Mi resta, o signori, a dirvi poche parole sulla
prigionia dello storico napoletano seguendo i molteplici reclami conservati
negli archivj del regno, i quali non lasciano sussistere il menomo dubbio sulla
profonda sua miseria. Ben indovinate la sua afflizione durante il primo anno della
sua cattività e come gli piombasse sul cuore sì inopinata sciagura. Secondo i
rapporti piangeva notte e giorno col figlio. Nel secondo anno, passato a
Miolans, perde anche la consolazione del figlio; i suoi abiti sono a stracci, e
trema del freddo: nel terzo anno viene trasferito a Torino nelle prigioni di Po
sì spaventevoli, che sta per perdervi la vita. Mandato a Ceva, vi cade ammalato
gravemente quasi ad ogni inverno. Il nono anno di sua cattività lo troviamo di
nuovo a Torino, nella fortezza, in una cella misera, oscura, angusta; vi
si giunge attraversando la camera degli schiavi incatenati per coppie, e di un
fetore insopportabile. Gli vien rifiutato il fuoco per scaldarsi; appena gli si
concede per grazia un po' di carbone in un vaso di terra, ed anche questo gli
vien poi contrastato. Rotte le calze, rotte le scarpe, «cammina a nudi piedi
sul pavimento della stanza». (1744). Gli abiti nuovamente a stracci non bastano
più a coprirlo, e gli si compera a stento un capotto vecchio di panno
grossissimo e senza proporzione col suo corpo. Dorme su d'un letto di munizione,
mangia in scodella di creta, veglia con un candelliere di legno a olio;
difficilmente ottiene il lusso di un bicchiere di vetro, perchè l'ajutante
della cittadella di Torino avrebbe voluto che bevesse nella brocca di cui si
serviva per lavarsi le mani. Erangli assegnati 50 soldi al giorno per il vitto,
ma l'ajutante gliene toglieva i tre quinti, prelevando una tassa su tutto, fin
sulla barba, e vivevo (dic'egli) con una sola vivanda di carne a
lesso, e quando voleva banchettate vi aggiungeva un cacio.
Gli era concesso di passeggiare nell'interno della
fortezza per due ore al giorno, ma sotto la custodia dell'ajutante, per cui
questo necessario esercizio veniva subordinato anch'esso ai capricci, al mal
umore, alla negligenza del sorvegliante. Lascio cento particolari sulle
brutalità da lui subite, sulla umidità delle sue carceri, sulla perdita e
confusione dei libri e scritti ogniqualvolta veniva trasferito da una fortezza
all'altra. Basterà il dire, che inutilmente reclamava gli abiti, i libri, le
medaglie, i mobili, o il valsente degli oggetti venduti o distrutti dall'infame
Guastaldi: l'ajutante gli rideva in faccia, dicendogli che il ricavo era stato
impiegato a dire delle messe a sua intenzione; il padre Prever era cieco e
muto; il governo accoglieva le petizioni, verificava i conti, e definiva il
tutto mettendo i suoi libri nella biblioteca dell'università di Torino, come se
fossero di nessuno.
Non si può dire quanto egli si umiliasse dinanzi a
suoi carcerieri, e spesso sembra come trasportato dalla frenesia
dell'avvilimento. Ad ogni occasione solenne chiede la libertà al re, gli
ricorda la offerta di servirlo che gli aveva liberamente fatta da Milano, gli
richiama che l'arcivescovo di Napoli l'ha assolto, che l'Inquisizione lo ha
benedetto, che si è ritrattato, che nulla ha mai nè fatto nè imaginato contro
la casa di Savoja, gli professa «infiniti obblighi per averlo sottratto ai
pericoli di perdizione nei quali era per cadere». Non si stanca di scrivere al
marchese d'Ormea, cui si professa egualmente riconoscente; al padre Prever, cui
deve la gioia della sua abjura; chiede pietà per un povero vecchio che
domanda di finire i suoi giorni nella sua campagna di Napoli. Ma egli parla ai
muri; lo stesso Prever resta più anni senza vederlo nè rispondergli; un papa
succede all'altro senza che la sua sorte sia mutata.
Non basta: alle afflizioni fisiche se ne aggiungono
altre più pungenti, che gli archivj ci permettono di svelare colla sua
corrispondenza. Nulla sa del mondo, nulla degli amici; nulla del figlio che noi
abbiamo lasciato solo sulla via d'Italia nel cuore della notte. Dov'è egli? che
fa sua madre? vive ancora? Era Angela Elisabetta Castelli, un vero angelo per
la bellezza e per l'amore. Giannone l'aveva presa vergine nel fango, che una
mala famiglia gliel'aveva venduta, ed era stata l'unica sua gioja sul suolo di
Napoli, l'unica dolcezza della sua vita. Quando più tardi egli partiva per
l'esiglio, era entrata in un convento con una bambina in braccio, confidando il
figlio alle cure del fratello di Giannone, nè mai più aveva voluto uscire dal
suo ritiro. Lo storico aveva lasciato a Napoli una villa, dei crediti, dei
libri, i suoi pieni poteri al fratello, incaricato di pagare le due pensioni al
convento e d'invigilare sul figlio: ma era egli fedele al suo mandato? si
doveva dubitarne. Dal giorno in cui aveva saputo che Giannone più non poteva
rivedere Napoli, aveva lasciato in strada Giovannino e sospesa la pensione alle
recluse. Lo storico aveva quindi chiamato il figlio presso di sè, e rimediato
come poteva al male. Ma qual era l'ulteriore condotta del fratello? Come
eseguiva il mandato lasciatogli? Qual uso faceva de' suoi pieni poteri? Per
cinque anni il prigioniero non ha nuove; da ultimo, verso la fine del 1741, una
lettera di suo figlio al re giunse nella sua prigione. Eccone il tenore:
«Maestà (diceva Giovannino) liberato dal carcere di Miolans dopo un anno e
mezzo di detenzione, mi recai a Napoli presso mio zio, Carlo Giannone, ma questo
quantunque s'avesse appropriate tutte le robe, mobili, stabili e crediti di mio
padre, mi obbligò a partire dopo pochi giorni per l'Ungheria, dandomi ad
intendere che, in virtù di una lettera di raccomandazione procuratami per il
colonnello Marulli, sarei promosso a posto onorevole e di profitto. Portatomi
in Ungheria e consegnata la lettera al Marulli, appena la volle costui leggere,
anzi nemmeno mi guardò in faccia, onde per poter vivere fui costretto a
mettermi a servire come soldato semplice, e rimanervi per lo spazio di tre
anni, tra guerra, peste e fame. Finalmente, non potendovi più resistere, ed
ottenuto dal colonnello gli attestati autentici di avere ben servito, mi è
convenuto restituirmi in questa mia patria, dove conferitomi incontanente a
casa dello zio, ne fui dal medesimo barbaramente discacciato, senza nemmeno
avermi voluto ascoltare o darmi modo di sostentamento». Giovannino chiedeva che
tali vertenze fossero comunicate al padre, affinchè vi provvedesse colla revoca
formale dei pieni poteri al fratello, essendovi pericolo ed urgenza.
Da quest'istante le lettere si succedono e si
scambiano per torturare il prigioniero, perchè suo figlio non gli ha ancora
detto che la metà delle sciagure. Non contento di scacciarlo, lo zio lo ha fatto
mettere in prigione per tre mesi, ha voluto togliergli il nome, diffamarlo in
tutta Napoli; ha tentato di maritare sua madre per separarla dal padre, e sul
suo risoluto rifiuto, le ha diminuita ed anzi sospesa la misera pensione, e la
infelice per sostenersi colla figlia era ridotta ad implorare la carità del
convento. Carlo Giannone voleva disperdere questa famiglia dell'amore.
Per colmo di sciagura, costui dilania il
prigioniero colle indegne sue risposte. - Voi siete la rovina della nostra
famiglia, gli dice, voi mettete a nostro carico il frutto de' vostri
disordini; vostro figlio «non ha affatto religione, onde non ha costume, e per
conseguenza non ha rispetto nè al cielo, ne a' suoi che l'hanno beneficato, e
molto meno a tutti gli uomini: e è
un poltrone. uno stupido, un superbo al sommo vile». L' insolente,
continua egli, non ha voluto servire l'imperatore, nostro unico benefattore,
nel cui esercito tanti principi sono stati semplici soldati, e di ritorno è
venuto in casa mia tirando la spada per uccidermi. - Ometto altre menzogne che
il figlio ed altri devono combattere, smentire, rettificare con cento
particolari e lunghe spiegazioni. Avvocato di professione, cavilloso di natura,
ipocrita per istinto, il triste uomo replica sempre con lettere, che sono vere
allegazioni forensi, piene di incidenti, di reticenze, di fatti alterati o
inventati, di citazioni a sproposito tolte agli Apostoli e alle Pandette, e
chiaramente s'intende che mira solo ad impadronirsi della povera eredità del
fratello già sepellito nella sua prigione. Spesso sparge la nuova della sua
morte, spesso teme altresì di vederlo ricomparire, e spaventato dalla
concessione del re che gli permette di corrispondere, cade in tenerezze finte,
che muovono a nausea.
Giudicate, o signori, qual fosse lo strazio del
prigioniero, ridotto all'impossibilità di soccorrere i suoi contro la più
estrema povertà. Inutilmente egli perora; appena egli ottiene che sia pagata la
pensione alle povere recluse del convento; sia necessità, sia debolezza,
non revoca la procura, e quattro anni più tardi, nel 1745, è ancora in lotta
col fratello, che ritira un suo capitale senza i riguardi dovuti ai debitori e
senza le garanzie dovute alla famiglia. Nessuno de' suoi numerosi amici ed
ammiratori osa dargli segno di vita; tutti tremano o stanno ammutoliti;
Giovannino resta solo a consolarlo; a parlargli della madre e della sorella,
delle loro lagrime, delle loro speranze. Neppure Angela Castelli gli scrive
poichè la regola lo divieta, e forse come la moglie di Vico era analfabeta; ma
colla forza dell'affetto la sua imagine penetra silenziosamente nella carcere
dello storico di cui raddoppia i dolori. Noi conosciamo le commozioni da lui
risentite, noi vediamo il suo pianto osservando la minuta delle risposte a
Giovannino; e quando riscontra una lettera che gli apprende come Angela avesse
respinto il raggiro di Carlo, che aveva tentato di darle marito, le
cancellature si moltiplicano sotto la sua penna, non sa trovare le espressioni,
e appena riesce a dire, che se un giorno sarà libero, egli troverà modo di
ricompensare tanta virtù. Gli è certo che l'ottima donna tutta assorta nel
pensiero dell'amico lontano era da tutti amata; lo stesso tiranno della
famiglia la rispettava, le monache la soccorrevano a gara prima facendola loro
portinaja poi dandole il più alto segno di stima col nominarla loro badessa.
Anche questa era una consolazione per Giannone ma quanto amara! e qual odioso
contrasto nel vedere il prigioniero dell'Inquisizione, il Voltaire dell'Italia
ridotto ad esultare alla notizia che la madre de' suoi figli era murata in un
convento.
La corrispondenza di Giannone cessa subitamente
verso la metà del 1746. Gli archivj non possedono lettere ulteriori, e d'altra
parte Panzini, che ha viste le carte conservate a Napoli, dice che l'ultima
lettera ricevuta dal figlio porta la data dell'8 giugno 1746. A quest'epoca
Giannone godeva di ottima salute: ma perchè mai cessava di scrivere? Il rigore
della custodia, la clemenza straordinaria della concessione di corrispondere, la
facilità somma che il fratello Carlo per malizia, e lo storico per imprudenza,
od altri per caso ne prendessero pretesto per divulgare l'ingiustizia del re,
fanno sì che io non possa allontanare da me il sospetto, che per un ultima
calamità il prigioniero rimanesse privo dell'amara gioia di piangere
co' suoi. Mi conferma questo sospetto un lungo reclamo di Giannone, sotto la
data del 14 marzo 1746, contro
l'ajutante Giovanni Battista Caramelli che lo sorvegliava, lo accompagnava per
ordine superiore nella sua passeggiata di due ore, e da più anni lo derubava,
lo insultava, lo malmenava per modo, che alla fine spingeva a formulare contro
di lui una tale serie di accuse circostanziate, da obbligare l'autorità ad
istruire un processo regolare. Per la prima volta il prigioniero sfidava il
carceriere, e bisognava che l'uno o l'altro rimanesse ferito. Il fatto prova
che furono tolte le comunicazioni al prigioniero; gli archivj provano altresì
che il Caramelli restò al suo posto, e la logica vuole che egli esercitasse
ancora il suo potere col risentimento naturale alla sua natura avara, aspra e
villana, e coi rigori giustificati dal principio vittorioso d'isolare lo
storico. L'infelice languì ancora per due anni: poi una repentina costipazione
presa passeggiando all'aria fredda, lo condusse in otto giorni al sepolcro.
Era di statura media, di colore bruno, di viso
lungo; l'occhio suo brillava quasi promettendo una nuova arditamente felice; e
la sua audacia acquistava il sale dell'ironia
affettando il più profondo rispetto per la Chiesa. Aborriva la volgarità negli
abiti come nelle idee, nella conversazione come nelle lotte; la moltitudine lo
intirizziva e gli toglieva la facoltà d'improvvisare nel fôro, ed il suo
parlare non era libero e sciolto se non cogli intimi amici, o cogli invisibili
lettori de' suoi scritti. Una tendenza alla melanconia, aggravata dall'asma,
gli faceva fuggire le città e preferire la solitudine dei campi. Si dice di un
celebre re di Francia, che, coraggioso per volontà deliberata portava poi quasi
per forza il proprio corpo tremante nei più terribili pericoli delle battaglie,
obbligandolo a combattere a suo dispetto; lo storico napoletano sempre nella
mischia obbligava la sua persona a rimanerci tremando.
Ma la sincerità, la lealtà, la bontà dell'animo,
queste doti inseparabili dalla vera scienza, s'incontrano in ogni istante della
sua vita. Il suo primo guadagno è impiegato a favore di suo padre, la sua prima
influenza a profitto di suo fratello, il suo ultimo sforzo a proteggere i suoi.
Nelle sue Memorie voi leggete ogni
più minuta particolarità della sua vita; vi espone le sue relazioni, le sue
speranze, i suoi timori in ogni frangente, e sì poco dimentica i più intimi
incidenti, che se troppo amaste la toga romana, potreste qualche volta crederlo
in veste da camera. Pure, anche desiderandolo più avveduto a Napoli, più
animoso a Vienna, più prudente a Venezia, più altero a Milano, più silenzioso a
Torino, non lo trovate mai nel fango di una menzogna, lo vedete sempre
tranquillo nelle più disperate vicissitudini, e possiede sempre, se non la
durezza del ferro, almeno la elasticità dell'acciajo; se non la consistenza
della rupe, almeno la incompressibilità dell'acqua, che potete calpestare, ma
di cui non alterate mai il livello. Il padre Prever scrisse che «non diede mai
contrassegno di disgusto o noja della sua prigionia, e che ivi viveva con
tranquillità di spirito e con una santa contentezza ». La sua morte era quella
di un cristiano in faccia ai credenti e di un filosofo in faccia alle peripezie
della fortuna.
Quanto alle persone che funestarono o consolarono
gli ultimi anni della sua carriera, seguirono esse l'onda di quell'ingrata
generazione. I due papi suoi persecutori, Benedetto XIII e Clemente XII, passarono
felicissimi, venerati da tutti, e persuasi dell'immortalità della santa Sede.
Il re Carlo Emanuele III visse rispettato, e stabilì l'opinione, che avesse
tenuto in cortese carcere la sua vittima, e che non le avesse tolta la
libertà se non per meglio proteggerla contro il pontefice; mi accadde anzi di
leggere in una recente biografia, che Giannone finisse i suoi giorni in
Piemonte sotto la protezione del re di Sardegna. Il marchese d'Ormea vivrà
immortale nella tradizione piemontese, sempre arditissimo col favore e senza il
favore del re, sempre grande nei guadagni e nei doni che alternava con
splendore regio: se pensò qualche volta al prigioniero, fu certo per
rallegrarsi di una cattura che gli aveva procurato un ottimo Concordato colla
Chiesa. I conti, marchesi e generali che governarono le fortezze di Miolans,
Ceva e Torino, passarono ai gradi superiori dovuti ai loro servigi, dopo avere
mostrato al prigioniero momentaneamente loro affidato quel viso di circostanza
loro prescritto dalla corte. L'ajutante di campo Caramelli continuò ad
esercitare le sue funzioni di carceriere in capo della cittadella di Torino, e
ad estorquere dai prigionieri di Stato i tre quinti del loro assegnamento
quotidiano. Il padre Prever, anche un anno dopo la morte di-Giannone, benedì la
Provvidenza che gli aveva procurato un sì felice esito nel seno della Chiesa, e
continuò esso pure a ricevere le abjure spontanee dei prigionieri:
dì Stato. Lo stesso Guastaldi, sulle prime poco rimunerato e lasciato al suo
posto di doganiere di Vesenà, ricevette l'importo delle 55 lire da lui spese nel tradire lo storico, e diventò poi ajutante di
campo del duca di Savoja, e così vide soddisfatta in parte la sua smania di far
fortuna.
Ma che diremo noi della famiglia di Giannone?
Nessuno conobbe i dolori dell'infelice Angela all'udire la nuova della morte
sua, e scompare dalla scena abbandonando l'eredità come testamentaria o
naturale al figlio. La figlia che nacque per così dire mutata lagrimava di
continuo colla madre nel misterioso suo destino che le separava dai viventi.
Giovannino non arricchì certo colla scarsa e sfrondata eredità del padre, che
gli convenne strappare giudizialmente all'avido zio. Appena il governo
piemontese gli restituì il misero importo di 87 ducati
per i libri e gli oggetti che il prigioniero non aveva mai potuto ottenere;
inutilmente ricominciò sotto Carlo III la carriera delle armi che aveva tentato
sotto l'Austria e dopo di aver passato l'infanzia nelle vie di Napoli, la
giovinezza nelle carceri del piemonte e nelle guerre d'Ungheria, adulto vicino
si vide alla miseria.
Però quando, passati felicemente all'altra vita
tutti ì persecutori di suo padre, attendevasi forse ad un'eterna ingratitudine;
quando un'altra generazione immemore del passato, ignorava oramai le amicizie,
le relazioni, i desiderii e la vita del prigioniero di Torino; quando il suo
nome non aveva più alcun senso personale, nè più toccava ormai ad alcun
interesse, allora la voce crescente del secolo, proclamandolo tra i più liberi
pensatori della nostra penisola, il povero figlio vide giungere nella sua
stanzuccia il seguente rescritto del ministro Bernardo Tanucci: «Informato il
re della strettezza in cui trovasi D. Giovanni Giannone, figlio ed erede del fu
D. Pietro, autore della Storia civile di questo regno: considerando non
convenire alla felicità del suo governo e al decoro della sovranità il
permettere che resti nella miseria il figlio del più grande, più utile allo
Stato e più ingiustamente perseguitato uomo che il regno abbia prodotto in questo
secolo, è la M. S. venuta in dare a D. Giovanni Giannone ducati 300 annui di
pensione sui proprj allodiali. -
Portici,
8 marzo 1769».
Undici anni più tardi la pensione era estesa alla
moglie, al figlio ed alla sorella dì Giovanni per non lasciare, diceva ancora
il nuovo rescritto, senza un contrassegno di perenne guiderdone la successione
dell'uomo unico nel sostenere i diritti del regno contro la Chiesa.
Così l'Italia rispondeva finalmente alle censure
cattoliche dell'Anastagi, del Sanfelice, del Paoli, del Tria, del Vitaliano,
del Bianchi; e se riproducevansi esse poi attenuate o dissimulate, poco
importava che il Fabroni ignorasse per qual ragione Giannone fosse un
grand'uomo, magnus homo o per qual altra avesse egli copiato sì spesso
il Costanzo, il Summonte, il Parrino ed il Buffier. Prevaleva invece, dal
Panzini in poi, una stima sempre più tenace per le sue opere, un misterioso
desiderio del Triregno, di cui stampavansi gli indici; ed io credo di
aver corrisposto a questo desiderio annoverando finalmente Giannone tra i
fondatori della filosofia della storia.
Il mio assunto è ormai compiuto. Chiamato ad
inaugurare questa cattedra, ve ne ho spiegato l'origine ne altro posso
aggiungere: altre cure mi chiamano altrove, e solo mi lasciano la speranza di rivedervi
in tempi meno severi. Forse poco abituati al linguaggio d'una scienza ancora
nuova, le promesse della mia prima lezione avrebbero potuto sembrarvi o
esagerate, o combinate artifiziosamente per sorprendervi; e pareva forse
un'iperbole la pretesa di farvi assistere all'origine di questa scienza,
considerando l'Italia come la sua sede naturale, Napoli come la città che
doveva esserne la culla, e il Giannone d'altra parte sì celebre, come uno de'
suoi più sconosciuti inventori, come il naturale socio di Vico, benchè i due
concittadini rimanessero sì profondamente l'uno all'altro estranei. Ma
l'affluenza vostra e il vostro desiderio mi hanno provato che subito avete
accettato le condizioni di una filosofia che si svolge col processo paradossale
dell'investigazione, dove si cerca quanto s'ignora e si viola di continuo
l'assioma: ignoti nulla cupido. Adesso voi vedete se potevasi dominare
la storia prima del secolo XVIII; se un sol uomo poteva abbracciarne i due lati
opposti del rispetto e del disprezzo per tutti culti; se la dualità del papato
e dell'impero poteva rimanere priva di senso nei primi tentativi per rendere
ragione dei culti di tutte le nazioni; e se nell'impossibilità di
assalire direttamente e popolarmente il dogma, e nella necessità di presto
progredire parallelamente alla Francia e all'Inghilterra, competesse all'Italia
il lavoro obbliquo di regnare un'ultima volta sui principj, schierandoli e
schiantandoli istoricamente col processo della loro successione.
Adesso voi potete verificare da ultimo perchè il
più ampio degli Stati italiani, il più regio fino dalla prima sua origine, il
più oppresso dalla straripante religione di Roma, il più forte nel tempo
stesso, grazie alla protezione rivale dell'impero dovesse dare la gloria di
Giannone. Percorrete pure i diversi Stati d'Italia, citate pure tutti i loro
più illustri ingegni fino dai tempi di Pietro Lombardo o di Machiavelli, e
vedrete che a Venezia il pensiero di Giannone sarebbe stato sepellito nelle
prigioni dei pozzi o nella dissimulazione di Fra Paolo Sarpi; la Lombardia
l'avrebbe lasciato nei limbi dell'onestà municipale; il Piemonte
l'avrebbe schiacciato sotto il peso della milizia, la Toscana dissipato nei
nembi dell'astuzia, della poesia, Roma in quelli dei misteri della fede; ma
Napoli l'obbliga a perorare per le regalie, gli pone in mano i grandi processi
dell'arcivescovado di Benevento e del tribunale di Sicilia, gli dà l'asilo di
Vienna, e con Vienna la veduta sui più ampj centri d'Inghilterra e di Francia,
l'autorità di una parola europea, e l'impossibilità di perdere la propria
natura, di dimenticare il cielo d'Italia, e quel miscuglio di prudenza e di
audacia, di ossequio e di arditezza per cui Giannone rappresenta la libertà
italiana nel più libero de' secoli scorsi.
-FINE-
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