Testo
È agli illustri colleghi
promotori della Società Italiana pel progresso delle Scienze che debbo l’onore
d’essere il primo a prendere la parola in questa Sezione, e d’inaugurare così
quel lavoro e quelle discussioni, che riusciranno indubbiamente proficue alla
scienza che coltiviamo.
Se agli egregi amici non opposi
sin dal principio un rifiuto, e se finii col cedere al loro invito, fu
sopratutto per non mostrarmi scortese verso di loro, che in epoca non lontana
m’avevano colmato di cordiali e calorose dimostrazioni di stima e d’affetto;
non certo perchè non mi rendessi conto delle difficoltà che avrei incontrato,
accettando l’incarico di riassumere i progressi recenti della Fisica,
difficoltà particolarmente grandi in questa occasione, sia per
l’indeterminatezza dell’epoca da cui prendere le mosse, sia per l’eccezionale
importanza delle scoperte fatte e dei risultati ottenuti in questi ultimi anni.
Pur intendendo di toccarne
soltanto i punti salienti, il mio discorso riuscirebbe soverchiamente lungo,
qualora volessi esporre tutto ciò che di più interessante si è di recente
pubblicato nel campo della Fisica. Era dunque per me indispensabile il fare una
scelta; e, allo scopo di dare qualche unità alla mia esposizione, ho cercato di
raggruppare quegli argomenti, che meglio caratterizzano l’indole e la portata
filosofica dei fatti ultimamente accertati, in quanto rischiarano di una nuova
luce l’intima struttura della materia.
Fra le più salienti scoperte
ultime, quella della esistenza di masse di gran lunga più piccole della massa
del più piccolo atomo conosciuto s’impone fra tutte per la sua eccezionale
importanza. Non posso quindi esimermi dall’accennare in primo luogo alla teoria
degli elettroni, quantunque essa sia già così divulgata, che a nessuno forse
riuscirà neppure in parte nuovo il poco che ne dirò.
*
* *
Le ricerche sperimentali sui
raggi catodici, compiute specialmente dal prof. J. J. Thomson e dai suoi
allievi e collaboratori di Cambridge, sono di quelle che pongono una pietra
miliare sulla via della scienza.
Prima di esse, e quantunque
alcuni parteggiassero per una differente ipotesi enunciata da Hertz, non pochi
erano persuasi, che gli effetti producentisi di fronte al catodo durante la
scarica in gas molto rarefatti fossero dovuti ad uno sciame di particelle
elettrizzate negativamente, alle quali la forza elettrica esistente fra gli
elettrodi imprimeva una grandissima velocità, e le cui traiettorie
ordinariamente rettilinee costituivano i raggi catodici; ma, com’era ben
naturale, si pensava, che quelle particelle altro non fossero che atomi e
molecole.
Fu solo quando, sotto l’impulso
e colla guida d’una geniale intuizione, e con svariati metodi e disposizioni
sperimentali, fra cui notevolissima quella che consiste nel provocare
l’incurvamento dei raggi catodici col far agire su di essi un campo elettrico
ed un campo magnetico, si giunse a misurare approssimativamente la velocità
delle particelle in moto, ed il rapporto numerico fra carica elettrica e massa
materiale di ciascuna, e poi anche direttamente e separatamente la detta
carica, che fu giuocoforza riconoscere, essere quelle particelle qualche cosa
di nuovo e di diverso da qualsiasi atomo conosciuto.
Si trovò infatti, che ciascuna
di quelle particelle, mentre trasportava una carica elettrica numericamente
eguale a quella d’ogni ione elettrolitico monovalente, era dotata di una massa
di poco maggiore della duemillesima parte della massa d’un atomo d’idrogeno, e
che tale massa risultava sempre sensibilmente la stessa, qualunque fosse la
natura del gas rarefatto e quella degli elettrodi adoperati.
Questo notevolissimo risultato
non poteva non richiamare alla mente l’antico ed attraente concetto dell’unità
della materia. Sembrò infatti naturalissimo il considerare le minutissime
particelle catodiche come gli elementi costitutivi primordiali di ogni atomo.
Ma a questo concetto un altro ben presto se ne sovrappose, basato sulla
considerazione, che un corpo elettrizzato in moto, in conseguenza del campo
magnetico da esso così creato e della reazione di questo, si comporta come se
la sua massa materiale fosse divenuta più grande. Non era dunque necessario
considerare ciascuna di quelle particelle come costituite da una piccolissima
quantità di materia congiunta ad una certa carica elettrica, ma si poteva
ammettere, che esse consistessero semplicemente in cariche elettriche, la cui
massa era un’apparenza dovuta al fatto del loro movimento, o in altre parole,
la cui massa era puramente di origine elettromagnetica. A queste cariche
elettriche prive di sostegno materiale, e a cui oggi si considerano dovute
tutte le manifestazioni anteriormente attribuite all’ipotetico fluido elettrico
(al quale in tal modo si viene oggi ad attribuire una struttura discontinua, o
in certo modo atomica) si è dato il nome di elettroni.
Pur adottando questo modo di considerare le
particelle catodiche, si può conservare l’ipotesi, che fa di esse gli elementi
costitutivi degli atomi; con ciò si viene ad ammettere, che la massa dei corpi
sia essa pure di origine elettromagnetica. Ha avuto origine così il nuovo
concetto filosofico, secondo il quale, anzichè ammettere come entità fondamentali
la materia, l’etere ed il fluido elettrico o l’elettricità, si ammettono le
ultime due soltanto, cioè etere ed elettroni.
L’elettrone, divenuto per tal
modo l’elemento primordiale nella struttura del mondo fisico, ha formato l’oggetto
di numerose ricerche, basate su premesse più o meno plausibili, e tendenti a
rendere conto in qualche maniera della sua natura e delle relazioni esistenti
fra esso e l’etere universale, dal quale si vorrebbe far derivare. Tali
ricerche, che fruttarono grande e meritato onore ai valenti matematici che ne
furono gli autori, aspetteranno verosimilmente per lungo tempo quelle
giustificazioni sperimentali qualitative e quantitative([1]), senza
delle quali le ipotesi, su cui sono quelle ricerche fondate, non possono
acquistare nella nostra severa scienza il diritto di cittadinanza. Sopra un
punto tuttavia nessuno può oggi ragionevolmente dissentire, quello cioè che la
massa apparente d’un elettrone (e quindi anche quella d’un corpo qualunque,
quando si ammetta il nuovo concetto) cresce rapidamente quando la sua velocità
si avvicina a quella della luce. Ma questo rapido aumento della massa, che le
ammirabili esperienze del sig. Kaufmann confermano nel caso delle particelle([2])
costituenti i raggi di Becquerel (raggi β), non obbliga, almeno da un
punto di vista pratico, a modificare in nulla la nostra meccanica, giacchè
anche le velocità maggiori che si riscontrano negli astri sono troppo piccole,
perchè quell’aumento si manifesti in modo direttamente o indirettameute
percettibile.
I rimarchevoli risultati
ottenuti a Cambridge vennero corroborati da quelli raggiunti da altri fisici,
studiando anche fenomeni d’indole diversa, come ad esempio il ben noto fenomeno
del Zeeman; cosicchè il fatto dell’esistenza di masse, apparenti o reali che
siano, molto più piccole delle masse atomiche, non può essere soggetto al
minimo dubbio. E così come la Chimica scompose un dì in atomi le nostre
molecole, si può ben dire, che oggi alla sua volta la Fisica ha scomposto gli
atomi in elettroni.
Se le prime ricerche sulla
natura dei raggi catodici non si possono citare, fors’anche per la loro stessa
indole, come modello di rigore scientifico; se qualche volta si profittò della
circostanza, che la complessità e la difficoltà delle esperienze non
permettevano di raggiungere nei risultati numerici che un debole grado di
approssimazione, per concludere all’accordo fra le previsioni e i risultati
stessi; è però doveroso il proclamare, che raramente si rivelò con sì piena
evidenza come in questo caso l’immensa utilità, che la imaginazione d’un uomo
di genio, incanalata e diretta da una vasta coltura scientifica, può recare al
progresso della scienza. E da ciò dobbiamo trarre un buon consiglio. Se è
dovere nostro l’indirizzare i nostri allievi alle pazienti ricerche,
addestrarli alle rigorose misure, che sole possono fornire il necessario
controllo ai concetti sintetici e alle teorie, non dobbiamo però cadere in
esagerazione nel frenare la loro fantasia, non dobbiamo rendere troppo scettici
ed utilitari coloro, cui natura donò forse un felice intuito scientifico.
*
* *
Se esistano degli elettroni
positivi, cioè cariche positive equivalenti a quelle costituenti gli elettroni negativi
o elettroni propriamente detti, o almeno se possano mostrarsi isolatamente, è
questione non ancora risolta, ma dalla quale non dipende l’accettabilità o meno
dell’ipotesi della natura elettrica della materia. Certi fenomeni connessi alla
propagazione della corrente elettrica nei metalli sembrano indicare, in modo
però per nulla affatto perentorio, l’esistenza di elettroni positivi; ma sta di
fatto che, astrazione fatta da certe recentissime esperienze, di cui parlerò
più avanti, nei fenomeni di scarica, che pur hanno fornito la prova
dell’esistenza degli elettroni negativi, quelli positivi non sembrano
manifestarsi.
In loro vece si presentano degli
atomi elettrizzati positivamente, ossia dei ioni positivi. Nei tubi a gas molto
rarefatto essi si muovono velocemente verso il catodo partendo dal bagliore
o secondo strato negativo, ove prendono origine per la ionizzazione dovuta
all’urto degli elettroni respinti dal catodo contro gli atomi gassosi. Molti di
tali ioni positivi, in virtù della crescente velocità che loro imprime la forza
elettrica, possono passare presso il catodo o attraverso canali in esso
praticati senza incontrarlo, e pervenire così nella regione posta al di là del
catodo stesso, ove il campo elettrico è sensibilmente nullo. Essi costituiscono
allora i così detti raggi-canali o raggi positivi, a voi ben noti.
Assoggettando tali raggi
all’azione di campi elettrici e magnetici e misurando la deviazione o la
deformazione da essi subìta (la quale è di senso contrario e assai meno
considerevole di quella, che nelle stesse circostanze presenterebbero i raggi
catodici) si è riconosciuto, che essi non sono omogenei, in quanto che le masse
dei ioni positivi in moto risultano di diverse grandezze. I raggi più deviabili
si mostrano costituiti da particelle, la cui massa è all’incirca eguale a
quella dell’atomo d’idrogeno, anche se il tubo non contiene apparentemente
questo gas; altri raggi sembrano costituiti da ioni positivi del gas in
esperimento; altri infine, deviati meno di tutti, mostransi costituiti da masse
elettrizzate in moto di grandezza molto considerevole.
Rimettendo a più tardi la
discussione relativa alla presenza costante di ioni d’idrogeno, giudico
necessario prendere subito in considerazione i raggi meno deviabili di tutti.
Potrebbe darsi che in realtà([3]) la
massa dei ioni positivi che li costituiscono non fosse così grande come risulta
dalle determinazioni citate. Infatti, se un ione perde la sua carica
incontrando un elettrone negativo che ad esso rimanga unito, cessa subito
l’azione deviatrice, e l’atomo neutro così formato continua in linea retta il
suo moto sino al diaframma fosforescente impiegato a rivelare le deviazioni. La
deviazione subita da un tal ione sarà allora tanto minore, quanto maggiore fu
il percorso fatto dopo la sua trasformazione in atomo neutro. A questa
spiegazione si può però obbiettare, che manca una sicura prova del fatto, che
un atomo neutro provochi la fosforescenza, come fanno gli elettroni o i ioni.
Si può invece supporre, che i raggi poco deviati siano costituiti da ioni
metallici, tratti dagli elettrodi, benchè difficilmente si comprenda allora
come possano formarsi e sopratutto pervenire sino oltre il catodo. Infine si
potrebbe imaginare, che i detti raggi fossero costituiti da ioni gassosi
complessi, risultanti dall’unione di un certo numero di atomi neutri ad ogni
ione positivo. Si vedrà più avanti come si ritenga dimostrata la produzione di
simili grossi ioni, se non in gas rarefatti, almeno nei gas alla
pressione ordinaria.
I raggi positivi sono stato
l’oggetto di assidue ricerche, di cui voglio segnalare la grande importanza,
per parte del sig. Stark, il quale ha riconosciuto dapprima, che la luce, che
si manifesta lungo il percorso dei raggi suddetti, parte dai singoli ioni, i
quali debbono perciò considerarsi come sorgenti luminose in moto traslatorio.
Mentre infatti si ottiene sensibilmente lo spettro caratteristico del gas
contenuto nel tubo di scarica, quando la direzione del fascio di luce
analizzata è perpendicolare alla direzione del moto dei ioni, le medesime righe
spettrali risultano invece spostate verso l’estremità violetta dello spettro,
allorchè lo spettroscopio è collocato in guisa, che i detti ioni si muovano
dirigendosi verso la fenditura dello strumento. Si ha cioè in questo caso il noto
effetto Döppler. Naturalmente, analizzando raggi luminosi aventi direzioni
intermedie, si osserva uno spostamento minore delle righe; e questo ha luogo
verso l’estremità rossa dello spettro, se i ioni si muovono allontanandosi
dalla fenditura. Un analogo fenomeno si osserva analizzando la luce del primo
strato negativo. Anche in questo, cioè, si riconosce uno spostamento di righe,
che dimostra l’esistenza di ioni luminosi. Anzi, questo spostamento è duplice,
di guisa che se ne deduce, che oltre ai ioni che si muovono nel senso consueto,
ve ne siano altri che si muovono in senso opposto, come se fossero riflessi dal
catodo o su di esso rimbalzanti.
In questa produzione
dell’effetto Döppler si notano particolarità assai interessanti.
In primo luogo insieme ad ogni
riga spostata si seguita a vedere la riga nella posizione normale, ciò che
indica la presenza di ioni luminosi immobili, od almeno dotati di piccole
velocità. In secondo luogo la riga spostata è più larga della riga primitiva, e
costituisce anzi una striscia, nella quale l’intensità luminosa diminuisce
andando dal lembo più lontano dalla riga primitiva sino ad una certa distanza
da questa, ove diviene bruscamente nulla. Ciò dimostra che esistono nei raggi
positivi dei ioni aventi velocità diverse, che la luce da essi emessa comincia
a manifestarsi solo a partire da un certo valore minimo della velocità, e che
infine a partire da questo minimo l’intensità è tanto maggiore quanto più
grande è la velocità stessa. In terzo luogo si constata, che quando lo spettro,
insieme alle righe di serie contiene anche quelle striscie sfumate, che con
vocabolo italianizzato diconsi bande, generalmente risolte dai potenti
spettroscopi in innumerevoli e sottilissime righe, queste non mostrano affatto
l’effetto Döppler.
Prima di discutere le
conseguenze che da questi fatti possono derivare, è bene mettere in chiaro,
come dalla misura dello spostamento delle righe si possa dedurre una
determinazione del rapporto fra carica e massa dei ioni in moto, dato che si
conosca la loro velocità, che si può in prima approssimazione supporre tutt’al
più eguale a quella, che i ioni possono acquistare nel passaggio di essi dal
secondo strato negativo fino al catodo, cioè nel subire l’effetto della così
detta caduta di potenziale catodico. E siccome la massa dei ioni è nota, poichè
si conosce la loro natura chimica, così se ne ricava la carica.
Con questo procedimento lo Stark
ha potuto convincersi, che per tutte le righe formanti la nota serie dello
spettro dell’idrogeno, che è una serie di doppie righe, o come si suol dire di
doppiette, il ione che le genera è certo monovalente. Sembra inoltre che
altrettanto possa dirsi per le serie di doppie righe d’altri corpi. Per le
serie di righe triple, o triplette, come la seconda serie secondaria del
mercurio, il risultato è diverso, giacché lo Stark ha trovato per la carica dei
ioni un valore sensibilmente doppio di quello che rappresenta una valenza.
Si tratterebbe dunque in questi
casi di ioni bivalenti.
Messa così in chiaro la grande
portata delle ricerche di cui ci stiamo occupando, per l’indole stessa del mio
discorso è necessario che mi soffermi sulle spiegazioni possibili dei fatti
descritti.
Quantunque in più modi oggi si
possa concepire la struttura d’un atomo, v’è generale accordo sopra un punto, e
cioè che un certo numero, probabilmente assai grande, di elettroni devono far
parte dell’atomo, e muoversi in esso velocemente secondo orbite chiuse. Il
togliere all’atomo uno, due, ecc. di tali elettroni, lo trasforma in ione
positivo monovalente, bivalente, ecc. Infine le rapide perturbazioni
periodiche, ossia le vibrazioni impresse agli elettroni, sono l’origine delle
onde elettromagnetiche, ossia della luce emessa dagli atomi e dai ioni. Ciò
posto, il primo fatto da spiegare è l’emissione di luce per parte dei ioni
costituenti i raggi canali.
Non è certo nell’atto in cui un
atomo diviene ione positivo nel bagliore, che esso diviene luminoso, giacchè se
così fosse lo spazio oscuro del catodo sarebbe pieno della luce dei ioni,
mentre questa comincia a manifestarsi solo quando, avvicinandosi al catodo,
essi hanno acquistato una velocità abbastanza grande.
Neppure può considerarsi
sufficiente quest’altra spiegazione, che venne messa avanti tempo fa, e cioè
che le vibrazioni degli elettroni facenti parte della struttura di un ione
prendano origine dall’improvvisa perturbazione che essi subiscono allorchè,
attraversando i fori del catodo, passano da una regione ove esiste un campo
elettrico assai intenso, in un’altra, ove il campo è sensibilmente nullo.
Infatti non si renderebbe conto in tal modo della dimostrata produzione
dell’effetto Döppler nel primo strato negativo.
La luminosità dei raggi positivi
deve avere un’altra causa, e lo Stark l’attribuisce ad una reazione esercitata
sugli elettroni del ione in moto, sia dall’etere, sia dalle particelle
materiali presso cui il ione passa. Secondo questa seconda alternativa, che
sembra da preferirsi, quando il ione trasversa la sfera d’azione d’un altro
ione o d’un atomo neutro, il moto orbitale dei suoi elettroni rimane
perturbato, d’onde la produzione di vibrazioni, che si compongono col detto
moto, e che generano le onde luminose.
Mi sembra che tali elettroni
potrebbero paragonarsi alle corde d’uno strumento musicale dotato di un moto di
traslazione, e che incontri sul suo cammino degli ostacoli capaci di mettere in
vibrazione le corde stesse. Questa grossolana imagine varrà almeno a far
comprendere, come l’intensità della luce emessa dal ione cresca insieme alla
sua velocità, e come l’energia delle onde emesse sia ricavata, dalla energia
del suo moto traslatorio.
La luce che dà lo spettro di
serie, o a righe, proviene dunque da vibrazioni interne dei ioni. Quella che dà
le bande deve avere una diversa origine, e probabilmente è dovuta alle
vibrazioni assunte dagli elettroni nell’interno d’un atomo neutro nell’istante
in cui esso si ricostituisce colla reciproca neutralizzazione d’un ione con un
elettrone.
Rimane a spiegare la permanenza
delle righe non spostate nello spettro dei raggi positivi, e cioè come insieme
ai ioni dotati di grande velocità siano presenti altri, i quali pure essendo
privi di notevole velocità, posseggono nei loro elettroni delle vibrazioni tali
da renderli luminosi. È verosimile che essi prendano origine dall’urto dei ioni
in moto contro atomi neutri. È stato dimostrato, che un corpo colpito dai raggi
positivi emette elettroni, per cui è probabile che altrettanto avvenga quando è
colpito un atomo neutro. Questo, perdendo allora un elettrone, diviene ione, e
cioè resta ionizzato, e verosimilmente gli elettroni in esso contenuti entrano
in vibrazione, senza che il ione stesso assuma una grande velocità traslatoria.
Troppo tempo dovrei impiegare,
se più volessi addentrarmi nelle interessanti questioni teoriche, che la
constatazione dell’effetto Döppler nei raggi positivi ha fatto sorgere. Mi
limiterò quindi a soggiungere, che è da aspettarsi una simile constatazione sui
raggi α dei corpi radioattivi. Essi sono della stessa natura dei
raggi-canali, e generano durante il loro tragitto nell’aria o in altri gas una
luce, la quale, quantunque debole, può essere analizzata spettroscopicamente,
se non servendosi della vista, ricorrendo alla registrazione fotografica delle
righe con lunghissime pose. Lo Stark ha intanto verificato, che la luce generata
dai raggi α del polonio in una atmosfera di elio dà lo spettro a righe di
questo gas, e che lo spettro a bande dell’azoto, che si ottiene dalla luce che
circonda un corpo radioattivo quando è nell’aria, è assai più somigliante allo
spettro a bande dell’azoto nei raggi-canali, che a quello di altre regioni del
tubo di scarica.
Prima di lasciare l’argomento
dei raggi positivi devo menzionare certe recenti esperienze del prof. J. J.
Thomson. Producendo i raggi-canali in gas estremamente rarefatti, e facendo uso
perciò di elevatissimi potenziali di scarica, il valente fisico di Cambridge ha
ottenuto un risultato, che dà molto a pensare. Il suo apparecchio era così
combinato, che sui raggi stessi si potevano far agire un campo elettrico ed un
campo magnetico trasversali di note intensità, onde raccogliere i dati
necessari per dedurre, dalla misura delle deviazioni, la velocità dei ioni ed
il valore del rapporto fra la carica e la massa di ciascuno di essi. Si
riconobbe così, non solo che mancavano sempre quei certi ioni di massa più
considerevole di quella degli atomi del gas adoperato, ma che qualunque fosse
la natura del gas estremamente rarefatto, i ioni in moto erano sempre i
medesimi, e formanti due gruppi ben distinti. Per gli uni il detto rapporto risultò
eguale a quello spettante al ione idrogeno nell’elettrolisi; per gli altri
risultò di valore metà. Ne concluse il Thomson, che i ioni costituenti i raggi
positivi erano sempre ioni d’idrogeno e molecole pure d’idrogeno private d’un
solo elettrone, quasi che avvenisse nei gas estremamente rarefatti una
scissione degli atomi, analoga a quelle cui si attribuiscono i fenomeni
radioattivi, con produzione di atomi e di molecole d’idrogeno.
Il prof. Wien, il quale cinque
anni fa aveva già constatata l’impossibilità di escludere completamente ogni
traccia di idrogeno dai tubi di scarica, ha però obbiettato, che probabilmente,
ad onta delle più meticolose cure avute dall’abile sperimentatore in queste
ricerche, qualche traccia d’idrogeno può essere rimasta entro il tubo di
scarica. Ma nuove esperienze del Thomson, pubblicate due settimane fa, tendono
a rimuovere un simile dubbio. In una di queste esperienze, eseguita con
ossigeno, il tubo di scarica per ben 70 volte nel corso di sei giorni venne
vuotato, sinchè la scarica quasi più non poteva produrvisi, dopo di che si
faceva entrare nuovo ossigeno. Inoltre per sei ore al giorno e durante la
manovra della pompa il tubo era riscaldato e attraversato da forti scariche,
allo scopo di eliminare completamente ogni traccia di gas aderente od occluso
nelle pareti e negli elettrodi. Infine lunghi tubi, permanentemente circondati
da aria liquida, erano interposti fra il tubo di scarica ed il recipiente
contenente permanganato potassico, destinato e fornire l’ossigeno, come pure
fra il tubo e la pompa, di guisa che nessuna sensibile traccia di vapor acqueo
poteva penetrare([4]) nel tubo stesso. Orbene,
anche in queste severe condizioni sperimentali il risultato antecedentemente
avuto ebbe chiaramente a presentarsi. Quando poi alla fine si sostituì
dell’idrogeno all’ossigeno, le due striscie luminose visibili sul diaframma
fosforescente e dovute ai raggi positivi deviati, si conservarono sensibilmente
sotto ogni rapporto invariate.
Però, per quanto tali esperienze
abbiano un altissimo valore di prova, l’obbiezione del Wien è di quelle, che si
possono definitivamente confutare solo in seguito a esperienze svariate e
numerose compiute da vari sperimentatori.
Nel corso delle importanti
esperienze ora descritte il Thomson ha altresì messo in luce certi fatti in
parte nuovi. Così egli ha constatato, che i raggi positivi d’idrogeno non si
manifestano solo presso il catodo e al di dietro di questo, ma possono
riscontrarsi in ogni parte del tubo di scarica. Così ve ne sono che camminano
insieme ai raggi catodici allontanandosi dal catodo. Liberati che siano dalla
presenza di questi ultimi mercè l’azione d’una debole calamita, essi rimangono
sensibilmente invariati, possono eccitare la fosforescenza d’un opportuno
diaframma messo di prospetto al catodo, possono essere deviati da intensi
campi, ecc. È verosimile che i ioni positivi costituenti questi raggi siano
rimbalzati o riflessi dal catodo, o da molecole gassose o da altri ioni. Anzi
con un’apposita esperienza il Thomson mostra la realtà di questa riflessione
dei ioni per parte d’una lastra metallica.
Anche il sig. Lilienfeld ha
recentemente riscontrato dei raggi positivi propagantisi dal catodo verso
l’anodo, ma il rapporto fra carica e massa delle particelle in moto sarebbe,
secondo questo sperimentatore, dello stesso ordine di grandezza di quello
relativo ai raggi catodici. Si avrebbe adunque il primo esempio dell’esistenza
di elettroni positivi liberi.
Nelle esperienze del Lilienfeld
la rarefazione del gas era grandissima come in quelle del Thomson, ma
l’intensità della corrente assai maggiore, quale appunto può essere realizzata
col far uso d’un catodo di Wehnelt (ossido di calcio deposto sopra una lamina
di platino arroventata). Secondo lo sperimentatore tedesco, in causa della
grande intensità della corrente, il tubo conterrebbe ad ogni istante un numero
di elettroni negativi assai più grande del consueto, e sotto la loro influenza
elettrica gli elettroni positivi degli atomi sarebbero almeno in parte da
questi separati, e poi da essi trascinati nel loro rapido movimento.
Tutto ciò fa comprendere, come
il meccanismo del fenomeno di scarica nei gas rarefatti sia realmente meno
semplice di quanto viene d’ordinarlo considerato.
*
* *
Mentre nei gas molto rarefatti
il risultato della ionizzazione per urto è la separazione d’uno o più elettroni
negativi dagli atomi, che in tal modo divengono ioni positivi mono- o
pluri-valenti, quando le scariche si producono in un gas a pressione elevata
accade, che i nuovi elettroni non rimangano tutti liberi, ma alcuni, in numero
tanto maggiore quanto maggiore è la pressione, si uniscano ad atomi neutri e
formino così dei ioni negativi. Altrettanto accade se la ionizzazione del gas
ha qualsiasi altra causa, per esempio è dovuta a radiazioni. I movimenti, che
assumono i ioni delle due specie in un campo elettrico, ed ai quali si debbono
in ultima analisi i fenomeni di scarica e di conduzione elettrica nei gas,
furono largamente studiati lungo tempo prima, che si arrivasse a definire in modo
soddisfacente la natura delle particelle elettrizzate effettuanti la convezione
o trasporto dell’elettricità. L’esistenza di questa convezione elettrica, la
parte importante che assume nei fenomeni della scarica, il così detto ritardo
di questa, ossia la necessità d’un periodo preparatorio, perfino la forma delle
traiettorie percorse dalle particelle cariche, e via dicendo, erano dunque cose
note molto prima che si parlasse di elettroni; perciò non è opportuno ch’io
neppure brevemente richiami quei fenomeni. Se ho voluto accennare alla
ionizzazione dei gas non rarefatti è stato soltanto per avere modo di citare,
come meritevoli di molta considerazione, gli studi recenti, tanto importanti
anche per la Metereologia, sulla ionizzazione atmosferica e sulle sue variazioni,
come pure l’esistenza ormai dimostrata, particolarmente dal sig. Langevin, di
masse elettrizzate considerevoli, verosimilmente assai più grandi ancora di
quelle, che ordinariamente si riscontrano nei raggi positivi insieme ai ioni
del gas adoperato, e cioè l’esistenza di gruppi atomici e molecolari i quali,
pur ammettendo che posseggano una carica eguale in grandezza assoluta a quella
che costituisce un semplice elettrone, hanno una massa assai superiore alle
masse atomiche o molecolari conosciute. Questa specie di grossi ioni, i quali
naturalmente hanno minor mobilità dei ioni ordinari, si riscontra
particolarmente abbondante nell’aria ionizzata dal fosforo.
Inoltre, secondo recenti
ricerche del sig. Broglie, i gas ionizzati, e particolarmente l’aria che
circonda una fiamma o che si è fatta gorgogliare in un liquido, conterrebbero
certi aggregati molecolari non elettrizzati, pronti a trasformarsi in grossi
ioni non appena entri in azione una causa ionizzatrice, come raggi X, raggi del
radio, ecc.
*
* *
Anche d’un’altra vasta e interessantissima classe di
fenomeni poco dirò, benchè tali fenomeni siano di recente scoperta, per la
ragione che la conoscenza di essi si è rapidamente diffusa, non solo forse in
causa della loro importanza intrinseca, ma anche pel carattere singolare e
meraviglioso che spesso mostravano di possedere. Alludo ai fenomeni della
radioattività.
Veramente meravigliosa è la
rapidità con cui, per opera di una pleiade di sperimentatori, si sono estese le
nostre cognizioni intorno al nuovo fenomeno scoperto dal Becquerel. Anche in
quest’ordine di ricerche una felice ipotesi, quella della disaggregazione
atomica, valse a facilitare le nuove scoperte; tanto che in pochi mesi dal
giorno in cui si scoprì, che l’uranio e i suoi composti godono della strana
proprietà di emettere spontaneamente certe radiazioni capaci di attraversare
corpi opachi, di agire sui preparati fotografici, di eccitare fosforescenza, di
ionizzare i gas, ecc., si giunse, non solo a riconoscere analoghe proprietà in
altre sostanze, ma a scoprire un nuovo elemento, il radio, dotato di
considerevolissima attività.
L’animo nostro si riempie di
mestizia e di rimpianto a questa tacita evocazione dell’eminente quanto modesto
fisico francese, che un evento tragico improvvisamente strappò alla scienza, ed
all’affetto di colei, che fu sua compagna nella vita, ed iniziatrice della
grande scoperta, a cui egli pure associò il proprio nome. Senza la scoperta dei
Curie la maggior parte delle attuali nostre cognizioni in fatto di radioattività
ci mancherebbe ancora, e chi sa per quanto tempo.
Ormai tutti sanno, che i corpi
radioattivi emettono radiazioni di tre specie, designate usualmente,
sull’esempio del prof. Rutherford, colle prime tre lettere dell’alfabeto greco;
e cioè raggi α, costituiti da ioni positivi lanciati con grandissima
velocità, e quindi della stessa natura dei raggi-canali; raggi β,
costituiti da elettroni negativi generalmente animati da velocità tanto grandi
da avvicinarsi assai a quella della luce, identici quindi a raggi catodici
velocissimi; raggi γ infine, considerati come raggi di Röntgen, e
verosimilmente generati dagli urti dei raggi α e β contro gli atomi,
precisamente come i raggi X sono generati dall’urto dei raggi catodici.
Ma ciò che v’è di più importante
è l’essersi stabilito con valide e svariate prove sperimentali, che la
radioattività, ossia l’emissione spontanea di quelle radiazioni, non solo è
accompagnata dalla nota estrinsecazione di energia, ma è altresì connessa ad
una incessante trasformazione d’una parte degli atomi della sostanza
radioattiva in atomi nuovi, dotati di diverso e, per quanto finora si sa,
minore peso atomico, nonchè di differenti proprietà fisiche e chimiche. E
poichè molte volte i nuovi atomi così generati sono essi pure instabili, così
si è giunti a scoprire per ogni sostanza radioattiva tutta una serie di
successive trasformazioni.
Lo studio di queste
trasformazioni atomiche, le quali evidentemente forniscono un valido argomento
in favore del concetto cui già si accennò, e secondo il quale tutti gli atomi
altro non sarebbero che aggregati d’elettroni, è lungi dall’essere oggi
completo, ed anzi occupa tuttora numerosi fisici d’ogni paese. La legge, subito
intuita, della proporzionalità fra la quantità di sostanza radioattiva che si
trasforma durante l’unità di tempo e la quantità di sostanza non ancora
trasformata, rese possibili simili ricerche, le quali tuttavia restano
difficili e complicate, essendo spesso inevitabile lo sperimentare su sostanze
complesse, contenenti cioè atomi di varia natura che con diversa rapidità vanno
trasformandosi, ed anche in virtù di queste circostanze, e cioè che, in primo
luogo, gli atomi radioattivi non sempre dànno origine alle tre specie di
radiazioni mentre si sfasciano o si trasformano, essendovene fin’anche alcuni
che non ne emettono affatto, ed in secondo luogo, che le trasformazioni sono in
certi casi o estremamente rapide o estremamente lente, e quindi per differenti
motivi meno facili a riconoscersi, qualunque sia il metodo di ricerca adottato:
metodo fotografico, metodo della fosforescenza, o metodo elettrico.
Quest’ultimo, basato sulla ionizzazione dei gas prodotta dalle radiazioni
emesse dalle sostanze radioattive, è quello che, com’è ben noto, meglio si
presta, e che ha dato nella maggior parte dei casi i risultati più sicuri.
Data la complicazione e le
difficoltà di simili ricerche, non può recar meraviglia, se ancora si vaga nel
campo delle congetture in riguardo alla natura dei prodotti più avanzati delle
trasformazioni atomiche, come pure rispetto alla probabile parentela fra i
principali corpi radioattivi: radio, attinio, uranio e torio. Può tuttavia
dirsi fin d’ora molto verosimile, che il piombo sia uno dei prodotti di
trasformazione del radio, e che questo alla sua volta entri a far parte
dell’albero genealogico dell’uranio.
Ma senza che si debba aspettare
il giorno, nel quale queste parentele saranno completamente documentate, si può
ritener fin d’ora come dimostrato il fatto della trasmutazione della materia,
in quanto che non può sussistere alcun dubbio sulla realtà della produzione
dell’elio in seguito a trasformazioni atomiche del radio, del torio e
dell’attinio. È noto infatti, che uno dei primi prodotti di trasformazione di
queste sostanze, e cioè le rispettive emanazioni gassose, abbandonate a sè
stesse si trasformano poco a poco in altre sostanze, fra cui il gas nominato or
ora. Sembra anzi che tutti quei corpi radioattivi, i quali emettono raggi
α, creino elio, le particelle α essendo verosimilmente non altro che
atomi di elio carichi positivamente. Accurate misure hanno infatti dimostrato,
che il rapporto fra carica e massa dei ioni positivi costituenti i raggi α
ha, in tutti i casi esaminati, tale valore numerico, da far considerare le
particelle stesse, o come molecole d’idrogeno private d’un elettrone negativo,
o come mezzi atomi d’elio, pure privati di un elettrone, o infine come atomi
d’elio privati di due elettroni ciascuno, ossia ioni d’elio bivalenti.
Naturalmente dai fatti citati resta escluso che si tratti di idrogeno.
Certe esperienze, che Sir Ramsav
ha fatto conoscere il 1° agosto scorso all’Associazione Britannica pel
progresso delle Scienze, sembrano poi indicare la possibilità di produzione di
altri corpi per parte dell’emanazione del radio. Egli ha trovato infatti, che
questa sostanza, la quale presenta già i caratteri propri dei gas della serie
dell’elio; quando sia tenuta in contatto dell’acqua o in questa disciolta,
invece di generare unicamente dell’elio, produce traccie soltanto di questo gas
insieme ad una quantità preponderante di neonio o neon; e che, quando
l’emanazione stessa sia stata disciolta in una soluzione satura di solfato di
rame, l’elio non si produce più affatto, e in sua vece lo spettroscopio
dimostra che si crea dell’argon o argonio insieme a traccie di neonio e di
altre sostanze ancora, come litio e sodio. Ulteriori ricerche permetteranno
certo a chi fu uno degli scopritori dei nuovi gas dell’atmosfera, di chiarire
questi fenomeni, indubbiamente importantissimi.
Anche la questione, se la
radioattività debba considerarsi o no come propria di tutti quanti i corpi, non
può dirsi risolta definitivamente. Certo si è che di recente si è scoperta una
non lieve radioattività in corpi, nei quali nulla induceva a supporla. Sarebbe
molto difficile il chiarire, se lievi e lente trasformazioni atomiche esistano
o no in un corpo qualunque, giacchè potrebbe trattarsi di quelle, cui non si
accompagna l’emissione degli ordinari raggi α, β e γ. Ma
esistono corpi, i quali lasciano sfuggire continuamente degli elettroni, dotati
di così lieve velocità, da non costituire veri raggi β, od almeno soltanto
raggi β molto lenti. Certi prodotti radioattivi emettono simili raggi; e
circa un’anno e mezzo fa il Thomson ha riconosciuto, che alcuni metalli alcalini,
e particolarmente il sodio, emettono continuamente elettroni. Il sodio si
elettrizza infatti spontaneamente di elettricità positiva. Ecco dunque un
corpo, i cui atomi verosimilmente si trasformano continuamente, senza che esso
proietti all’intorno con grandi velocità nè ioni positivi nè elettroni, ma solo
questi ultimi con velocità, che è a ritenersi assai piccola. Che debba in
questa maniera considerarsi il fenomeno è cosa, non solo quasi evidente, ma
additata da un altro fatto, e cioè l’emissione d’elettroni anche per parte
degli atomi del sodio ridotto in vapore.
Questo infatti, quando si trovi
in un campo elettrico, va a condensarsi sull’elettrodo negativo; ciò che
dimostra essere la proprietà del sodio, di cui qui si tratta, una proprietà
atomica, come appunto si sa essere la radioattività.
*
* *
Ed ora, nell’abbandonare i
soggetti fin qui trattati, i quali principalmente riguardano la struttura degli
atomi e la loro probabile natura elettrica, per passare ad altro argomento, mi
è duopo richiamare anzitutto certi fatti apparentemente di limitata importanza,
di cui ho fatto cenno, e dai quali si ricava, che esistono aggregati molecolari
o atomici recanti o no carica elettrica, muoventisi fra le molecole gassose
alla guisa dei ioni o delle molecole stesse, pur essendo dotati di massa
relativamente considerevole. Tali potrebbero supporsi quei ioni di maggior
massa che si riscontrano nei raggi positivi, quando il gas nel quale sono
generati non sia troppo rarefatto; e tali sono a ritenersi i così detti grossi
ioni contenuti nell’aria atmosferica, abbondantissimi poi in quella che
circonda il fosforo, nonchè infine quei gruppi molecolari neutri, che divengono
grossi ioni sotto l’influenza delle radiazioni. La ragione per cui ho
richiamato tutto ciò è questa, e cioè che mi sembra lecito stabilire un
ravvicinamento fra tali gruppi molecolari e quelle particelle o granuli,
che, mescolati o sospesi in un liquido ordinario, lo trasformano in ciò che
chiamasi una soluzione colloidale. Di simili soluzioni intendo ora trattar
brevemente.
Che la struttura dei colloidi
sia discontinua, e cioè che debbano tali corpi considerarsi come costituiti da
particelle sospese in un liquido, è dimostrato in varie maniere, ed inoltre
risulta direttamente dall’osservazione ultramicroscopica.
Il principio su cui si fonda
l’osservazione ultramicroscopica è noto, e si potrebbe spiegare in poche parole
dicendo che, nello stesso modo che un raggio di sole, che penetri per uno
spiraglio in una camera buia, rende visibili i minutissimi corpuscoli sospesi
nell’aria rischiarandoli vivamente contro un fondo oscuro, così possono
rendersi visibili nel campo d’un microscopio delle particelle troppo piccole
per essere distinte, quando lo strumento è adoperato nel modo usuale, se, senza
lasciare penetrare direttamente nello strumento la luce, esse vengono
fortemente illuminate. Ciascuna diffrange allora la luce in ogni direzione, e
quindi anche in quella dell’asse del microscopio, ciò che fa sì che essa appaia
nel campo visivo come una brillante stelletta. Nulla si rileva naturalmente
della forma precisa e dell’aspetto di quella particella, ma la sua esistenza è
in tal modo dimostrata, quand’anche le sue dimensioni lineari si riducano a
qualche millionesimo di millimetro, ed inoltre si possono scorgere il suo moto
e gli eventuali suoi mutamenti. Osservando in tal modo una soluzione
colloidale, i granuli in essa contenuti divengono visibili, salvo che si tratti
di certi colloidi, i cui granuli hanno dimensioni troppo piccole.
Oltre agli innumerevoli liquidi
colloidali d’origine organica, se ne sanno oggi preparare altri riducendo a
minutissime particelle nel seno dell’acqua o di altro liquido molti corpi, sia
con metodi chimici, sia col metodo di Bredig, che consiste nel produrre potenti
scariche o meglio l’arco voltaico fra elettrodi sommersi. Se per esempio questi
consistono in fili d’argento immersi in acqua, si ottiene in capo ad un tempo
sufficiente l’argento colloidale, il cui colore dipende dalle dimensioni delle
particelle diffrangenti.
Le soluzioni colloidali si
distinguono dalle soluzioni ordinarie per l’estrema lentezza di diffusione, per
non attraversare sensibilmente le ordinarie membrane dializzatrici, per avere
una pressione osmotica quasi nulla, per essere dotate di piccolissima
conducibilità elettrica, perchè l’aggiunta di certi elettroliti le coagula,
perchè molte di esse lentamente e spontaneamente si modificano in quanto alla
composizione del liquido e dei granuli.
Con tutto ciò non si scorge
nettamente una demarcazione assoluta fra i colloidi e le soluzioni vere,
specialmente quando queste contengano come sostanza disciolta un corpo di peso
molecolare elevatissimo.
Infatti, secondo certe
esperienze di Lobry de Bruyn e Wolff, concentrando con una lente una intensa
luce in certe soluzioni saline perfettamente esenti da ogni impurità che ne
offuschi la limpidezza, diviene lateralmente visibile contro un fondo oscuro il
cono luminoso, poichè viene diffratta della luce, polarizzata nel piano di
diffrazzione, dalle molecole stesse del sale, precisamente come se si trattasse
invece dei granuli di un colloide, la discontinuità del quale può appunto anche
in tal modo essere dimostrata. In altre parole v’è chi ritiene, e sembra con
buon fondamento, che le molecole del corpo disciolto possano dar luogo alla
diffrazione, precisamente come nella teoria di lord Rayleigh si ammette, che
l’azzurro del cielo si debba alla diffrazione della luce solare operata dalle
molecole dell’aria. D’altra parte secondo certe recenti esperienze dei medesimi
autori, assoggettando una vera soluzione, per esempio di ioduro potassico
nell’acqua, alla centrifugazione, si produrrebbe una concentrazione nelle parti
periferiche, precisamente come coll’analogo trattamento di un colloide si
riesce a separarne i granuli.
Da tutto ciò risulterebbe
un’analogia fra granuli dei colloidi e molecole o ioni elettrolitici, che rende
anche più verosimile quella fra i granuli stessi ed i grossi ioni gassosi.
Ma queste analogie appaiono meno
incomplete, qualora si tenga conto delle proprietà elettriche dei colloidi, lo
studio delle quali ha condotto ad interessanti cognizioni e ad eleganti
esperienze, queste ultime specialmente per opera dei Sig.ri Cotton e Mouton.
Suppongasi d’osservare
coll’ultra-microscopio un liquido colloidale, per esempio la soluzione
colloidale di argento, che si presta particolarmente bene. Appariranno numerose
stellette brillanti, ognuna delle quali è prodotta da una particella d’argento.
Queste stellette non sono immobili, ma invece appaiono animate da quei moti
irregolari, che da tempo furono osservati coll’ordinario microscopio in minute
particelle solide sospese in un liquido, e che diconsi moti Browniani. Per
rendere conto di questi movimenti si è proposta oggi come cosa nuova una
spiegazione, simile a quella che un quarto di secolo fa espose il prof.
Cantoni, e secondo la quale tali moti provengono dagli urti subiti dalle
particelle per parte delle molecole del liquido, animate dai loro movimenti
termici.
Ciò posto, s’immergano
nell’argento colloidale sottoposto all’osservazione due elettrodi
opportunamente disposti, comunicanti coi poli d’una pila. Si vedranno
immediatamente le brillanti stellette assumere un moto traslatorio da uno degli
elettrodi verso l’altro, con una velocità sensibilmente costante, diversa a
seconda del colloide esaminato, e tanto maggiore quanto più grande è
l’intensità del campo elettrico creato nel liquido dai due elettrodi. Se si ha
cura di osservare il fenomeno solo nelle parti centrali, ove si compie
indisturbato, e non presso gli elettrodi o presso il porta-oggetti od il
copri-oggetti, si riconosce, che mentre i granuli di certi colloidi si muovono
dirigendosi verso l’elettrodo([5])
positivo, quelli di altri si muovono in senso opposto. Perciò i granuli dei
primi si comportano come ioni negativi, quelli dei secondi come ioni positivi.
Vi sono però dei liquidi colloidali, nei quali i moti dei granuli sono in
simili circostanze così lenti, da non potersene stabilire con certezza
l’esistenza e la direzione.
Bisogna dunque ammettere, che i
granuli portino una carica elettrica, positiva per gli uni e negativa per
altri. E siccome il colloide è neutro nel suo complesso, così bisogna supporre
nel liquido circondante i granuli una carica di segno opposto a quello della
carica da essi posseduta. La filtrazione sotto pressione permette di eliminare
una parte più o meno grande del liquido, senza che lo stato neutro resti
modificato, ciò che induce a supporre essere la carica compensatrice nella
immediata vicinanza di quella dei granuli, precisamente come se quelle cariche
opposte fossero le cariche di contatto fra i granuli ed il liquido che li
circonda.
L’esperienza dimostrante il moto
dei granuli d’un colloide dovuto a forze elettriche diviene oltremodo
interessante, quando si faccia uso d’un campo alternativo, per esempio
impiegando la corrente alternativa stradale. Ogni punto brillante nel campo
dell’ultramicroscopio si trasforma allora in una retta più luminosa agli
estremi che nel mezzo, dovuta alle oscillazioni dei granuli. Con mezzi opportuni
si riconosce, che ciascuno di questi compie un’oscillazione sinusoidale, collo
stesso periodo (per esempio 42 oscillazioni al secondo) che spetta alla
corrente adoperata. Simili oscillazioni, ma di gran lunga più rapide, si
osservarono ricorrendo al circuito Duddell.
Ben poco si conosce fin ora
intorno alla costituzione dei colloidi, per cui ogni indicazione di possibili
linee di ricerca può riescire preziosa. Ecco perchè ho creduto di rilevare le
analogie fra i granuli ed i ioni. Quelli sembrano offrire una grossolana
imitazione di questi. Come i ioni di un’ordinaria soluzione si diffondono in
virtù dei loro moti termici, come in virtù dei medesimi ed alla guisa degli
atomi o delle molecole contribuiscono a generare la pressione osmotica, e sono
la causa della conducibilità elettrica del liquido in cui si muovono, così la
diffusione lenta d’un colloide, la sua debolissima pressione osmotica e la
piccolissima conducibilità stanno in relazione ai moti browniani, di cui i
granuli veggonsi generalmente dotati.
Del resto si rende completa
l’imitazione anche sotto il rapporto della pressione osmotica, se si impiega
come membrana semipermeabile una lamina di collodio, e se si pone da una parte
di essa la soluzione colloidale e dall’altra il liquido che se ne può estrarre
filtrandola sotto pressione; giacchè si ottengono in tal caso delle pressioni
osmotiche considerevoli, le quali però non sembrano obbedire alle leggi note
della pressione osmotica, valide per le vere soluzioni.
Interessanti particolarità
d’indole elettrica si riscontrano altresì nella coagulazione o nella
precipitazione dei colloidi. Se si espone una soluzione d’un colloide negativo
(per esempio l’alcaliglobulina del siero di bue) all’azione delle radiazioni
d’un sale di radio, si ottiene una graduale coagulazione, mentre non accade
altrettanto adoperando nell’esperienza un colloide positivo, il quale anzi
sembra talvolta divenire più fluido. Ora, siccome i raggi β attraversando
il liquido non sono assorbiti che in minima parte, mentre i raggi α lo
sono interamente, così è naturale attribuire la coagulazione alle cariche
positive recate da questi ultimi, ciò che induce a credere essere
indispensabili le cariche elettriche nei granuli, affinché restino([6])
sospesi nel liquido e sussista la soluzione colloidale. A questo proposito è
interessante la seguente esperienza di controprova.
Facendo agire sopra un colloide
positivo (per esempio l’idrossido di ferro), non più i raggi α, ma i soli
raggi β, ciò che può facilmente realizzarsi col coprire il sale di radio
mediante una lastrina solida di sufficiente spessore destinata ad assorbire i
raggi α, si ottiene pure, benchè più lentamente, la coagulazione.
E poichè la separazione dei
granuli dal liquido si provoca altresì colla semplice aggiunta d’un elettrolito,
è naturale che in questo caso il fenomeno si attribuisca oggi alla carica
neutralizzatrice di uno dei ioni, che spiegherebbe sempre un’azione
preponderante, e che sarebbe il ione idrogeno nel caso degli acidi, i quali
coagulano particolarmente i colloidi negativi, ed il ione idrossile nel caso
delle basi, la cui azione coagulatrice si produce segnatamente sui colloidi
positivi. È pure degno di nota il fatto, che mescolando due colloidi di segno
opposto in determinate proporzioni si ottiene la precipitazione di entrambi,
mentre che, se uno è in quantità eccedente, si ha un colloide complesso di
segno eguale a quello del colloide preponderante.
*
* *
Mentre è difficile segnare, come
già dissi, una linea di confine ben netta fra le vere soluzioni ed i liquidi
colloidi, una certa continuità si presenta in molte circostanze fra il
comportamento di questi ultimi corpi e quello dei liquidi torbidi, che si
ottengono generando per via chimica un precipitato in un liquido, oppure
agitando un liquido al quale si sia aggiunta una finissima polvere. Se le
particelle hanno dimensioni abbastanza piccole, esse cadono così lentamente,
che il miscuglio sembra rimanere lungo tempo inalterato. A parte il noto
effetto di precipitazione rapida, che può provocare l’aggiunta d’un
elettrolito, la detta analogia si manifesta particolarmente nei fenomeni
idrostatici.
È chiaro che, quando si misuri
col picnometro la densità d’una sospensione o d’un colloide, il risultato
numerico, a cui si arriva, è quale potrebbe essere calcolato, quando si
conoscesse il volume e la densità tanto delle particelle sospese o dei granuli,
quanto quelli del liquido nel seno del quale nuotano i granuli o le particelle.
Ma, se si determina la densità
per mezzo di un areometro, sembra che il risultato debba essere differente, e
cioè che questo istrumento debba indicare semplicemente la densità del liquido,
indipendentemente dalla presenza di particelle solide in esso sospese. Ciò
appare evidente, almeno nel caso delle sospensioni, se non in quello dei colloidi.
Orbene, i risultati che danno i due metodi differiscono fra loro tanto meno,
quanto più piccole sono le dimensioni di dette particelle.
Per constatare questo fatto si
può procedere in vari modi; per esempio si può graduare a piacere entro certi
limiti la grandezza delle particelle, sperimentando con quelle costituite da
solfato di bario, che si ottengono mescolando una soluzione di solfato sodico
con una di cloruro di bario, giacchè, operando a basse temperature coll’aiuto
di miscele frigorifere, le particelle del precipitato risultano tanto più
piccole, quanto più bassa è la temperatura alla quale avviene la
precipitazione. Ma generalmente è solo quando le particelle sono tanto grosse
da depositarsi in breve tempo, che l’impiego dell’areometro conduce a valori
della densità marcatamente minori di quelli a cui si perviene col picnometro.
Anche prima che le particelle giungano ad essere così grosse, esse debbono
indubbiamente considerarsi come corpi solidi di piccole dimensioni, i quali
offrono quindi una imitazione del modo di comportarsi delle molecole di un
corpo disciolto.
Ricerche del sig. Löffler e del
sig. Richarz, che datano da pochi mesi, hanno permesso di spiegare in quale
maniera la presenza di piccoli corpi solidi nella massa d’un liquido possa
influire sulla spinta idrostatica, a cui è esposto un areometro, che su di esso
galleggi. In una delle esperienze del primo di questi fisici, un corpo più
denso dell’acqua si lascia cadere entro una lunga provetta verticale piena di
questo liquido. Si vede allora sollevarsi alquanto un secondo corpo immerso e
sospeso con un filo ad una delle braccia d’una bilancia, specialmente quando il
corpo cadente passa nella sua vicinanza. Le correnti liquide, generate dal
corpo che cade, spiegano questa spinta transitoria, che il corpo sospeso riceve
dal basso all’alto. Si comprende in tal modo come un areometro emerga alcun
poco dal liquido su cui galleggia, allorchè nel seno di questo innumerevoli
piccoli corpi solidi stanno cadendo più o meno lentamente.
Questa spiegazione meccanica del
fenomeno, che si produce nel caso delle polveri sospese in un liquido, e
verosimilmente nel caso dei colloidi, sembrerà forse differenziarlo nettamente
dal fenomeno dell’aumento di densità che presenta una soluzione in confronto
del solvente. Ma se ben si riflette, si riconoscerà invece facilmente, che si
hanno semplicemente di fronte due fenomeni presentanti una certa analogia, uno
dei quali (quello delle sospensioni) è spiegato meccanicamente in modo
semplice, mentre la natura dell’altro (quello delle soluzioni) non ci è
intimamente conosciuto; cosicchè, lasciando per un poco libero corso alla
nostra immaginazione, arriveremo facilmente a considerare come sostanziale
l’analogia esistente fra i fenomeni stessi, e cioè a supporre, che le molecole
del corpo disciolto si comportino nella stessa maniera delle particelle solide
sospese. Se il fatto già menzionato della parziale separazione mediante la
centrifugazione delle molecole d’un sale sciolto dal suo solvente verrà
confermato in modo ineccepibile, non sarà facile negare la verosimiglianza
della nuova ipotesi; la quale in realtà non deve apparire più ardita di quella,
in virtù della quale, dall’antica teoria dell’azzurro del cielo basata sulla
diffrazione della luce prodotta dai corpuscoli sospesi nell’aria si è passati
alla nuova teoria, a cui ebbi già occasione di alludere, e secondo la quale la
diffrazione sarebbe invece prodotta dalle singole molecole gassose.
*
* *
Tutte le considerazioni sin qui fatte circa
l’esistenza dei grossi ioni nei gas o dei granuli nei colloidi, circa il
comportamento per così dire molecolare di piccoli corpi solidi sospesi in un
liquido, ed altre che a queste si potrebbero aggiungere, conducono concordemente
nel far vedere come fra le semplici molecole chimiche ed i corpi propriamente
detti sia opportuno collocare quei certi aggruppamenti complessi, che
presentano in qualche modo dei caratteri intermedi, e che non si potrebbero
senza esitazione considerare sia come molecole, sia come piccoli corpi. In
altre parole, si scorge l’opportunità di ammettere vari gradi nella complessità
delle aggregazioni molecolari, fra le semplici molecole ed i corpi
ordinariamente considerati.
A questo proposito conviene richiamare
alla mente, che da tempo i cristallografi ammettono l’esistenza dei così detti
elementi cristallini, e cioè di certi aggruppamenti molecolari aventi
determinate forme geometriche, per esempio costituiti da molecole disposte
secondo i vertici di un poliedro dotato di certe simmetrie. Infatti, per
rendere conto delle proprietà dei corpi cristallizzati si è obbligati a
considerarli come risultanti dalla riunione di particelle poliedriche
concordemente orientate. Fra esse, oltre alle forze orientatrici, di natura
incognita ma verosimilmente elettrica, si manifestano naturalmente altresì
forze di coesione, aventi probabilmente la stessa origine. I fenomeni
presentati da corpi cristallizzati semi-fluidi o liquidi addirittura sembrano
provare, che le forze orientatrici possono sopravvivere a quelle di coesione,
o, forse meglio, mostrarsi intense, anche quando la coesione sia piccolissima.
Tale è almeno la maniera nella quale vengono oggi da molti considerati questi
fenomeni, i quali, quantunque studiati da una trentina d’anni dal Lehmann, e
negli ultimi tempi da vari altri fisici, da poco tempo sono conosciuti ed
apprezzati, come avrebbero meritato di esserlo molto prima.
Eppure i fenomeni in discorso
offrono spesso interessanti particolarità. Così possono ottenersi facilmente
dei cristalli a consistenza semifluida, per esempio col raffreddamento d’una
soluzione alcoolica calda d’oleato d’ammoniaca. Orbene, tali cristalli, aventi
faccie e spigoli curvi, riprendono tosto la forma completa iniziale, quando vengono
tagliati o deformati; e se due di essi trovansi abbastanza vicini e non
concordemente orientati, essi si orientano e si avvicinano con crescente
velocità, finendo col fondersi in un unico cristallo. Nè meno interessanti
appaiono i liquidi a struttura cristallina, che in non piccolo numero si sanno
oggi preparare. Entro un certo intervallo di temperatura uno di tali corpi,
posto fra due lastrine trasparenti parallele ed esaminato col microscopio in
luce convergente polarizzata, mostra i noti anelli d’interferenza, anche mentre
che, premendo le lastrine l’una verso l’altra, si determina un efflusso del
corpo esaminato, che con ciò mostra di essere perfettamente liquido. I
cristalli elementari, concordemente orientati, forse coll’aiuto di una speciale
azione delle lastrine, in modo che i loro assi restino a queste perpendicolari,
hanno dunque quella reciproca indipendenza, che esiste fra le molecole di un
liquido qualunque.
Non solo dunque le molecole
possono formare quei grossi aggregati, neutri od elettrizzati, la cui esistenza
viene rivelata dai fenomeni antecedentemente considerati, ma esse
costituiscono, forse in primo luogo, anche quegli aggruppamenti verosimilmente
più semplici, che possono considerarsi come le pietre, dalla cui
sovrapposizione risulta l’edificio dei cristalli.
*
* *
E così siamo oggi assai lontani da quello schema,
tanto semplice e comodo, che fino a pochi anni fa ci appariva adatto a
rappresentare la struttura della materia.
Ed in vero, astrazione fatta
dagli elementi cristallini, che i fisici sembravano spesso dimenticare, si
considerava un corpo qualunque come un sistema di molecole tutte eguali fra
loro, ed ognuna di esse come un sistema di atomi, entità indivisibili, di cui
se ne conosceva una settantina di specie diverse. Inoltre tanto le molecole che
gli atomi si supponevano animati da certi movimenti, la cui energia cinetica
rappresentava l’energia termica, e di tale natura da creare una certa
somiglianza fra questi sistemi e quelli grandiosi costituiti dagli astri.
Oggi questa semplicità è
scomparsa, e pur supponendo sempre una certa analogia fra la struttura dei
sistemi molecolari e quella dei sistemi celesti, la si estende alla struttura
complessa dei singoli atomi. Tutto induce ad ammettere, come si disse, che
molti elettroni negativi, dotati di rapidi moti orbitali, facciano parte della
struttura d’ogni atomo; ma esiste una certa disparità di vedute circa la parte
positiva dell’atomo stesso. Secondo una ipotesi, generalmente preferita dai
fisici tedeschi, ogni atomo neutro è costituito da un egual numero di elettroni
positivi e negativi, e mentre questi ultimi o parte di essi posseggono il moto
orbitale, tutto il resto costituisce un assieme elettricamente positivo e
relativamente stabile. Secondo un’altra ipotesi, in genere preferita dai fisici
inglesi, ogni atomo consta di una sfera di elettricità positiva, specie di
grande elettrone positivo plurivalente, entro la quale si muovono gli elettroni
negativi. In ambo i casi è giuocoforza ammettere che, senza subire profonde modificazioni
nella sua struttura complessiva, l’atomo possa perdere uno o più elettroni
negativi, o acquistarne qualcuno in soprappiù. L’atomo diviene allora ione
positivo o negativo, mono o pluri-valente. Inoltre deve necessariamente aver
luogo una continua diminuzione dell’energia posseduta dall’atomo. Infatti, in
virtù della circostanza che esso contiene elettroni negativi, il cui moto non è
rettilineo ed uniforme, l’atomo emette continuamente una radiazione
elettromagnetica, e cioè una parte della sua energia si propaga nell’etere. La
struttura dell’atomo andrà così lentamente modificandosi, sinchè ad un tratto
il suo equilibrio dinamico cesserà d’essere possibile. In quell’istante l’atomo
si scinderà in gruppi d’elettroni meno complessi, ed il corpo di cui esso fa
parte si mostrerà in tal modo radioattivo. Verosimilmente un tal fatto deve, a
lungo andare, verificarsi per qualsiasi atomo, ciò che equivale a dire dover
essere più o meno instabili gli atomi di tutti i corpi.
Anche per queste lente modificazioni
nella interna struttura dell’atomo potrebbero invocarsi analogie astronomiche;
ma la meccanica celeste degli atomi è, per così dire, quasi ancora da creare, e
spetterà verosimilmente all’analisi spettrale e ai fenomeni magneto-ottici il
fornire col tempo i dati necessari, che ancora quasi completamente ci mancano.
D’altra parte l’esistenza dei
così detti grossi ioni, e degli altri aggregati complessi additati dai fenomeni
testè esaminati, nonchè le analogie messe in rilievo fra le vere soluzioni, le
soluzioni colloidali e le semplici sospensioni di particelle solide in una
massa liquida sembrano, se non gettare un ponte sull’abisso che si riteneva
esistere fra corpo e molecola, almeno far sorgere quei piloni, su cui forse col
tempo il ponte stesso verrà costruito.
Ma l’apparente complicazione del
nuovo schema non deve spaventarci nè confonderci. Da una parte esso ci
soddisfa, in quanto che esso contiene implicitamente il concetto semplificatore
della unità della materia, il quale riduce al minimo il numero delle entità
fondamentali o primordiali; d’altra parte in grazia di esso ci sentiamo oggi
meno lontani dal giorno, se pure un tal giorno dovrà spuntare, in cui la
struttura intima della materia potrà più o meno direttamente colpire i nostri
sensi.
Queste considerazioni sintetiche
mi hanno però trascinato nell’alto mare delle ipotesi, proprio nel momento in
cui debbo tornare in porto; ma non me ne dolgo. Le ipotesi scientifiche, quando
sgorgano logicamente dai fatti, costituiscono un prezioso strumento di ricerca,
che può bensì far deviare dallo scopo scientifico gli inesperti, ma è invece
fattore di progresso e ispiratore di ricerche proficue a chi sa maneggiarlo
colla necessaria prudenza. E questo è precisamente il caso di Voi, o egregi
rappresentanti della Fisica italiana, che vivamente ringrazio per avermi, con
così sostenuta e benevola attenzione, sin qui ascoltato.
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