christi. Ma qui la guida del manoscritto ci abbandona di nuovo; solo ci restano gli indici e le brevi indicazioni delle memorie; e se l'argomento è più facile, se il libro può essere rifatto agevolmente colle idee già esposte in moltissimi capi della Storia civile, non dobbiamo lasciarci trasportare dalla facilità di ricostruirlo. Questa facilità ci darebbe un risultato volgare, ci farebbe cadere nella ripetizione di cose troppo note, e mancando i particolari imprevisti, gli sforzi ingegnosi, la poesia dell'indagine, noi ci limiteremo ad un rapido cenno sui progressi temporali del secerdozio18 che invade lentamente tutti gli Stati e tutte le libertà degli antichi.

Nel primo periodo, secondo Giannone, i cristiani attendono il regno dei cieli, e allo stato di setta giudaica irrompono nelle sinagoghe, vi soppiantano il sacerdozio terrestre, e appunto perchè imminente, credono la distruzione del mondo, i loro capi diventano più potenti degli antichi. Invece di essere soprintendenti si chiamano signori, vescovi, invece di limitarsi a persuadere costringono, reclamano oblazioni, primizie, decime e giudicano quali arbitri i processi tra i cristiani introducendo per tal guisa una legislazione occulta, un governo misterioso, un amministrazione fantastica dove tutti i casi della legge civile, cioè della legge regnante e terrestre son decisi a controsenso del senso comune e dietro norme celesti suggerite dall'aspettativa della distruzione del mondo.

Con Costantino il cristianesimo vittorioso contro il paganesimo entra in un nuovo periodo nel quale la chiesa proclamando apertamente il suo regno celeste, l'oppone al regno dei cesari, costituisce la sua gerarchia in faccia alla gerarchia dell'impero, ne imita le dignità, ne invade le circoscrizioni, nomina i suoi metropolitani, i suoi primati, i suoi esarchi: e i suoi due capi di Bisanzio e di Roma diventano quasi l'ombra di due Cesari sotto il nome di patriarchi. Quanto prima era spontaneo tra i credenti, acquista forza in legge nel mondo; alle oblazioni prima volontarie e scarse sottentrano quelle forzate e universali; il sacerdozio sovrappone una propria sanzione ai precetti del decalogo, senza tener conto della sanzione imperiale, e sotto pretesto di salire in cielo incomincia a guadagnar la terra. I monaci che si sottraggono ad ogni autorità, le immunità che si- estendono ad ogni generazione, le ricchezze crescenti accordate al sacerdozio, e la legislazione dei canoni, i quali in decorso di tempo riescono uno dei principali sostegni del regno papale, oltrepassano da ogni lato il potere civile.

Questo lavoro una volta compito ne succede un altro. Noi abbiamo visto che con Gregorio I si cessa di credere alla necessità di attendere la fine del mondo per salire in cielo e che oramai ogni credente può penetrarvi e trovarvisi in compagnia dell'imperatore Adriano. Trovo quindi ragionevole che qui Giannone faccia incominciare col cielo pontificio un terzo periodo, sì proficuo alla chiesa che il suo capo converte l'occidente abbandonato dai cesari e si fa ubbedire dai barbari promettendo loro di renderli felici nel momento stesso della suprema infelicità della morte. Tanto predominio gli concede di farsi mediatore tra Bisanzio e i Longobardi, tra i Greci e i Romani, di trasformare i sacerdoti in altrettanti ministri, ambasciatori e consiglieri nelle Corti de' re barbari recentemente convertiti, e ne nasce che, quando l'eresia dei Monotelliti minaccia da Bisanzio tutto il cielo pontificio, il pontefice romano può trasportare la sede dell'impero in Francia, ogni vittoria dei Franchi contro i Maomettani o contro gli idolatri si trasforma in una sua vittoria, e da ultimo ottiene da Carlo Magno il dominio temporale, e lo fortifica colle ricchezze concesse a tutte le chiese, a tutti i monasteri della cristianità. L'ascensione diretta delle anime in cielo largisce pertanto al pontefice romano un regno sulla terra.

Per gli ulteriori periodi il Panzini abbrevia l'indice, quasi che i fatti parlino da , e difatto vedesi nel quarto periodo da Carlo Magno a Gregorio VII che il cielo pontificio protegge sempre più il suo clavigero sulla terra poichè estende il suo dominio colla rovina dei Carlovingi, colle nuove divisioni tra la Germania e la Francia, colle guerre tra i diversi principi dell'Italia, e ne consegue da ultimo che quando Ottone I ristabilisce l'impero in Germania, non può più esercitare il potere degli imperatori precedenti, egli non è più il Cesare ereditario dei tempi Bizantini o Franchi, ma sradicato dalla terra egli è elettivo ed i pontefici maneggiano oramai la spada e il pastorale.

Da quanto abbiamo detto sull'apparizione del purgatorio nel IX secolo, e sull'ascendente dato da questo regno imaginario al pontefice sull'animo dei credenti s'indovinano facilmente le ragioni per cui Giannone vede un nuovo periodo da Gregorio VII a Innocenzo III, e il riflettere che ai poteri conquistati si aggiungono quelli delle indulgenze illimitate, spiega come i capi della chiesa con nuovo progresso temporale si estendano ancora decretando il gran moto delle crociate. Indeboliscono quindi nuovamente tutti i principi dell'Europa, si fanno tutori degli Stati i cui principi combattono in Terra Santa, si arrogano il diritto di scomunicare i re, di sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà, di disporre dei regni, e Innocenzo III impone il vassallaggio di san Pietro agli Stati che più non hanno altra arma contro il pontefice se non il pontefice stesso.

Un altro periodo di progresso (il sesto) sorge quando i successori di Innocenzo III approfittano delle divisioni del grande interregno, si dichiarano vicarj dell'impero, innalzano i suoi cardinali formandone come i senatori della Chiesa, li inviano con pompose ambasciate quasi proconsoli a giudicare le liti de' principi, e fondano lo spaventevole tribunale dell'Inquisizione contro i nemici della Chiesa: Bonifazio VIII mette poi il colmo alle pretensioni cingendo le due corone, e dichiarandosi armato di due spade, ecce duo gladii hic.

Ma ogni errore utile o esiziale si corrompe e passa, e in quel modo che turbatosi l'antico regno terrestre dei pagani e degli ebrei ne conseguiva la rovina del suo sacerdozio anche il cielo pontificio si turba e si fermano finalmente i progressi temporali della chiesa per dar luogo ad altre fasi di vera decadenza. Quindi un nuovo periodo (il settimo nella serie) nel quale il regno pontificio si vede assalito dalla Francia e dall'Impero, diviso dalla doppia sede di Avignone e di Roma e in balia delle nazioni che incominciano a destarsi. -Quindi nell'ottavo periodo da Martino V a Leone X, Alessandro VI esercita appena un simulacro di potere col dare l'America alla Spagna, e coll'assistere suo figlio nel tentativo di fondare un impero italiano; ma, quest'impero ereditato da Giulio II e da Leone X, si riduce ad uno Stato, e il Nuovo Mondo non compensa la perdita del nord dell'Europa liberato dalla Riforma. - Oramai si parla, si discute, si rivede il passato, e pertanto nel nono periodo da Leone X a Sisto V i pontefici si contentano di stabilire le proprie famiglie negli Stati italiani, col dare Firenze ai Medici e Parma ai Farnesi, - e nel decimo ed ultimo periodo da Sisto V a Clemente XII anche la potenza di creare nuovi principi si riduce allo sforzo per favorire le nuove famiglie dei Borghesi, dei Barberini, di altri, e il regno papale si riduce a simulate mediazioni, sdegnate dai principi, ad accordare esenzioni, privilegi, premj imaginarj ai fedeli, a dare dei cardinalati alle corti, o dei santi alle moltitudini oramai indifferenti alle decisioni di Roma.

Questa, o signori, è la storia dei tre cieli, secondo Giannone, e voi vedete, che oramai le anime staccate dal corpo più non sanno dove riposarsi e stanno per morire di inanizione, e siamo addotti alla conclusione, che finirà il regno pontificio come il regno terrestre. Usciremo noi dal dominio pontificio per cadere in un nuovo abisso ancora più profondo? all'Olimpo, all'Apocalisse succederà forse un'altra chimera ancora più falsa? o il cielo della decadenza essendo oramai compito, ci sarà forse permesso di cominciare un'altra carriera? Questa carriera sarebbe il ritorno circolare del passato, o una ripetizione con giro ascendente verso idee più vaste che mancavano agli antichi? Nel Triregno Giannone non risponde, non oltrepassa, io credo, l'esposizione istorica, e prima di cercare in altri scritti una risposta che nel terzo ed ultimo stadio della vita sua, io conchiuderò in oggi il mio discorso, dicendovi che il Triregno è libro unico nella storia della letteratura italiana. Scorrete pure, o signori, tutti gli scritti di filosofia e di storia pubblicati dal Campanella in poi; leggete pure Gregorio Leti, Boccalini, fra Paolo Sarpi e quanti scrittori furono esiliati, perseguitati o pugnalati per ordine della Chiesa romana: il Triregno è la sola opera nella quale la religione sia apertamente assalita nel dogma, scandagliata nelle origini, analizzata nelle conseguenze, Giannone è l'unico scrittore col quale l'Italia si associa al moto europeo della scienza contro la fede.

Che siate credenti o increduli, dovete convenire che, se lo sopprimeste, ci mancherebbe, per così dire, una delle categorie della ragion nazionale, l'Italia sarebbe assolutamente pontificia, e come la Turchia, affatto estranea alla Francia di Voltaire, all'Inghilterra di Collins, alla Germania di Federico II, all'Europa del secolo XVIII. Quand'anche Giannone avesse ripetuto, come Voltaire, cose dette da altri, approfittando, come era suo diritto e dovere, di ogni discussione anteriore, e specialmente di Burnet e di altri inglesi, l'essere egli unico nella letteratura italiana contro la Chiesa, giustificherà l'importanza da me datagli finora.

Nella prossima domenica del 28 febbrajo vedrete in qual modo meriti la nostra attenzione sotto l'aspetto della filosofia della storia.

 

 

 

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17 Così nel Testo . [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



18 Così nel testo, ma "sacerdozio". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]






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