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Giuseppe Ferrari
La mente di Pietro Giannone

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  • LEZIONE NONA     LA POLITICA DI PIETRO GIANNONE.
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LEZIONE NONA

 
 
LA POLITICA DI PIETRO GIANNONE.

 

Le idee sono seduttrici, procedono colla rapidità della luce e ben29 le diceva l'antica filosofia raggi del bene supremo; ma la politica che cammina cogli interessi delle moltitudini, si svolge con instituzioni pesantissime le quali, simili ai macigni, stanno in piedi da ogni lato per non aver forma. Osservate nei governi liberi; le loro assemblee sono aperte ai venti dei partiti, all'onda dei pregiudizi, a discussioni lunghe, complicate, dove bastano appena gli anni per compiere il lavoro che un sol uomo finirebbe in un giorno; osservate i governi assoluti, ivi il capo deve fondarsi sulla moglie, sul figlio, sui parenti, sui sostegni della natura, per schermirsi dalla turba innumerevole delle cupidigie che lo assedia da ogni lato. Volete voi mutare il governo? Potrete sempre tentarlo, ma con chi? Siete voi liberi di sceglier gli amici? Platone è ridotto ad invocare il tiranno di Siracusa; Cesare a farsi capo di tutti gli spiantati di Roma: non maravigliatevi adunque se Giannone, nel fondo di una prigione, senza mezzi, senza confidenti, odiato dal mondo cattolico e sotto la maledizione universale degli Italiani, si fonda sulla sua petizione di Milano al re, sulla stessa sua prigionia, sulla sua medesima abjura per avviarsi alle ultime conseguenze del Triregno.

Obbligato a render conto a e a tutti della calamità che deve all'unica colpa del suo pensiero, egli chiede categoricamente: Qual è la forza della filosofia sulla terra? Come potrà essa ricominciare la carriera della civiltà? Per qual via si svolgerà essa in Italia, mettendo fine al regno papale?

Alla prima domanda ha già risposto: la filosofia erra di scuola in scuola, al seguito di pochi solitarj, che ora si celano dalla moltitudine, ora le parlano colla maschera al viso: di nessuna patria, la loro dottrina è un secreto che l'uomo può conoscere, ma che l'umanità ignorerà eternamente. Sia che Omero e Mosè signoreggino sull'imaginazione dei popoli, sia che il regno atteso si manifesti colla risurrezione, sia che la vita futura si ottenga all'istante della morte; nulla di comune tra la fede e la scienza, cui il volgo può impunemente infliggere ogni martirio.

Alla seconda interrogazione, come potrà ricominciare la carriera della civiltà? s'intravede la risposta data dal senso generale del Triregno. La vera filosofia ha illuminato i primi capi dell'antichità, che hanno diretti gli sforzi dei popoli verso un fine ragionevole, e che hanno regnato sui taumaturghi, sugli allucinati, sui profeti, sugli indovini, sui visionarj di tutte le religioni; e se il lavoro dei poeti e dei sofisti prevale sui dettami della ragione; se al cielo di Mosè succede quello più falso dell'Apocalisse, e a questo il cielo ancor più fantastico degli spiriti; se coll'allontanarsi dalle prime suggestioni della natura, la civiltà si altera, si corrompe e ci fa vivere in un mondo d'illusioni, la natura però rivendica i suoi diritti contro le opinioni del giorno, e il suo giudizio supera alla fine tutti i pregiudizj dei secoli. E che accade in Europa dopo il pontificato di Bonifazio VIII? Il regno papale è scosso e scisso, perde le crociate, l'alto dominio sui regni, l'onnipotenza delle mediazioni, l'arma delle scomuniche; i suoi dogmi sono discussi, distrutti, derisi; i suoi capi sono ridotti a esercitare un potere apparente, il quale non è se non la simulazione dell'antico potere. Che sussista un sacerdozio per consacrare le leggi, che sopravivano tutti i genj dell'aria usciti delle tombe cristiane e dalle apoteosi popolari, che continuino gli angeli, gli arcangeli, i santi ed i beati a sostenere la parte di Giove, di Mercurio, di Venere e di Giunone, evidentemente lo storico vi si rassegna, poichè la religione, dice egli, è di diritto naturale; ma dato altresì il progresso della filosofia che rinnova l'antica sapienza, egli spera che i re, gli imperatori, i principi, imitando Mose, Numa, Licurgo, prevaleranno di nuovo, facendo cessare la superstizione che ha dato una spada all'errore e che gli ha costituito un trono separato. Disperando della sapienza volgare dei popoli, sempre spinti all'errore ed al vizio, a chi può egli rivolgersi, se non alla sapienza arcana dei capi?

Ma per qual via questa sapienza vittoriosa nel nord dell'Europa colla Riforma, potrà penetrare in Italia e mettere un termine al regno papale? Se non risponde a questa terza interrogazione, la conclusionale è fallita o differita, e bisogna che cerchi i re, i principi, i Numa, i Licurgo che sforzeranno la Pizia di Roma a ripetere le loro sentenze, invece di riceverne da lei. Quale sarà pertanto il suo re, il suo genio tutelare? non lo ha trovato a Napoli a Vienna, non sulla piazza di Venezia, non nelle aule dei grandi a lui noti; ridotto alla necessità di parlare dalla carcere ai suoi carcerieri, egli si prosterna dinanzi alla casa di Savoja perchè continui l'incominciata lotta contro il sacerdozio, e l'Italia trionfi alla fine di Roma.

Con questo concetto egli scrive i suoi Discorsi sulle deche di Tito Livio. Già commentate da Macchiavelli, per predicare una religione terrestre contro il pontefice che trasporta fuori del mondo il fine dell'uomo, Toland le aveva pure, come Macchiavelli, interpretate per predicare la religione della terra, il culto della felicità offertaci dalla natura. Afferrando questa tradizione italiana estesa dalla filosofia inglese, il prigioniero vuole che il re si sciolga dalle scabie delle leggi cattoliche, e che imiti i legislatori dell'antica Roma, i quali sforzavano la religione ad obbedire agli istinti ed a consacrare il più grande degli imperi soggiogando la terra promessa dalla natura al dominio dell'uomo.

Per spiegarsi chiaramente senza turbare i carcerieri, Giannone capovolge la teoria già espressa, che il medio evo ripete le superstizioni della antica Roma. Se rinascono nei tempi di mezzo gli esorcismi, gli oracoli, gli amuleti, ne consegue che sussistevano pure ai tempi di Romolo, di Numa e di Cesare gli altari, le cappelle, i pellegrinaggi, le canonizzazioni, le preghiere ai genj invisibili dell'aria, del cielo o dell'inferno. Studiamo adunque gli antichi legislatori, vediamo come domavano l'irrefrenabile poesia del culto, e noi vedremo pure, senza che il prigioniero lo dica, in qual modo la corte di Torino potrà regnare sull'Italia.

Come sorge adunque l'antica Roma? Senza dubbio colla religione necessaria ad ogni società. Per rendere la città più augusta e venerabile, dice Giannone, i capi ne ripetono la prima origine da Enea che non ha mai visto l'Italia, da Marte che non ha mai esistito, da Troja che non è stata distrutta, da viaggi, da avventure favolose, rispettate dal popolo e secretamente derise dai capi. Così pure i Cristiani, soggiunge lo storico, derivano tutte le nazioni da Adamo, da Noè, da Cam, Sem e Jafet, senza contare le altre origini, come quella dei Tedeschi, che si pretendono provenienti dai Cananei. A questa prima origine i Romani ne aggiungevano la seconda da Romolo figlio di Rea visitata da Marte, e sta bene che i legislatori siano deificati, e che i cristiani pure parlino dei tempi in cui gli angioli vedendo belle ed avvenenti le figlie degli uomini, le prendevano per mogli e generavano gli eroi ed i giganti. Era un vero pontefice anche Numa, che consacrava per la terza volga volta l'origine di Roma la quale per tal guisa nasceva tra le finzioni in mezzo ai trentamila dêi enumerati da Varrone, e s'intendono egualmente le illusioni de profeti e dei primi cristiani, quando erano avvenimenti quotidiani la risurrezione dei morti, le guarigioni degli ammalati, la moltiplicazione dei pani, le metamorfosi del Vangelo.

Ma se lo storico napoletano insiste nel mostrare la credulità dei Romani, con non minore forza insiste per mostrare che i loro capi pensavano, agivano, combattevano e vivevano immuni dal pregiudizio della superstizione generale. Con quest'opinione già accennata nel Triregno estolle l'antico dogma del fine terrestre con tale apologia, che ben si vede che perora la causa della filosofia impaziente di salire sul trono. Secondo lui, dovevano gli antichi la loro grandezza al loro disprezzo per i falsi terrori della tomba; le loro virtù erano vere perchè cercavano l'immortalità della gloria, erano tranquille perchè non temevano alcun essere immaginario, erano intrepide perchè potevano rendersi col suicidio superiori ad ogni più disperata catastrofe, e gli ultimi istanti di Seneca, di Annibale, di Catone e di tanti immortali uomini si fanno ancora adesso ammirare dai credenti pervertiti da una morale che li condanna.

Si imiti quindi la tolleranza dei Romani per tutte le religioni: lungi dal temerne i vani fantasmi, accoglievanli tutti nel Campidoglio. Lasciavano ad ogni popolo il libero culto delle sue finzioni. Claudio non perseguitava negli Ebrei il loro culto ma i loro disordini; Tito non puniva a Gerusalemme una religione ma un'insurrezione; dopo Tito permettevasi agli Ebrei di ricostruire la loro città; le loro sinagoghe estendevansi in tutte le provincie d'Oriente. Ma dove sono adesso in Italia i tempj dei Protestanti? Qual moschea sussiste ancora in Spagna, in Sardegna, in Sicilia? Non è forse spenta la libertà dei Romani?

Quando Gesù Cristo appare, gli Ebrei lo accusano, il loro pontefice vuole sacrificarlo, ma il governatore romano non s'accorge neppure che esista; quando viene tratto dinanzi al suo tribunale, egli si sforza di salvarlo, di amnistiarlo, di attenuare almeno la sua pena, e non lo abbandona da ultimo se non per evitare una sedizione. Carlo Magno e S. Luigi avrebbero forse tentato di risparmiare nello stesso modo il predicatore di una nuova religione nelle loro provincie?

Si è parlato delle persecuzioni subite dagli Apostoli, e dei loro martirj. Giannone, persuaso de paucitate martyrum, mostra che i Romani non distinguevanli neppure dagli Ebrei; che Ebrei erano gli accusatori di S. Paolo; che ebrea era la sommossa contro cui il tribuno romano lo proteggeva; che il governatore romano di Cesarea, Felice (uomo detto avaro e servile da Tacito), lo lasciava libero di ricevere i suoi amici nella prigione; che differiva a disegno il suo giudizio; che il suo successore Festo l'avrebbe sciolto, se non se ne fosse appellato a Cesare; che trasportato a Roma, l'apostolo sceglieva egli stesso il suo alloggio, vi riceveva i proprj amici: per due anni predicava la sua dottrina alla moltitudine dei curiosi che affluiva per intenderlo e otteneva alla fine la sua libertà sotto il regno tirannico di Nerone. Avrebbe egli ottenuta la libera predicazione sotto il migliore dei pontefici? Avrebbe egli ricevuto i suoi amici, e la folla dei curiosi in una cittadella del re di Sardegna? Queste riflessioni si leggono nel libro senza che vi siano.

Noi non possiamo seguire Giannone nella sua obliqua discussione sui viaggi ulteriori di S. Paolo, che fa scomparire senza martirio dopo una lunga e laboriosa propaganda; non lo seguiremo neppure nell'esame delle persecuzioni posteriori di cui si lamenta la Chiesa, e che una seria critica riduce d'assai col testimonio stesso dei Padri. Le leggi, i fatti, le circostanze, la politica, gli usi, tutto è ponderato, e benchè già discusso l'argomento, riesce nuovo come se non fosse stato ancora trattato, e bisogna sposare la causa dei Romani, che alla fine non si difendevano neppure contro di un culto il quale assaliva i loro dêi, metteva in dubbio le loro vittorie, e doveva poi ordinare mille stragi contro i Musulmani e gli Eretici, essi pure tolleranti come il popolo di Romolo.

La conclusione sottintesa vuole che il Piemonte si armi colla filosofia, propagando in Italia il nuovo moto europeo. Soccorso dagli scrittori inglesi, dall'indifferenza germanica, dal nuovo spirito che anima la Francia, sarebbe imitato da tutti gli Stati italiani, e darebbe il segnale di una guerra d'idee, per cui la Dateria, le Congregazioni, il Concistoro e l'intera commedia di Roma cadendo nel fango, prenderebbero poi le forme più utili alla nazione. Secondo Giannone, pochi capi basterebbero a sbaragliare papi e preti, ed a sforzarli a celebrare con messe e Tedeum le proprie sconfitte, nel mentre che, le gesta dell'armata piemontese, sempre inferiore a quelle della Francia e della Germania, espongono la piccola Sardegna a terribili rovesci. Tale è il senso del passo in cui lo storico ricorda a Carlo Emmanuele III, che a torto Venere si lamentava a Giove suo padre di esser stata ferita da Diomede; il destino voleva che fosse la dea degli amori e non delle battaglie. Il re era stato ferito dall'Austria che gli aveva ritolta la Lombardia, ma essa non avrebbe mai potuto ritogliergli il prestigio di libere leggi. Torna inutile il dire che la casa di Savoja non ascoltò lo storico, e che un censore delegato ad esaminare il libro, notò con freddo disdegno i sotterfugi con cui tendeva a discreditare la religione dominante.

Perduta la speranza di un azione politica, il prigioniero continua i suoi lavori di filosofia per sfuggire al lungo tedio del carcere. Ma deve ingannare il padre Prever suo confessore; bisogna che esageri la sua conversione, che nasconda le sue idee sotto un giro di finzioni esoteriche sempre più ampio, per ottenere da lui la concessione di qualche libro, e il privilegio di scrivere col pretesto di rinnegarsi. Gli dedica quindi un'Apologia dei teologi scolastici dove appunto si prevale del rimprovero che gli vien fatto di averli sacrificati ai padri della chiesa per esaltarli. E mostra che sono anzi i veri fondatori del papato, che trionfa la fede grazie alla sistematica loro cecità e che senza questi santissimi aborritori della scienza sarebbe la religione perduta poichè i padri, gli scolastici la compromettevano di continuo ora colle loro discussioni, ora col falso puntiglio di dare vittoriose risposte ai profani, ora per la vanità di parere anch'essi filosofi alla maniera degli Alessandrini. Ciò posto sotto l'egida del padre Prever si scatena egli piamente contro i veri e primitivi fondatori del cristianesimo e ne mostra l'incomparabile ignoranza. Leggete, dice egli, con estrema circospezione Atenagora, Tertulliano, Lattanzio, Agostino, tutti i primi cristiani, e diffidatevi di loro. Travolti negli errori del tempo, gli infelici negano gli antipodi, si immaginano un cielo di cristallo, si lasciano trasportare dallo zelo ad insensate declamazioni contro le leggi dell'impero. Quasi tutti preferiscono il celibato al matrimonio; per S. Clemente le seconde nozze sono un adulterio, per Tertulliano è un delitto il portare la pretesta, il laticlavio, la porpora, le insegno della dignità imperiale: guardatevi dai Padri! Di pessimo umore, disprezzano la commedia, la tragedia, i giuochi, le imagini, le illuminazioni. Qui S. Girolamo vi vieta l'uso delle carni, S. Clemente vi ricusa i mobili e gli ornamenti d'oro e d'argento: l'uno si scatena contro le parrucche, l'altro vi impone di radervi la barba per distruggere ogni dissomiglianza tra i due sessi. Come mai ascoltereste i Padri della Chiesa?

Per tal. guisa, devotamente inginocchiato dinanzi ai libri della scolastica, Giannone si burla dei più venerati fondatori del culto, delle convulsive loro aspettative del millenio, del loro isterismo per le delizie imminenti del cielo, della loro passione per i precetti impossibili del Vangelo, delle loro goffe questioni sul luogo del paradiso terrestre, sul segno che distingueva Caino, cui gli uni davano un tremito nervoso, gli altri un corno in fronte, altri ancora un cane sopranaturale che gli serviva di battistrada; e via continuando riproduce tutte le objezioni le più scandalose sull'arca, sul diluvio, su Giobbe, sui tre Magi guidati da una stella, sulle conversazioni della Vergine cogli angeli, e su tutte le leggende della Chiesa.

Il suo zelo esterno per la santa causa dei dottori e degli inquisitori prorompe in sì naturali lamenti contro i mal pratici fondatori del culto, che il lettore si associa alla sua afflizione nel vedere come compromettano ad ogni tratto la santità e l'autorità della religione pontificia. Non destano forse l'impazienza quando, per combattere i miracoli pagani, li attribuiscono temerariamente al diavolo? Perchè non copiavano almeno almeno gli autori antichi, che li spiegavano colla credulità delle moltitudini e colla disinvoltura dei pontefici? E perchè mai assalivano tanti riti antichi, poi accettati, esagerati, ad onore e gloria della Chiesa? Quale imprudenza in Lattanzio che vuol sopprimere le lampade e le candele nelle chiese? S. Gregorio Magno non ha forse edificato i fedeli accendendone un numeroprodigioso che vi abbisognava un tesoro per mantenerle? E a che pensa dunque S. Agostino quando vuoi abolire il canto che S. Ambrogio introduceva nelle chiese; quando vuol che si mangi, si beva, si dorma senza piacere, per pura riflessione, e che il letto nuziale diventi un altare dove i figli nascano per amore di Dio? Non ha poi torto di sofisticare fino sul suicidio di Lucrezia, pretendendo che non dovesse disperarsi per avere passato una notte a controgenio? Sventuratamente il prigioniero, non avendo sotto mano che pochi volumi scomposti, non poteva compiere l'opera ben accentuata ne' due primi libri, ma quasi in bianco ne' libri successivi.

Era più felice in altro lavoro su S. Gregorio, il fondatore del papato; e reca meraviglia come gli fosse dato di estendere sì oltre la sua erudizione col solo soccorso della memoria; ma qui pure egli soccombe al fato; le false adesioni all'errore dominante di troppo velano la sua dottrina; le dichiarazioni in favore della santa Sede lo gettano in una erudizione trasversale, qualche volta ribelle al suo pensiero, e se egli sa ricattarsi svelando le astuzie più memorabili di S. Gregorio, l'acume sacerdotale con cui estendeva il suo potere in Occidente, l'abilità con cui deificava il sacerdozio in quell'epoca di tenebre, di sogni, e di visioni, solo ritroviamo l'autore del Triregno nell'ultime pagine, dove invoca un futuro storico dell'umanità, che ne scruti le memorie, ne ordini i fatti, ne sveli ogni suo presente e passato mistero. Quasi per intuito magico sente egli a traverso le mura della sua prigione la voce di Freret, di Voltaire, di Rousseau e degli Enciclopedisti, che lasciati da lui giovani o sconosciuti, raddoppiavano i progressi della libertà inglese, ed era vera desolazione per lui il trovarsi solo, senza libri, senza effemeridi, nel momento in cui la China, l'India, la Tartaria, l'America si rivelavano all'Europa attonita di vedere in ripetizione qui le metempsicosi egiziane, i misteri di Pittagora, altrove le conquiste dei Romani, altrove ancora il medio evo della Chiesa.

Un altro libro abbozzò egli nella sua prigione nel 1746 col titolo di Ape ingegnosa, nel quale raccoglie le sue osservazioni sull'origine del mondo, sulla confusione di Dio colla natura, sulla formazione dell'uomo sull'eternità delle religioni, che dice di diritto naturale delle genti, nel mentre che considera come non naturale il cristianesimo. Noi abbiamo già fatto uso di questo lavoro, che consideriamo di vera filosofia, e senza di esso non avremmo potuto asseverare con sicurezza qual fosse la vera, base della sua dottrina storica. Ma troppo si avvicina questo scritto all'ultima ora dello scrittore, e la penna sembra cadergli dalle mani. L'erudizione lo abbandona, l'alimento dei libri mancando, lascia languire la fiamma dell'invenzione, e le preoccupazioni personali lo interromponospesso, che il lettore è straziato come se intendesse i lamenti di un morente. Le postille, i richiami, le note, le aggiunte non potrebbero essere in maggiore numero, fino dal titolo, che troviamo avviluppato da una nota sugli autori che scrissero in prigione le loro opere. Nell' Osservazione XIII dice che perde l'udito, la vista, la memoria; nell'Osservazione XV, che dalla pubblicazione della Storia civile i suoi sogni sono torbidi, e diventano cogli anni terribili, spaventosi, e talmente stravaganti da non: lasciargli notte alcuna non funestata dalle loro imagini; nell'Osservazione XXXVII si dice «fuori d'ogni umano commercio, privo d'ogni conforto di amici e di parenti, ed afflitto da continuo merore di animo», contro il quale lotta colle occupazioni, col passeggio, col servirsi da , e fin col «cucire e ricucire le cose vecchie e sdruscite».

Aggiungasi che se la sua filosofia si chiarisce meglio, trovasi pure oppressa da tristissima incertezza. Da una parte non crede, che il mondo decada, che l'età dell'uomo si abbrevii, che la sua statura s'impiccolisca; spera nella forza del vero, e dice che dovendosi al caso le più grandi. scoperte, ignorate dagli antichi, non dobbiamo disperare che a lungo andare non ne abbia il caso ad additarne altre, adesso apparentemente impossibili. Spera egli pure nella forza infinita dell'educazione, nelle vie recondite della natura sempre vittoriosa contro le finzioni dell'uomo. Ma d'altra parte egli osserva altresì che l'uomo è animale guerriero, avido di conquiste; che il destino lo spinge alla corruzione; che nel mondo sempre prevale l'errore sulla verità, e che tale predominio è necessario alla società civile, eternamente condannata a subire il varioforme inganno de' capi suoi. La contraddizione non è dissimulata, scoppia da sotto la penna del prigioniero, che non sa risolutamente sperare, disperare: e se per noi la scienza della storia è liberissima ancora in oggi di scegliere nell'alternativa; se il progresso indefinito è per noi vera ipotesi in conflitto colla forza declinante del calore mondiale e coll'indefinita piccolezza del nostro destino in mezzo agli sterminati spazj dell'universo; se lo sperare e l'inebbriarsi di prospettive felici, e il popolare l'avvenire di sogni dorati non è per noi cosa scientifica, l'incertezza su due opposti sistemi ridotti a combattersi apertamente nelle pagine di un medesimo libro ci rivela l'agonia dello storico napoletano.

Voleva egli scrivere anche un libro sulla morale secondo il mondo e secondo la Chiesa, e lo prometteva provocando e assecondando gli incoraggiamenti dell'automatico confessore; ma non havvi traccia di questo suo lavoro, che sarebbe stato l'ultimo scherzo dell'agonizzante, il quale già avea fino dal 1739 preparato un altro scherzo di due iscrizioni sepolcrali per ricordare al viandante, esser egli sempre nell'aspettativa della risurrezione dei morti.

 

 

 

 

 

 

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29 Nel testo: "hen" . [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]






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