II.
- Ouff! - disse il Duca Giuliano, uscendo dal boudoir di
velluto color pesca a garofani di raso granata - ouff!... La signora di
Rèmusat, nelle sue agro-dolci Memorie del primo Impero, ci narra come
Napoleone si divertisse un giorno a mistificare crudelmente alcuni dei suoi più
intimi cortigiani, chiedendo loro cosa direbbe il mondo s'egli, l'Imperatore,
avesse a scomparire d'un tratto. E nell'imbarazzo generale che susseguì a
quella domanda, la risposta suonò repentina, dalla bocca stessa che aveva
posata la questione: - Sapete cosa direbbe il mondo?... direbbe: ouff!...
Ora, date le debite proporzioni fra l'impero di un Bonaparte e
quello di una brillante Baronessa, può essere che l'ouff di Giuliano
rappresentasse del pari un sospirone di sollievo. Può essere che egli avesse
preventivamente desiderato di lanciarlo così ai quattro venti; può essere che,
entrando schiavo in quel tepido gabinetto, egli avesse in animo d'uscirne
libero; può essere che la perifrasi gentile, destinata a velare l'odiosità d'un
«basta,» fosse stata detta da lui e non da lei... A malgrado però di tutte
queste supposizioni, è cosa positiva che il duca Giuliano si fermò un momento
nell'andito-serra, e rimase immobile accanto a un grande arum. Si fermò
coll'orecchio teso, coll'occhio attento, come aspettando. Un minuto completo,
non la parte di un minuto. Ma non udì nulla. Non voce angosciosa che chiamasse,
non rumore sommesso di singhiozzi, non strepito di seggiole smosse, non tonfo
di caduta... Nemmeno una scampanellata... per chiamar la cameriera col flacon
del sale volatile. Si voltò anche a guardare la porta ch'egli aveva testè
serrata, ma, dietro ai vetri, non passò la più lieve ombra.
Allora Giuliano diede un'energica crollata di spalle, si mise con
passo risoluto per la lunga infilata delle sale, raggiunse l'anticamera, e
scese allegro la scala di marmo, salutando beffardamente il paffuto angiolo di
stucco bianco che, recando sempre fra le mani il tulipano di vetro del lume a
gas, s'era tante e tante volte veduto passare davanti quel bellissimo giovane.
La novella, la grande novella del giorno, fu pronta a percorrere
tutta Torino. In capo a qualche ora, nessuno dell'high life cittadina
ignorava che il Duca Giuliano Lantieri aveva riacquistata la sua libertà.
Allo spettacolo del Regio, quella sera, ci fu nei palchetti e
nelle poltrone un po' d'irrequietezza. Molti cannocchiali erano appuntati, non
già verso il palco scenico, dove Mignon chiedeva dolcemente in italiano,
col pensiero di Goethe e colla musica di Thomas: Kennst du das Land?; ma
bensì verso un palco in seconda fila, occupato da una splendida figura di donna
non più giovanissima, ma di quelle che hanno il privilegio di percorrere nella
vita due o tre giovinezze consecutive. La Baronessa Olga, benchè russa, era
bruna di capelli. Era vigorosa, non molto grande, con delle forme splendide, e
una fisonomia affatto straniera, non bella forse, ma ricca d'un certo fascino
irritante. Aveva il naso piccolo, un po' camuso, una bocca quasi da mora,
grande, sana, ridente, con dei denti che parevano quasi fulgidi nella loro
bianchezza di smalto e all'ombra di quelle labbra tumide, violenti di forma, di
colorito, d'espressione.
Dirimpetto a lei, al posto spesso occupato da Giuliano, brillava
l'insipida figura d'un Viscontino francese. Furono osservate varie cose: primo,
che la Baronessa Olga era più bella che mai; secondo, che aveva una toilette
nuova; terzo, che serbava quella tal aria serena, di buon umore, che la rendeva
adorabile; quarto, che aveva precisamente i modi, la maniera di guardare delle
altre sere; quinto, che il suo palco fu affollatissimo. Giuliano, quella sera,
venne in teatro, s'adagiò nella sua poltrona, andò a far visite nei palchi
delle signore di sua conoscenza. Non andò nel palco della Baronessa, ecco
tutto.
Ma al Fiorio, dopo il teatro, quante se ne dissero!...
Tutti sapevano il perchè di quella rottura... era un motivo frivolo, dietro il
quale si celava forse un reciproco senso di stanchezza. Generalmente, si
approvava Giuliano e la sua ribellione. La Baronessa aveva qualche anno più di
lui, e, a dir vero, viaggiava troppo. Un signore, autorità vecchia, ma
incontestata, di quel formidabile palazzo di giustizia, fu il solo a sostenere
che Giuliano aveva fatto uno sproposito, enorme. Gli altri insistevano:
diavolo! si sapeva positivamente che la Baronessa aveva 6 o 7 anni più di
Giuliano. Ma il vecchio si ostinava. Ne avesse dieci o quindici di più! era pur
sempre la sola donna che Giuliano potesse amare.
- Perchè, perchè? - chiesero tutti a una voce. - Ah! - rispose il
vecchio con uno di quei sorrisi brevi, che alla lunga dovrebbero corrodere le
labbra che li recano, tanto sono acri, incisivi, mordaci.
- Povero Giuliano! - disse qualcuno - cosa farà ora?
E fu la fine.
Giuliano non fece nulla di straordinario per celebrare l'era della
sua riacquistata indipendenza. Si vide più festeggiato, più accolto, più ben
voluto che mai. Passò un carnevale delizioso, si divertì, fu amabile, evitò
ogni laccio, si congratulò molto con sè stesso, e accompagnò a teatro due o tre
volte la sua vecchia mamma. Un giorno, un'idea bizzarra gli passò per la mente:
«Se prendessi moglie?»
Ma la scacciò subito subito, come una tentazione.
Ora aveva la sua libertà e voleva goderla.
Goderla, ma come? Se avesse avuta una gran fortuna, ecco, sarebbe
andato a Parigi! E invece suo padre gli aveva lasciato un patrimonio discreto,
ma nulla più, e lui stesso, sicuro, un po' aveva speso... si sa. Divini quei
tre anni nei lacci della baronessa Olga! ma era proprio una cosa curiosa il
vedere quanto alla Baronessa Olga piacessero i dolci, le statuine di Saxe, le
tazze di vieux Vienne, le rose durante l'inverno, le camelie in estate,
i viaggi in primavera e in autunno, e le gite in tutte le stagioni. Eh! non
c'era che dire, in quel patrimonio s'era fatto una gran buca! Come colmarla? E
qui l'idea della dote tornò in campo; odiosa, a dir vero, nella sua arcigna
fisionomia d'espediente. Il Duca la mandò via risoluto; ma quella passò
soltanto l'uscio, e si celò dietro un battente, aspettando.
La libertà... celeste cosa! Ma, un giorno, Giuliano andò sulle
furie con sè stesso, perchè uscendo alla sera, senz'avvedersene s'era messo per
la via che conduceva alla dimora della Baronessa. Provò un gran dispetto,
imbizzì colla forza cieca dell'abitudine. No.... diavolo, no.... E in quel
giorno fu del parere del marchese Colombi, che le accademie si fanno o non si
fanno.
Ma, passata la prima gioia della sua liberazione, questa cominciò
a parergli uno strano arnese, come una foggia troppo attillata d'abito o di
cappello, in cui egli si sentisse un po' a disagio.
Certe ore gli parevano lente assai. Il disordine sistematico lo
seccava alla lunga, e non si trovava abbastanza ricco per organizzare attorno a
sè un lusso di vizio quale l'avrebbe inteso, in omaggio ai suoi gusti raffinati
e dispendiosi. Ricominciare ancora, tornare nella stessa direzione, mettendosi
per altro sentiero?... Chè.... non valeva la spesa; allora, tanto valeva
continuare a quell'altro modo. Tornar da capo è noioso, e non tutte le belle
signore hanno un marito dotato di un carattere buono e conciliante, quale la
Provvidenza l'aveva impartito al barone Dornelli. E quel benedetto
tirocinio.... che cosa seccante! Prendersi un'altra volta la briga
d'innamorarsi! Già, egli non si sentiva fatto per le difficili fasi d'una
grande passione; per lui ci voleva proprio l'amore d'oggigiorno, piano, senza
complicazioni, ben educato. Era tanto pigro, tanto indolente quel Giuliano!
Anzi, era uno dei suoi pregi, dei suoi mezzi di seduzione quella sua indolenza
languida, dolce, gentile, che si tradiva nei suoi modi, nella sua voce, fin nei
suoi sguardi, che dava alla sua sana bellezza bionda un carattere speciale. La
Baronessa lo chiamava creolo..., e quella disinvoltura che aveva l'arte di
ridurre tutto a un'espressione placida, facile, elementare, schiva-fatica,
armonizzava, forse per forza di contrasto, colla tempra insolentemente energica
di quella donna. Però l'aveva voluto e serbato schiavo sino al momento in cui
gli aveva concesso di ribellarsi. Le era parso che qualcun altro l'avrebbe
meglio, o solo altrimenti, divertita. E ora, egli non ci voleva tornare laggiù
in quel gabinetto color pesca a fiori di granata, non ci voleva tornare. E non
ci tornò.
Siccome era creolo, così accadeva qualche volta che la sua
stupenda vesta da camera orientale avvolgesse tuttora le sue forme da Apollo
impinguato, in quell'ora privilegiata durante la quale la gente per bene esce
di casa e popola i Portici, via di Po e il Corso. Allora accendeva un chibouk
e sfogliazzava un romanzo. Ma tant'è eran lunghette quelle ore.
Il suo salotto era un mezzo museo, e la povera mamma gli aveva
dati i suoi due cachemires turchi, perch'egli ne facesse delle portiere;
ma dalla finestra di fianco si vedeva l'angolo d'un'ala del palazzo, molto
deteriorata, molto...; e Giuliano si ricordava che anche lo scalone era in
cattivissimo stato, e che il portinaio aveva un abito bleu, sdruscito in un
modo orribile. E la vecchia duchessa s'era adattata a star lassù, al terzo
piano.... per poter affittare i quartieri migliori.... Bisognava trottare a
piedi ora...; nelle scuderie c'era un pigionante falegname; invece del nitrito,
dello scalpitìo dei cavalli, si sentiva continuamente lo stridere della sega,
lo scorrere della pialla, il rantolo quasi catarroso del torno.
Parve a Giuliano che allora soltanto tutto ciò si rivelasse a lui
con un aspetto e un accento insopportabilmente nuovi. E mentre, disgustato,
annoiato, pensava quanto il destino gli fosse avverso, malevolo, l'idea ch'egli
aveva così sgarbatamente messa alla porta alcuni giorni prima, si riaffacciava
adagino adagino, insinuandosi silenziosamente, strisciando lungo le pareti,
giungendo mezzo inavvertita, sino a lui; s'insinuava nei suoi pensieri, si
confondeva nel profumo orientale delle volute di fumo che, attorcigliandosi in
alto, allungandosi, assottigliandosi, parevano quasi assumere una femminilità
indecisa di contorni, disegnare nell'aria una mossa pudica di fanciulla, una
semplicità fresca e schietta, di gesto e di sguardo.
- Puh! - osservò il Duca, socchiudendo i suoi begli occhi azzurri,
d'un azzurro carico di porcellana, come si fanno alle bambole. - Dopo tutto....
Sì, veramente.... dopo tutto....
Si addormentò un momento, come se quel pensiero gli avesse cantato
la ninna nanna, scotendo ritmicamente la lunga poltrona americana sulla
quale egli giaceva.
Si svegliò di botto, spaventato. L'idea della scelta torturava già
la sua pigrizia. Simile a quel sibarita che sudava vedendo uno schiavo occupato
a spaccar legna, egli si asciugava la fronte pensando alle venture perplessità
del suo spirito quando si tratterebbe di decidersi. Già, prima di tutto, egli
non aveva mai potuto soffrire le signorine, quelle modeste cifre incognite,
quegli insipidi indovinelli ammantati di bianco, di celeste, di rosa, presso
alle quali bisognava stare attenti alle proprie parole e agli occhi formidabili
delle mamme. Ah! che cosa opprimente!
Un momento pensò a una vedova. Ma poi scosse la sua bella zazzera
bionda.
Ah! no, una vedova! Ci sarebbe da lottare col.... fu....
poveretto. E poi.... sciocchezze, se vogliamo, ma per lui ci voleva il dominio
completo, assoluto, primo. Ragazza, dunque, molto giovane, s'intende, appunto
per poterla avvezzare a modo suo; denari molti, cosa indispensabile. Ma dove
trovarla.... dove?
Ci pensò un poco. - Che seccatura - conchiuse sbadigliando - ne
parlerò a mia madre.
E la sua mente riposò in quest'idea.
Avevano finito di desinare, e la vecchia signora guardava di
sottecchi Giuliano, il quale teneva fra le sua belle dita paffute una sigaretta
di Salonicco, senza decidersi ad accenderla.
La Duchessa Lantieri non era stata bella. Attualmente era molto
santa, d'una santità sagace e che vedeva abbastanza lontano. La vecchia dama
stava bene, comodamente, in quell'atmosfera d'una devozione che armonizzava
colla sua fine e provata scienza del mondo. Senza avere molto spirito, la
Duchessa aveva quello della sua età; adorava suo figlio, non lo seccava mai;
viveva in una stretta, ma decorosa economia. Era modesta, umile, semplice assai
nei modi, di quella semplicità queta e in fondo orgogliosissima, del più delle
dame piemontesi.
Giorno e notte pensava al maggior bene di Giuliano. Aveva avuto un
immenso dispiacere, ed era quello di vederlo avvinto nei lacci di quella sirena
del Nord. S'era consolata un pochino, però, pensando che quella sconsigliata,
priva del divino aiuto, era una Zorodoff, figlia d'un ciambellano alla Corte
imperiale di Russia, e aveva sposato un barone Dornelli di S. Maurizio.
Giacchè, pur troppo.... si sa.... la gioventù eh!... - qui la Duchessa metteva
un gran sospiro. - Meglio così, insomma, che peggio ancora, ecco.
E Dio l'avrebbe esaudita certamente un giorno o l'altro, facendo
cessare quella triste cosa, e ispirando a Giuliano il pensiero di prender
moglie. E pregava di cuore; il che non le impediva di darsi d'attorno perchè,
nel caso d'un pronto esaudimento, non si sa mai, la buona volontà di Giuliano
non avesse a cogliere lei sprovveduta.
Giuliano era sopra pensiero. Le cose non andavano a modo suo, e
l'intendente di casa gli aveva presentato un certo quadro, il cui ricordo non
lo ricreava punto. Era stato al corso, e aveva veduta la Baronessa in un landau
nuovo, stupendo, con una toilette splendida, e un mezzo sorriso amabile,
che gli aveva fatto un certo effetto molto stizzoso. Egli era bensì andato a
fare una lunga sosta alla portiera della contessa Zeta, ma la contessa Zeta
l'aveva annoiato un pochino, e a fianco del landau della Baronessa,
aveva veduto il Viscontino a cavallo.... Poi, come se non bastasse, lì nel
salottino c'era un odore di baccalà, che lo irritava al sommo.
- Che profumo! - -disse languidamente a sua madre, recandosi alle
nari il fazzoletto coll'orlo ricamato a colori vivaci.
- È venerdì! - osservò umilmente la contessa.
Il male era che la cucina in quel quartierino ristretto si trovava
a due passi dalla sala. E in corte, nello scuderie vuote, profanate, la sega
andava in su o in giù stridendo allegramente.
Giuliano contemplò a lungo la pietra del suo anello, un occhio di
gatto cinto da nitidissimi brillantini.
La Duchessa pareva contare i punti del suo lavoro in lana, ma il
cuore, presago, le batteva, e le sue labbra fino sussurravano qualche cosa
all'indirizzo di Nossgnôr!
Giuliano accese la sigaretta e disse placidamente:
- Dov'è?...
La Duchessa attonita alzò gli occhi. - Cosa? - E poi, siccome un
animo l'avvertiva, soggiunse sorridendo: - Chi?
- Chi? (che orrore di sigaretta!) Dico; questa sposina, quando
capita?
La Duchessa sentì un gran rimescolìo. Ma frenò la sua gioia.
Sapeva che Giuliano non amava nè le scene, nè le spiegazioni. Con voce un po'
tremante, con un pensiero d'accesa gratitudine verso Dio, rispose soltanto;
- C'è....
- Uhm! - borbottò Giuliano. E siccome era un magnanimo gentiluomo,
chiese anzitutto:
- Bella?
La Duchessa ebbe un sorriso contento, e chinò il capo.
- Ricca?
La Duchessa alzò il capo.
- Tre milioni - susurrò poi con dolcezza infinita, assaporando lentamente
la frase.
Giuliano guardò sua madre sul serio. L'aveva sempre stimata, ma
ora una specie di languida venerazione sorgeva nel suo animo.
- Ah! ho capito. La figlia d'un banchiere ebreo.
Diceva così per celia, sapendo a che punto sua madre fosse inesorabile
per tutto ciò che avrebbe potuto urtare le loro tradizioni, l'alterigia calma e
serena che un lungo ordine di antenati aveva loro trasmessa. La Duchessa ebbe
una frase laconica:
- Corona chiusa!
Giuliano si gingillò un poco, curiosando nella scatola da lavoro.
- Mia cara mamma, tu possiedi dello forbici impossibili.... Quanti
anni abbiamo?
- Diciotto; ed è tuttora in convento.
- Un'educazione da farsi, nevvero? Ingenua molto? A meno che....
qualche volta sono sveglie, sai, queste educande, sveglie davvero. Mi ricordo,
anni fa, in un convento di monachine....
- Oh! Giuliano, - interruppe la vecchia, - che discorsi! Invece di
ringraziar Dio!
- Sì.... proprio!... credi che sia un gran divertimento il prender
moglie, rìnunziare alla propria libertà per sposare una sciocchina qualunque,
che non ha mai visto niente in vita sua e alla quale bisogna far da
precettore.... mentre.... è così facile....
- Trovar qualcuno che insegni a noi.... nevvero, Giuliano?
La Duchessa aveva qualche volta, colla sua aria umile, di queste e
simili sortite. Giudiano ebbe per un momento l'idea di montar sulle furie....
ma così, dopo desinare, non andava fatto. Sorrise soltanto, e senza guardar sua
madre:
- Già.... continuò.... quasi quasi...: è più facile e più
piacevole.... Dunque?
La Duchessa si sgomentò e bruciò le sue navi.
- Quando la vuoi vedere?
- Chi?
- Lei.
- La mia maestra?
- Giuliano! - -mormorò angosciosamente la Duchessa, colla voce
piena di lagrime.
Egli si mise a ridere.... dondolandosi sulla seggiola.... E la Duchessa
cominciò a ragionare.... a pregare.... a spiegare.
- Sarei così contenta.... chiuderei gli occhi in pace! - La povera
donna era quasi eloquente. E l'odor di baccalà intanto penetrava,
intollerabile, nel salotto.
«Il primo piano per lei,» pensava pacatamente Giuliano; «la mia garçonnière,
al secondo.... la mamma avrebbe per sè sola questo appartamento.»
- Oh Giuliano - continuava la madre.... - credimi, fuori
dell'ordine morale non esiste vera felicità.... Ed è orfana, per cui,
capisci.... il capitale subito, e una gran tenuta in Lombardia. Un carattere
adorabile, ti assicuro. Ci sono anche i brillanti di casa. E pensa un poco,
figlio mio, quando sarai vecchio, che consolazione aver la tua famiglia!
- Già, un monte di biricchini che non vogliono studiare, o di
ragazzacci che fanno debiti.
Era veramente perplesso. Gli seccava di prendersi la briga di
decidere.
Abbasso in corte, la sega canzonava, col suo aspro gemito
irritante. La sala diventava buia nel tramonto primaverile. La pendola suonò le
otto con una voce strana uggiosa, colla voce di una pendola che non è più di
moda. L'ultimo raggio del sole entrava di sbieco dalla finestra, e cadeva sul
velluto scolorito, ammaccato d'una poltrona zoppa.
Giuliano mise un sospiro lungo lungo, il sospiro d'un uomo che fa
una fatica enorme.
- Per farti piacere.... - disse poi dolcemente a sua madre. - Ma
sai che amo le cose spiccie.
La Duchessa trattenne un grido di trionfo, e s'alzò. - -Oh!
Giuliano, Giuliano. - Non voleva piangere, ma si mise a piangere, ciò non ostante.
Le vecchie hanno facile il pianto e la Duchessa evitava con ogni
possa di tradire sè stessa in quel modo, davanti a Giuliano, che in questi casi
soleva prendere con aria grave il suo cappello e si ritirava un tantino più
frettolosamente del solito. Ma stavolta.... ah stavolta non seppe proprio
trattenersi. Ecco, era la Madonna della Consolata, lei per l'appunto. Certo, un
cuor d'oro.... lo comanderebbe subito.... a Canavero.
Giuliano non se ne andò. Ora che aveva fatto quell'immane sforzo,
era contento. Sì! era contento di fare una fine; e poi era contento anche di sè
stesso per aver data quella consolazione alla sua povera mamma. Oh! per lei lo
faceva volentieri quel sagrifizio, e per la vecchia casa, che aveva tanto
bisogno di esser riattata. La Baronessa forse non se l'aspettava così subito;
era una cosa divertente il pensare che probabilmente, anzi inevitabilmente, un
certo dispetto l'avrebbe provato. Questo le insegnerebbe a inaugurare dei
Viscontini francesi, il giorno dopo la rottura con lui. Certo, il matrimonio
doveva farsi presto.... Egli sperava che sua moglie avesse delle belle mani....
era una cosa alla quale teneva assolutamente. E se non sapeva vestirsi, un
inverno a Parigi avrebbe rimediato.
Si sentì virtuoso; eminentemente morale. Gli spuntò nell'anima una
bizzarra e affettuosa stima per sè stesso. Egli, così bello, così signore, così
gentiluomo, si adattava a prender moglie prima dell'êra della parrucca,
dell'obesità, dei denti finti, delle cambiali al 50 per cento. Sorrise placidamente,
sorrise al futuro, e complimentò sua madre.
- Brava mamma! e me l'hai tenuta in conserva per tutto questo
tempo, a malgrado....
Le vizze gote della Duchessa assunsero una tinta quasi giovanile.
- Aspettavo - disse semplicemente. - Ora, sì, che sarai felice!
- Credi? Ebbene, tanto meglio. Già, una fine bisognava farla, un
giorno o l'altro.
La sega taceva, e l'odore del baccalà veniva meno nella brezza
vespertina ch'era entrata da una finestra apertasi adagino adagino, senza che
nessuno se n'avvedesse.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
«Alla signora Rhoda Lawson Spring -
Lawson's cottage S.... shire
«Mi scuserà se questa volta non le scrivo in inglese; ma ho da dirle
tante cose, cose serie e importanti e di confidenza, che bisogna proprio che
gliele dica a modo mio. Non creda però che trascuri i miei esercizi o i miei
temi...; cioè, adesso veramente.... ma però in avvenire.... Ohimè, vede come
m'ingarbuglio?... Insomma, le prometto di non trascurare l'inglese, perchè è
tanto bello, e perchè so che lei desidera ch'io non dimentichi ciò ch'ella ha
avuto la bontà d'insegnarmi. E la prego di non far attenzione se questa lettera
non è scritta bene, neppure in italiano, perchè la scrivo di nascosto, e
senz'avere il tempo di pensare alla sintassi ed a quelle altre birberie così
difficili della grammatica. Oh, cara signora Rhoda! se sapesse quante cose sono
accadute da che le scrissi l'ultima volta, e che novità ci sono per la sua
Milla!
«Certi momenti, mi par di sognare, e ho paura di svegliarmi; e
certi altri momenti, non so da che parola cominciare per ringraziar il Signore.
Mi accade, specialmente quando chiudo gli occhi, di figurarmi che l'aria, dove
sono, sia diventata azzurra, come nel cielo che è in alto; è una stranissima
cosa, che farà, ne son certa, meravigliare anche lei. Con tutto ciò, non creda
che faccia delle follie; anzi, sono molto quieta, perchè vedo che il Signore ha
voluto aprire davanti a me una bella strada verde, con tanto sole e dei fiori a
bizzeffe. Insomma, mi proverò a dirle tutto quanto; e non so proprio perchè,
essendo così felice e contenta, provo come una specie di timore nel dirle tutte
queste cose.... guardi che sciocchezza!
«Si ricorda, quando le scrissi che volevo farmi monaca?... Per
fortuna che la mia cara Madre Superiora mi consigliò di aspettare per provarmi
la vocazione! Ora m'avvedo che avrei fatto un grande sbaglio! Ma allora m'era
venuta quest'idea perchè avevo visto a morire la mia povera compagna Giulia
Ferranito (ah! che dolore fu quello per me), e la mia cara amica Teresa
Reccadei era uscita di collegio, e avevamo avuta in convento la vestizione di
Maria San Fermo; cerimonia che mi aveva fatto un grandissimo effetto. A dir
vero, avevo anche un altro motivo, ma quello non l'ho mai detto. M'era venuta
una gran malinconia, perchè al giovedì tutte le altre allieve eran chiamate in
parlatorio, e per me non veniva mai nessuno, mai nessuno! In quel giorno non
facevo altro che piangere, e quando le mie compagne tornavano dalla grata e
venivano, allegre, contente, a raccontarmi certe novità, io mi sforzavo a
parere d'esser contenta anch'io, per non far loro dispiacere. Le monache erano,
e son sempre state, buonissime per me; ma quel tal dolore della mamma che non
c'è, è inutile, non si rimedia! Dunque (pensavo fra me) cosa andrei a fare io
sola in quel mondo terribile, pieno di pericoli, di pene e di dolori, se non ho
nessuno che si prenda cura di me e mi voglia bene, e m'insegni le cose che vanno
fatte?... E per questo avevo in animo di farmi monaca, e di restar sempre qui
con queste buone suore. Ma adesso.... oh Dio.... è tutto cambiato.... il mio
destino, il mondo, tutto quanto!
«Lei saprà senza dubbio.... già glielo scrissi tante volte....
come la nostra Madre Superiora, madre Maria della Croce, sia una santa donna,
che tutti venerano e onorano.
«Siccome prima di farsi monaca era Contessa di Ronano, così ha
serbato ancora nel mondo molte amiche, che vengono spesso a vederla per tener
con lei delle conversazioni edificanti e chiederle dei buoni consigli. Una di
queste sue amiche è una Duchessa Lantieri, una signora grande, magra, che
ispirerebbe molta soggezione, se non avesse una voce dolce e delle maniere che,
invece, fanno innamorare. Un giorno, la Superiora mi disse di accompagnarla
alla grata. Può immaginare che caso per me. Tremavo come una foglia, ma poi mi
rassicurai, quando, alla grata, vidi una signora che mi fece un mondo di feste,
e mi disse che un suo nipote era cugino del cognato d'una grande amica della
mia povera mamma! Si figuri!... sentirmi a parlare della mia povera mamma....
mi vennero le lagrime agli occhi!... La Duchessa (era lei) mi consolò.... mi
disse tante belle cose, e promise che sarebbe tornata a trovarmi. Infatti, quasi
tutte le settimane anch'io andavo in parlatorio, e la buona Duchessa mi portava
quasi sempre dei regalini, delle immagini sacre, belle, che non avevo mai viste
le uguali, e dei libri devoti che formavano la mia felicità e l'ammirazione
delle compagne. Poi mi chiedeva dei miei studii, mi domandava cento particolari
sulla nostra vita di convento; insomma io mi intenerivo pensando alla sua bontà
per me, e non vedevo l'ora che tornasse il giovedì per parlare ancora colla zia
del cugino del cognato dell'amica di mia madre!
«Ecco che un bel giorno, eravamo soltanto al martedì, la Superiora
mi manda a chiamare, mi accomoda la mantellina, mi fa mettere i guanti, perchè
avevo ancora un poco di geloni, e mi conduce lei stessa in parlatorio. E lì,
dietro alla grata, vedo subito la mia cara Duchessa, accompagnata da un signore
giovane, grande, biondo. Può immaginare come rimasi...; credo che non seppi
neppur salutare.... Ma la Duchessa non se l'ebbe per male; mi fece ancora più
festa del solito; disse che quel signore era suo figlio, il quale era tornato
da un viaggio a Roma e veniva a portare alla reverendissima Madre Superiora un
rosario montato in argento, che il Santo Padre aveva benedetto per lei. Io ero
molto edificata, e ascoltavo quel signore, il quale diceva tante belle cose con
una voce che pareva una musica, e ogni tanto si rivolgeva anche a me; ma io ero
così intimidita che non trovavo il coraggio di dire una parola. Quando furono
per andar via, egli mi fece un saluto cortesissimo, e disse che si raccomandava
alle mie orazioni. Infatti, io pregai proprio di cuore, pensando a quella
visita che non mi sarei mai aspettata, e all'ingiunzione fattami dalla
Superiora di non parlarne alle mie compagne, mulinando con una grande curiosità
se la signora tornerebbe il giovedì venturo, e se sarebbe tornata sola.
«Ma, quella sera stessa, madre Maria della Croce mi mandò a
chiamare, e mi domandò cosa mi pareva di quel signore. Io dissi che mi pareva
buono come la sua mamma. Allora la Superiora mi fece un gran discorso sulla
volontà del Signore, e poi mi disse che il Duca Lantieri, sapendo che avevo
ricevuta una così buona educazione in quel convento, mi chiedeva in isposa.
«Può immaginare, signora Rhoda, come rimasi. Mi pareva come se
m'avessero data una gran botta al cuore.... non sapevo più in che mondo mi
fossi! Ma la Superiora mi fece animo, dicendomi che non dovevo turbarmi, ma
invece ringraziare il Signore che aveva voluto evitarmi i pericoli che una
giovane trova infallibilmente nel mondo, facendomi subito trovare una così
fortunata occasione di abbracciare uno stato che, per quanto imperfetto, per
quanto inferiore allo stato religioso, era pure quello che la Provvidenza aveva
destinato al più delle ragazze. Mi fece l'elogio del Duca, della nobiltà della
sua casa, e mi dimostrò quanto dovevo essergli grato d'aver pensato a un'umile
educanda, mentre avrebbe potuto fare una scelta molto più brillante. Dopo di
che, mi disse che ci pensassi per tre giorni, facendo una retraite e
implorando l'aiuto speciale del Signore, della Madonna e di tutti i Santi,
perchè illuminassero la mia mente e mi rivelassero la volontà della divina
Provvidenza.
«Allora fui subito più quieta, e a furia d'interrogare il Signore,
la Madonna e i Santi, mi parve proprio che rispondessero di sì, e che facevo
bene ad accettare. Anche il mio confessore fu dello stesso parere, e io in capo
ai tre giorni dissi alla Superiora che accettavo. La Duchessa venne subito, mi
chiamò la sua cara figliuola, e mi colmò di regali stupendi, che fanno andare
in estasi le mie compagne. Il mio fidanzato tornò pure parecchie volte, e io
adesso non capisco più come ci sia scritto nella dottrina che la moglie ha l'obbligo
di amare suo marito! Bell'obbligo, bell'impresa!
«Io, per dire vero, capisco di parere una stupida, perchè non so
mai trovare il coraggio di parlare, e sono anzi più contenta di star lì quieta,
dietro alla grata, a sentirlo parlare con una voce dolce come, oh no, molto più
dolce di quella della sua mamma, e a vederlo al di là della grata appoggiare
sulle sbarre la fronte bianca e la sua barba bionda che par d'oro. Mi sono
accorta che ha gli occhi celesti. Poi ha delle mani bianche bianche, con un
anello che getta certi lampi! Mi dice delle cose.... delle cose.... Per
esempio, si figuri, che aveva sentito tanto a parlar di me, e che mi voleva
bene anche prima di conoscermi. Si vede proprio ch'è il dito di Dio che ci ha
fatti incontrare. Dice che farà di tutto per rendermi contenta, che esaudirà i
miei più piccoli desideri; anzi, per farmi piacere, è stato fissato che, subito
dopo il matrimonio, partiremo per Astianello. Ah, pensi, il mio povero
Astianello, che non rivedo da dieci anni! Sarà certo un gran dolore lasciare il
convento, e queste buone suore, e le mie compagne, ma pure, benchè senta tanto
dispiacere (sarà forse una cattiveria?), sono contenta lo stesso, e mi pare,
come le ho detto, di essere in un altro mondo. Le mie amiche ammirano la mia
felicità, le suore sono contentissime, benchè ogni tanto parlino delle croci
del matrimonio; ma io credo che un pochino dicano così perchè non sanno bene
come sia. A me pare che non mi farei proprio monaca per tutto l'oro del mondo,
e che il Signore è stato troppo buono per me.
«Mi scusi quest'orrore di lettera. Si figuri poi se avessi scritto
in inglese con quell'impiccio di should e would! Le scriverò per
dirle quando si farà il matrimonio. Chi sa che non ci possiamo trovare ancora
ad Astianello! Pensi! Ad Astianello, in primavera, con lui.... volevo dire con
mio marito. Che parola curiosa, nevvero? Non dimentichi il nome: Giuliano....
Duca Giuliano Lantieri.... Io però l'ho sempre chiamato signor Duca sino ad
ora, e lui mi dice signorina. Chissà come farà per dire Milla!...
«Ieri ho pianto tanto pensando alla mia povera mamma, che non ho
mai conosciuta, e al mio papà, che ho perduto così presto! Oh! come saranno
contenti lassù in Paradiso!....
«Ecco che mi tornano le lagrime agli occhi. Mi scusi questa
lettera, chissà quanti errori ci sono! Mi scriva presto, e mi creda la sua
beata, felicissima allieva
«Torino, convento dell....
«Milla D'astianello.
«PS. Non si scordi il nome.... Giuliano.»
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