Noi non considereremo certo il Triregno come
un libro di erudizione, ne ripeteremo l'esegesi della Bibbia per verificarne
una a una le opinioni istoriche: ma essendo esso un lavoro sull'origine e lo
svolgimento naturale delle idee, dai primi principi della storia fino ai
nostri tempi, noi lo sottometteremo alle norme stesse colle quali abbiamo
misurata la distanza che separava la Storia civile dalla filosofia della
storia.
Questa distanza era grande, e sì ardua era la via
da percorrersi, che le nostre censure avrebbero potuto parere troppo molteplici
e superiori al punto di partenza. Ma diremo noi adesso Giannone inferiore
all'importanza da noi datagli? Sarebbe egli ancora inceppato dai fatti,
estraneo alle idee, illuso dalle false prospettive di popoli progredienti colle
sconfitte e sopraffatto da una lunga serie di vicissitudini spoglie di senso?
No certo: egli risponde finalmente alle nostre
censure, e in primo luogo determina le epoche in modo ad un tempo filosofico e
popolare, . La
mortalità delle anime, la resurrezione dei morti, il cielo degli spiriti, ecco
i tre principj che generano le tre grandi epoche della storia; e tutti gli
avvenimenti loro ubbidiscono, l'assedio di Troia come la Terra Promessa, le
piramidi dell'Egitto come l'impero di Roma, le cattedrali del medio evo come le
leggi moderne; tutta la storia quasi, limpido specchio, riflette l'imagine
prima del cielo terrestre, poi del cielo apocalittico, e da ultimo del cielo
pontificio. E il mondo si muove, e un'epoca conduce necessariamente all'altra;
non si può fermarsi nella mortalità delle anime, perchè l'imaginazione e la
ragione spezzano le tombe; non si può sostare tra le tombe spezzate
dell'Apocalisse, perchè l'anima non può staccarsi momentaneamente dal corpo
senza poi fare da sè, e il giudaismo genera il cristianesimo, che crea alla
volta sua il papato. Dominate da un principio, vasto come la religione, mobile
come lo spirito umano le nuove epoche di Giannone sono inoltre, vi dissi,
filosofiche, per cui si deduce ogni origine dai principj primi della mente, ed
essendo pur essa creatrice degli dei, degli eroi divinizzati, delle anime
immortalizzate, dei primi sacrificj, del primo culto, della prima religione,
questa una volta spiegata colle facoltà dell'intelligenza propaga la
spiegazione di culto in culto, di religione in religione, di sistema in
sistema, perchè l'uno di essi essendo dato, tutti gli altri ne discendono
necessariamente con moto perpetuo.
Nè vogliate dirmi, o signori, esser falso che non
credessero gli Ebrei all'immortalità dell'anima, o la religione delle tombe
essere antica quanto il mondo, e presupporre fino dai più antichi tempi il
regno delle ombre. Io vi lascio al Pentateuco, ai libri dei Profeti, alla
Bibbia: prendete pure quanti passi potrete raccozzare su questo dogma, che
avrebbe dovuto essere il primo, a dettare le più esplicite pagine ed escluderne
cento altre assai più chiare sulla terra promessa; io vi risponderò sempre che
si comincia da zero, che l'immortalità dell'anima non è nè innata, nè insita,
che non esce dal primo moto dello spirito umano; che il regno della morte si fa
sempre più ampio colla civiltà; che il paradiso e l'inferno si estendono sempre
più ad ogni nuova epoca della storia; e che se passate da Omero a Virgilio, da
Virgilio a Dante, e da questa a Milton, voi troverete vittoriosa la legge affermata
dallo storico napoletano.
Istessamente voi potrete rivocare in dubbio i
diversi limiti assegnati alle sue epoche, che vi trasportano da Abramo ad
Esdra, da Esdra a Gregorio I; voi potrete sottomettere ad attenta revisione le
sue asserzioni, sul purgatorio negato agli Ebrei, o sulle dieci fasi dell'era
cristiana troppo inegualmente distinta in periodi ora di 300, ora di 100 e anche di 70 anni. Gli
rimarrà pur sempre il merito di avere proceduto colle idee, di avere fondato il
calendario della civiltà sul pensiero, di avergli subordinata ogni data,
civile, ogni festa popolare, ogni solennità religiosa, ogni moto politico, ed
in ciò consiste l'assunto primo della filosofia della storia.
E se guardate, egli persiste nell'errore per cui
faceva dipendere i moti della Storia civile da Teodorico, da Alboino, da
Carlo Magno, da Ottone, da Carlo d'Angiò, e in generale dai legislatori, dai
conquistatori che cadevano quasi aeroliti sulla terra di Napoli! Nel Triregno
tutto il moto parte dal basso, l'idea prima di ogni epoca è presa nelle
moltitudini, che non permettono ad alcun capo di sorgere se non per
rappresentarla nelle diverse sfere della religione, della politica, dell'arte,
della guerra. Chi inventa la risurrezione dei morti? Forse Cristo? no, chè
l'accetta dai Farisei. Forse, i Farisei? no, chè l'accettano da Ezechiele, dai
poeti, dai filosofi quali l'accettano dallo sviluppo popolare
dell'immaginazione e della ragione. Chi inventa il cielo degli spiriti? Forse
questo o quel dottore della scolastica? No, ma tutti i pittori, tutti gli
scultori, tutti gli oratori che hanno cospirato a celebrare innocentemente le
glorie dei martiri e dei santi e che erano sforzati dal popolo a divinizzarli
con subitanee apoteosi. Chi ha inventato le pene del purgatorio? Chi le
indulgenze? Nessuno individualmente, ma bensì tutti i credenti in massa che
spingevano i capi, i dottori, i pontefici in una via nella quale si
avventuravano tremando. Chi ha inventato il regno papale? Forse S. Pietro che
l'ignorava? Forse S. Silvestro che non lo sospettava? Forse S. Gregorio, sì
umile, sì ossequioso verso i Cesari di Bisanzio? Forse Urbano II, che
considerava come un attentato contro la giurisdizione dei vescovi il diritto
poi usurpato di canonizzare a Roma tutti i santi del globo? Il moto partiva dal
basso, dalle idee, dai popoli, ed era sì forte che traeva seco e i Barbari
dell'invasione e i re più astuti nell'estendere le proprie conquiste.
Ben sentiva lo storico napoletano che colla pretensione
di seguire il doppio moto religioso e civile non poteva rimanere sul territorio
del regno di Napoli, e per uscire da questa isola fittizia, si trasportava a
Roma, senza poi raggiungere il concetto di una storia consociata dei popoli. Ma
diremo noi che non lo raggiunge nel Triregno? Che ivi non si accorge che
le nazioni sono tutte come individui nella folla dell'umanità, come navi sul
pelago della storia? diremo noi che ivi non s'avvede che nessuna di esse è
isolata, nessuna insolidale, ma che tutte dipendono dalla religione che cammina
col mondo, e si trasforma trasformandole e rovesciando culti, regni ed imperi?
diremo noi che non vi conosce le epoche della storia pontificia, le sue
rivoluzioni, il trapasso dalla sinagoga al vescovado, dal vescovado al
patriarcato, dal patriarcato al papato, e così via via dalle prime acquisizioni
di Stefano a quelle di Gregorio VII, di Innocenzo II, di Bonifazio VIII, tutte
progredienti e connesse per modo, che questa volta le crociate e l'inquisizione
e il cardinalato acquistano nuovo senso, e riassumono tutta la storia del mondo
a noi noto? Rileggete sugli indici del Regno papale la Storia civile;
rifatela come vi piacerà, e questa volta più non resisterà ai desiderj
della scienza.
Lo studio delle leggi era insufficiente nella Storia
civile a dominare i casi delle guerre e delle rivoluzioni, e
interrotta dalle conquiste, la serie delle legislazioni meridionali
presentavasi allo sguardo col disordine delle battaglie, senza origini e senza
successione ragionata. Nel Triregno sopragiunge il principio che ordina
le leggi: l'idea del cielo sovrasta a tutte le legislazioni della terra, e si
spiegano col cielo antico le leggi di Mosè, col cristiano quelle dei Cesari
convertiti, col papale quelle del medio-evo; secondo il primo desiderio destato
da Aulisio, ubbidiscono tutti i casi della storia romana alle leggi che
esprimevano nello spazio e nel tempo la mente di Roma. Quindi sapete perchè sì
potente è il pontefice contro il gran Federico, pure armato di scienza e
sostenuto dalla tradizione dei Cesari; la sinagoga, il vescovado, il
patriarcato, il papato hanno talmente avviluppato il potere imperiale, che vane
sono le sue forze, e deperiscono nella guerra civile.
L'ampiezza dell'argomento lo dispensa di errare nei
labirinti della geografia, e di seguirne le orme stampate dagli imperi sulla
terra. Poco gli cale di sapere perchè una nazione rimanga tradizionalmente
repubblicana mentre l'altra è monarchica; nè perchè l'una conti parecchi
centri, mentre l'altra si irradia da un'unica e immensa capitale; egli non
conosce nè gli amori nè gli odj, nè le attrazioni nè le ripulsioni fatali delle
diverse nazioni (Montesquieu stesso le ignora); ma ci mostra che il papato è
reazione occidentale; che sorge in odio al dominio greco, dove la religione
obbedisce all'impero; che aspira di continuo ad avvilire il potere dei Cesari
coi popoli nemici di Bisanzio; che si estende rendendo l'Italia e l'Europa
sempre più, federali: e lo storico prevede
talmente la necessità di nuove ricerche sull'affrazionamento dell'Occidente, in
odio all'unità bizantina, che scrivendo poi un libro su Gregorio I fondatore
del papato, egli scrive un libro di geografia politica.
Da ultimo la poesia della storia da lui negletta
nella Storia civile, dove lo abbiamo visto copiare le narrazioni guelfe
e pontificie da Costanzo e da Parrino, troppo disdegnando le individualità che
non sapeva spiegare, brilla nel Triregno con luce che certo non
aspettavasi da un giureconsulto dedito alla prosa delle allegazioni. Sia che
egli analizzi la leggenda di Gregorio che libera l'anima di Adriano, o quella
dei Francescani e Domenicani che si trasportano in cielo; sia ch'egli confronti
Mosè cori con Omero,
o che egli salga nel paradiso dell'Ariosto per riassumere il lavoro dei padri e
dei dottori, questa volta ogni personaggio acquista il senso di un'idea,
corrisponde poeticamente alle leggi della società che lo crea, della Chiesa che
lo divinizza, e, vero o falso, diventa un testimonio involontario dell'epoca
sua.
In somma, da la
filosofia della storia nasce nelle pagine del Triregno, cioè
nel principio primo di subordinare tutta la storia all'origine ed alla
trasformazione delle idee sul cielo, nel molo moto
dato all'insieme delle traduzioni tutte schierate su di una
medesima linea, nell'erudizione dominata a nome della religione e di un
sistema, nelle legislazioni tutte sottoposte alla evoluzione delle idee
religiose, negli individui che,
legislatori, conquistatori, pontefici e tribuni, sono spinti dalle moltitudini
sulla via di avvenimenti compresi appena dopo la morte; nella poesia studiata
come irresistibile manifestazione del popolo che estende il mondo degli esseri
invisibili, e da ultimo nella stessa filosofia di cui si studia oramai la
nascita e la morte, quasi fosse un'altra poesia dello spirito.
Del resto, se dubitate di lui e di voi,
confrontatelo col Vico suo concittadino e contemporaneo, di cui non
dubitano neppure gli increduli della filosofia, e vedrete che Giannone si
propone la stessa meta dell'inventore della Scienza nuova, cioè di
conoscere sè stesso, di conoscere l'uomo nella umanità, di trasformare la
storia in una vera e perpetua psicologia. Come Vico, il suo primo passo per
dominare le vicissitudini della storia è lo studio della giurisprudenza romana,
e pubblica la Storia civile appunto negli anni in cui esce il
meraviglioso libro del suo concittadino de uno universi juris principio et
fine uno. E come Vico, egli parte da zero, cioè dalla negazione di
ogni culto, di ogni Provvidenza, dall'ignoranza assoluta degli uomini selvaggi,
fieri, eslegi, e poeticamente in traccia di una terra dove cessino di errare
colle tende del deserto. Per l'uno come per l'altro la religione è errore
eterno, necessario, indispensabile alla società; sorgono spontanei i culti
dalla mente d'ogni popolo, si corrompono fatalmente cogli irrequieti
raffinamenti dei poeti e dei filosofi, e le epoche della storia della terra si
determinano con quelle della storia celeste. L'idea che l'antichità si ripeta
nel medio evo, riproducendo le divinità pagane nei santi protettori della
città, è anch'essa comune alla Scienza nuova e al Triregno, e se
non abbiamo chiuso il ciclo di Giannone imitando i ricorsi del Vico resta
nell'uno quanto nell'altro il principio, che sorgono e cadono per rinascere gli
imperi, che le stesse scoperte sono state più volte perdute e rifatte nel corso
dei secoli, e che la barbarie si alterna di continuo colla civiltà nello spazio
come nel tempo. Ambedue poi i cittadini di Napoli considerano l'uomo come la
regola dell'universo, la sua divinità vera o falsa come l'unica luce che brilla
nel mondo, e se parte dal basso il moto del Triregno, quello della Scienza
nuova parte talmente dalle moltitudini e dalla volgare loro sapienza, che
toglie ogni valore personale ai capi, sforzandoli a non essere altro che miti o
personaggi ideali.
Non parlo di altre analogie tra i due scrittori
stabilite dalla scienza, dalla patria, dall'epoca. Citano entrambi nello stesso
modo Varrone, parlano egualmente dell'era in cui mescolavansi gli dêi cogli
uomini, fissano parimenti lo sguardo su Omero considerato come rivelatore de'
suoi tempi, sfogliano nello stesso modo Tito Livio considerato come
l'interprete della Republica Romana, ammirano istessamente l'antica Roma come
il tipo della sapienza civile, sono egualmente ingegnosi nell'originalità delle
interpretazioni e nel maneggio dei miti. Quando Giannone parla dell'opinione di
Plinio e di Tacito, che il cielo sia riservato agli dêi e la terra agli uomini,
credereste d'intendere la voce di Vico; quando nota nelle Memorie che
ogni popolo si crede il progenitore più antico degli altri popoli, e che questa
vanagloria conferma la idea comune a tutti di riputarsi destinati a invadere il
mondo con un regno terrestre, egli rivalizza ancora col Vico, il quale trova
invece in questa opinione la prova che idealmente la stessa è l'origine di ogni
nazione, attonita poi e scioccamente boriosa nel vedere i propri dêi tra gli
esteri. Anche quando citano entrambi Diodoro Siculo, l'uno per approvarlo
l'altro per maledirlo, vedete nell'opposizione dei sistemi la conformità degli
studj.
Ma l'analogia diventa moto scientifico di un
medesimo genere d'invenzione quando i due concittadini leggono il passato nelle
epoche posteriori, e risalgono verso la più remota antichità coi dati di una
civiltà che ne svisa le memorie. Voi conoscete la favola della rete di Vulcano
che sorprende l'adultera consorte e la svergogna con Marte innanzi agli dêi
dell'Olimpo; il Vico vi scorge le traccie di una più severa istoria, in cui gli
dèi e gli uomini dei senati primitivi svergognano i falsi connubj degli eslegi
e dei plebei che volevano imitare il matrimonio della famiglia eroica. Voi
conoscete la favola di Giunone appiccata da Giove che le mette due incudini ai
piedi; il Vico vi scorge pure la reminiscenza alterata di una solennità
anteriore, in cui la dea delle nozze patrizie non è punto punita, ma tolta alla
libidine plebea e fissata alla terra colla stabilite dalle incudini. Quasi
tutta la Scienza nuova è un continuo lavoro per ristabilire colle
storie di poeti lascivi e corrotti altre storie di tempi anteriori e barbari,
in cui nessuno sospettava il libertinaggio dell'arte incivilita. Collo stesso
metodo risale Giannone nella serie dei secoli, e vede sotto al cielo poetico
del medio evo il cielo inferiore dell'Apocalisse e del Cristianesimo primitivo;
come pure discerne nell'imperiosa risurrezione dell'Apocalisse le anteriori
larve dei Farisei e di Ezechiele; come pure, trasportandosi ai tempi più
lontani, mostra nelle sue Memorie come la frase omerica in cui le
generazioni degli uomini si succedono sempre nuove, simili alle foglie degli
alberi, smente l'altra descrizione omerica più recente, in cui si raccolgono le
ombre dei trapassati nell'inferno visitato da Ulisse. Se in questo giro
d'ipotesi a traverso i diversi strati delle passate tradizioni più originale è
l'autore della Scienza nuova, al certo più ampio, più vero, più istorico
è lo scrittore del Triregno.
Gli errori di Giannone sono senza dubbio numerosi,
ma sono gli errori della scienza nascente; sono ancora gli errori di Vico. E
dite pure che passando dalla Storia civile al Triregno muta di
metodo, e invece di scender dall'alto, sale dal basso, spiegando i capi colle
moltitudini. Il mutare di idea è condizione talmente inseparabile
dall'invenzione, il sostituire i popoli ai capi è sì necessaria e sì difficile
condizione della scienza istorica, che Vico capovolge egli pure interamente il
suo metodo nel passare dal libro Sull'antichissima sapienza degli Italiani al
libro della Prima Scienza nuova, e laddove trattando
dell'antichissima sapienza italiana supponeva che i filosofi avessero inventata
o perfezionata la lingua latina, nel parlare poi delle origini del diritto
delle società e delle religioni e delle lingue stesse si ricrede di questo suo
errore insegnando come siano al contrario i popoli inventori di ogni nozione,
poi meditata dai sapienti e nuovamente elaborata nelle accademie dei dotti.
Dite pure che l'erudizione dell'autore della Storia
civile è negligente, e che troppo ciecamente si fida degli altri storici
quando la scintilla dell'invenzione non lo spinge a rivedere i fatti: ma voi
trovate la stessa negligenza assai più esagerata nel suo concittadino quando
imagina i suoi uomini primitivi prima giganti, perchè materialmente ingrassati
dal fango in cui giacevano, poi spaventati da uno scoppiar di folgori
ingenerate duecento anni dopo il diluvio coll'umidità della terra, e più tardi
intesi non si sa come a legare le loro donne nelle grotte perchè non se ne
vadano altrove:.
Rimproverate pure allo storico napoletano di starsi
rinchiuso nei limiti dell'erudizione greco-latina, d'ignorare l'Oriente, la
China, l'America in un'epoca in cui tutti cercano avidamente lo spettacolo
della sconosciuta civiltà, e di meditare come se vivesse al secolo XVI, senza
neppur indagare qual religione sia inaugurata nella vicina Bisanzio. Ma quale
cognizione aveva Vico dell'India? qual idea formavisi della China? Aveva egli
almeno letti gli scritti di missionari? qual profitto traeva da tante relazioni
sui popoli dell'America? Quale studio faceva sulle diverse storie e mitologie
della stessa Europa? Viveva anch'egli come un contemporaneo del cardinale
Bessarione.
Si può censurare la filosofia di Pietro Giannone, e
dirla molle e latitudinaria, troppo contenta degli atomi di Epicuro e dei primi
erudimenti di Bacone, troppo inferiore a Leibnitz ed a Locke, egualmente
incapace di astenersi risolutamente dall'ontologia e di affrontarne i tenebrosi
misteri. Si può asserire che la sua psicologia troppo rozza e infantile lascia
oscuro il periodo primo e decisivo delle origini, per cui non si sa se sorga
questo davvero col primo gioco delle facoltà intellettuali, nè come la statua
pensante si formi i primi concetti del diritto, delle religioni e della
società, nè con qual processo passi d'idea in idea, di sistema in sistema.
E qui spieghiamoci chiaramente. D'onde viene
secondo lui la prima sapienza di Mosè, di Licurgo, di Romolo che egli crede
simile a quella di Tito Livio o di Plinio il naturalista, di Bacone o di
Gassendi? Forse dall'intuizione genuina della natura? Forse dalla conformità
ancora inalterata delle idee colle cose da esse rappresentate? Sta bene; ma
allora perchè mai l'infante, perchè mai l'uomo del volgo si allontanano dalla
natura primitiva delle cose? Perchè creano essi gli dêi, le ombre, i geni
dell'aria e gli enti fantastici dai quali pure dipende l'intero corso della
storia! Non potete dedurli dall'ignoranza perchè l'ignoranza è negativa e
l'assenza di idee è pure sempre assenza di errori. Non potete derivarli dalla
poesia, dall'imaginazione, dall'arte, perchè altro è il fingere, altro il
credere, e nessun scultore adora la propria statua. Non potete trarne l'origine
dalla riconoscenza dei mortali per gli illustri trapassati nè dal terrore
inspirato dai più celebri tiranni nè dai capricci della speranza e del timore,
nè dalle pie frodi dei capi, perchè la riconoscenza, il terrore, la speranza,
il timore, tutte le passioni, tutte le astuzie devono pur sempre seguire i
fanatismi del nostro intelletto, nè possono avviticchiarsi al nulla e il dogma
deve sempre precedere la fede e le opere. L'astuzia, la frode, l'impostura
sacerdotale nulla potrebbero se alcun che di falso non si propagasse, cui si
possano dare forme divine e se non potete spiegare l'apparizione dei culti nè
colla poesia, nè colle passioni, nè coll'impostura che sono le cause enumerate
da Giannone, rimangono essi al di fuori della filosofia della storia, e la
sapienza del volgo più non può ricongiungersi con quella dei filosofi; allora
Platone non ha più nulla di comune colla Grecia, nè Gassendi colla Francia, nè
ogni sapiente col popolo che gli dà la vita, e allora come mai rendersi ragione
dei fondatori delle nazioni e dei legislatori?
Ma questa critica che giustamente potete fare a
Giannone si estende egualmente all'autore della Scienza nuova la cui
grettissima ontologia si ferma nei punti metafisici senza discutere Leibnitz,
senza citare Giordano Bruno, senza parlare dell'anima; la cui psicologia non è
meno molle e latitudinaria di quella di Giannone, e la cui analisi è sì poco
rigorosa che vi lascia libera la scelta fra tre ipotesi diverse sul destarsi in
noi delle idee. Difatto vi compone egli l'uomo con due teorie distinte;
nell'una delle quali, le idee sono innate come le dice Platone, nell'altra vengono
dai sensi come lo dice l'opposta scuola. La sua storia ideale vi dà quindi due
storie, l'una platonica, l'altra materiale; l'una irrumpente dall'intelletto,
l'altra penosamente acquistata coll'esperienza, ;
l'una che Mallebranche avrebbe accettata vedendo tutto in Dio,
l'altra che Bacone avrebbe accolto verificando tutto col senso. Qual relazione
tra l'una e l'altra? Ora Vico dice che la sapienza volgare è imagine della
sapienza filosofica, ora che la poesia è il preludio della scienza platonica, ora
che l'imagine desta l'idea e serve di occasione per afferrarla nella sua
astratta verità e in ogni modo siamo nelle latitudini di un sistema
embrionaria: e si resta come nel Triregno, come nell'Ape Ingegnosa
colla più profonda indecisione benchè in modo diverso.
In mezzo a tante coincidenze, non mancano certo le
differenze tra i due filosofi, ma sono ancora le differenze della nuova scienza
che si biparte secondo le due opposte tendenze della filosofia, perchè l'uno è
razionale, l'altro esperimentale; l'uno crede a Dio, l'altro alla natura; l'uno
accetta l'ordine eterno, l'altro proclama un eterno disordine; l'uno s'inchina
dinanzi al pontefice, l'altro s'inchina dinanzi all'imperatore; l'uno crede che
l'empietà corrompa il mondo, l'altro che lo salvi; e se volessi continuare il
confronto, dovrei esporvi tutta la Scienza nuova e l'intiero Triregno,
che si toccano per respingersi in tutti i punti.
Ed io vi accorderò senza discussione che Vico
sovrasta al suo concittadino coll'altezza dell'uomo di genio sull'uomo
d'ingegno: ma su di che si fonda la sua superiorità? ponderate
l'interrogazione, e ricordatevi una volta per tutte, che qui si tratta di idee
e non di merito, di leggi e non di elogi, di fenomeni intellettuali e non di
panegirici morali. Su di che, io domando, si fonda il genio di Vico?
sull'essere egli giunto al concetto di una storia ideale, eterna, comune a
tutte le nazioni, le quali nascono e muojono nel tempo. Perciò la sua scienza è
universale, assoluta, come le leggi del pensiero; perciò egli trasporta e la
filosofia, e la giurisprudenza, e la cronologia, e la geografia, e tutti i rami
del sapere sulla base di un storia superiore all'esistenza stessa degli uomini
e delle nazioni; perciò, data la mente umana, la sua storia rimane vera tanto
nel caso in cui la terra fosse destinata a girare intorno al sole sempre vuota
d'abitanti, quanto nel caso opposto, in cui mille volte più ampia, più antica e
più durevole dovesse contenere infiniti popoli simili ai Greci ed ai Romani.
Insomma, il suo merito è di creare un complesso di leggi generali, di essere
profondamente sistematico, cioè di sfidare tutti i problemi, tutte le
objezioní, tutti i misteri, tutte le oscurità del passato, del presente e
dell'avvenire, ed è questa la condizione rovinosa ma necessaria del genio; a
questo patto può vivere immortale e lasciare ai minuti letterati, alle
diligenti mediocrità, ai correttori di stampe di ogni specie la cura di
rivelare i suoi errori, ai quali rimane in certa guisa straniero nella sfera
delle idee. Ma guai a voi se voleste togliere il Vico da queste alture, ed
obbligarlo a discendere sulla terra, nel campo dell'erudizione volgare; guai a
voi se voleste portare nella Scienza nuova la sfacciata luce dei viaggi,
delle relazioni, dei dizionari ultimi; allora vedreste il sistema impallidire,
i suoi circoli ideali svanire nel nulla, la sua necessaria ripetizione
dell'antichità nel medio evo ridotta ad un sogno, le sue interpretazioni di
Giove, di Giunone, di Mercurio, le sue assimilazioni tra le religioni dell'Egitto,
della Grecia, di Roma ridotte a un turbinio di analogie incessantemente
roteanti intorno all'idea fusa del senato romano sempre nascente in tutti i
popoli antichi e moderni, e smentita da tutte le istorie più antiche e più
moderne di Roma.
Ma credereste voi di vedere svanire nel tempo
stesso il Triregno? Voi lo trovereste invece avido di relazioni,
di viaggi, di dibattimenti moderni, di tutta l'erudizione che distrugge la Scienza
nuova; voi lo vedreste estendersi colle nuove rivelazioni
sull'India, sull'America, sul Giappone, e tra le vostre mani quella storia
tutta positiva dell'anima che passa dalla tomba di Abramo all'Apocalisse dei
cristiani, al cielo di S. Gregorio, diventerebbe la traccia di una storia
ideale più ampia, più estesa, meglio generalizzata in tutte le tradizioni del
genere umano. La China ve la mostrerebbe ripetuta senza interruzione nei suoi
annali di cinquanta secoli. I suoi primi imperatori non sono forse veri
patriarchi in traccia di un regno terrestre? Essi costruiscono l'impero colle
loro mani, lo sottraggono alle inondazioni, lo rassicurano contro i cataclismi
del Kiang e del fiume Giallo, esigono che gli astronomi premuniscano i popoli
contro lo spavento delle eclissi ed organizzano in modo il governo che diventa
una conquista perpetua della terra promessa a nome dell'arte e dell'industria.
Gli altri imperatori si estendono colla muta religione degli antenati e colle
leggi, con usi, con instituzioni che escludono persino il sospetto che si
trasporti oltre la temba19 il destino del popolo chinese. Ma quando poi
il celeste impero si costituisce con una conquista simile alla conquista dei
Romani compita nel medesimo torno di tempo, allora i sogni dei settarj e il
vaneggiare del volgo corrompono la muta religione degli antenati ed evocano
innumeri spettri. Quindi negli stessi anni in cui il cristianesimo annunzia la
resurrezione spezzando le tombe, anche alla China il Buddismo rompe il sonno
inviolato degli antenati e si mettono le moltitudini alla ricerca di un regno
celeste, anche alla China simile ricerca propaga il disprezzo del mondo e
dell'impero che si decompone o decade, come a Roma, anche alla China scissa ne'
due imperi del nord e del sud sorge a Nan-King una nuova capitale simile a
Bisanzio per dedicarsi al culto del regno celeste, anche alla China i nuovi
settari giungono a traverso le persecuzioni a fondare i loro vescovadi e
patriarcati i quali egualmente nei tempi di S. Gregorio ubbidiscono ad un
pontefice supremo, col quale può dirsi che pure il Buddismo abbia il suo cielo
pontificio o poichè gli troviamo e la donazione di Caro Magno alla chiesa
fattagli dai Tartari nel Tibet e perdonanze, indulgenze, processioni,
pellegrinaggi, monasteri e tutta una teologia con scuole, dottori, dispute,
concilj assolutamente estranei all'antica sapienza chinese, che perdura nei
mandarini studiosi della dottrina dì Confucio e della letteratura degli Han
come in occidente i dotti ed in genere gli uomini simili a Giannone risalgono
non a S. Gregorio o a S. Agostino o a Tertulliano, ma i tempi greco-romani dove
trovano i primi loro maestri in Socrate in Platone o in Epicuro, ne' Bruti, ne'
Gracchi, negli Antonini cioè negli uomini grandi dell'era del regno terrestre.
Come mai la lillipuziana istoria ideale di Vico sì
angustiata tra Roma e Atene avrebbe potuto abbracciare nazioni con periodi non
sospettati di oltre quattromila anni! Come mai non deplorare il vaneggiare su
Venere e Giunone cui la froza20 del genio necessariamente sistematico
condannava l'autore della Scienza nuova? Giannone che non lo eguaglia
per l'altezza della speculazione, e che non sostiene il confronto
nell'argutezza della psicologia istorica, trovasi per così dire in casa sua nel
mondo moderno s'associa naturalmente a tutti i viaggiatori, a tutti gli esploratori,
a tutti i navigatori: non una notizia pervenutaci dall'Oceania o dall'America,
non un coltello disotterrato dalle embrioniche rovine dell'età di pietra che
non lo estenda e non gli serva di commento, che non confermi le su tre ere dei
morti, de resuscitati e dei divinizzati, e per giunta nel mentre che Vico vinto
dalla devozione e dal servilismo dimentica il mondo moderno e la scintilla del
diritto che la crea, non un giurista non un legislatore, non un tribuno sorge
da cento anni contro l'autorità della Chiesa senza essere anche
inconsapevolmente suo discepolo. Tale è la condizione della natura umana, il
genio metafisico confina colla demenza e un senso di avvilimento si ritrae
dall'analisi ultima delle sue creazioni; ma il più modesto degli osservatori
trova nella natura che gli è madre un insegnamento sempre, superiore alle sue
stesse aspettative.
_______________________
Nel 1733 Giannone poteva
credersi il più grande italiano del suo tempo, e pareva che la fortuna gli
sorridesse, poichè nel medesimo istante in cui finiva il Triregno, l'Italia
sciolta dal giogo dell'Austria diventava indipendente. Napoli risorgeva coi
Borboni, nuova dinastia che rianimava ogni speranza, la Lombardia accoglieva il
re di Sardegna in lotta contro la santa sede e felicissimo nella sua ambizione,
tutti gli altri Stati erano liberi come ai tempi del risorgimento, e di
rimbalzo la mutazione italiana sgominava nella capitale dell'Austria quel
dicastero d'Italia sì ostile a Giannone, quel dicastero viennese sì freddamente
protettore, e tutti quegli altri signori che lo avevano disanimato dal porgere
loro i suoi consigli sui diritti dei principi contro la Chiesa. Poteva egli
soffermarsi più a lungo sul Danubio? Quasi volesse renderlo felice per forza,
la fortuna gli toglieva la sua pensione di mille fiorini sulla secreteria delle
Due Sicilie, per cui senza mezzi, in una capitale immiserita, dove i grandi
congedavano la servitù e vendevano le carrozze, egli doveva assecondare per
necessita il suo desiderio di rivedere la patria, e il voto degli amici che lo
richiamavano a Napoli.
Appena giunto a Venezia tutti gli sorridono, sulla
piazza di s. Marco tutti lo salutano per nome, egli può oramai credersi in casa
sua, fra i migliori suoi amici. Noli Non
è egli forse il continuatore di Fra Paolo Sarpi?
«Saputosi in Venezia il mio arrivo, dice egli nelle
memorie inedite, essendomi una mattina portato in piazza di S. Marco mi vidi,
fuor di ogni mia aspettazione circondato da un gran numero di gentiluomini
tutti salutandomi per nome e l'uno additandomi all'altro tutti concorrevano per
vedermi e farmi esibizioni così affettuose, e gentili che io pieno di
confusione appena bastava a rendere grazie ed a rispondere alle tante domande
che mi facevano spezialmente della mia partenza da Vienna e dove pensava
incamminarmi». Ma le prospettive dell'Italia indipendente non potevano più
insidiosamente combinarsi per tessergli un più amaro inganno. Qual era questa
nuova indipendenza? A Napoli quella di Carlo III re spagnuolo principe più
devoto alla santa sede che mai non lo fossero stati i vicere dell'Austria e
della Spagna; ignoravasi qual senso dovesse avere il dominio piemontese in
Lombardia; in odio al Piemonte la reazione si manifestava in ogni stato e
dapertutto il papato svolgeva più libera la sua influenza sciogliendosi dalle
catene ghibelline della Germania. Quando Giannone si recò all'ambasciata di
Napoli per chiedere il suo passaporto, il ritorno in patria gli venne rifiutato
per compiacere al pontefice, invano egli si rivolse all'ambasciata spagnuola e
da esule volontario e protetto come lo era in Vienna trovossi mutato in esule
ufficialmente espulso da Napoli.
Presto l'accoglienza stessa che riceveva in
Venezia, le offerte, le gentilezze dei nobili, il rumore del suo arrivo, la
celebrità crescente del suo nome destano l'attività della Compagnia di Gesù che
teme in lui rediviva l'influenza di fra Paolo Sarpi. Invisibili avversarj si
frammettono ad ogni crocchio d'ammiratori, e fanno piovere su di lui una
minutissima tempesta d'interrogazioni sui suoi disegni, sui suoi viaggi, sulle
sue opere, sui più intimi suoi pensieri. «Sempre che io capitava sulla a piazza
di S. Marco (sono le sue parole), trovava ivi persone che notavano tutti i miei
detti ed andamenti, onde che fossi nel parlar cauto e ritenuto anzi meglio
avrei fatto se me ne fossi astenuto, poichè ad ogni mia parola si davano
maligne interpretazioni, e sovente ero calunniato per cose da me meno pensate
che dette».
Egli aveva lasciato in Napoli un figlio naturale
affidato a suo fratello Carlo incaricato di amministrare la sua povera fortuna:
ma appena il fratello conosce l'impossibilita in cui si trova di giungere a
Napoli diventa incerta la sua fedeltà al mandato e lo storico trovasi obbligato
a chiamare presso di sè il figlio Giovannino. La cabala sacerdotale lo insegue
poi nelle sale dei grandi; penetra nella casa del senatore Pisani, che lo
ospita unitamente al figlio; con cento pettegolezzi maligni e suggestivi se gli
fa intendere che pesa oltre la discrezione sulle finanze di Pisani; si fa notar
a Pisani che s'impegna ad una rovinosa ospitalità; tosto la maldicenza si
estende ai suoi libri e lo accusa di aver predicata la-
libertà dei del(21) mare
Adriatico a detrimento della repubblica. Disarmati da una lunga apologia
manoscritta, gli occulti suoi nemici lo associano ad una setta imaginaria di
ottanta gentiluomini colpevoli di burlarsi del papa, delle preghiere e dei
miracoli, e si propaga che non crede alla lingua fresca di san.
Antonio e al legno dell'Arca che sparge un perpetuo odore di rosa. Anche questa.
volta egli si giustifica; ma i tre inquisitori di Stato essendo mutati, due di
essi sono amici dell'ordine di Gesù, e senza consultare il terzo;
loro collega, lo dichiarano colpevole di frequentare le ambasciate, vivendo in
casa di un senatore, e decretano la sua immediata espulsione sotto pena di
morte se tocca di nuovo il territorio della repubblica. Una sera all'istante in
cui rientra in casa due sconosciuti lo prendono in mezzo, gettano un fischio,
si vede circondato dalla sbirraglia, coperto da un mantello e condotto in
presenza di un giudice, che lo fa subito imbarcare e deporre a Crispino terra
delle Chiesa. Voi indovinate, signori, che i tribunali dell'Inquisizione
ecclesiastica di Ferrara, Bologna, Firenze, Pisa e Genova erano già avvisati
del suo probabile arrivo e non eravi principato, non repubblica che potesse
oramai servirgli d'asilo.
Felicemente per lui le polizie erano allora lontane
dall'attuale loro perfezione per cui simili a macchine congiunte da
innumerevoli ruote si trasmettono adesso con squisita perfezione i loro
rapporti da un capo all'altro dei mondo. Deposto a Crispino egli trova tosto un
vetturino che lo trasporta a Modena sotto mentito nome. Ma la miseria, questa
compagna indivisibile dell'esule lo insegue, lo riduce a vivere con
piccolissime somme, vere elemosine spedite dai suoi amici di Venezia, e
raggiunto dal figlio, si reca a Milano allora, come vi dissi, sotto il dominio
Piemontese. Pareva che ivi dovesse egli respirare poichè alla fine vi trovava
la bandiera: di un re, maledetto dal pontefice e
circondato da soldati che occupavano i vescovadi vacanti nel mentre che i suoi
professori erano anch'essi condannati dalla corte di Roma. Sembrava dico che la
vittima più illustre dell'oscurantismo nazionale potessi scorgere nel principe
sabaudo quasi l'unica stella d'Italia, e nella città di Torino ottenere
quell'asilo protettore che non gli aveva rifiutato l'imperiale Vienna.
Ondeggiante nell'amaro contrasto tra le apparenze e la realtà, lo storico
consulta gli amici e tra gli altri il principe Trivulzi che aveva lasciato a
Venezia e che lo avea22 raccomandato a sua moglie rimasta in Milano.
Non fidatevi, tosto gli risponde il principe da
Venezia; sventuratamente l'autore del Triregno segue l'opposto
consiglio, ed assistito dalla principessa Trivulzi e dal marchese Olivassi,
capo della giunta Lombarda, si rivolge al primo ministro, il marchese d'Ormea,
offrendosi al re:
«Scrissi, diss'egli, al marchese d'Ormea una molto
umile e dimessa lettera, esponendogli i miei duri casi e pregandolo
fervorosamente della sua intercessione presso la maestà del re, al quale io con
tutto lo spirito avrei in suo servizio sagrificato tutto il rimanente della mia
vita in qualunque occasione che la mia opera, la mia penna potesse essere di
suo gradimento ». Si sperava che sarebbe nominato istoriografo del re.
Era il Marchese d'Ormea uomo abile, risoluto, rotto
negli equivoci della corte sabauda, iniziato alla politica disperatamente
felice tra l'Austria. e la Francia, per cui il regno erasi
esteso, e Vittorio Amedeo II abdicando l'aveva raccomandato al figlio come uno
degli uomini più utili alla corona. Di fatto presto riformava le finanze,
soppiantava i rivali, s'innalzava al primo posto tra i consiglieri del re, lo
difendeva consigliandogli di imprigionare il padre dimissionario, si arricchiva
colle doti delle mogli, colle eredità, con una fabbrica di panni, con
quell'onestà che non escludeva i più positivi calcoli dell'arte di accrescere e
regnava collo sfarzo e colla sicurezza del gran signore indispensabile al
trono, ed autore primo di una guerra che aveva raddoppiato il regno. Gli
rimaneva di consolidarlo ottenendo la pace dal pontefice, verso il quale gli
conveniva fare i primi passi con delicatissima cortesia. Appena vede la
petizione di Giannone, che gli si dichiara vittima della religione a causa
delle sue lotte contro i canonisti, tosto gli balena nella mente l'ingegnosa
idea di sacrificarlo al papa per inaugurare le trattative del Concordato.
Scrive quindi a Milano di scacciarlo nel termine di 48 ore, e ne trasmette graziosamente la notizia al cardinale Albani,
protettore di Sardegna presso la Corte di Roma. I cardinali se ne rallegrano,
ed incoraggiano il ministro a perseverare nella buona via, scacciando lo
storico anche da Torino e da Chambery, dove vi capitasse. «Si spera, (gli risponde
l'Albani il 13 ottobre 1735), che
altrettanto farebbe Sua Maestà se mai si ricoverasse
ne' suoi dominj». «Notate almeno (replica il ministro il 1.° novembre) che non è restato a Milano sì lungo tempo quanto a Venezia».
Nuova contentezza nel concistoro, che questa volta chiede di più. «Se avessimo
creduto, scrive Albani, d'incontrare tanta condiscendenza, avremmo domandato
che Sua Maestà l'avesse fatto arrestare, per togliere a quel disgraziato il
modo di far più male; come potrebde23, se mai
si potesse in paese eretico». Ma il ministro aveva già prevenuto questo pio
desiderio. Visto che il sacrificare Giannone giovava meravigliosamente ai
preliminari di una riconciliazione, subito egli aveva decretato di arrestarlo.
Se non che tardi era giunto il nuovo ordine a Milano, tardi era stato ripetuto
a Torino e sulla via di Savoja, e la frontiera Svizzera proteggeva oramai lo
storico, rifugiato col figlio a Ginevra. Eccovi le cordiali spiegazioni subito
date il 13 dicembre dal ministro al cardinale. «Sulla notizia
delle intenzioni dichiarate dal famoso Pietro Giannone di voler passare a
Ginevra, s'erano date le disposizioni necessarie per farlo arrestare... Spedii
subito ordine sulla rotta, ma non si potè cogliere... e se fossi riuscito,
aveva risoluto di mandarlo legato al papa sin dentro di Roma, scortato da un
distaccamento di dragoni. Desidero sinceramente che le attenzioni incaricate
nuovamente al signor conte Picon (governatore di Savoja) sortiscano il loro
effetto, perchè in tal caso Sua Santità potrà conoscere, che se nelle cose
temporali la disgrazia ha voluto che non si siano potute incontrare in questa
corte le dovute convenienze, nelle spirituali non vi ha però chi superi Sua
Maestà nella devozione ed ossequio verso la Santa Sede ».
Per tal modo il boa dell'Inquisizione cattolica
stendeva le sue spirali dal papa al cardinale, al re, al ministro; e scendeva a
Chambery, dove il conte Picon governatore aveva l'incarico di rapire lo
storico, incarico tosto trasmesso ad un doganiere per nome Guastaldi, fratello
di un ajutante di campo del governatore stesso. L'arresto secondo le candide
espressioni dell'ordine, in data del 10 dicembre 1735, doveva essere fatto «con tutta destrezza e piacevolezza, perchè non
soffrisse strapazzo alcuno».
Arrivato a Ginevra, l'esule era lontano dal
credersi sull'orlo di un precipizio. Cha anzi i decreti a lui comunicati gli
interdicevano solo Venezia e Milano, senza neppure escluderlo dalla Savoja e
dal Piemonte; si stabiliva adunque in tranquillissima pensione da un tale
Chenèvè, accudiva pacificamente alla edizione francese della Storia civile, vagheggiando
la prossima pubblicazione del Triregno, e poteva intanto darsi a' suoi
gusti campestri visitando tutti i villaggi del lago. Suo figlio Giovannino
passeggiava, correva e spendeva cogli amici e compagni quel brio giovanile che
sembra dato dalla natura alla prima età dell'uomo per fargli conoscere lo
spazio misuratogli dal suo destino. Ingenuo, risoluto, vivacissimo, a dieci
anni era fuggito da una zia di Vestì per raggiungere la madre a Napoli:
maltrattato dallo zio Carlo e chiesto dal padre a Venezia, era diventato
l'idolo della casa Pisani, e a Ginevra vagava qua e là, amato da tutti. A poco
a poco diventa compagno intimo di un giovane piemontese; brutto, diforme, guercio
dell'unico occhio lasciatogli dalla natura, ma gioviale, animoso, alla
buona, facile ad affezionarsi, e già da lunghi anni familiare della casa
Chenèvè che lo aveva esperimentato ottimo uomo.
Benchè rozzo e senza lettere, diventa esaltato
ammiratore del padre di Giovannino, lo onora, lo frequenta, gli prodiga ogni
servitù, lo sbalordisco con cento elogj, si sforza di studiare le sue opere, e
ottiene il di lui ritratto come il più prezioso dei doni. Poi crescendo
l'intimità, gli offre iteratamente l'ospitalità nella sua casa dì Vesenà sulla
riva piemontese del lago di Ginevra, dove il Chevènè era stato cento volte, e
dove Giovannino si reca presto anch'esso a diporto. La gita era un incanto, il
soggiorno una festa, e all'approssimarsi di Pasqua il buon piemontese persuade
a Giannone che facendo le sue devozioni lontano dall'eretica Ginevra, in quel
villaggio tutto cattolico e sabaudo, si concilierebbe la benevolenza dei fedeli
e forse il loro perdono. Stimolato da Giovannino, lo storico s'imbarca alla fine:
il giorno era chiaro, placido, ameno; tosto arriva alla sponda sabauda,
e nel tragitto dallo sbarco a Vesenà incontra l'ospite che avendolo preceduto
sospirava la sua venuta. L'ospite era il Guastaldi, ufficialmente incaricato di
consegnarlo a S. M. il re di Sardegna con destrezza e piacevolezza; senza
fargli alcun strapazzo.
Quando entrò nella casa del traditore, la gioja di
costui fu sì strana, le sue esagerate lodi pigliarono colore sì sinistro, che
lo storico cominciò a dubitare della sorte che lo attendeva. A stento ottenne
di ritirarsi dalla cena col figlio: alloggiato in una casa vicina, si voleva
rifiutargli la facoltà di chiudersi a chiave nella sua stanza, e nel cuore
della notte, sfondata la porta, vide entrare «più uomini armati, dice egli, che
parevano tanti orsi, così erano ruvidamente vestiti, senza schioppi, ma con
forche di ferro, lancie e lunghi spiedi, i quali dando certi urli dissoni e
confusi si avvicinarono al letto e postici la punta della lancia alla gola,
mostrarono di volerci scannare». Furono presi e legati con cinte e corde,
perchè tale, diceva Guastaldi, era l'ordine del re e del papa.
lo Io
potrei dirvi, o signori, come i due prigionieri fossero condotti di
stazione in stazione, da Vesenà a Chambery, da Chambery a Miolans; come fossero
scortati da cinquanta masnadieri, come Guastaldi li precedesse a cavallo col
ritratto di Giannone a guisa di bandiera gridando: un grand'uomo, un
grand'uomo, e felicitandosi della preziosa cattura; potrei dirvi come in ogni
fortezza fossero gli infelici sempre trattati con destrezza e piacevolezza, e
graziosamente accolti ed accuratamente ammanettati. Ma io vi lascio alle Memorie
dello storico, che presto, io spero, saranno stampate24, e limitandomi
ad osservarlo sotto l'aspetto dell'idea che rappresenta in mezzo all'Italia del
suo tempo, vi dirò che subito il pontefice ringraziò con suo breve il re e ne
celebrò l'atto con ampia lode, dicendo: «simili ingegni turbolenti celermente
dover essere sconcertati e allontanati dal consorzio degli uomini». Il re alla
sua volta attestò di propria mano al conte Picon «l'agrèment très distinguè
avec lequel il avait reçu la nouvelle de l'emprisonnement de Giannone etc.» Il
felicissimo marchese d'Ormea scrisse lettere sopra lettere allo stesso conte
per intimargli di procurarsi i manoscritti lasciati a Ginevra dal prigioniero,
di penetrare le sue intenzioni, le sue opinioni, se avesse voluto apostatare,
se, in una parola, si potesse trovare mezzo per autorizzare ogni più
violenta misura, ad edificazione del papa. Gli ordini dovevano essere sempre
eseguiti «d'une maniere gracieuse» e promettendo al prigioniero la
sperata libertà; e raggiungevasi difatto lo scopo con nuovo inganno usato de25
Guastaldi, che s'impadroniva di ogni cosa lasciata a Ginevra. Giovannino fu
trattenuto per un anno e mezzo nella fortezza di Miolans, poi una notte
subitamente liberato, ed anzi cacciato dalla prigione senza che potesse
congedarsi dal padre, e messo solo sulla via d'Italia perchè non prendesse
quella della Svizzera, dove avrebbe potuto scoprire gli inganni usati dalla
polizia piemontese per impadronirsi dei libri e dei manoscritti lasciati a
Ginevra. Il marchese d'Ormea avrebbe voluto compiere l'opera facendo condurre
il prigioniero legato fin dentro di Roma, in mezzo a un distaccamento di
dragoni, come lo aveva promesso; ma questo suo estro, come lo
chiama in una sua lettera all'Albani, non potè aver seguito essendovisi opposto
il re, la cui dignità sarebbe stata troppo vilmente sacrificata, e fu stabilito
per compenso che Giannone rimarrebbe a perpetuità nelle fortezze del regno.
A capo di due anni, trasportato a Torino, vide
entrare nella carcere un prete dell'oratorio, il padre Prever, che gli
disse: signore, il re mi accorda sei mesi per operare la sua conversione, ma
qualunque sia l'esito mio, non speri di uscire da queste mura, e solo pensi
all'anima sua. Dovette credersi il prigioniero in mezzo ai briganti, e siccome
il diritto romano, che era il suo Vangelo, gli insegnava che ogni dichiarazione
fatta sotto l'impero della forza maggiore è nulla, egli rientrò nel seno
della Chiesa non poteva desiderare una più categorica disdetta.
Lo storico dichiarò di conferire spontaneamente
dinanzi al tribunale del santo ufficio per sgravare la sua coscienza e di
sottomettersi in tutto e per tutto alla santa Chiesa e al suo tribunale.
Variamente interrogato, egli rispose sempre cattolicamente. Sforzato
di specificare i suoi delitti, 1. desiderò
che fosse annullata la Storia civile; 2. che
si spegnesse affatto la memoria, d' una risposta da lui fatta al padre
Sanfelice; 3. ritrattò, condannò, abjurò, e detestò tutte le
proposizioni scandalose, temerarie, false, contumeliose, erronee e prossime
all'eresia del suo libro sui dicasteri di Vienna; 4. dichiarò che i venti volumi dei suoi manoscritti e
le sue operò26 inedite non avrebbero mai dovuto tenersi in casa
di un fedele, e 5. finalmente rese grazie prima a Dio del lume che
gli aveva dato per fagli conoscere i suoi errori, poscia alla real maestà di
Sardegna e suoi ministri che lo avevano fatto arrestare perchè nel misero stato
in cui si trovava poteva cadere in altri errori. Ve lo ripeto, l'abjura non
poteva essere in apparenza più ampia, e vi trovate fino la detestazione dei
sortilegi, la promessa di non più frequentare gli eretici e il giuramento di
denunziarli al tribunale della Santa Inquisizione. Ma leggetela, ve ne prego,
ponderatene le parole, state pure anche al più rigoroso loro senso, e vedrete
quale sia il valore di questo documento.
Di opinioni rinnegate, abjurate, distrutte non ne
trovate una sola e quindi la ritrattazione riesce nulla secondo ogni più
elementare regola di diritto. Ciò posto ad ogni confessione strappata dal
formulario succedono brevi parole che l'invalidano, e le tolgono ogni senso
ragionevole. Se potessi vorrei, dice egli, che fosse annullata la
stampa della Storia civile; evidentemente non può volerlo. Il suo delitto
nello scrivere quest'opera è di non aver avuto altra mira se non di chiarire
la polizia e la storia del regno di Napoli; la sua scelleratezza
consiste nell'aver scritio27 la risposta al padre Sanfelice unicamente
per deriderlo; il suo crimine in questa risposta è di avergli fatto
vedere che le sue massime esorbitanti sull'autorità pontificia si leggono in
più scrittori romani, ben sapendo che altri autori serj e gravi le aborriscono
(cioè che i filosofi se ne ridono). La sua fellonia confessa sta
nell'aver difeso come avvocato i diritti regj, dovendosi sempre dar ragione ai
preti. La sola specificazione categorica ritratta le proposizioni temerarie,
false, contumeliose, erronee, e prossime all'eresia contenute nel libro sui
dicasteri; nuova derisione dei giudici capaci di vedere un delitto sino nella
descrizione statistica del governo viennese. Brevemente tutta la ritrattazione
è fatta a sproposito; e quando dichiara che non poteva fare quanto aveva
fatto senza un grande aggravio di coscienza e contravvenzione alle leggi
cattoliche ed apostoliche; nessuno dubiterà della grave
risponsabilità da lui presa dinanzi alle leggi cattoliche ed apostoliche che lo
punivano per delitti imaginarj e per errori nei quali avrebbe potuto cadere se
il re e i suoi ministri non gli avessero reso il benefizio di tradirlo e di
metterlo in prigione.
Ma il punto più strano dell'abjura si è che non vi
si trova parola sul Triregno e che specialmente interrogato su
quest'opera dai giudici Giannone l'enunzia col falso titolo di Regno celeste
e terrestre, la descrive come un gruppo di errori non suoi, la
confonde con cento altre note e manuscritti, la fa passare tra gli estratti
degli autori da non leggersi mai dai fedeli e sfugge così alla necessità in cui
si sarebbe trovato di formulare una vera ritrattazione.
Il bibliotecario dell' università di Torino,
Pallazzo di Selve specialmente incaricato più tardi dal marchese d'Ormea di
rivedere i venti volumi circa de' suoi manuscritti ci lascia intravedere
in qual modo lo storico siasi felicemente schermito da' suoi giudicci, dicendo
egli espressamente che in quel processo non si pensò al Triregno, che
quasi celato in un sacchetto di note s'involò alle ricerche del tribunale: e
dobbiamo supporre che Giannone stesso ve lo mettesse e favorisse l'inganno,
sottraendo al tribunale il punto decisivo delle sue opinioni.
Direte forse che alla fine egli si è non di meno
umiliato e che ha riconosciuto la Chiesa; ma egli si era sempre umiliato
dinanzi al Dio della patria, egli aveva sempre rispettata la Chiesa come un
errore utile, necessario28, da ossequiarsi; egli aveva sempre
professato un culto exotetico per il cattolicismo, e quando da Vienna chiedeva
l'assoluzione dell'arcivescovo di Napoli, e quando l'arresto lo colpiva in
Savoja nell'atto in cui si accostava all'altare; e quando in ogni suo scritto
di pubblica ragione dichiarava di conformarsi ai dogmi della religione
dominante. Voi potrete, o signori, biasimare il sistema della doppia dottrina
professata da tanti scrittori, voi potrete dolervi che Socrate abbia
sacrificato un gallo ad Esculapio nella sua prigione, o che Galileo abbia
negato il moto della terra in faccia alla tortura; ma la vostra scienza non
sarà mai schietta e leale e cadrete pur sempre nelle subdole arti della servitù
se spietatamente loquaci sulle mende dell'infelice prigioniero, vi tacete poi
sulla infamia de' suoi persecutori. Del resto il processo di Giannone senza
esito alcuno, la sua prigionia che dura 12 anni
fino alla sua morte, l'implacabile odio della Chiesa che non potè formulare un'accusa
legale, la particolare sciocchezza del padre Sanfelice che non potè scrivere
una confutazione senza trascendere ad accuse imaginarie o predicare
l'infallibilità de' più sciocchi curiali; insomma tutto questo miscuglio
d'ipocrisia, d'iniquità, considerato come fenomeno dello spirito umano, ci
mostra l'istante in cui, grazie ai lumi crescenti, l'allusione diventa sì forte
che la religione in delirio non può difendersi nè dire dove sia ferita senza
tradire sè stessa.
La conclusione di questa seconda fase della vita di
Giannone, che dissi la fase del Triregno, vien data dalla stessa
relazione dell'abate Palazzi delle Selve bibliotecario dell'università di
Torino, il quale dopo la morte di Giannone, riveduti ì suoi manoscritti per
incarico del conte d'Ormea e scoperto alla fine il Triregno, lo trasmise
in originale, e per copia al papa od alla Congregazione del Santo Uffizio, e
ringraziò Dio dell' importante servigio reso dal re alla religione di aver
messo l'autore fuori di stato di perfezionare questo lavoro. Un'altra copia
rimasta a Ginevra presso Isacco Vernet, ministro protestante, fu venduta per
conto del figlio di Giannone a un librajo olandese, morto il quale cadde nelle
mani di un abbate Bentivoglio, che la vendette al papa per 500 scudi, più un benefizio ecclesiastico conferito ad un suo figlio.
Un'altra copia fu conservata a Napoli dal figlio di Giannone ed è quella da cui
vennero le altre che permisero al Panzini di darne gli indici ed a noi di
parlarne. Ne risulta: che il Triregno rimase assolutamente sconosciuto
ai contemporanei di Giannone; che la letteratura nazionale non potè nemmeno
sospettarne l'esistenza ed io che tenni un istante tra le mani il volume primo
del regno terrestre senza poterlo leggere ebbi il dolore di sentirne chiedere 120
mila franchi.
Ma qui non finisce la vita di Giannone, e se ho
insistito sul senso della sua abjura, e sul modo con cui la mente sua sfugge
all'Inquisizione, non è certo per combattere la scuola cattolica, non per
rispondere alle insinuazioni con cui si vorrebbe far credere vano ogni rispetto
per lavori rinnegati, non per sfoggiare un inutile lusso di erudizione inedita,
non per dare luogo ad allusioni politiche che metodicamente disdegno, ma per
mostrarvi che Giannone vive ancora, e nella prossima mia lezione del 6 marzo vi
mostrerò come nel fondo della sua prigione continui la sua carriera scrivendo
cinque opere, che compiono l'esposizione del suo sistema.
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