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| Giuseppe Ferrari La mente di Pietro Giannone IntraText CT - Lettura del testo |
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LEZIONE QUARTA.LE PAGINE SMARRITE DEL REGNO TERRESTRE.L'inspirazione della scienza aveva tratto Giannone
a sottomettere gli innumerevoli fatti della storia al dominio delle leggi, e il
suo merito era stato di tirarne le idee della Per noi, che indaghiamo la mente sua colla pretesa di notarne il progresso prima da un sentimento all'altro, poi da un'idea all'altra, dobbiamo interrogare in primo luogo la sua persona, in secondo luogo gli scritti suoi. In primo luogo dunque, può egli fermarsi? La sua carriera è forse finita? Il pontefice suo nemico ha forse cessalo di inseguirlo? O l'ha forse disarmato? No, certo; se il pontefice l'ha gettato nell'esiglio, egli si è raccolto sotto la protezione dell'impero, e crescendo il secolo dei filosofi, lo scorgete, quasi l'ultimo dei Ghibellini, sotto le ali dell'aquila nera che proteggeva e i giureconsulti di Federico II e quelli di Lodovico il Bavaro, e ogni occulta eresia, ogni filosofia ardita, sul suolo italiano sempre perseguitata dai popoli e dalle repubbliche fin dai tempi di Dante, esso pure imperiale di parte. Voi indovinate pertanto che lo sdegno fatidico della scienza lo spingerà oltre gli spinosi confini della Storia civile. D'altronde egli è a Vienna, e che cosa è Vienna?
non una città, non una capitale, non uno Stato, ma una sede della federazione
germanica, dove si ripercuotono gli echi di trecento Stati e le voci di tutte
le capitali d'Europa; e se nella federazione germanica ogni diritto vive
eterno; se vi coesistono l'abbazia del medioevo, la città libera, il vescovado
elettore, il vecchio ducato e il regno moderno; se reciprocamente vi si
rispettano il cattolico e il protestante, il repubblicano e l'assolutista; se
la Dieta vi concilia tutte le contraddizioni dello spirito umano, riputando
inviolabi1e ogni confine, e lasciando ad ogni Stato fino il diritto di
stabilire alleanze, conquiste, concittadinanze sotto forme indefinitamente
varie; Di grazia, lasciate le preoccupazioni del giorno, non trasportate il presente nel passato, non equivocate tra l'attual monarchia dell'Austria e l'impero Germanico, la cui prima legge era di esser repubblica, di avere un capo elettivo, e di obbligarlo a spogliarsi d'ogni suo dominio nell'atto in cui cingeva la corona imperiale, per cui egli era il più debole tra i duchi, l'uomo delle città libere, il protettore universale e sempre legale e federale contro l'invasione della Chiesa romana. Ricordatevi pur sempre, che la filosofia della storia non è di una nazione, non è arme politica, e abbraccia le regioni più opposte; e se non è forse concesso all'uomo di sostenere nel tempo stesso le parti del cittadino e del filosofo; se il filosofo è amico della sapienza, e non mai nè sapiente nè divino, pure bisogna che lo sia nel passato, dove trova un regno di spettri, che Dio stesso non può annientare. Ora nel 1723 Vienna è la sede della più gran federazione e della più federale monarchia; da Magonza, da Monaco, da cento Stati vi giungono i sovrani come ospiti, e negli uffizj il commissario della crociata sicula corrisponde coll'asiatico maggiaro, col barbaro croato, col rozzo stiriano, fatti capi di divisione e veri impiegati.
Chi gli resisteva colla cieca fede, trovava in lui
redivivi i padri ed i dottori, e doveva rendere moderna l'antica scolastica, le
cui questioni .della caduta, della redenzione, della grazia, della libertà
erano pur sempre i problemi del male, della giustizia e della felicità(5).
Coloro poi che cercavano più lontana meta, dichiarando la guerra a Dio,
sentivansi colpiti alla volta loro dalle invisibili frecce della sua
metafisica; la materia mancava loro sotto i piedi, decomposta nelle monadi,
ogni molecola diventava un germe, un'anima, un Dio minore, e in mezzo a tanta
trasformazione erano possibili e l'immortalità nell'anima, e la vita avvenire,
e l'intera religione naturale. Che se volevasi voltare questa religione contro
il cristianesimo a nome di Bayle e di altri filosofi vagamente detti sociniani,
egli opponeva loro tutte le possibilità e sui disegni di Dio,e sulla legge
eccezionale del miracolo e sulla necessità del male per raggiungere un maggior
bene, e giungeva quasi per incanto a considerare i Ma questa Teodicea poi ereditata da Wolf era
nel 1723 già sopraffatta dalla scuola di Locke, che verificava le idee
coll'occhio, colla mano, colla storia, coi fatti, e l'astratto edifizio delle
possibilità cadeva dinanzi alla rivelazione dei sensi. Lo Tosto Collins, amico e discepolo di Locke, distrugge l'anima dei teologi, ed obbliga il cristianesimo a gravitare sulla risurrezione dei corpi, il più rovinoso de' suoi teoremi. Per giunta gli toglie non solo la base delle credenze naturali, ma ben anche l'altra base della religione giudaica, che mostra tutta materiale nelle sue speranze, tutta politica nell'aspettativa del suo Redentore, tutta sdegnata di vedersi delusa da Cristo, tutta armata di prove contro la sospetta illusione del Vangelo. Tindall mette anch'esso in contraddizione l'antico col nuovo Testamento. Dodwel aveva tolto al cristianesimo la creduta spiritualità dei padri; Toland gli invola i misteri, il Dio personale della Chiesa, la sincerità dei suoi rivelatori, le origini rivendicate dagli Egizj, e la santità dell'ascetismo, cui sostituisce il culto della natura e dell'istinto. Woolston gli rapisce i miracoli del Vangelo, la fede dei primi cristiani, e la storia del Redentore, secondo lui ondeggiante tra l'allegoria e la menzogna. Shaftesbury lo deride nell'entusiasmo dei martiri,
e insiste sulla necessità del buon umore in presenza della Chiesa. In sua sentenza
la virtù basta alla felicità Vienna, città pratica e materiale, accoglieva senza
dubbio le nuove dottrine che straripavano sulla Germania; camminava pur sempre
di pari passo colla politica inglese, e l'esule italiano vedeva la sua Storia
civile tradotta a Londra, Tindal, Collins, Toland, Woolston s'illustravano
e morivano appunto nell'intervallo del suo esiglio dal 1723 al 1733. Poteva
egli quindi rimanere estraneo a tanto moto? Oramai mutato era il fondo sul
quale si svolgeva la sua meditazione sulle dieci conquiste del regno di Napoli;
ai problemi sull'influenza dei re, dei papi, dei beni ecclesiastici succedevano
altri problemi sulle leggi della natura, sul passato del genere umano,
sull'origine dei miracoli, delle leggende, dei culti, dei sacerdozj; sui
vantaggi e sui danni delle religioni; sulle differenze tra il giudaismo e il
cristianesimo, tra la terra promessa Intimo amico di Garelli bibliotecario dell'imperatore, in relazione coi primi dotti della Germania, non eravi viaggiatore distinto che capitando a Vienna non desiderasse di vederlo, non libro di grido che non dovesse cadergli tra le mani: corrispondente coi Menkenj di Lipsia, ad ogni tratto era consultato come giurisperito, le sue dottrine imperiali l'autorizzavano a proferire di continuo i suoi servigi, e il suo vivissimo desiderio di trasformare la sua pensione onoraria in un vero impiego lo mettevano continuamente in rapporto col governo austriaco. I protettori non gli mancavano tra gli altri il conte Zizendorf, il marchese di Rialp, il principe Eugenio di Savoja, e per giunta era egli in pensione da una vedova Leisenhoffen madre di tre figlie, di famiglia distintissima, dove considerato come amico di casa le occasioni gli si offrivano innumerevoli di apprendere il tedesco e di entrare nel moto germanico. In verità assorto nei propri pensieri egli non vede nella Germania che il riflesso dell'Italia. Per lui Carlo VI era l'imperatore dei Romani. Vienna un'altra Napoli dove s. Gennaro riviveva in s. Giovanni Nepomuceno dotato del potere miracoloso di fecondare le mogli, e quando nelle sue note dipinge l'ignoranza del volgo viennese o la corruzione dei ministri imperiali, o il fanatismo delle donzelle che si facevano condannare a morte maledicendo Cristo per desolare i loro infidi amanti, sempre si vede il cielo di Napoli. In mezzo al moto europeo ad altro non pensava che a' suoi Giannonisti d'Italia, o a' suoi avversarj del clero, cioè all'Anastagi Arcivescovo di Sorrento, al Sanfelice dell'ordine di Gesù, al Padre Paoli dell'Oratorio, agli uomini della curia romana che straziavano la sua Storia civile; e lottava contro il dicastero ispanico come se fosse a Napoli, svolgendo le istesse idee colle quali aveva dedicato il suo libro all'imperatore. La natura stessa delle sue occupazioni lo prova e scrive il trattato sui dicasteri di Vienna per ferire la gotica giurisprudenza del Consiglio ispanico, scrive altresì un consulto sull'origine laica e bizantina del tribunale della monarchia siciliana, per mantener fermo il principio dell'autorità regia sugli ecclesiastici; sostiene pure il diritto del regio exequatur per resistere all'Arcivescovado di Benevento sì stranamente ampliato dalla Chiesa nel regno dì Napoli nell'intento di estendere l'influenza della corte di Roma nel mezzodì. Pensa ad una raccolta delle lettere di Pietro delle Vigne perchè era il consigliere di Federico II il suo nume tutelare contro ì pontefici; col Menkenio che corrisponde con lui si occupa di Angelo Poliziano, ogni sua idea è italiana, e quando vuole la riforma dell' università di Napoli, e quando commenta le medaglie coniate da Luigi XII coll'iscrizione dum perdam Babilonis nomen che ristabilisce contro Giulio II nel mentre che un commentatore francese voleva che fosse volta contro il soldano d'Egitto regnante a Cipro e a Gerusalemme. Invano la Germania vuol conquistarlo, la sua natura si rivolta talmente contro la sua volontà che invece di imparare il tedesco dalle sue ospiti finisce per insegnare loro la propria lingua. Ma appunto perchè rimane italiano in una capitale che lo mette a contatto con tutte le idee dell'Europa, meglio segue il proprio destino e meglio innalza l'Italia a livello del progresso generale. Un subitaneo tedio per la sua stessa Storia civile gli consiglia altri studj; cerca di nuovo la solitudine inspiratrice dei campi dove soleva raddoppiare le forze della sua mente, e nel 1731 le sue Memorie inedite ce lo mostrano nella villeggiatura di Medling vicina a Vienna, dove ricomincia alla fine i suoi studj su più vasto disegno, per conoscere, dice egli, sè stesso e il mondo intero. « Cominciai, sono le sue parole, nella villeggiatura di quest'anno a darmi a studj che fossero drizzati unicamente alla cognizione di me stesso e della condizione umana della quale era vestito, e ripigliare i miei passati studj filosofici, e col soccorso della storia investigare più dappresso la fabbrica di questo mondo e degli antichi suoi abitatori, dell'uomo e della sua condizione e fine, e quanto sopra la terra fossesi col suo decorso e riflessione avanzato sopratutto il mortal genere, ed avesse dato principio alla società civile onde sorser le città, i regni, il culto e le repubbliche, lasciando la vita silvestre e ferale agli altri animali ai quali non fu concesso tanto acume, industria ed intelletto da potersene spogliare. E tralasciata la considerazione dei moderni imperj, regni e monarchie, delle quali abbastanza era istruito, volli andar dietro quanto più si potesse seguendo le memorie che sottratte dalle ingiurie dei tempi e degli uomini erano a noi rimaste ». Non potevasi più chiaramente manifestare l'intento di dedurre dalle leggi prime della mente umana le leggi, i governi, le religioni e l'intera civiltà. Adesso che conosciamo le disposizioni dello scrittore, possiamo consultarne gli scritti, e qui troviamo il libro del Triregno. Come già sapete, noi non ne possediamo che il frammento inedito del Regno celeste, che presto io spero sarà stampato dal commendatore Mancini, l'ex-ministro da cui primamente ripeto l'onore di parlarvi da questa cattedra, ed a cui devo le prime indicazioni sui documenti relativi allo storico suo concittadino. Ma se i due terzi dell'opera vanno smarriti, il libro del Regno celeste nel manoscritto da me esaminato non conta meno di 664 pagine in-4.°, possediamo inoltre l'indice stampato dell'intera opera; un sunto lo spiega nelle Memorie inedite dell'autore, e un ultimo scritto intitolato l'Ape ingegnosa, parimenti inedito nella Biblioteca del re a Torino, ci permette di supplire facilmente alle teorie mancanti. Finalmente lo storico napoletano si ripete tante volte, le sue opere edite ed inedite, si strettamente si collegano, ed è sì consentaneo ne' suoi svolgimenti sempre più ampj, che per seguirlo ci basterà di meditare con lui sui problemi della Chiesa. Eccovi adunque l'intimo dialogo a cui lo traggono le sue idee. Regna il pontefice a nome di Dio, qual unico interprete del regno della morte, e dichiara che l'unico nostro fine è di conquistar il regno dei cieli. Ma chi gli ha rivelato, chiede lo storico napoletano, la fine celeste dell'uomo? si risalga pure a Cristo, a Mosè, ai patriarchi: chi ha intesa la voce di Dio? Trasportiamoci pure al principio della creazione, sino sugli orli del caos: chi dà principio al mondo? Non Dio, ma il mondo stesso, eterno come il suo moto, come la sua vita, inerente alla materia, e dalla quale vengono tutti i viventi. Il mondo adunque si confonde col suo creatore, si fabbrica da sè e sono immutabili le sue leggi. Donde viene dunque l'uomo? Dalla sorgente stessa d'onde scaturiscono tutte le creature viventi, dalla vita universale che passa di continuo in innumerevoli animali per via di generazione e di corruzione; figlio della natura la cui varia fecondità non ci permette nemmeno di separare l'una dall'altra le diverse classi degli animali, egli sorge dal creato senza che alcun privilegio lo tolga dal novero de' muti suoi compagni di ventura. Come essi ama, odia, ride, piange; simile ad essi è dotato di memoria, d'imaginazione, di giudizio; i suoi istinti sono gli istinti degli altri viventi e s'innalza sopra di essi solo per il grado maggiore dell'esperienza, dell'imaginazione, del raziocinio e delle facoltà di cui tutti sono dotati. Il solo privilegio dell'uomo, secondo Giannone si è quello di essere religioso, di sacrificare a degli esseri imaginarj, di rivolgere loro le sue preci, le sue adorazioni, di ingannarsi vivendo colla mente in un mondo diverso da quello della natura. Nè gli basta questa facoltà che per abbreviazione direi dell'errore, egli vi aggiunge l'altra che potrebbe dirsi del vizio. Perchè, secondo Giannone, l'uomo non si contenta di vivere, di crescere, di nutrirsi, di provvedere ai veri suoi bisogni, di seguire i dettami della natura, di affidarsi alle sue provvidenze; egli è inoltre ambizioso, e tratto dalla passione di dominare diventa tiranno in casa, guerriero all'estero e ne nascono le conquiste, la distruzione della naturale eguaglianza, la distinzione tra i vincitori e i vinti, tra i signori e i servi, distinzione sulla quale si fondano le republiche, i regni e gli imperi, e dalla quale furono obbligati di vivere con magistrati dignitarj e soldati in uno stato di coercizione universale. All'ambizione s'accoppia l'avarizia, che trascende per ogni dove i nostri bisogni e ci spinge ad accumulare e ad isterilire le nostre ricchezze senza scopo alcuno: all'avarizia succede la cura dell'avvenire, per cui vogliamo dominare il tempo che fugge, le generazioni ancora sconosciute e sovrastare alla morte che ci attende, e che sfidiamo colle piramidi, colle cattedrali, coi palazzi, colle instituzioni civili e con cento finzioni destinate a parodiare l'eternità. Errori, vizj, illusioni sono dunque i nostri privilegi e del resto sì incatenati siamo alle serie dei viventi che più grande è la distanza da un selvaggio a Newton che da una volpe al selvaggio. Stabilito che l'uomo è figlio della natura, Giannone vuoi sapere quando siamo noi sorti e in qual epoca del mondo comincia la storia nostra? e qui incontra le due opinioni opposte che vogliono l'una il mondo mutevole e l'uomo sorto dalla più recente delle sue mutazioni, l'altra il mondo immoto nelle sue leggi e l'uomo eterno come gli altri viventi. Lo storico napoletano non respinge assolutamente la prima opinione ed anzi ricorda che secondo Lucrezio ed altri forse sorge l'uomo in un'era di decadenza e di affievolimento, per cui cessando la natura di produrre animali giganteschi, s'impicciolisce nella nostra razza, destinata ad impiccolirsi nuovamente per proporzionarsi ad un mondo che più non crea, se non minutissimi insetti. Perciò conosciamo noi i primi tentativi delle arti, i primi sforzi dell'industria, i primi vagiti dell'umanità. Ma d'altra parte, quante rovine pure conosciamo, soggiunge Giannone nell'Ape; chi sa quante volte si è fatta o rifatta la civiltà! Quante invenzioni sono state più volte conquistate e perdute! o perchè l'uomo non sarebbe eterno come il mondo? Qualunque però sia il mistero della nostra origine, noi dobbiamo fermarci nel fatto della natura attuale, e ci convien fondare la scienza sull'esperienza e questa ci rinchiude nel mondo come se la volta del cielo fosse di ferro. Quindi più non può frangerla Dio col fiat e coi miracoli, più non ne possono scendere gli angeli per frammettersi alle nostre vicissitudini6, svaniscono i giganti di cui lo storico napoletano non trova traccia nel mondo, non crede neppure alla longevità dei primi patriarchi di cui crede favolose le gesta; non hanno essi mai intesa la voce di Dio, fuorchè ne' loro sogni ed anche accettando la storia sacra noi restiamo coi dati di una storia positiva che smente il catechismo romano. Difatto i primi abitatori della terra credevano forse al regno dei cieli? Il Dio di Mosè lo promette forse ai figli di Adamo? No, risponde Giannone; il regno da essi sperato è terreno, le promesse fatte loro sono mondane, e sorge l'uomo nella Genesi, dopo compito il lavoro della creazione, affinchè regni sulla terra e non sul cielo; Eccovi le parole dello storico napoletano nell'Ape ingegnosa. «Tutti i più saggi ed antichi filosofi (dice egli) toltone gli epicurei convengono che la natura o per meglio dire il suo fabbro abbia create tutte le cose che noi ammiriamo in questo mondo aspettabile per causa dell'uomo. Perciò averlo fornito d'intelletto sopra tutti gli animali perchè potesse a sè soggettarli e valersene per suo uso siccome di quanto la terra produce di minerali, piante e frutti, in breve quanto sopra la medesima si muove nutre e crea. E questo concetto dell'uomo trovasi nelle più antiche e vetuste nazioni delle quali a noi è rimasta memoria». «Mosè erudito ed istrutto dalla sapienza degli
egizj antichissimi filosofi, nel libro della Genesi volendo istruire quel rude
suo popolo, gli descrive la creazione del mondo e la formazione dell'uomo per
quanto ne fosse capace, e per istillare ne' loro petti sensi di gratitudine
verso il loro Dio gli rammenta i tanti beneficj ricevuti e in primo luogo di
avere create tutte le cose per uso dell'uomo e sua ragione. A questo fine nel
primo capitolo, dopo aver descritta la creazione del cielo, del sole, della
luna, della terra, delle acque, delle piante e degli animali, in ultimo luogo
espone la formazione dell'uomo, poiche Iddio per l'uomo avevali creati affinchè
fossero sotto la di lui dominazione, e siccome egli era il signore dell'ampio
universo e degli uomini stessi, così l'uomo presiedesse all'universa terra e
sopra tutte le piante e gli animali, e perciò disse volerlo formare a sua
immagine e similitudine (non già per comunicargli la sua natura divina)
derivandolo dal suo proprio spirito siccome manifestamente notò Mosè per quelle
parole: Faciamus hominem ad imaginem et similitudinem, nostram, et praesit
piscibus maris et volatilibus coeli et bestiis universae terrae, omnique
reptili quod movetur super terram. Così gli antichi Ebrei interpretarono
questa somiglianza siccome è manifesto da loro libri e specialmente da quelli
di Esdra, nè di altro sentimento furono i nostri più antichi savj padri
espositori della divina scrittura... Ciò mette in più chiara luce la seguente
narrazione di Mosè il quale proseguendo l'istoria dalla formazione di Adamo e
di Eva dice che Iddio dopo di averli fatti maschio e femmina loro dice: crescite
et multiplicamini et replete terram et SUBJICITE EAM et dominamini
piscibus maris «Lo stesso fu ripetuto nel capo IX a Noè e suoi figliuoli quando consumati per lo diluvio tutti gli uomini e gli animali fuori di quelli serbati nell'arca, rimosse le acque dal diluvio e la terra ridotta nel suo pristino stato Iddio gli benedisse e disse loro: Crescite et multiplicamini et replete terram. Et terror vester ac tremor sit super cuncta animalia terrae et super omnes volucres coeli, cum universis quae moventur super terram; omnes pisces maris MANUI VESTRAE traditi sunt, et omne quod movetur et vivit est vobis in cibum quasi olera viventia tradidi vobis omnia. Lo stesso concetto si ravvisa nel libro di Giobbe, libro il più antico che ci sia rimasto7, le cui reliquie noi pure dobbiamo a Mosè che conobbe que' suoi lamenti e querele colle consolazioni de' suoi amici, nelle quali non si ha dell'uomo altro fine che di felicità tutte mondane nè di altre miserie e tribolazioni che terrene». Dichiaratosi signore del popolo ebreo Iddio non gli promette altro, prosegue Giannone, che un regno terreno, cioè la terra di Canaan di cui descrive i confini. L'istesso Mosè dettando leggi agli Ebrei non ha di mira che felicità e miserie terrestri. - «Se osserveranno i divini precetti e comandamenti Iddio gli sarà abbondante di tutti i beni, darà fecondità alle loro mogli, a loro armenti e greggi, la terra gli sarà ubertosa e fertile, pioverà sopra i loro campi e vigne il giusto ed in tempo opportuno, le opere delle loro mani saranno sempre benedette, saranno sempre vittoriosi e non(8) mai vinti, in breve constituat te dominus in caput et non in caudam. Ma al contrario se i suoi comandamenti saranno trasgrediti, pioveranno sopra i trasgressori tutte le maledizioni, saranno maledetti nelle città e ne' campi; maledetti i loro granaj, maledetti i frutti delle loro terre, diventeranno sterili le loro messi, i loro greggi e armenti infecondi e saranno premuti dalla fame, dalla sete, dalla povertà, dal freddo, dal caldo, da aria corrotta da morbi contagiosi e da pestilenze finchè ne saranno tutti morti. Il cielo diventerà per essi di rame e la terra che calcheranno di ferro, le febbri e tutti i mali consumeranno i loro corpi; semineranno i loro campi e niente si mieterà, pianteranno le viti e niente si vendemmierà, avranno oliveti e non faranno oglj; genereranno figli e figlie che saranno ridotti in schiavitù, e tante altre terribili maledizioni che sono minacciate nel XX capo del deuteronomio, le quali benchè tutte siano maledizioni e benedizioni non oltrepassano le condizioni mondane e terrene.» «Da ciò nacque, continua Giannone, che presso gli Ebrei non altrimenti che presso le altre nazioni il cielo riputavasi propria abitazione del solo Dio siccome la terra essere stata assegnata per abitazione agli uomini: quindi presso Davide: Coelum soli domìno, terram autem dedit fìliis hominun. E questo medesimo concetto di essere agli uomini stata data in terra ed a Dio il cielo si vede espresso da Plinio nel lib. II, c. 63 dicendo: sic hominum iila ut coelum Dei, e da C. Tacito nel libro 13 annal. dove scrisse: Sicut coelum diis ita terrae generi mortalium datae ». Insomma scorrete pure, o signori, l'antico testamento dall'istante in cui si punisce Adamo ne' figli suoi condannandoli al lavoro ed alla morte; seguitelo pure quando punisce una seconda volta il genere umano sommergendolo nelle acque del diluvio, riflettete sull'eccezione unica dell'arca dove soprannuota felicemente il solo giusto del mondo antico, meditate sulla divisione della terra che cade sotto il dominio dei figli di Noè, contate i fasti ulteriori del popolo eletto ora direttamente illuminato da Dio, ora lieto nella schiatta d'Abramo, ora sotto la tirannia dei Faraoni, ora errante nei deserti dell' Arabia, ora vittorioso, ora sconfitto, secondo i suoi meriti nella terra di Canaan e voi vedrete sempre una serie di scene in cui i prodigi succedono ai prodigi senza che mai la storia sacra accenni a miracoli da compiersi nel miracolo di un'altra vita. Vi sarà adunque facile, o signori, di imaginare gli sviluppi di Giannone leggendo l'indice dei capi da lui consacroti9 al regno terrestre. Eccone i titoli: «Cap. I. Della creazione del mondo e formazione
dell'uomo, sua natura e suo fine secondo i sentimenti di Mosè e degli antichi
patriarchi della prima età del mondo. - II. La stessa credenza si tenne nella
seconda età del mondo, che cominciò dopo il diluvio universale infino alla
chiamata di Abramo. - III. Dispersi gli uomini dopo la confusione delle lingue
per tutte le regioni del mondo, e quindi sorte più nazioni e dominj, fu
continuata in tutta la posterità di Noè non meno la dominazione della terra che
la stessa dottrina. - IV. Come in tutta la posterità di Noè, d'onde si vuole
empita la terra di abitatori, si fosse mantenuta la stessa credenza e concetto
che si ebbe per riguardo all'uomo di solo regno terreno di felicità e miserie
mondane, e lo stesso ancora del suo vivere e morire. - V. Dello special regno
terreno da Dio promesso ad Abramo ed alla posterità d'Isacco suo figliuolo, e
stabilito poi da Davide e Salomone in Gerusalemme. - VI. Come in tutta la
quarta età del mondo, dall'uscita degli Ebrei dall'Egitto sotto la condotta di
Mosè infino all'edificazione del tempio di Salomone, non si ebbe altra idea
dagli Ebrei che del solo regno terreno. - VII. I profeti, diviso il regno Ognuno di questi capi implica la citazione dei fatti, dove vi sarà facile di verificare le asserzioni dello storico napoletano. Due altri capi trattano separatamente dei lamenti di Giobbe e dei treni di Geremia, i due più antichi libri dove apertamente si scandagliano i disegni di Dio quando gli uomini sono oppressi da calamità che mal rispondono ai meriti loro. Perchè mai Giobbe trovasi abbandonato, impoverito, colpito da una serie di sciagure che si succedono colla rapidità del fulmine, e ridotto al suo letamajo nel mentre che le sue virtù lo rendevano degno d'ogni prosperità? Se gli Ebrei avessero creduto alla vita avvenire la risposta de' tre suoi amici sarebbe stata facilissima, chè gli avrebbero mostrato questa vita come un tempo di prova, questa terra come un luogo di momentaneo esiglio, la morte come il momento in cui aperte le porte del cielo avrebbe ricevute le più ampie ricompense, e invece non gli parlano se non delle imperscrutabili vie della sapienza divina. Finisce poi il libro rendendo a Giobbe la sua ricchezza, la sua felicità primitiva per una lunga serie di beatissimi anni, e questa soluzione non conferma forse il concetto che senza una fortuna terrestre non intendevano gli ebrei ricompensata la virtù? Tal concetto si rinviene in Geremia quando riflette all'ingiustizia del vedersi avviluppato nella schiavitù e nei disastri del popolo d'Israele, egli che non ne meritava le punizioni. Invano cerchereste ne' suoi treni la risposta che sarebbe stata ovvia colla persuasione della vita futura nella quale Dio avrebbe ristabilita la giustizia dopo di avere esperimentata la virtù del profeta, inviandolo al suo popolo per convertirlo. Il profeta non sospetta un'economia di pene e di ricompense trasmondane, che ripari nel cielo l'ordine della giustizia violata sulla terra. Del resto fin negli ultimi tempi i Sadducei concentrano ogni loro speranza nel presente, i Farisei non credono alla resurrezione dei morti se non per trasportarsi nel nuovo regno terreno, e s. Paolo nella prima lettera ai Corinzj n. 15, notando la differenza tra l'antico e il nuovo testamento la riduce appunto alla fede nel regno terreno comune agli antichi, mentre i cristiani credono al regno celeste. «Primus homo dice egli, de terra terrenus, secundus homo de coelo coelestis. Parimenti s. Giovanni Grisostomo dice che gli Ebrei piangevano perchè allora la morte era vera morte, ma nel nuovo testamento non convengono più lutti e pianti ma inni e salmi. Non si ferma lo storico nelle sole gesta del popolo
ebreo: tutte le nazioni antiche percorrono la stessa via, sono dotate di forze
e di idee equivalenti, e il capo che succede ai citati, secondo l'espressione
del titolo superstite, «paragona Omero a Mosè, e deride i vanti dati loro dai
nostri dottori»; in altri termini, dopo esaminato Mosè, Giannone interroga
Omero, il testimonio dell'antica religione dei Greci, e trova le loro divinità
materiali, il loro Olimpo sulle alture dei monti, il loro Tartaro nelle prime
profondità della terra, e tutta la mitologia intesa ad assistere gli eroi
nell'assedio di Troja, nella conquista di un'altra terra promessa. Quanta
desolazione tra le ombre dell'inferno(10) quando Ulisse le
visita per conoscere il proprio destino! Lo stesso Achille vorrebbe essere
l'ultimo tra i bifolchi per rivedere la luce del sole: Ulisse non può essere
felice che nella sua patria, colla sposa, col figlio, domando i Proci ed ogni
sua più strana avventura lo trattiene tra gli incanti della natura. Deride
quindi lo storico napoletano gli interpreti che spiegano le epopee d'Omero con
idee filosofiche, con allegorie astratte, quasi fossero simboli e figure di una
religione non professata da lui. E di rimbalzo la derisione ferisce i dottori
della Chiesa, che vedono nell'arca, nelle vicissitudini degli Ebrei, nella
terra promessa, nel tempio di Salomone altrettante allusioni alle nostre
credenze sconosciute agli antichi. Secondo essi, Abramo e il Dio con cui
stabilisce11 un'alleanza pastorale, non sono nè Abramo, nè Dio, nè
l'alleanza loro è vera federazione, nè i dodici figli di Giacobbe sono quello
che appajono, ed ogni Insiste Giannone nella seconda parte del Regno terreno, sull'idea che la dottrina di Mosè sul fine terrestre dell'uomo concorda colle dottrine professate dagli Egizj, dai Fenicj e dai Greci. Forse i primi hanno preceduto gli Ebrei; forse contemporaneo dall'antichissima loro civiltà era l'episodio errante della razza israelitica; forse lo stesso legislatore ebreo vinceva i magi solo perchè rapiva loro una parte de' loro secreti. Al certo poi il tabernacolo, l'altare colle corna, le bianche vesti di lino che portavano i sacerdoti, la consacrazione de' capelli, il convito sacro, l'arca coi cherubini, il tempio inviolabile, non che le feste, le primizie, le decime, le lustrazioni, erano trovati egiziani adottati dal popolo eletto. Ora qual è la dottrina egiziana sul fine dell'uomo? I loro monumenti ci dicono, che ad altro non anelano che ad eternizzare la loro memoria; che cercano l'immortalità nel governo delle caste, nelle tombe colossali, ne' loro sterminati edifizj, nella scienza colla quale governano le stelle del cielo e le acque del Nilo. - Danno forse un altro scopo gli Assirj, i Fenicj alla loro instancabile attività? Non sono forse materiali le loro divinità? Le vedete voi una sola volta al di fuori dell'orbita mondana? I loro adoratori non cercano forse il piacere nelle feste, la felicità nelle cerimonie, le conquiste nelle preghiere del culto? E di fatto dice Giannone nelle sue memorie, Diodoro Siculo nei cinque suoi primi libri che possono a riguardo dei Gentili riputarsi i loro libri delle origini, osserva che ogni popolo si credeva il primo nato12 il più antico di tutti; e che dinota questa persuasione se non l'istinti, della conquista terrestre primamente inspirato dalla natura ad ogni13 nazione? Omero che abbiamo gia citato non parla che di regni terrestri, i suoi dei si mescolano agli eroi con miracoli che sono sconfitte di eserciti, città depredate, pestilenze, stragi, morti o vittorie, conquiste trionfi; parla dell'inferno, ma il vero suo concetto si rivela quando dice che gli uomini cadono come le foglie degli alberi, i quali altre poi ne producono nella prossima primavera. Agli estinti solo succedono i viventi, e il passato cade nel nulla, e l'imaginazione umana oltrepassando questo concetto resta nel nulla. - Prendete Erodoto «che meritamente dicesi padre della greca istoria, non altro concetto vi rappresenta in quegli antichi popoli de' quali ragiona che di regno terreno, e sebbene mescoli gli dèi, gli oracoli e la Pizia colle cose umane nulla di manco non si promettevano altro da alcun nume se non felicità mondane e che gli scampassero da' flagelli, miserie e tutte altre calamità terrene ......». Che diremo noi dei Romani? Tito Livio toglie ogni dubbio sul senso mondano della loro religione. Che chiedevano essi alle Pizie, agli indovini, agli oracoli, se non conquiste, vittorie, felicità terrestri? Perchè consultavansi gli auguri e gli aruspici, se non per conoscere l'avvenire della vita civile? A che tante ecatombe, tanti altari, sì splendidi culti, se non per rendersi propizie le divinità dell'amore, delle nozze, della guerra, della pace, delle merci, di ogni più minuta particolarità della vita terrestre? S. Agostino non oppone forse chiaramente la città di Dio alla città dei Romani? Non l'avevano essi innalzata per fondare il più grande tra i regni terreni? Le loro virtù, le loro glorie, ogni loro merito non era forse terreno? Secondo lo stesso padre della chiesa latina, Dio avea loro concesso tante prosperità materiali per ricompensare un valore che non ammetteva alcun premio celeste. Anch'essi adunque professavano i principj degli Ebrei alla ricerca della terra promessa. dei Greci alla conquista di Troja, e degli Egizj che innalzavano i loro monumenti per sfidare la morte che giunge col tempo. Con queste premesse si risponde alle dimande che propone Giannone nei titoli dei primi due capi della parte seconda del Regno terrestre. - «Cap.I. In che discordasse, chiede egli, la dottrina di Mosè da quella professata dai filosofi delle altre nazioni intorno all'origine del mondo, dell'uomo e di tutte le altre mondane cose. - Cap.II. In che gli Egiziani, i Fenicj i Lidii ed altri filosofi facessero consistere la natura dell'uomo, e come fossero di conforme sentimento con Mosè che uno spirito animava l'universa carne ». La discrepanza stava nella forma, nel velo delle metafore, o delle allegorie, nelle avventure favolose degli dêi, ma tanto gli Ebrei quanto i Gentili tutto subordinavano al nostro fine mondano e la consuonanza era perfetta nel credere che uno spirito animava l'universa carne, che una sola vita dava il moto ad ogni animale il quale morendo rendeva il soffio al principio da cui l'avea ricevuto. Molte obbiezioni potrebbe destare la dottrina di Giannone, e benchè io mi creda dispensato dal rispondervi attenendomi alla parte di semplice interprete, il dovere dell'interpretazione mi impone di combattere un equivoco. Si potrebbero facilmente accumulare innumerevoli passi tolti dalla mitologia, dai libri sacri, dalle memorie antiche d'onde consta l'antica credenza de' popoli in una vita avvenire: si potrebbe citare per esempio la credenza alla metempsicosi che spiega l'intera religione degli egizj, e dato che tenevansi destinati gli antichi a rivivere di continuo per correre un ampio ciclo di risorgimenti e di trasmigrazioni o di peripezie vitali non proclamavano forse implicitamente per tal modo il dogma della vita futura? No, risponderebbe Giannone a torto o a ragione, la metempsicosi, le metamorfosi, le trasmigrazioni vi lasciano sulla terra, incatenano l'uomo alla natura attuale, vi promettono quasi sempre la conquista di Troja, la terra di Canaan, il trionfo della vita, come l'apogeo del nostro destino e se trasportate nel passato altre speranze vi trasportate voi stessi, la vita vostra, la vostra religione e vi esagerate le nozioni colle quali gli antichi finivano poi coll'alterare e distruggere le proprie credenze. Intendasi con discrezione il sistema di Giannone, intendasi sopratutto come una storia filosofica, si consideri come il tentativo fatto da un uomo cui mancava l'erudizione de' tempi nostri e lungi dal trovarlo inferiore a sè stesso si vedrà invece l'ingegnoso suo procedere che ricostruisce l'antichità spogliandosi delle idee moderne sull'anima spirituale, sul Dio invisibile, sulla natura episodica del mondo, sull'accidentale ed effimera parte sostenuta dai nostri corpi sulla terra. Da una parola di Giannone nel titolo del capo I della II parte, e ripetuta poi nel titolo del capo II, si scorge che egli attribuisce la dottrina di Mosè non solo ai legislatori ed ai rivelatori del mondo pagano ma altresì ai filosofi dell'antichità come se almeno riputassero tutti terrestre il nostro fine. Diodoro, Erodoto, Strabone ed altri storici gli fornivano numerose prove di quest'asserzione, perchè voi sapete, o signori, che la servitù del pensiero è cosa moderna; ed essendo sciolti i Greci ed i Romani dall'obbligo di far concordare i loro sistemi coi dogmi di una religione filosofica, le tolleranti divinità dell'Olimpo, permettevano loro di attenersi alla natura delle cose. Nè sarei quindi meravigliato se leggendo il primo libro del Triregno vi trovassi riuniti i passi coi quali Collins provava la libertà degli antichi o le citazioni colle quali Warburton quasi nello stesso tempo mostrava essere stata generale tra i filosofi pagani l'opinione che l'uomo finiva colla morte. Consultate voi Aristotile? Vi dirà che «la morte è il
più terribile dei mali, dopo di essa nulla havvi da sperare, nulla da temere.»
- Secondo Epitetto: «Voi non andate in un luogo di pene, ma ritornerete al
principio donde siete usciti; gli elementi del vostro corpo si ricongiungeranno
colla terra, coll'acqua, coll'aria, col fuoco, non havvi nè Inferno, nè
Acheronte, nè Cocito, nè Flegetonte.» - Seneca inanima Marzia assicurandola che
i morti non soffrono alcun male. «Il terrore dell'inferno, dice egli, è una
favola. I morti non temono nè tenebre, nè prigioni,
nè torrenti di fuoco, nè il fiume dell'obb1io; dopo la tomba non si trovano nè
tribunali, nè colpevoli, e regna una libertà vaga senza tiranni. Dando libera
carriera alla loro immaginazione i poeti hanno voluto spaventarci, ma la morte
è il termine d'ogni dolore, la fine d'ogni male e ci mette nella stessa
tranquillità nella quale eravamo prima di nascere.» - Ecco le parole di
Cicerone al Senato nella sua aringa per Cluenzio: «Qual male gli ha dunque
fatto la morte? Noi rigettiamo tutte le favole sull'inferno; che gli ha tolto
adunque la morte? Nulla tranne il sentimento del dolore.» - E che I filosofi del Senato romano erano adunque ancora più terrestri che la loro religione; credevano più a Roma che a Romolo, più a Numa che alla sua ninfa inspiratrice, e professavano pur sempre la religione della terra promessa. Che se vi allontanate da Roma, se vi trasportate a Capua negli ultimi istanti della sua esistenza quando il nemico la cinge, quando si prepara a smantellarla, quando nessun abitante più non spera di sopravviverle, quando all'indomani ognuno attende l'ultimo eccidio della strage e la miseria eterna della schiavitù, che fanno i senatori della repubblica? Pensano forse alla vita futura agli dei dell'Olimpo, all'avvenire posmondano? Riuniti in un banchetto essi danno l'ultimo addio alla terra e bevono il veleno, sicuri di addormentarsi per sempre. Torna inutile il citare altri filosofi e sotto l'aspetto della religione sono tutti riassunti da Plinio. «Dopo la sepoltura, dice egli nel libro C.VII 55 della sua Storia naturale, si raccontano varie cose e dubbiose delle anime, ma ognuno dopo la morte è come avanti la vita, nè il corpo o l'anima ha alcun sentimento di più di quello ch'egli aveva innanzi ch'ei nascesse. Ma la vanità umana si distende ancora nell'avvenire, e ne' campi della morte essa mentendo a sè stessa ancora si promette la vita, ora dando all'anima l'immortalità, ora la trasmigrazione, ora il senso agli inferi, e adorano le anime infernali, e fanno Dio quello che non è più uomo, come se per alcun modo l'uomo aliti o respiri di altra maniera che gli altri animali non fanno, o come non si trovino altre cose di molto più lunga vita le quali però da niuno sono tenute immortali. Ora che cosa è il corpo di per sè senza l'anima? Che la materia? Che il pensiero? Come ha egli il vedere, l'udire o che cosa opera? A che attende o che bene ha egli senza queste cose? Qual stanza ha poi? O quanta è la moltitudine delle anime in tanti secoli come le ombre? Tutte queste sono sciocchezze fanciullesche e finzioni della nostra vitalità troppo ingorda e bramosa di non mancar mai». Io non so quali citazioni preferisse lo storico napoletano: quelle di Cicerone, di Cesare e dei Capuani si trovano in altri suoi scritti; ad ogni tratto egli cita Plinio il naturalista come suo maestro; nella prima osservazione dell'Ape addita Pittagora e gli stoici che confondono Dio col mondo terrestre; pertanto era l'uomo antico terrestre, il suo fine nei libri di Mosè come in quelli di Diodoro, di Plinio, di Tacito era pure terrestre e tale lo troviamo nelle tradizioni popolari come nelle scuole filosofiche. Che cosa è dunque la dottrina dell'anima spirituale ed immortale? Una cosa moderna. risponde Giannone nell'Ape, un'invenzione pontificia sconosciuta a Tertulliano e a Lattanzio che dicevano l'anima materiale, una semplice opinione per lo stesso S. Agostino, e solo fatta dogma in Roma sotto di Leone X per mettere un termine alle discussioni tra Pomponaccio e i suoi avversarj. S'intende quindi come nella seconda parte del Regno Terrestre lo storico napoletano confuti la Chiesa nel cartesianismo da essa invocato, e voltato contro la crescente empietà del secolo. Egli si rifiuta di entrare nel regno degli esseri inestesi per spiegare l'origine del mondo. Quel dio fatto d'idee con cui Leibnitz aveva puntellato il pericolante edifizio della fede, è per lui un vano sofisma. Come mai dedurre la creazione da un Dio inesteso senza che il mondo venga per assurdo dal nulla? come dedurla da un Dio che non può toccarlo senza decomporsi, che non può crearlo senza limitarsi, che non può reggerlo senza cessare di essere? Gli atomi d'Epicuro travolti nei vortici cartesiani lo distruggono e staccati dalla vita universale restano impotenti inanimati; vi daranno il moto, l'aggregazione, la disaggregazione, un mondo di circoli, di figure, di urti, o piuttosto un turbine di sabbia, ma non certo il mondo nel quale viviamo. Istessamente spiegate voi l'uomo coll'anima una, indivisibile ed immortale? Anche qui come mai lo spirito in esteso reggerà il corpo? le parti del corpo non potrebbero servirgli di sede senza decomporlo, senza imporgli le divisioni dello spazio da esse occupato, senza obbligarlo a trasportarsi col corpo da un luogo all'altro violando per sempre la sua natura estranea all'estensione? Come poi un puro spirito darebbe il moto al corpo senza forza, senza sforzo, senza conato, senza comunicazione coi muscoli e con ogni apparecchio sensibile, divisibile e materiale? Concetta nel mondo del pensiero, l'anima si stacca in ogni modo dal corpo, lo lascia a sè stesso, lo abbandona tramortito e automatico in mezzo al vortice delle cose inanimate; e se volete considerarla in sè stessa come se potesse stare sola in presenza di Dio, allora senza corpo, senza vita, senza sensazioni, inestesa e quindi ridotta ad un punto metafico rimane straniera ad ogni nostro desiderio. A torto dunque, secondo Giannone, distinguono i cartesiani l'anima dal corpo, a torto riproducono essi nelle loro astrazioni questa doppia teoria della chiesa, a torto distinguono il nostro essere in due esseri opposti e queste idee sono al certo esposte nei capi III, IV, V della seconda parte del Regno Terrestre consacrata alla confutazione di Descartes. Il primo di essi parla del «nuovo sistema di Cartesio intorno all'origine del mondo, formazione dell'uomo e natura di questo spirito.» Al certo qui si vuole che sia uno spirito materiale. Nell'altro tratta «della formazione dell'uomo secondo l'ipotesi di Cartesio.» Voi la conoscete. L'ultimo capo tratta «della distinzione fatta nell'uomo di sostanza estesa e di sostanza cogitante della quale volle Cartesio che fosse composto». Il senso di questo titolo è chiaro ed esclude apertamente le due nature colle quali i cartesiani fortificavano i due mondi del cristianesimo. Giannone non ammette che la vita universale e la materia prima cioè l'anima del mondo di Gassendi, e gli atomi di Epicuro. Ma egli non s'inoltra nella metafisica, e si limita all'assunto suo di mostrare che la testimonianza positiva della Bibbia, le dichiarazioni dei filosofi, le opinioni stesse dei santi padri che accusavano i pagani di essere materiali, affezionati alla terra, ed ostinati nella ricerca di beni effimeri, le opinioni di altri padri ancora nella persuasione che l'anima fosse d'etere e di fuoco a dispetto del suo nuovo destino, tutto cospirava ad imprigionare nel mondo il primo moto del genere umano ed a renderlo obbediente alle più vere suggestioni della natura. |
5 Nel testo originale si legge "feliciià" [Nota per l'edizione elettronica Manuzio] 6 Nel testo: "visicsitudini" [Nota per l'edizione elettronica Manuzio] 7 Nel testo: "rimaso" . [Nota per l'edizione elettronica Manuzio] 8 Nel testo: "uon" . [Nota per l'edizione elettronica Manuzio] 9 Così nel testo, ma "consacrati" [Nota per l'edizione elettronica Manuzio] 10 Nel testo: "iuferno" [Nota per l'edizione elettronica Manuzio] 11 Nel testo: "stabiiisce" [Nota per l'edizione elettronica Manuzio] 12 Nel testo: "natoi" [Nota per l'edizione elettronica Manuzio] 13 Nel testo: "ogno" [Nota per l'edizione elettronica Manuzio] 14 Così nel testo, ma "d'essa". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio] |
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