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Giuseppe Ferrari
La mente di Pietro Giannone

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  • LEZIONE SETTIMA     LA FILOSOFIA DEL TRIREGNO.
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LEZIONE SETTIMA

 

 

LA FILOSOFIA DEL TRIREGNO.

 

Noi non considereremo certo il Triregno come un libro di erudizione, ne ripeteremo l'esegesi della Bibbia per verificarne una a una le opinioni istoriche: ma essendo esso un lavoro sull'origine e lo svolgimento naturale delle idee, dai primi principi della storia fino ai nostri tempi, noi lo sottometteremo alle norme stesse colle quali abbiamo misurata la distanza che separava la Storia civile dalla filosofia della storia.

Questa distanza era grande, e sì ardua era la via da percorrersi, che le nostre censure avrebbero potuto parere troppo molteplici e superiori al punto di partenza. Ma diremo noi adesso Giannone inferiore all'importanza da noi datagli? Sarebbe egli ancora inceppato dai fatti, estraneo alle idee, illuso dalle false prospettive di popoli progredienti colle sconfitte e sopraffatto da una lunga serie di vicissitudini spoglie di senso?

No certo: egli risponde finalmente alle nostre censure, e in primo luogo determina le epoche in modo ad un tempo filosofico e popolare, . La mortalità delle anime, la resurrezione dei morti, il cielo degli spiriti, ecco i tre principj che generano le tre grandi epoche della storia; e tutti gli avvenimenti loro ubbidiscono, l'assedio di Troia come la Terra Promessa, le piramidi dell'Egitto come l'impero di Roma, le cattedrali del medio evo come le leggi moderne; tutta la storia quasi, limpido specchio, riflette l'imagine prima del cielo terrestre, poi del cielo apocalittico, e da ultimo del cielo pontificio. E il mondo si muove, e un'epoca conduce necessariamente all'altra; non si può fermarsi nella mortalità delle anime, perchè l'imaginazione e la ragione spezzano le tombe; non si può sostare tra le tombe spezzate dell'Apocalisse, perchè l'anima non può staccarsi momentaneamente dal corpo senza poi fare da , e il giudaismo genera il cristianesimo, che crea alla volta sua il papato. Dominate da un principio, vasto come la religione, mobile come lo spirito umano le nuove epoche di Giannone sono inoltre, vi dissi, filosofiche, per cui si deduce ogni origine dai principj primi della mente, ed essendo pur essa creatrice degli dei, degli eroi divinizzati, delle anime immortalizzate, dei primi sacrificj, del primo culto, della prima religione, questa una volta spiegata colle facoltà dell'intelligenza propaga la spiegazione di culto in culto, di religione in religione, di sistema in sistema, perchè l'uno di essi essendo dato, tutti gli altri ne discendono necessariamente con moto perpetuo.

vogliate dirmi, o signori, esser falso che non credessero gli Ebrei all'immortalità dell'anima, o la religione delle tombe essere antica quanto il mondo, e presupporre fino dai più antichi tempi il regno delle ombre. Io vi lascio al Pentateuco, ai libri dei Profeti, alla Bibbia: prendete pure quanti passi potrete raccozzare su questo dogma, che avrebbe dovuto essere il primo, a dettare le più esplicite pagine ed escluderne cento altre assai più chiare sulla terra promessa; io vi risponderò sempre che si comincia da zero, che l'immortalità dell'anima non è innata, insita, che non esce dal primo moto dello spirito umano; che il regno della morte si fa sempre più ampio colla civiltà; che il paradiso e l'inferno si estendono sempre più ad ogni nuova epoca della storia; e che se passate da Omero a Virgilio, da Virgilio a Dante, e da questa a Milton, voi troverete vittoriosa la legge affermata dallo storico napoletano.

Istessamente voi potrete rivocare in dubbio i diversi limiti assegnati alle sue epoche, che vi trasportano da Abramo ad Esdra, da Esdra a Gregorio I; voi potrete sottomettere ad attenta revisione le sue asserzioni, sul purgatorio negato agli Ebrei, o sulle dieci fasi dell'era cristiana troppo inegualmente distinta in periodi ora di 300, ora di 100 e anche di 70 anni. Gli rimarrà pur sempre il merito di avere proceduto colle idee, di avere fondato il calendario della civiltà sul pensiero, di avergli subordinata ogni data, civile, ogni festa popolare, ogni solennità religiosa, ogni moto politico, ed in ciò consiste l'assunto primo della filosofia della storia.

E se guardate, egli persiste nell'errore per cui faceva dipendere i moti della Storia civile da Teodorico, da Alboino, da Carlo Magno, da Ottone, da Carlo d'Angiò, e in generale dai legislatori, dai conquistatori che cadevano quasi aeroliti sulla terra di Napoli! Nel Triregno tutto il moto parte dal basso, l'idea prima di ogni epoca è presa nelle moltitudini, che non permettono ad alcun capo di sorgere se non per rappresentarla nelle diverse sfere della religione, della politica, dell'arte, della guerra. Chi inventa la risurrezione dei morti? Forse Cristo? no, chè l'accetta dai Farisei. Forse, i Farisei? no, chè l'accettano da Ezechiele, dai poeti, dai filosofi quali l'accettano dallo sviluppo popolare dell'immaginazione e della ragione. Chi inventa il cielo degli spiriti? Forse questo o quel dottore della scolastica? No, ma tutti i pittori, tutti gli scultori, tutti gli oratori che hanno cospirato a celebrare innocentemente le glorie dei martiri e dei santi e che erano sforzati dal popolo a divinizzarli con subitanee apoteosi. Chi ha inventato le pene del purgatorio? Chi le indulgenze? Nessuno individualmente, ma bensì tutti i credenti in massa che spingevano i capi, i dottori, i pontefici in una via nella quale si avventuravano tremando. Chi ha inventato il regno papale? Forse S. Pietro che l'ignorava? Forse S. Silvestro che non lo sospettava? Forse S. Gregorio, sì umile, sì ossequioso verso i Cesari di Bisanzio? Forse Urbano II, che considerava come un attentato contro la giurisdizione dei vescovi il diritto poi usurpato di canonizzare a Roma tutti i santi del globo? Il moto partiva dal basso, dalle idee, dai popoli, ed eraforte che traeva seco e i Barbari dell'invasione e i re più astuti nell'estendere le proprie conquiste.

Ben sentiva lo storico napoletano che colla pretensione di seguire il doppio moto religioso e civile non poteva rimanere sul territorio del regno di Napoli, e per uscire da questa isola fittizia, si trasportava a Roma, senza poi raggiungere il concetto di una storia consociata dei popoli. Ma diremo noi che non lo raggiunge nel Triregno? Che ivi non si accorge che le nazioni sono tutte come individui nella folla dell'umanità, come navi sul pelago della storia? diremo noi che ivi non s'avvede che nessuna di esse è isolata, nessuna insolidale, ma che tutte dipendono dalla religione che cammina col mondo, e si trasforma trasformandole e rovesciando culti, regni ed imperi? diremo noi che non vi conosce le epoche della storia pontificia, le sue rivoluzioni, il trapasso dalla sinagoga al vescovado, dal vescovado al patriarcato, dal patriarcato al papato, e così via via dalle prime acquisizioni di Stefano a quelle di Gregorio VII, di Innocenzo II, di Bonifazio VIII, tutte progredienti e connesse per modo, che questa volta le crociate e l'inquisizione e il cardinalato acquistano nuovo senso, e riassumono tutta la storia del mondo a noi noto? Rileggete sugli indici del Regno papale la Storia civile; rifatela come vi piacerà, e questa volta più non resisterà ai desiderj della scienza.

Lo studio delle leggi era insufficiente nella Storia civile a dominare i casi delle guerre e delle rivoluzioni, e interrotta dalle conquiste, la serie delle legislazioni meridionali presentavasi allo sguardo col disordine delle battaglie, senza origini e senza successione ragionata. Nel Triregno sopragiunge il principio che ordina le leggi: l'idea del cielo sovrasta a tutte le legislazioni della terra, e si spiegano col cielo antico le leggi di Mosè, col cristiano quelle dei Cesari convertiti, col papale quelle del medio-evo; secondo il primo desiderio destato da Aulisio, ubbidiscono tutti i casi della storia romana alle leggi che esprimevano nello spazio e nel tempo la mente di Roma. Quindi sapete perchèpotente è il pontefice contro il gran Federico, pure armato di scienza e sostenuto dalla tradizione dei Cesari; la sinagoga, il vescovado, il patriarcato, il papato hanno talmente avviluppato il potere imperiale, che vane sono le sue forze, e deperiscono nella guerra civile.

L'ampiezza dell'argomento lo dispensa di errare nei labirinti della geografia, e di seguirne le orme stampate dagli imperi sulla terra. Poco gli cale di sapere perchè una nazione rimanga tradizionalmente repubblicana mentre l'altra è monarchica; perchè l'una conti parecchi centri, mentre l'altra si irradia da un'unica e immensa capitale; egli non conosce gli amori gli odj, le attrazioni le ripulsioni fatali delle diverse nazioni (Montesquieu stesso le ignora); ma ci mostra che il papato è reazione occidentale; che sorge in odio al dominio greco, dove la religione obbedisce all'impero; che aspira di continuo ad avvilire il potere dei Cesari coi popoli nemici di Bisanzio; che si estende rendendo l'Italia e l'Europa sempre più, federali: e lo storico prevede talmente la necessità di nuove ricerche sull'affrazionamento dell'Occidente, in odio all'unità bizantina, che scrivendo poi un libro su Gregorio I fondatore del papato, egli scrive un libro di geografia politica.

Da ultimo la poesia della storia da lui negletta nella Storia civile, dove lo abbiamo visto copiare le narrazioni guelfe e pontificie da Costanzo e da Parrino, troppo disdegnando le individualità che non sapeva spiegare, brilla nel Triregno con luce che certo non aspettavasi da un giureconsulto dedito alla prosa delle allegazioni. Sia che egli analizzi la leggenda di Gregorio che libera l'anima di Adriano, o quella dei Francescani e Domenicani che si trasportano in cielo; sia ch'egli confronti Mosè cori con Omero, o che egli salga nel paradiso dell'Ariosto per riassumere il lavoro dei padri e dei dottori, questa volta ogni personaggio acquista il senso di un'idea, corrisponde poeticamente alle leggi della società che lo crea, della Chiesa che lo divinizza, e, vero o falso, diventa un testimonio involontario dell'epoca sua.

In somma, da la filosofia della storia nasce nelle pagine del Triregno, cioè nel principio primo di subordinare tutta la storia all'origine ed alla trasformazione delle idee sul cielo, nel molo moto dato all'insieme delle traduzioni tutte schierate su di una medesima linea, nell'erudizione dominata a nome della religione e di un sistema, nelle legislazioni tutte sottoposte alla evoluzione delle idee religiose, negli individui che, legislatori, conquistatori, pontefici e tribuni, sono spinti dalle moltitudini sulla via di avvenimenti compresi appena dopo la morte; nella poesia studiata come irresistibile manifestazione del popolo che estende il mondo degli esseri invisibili, e da ultimo nella stessa filosofia di cui si studia oramai la nascita e la morte, quasi fosse un'altra poesia dello spirito.

Del resto, se dubitate di lui e di voi, confrontatelo col Vico suo concittadino e contemporaneo, di cui non dubitano neppure gli increduli della filosofia, e vedrete che Giannone si propone la stessa meta dell'inventore della Scienza nuova, cioè di conoscere stesso, di conoscere l'uomo nella umanità, di trasformare la storia in una vera e perpetua psicologia. Come Vico, il suo primo passo per dominare le vicissitudini della storia è lo studio della giurisprudenza romana, e pubblica la Storia civile appunto negli anni in cui esce il meraviglioso libro del suo concittadino de uno universi juris principio et fine uno. E come Vico, egli parte da zero, cioè dalla negazione di ogni culto, di ogni Provvidenza, dall'ignoranza assoluta degli uomini selvaggi, fieri, eslegi, e poeticamente in traccia di una terra dove cessino di errare colle tende del deserto. Per l'uno come per l'altro la religione è errore eterno, necessario, indispensabile alla società; sorgono spontanei i culti dalla mente d'ogni popolo, si corrompono fatalmente cogli irrequieti raffinamenti dei poeti e dei filosofi, e le epoche della storia della terra si determinano con quelle della storia celeste. L'idea che l'antichità si ripeta nel medio evo, riproducendo le divinità pagane nei santi protettori della città, è anch'essa comune alla Scienza nuova e al Triregno, e se non abbiamo chiuso il ciclo di Giannone imitando i ricorsi del Vico resta nell'uno quanto nell'altro il principio, che sorgono e cadono per rinascere gli imperi, che le stesse scoperte sono state più volte perdute e rifatte nel corso dei secoli, e che la barbarie si alterna di continuo colla civiltà nello spazio come nel tempo. Ambedue poi i cittadini di Napoli considerano l'uomo come la regola dell'universo, la sua divinità vera o falsa come l'unica luce che brilla nel mondo, e se parte dal basso il moto del Triregno, quello della Scienza nuova parte talmente dalle moltitudini e dalla volgare loro sapienza, che toglie ogni valore personale ai capi, sforzandoli a non essere altro che miti o personaggi ideali.

Non parlo di altre analogie tra i due scrittori stabilite dalla scienza, dalla patria, dall'epoca. Citano entrambi nello stesso modo Varrone, parlano egualmente dell'era in cui mescolavansi gli dêi cogli uomini, fissano parimenti lo sguardo su Omero considerato come rivelatore de' suoi tempi, sfogliano nello stesso modo Tito Livio considerato come l'interprete della Republica Romana, ammirano istessamente l'antica Roma come il tipo della sapienza civile, sono egualmente ingegnosi nell'originalità delle interpretazioni e nel maneggio dei miti. Quando Giannone parla dell'opinione di Plinio e di Tacito, che il cielo sia riservato agli dêi e la terra agli uomini, credereste d'intendere la voce di Vico; quando nota nelle Memorie che ogni popolo si crede il progenitore più antico degli altri popoli, e che questa vanagloria conferma la idea comune a tutti di riputarsi destinati a invadere il mondo con un regno terrestre, egli rivalizza ancora col Vico, il quale trova invece in questa opinione la prova che idealmente la stessa è l'origine di ogni nazione, attonita poi e scioccamente boriosa nel vedere i propri dêi tra gli esteri. Anche quando citano entrambi Diodoro Siculo, l'uno per approvarlo l'altro per maledirlo, vedete nell'opposizione dei sistemi la conformità degli studj.

Ma l'analogia diventa moto scientifico di un medesimo genere d'invenzione quando i due concittadini leggono il passato nelle epoche posteriori, e risalgono verso la più remota antichità coi dati di una civiltà che ne svisa le memorie. Voi conoscete la favola della rete di Vulcano che sorprende l'adultera consorte e la svergogna con Marte innanzi agli dêi dell'Olimpo; il Vico vi scorge le traccie di una più severa istoria, in cui gli dèi e gli uomini dei senati primitivi svergognano i falsi connubj degli eslegi e dei plebei che volevano imitare il matrimonio della famiglia eroica. Voi conoscete la favola di Giunone appiccata da Giove che le mette due incudini ai piedi; il Vico vi scorge pure la reminiscenza alterata di una solennità anteriore, in cui la dea delle nozze patrizie non è punto punita, ma tolta alla libidine plebea e fissata alla terra colla stabilite dalle incudini. Quasi tutta la Scienza nuova è un continuo lavoro per ristabilire colle storie di poeti lascivi e corrotti altre storie di tempi anteriori e barbari, in cui nessuno sospettava il libertinaggio dell'arte incivilita. Collo stesso metodo risale Giannone nella serie dei secoli, e vede sotto al cielo poetico del medio evo il cielo inferiore dell'Apocalisse e del Cristianesimo primitivo; come pure discerne nell'imperiosa risurrezione dell'Apocalisse le anteriori larve dei Farisei e di Ezechiele; come pure, trasportandosi ai tempi più lontani, mostra nelle sue Memorie come la frase omerica in cui le generazioni degli uomini si succedono sempre nuove, simili alle foglie degli alberi, smente l'altra descrizione omerica più recente, in cui si raccolgono le ombre dei trapassati nell'inferno visitato da Ulisse. Se in questo giro d'ipotesi a traverso i diversi strati delle passate tradizioni più originale è l'autore della Scienza nuova, al certo più ampio, più vero, più istorico è lo scrittore del Triregno.

 Gli errori di Giannone sono senza dubbio numerosi, ma sono gli errori della scienza nascente; sono ancora gli errori di Vico. E dite pure che passando dalla Storia civile al Triregno muta di metodo, e invece di scender dall'alto, sale dal basso, spiegando i capi colle moltitudini. Il mutare di idea è condizione talmente inseparabile dall'invenzione, il sostituire i popoli ai capi è sì necessaria e sì difficile condizione della scienza istorica, che Vico capovolge egli pure interamente il suo metodo nel passare dal libro Sull'antichissima sapienza degli Italiani al libro della Prima Scienza nuova, e laddove trattando dell'antichissima sapienza italiana supponeva che i filosofi avessero inventata o perfezionata la lingua latina, nel parlare poi delle origini del diritto delle società e delle religioni e delle lingue stesse si ricrede di questo suo errore insegnando come siano al contrario i popoli inventori di ogni nozione, poi meditata dai sapienti e nuovamente elaborata nelle accademie dei dotti.

Dite pure che l'erudizione dell'autore della Storia civile è negligente, e che troppo ciecamente si fida degli altri storici quando la scintilla dell'invenzione non lo spinge a rivedere i fatti: ma voi trovate la stessa negligenza assai più esagerata nel suo concittadino quando imagina i suoi uomini primitivi prima giganti, perchè materialmente ingrassati dal fango in cui giacevano, poi spaventati da uno scoppiar di folgori ingenerate duecento anni dopo il diluvio coll'umidità della terra, e più tardi intesi non si sa come a legare le loro donne nelle grotte perchè non se ne vadano altrove:.

Rimproverate pure allo storico napoletano di starsi rinchiuso nei limiti dell'erudizione greco-latina, d'ignorare l'Oriente, la China, l'America in un'epoca in cui tutti cercano avidamente lo spettacolo della sconosciuta civiltà, e di meditare come se vivesse al secolo XVI, senza neppur indagare qual religione sia inaugurata nella vicina Bisanzio. Ma quale cognizione aveva Vico dell'India? qual idea formavisi della China? Aveva egli almeno letti gli scritti di missionari? qual profitto traeva da tante relazioni sui popoli dell'America? Quale studio faceva sulle diverse storie e mitologie della stessa Europa? Viveva anch'egli come un contemporaneo del cardinale Bessarione.

Si può censurare la filosofia di Pietro Giannone, e dirla molle e latitudinaria, troppo contenta degli atomi di Epicuro e dei primi erudimenti di Bacone, troppo inferiore a Leibnitz ed a Locke, egualmente incapace di astenersi risolutamente dall'ontologia e di affrontarne i tenebrosi misteri. Si può asserire che la sua psicologia troppo rozza e infantile lascia oscuro il periodo primo e decisivo delle origini, per cui non si sa se sorga questo davvero col primo gioco delle facoltà intellettuali, come la statua pensante si formi i primi concetti del diritto, delle religioni e della società, con qual processo passi d'idea in idea, di sistema in sistema.

E qui spieghiamoci chiaramente. D'onde viene secondo lui la prima sapienza di Mosè, di Licurgo, di Romolo che egli crede simile a quella di Tito Livio o di Plinio il naturalista, di Bacone o di Gassendi? Forse dall'intuizione genuina della natura? Forse dalla conformità ancora inalterata delle idee colle cose da esse rappresentate? Sta bene; ma allora perchè mai l'infante, perchè mai l'uomo del volgo si allontanano dalla natura primitiva delle cose? Perchè creano essi gli dêi, le ombre, i geni dell'aria e gli enti fantastici dai quali pure dipende l'intero corso della storia! Non potete dedurli dall'ignoranza perchè l'ignoranza è negativa e l'assenza di idee è pure sempre assenza di errori. Non potete derivarli dalla poesia, dall'imaginazione, dall'arte, perchè altro è il fingere, altro il credere, e nessun scultore adora la propria statua. Non potete trarne l'origine dalla riconoscenza dei mortali per gli illustri trapassati dal terrore inspirato dai più celebri tiranni dai capricci della speranza e del timore, dalle pie frodi dei capi, perchè la riconoscenza, il terrore, la speranza, il timore, tutte le passioni, tutte le astuzie devono pur sempre seguire i fanatismi del nostro intelletto, possono avviticchiarsi al nulla e il dogma deve sempre precedere la fede e le opere. L'astuzia, la frode, l'impostura sacerdotale nulla potrebbero se alcun che di falso non si propagasse, cui si possano dare forme divine e se non potete spiegare l'apparizione dei culti colla poesia, colle passioni, coll'impostura che sono le cause enumerate da Giannone, rimangono essi al di fuori della filosofia della storia, e la sapienza del volgo più non può ricongiungersi con quella dei filosofi; allora Platone non ha più nulla di comune colla Grecia, Gassendi colla Francia, ogni sapiente col popolo che gli la vita, e allora come mai rendersi ragione dei fondatori delle nazioni e dei legislatori?

Ma questa critica che giustamente potete fare a Giannone si estende egualmente all'autore della Scienza nuova la cui grettissima ontologia si ferma nei punti metafisici senza discutere Leibnitz, senza citare Giordano Bruno, senza parlare dell'anima; la cui psicologia non è meno molle e latitudinaria di quella di Giannone, e la cui analisi è sì poco rigorosa che vi lascia libera la scelta fra tre ipotesi diverse sul destarsi in noi delle idee. Difatto vi compone egli l'uomo con due teorie distinte; nell'una delle quali, le idee sono innate come le dice Platone, nell'altra vengono dai sensi come lo dice l'opposta scuola. La sua storia ideale vi quindi due storie, l'una platonica, l'altra materiale; l'una irrumpente dall'intelletto, l'altra penosamente acquistata coll'esperienza, ; l'una che Mallebranche avrebbe accettata vedendo tutto in Dio, l'altra che Bacone avrebbe accolto verificando tutto col senso. Qual relazione tra l'una e l'altra? Ora Vico dice che la sapienza volgare è imagine della sapienza filosofica, ora che la poesia è il preludio della scienza platonica, ora che l'imagine desta l'idea e serve di occasione per afferrarla nella sua astratta verità e in ogni modo siamo nelle latitudini di un sistema embrionaria: e si resta come nel Triregno, come nell'Ape Ingegnosa colla più profonda indecisione benchè in modo diverso.

In mezzo a tante coincidenze, non mancano certo le differenze tra i due filosofi, ma sono ancora le differenze della nuova scienza che si biparte secondo le due opposte tendenze della filosofia, perchè l'uno è razionale, l'altro esperimentale; l'uno crede a Dio, l'altro alla natura; l'uno accetta l'ordine eterno, l'altro proclama un eterno disordine; l'uno s'inchina dinanzi al pontefice, l'altro s'inchina dinanzi all'imperatore; l'uno crede che l'empietà corrompa il mondo, l'altro che lo salvi; e se volessi continuare il confronto, dovrei esporvi tutta la Scienza nuova e l'intiero Triregno, che si toccano per respingersi in tutti i punti.

Ed io vi accorderò senza discussione che Vico sovrasta al suo concittadino coll'altezza dell'uomo di genio sull'uomo d'ingegno: ma su di che si fonda la sua superiorità? ponderate l'interrogazione, e ricordatevi una volta per tutte, che qui si tratta di idee e non di merito, di leggi e non di elogi, di fenomeni intellettuali e non di panegirici morali. Su di che, io domando, si fonda il genio di Vico? sull'essere egli giunto al concetto di una storia ideale, eterna, comune a tutte le nazioni, le quali nascono e muojono nel tempo. Perciò la sua scienza è universale, assoluta, come le leggi del pensiero; perciò egli trasporta e la filosofia, e la giurisprudenza, e la cronologia, e la geografia, e tutti i rami del sapere sulla base di un storia superiore all'esistenza stessa degli uomini e delle nazioni; perciò, data la mente umana, la sua storia rimane vera tanto nel caso in cui la terra fosse destinata a girare intorno al sole sempre vuota d'abitanti, quanto nel caso opposto, in cui mille volte più ampia, più antica e più durevole dovesse contenere infiniti popoli simili ai Greci ed ai Romani. Insomma, il suo merito è di creare un complesso di leggi generali, di essere profondamente sistematico, cioè di sfidare tutti i problemi, tutte le objezioní, tutti i misteri, tutte le oscurità del passato, del presente e dell'avvenire, ed è questa la condizione rovinosa ma necessaria del genio; a questo patto può vivere immortale e lasciare ai minuti letterati, alle diligenti mediocrità, ai correttori di stampe di ogni specie la cura di rivelare i suoi errori, ai quali rimane in certa guisa straniero nella sfera delle idee. Ma guai a voi se voleste togliere il Vico da queste alture, ed obbligarlo a discendere sulla terra, nel campo dell'erudizione volgare; guai a voi se voleste portare nella Scienza nuova la sfacciata luce dei viaggi, delle relazioni, dei dizionari ultimi; allora vedreste il sistema impallidire, i suoi circoli ideali svanire nel nulla, la sua necessaria ripetizione dell'antichità nel medio evo ridotta ad un sogno, le sue interpretazioni di Giove, di Giunone, di Mercurio, le sue assimilazioni tra le religioni dell'Egitto, della Grecia, di Roma ridotte a un turbinio di analogie incessantemente roteanti intorno all'idea fusa del senato romano sempre nascente in tutti i popoli antichi e moderni, e smentita da tutte le istorie più antiche e più moderne di Roma.

Ma credereste voi di vedere svanire nel tempo stesso il Triregno? Voi lo trovereste invece avido di relazioni, di viaggi, di dibattimenti moderni, di tutta l'erudizione che distrugge la Scienza nuova; voi lo vedreste estendersi colle nuove rivelazioni sull'India, sull'America, sul Giappone, e tra le vostre mani quella storia tutta positiva dell'anima che passa dalla tomba di Abramo all'Apocalisse dei cristiani, al cielo di S. Gregorio, diventerebbe la traccia di una storia ideale più ampia, più estesa, meglio generalizzata in tutte le tradizioni del genere umano. La China ve la mostrerebbe ripetuta senza interruzione nei suoi annali di cinquanta secoli. I suoi primi imperatori non sono forse veri patriarchi in traccia di un regno terrestre? Essi costruiscono l'impero colle loro mani, lo sottraggono alle inondazioni, lo rassicurano contro i cataclismi del Kiang e del fiume Giallo, esigono che gli astronomi premuniscano i popoli contro lo spavento delle eclissi ed organizzano in modo il governo che diventa una conquista perpetua della terra promessa a nome dell'arte e dell'industria. Gli altri imperatori si estendono colla muta religione degli antenati e colle leggi, con usi, con instituzioni che escludono persino il sospetto che si trasporti oltre la temba19 il destino del popolo chinese. Ma quando poi il celeste impero si costituisce con una conquista simile alla conquista dei Romani compita nel medesimo torno di tempo, allora i sogni dei settarj e il vaneggiare del volgo corrompono la muta religione degli antenati ed evocano innumeri spettri. Quindi negli stessi anni in cui il cristianesimo annunzia la resurrezione spezzando le tombe, anche alla China il Buddismo rompe il sonno inviolato degli antenati e si mettono le moltitudini alla ricerca di un regno celeste, anche alla China simile ricerca propaga il disprezzo del mondo e dell'impero che si decompone o decade, come a Roma, anche alla China scissa ne' due imperi del nord e del sud sorge a Nan-King una nuova capitale simile a Bisanzio per dedicarsi al culto del regno celeste, anche alla China i nuovi settari giungono a traverso le persecuzioni a fondare i loro vescovadi e patriarcati i quali egualmente nei tempi di S. Gregorio ubbidiscono ad un pontefice supremo, col quale può dirsi che pure il Buddismo abbia il suo cielo pontificio o poichè gli troviamo e la donazione di Caro Magno alla chiesa fattagli dai Tartari nel Tibet e perdonanze, indulgenze, processioni, pellegrinaggi, monasteri e tutta una teologia con scuole, dottori, dispute, concilj assolutamente estranei all'antica sapienza chinese, che perdura nei mandarini studiosi della dottrina Confucio e della letteratura degli Han come in occidente i dotti ed in genere gli uomini simili a Giannone risalgono non a S. Gregorio o a S. Agostino o a Tertulliano, ma i tempi greco-romani dove trovano i primi loro maestri in Socrate in Platone o in Epicuro, ne' Bruti, ne' Gracchi, negli Antonini cioè negli uomini grandi dell'era del regno terrestre.

Come mai la lillipuziana istoria ideale di Vicoangustiata tra Roma e Atene avrebbe potuto abbracciare nazioni con periodi non sospettati di oltre quattromila anni! Come mai non deplorare il vaneggiare su Venere e Giunone cui la froza20 del genio necessariamente sistematico condannava l'autore della Scienza nuova? Giannone che non lo eguaglia per l'altezza della speculazione, e che non sostiene il confronto nell'argutezza della psicologia istorica, trovasi per così dire in casa sua nel mondo moderno s'associa naturalmente a tutti i viaggiatori, a tutti gli esploratori, a tutti i navigatori: non una notizia pervenutaci dall'Oceania o dall'America, non un coltello disotterrato dalle embrioniche rovine dell'età di pietra che non lo estenda e non gli serva di commento, che non confermi le su tre ere dei morti, de resuscitati e dei divinizzati, e per giunta nel mentre che Vico vinto dalla devozione e dal servilismo dimentica il mondo moderno e la scintilla del diritto che la crea, non un giurista non un legislatore, non un tribuno sorge da cento anni contro l'autorità della Chiesa senza essere anche inconsapevolmente suo discepolo. Tale è la condizione della natura umana, il genio metafisico confina colla demenza e un senso di avvilimento si ritrae dall'analisi ultima delle sue creazioni; ma il più modesto degli osservatori trova nella natura che gli è madre un insegnamento sempre, superiore alle sue stesse aspettative.

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LEZIONE OTTAVA

 
 
L' ARRESTO DI GIANNONE.

 

Nel 1733 Giannone poteva credersi il più grande italiano del suo tempo, e pareva che la fortuna gli sorridesse, poichè nel medesimo istante in cui finiva il Triregno, l'Italia sciolta dal giogo dell'Austria diventava indipendente. Napoli risorgeva coi Borboni, nuova dinastia che rianimava ogni speranza, la Lombardia accoglieva il re di Sardegna in lotta contro la santa sede e felicissimo nella sua ambizione, tutti gli altri Stati erano liberi come ai tempi del risorgimento, e di rimbalzo la mutazione italiana sgominava nella capitale dell'Austria quel dicastero d'Italiaostile a Giannone, quel dicastero viennesefreddamente protettore, e tutti quegli altri signori che lo avevano disanimato dal porgere loro i suoi consigli sui diritti dei principi contro la Chiesa. Poteva egli soffermarsi più a lungo sul Danubio? Quasi volesse renderlo felice per forza, la fortuna gli toglieva la sua pensione di mille fiorini sulla secreteria delle Due Sicilie, per cui senza mezzi, in una capitale immiserita, dove i grandi congedavano la servitù e vendevano le carrozze, egli doveva assecondare per necessita il suo desiderio di rivedere la patria, e il voto degli amici che lo richiamavano a Napoli.

Appena giunto a Venezia tutti gli sorridono, sulla piazza di s. Marco tutti lo salutano per nome, egli può oramai credersi in casa sua, fra i migliori suoi amici. Noli Non è egli forse il continuatore di Fra Paolo Sarpi?

«Saputosi in Venezia il mio arrivo, dice egli nelle memorie inedite, essendomi una mattina portato in piazza di S. Marco mi vidi, fuor di ogni mia aspettazione circondato da un gran numero di gentiluomini tutti salutandomi per nome e l'uno additandomi all'altro tutti concorrevano per vedermi e farmi esibizioni così affettuose, e gentili che io pieno di confusione appena bastava a rendere grazie ed a rispondere alle tante domande che mi facevano spezialmente della mia partenza da Vienna e dove pensava incamminarmi». Ma le prospettive dell'Italia indipendente non potevano più insidiosamente combinarsi per tessergli un più amaro inganno. Qual era questa nuova indipendenza? A Napoli quella di Carlo III re spagnuolo principe più devoto alla santa sede che mai non lo fossero stati i vicere dell'Austria e della Spagna; ignoravasi qual senso dovesse avere il dominio piemontese in Lombardia; in odio al Piemonte la reazione si manifestava in ogni stato e dapertutto il papato svolgeva più libera la sua influenza sciogliendosi dalle catene ghibelline della Germania. Quando Giannone si recò all'ambasciata di Napoli per chiedere il suo passaporto, il ritorno in patria gli venne rifiutato per compiacere al pontefice, invano egli si rivolse all'ambasciata spagnuola e da esule volontario e protetto come lo era in Vienna trovossi mutato in esule ufficialmente espulso da Napoli.

Presto l'accoglienza stessa che riceveva in Venezia, le offerte, le gentilezze dei nobili, il rumore del suo arrivo, la celebrità crescente del suo nome destano l'attività della Compagnia di Gesù che teme in lui rediviva l'influenza di fra Paolo Sarpi. Invisibili avversarj si frammettono ad ogni crocchio d'ammiratori, e fanno piovere su di lui una minutissima tempesta d'interrogazioni sui suoi disegni, sui suoi viaggi, sulle sue opere, sui più intimi suoi pensieri. «Sempre che io capitava sulla a piazza di S. Marco (sono le sue parole), trovava ivi persone che notavano tutti i miei detti ed andamenti, onde che fossi nel parlar cauto e ritenuto anzi meglio avrei fatto se me ne fossi astenuto, poichè ad ogni mia parola si davano maligne interpretazioni, e sovente ero calunniato per cose da me meno pensate che dette».

Egli aveva lasciato in Napoli un figlio naturale affidato a suo fratello Carlo incaricato di amministrare la sua povera fortuna: ma appena il fratello conosce l'impossibilita in cui si trova di giungere a Napoli diventa incerta la sua fedeltà al mandato e lo storico trovasi obbligato a chiamare presso di il figlio Giovannino. La cabala sacerdotale lo insegue poi nelle sale dei grandi; penetra nella casa del senatore Pisani, che lo ospita unitamente al figlio; con cento pettegolezzi maligni e suggestivi se gli fa intendere che pesa oltre la discrezione sulle finanze di Pisani; si fa notar a Pisani che s'impegna ad una rovinosa ospitalità; tosto la maldicenza si estende ai suoi libri e lo accusa di aver predicata la- libertà dei del(21) mare Adriatico a detrimento della repubblica. Disarmati da una lunga apologia manoscritta, gli occulti suoi nemici lo associano ad una setta imaginaria di ottanta gentiluomini colpevoli di burlarsi del papa, delle preghiere e dei miracoli, e si propaga che non crede alla lingua fresca di san. Antonio e al legno dell'Arca che sparge un perpetuo odore di rosa. Anche questa. volta egli si giustifica; ma i tre inquisitori di Stato essendo mutati, due di essi sono amici dell'ordine di Gesù, e senza consultare il terzo; loro collega, lo dichiarano colpevole di frequentare le ambasciate, vivendo in casa di un senatore, e decretano la sua immediata espulsione sotto pena di morte se tocca di nuovo il territorio della repubblica. Una sera all'istante in cui rientra in casa due sconosciuti lo prendono in mezzo, gettano un fischio, si vede circondato dalla sbirraglia, coperto da un mantello e condotto in presenza di un giudice, che lo fa subito imbarcare e deporre a Crispino terra delle Chiesa. Voi indovinate, signori, che i tribunali dell'Inquisizione ecclesiastica di Ferrara, Bologna, Firenze, Pisa e Genova erano già avvisati del suo probabile arrivo e non eravi principato, non repubblica che potesse oramai servirgli d'asilo.

Felicemente per lui le polizie erano allora lontane dall'attuale loro perfezione per cui simili a macchine congiunte da innumerevoli ruote si trasmettono adesso con squisita perfezione i loro rapporti da un capo all'altro dei mondo. Deposto a Crispino egli trova tosto un vetturino che lo trasporta a Modena sotto mentito nome. Ma la miseria, questa compagna indivisibile dell'esule lo insegue, lo riduce a vivere con piccolissime somme, vere elemosine spedite dai suoi amici di Venezia, e raggiunto dal figlio, si reca a Milano allora, come vi dissi, sotto il dominio Piemontese. Pareva che ivi dovesse egli respirare poichè alla fine vi trovava la bandiera: di un re, maledetto dal pontefice e circondato da soldati che occupavano i vescovadi vacanti nel mentre che i suoi professori erano anch'essi condannati dalla corte di Roma. Sembrava dico che la vittima più illustre dell'oscurantismo nazionale potessi scorgere nel principe sabaudo quasi l'unica stella d'Italia, e nella città di Torino ottenere quell'asilo protettore che non gli aveva rifiutato l'imperiale Vienna. Ondeggiante nell'amaro contrasto tra le apparenze e la realtà, lo storico consulta gli amici e tra gli altri il principe Trivulzi che aveva lasciato a Venezia e che lo avea22 raccomandato a sua moglie rimasta in Milano.

Non fidatevi, tosto gli risponde il principe da Venezia; sventuratamente l'autore del Triregno segue l'opposto consiglio, ed assistito dalla principessa Trivulzi e dal marchese Olivassi, capo della giunta Lombarda, si rivolge al primo ministro, il marchese d'Ormea, offrendosi al re:

«Scrissi, diss'egli, al marchese d'Ormea una molto umile e dimessa lettera, esponendogli i miei duri casi e pregandolo fervorosamente della sua intercessione presso la maestà del re, al quale io con tutto lo spirito avrei in suo servizio sagrificato tutto il rimanente della mia vita in qualunque occasione che la mia opera, la mia penna potesse essere di suo gradimento ». Si sperava che sarebbe nominato istoriografo del re.

Era il Marchese d'Ormea uomo abile, risoluto, rotto negli equivoci della corte sabauda, iniziato alla politica disperatamente felice tra l'Austria. e la Francia, per cui il regno erasi esteso, e Vittorio Amedeo II abdicando l'aveva raccomandato al figlio come uno degli uomini più utili alla corona. Di fatto presto riformava le finanze, soppiantava i rivali, s'innalzava al primo posto tra i consiglieri del re, lo difendeva consigliandogli di imprigionare il padre dimissionario, si arricchiva colle doti delle mogli, colle eredità, con una fabbrica di panni, con quell'onestà che non escludeva i più positivi calcoli dell'arte di accrescere e regnava collo sfarzo e colla sicurezza del gran signore indispensabile al trono, ed autore primo di una guerra che aveva raddoppiato il regno. Gli rimaneva di consolidarlo ottenendo la pace dal pontefice, verso il quale gli conveniva fare i primi passi con delicatissima cortesia. Appena vede la petizione di Giannone, che gli si dichiara vittima della religione a causa delle sue lotte contro i canonisti, tosto gli balena nella mente l'ingegnosa idea di sacrificarlo al papa per inaugurare le trattative del Concordato. Scrive quindi a Milano di scacciarlo nel termine di 48 ore, e ne trasmette graziosamente la notizia al cardinale Albani, protettore di Sardegna presso la Corte di Roma. I cardinali se ne rallegrano, ed incoraggiano il ministro a perseverare nella buona via, scacciando lo storico anche da Torino e da Chambery, dove vi capitasse. «Si spera, (gli risponde l'Albani il 13 ottobre 1735), che altrettanto farebbe Sua Maestà se mai si ricoverasse ne' suoi dominj». «Notate almeno (replica il ministro il 1.° novembre) che non è restato a Milano sì lungo tempo quanto a Venezia». Nuova contentezza nel concistoro, che questa volta chiede di più. «Se avessimo creduto, scrive Albani, d'incontrare tanta condiscendenza, avremmo domandato che Sua Maestà l'avesse fatto arrestare, per togliere a quel disgraziato il modo di far più male; come potrebde23, se mai si potesse in paese eretico». Ma il ministro aveva già prevenuto questo pio desiderio. Visto che il sacrificare Giannone giovava meravigliosamente ai preliminari di una riconciliazione, subito egli aveva decretato di arrestarlo. Se non che tardi era giunto il nuovo ordine a Milano, tardi era stato ripetuto a Torino e sulla via di Savoja, e la frontiera Svizzera proteggeva oramai lo storico, rifugiato col figlio a Ginevra. Eccovi le cordiali spiegazioni subito date il 13 dicembre dal ministro al cardinale. «Sulla notizia delle intenzioni dichiarate dal famoso Pietro Giannone di voler passare a Ginevra, s'erano date le disposizioni necessarie per farlo arrestare... Spedii subito ordine sulla rotta, ma non si potè cogliere... e se fossi riuscito, aveva risoluto di mandarlo legato al papa sin dentro di Roma, scortato da un distaccamento di dragoni. Desidero sinceramente che le attenzioni incaricate nuovamente al signor conte Picon (governatore di Savoja) sortiscano il loro effetto, perchè in tal caso Sua Santità potrà conoscere, che se nelle cose temporali la disgrazia ha voluto che non si siano potute incontrare in questa corte le dovute convenienze, nelle spirituali non vi ha però chi superi Sua Maestà nella devozione ed ossequio verso la Santa Sede ».

Per tal modo il boa dell'Inquisizione cattolica stendeva le sue spirali dal papa al cardinale, al re, al ministro; e scendeva a Chambery, dove il conte Picon governatore aveva l'incarico di rapire lo storico, incarico tosto trasmesso ad un doganiere per nome Guastaldi, fratello di un ajutante di campo del governatore stesso. L'arresto secondo le candide espressioni dell'ordine, in data del 10 dicembre 1735, doveva essere fatto «con tutta destrezza e piacevolezza, perchè non soffrisse strapazzo alcuno».

Arrivato a Ginevra, l'esule era lontano dal credersi sull'orlo di un precipizio. Cha anzi i decreti a lui comunicati gli interdicevano solo Venezia e Milano, senza neppure escluderlo dalla Savoja e dal Piemonte; si stabiliva adunque in tranquillissima pensione da un tale Chenèvè, accudiva pacificamente alla edizione francese della Storia civile, vagheggiando la prossima pubblicazione del Triregno, e poteva intanto darsi a' suoi gusti campestri visitando tutti i villaggi del lago. Suo figlio Giovannino passeggiava, correva e spendeva cogli amici e compagni quel brio giovanile che sembra dato dalla natura alla prima età dell'uomo per fargli conoscere lo spazio misuratogli dal suo destino. Ingenuo, risoluto, vivacissimo, a dieci anni era fuggito da una zia di Vestì per raggiungere la madre a Napoli: maltrattato dallo zio Carlo e chiesto dal padre a Venezia, era diventato l'idolo della casa Pisani, e a Ginevra vagava qua e , amato da tutti. A poco a poco diventa compagno intimo di un giovane piemontese; brutto, diforme, guercio dell'unico occhio lasciatogli dalla natura, ma gioviale, animoso, alla buona, facile ad affezionarsi, e già da lunghi anni familiare della casa Chenèvè che lo aveva esperimentato ottimo uomo.

Benchè rozzo e senza lettere, diventa esaltato ammiratore del padre di Giovannino, lo onora, lo frequenta, gli prodiga ogni servitù, lo sbalordisco con cento elogj, si sforza di studiare le sue opere, e ottiene il di lui ritratto come il più prezioso dei doni. Poi crescendo l'intimità, gli offre iteratamente l'ospitalità nella sua casa Vesenà sulla riva piemontese del lago di Ginevra, dove il Chevènè era stato cento volte, e dove Giovannino si reca presto anch'esso a diporto. La gita era un incanto, il soggiorno una festa, e all'approssimarsi di Pasqua il buon piemontese persuade a Giannone che facendo le sue devozioni lontano dall'eretica Ginevra, in quel villaggio tutto cattolico e sabaudo, si concilierebbe la benevolenza dei fedeli e forse il loro perdono. Stimolato da Giovannino, lo storico s'imbarca alla fine: il giorno era chiaro, placido, ameno; tosto arriva alla sponda sabauda, e nel tragitto dallo sbarco a Vesenà incontra l'ospite che avendolo preceduto sospirava la sua venuta. L'ospite era il Guastaldi, ufficialmente incaricato di consegnarlo a S. M. il re di Sardegna con destrezza e piacevolezza; senza fargli alcun strapazzo.

Quando entrò nella casa del traditore, la gioja di costui fu sì strana, le sue esagerate lodi pigliarono coloresinistro, che lo storico cominciò a dubitare della sorte che lo attendeva. A stento ottenne di ritirarsi dalla cena col figlio: alloggiato in una casa vicina, si voleva rifiutargli la facoltà di chiudersi a chiave nella sua stanza, e nel cuore della notte, sfondata la porta, vide entrare «più uomini armati, dice egli, che parevano tanti orsi, così erano ruvidamente vestiti, senza schioppi, ma con forche di ferro, lancie e lunghi spiedi, i quali dando certi urli dissoni e confusi si avvicinarono al letto e postici la punta della lancia alla gola, mostrarono di volerci scannare». Furono presi e legati con cinte e corde, perchè tale, diceva Guastaldi, era l'ordine del re e del papa.

lo Io potrei dirvi, o signori, come i due prigionieri fossero condotti di stazione in stazione, da Vesenà a Chambery, da Chambery a Miolans; come fossero scortati da cinquanta masnadieri, come Guastaldi li precedesse a cavallo col ritratto di Giannone a guisa di bandiera gridando: un grand'uomo, un grand'uomo, e felicitandosi della preziosa cattura; potrei dirvi come in ogni fortezza fossero gli infelici sempre trattati con destrezza e piacevolezza, e graziosamente accolti ed accuratamente ammanettati. Ma io vi lascio alle Memorie dello storico, che presto, io spero, saranno stampate24, e limitandomi ad osservarlo sotto l'aspetto dell'idea che rappresenta in mezzo all'Italia del suo tempo, vi dirò che subito il pontefice ringraziò con suo breve il re e ne celebrò l'atto con ampia lode, dicendo: «simili ingegni turbolenti celermente dover essere sconcertati e allontanati dal consorzio degli uomini». Il re alla sua volta attestò di propria mano al conte Picon «l'agrèment très distinguè avec lequel il avait reçu la nouvelle de l'emprisonnement de Giannone etc.» Il felicissimo marchese d'Ormea scrisse lettere sopra lettere allo stesso conte per intimargli di procurarsi i manoscritti lasciati a Ginevra dal prigioniero, di penetrare le sue intenzioni, le sue opinioni, se avesse voluto apostatare, se, in una parola, si potesse trovare mezzo per autorizzare ogni più violenta misura, ad edificazione del papa. Gli ordini dovevano essere sempre eseguiti «d'une maniere gracieuse» e promettendo al prigioniero la sperata libertà; e raggiungevasi difatto lo scopo con nuovo inganno usato de25 Guastaldi, che s'impadroniva di ogni cosa lasciata a Ginevra. Giovannino fu trattenuto per un anno e mezzo nella fortezza di Miolans, poi una notte subitamente liberato, ed anzi cacciato dalla prigione senza che potesse congedarsi dal padre, e messo solo sulla via d'Italia perchè non prendesse quella della Svizzera, dove avrebbe potuto scoprire gli inganni usati dalla polizia piemontese per impadronirsi dei libri e dei manoscritti lasciati a Ginevra. Il marchese d'Ormea avrebbe voluto compiere l'opera facendo condurre il prigioniero legato fin dentro di Roma, in mezzo a un distaccamento di dragoni, come lo aveva promesso; ma questo suo estro, come lo chiama in una sua lettera all'Albani, non potè aver seguito essendovisi opposto il re, la cui dignità sarebbe stata troppo vilmente sacrificata, e fu stabilito per compenso che Giannone rimarrebbe a perpetuità nelle fortezze del regno.

A capo di due anni, trasportato a Torino, vide entrare nella carcere un prete dell'oratorio, il padre Prever, che gli disse: signore, il re mi accorda sei mesi per operare la sua conversione, ma qualunque sia l'esito mio, non speri di uscire da queste mura, e solo pensi all'anima sua. Dovette credersi il prigioniero in mezzo ai briganti, e siccome il diritto romano, che era il suo Vangelo, gli insegnava che ogni dichiarazione fatta sotto l'impero della forza maggiore è nulla, egli rientrò nel seno della Chiesa non poteva desiderare una più categorica disdetta.

Lo storico dichiarò di conferire spontaneamente dinanzi al tribunale del santo ufficio per sgravare la sua coscienza e di sottomettersi in tutto e per tutto alla santa Chiesa e al suo tribunale. Variamente interrogato, egli rispose sempre cattolicamente. Sforzato di specificare i suoi delitti, 1. desiderò che fosse annullata la Storia civile; 2. che si spegnesse affatto la memoria, d' una risposta da lui fatta al padre Sanfelice; 3. ritrattò, condannò, abjurò, e detestò tutte le proposizioni scandalose, temerarie, false, contumeliose, erronee e prossime all'eresia del suo libro sui dicasteri di Vienna; 4. dichiarò che i venti volumi dei suoi manoscritti e le sue operò26 inedite non avrebbero mai dovuto tenersi in casa di un fedele, e 5. finalmente rese grazie prima a Dio del lume che gli aveva dato per fagli conoscere i suoi errori, poscia alla real maestà di Sardegna e suoi ministri che lo avevano fatto arrestare perchè nel misero stato in cui si trovava poteva cadere in altri errori. Ve lo ripeto, l'abjura non poteva essere in apparenza più ampia, e vi trovate fino la detestazione dei sortilegi, la promessa di non più frequentare gli eretici e il giuramento di denunziarli al tribunale della Santa Inquisizione. Ma leggetela, ve ne prego, ponderatene le parole, state pure anche al più rigoroso loro senso, e vedrete quale sia il valore di questo documento.

Di opinioni rinnegate, abjurate, distrutte non ne trovate una sola e quindi la ritrattazione riesce nulla secondo ogni più elementare regola di diritto. Ciò posto ad ogni confessione strappata dal formulario succedono brevi parole che l'invalidano, e le tolgono ogni senso ragionevole. Se potessi vorrei, dice egli, che fosse annullata la stampa della Storia civile; evidentemente non può volerlo. Il suo delitto nello scrivere quest'opera è di non aver avuto altra mira se non di chiarire la polizia e la storia del regno di Napoli; la sua scelleratezza consiste nell'aver scritio27 la risposta al padre Sanfelice unicamente per deriderlo; il suo crimine in questa risposta è di avergli fatto vedere che le sue massime esorbitanti sull'autorità pontificia si leggono in più scrittori romani, ben sapendo che altri autori serj e gravi le aborriscono (cioè che i filosofi se ne ridono). La sua fellonia confessa sta nell'aver difeso come avvocato i diritti regj, dovendosi sempre dar ragione ai preti. La sola specificazione categorica ritratta le proposizioni temerarie, false, contumeliose, erronee, e prossime all'eresia contenute nel libro sui dicasteri; nuova derisione dei giudici capaci di vedere un delitto sino nella descrizione statistica del governo viennese. Brevemente tutta la ritrattazione è fatta a sproposito; e quando dichiara che non poteva fare quanto aveva fatto senza un grande aggravio di coscienza e contravvenzione alle leggi cattoliche ed apostoliche; nessuno dubiterà della grave risponsabilità da lui presa dinanzi alle leggi cattoliche ed apostoliche che lo punivano per delitti imaginarj e per errori nei quali avrebbe potuto cadere se il re e i suoi ministri non gli avessero reso il benefizio di tradirlo e di metterlo in prigione.

Ma il punto più strano dell'abjura si è che non vi si trova parola sul Triregno e che specialmente interrogato su quest'opera dai giudici Giannone l'enunzia col falso titolo di Regno celeste e terrestre, la descrive come un gruppo di errori non suoi, la confonde con cento altre note e manuscritti, la fa passare tra gli estratti degli autori da non leggersi mai dai fedeli e sfugge così alla necessità in cui si sarebbe trovato di formulare una vera ritrattazione.

Il bibliotecario dell' università di Torino, Pallazzo di Selve specialmente incaricato più tardi dal marchese d'Ormea di rivedere i venti volumi circa de' suoi manuscritti ci lascia intravedere in qual modo lo storico siasi felicemente schermito da' suoi giudicci, dicendo egli espressamente che in quel processo non si pensò al Triregno, che quasi celato in un sacchetto di note s'involò alle ricerche del tribunale: e dobbiamo supporre che Giannone stesso ve lo mettesse e favorisse l'inganno, sottraendo al tribunale il punto decisivo delle sue opinioni.

Direte forse che alla fine egli si è non di meno umiliato e che ha riconosciuto la Chiesa; ma egli si era sempre umiliato dinanzi al Dio della patria, egli aveva sempre rispettata la Chiesa come un errore utile, necessario28, da ossequiarsi; egli aveva sempre professato un culto exotetico per il cattolicismo, e quando da Vienna chiedeva l'assoluzione dell'arcivescovo di Napoli, e quando l'arresto lo colpiva in Savoja nell'atto in cui si accostava all'altare; e quando in ogni suo scritto di pubblica ragione dichiarava di conformarsi ai dogmi della religione dominante. Voi potrete, o signori, biasimare il sistema della doppia dottrina professata da tanti scrittori, voi potrete dolervi che Socrate abbia sacrificato un gallo ad Esculapio nella sua prigione, o che Galileo abbia negato il moto della terra in faccia alla tortura; ma la vostra scienza non sarà mai schietta e leale e cadrete pur sempre nelle subdole arti della servitù se spietatamente loquaci sulle mende dell'infelice prigioniero, vi tacete poi sulla infamia de' suoi persecutori. Del resto il processo di Giannone senza esito alcuno, la sua prigionia che dura 12 anni fino alla sua morte, l'implacabile odio della Chiesa che non potè formulare un'accusa legale, la particolare sciocchezza del padre Sanfelice che non potè scrivere una confutazione senza trascendere ad accuse imaginarie o predicare l'infallibilità de' più sciocchi curiali; insomma tutto questo miscuglio d'ipocrisia, d'iniquità, considerato come fenomeno dello spirito umano, ci mostra l'istante in cui, grazie ai lumi crescenti, l'allusione diventaforte che la religione in delirio non può difendersi dire dove sia ferita senza tradire stessa.

La conclusione di questa seconda fase della vita di Giannone, che dissi la fase del Triregno, vien data dalla stessa relazione dell'abate Palazzi delle Selve bibliotecario dell'università di Torino, il quale dopo la morte di Giannone, riveduti ì suoi manoscritti per incarico del conte d'Ormea e scoperto alla fine il Triregno, lo trasmise in originale, e per copia al papa od alla Congregazione del Santo Uffizio, e ringraziò Dio dell' importante servigio reso dal re alla religione di aver messo l'autore fuori di stato di perfezionare questo lavoro. Un'altra copia rimasta a Ginevra presso Isacco Vernet, ministro protestante, fu venduta per conto del figlio di Giannone a un librajo olandese, morto il quale cadde nelle mani di un abbate Bentivoglio, che la vendette al papa per 500 scudi, più un benefizio ecclesiastico conferito ad un suo figlio. Un'altra copia fu conservata a Napoli dal figlio di Giannone ed è quella da cui vennero le altre che permisero al Panzini di darne gli indici ed a noi di parlarne. Ne risulta: che il Triregno rimase assolutamente sconosciuto ai contemporanei di Giannone; che la letteratura nazionale non potè nemmeno sospettarne l'esistenza ed io che tenni un istante tra le mani il volume primo del regno terrestre senza poterlo leggere ebbi il dolore di sentirne chiedere 120 mila franchi.

Ma qui non finisce la vita di Giannone, e se ho insistito sul senso della sua abjura, e sul modo con cui la mente sua sfugge all'Inquisizione, non è certo per combattere la scuola cattolica, non per rispondere alle insinuazioni con cui si vorrebbe far credere vano ogni rispetto per lavori rinnegati, non per sfoggiare un inutile lusso di erudizione inedita, non per dare luogo ad allusioni politiche che metodicamente disdegno, ma per mostrarvi che Giannone vive ancora, e nella prossima mia lezione del 6 marzo vi mostrerò come nel fondo della sua prigione continui la sua carriera scrivendo cinque opere, che compiono l'esposizione del suo sistema.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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19 Così nel testo, ma "tomba". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



20 Così nel testo, ma "forza". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



21 Nel testo: "dei". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



22 Nel testo: "aveoa". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



23 Così nel testo, ma "potrebbe". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



24 L' "Autobiografia" venne stampata nel 1890. [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



25 Così nel testo, ma "da". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



26 Così nel testo, ma "opere". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



27 Così nel testo, ma "scritto". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



28 Nel testo: "necassario". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]






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