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Giuseppe Ferrari
La mente di Pietro Giannone

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  • LEZIONE DECIMA   L' AGONIA DI GIANNONE.
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LEZIONE DECIMA

 
L' AGONIA DI GIANNONE.

 

Mi resta, o signori, a dirvi poche parole sulla prigionia dello storico napoletano seguendo i molteplici reclami conservati negli archivj del regno, i quali non lasciano sussistere il menomo dubbio sulla profonda sua miseria. Ben indovinate la sua afflizione durante il primo anno della sua cattività e come gli piombasse sul cuoreinopinata sciagura. Secondo i rapporti piangeva notte e giorno col figlio. Nel secondo anno, passato a Miolans, perde anche la consolazione del figlio; i suoi abiti sono a stracci, e trema del freddo: nel terzo anno viene trasferito a Torino nelle prigioni di Pospaventevoli, che sta per perdervi la vita. Mandato a Ceva, vi cade ammalato gravemente quasi ad ogni inverno. Il nono anno di sua cattività lo troviamo di nuovo a Torino, nella fortezza, in una cella misera, oscura, angusta; vi si giunge attraversando la camera degli schiavi incatenati per coppie, e di un fetore insopportabile. Gli vien rifiutato il fuoco per scaldarsi; appena gli si concede per grazia un po' di carbone in un vaso di terra, ed anche questo gli vien poi contrastato. Rotte le calze, rotte le scarpe, «cammina a nudi piedi sul pavimento della stanza». (1744). Gli abiti nuovamente a stracci non bastano più a coprirlo, e gli si compera a stento un capotto vecchio di panno grossissimo e senza proporzione col suo corpo. Dorme su d'un letto di munizione, mangia in scodella di creta, veglia con un candelliere di legno a olio; difficilmente ottiene il lusso di un bicchiere di vetro, perchè l'ajutante della cittadella di Torino avrebbe voluto che bevesse nella brocca di cui si serviva per lavarsi le mani. Erangli assegnati 50 soldi al giorno per il vitto, ma l'ajutante gliene toglieva i tre quinti, prelevando una tassa su tutto, fin sulla barba, e vivevo (dic'egli) con una sola vivanda di carne a lesso, e quando voleva banchettate vi aggiungeva un cacio.

Gli era concesso di passeggiare nell'interno della fortezza per due ore al giorno, ma sotto la custodia dell'ajutante, per cui questo necessario esercizio veniva subordinato anch'esso ai capricci, al mal umore, alla negligenza del sorvegliante. Lascio cento particolari sulle brutalità da lui subite, sulla umidità delle sue carceri, sulla perdita e confusione dei libri e scritti ogniqualvolta veniva trasferito da una fortezza all'altra. Basterà il dire, che inutilmente reclamava gli abiti, i libri, le medaglie, i mobili, o il valsente degli oggetti venduti o distrutti dall'infame Guastaldi: l'ajutante gli rideva in faccia, dicendogli che il ricavo era stato impiegato a dire delle messe a sua intenzione; il padre Prever era cieco e muto; il governo accoglieva le petizioni, verificava i conti, e definiva il tutto mettendo i suoi libri nella biblioteca dell'università di Torino, come se fossero di nessuno.

Non si può dire quanto egli si umiliasse dinanzi a suoi carcerieri, e spesso sembra come trasportato dalla frenesia dell'avvilimento. Ad ogni occasione solenne chiede la libertà al re, gli ricorda la offerta di servirlo che gli aveva liberamente fatta da Milano, gli richiama che l'arcivescovo di Napoli l'ha assolto, che l'Inquisizione lo ha benedetto, che si è ritrattato, che nulla ha mai fatto imaginato contro la casa di Savoja, gli professa «infiniti obblighi per averlo sottratto ai pericoli di perdizione nei quali era per cadere». Non si stanca di scrivere al marchese d'Ormea, cui si professa egualmente riconoscente; al padre Prever, cui deve la gioia della sua abjura; chiede pietà per un povero vecchio che domanda di finire i suoi giorni nella sua campagna di Napoli. Ma egli parla ai muri; lo stesso Prever resta più anni senza vederlo rispondergli; un papa succede all'altro senza che la sua sorte sia mutata.

Non basta: alle afflizioni fisiche se ne aggiungono altre più pungenti, che gli archivj ci permettono di svelare colla sua corrispondenza. Nulla sa del mondo, nulla degli amici; nulla del figlio che noi abbiamo lasciato solo sulla via d'Italia nel cuore della notte. Dov'è egli? che fa sua madre? vive ancora? Era Angela Elisabetta Castelli, un vero angelo per la bellezza e per l'amore. Giannone l'aveva presa vergine nel fango, che una mala famiglia gliel'aveva venduta, ed era stata l'unica sua gioja sul suolo di Napoli, l'unica dolcezza della sua vita. Quando più tardi egli partiva per l'esiglio, era entrata in un convento con una bambina in braccio, confidando il figlio alle cure del fratello di Giannone, mai più aveva voluto uscire dal suo ritiro. Lo storico aveva lasciato a Napoli una villa, dei crediti, dei libri, i suoi pieni poteri al fratello, incaricato di pagare le due pensioni al convento e d'invigilare sul figlio: ma era egli fedele al suo mandato? si doveva dubitarne. Dal giorno in cui aveva saputo che Giannone più non poteva rivedere Napoli, aveva lasciato in strada Giovannino e sospesa la pensione alle recluse. Lo storico aveva quindi chiamato il figlio presso di , e rimediato come poteva al male. Ma qual era l'ulteriore condotta del fratello? Come eseguiva il mandato lasciatogli? Qual uso faceva de' suoi pieni poteri? Per cinque anni il prigioniero non ha nuove; da ultimo, verso la fine del 1741, una lettera di suo figlio al re giunse nella sua prigione. Eccone il tenore: «Maestà (diceva Giovannino) liberato dal carcere di Miolans dopo un anno e mezzo di detenzione, mi recai a Napoli presso mio zio, Carlo Giannone, ma questo quantunque s'avesse appropriate tutte le robe, mobili, stabili e crediti di mio padre, mi obbligò a partire dopo pochi giorni per l'Ungheria, dandomi ad intendere che, in virtù di una lettera di raccomandazione procuratami per il colonnello Marulli, sarei promosso a posto onorevole e di profitto. Portatomi in Ungheria e consegnata la lettera al Marulli, appena la volle costui leggere, anzi nemmeno mi guardò in faccia, onde per poter vivere fui costretto a mettermi a servire come soldato semplice, e rimanervi per lo spazio di tre anni, tra guerra, peste e fame. Finalmente, non potendovi più resistere, ed ottenuto dal colonnello gli attestati autentici di avere ben servito, mi è convenuto restituirmi in questa mia patria, dove conferitomi incontanente a casa dello zio, ne fui dal medesimo barbaramente discacciato, senza nemmeno avermi voluto ascoltare o darmi modo di sostentamento». Giovannino chiedeva che tali vertenze fossero comunicate al padre, affinchè vi provvedesse colla revoca formale dei pieni poteri al fratello, essendovi pericolo ed urgenza.

Da quest'istante le lettere si succedono e si scambiano per torturare il prigioniero, perchè suo figlio non gli ha ancora detto che la metà delle sciagure. Non contento di scacciarlo, lo zio lo ha fatto mettere in prigione per tre mesi, ha voluto togliergli il nome, diffamarlo in tutta Napoli; ha tentato di maritare sua madre per separarla dal padre, e sul suo risoluto rifiuto, le ha diminuita ed anzi sospesa la misera pensione, e la infelice per sostenersi colla figlia era ridotta ad implorare la carità del convento. Carlo Giannone voleva disperdere questa famiglia dell'amore.

Per colmo di sciagura, costui dilania il prigioniero colle indegne sue risposte. - Voi siete la rovina della nostra famiglia, gli dice, voi mettete a nostro carico il frutto de' vostri disordini; vostro figlio «non ha affatto religione, onde non ha costume, e per conseguenza non ha rispetto al cielo, ne a' suoi che l'hanno beneficato, e molto meno a tutti gli uomini: e è un poltrone. uno stupido, un superbo al sommo vile». L' insolente, continua egli, non ha voluto servire l'imperatore, nostro unico benefattore, nel cui esercito tanti principi sono stati semplici soldati, e di ritorno è venuto in casa mia tirando la spada per uccidermi. - Ometto altre menzogne che il figlio ed altri devono combattere, smentire, rettificare con cento particolari e lunghe spiegazioni. Avvocato di professione, cavilloso di natura, ipocrita per istinto, il triste uomo replica sempre con lettere, che sono vere allegazioni forensi, piene di incidenti, di reticenze, di fatti alterati o inventati, di citazioni a sproposito tolte agli Apostoli e alle Pandette, e chiaramente s'intende che mira solo ad impadronirsi della povera eredità del fratello già sepellito nella sua prigione. Spesso sparge la nuova della sua morte, spesso teme altresì di vederlo ricomparire, e spaventato dalla concessione del re che gli permette di corrispondere, cade in tenerezze finte, che muovono a nausea.

Giudicate, o signori, qual fosse lo strazio del prigioniero, ridotto all'impossibilità di soccorrere i suoi contro la più estrema povertà. Inutilmente egli perora; appena egli ottiene che sia pagata la pensione alle povere recluse del convento; sia necessità, sia debolezza, non revoca la procura, e quattro anni più tardi, nel 1745, è ancora in lotta col fratello, che ritira un suo capitale senza i riguardi dovuti ai debitori e senza le garanzie dovute alla famiglia. Nessuno de' suoi numerosi amici ed ammiratori osa dargli segno di vita; tutti tremano o stanno ammutoliti; Giovannino resta solo a consolarlo; a parlargli della madre e della sorella, delle loro lagrime, delle loro speranze. Neppure Angela Castelli gli scrive poichè la regola lo divieta, e forse come la moglie di Vico era analfabeta; ma colla forza dell'affetto la sua imagine penetra silenziosamente nella carcere dello storico di cui raddoppia i dolori. Noi conosciamo le commozioni da lui risentite, noi vediamo il suo pianto osservando la minuta delle risposte a Giovannino; e quando riscontra una lettera che gli apprende come Angela avesse respinto il raggiro di Carlo, che aveva tentato di darle marito, le cancellature si moltiplicano sotto la sua penna, non sa trovare le espressioni, e appena riesce a dire, che se un giorno sarà libero, egli troverà modo di ricompensare tanta virtù. Gli è certo che l'ottima donna tutta assorta nel pensiero dell'amico lontano era da tutti amata; lo stesso tiranno della famiglia la rispettava, le monache la soccorrevano a gara prima facendola loro portinaja poi dandole il più alto segno di stima col nominarla loro badessa. Anche questa era una consolazione per Giannone ma quanto amara! e qual odioso contrasto nel vedere il prigioniero dell'Inquisizione, il Voltaire dell'Italia ridotto ad esultare alla notizia che la madre de' suoi figli era murata in un convento.

La corrispondenza di Giannone cessa subitamente verso la metà del 1746. Gli archivj non possedono lettere ulteriori, e d'altra parte Panzini, che ha viste le carte conservate a Napoli, dice che l'ultima lettera ricevuta dal figlio porta la data dell'8 giugno 1746. A quest'epoca Giannone godeva di ottima salute: ma perchè mai cessava di scrivere? Il rigore della custodia, la clemenza straordinaria della concessione di corrispondere, la facilità somma che il fratello Carlo per malizia, e lo storico per imprudenza, od altri per caso ne prendessero pretesto per divulgare l'ingiustizia del re, fanno sì che io non possa allontanare da me il sospetto, che per un ultima calamità il prigioniero rimanesse privo dell'amara gioia di piangere co' suoi. Mi conferma questo sospetto un lungo reclamo di Giannone, sotto la data del 14 marzo 1746, contro l'ajutante Giovanni Battista Caramelli che lo sorvegliava, lo accompagnava per ordine superiore nella sua passeggiata di due ore, e da più anni lo derubava, lo insultava, lo malmenava per modo, che alla fine spingeva a formulare contro di lui una tale serie di accuse circostanziate, da obbligare l'autorità ad istruire un processo regolare. Per la prima volta il prigioniero sfidava il carceriere, e bisognava che l'uno o l'altro rimanesse ferito. Il fatto prova che furono tolte le comunicazioni al prigioniero; gli archivj provano altresì che il Caramelli restò al suo posto, e la logica vuole che egli esercitasse ancora il suo potere col risentimento naturale alla sua natura avara, aspra e villana, e coi rigori giustificati dal principio vittorioso d'isolare lo storico. L'infelice languì ancora per due anni: poi una repentina costipazione presa passeggiando all'aria fredda, lo condusse in otto giorni al sepolcro.

Era di statura media, di colore bruno, di viso lungo; l'occhio suo brillava quasi promettendo una nuova arditamente felice; e la sua audacia acquistava il sale dell'ironia affettando il più profondo rispetto per la Chiesa. Aborriva la volgarità negli abiti come nelle idee, nella conversazione come nelle lotte; la moltitudine lo intirizziva e gli toglieva la facoltà d'improvvisare nel fôro, ed il suo parlare non era libero e sciolto se non cogli intimi amici, o cogli invisibili lettori de' suoi scritti. Una tendenza alla melanconia, aggravata dall'asma, gli faceva fuggire le città e preferire la solitudine dei campi. Si dice di un celebre re di Francia, che, coraggioso per volontà deliberata portava poi quasi per forza il proprio corpo tremante nei più terribili pericoli delle battaglie, obbligandolo a combattere a suo dispetto; lo storico napoletano sempre nella mischia obbligava la sua persona a rimanerci tremando.

Ma la sincerità, la lealtà, la bontà dell'animo, queste doti inseparabili dalla vera scienza, s'incontrano in ogni istante della sua vita. Il suo primo guadagno è impiegato a favore di suo padre, la sua prima influenza a profitto di suo fratello, il suo ultimo sforzo a proteggere i suoi.

Nelle sue Memorie voi leggete ogni più minuta particolarità della sua vita; vi espone le sue relazioni, le sue speranze, i suoi timori in ogni frangente, e sì poco dimentica i più intimi incidenti, che se troppo amaste la toga romana, potreste qualche volta crederlo in veste da camera. Pure, anche desiderandolo più avveduto a Napoli, più animoso a Vienna, più prudente a Venezia, più altero a Milano, più silenzioso a Torino, non lo trovate mai nel fango di una menzogna, lo vedete sempre tranquillo nelle più disperate vicissitudini, e possiede sempre, se non la durezza del ferro, almeno la elasticità dell'acciajo; se non la consistenza della rupe, almeno la incompressibilità dell'acqua, che potete calpestare, ma di cui non alterate mai il livello. Il padre Prever scrisse che «non diede mai contrassegno di disgusto o noja della sua prigionia, e che ivi viveva con tranquillità di spirito e con una santa contentezza ». La sua morte era quella di un cristiano in faccia ai credenti e di un filosofo in faccia alle peripezie della fortuna.

Quanto alle persone che funestarono o consolarono gli ultimi anni della sua carriera, seguirono esse l'onda di quell'ingrata generazione. I due papi suoi persecutori, Benedetto XIII e Clemente XII, passarono felicissimi, venerati da tutti, e persuasi dell'immortalità della santa Sede. Il re Carlo Emanuele III visse rispettato, e stabilì l'opinione, che avesse tenuto in cortese carcere la sua vittima, e che non le avesse tolta la libertà se non per meglio proteggerla contro il pontefice; mi accadde anzi di leggere in una recente biografia, che Giannone finisse i suoi giorni in Piemonte sotto la protezione del re di Sardegna. Il marchese d'Ormea vivrà immortale nella tradizione piemontese, sempre arditissimo col favore e senza il favore del re, sempre grande nei guadagni e nei doni che alternava con splendore regio: se pensò qualche volta al prigioniero, fu certo per rallegrarsi di una cattura che gli aveva procurato un ottimo Concordato colla Chiesa. I conti, marchesi e generali che governarono le fortezze di Miolans, Ceva e Torino, passarono ai gradi superiori dovuti ai loro servigi, dopo avere mostrato al prigioniero momentaneamente loro affidato quel viso di circostanza loro prescritto dalla corte. L'ajutante di campo Caramelli continuò ad esercitare le sue funzioni di carceriere in capo della cittadella di Torino, e ad estorquere dai prigionieri di Stato i tre quinti del loro assegnamento quotidiano. Il padre Prever, anche un anno dopo la morte di-Giannone, benedì la Provvidenza che gli aveva procurato un sì felice esito nel seno della Chiesa, e continuò esso pure a ricevere le abjure spontanee dei prigionieri: Stato. Lo stesso Guastaldi, sulle prime poco rimunerato e lasciato al suo posto di doganiere di Vesenà, ricevette l'importo delle 55 lire da lui spese nel tradire lo storico, e diventò poi ajutante di campo del duca di Savoja, e così vide soddisfatta in parte la sua smania di far fortuna.

Ma che diremo noi della famiglia di Giannone? Nessuno conobbe i dolori dell'infelice Angela all'udire la nuova della morte sua, e scompare dalla scena abbandonando l'eredità come testamentaria o naturale al figlio. La figlia che nacque per così dire mutata lagrimava di continuo colla madre nel misterioso suo destino che le separava dai viventi. Giovannino non arricchì certo colla scarsa e sfrondata eredità del padre, che gli convenne strappare giudizialmente all'avido zio. Appena il governo piemontese gli restituì il misero importo di 87 ducati per i libri e gli oggetti che il prigioniero non aveva mai potuto ottenere; inutilmente ricominciò sotto Carlo III la carriera delle armi che aveva tentato sotto l'Austria e dopo di aver passato l'infanzia nelle vie di Napoli, la giovinezza nelle carceri del piemonte e nelle guerre d'Ungheria, adulto vicino si vide alla miseria.

Però quando, passati felicemente all'altra vita tutti ì persecutori di suo padre, attendevasi forse ad un'eterna ingratitudine; quando un'altra generazione immemore del passato, ignorava oramai le amicizie, le relazioni, i desiderii e la vita del prigioniero di Torino; quando il suo nome non aveva più alcun senso personale, più toccava ormai ad alcun interesse, allora la voce crescente del secolo, proclamandolo tra i più liberi pensatori della nostra penisola, il povero figlio vide giungere nella sua stanzuccia il seguente rescritto del ministro Bernardo Tanucci: «Informato il re della strettezza in cui trovasi D. Giovanni Giannone, figlio ed erede del fu D. Pietro, autore della Storia civile di questo regno: considerando non convenire alla felicità del suo governo e al decoro della        sovranità il permettere che resti nella miseria il figlio del più grande, più utile allo Stato e più ingiustamente perseguitato uomo che il regno abbia prodotto in questo secolo, è la M. S. venuta in dare a D. Giovanni Giannone ducati 300 annui di pensione sui proprj allodiali. -

Portici, 8 marzo 1769».

Undici anni più tardi la pensione era estesa alla moglie, al figlio ed alla sorella Giovanni per non lasciare, diceva ancora il nuovo rescritto, senza un contrassegno di perenne guiderdone la successione dell'uomo unico nel sostenere i diritti del regno contro la Chiesa.

Così l'Italia rispondeva finalmente alle censure cattoliche dell'Anastagi, del Sanfelice, del Paoli, del Tria, del Vitaliano, del Bianchi; e se riproducevansi esse poi attenuate o dissimulate, poco importava che il Fabroni ignorasse per qual ragione Giannone fosse un grand'uomo, magnus homo o per qual altra avesse egli copiatospesso il Costanzo, il Summonte, il Parrino ed il Buffier. Prevaleva invece, dal Panzini in poi, una stima sempre più tenace per le sue opere, un misterioso desiderio del Triregno, di cui stampavansi gli indici; ed io credo di aver corrisposto a questo desiderio annoverando finalmente Giannone tra i fondatori della filosofia della storia.

Il mio assunto è ormai compiuto. Chiamato ad inaugurare questa cattedra, ve ne ho spiegato l'origine ne altro posso aggiungere: altre cure mi chiamano altrove, e solo mi lasciano la speranza di rivedervi in tempi meno severi. Forse poco abituati al linguaggio d'una scienza ancora nuova, le promesse della mia prima lezione avrebbero potuto sembrarvi o esagerate, o combinate artifiziosamente per sorprendervi; e pareva forse un'iperbole la pretesa di farvi assistere all'origine di questa scienza, considerando l'Italia come la sua sede naturale, Napoli come la città che doveva esserne la culla, e il Giannone d'altra partecelebre, come uno de' suoi più sconosciuti inventori, come il naturale socio di Vico, benchè i due concittadini rimanesseroprofondamente l'uno all'altro estranei. Ma l'affluenza vostra e il vostro desiderio mi hanno provato che subito avete accettato le condizioni di una filosofia che si svolge col processo paradossale dell'investigazione, dove si cerca quanto s'ignora e si viola di continuo l'assioma: ignoti nulla cupido. Adesso voi vedete se potevasi dominare la storia prima del secolo XVIII; se un sol uomo poteva abbracciarne i due lati opposti del rispetto e del disprezzo per tutti culti; se la dualità del papato e dell'impero poteva rimanere priva di senso nei primi tentativi per rendere ragione dei culti di tutte le nazioni; e se nell'impossibilità di assalire direttamente e popolarmente il dogma, e nella necessità di presto progredire parallelamente alla Francia e all'Inghilterra, competesse all'Italia il lavoro obbliquo di regnare un'ultima volta sui principj, schierandoli e schiantandoli istoricamente col processo della loro successione.

Adesso voi potete verificare da ultimo perchè il più ampio degli Stati italiani, il più regio fino dalla prima sua origine, il più oppresso dalla straripante religione di Roma, il più forte nel tempo stesso, grazie alla protezione rivale dell'impero dovesse dare la gloria di Giannone. Percorrete pure i diversi Stati d'Italia, citate pure tutti i loro più illustri ingegni fino dai tempi di Pietro Lombardo o di Machiavelli, e vedrete che a Venezia il pensiero di Giannone sarebbe stato sepellito nelle prigioni dei pozzi o nella dissimulazione di Fra Paolo Sarpi; la Lombardia l'avrebbe lasciato nei limbi dell'onestà municipale; il Piemonte l'avrebbe schiacciato sotto il peso della milizia, la Toscana dissipato nei nembi dell'astuzia, della poesia, Roma in quelli dei misteri della fede; ma Napoli l'obbliga a perorare per le regalie, gli pone in mano i grandi processi dell'arcivescovado di Benevento e del tribunale di Sicilia, gli l'asilo di Vienna, e con Vienna la veduta sui più ampj centri d'Inghilterra e di Francia, l'autorità di una parola europea, e l'impossibilità di perdere la propria natura, di dimenticare il cielo d'Italia, e quel miscuglio di prudenza e di audacia, di ossequio e di arditezza per cui Giannone rappresenta la libertà italiana nel più libero de' secoli scorsi.

 

 

 

 

-FINE-

 




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