VI.
Quando la disdetta ci si mette, è inutile, non si può vincerla, nè
impattarla. La casa era in ordine, gli appartamenti in pieno assetto. Ma il
capo di scuderia, quell'inglese antipatico, aveva, laconicamente sì, ma colla
più testarda ostinazione, chiesti i suoi otto giorni.
Proprio in quell'epoca! Andava via all'ultimo di settembre, e
verso i due o i tre d'ottobre capitavano i conti Garbi, i primi fra gli
invitati.
Giuliano era sulle spine. Come supplire lì per lì? E per l'appunto
gli premeva immensamente d'avere in quei giorni un servizio elegante,
inappuntabile di scuderia. Voleva telegrafare a Parigi, a Londra, a Napoli.
Ma il signor Damelli gli diede un suggerimento più pratico:
- Provi Drollino.
- Drollino! - disse il Duca, attonito e scontento. - Drollino!
Poi, ripensandoci, cominciò a persuadersi.... Dopo tutto.... aveva
un personale adatto, quel monello! E, ormai, della sua valentìa non poteva più
dubitare.... tutti lo designavano pel più intelligente ed elegante fra i
direttori della tenuta.... È vero che era un caratteraccio caparbio,
insolente..., ma.... per la circostanza poteva tornar utile; e il Duca non
pensava certamente a nutrire rancori verso un palafreniere che per ignoranza,
senza dubbio, era stato disobbediente ed ostinato.
Non disse nulla, però, al signor Damelli. Si rivolse invece alla
Duchessa.
Milla, lietissima, ringraziò con effusione Giuliano.... per quel
pensiero così delicato. E subito mandò a chiamar Drollino.
Quando se lo vide davanti serio, quasi cupo nel sembiante, rimase
per un momento imbarazzata, e l'esito della commissione non le parve facile
come le era parso un momento prima.
Non gli diede l'ordine di venire - Milla non sapeva dar ordini; -
gli spiegò la cosa e il bisogno che avevano di lui, in un modo gentile,
esitante..., pregandolo d'accettare, per far piacere al Duca, che aveva sentito
a dir tanto bene di lui.
Conviene supporre che l'espressione del viso di Drollino fosse
poco incoraggiante, perchè Milla si sentì intimidita, e seguitò, con una voce
mite mite, a dar spiegazioni, ad accatastar motivi. Tutto ciò, in fondo, era
ridicolo; ma Milla l'aveva proprio quel mal vezzo di profondere con chicchessia
quelle sue squisite delicatezze di riguardi. Temeva sempre di urtare qualche
suscettibilità, di ferire qualche recondita sensibilità di fibra....
Drollino, sulle prime, ebbe la decisa intenzione di rifiutare.
Lui.... al servizio del Duca!... ah!... no, mai!
Ma egli non poteva spiegare a sè stesso cosa accadeva nel segreto
dell'animo suo; la resistenza a quel desiderio di Milla pareva farsi sempre più
difficile.
Rimase stranamente perplesso per un minuto; ascoltando la voce di
Milla, udendo quella sua frase gentile: «e anche a me, sai, farebbe tanto
piacere,» ebbe la coscienza d'un potere arcano che lo attirava invincibilmente.
Si fece triste, e guardò a lungo, con una espressione quasi smarrita, i fiori
variopinti del tappeto. Poi alzò gli occhi e, di sfuggita, guardò lei.
- Verrò.... - disse lentamente, con isforzo, come se una possa
arcana, alla quale egli obbediva a malincuore, gli imponesse quella parola
d'adesione.
- Oh! bravo, bravo - disse Milla, picchiando le manine una contro
l'altra. - Bravo, Drollino, così va bene. Vieni subito. Ora, abbiamo gente -
continuò animandosi - e il signor Duca sarà contento.
Egli, freddissimo, s'inchinò ed uscì.
Appena fu sotto al portico, si fermò; subitamente pentito.
Cos'aveva fatto? Aveva accettata una nuova forma di schiavitù; ora non potrebbe
più battere la pianura in libertà, diventava anch'egli un servitore come gli
altri, un servitore del signor Duca. Sentì un impeto d'ira gonfiargli il cuore,
e si voltò per tornare indietro, per andar a dire alla Duchessa che,
assolutamente, non poteva. Ma quella strada da rifare gli parve difficile,
troppo difficile. Fece un gesto d'ira, contro sè stesso. Giunto a casa sua,
sellò Mia, e per molte ore del pomeriggio nelle più lontane distese dal
pascolo, suonò concitato un galoppo che non s'allentava mai.
Era venuto l'ottobre, e con lui gli ospiti attesi. Astianello
diventava una villeggiatura alla moda. Tutti i giorni qualche gita, qualche
divertimento; la servitù era sempre in moto, naturalmente.
- Ecco - disse Battista, il cameriere del Duca, accennando una
signora a Drollino dalla finestra del tinello - è quella là!
- Ah! - disse Drollino semplicemente.
- Bella donna, perdio! - continuò Battista. - Sett'anni, capisci!
Ora naturalmente è finita, ma è curiosa però che sia venuta anche lei, eh?
- Curiosa - ripetè Drollino. - È una bella donna, infatti.
Era una bella donna veramente, sana, forte, attraente. In vece di
dignità, la sua fisonomia possedeva un certo fascino pronto, ricco d'infiniti
sottintesi d'espressione. Era eccessivamente, fatalmente donna, e sapeva anche
esser signora senza pregiudizio d'ogni altra sua prerogativa. Accanto alla
semplicità delicata di Milla, pareva ancor più pomposa e stranamente elegante.
Nella sua ardita acconciatura da mattino; la sua freschezza matura somigliava
alla fioritura opulenta d'un fiore esotico, dal profumo irritante. Aveva una
chioma splendidamente fulva, una bocca grande, e un riso sonoro, che scopriva
una dentatura irregolare, ma d'un bianco lucente, quasi di smalto.
Olga Dornelli Zorodoff era stata alquanto maravigliata dell'invito
di Milla, e l'aveva accettato unicamente perchè l'aveva interpretato come una
sfida di Giuliano. Aveva deciso suo marito ad accompagnarla, ed eran venuti.
Dopo tutto, erano parenti di casa Lantieri, e la visita poteva assumere una
apparenza di plausibità. Ed ora ella si compiaceva di esser venuta. Trovava che
Milla non era punto male. Aveva capito subito che l'invito era stato una di
quelle sublimi assurdità, delle quali non può esser capace se non la più ignara
delle inesperienze, e l'idea d'un cordiale ammaestramento era penetrato nella
mente ben disposta della ex-rivale. Il suo programma era benevolo: guadagnare
l'animo di quella bambina, indurla a pienamente tradirsi, ridere un poco con
lei, e dirle: - Bada, bimba; non va fatto così. Bisogna cangiar tattica. -
Ordinariamente; queste educazioni fra donne sono una cosa molto spiccia.
Olga seppe ad Astianello guadagnare tutte le simpatie. Sin dal
primo giorno, ebbe gli uomini dalla sua. E le donne, naturalmente, tennero
dietro. Ma la Duchessa no. Milla aveva subito provata per la Baronessa una
specie di avversione istintiva. La trovava più formidabile di quanto
l'entusiasmo della sua determinazione gliel'avesse rappresentata. Vedendola,
aveva subito imparata una crudele lezione. Non la temeva precisamente; essa era
sicura di Giuliano, oh! sicurissima; ma, nel segreto dell'animo suo, avrebbe
dato dieci, vent'anni della sua vita per poter cancellare dal suo passato quel
momento d'insana temerità ch'essa, appena compito, aveva cessato di spiegare a
sè stessa.
Non già che colla Baronessa fosse sgarbata, o mancasse come che
sia ai suoi doveri di padrona di casa. Oh, no; era inappuntabile nel suo contegno,
nella sua cortesia. Ma si sforzava ad esserlo, e talvolta, in quell'esattezza
così rigorosa, lo sforzo era visibile. Olga cercava invano d'accaparrarsi
quell'animuccia di ex-educanda, di cui voleva, moralissimamente, farsi un
trastullo, poichè aveva generosamente rinunziato ad un altro genere di
divertimento. Ma il suo fascino non la serviva bene in questa occasione. Milla
non le era ostile; le era soltanto aliena. S'era bensì provata a trattarla
altrimenti, come una amica; non le riusciva. Mentre la Russa l'avvolgeva, con
un tatto infinito, nelle apparenze di un'intimità cordiale ed affettuosa, essa
invece rifuggiva, quasi per istinto, da ogni dimostrazione d'intrinsichezza.
Non sapeva, colla schiettezza ignara dell'animo suo prestarsi ad una commedia che
non la persuadeva. Ond'è che agli ospiti in generale, Milla, con quella sua
contegnosità enigmatica, riesciva meno simpatica di quella allegra Baronessa,
sempre e così schiettamente cordiale. E Olga cominciava a trovare più facili,
più piani i rapporti col Duca.
Il loro passato non li imbarazzava punto. Olga, colla sua
semplicità sapiente, con quella sua inalterabile uguaglianza d'umore, l'aveva
abolito. Con una manovra, d'un'audacia senza pari, aveva fatto punto e da capo.
Era convenuto che fra lei e Giuliano non esisteva più se non l'amicizia.
Il Barone, dopo aver accompagnato sua moglie ad Astianello, era
partito per certe caccie maremmane, ma promettendo di tornare per riprenderla e
condurla poscia nel Mezzogiorno. Anche quello era un matrimonio che andava
benissimo.
Si aspettava la colazione in giardino. Olga, seduta in una
poltrona americana, si dondolava con una mossa pigra, che le stava bene. Milla,
appoggiata alla balaustra del terrazzo, coglieva dei gelsomini; accanto a lei,
la Contessa Garbi tentava con molto, ma vano buon volere un acquerello
infelice. Più in là, due o tre signore si ostinavano al croket, col
concorso degli uomini della brigata. Giuliano solo, postosi dietro la Contessa
Garbi, guardava l'acquerello progredire, e pareva approvarne caldamente
l'esecuzione; ma ogni tanto il suo grande occhio azzurro si distraeva.
- Mia cara Milla, tu disegni, nevvero? - chiese dolcemente la
Baronessa.
- Avevo principiato, ma ora non disegno più, dacchè ho visto
quanto è difficile per noi donne.
- Ma col tuo talento.... - fu pronta ad aggiungere la Russa. -
Perchè hai un bel negarlo, cara mammoletta, tu hai proprio del talento, e per
tutto....
- Trovi? - chiese Milla impetuosamente, dando, senza saper bene
perchè, un accento di ironia a quella parola.
La Baronessa ebbe un sorriso indulgente, quasi materno.
- E tu non trovi? - chiese in tono sommesso.
Un silenzio, freddino assai, successe a quella domanda.
- Stupendo, - osservò Giuliano, alludendo al quadretto. Ma il suo sguardo
inquieto errava da Milla alla Baronessa.
- Non so, - rispose Milla quasi distrattamente. Vedeva sul viso di
Giuliano una specie di malcontento nuovo; e vedeva sul volto di lei un sorriso
dolce, pieno di benevolenza, che la turbava profondamente.
Ah!... perchè l'aveva fatta venir lì quella donna così calma,
della quale Giuliano ammirava tanto les toilettes!
Olga aveva fatto una confidenza a Milla. Quelle sue famose toilettes
non erano mica di Worth! Gliele mandava una sarta modestissima, un vero genio
dell'arte, ancora ignoto. Ella sola l'aveva indovinata, e si guarderebbe bene
di dar l'indirizzo di quella sua scoperta ad un'altra signora. Per lei però,
per Milla, sì, avrebbe fatta una eccezione. Ma Milla, adducendo a scusa
l'affezione da lei serbata alla sua vecchia sarta, aveva rifiutato:
- No, grazie.
- Ah! - pensò Olga; E quando udì quel «Trovi?» lo mise da parte
assieme al «No, grazie.»
La Garbi s'era alzata per andar a cercare più in disparte un
gruppo d'alberi meno difficili a copiare.
Milla si vide sola fra suo marito e la Baronessa. Essi tacevano.
La Duchessa provò un timore strano, che tacessero per causa sua. Un orgoglio
intimo le morse il cuore, e di subito, cedendo all'impulso primo, che ancor non
sapeva nè scrutare, nè dominare, s'allontanò.
I due però continuarono a tacere.
- Mio caro - disse finalmente Olga, - voi siete l'uomo il più
fortunato di questo mondo. Vostra moglie è....
- Un angelo, - interruppe placidamente Giuliano.
- Ah! - continuò Olga non meno placidamente - lo sapete?
- Ma l'avete detto tante volte.... sfido io.
- Non mai abbastanza, mio caro. Quando si hanno delle fortune di
questa entità, bisogna capacitarsene.
Egli alzò le spalle sorridendo.
- Creolo! - disse la Baronessa.
Giuliano si fe' serio. Non rispose. Guardava laggiù, in fondo,
nelle brume della pianura.
Milla camminava diritta pel viale, senza voltarsi.
Olga disse ancora a Giuliano ch'egli aveva una moglie adorabile;
glielo disse sei giorni dopo a cena.
Ordinariamente, non si cenava alla villa. Quel giorno, però, una
gita lunga e divertentissima aveva ricondotto la comitiva ad ora tarda e s'era
sentita la necessità di un gaio: souper.
Alle frutta la Baronessa tornò sull'argomento.
- Adorabile! Guardate come le sta bene quel costume pifferaro...;
ecco.... avrebbe bisogno di esser sempre così.... contenta e animata. È di
carattere molto calmo, nevvero?...
Sì, - rispose Giuliano. E soggiunse: - Un poco di champagne,
Baronessa?
- No, basta; grazie. Voi ne avete già bevuti cinque bicchieri...
Veramente, questo è eccellente.
- Non c'è male, infatti; io però preferisco....
- Il Tokay, - suggerì prontamente la Baronessa.
Poi, in modo che si vedesse bene, si morse le labbra. Ah! le era
sfuggito....
Egli depose il bicchiere e la guardò.... Ah! si ricordava! Sorrise
e bevette. Dopo tutto, che male c'era?
Essa cominciò subito a parlar di tutt'altro. Poi, come se cercasse
un rifugio più definitivo, tornò sull'argomento di Milla.
- Vi assicuro che è simpaticissima.
Giuliano si mise a ridere. - Proprio? - chiese. E, con quell'eterno
vezzo che hanno tanti a questo mondo di mostrare o di fingere lo sprezzo di
tutto ciò che loro appartiene, soggiunse: - Puh! una buona ragazzetta!
- Oh, Giuliano! - insistè la Russa. - Orsù, datemi retta;
ascoltate il parere d'una vecchia amica.
- Vecchia?! - interruppe Giuliano, guardando cogli occhi lustri
quel viso fresco, forte, sodo, dove la vita rigogliosa imperava.
Si guardarono sorridendo. Essa era sicura del pensiero che quella
parola gli andava suscitando nella mente, sicura della parola che avrebbe
tenuto dietro a quel pensiero.
E nella fiacca, pigra facilità dell'animo di Giuliano, nella
vigliaccheria di quel momento, stranamente foggiato dai ricordi ravvivati dallo
sciampagna, quella parola uscì lenta, strascicata sulle sue labbra:
- Vecchia, cioè prima!
- Oh! - rispose lietamente Olga - c'è qualche cosa di meglio
dell'esser la prima.
- Cioè? - chiese languidamente Giuliano.
- Esser l'ultima, per esempio.
Egli non rimase soddisfatto. Fece una smorfia bizzarra, grottesca,
e questa esprimeva un tale ammasso di contraddizioni intime, involontarie
forse, ma così patenti, che la Baronessa non potè trattenere un gaio scoppio di
risa.
- Quante sciocchezze! - rispose. - Ora datemi un mandarino, e
state zitto.
Mentre sbucciava il mandarino, mandò di sbieco una lunga occhiata
verso Milla, che calma, dignitosa, ma un po' pallida, guardava ogni tanto
laggiù, verso loro.
«Perchè non hai voluto venir con me nel drag?» pensava la
Baronessa. «Guarda ora!»
E si voltò verso Giuliano:
- Vi prego, fatemi fresco.
Gli porse il suo ventaglione di piume d'aquila, ed egli cominciò
coscienziosamente a farle fresco.
- Il caffè.... - ordinò bruscamente la Duchessa, - di là.... in
sala!
Drollino era capo di scuderia, disponeva e preparava gli attacchi,
assegnava il posto ai cocchieri e ai palafrenieri. Egli non saliva mai a
cassetto. Pure una volta gli accadde di farlo. E fu così.
La Duchessa voleva andare, sola, ad un certo santuario distante
quasi tre miglia da Astianello. Accanto a quel santuario, in un vecchio convento,
pochi frati agostiniani esaurivano quietamente l'esistenza propria e quella
della casa. Fra essi si trovava il confessore della Duchessa, il buon sacerdote
a cui era toccato il facile còmpito di guidare quell'anima innocente e soave.
Essa andava a trovarlo ogni tanto, facendosi per lo più accompagnare da una
vecchia cameriera. Suo marito, compiacente qual'era, le permetteva queste
debolezze, col patto, ben inteso, di non farsene complice.
In quella notte, nella stanza coi parati celesti c'era stato un
gran silenzio. Giuliano e Milla, turbati entrambi, avevano finto ognuno un
sonno straordinario. Milla stava immota, tutta raccolta al suo posto, cogli
occhi spalancati nel buio, colle mani strette tenacemente sul petto. Ora che
nessuno poteva vederla, si mordeva le labbra.... Oh, com'era stata imprudente!
Non accusava nessuno, no.... ma perchè soffriva tanto.... perchè il ricordo di
tanti episodi di quella gita le riesciva intollerabile?.... perchè si
rammentava ora tante piccole, piccolissime cose?... perchè le recavano un
fastidio così intollerabile?... La sera precedente a quella notte s'era fatta
tardi ballando nel gran salone illuminato.... ella li aveva visti più volte
assieme... stretti nei giri molli d'una mazurka di Chopin.... Le altre coppie non
ballavano a quel modo, pallidi, in silenzio.... Oh! come la martellava quel
ricordo così recente! che ansie senza nome le destava in cuore! Si sentì quasi
infelice. E pensò alla necessità d'un consiglio.... al conforto d'una parola
intima, segreta di consolazione.... Sì, andrebbe al convento da padre Loria, ci
andrebbe subito, di gran mattino, mentre le altre signore, stanche,
dormirebbero ancora mentre lui.... Giuliano.... sarebbe tuttora addormentato.
Il suo dolore senza nome, cullato da quella risoluzione, s'acquietò in una
malinconia spossata, che le procurò un po' di sonno.
Giuliano dormì pure assai poco, durante quella notte. Era
anch'egli profondamente turbato; nei sensi, nella mente, in quel po' di animo
che Dio gli aveva consentito. Sentiva d'essere su una via pericolosa, di subire
un fascino che non era meno potente di prima, benchè lo fosse altrimenti. Egli
avvertiva bene, in quella specie di falsa amicizia che aveva, senz'avvedersene,
stretta colla Baronessa, il fermento dell'antica passione, sentiva l'impero di
quella donna ch'egli aveva creduto un momento di poter punire, mortificare,
presentandosele in tutta la pompa della sua felicità. E ora, che suono bizzarro
aveva quella parola in bocca sua!...
Ebbe anch'egli una brusca, strana consolazione. In fin dei conti,
Milla non aveva diritto di lagnarsi di nulla. Egli era tuttora un
marito.... fedele.... E lo sarebbe.... diavolo.... non c'era pericolo del
contrario.... Ma non si poteva negare che Olga.... perdio, che donna di
spirito! E il Viscontino! non era vero niente.... gliel'aveva assicurato lei,
positivamente.
La Duchessa s'alzò di buonissima ora, dopo avere, nell'incerta
luce del mattino che penetrava dalla porta socchiusa, gettato uno sguardo
triste e appassionato verso Giuliano. Egli dormiva ora, bellissimo nella sua
attitudine riposata e serena. Essa richiuse la porta, procurando di non far
rumore, per non destarlo.
Mentre si pettinava, mandò giù la Carolina, la sua cameriera
prediletta, ad avvisare che attaccassero subito la vittoria.
La ragazza, una bella e franca giovanotta, fece la commissione a
Drollino. Questi chiese laconicamente:
- Sola?
- Eh! certo! - rispose la giovane, che trovava Drollino un
originale mica antipatico - chi vuol l'accompagni al convento a
quest'ora? il signor Duca?... forse?...
Quel «forse» biricchino, e illustrato da un sorriso maliziosetto,
avrebbe potuto essere un programma di conversazione; ma il capo di scuderia non
lo considerò sotto quest'aspetto. Fece un cenno col capo, e s'allontanò.
- Stupido!... - pensò la ragazza mentre, leggermente indispettita,
teneva dietro collo sguardo a quell'originale.
Questi se ne andò a dar gli ordini. Ma non accennò al cocchiere
che avrebbe dovuto guidare la vittoria. Quando tutto fu pronto, egli
stesso salì in serpino. La Duchessa scese verso le otto, vestita
semplicissimamente, e seguita dalla Tonia, la vecchia guardarobiera. Il legno
aspettava davanti alla scalinata dell'atrio. A cassetta, a fianco del
domestico, stava Drollino, colle redini in mano, bellissimo nel suo raglan
bianco.
Si misero in via, con un tempaccio malinconico. Una nebbia grigia
serrava la campagna circostante, circuendo gli orizzonti in una sfumatura umida
e greve. Giunsero finalmente, e la carrozza si fermò sul piazzale del
Santuario. La Duchessa scese, e la sua delicata personcina scomparve dietro il
portone, ingolfandosi nell'ombra mite e tiepida della chiesa. Drollino, facendo
muovere lentamente i cavalli, aspettò un'ora all'incirca sul piazzale deserto,
ornato da due filari di tisiche acacie, sulle quali il cadere continuo e minuto
della pioggia produceva un lieve strepito cadenzato e susurrante. Finalmente
Milla riapparve. Si fermò un istante sulla soglia, guardando il tempo.
Si vedeva che aveva pianto molto, e con quell'effusione ardente
che, nei dolori delle anime giovani, diventa bene spesso un trasporto
delirante. E doveva aver pregato con una fede intensa, piena di passione e
d'angoscia. Il visino aveva pallidissimo, gli occhi gonfi e sbattuti, con un
gran cerchio livido. Il labbro serbava ancora un po' di tremito, la mano
stringeva sul petto il libro di preghiere, come quella d'un guerriero che preme
l'elsa della spada consueta, nel giorno della battaglia.
Drollino vide tutto ciò. Sentì uno strano rimescolìo.... Ah! la
padroncina piangeva.... la padroncina pregava.... Ed egli sapeva perchè....
Battista, il cameriere del Duca, aveva detto un giorno, tra due bicchierini di
cognac: - La signora ha paura della Russa.... - E aveva ammiccato, in modo che
si sapesse, che si capisse, perchè la padrona aveva paura della Russa....
Drollino fece avanzare i cavalli sino a che la vittoria fosse proprio di
fianco alla porta; poi, gettate le redini fra le mani del domestico attonito,
fu d'un balzo a terra. Rialzò il mantice e abbassò il grembiale di cuoio; porse
quindi rispettosamente il gomito alla Duchessa per aiutarla a salire.
Allora soltanto Milla lo ravvisò. Sul suo visino stravolto passò
il mesto sforzo d'un sorriso.... essa aveva ancora tanta voglia di piangere!...
Ma nel suo sguardo stanco c'era come una inconscia preghiera, un ignaro appello
alla compassione e alla simpatia. Essa era tuttora agitatissima; calda ancora
del recente slancio religioso, aveva il cuore pieno di quell'entusiasmo
profondo della preghiera che, di tutto, fa anima e fraternità! Ci voleva ben
poco per maggiormente commoverla. Infatti, la vista di quella persona, ch'ella
sapeva essere affezionata a lei, alla memoria del padre suo, le fece in quello
strano momento un effetto non meno strano. Nel dolore delle sue inquietudini,
del suo isolamento morale, Drollino le parve quasi un amico. Lo guardò con una
dolcezza ignara, ma affettuosa, e per un momento, senza saperlo, come una
persona stanca che cerchi un appoggio, trattenne la sua mano nuda, tremante, su
quella, guantata di camoscio, che Drollino teneva pronta per aiutarla a salire.
Un brivido forte, ma tosto represso, agitò per un secondo la magra
persona di Drollino. Un lampo, subito smorzato, passò nei suoi occhi neri; poi
egli chinò la testa come un colpevole, e, sorreggendo Milla colla forza del suo
pugno d'acciaio, l'aiutò a salire in carrozza. Essa non s'accorse per nulla
dell'impressione violenta che Drollino aveva risentito in tutte le fibre
dell'esser suo.
Drollino fu d'un salto a cassetta, e via, di trotto serrato, per
la strada fangosa. La Duchessa, rannicchiata nel suo plaid, immersa in
uno di quegli assoluti abbattimenti d'animo e di corpo che susseguono quasi
sempre all'ardore d'un sincero sfogo della mente o del cuore, si abbandonava al
rapido moto della carrozza. Il suo sguardo inerte si smarriva nella nebbiosità
malinconica, velata di piova, della campagna. E Drollino faceva volare i
cavalli. Li sferzava continuamente, eccitandoli con certi ehp!
stridenti, che parevano metter loro il diavolo in corpo. Il domestico, intimorito,
lo guardava ogni tanto, senza ardire d'interrogarlo. Nell'interno della vittoria
la vecchia guardarobiera, sgomentata, ripeteva sommessamente delle innumeri Ave
Marie. La Duchessa non avvertiva nulla di quelle preghiere, nè di quel
timore. Calcolava quanti giorni dovevano passare, prima che spuntasse quello
della partenza di Olga.
Giunsero a casa senza inconvenienti. Milla, nello scendere,
s'accorse che a mala pena si reggeva in piedi. Si ricordò che non aveva ancor
preso nulla; e perciò, invece di dirigersi verso il proprio appartamento, pensò
di fermarsi un momento in sala da pranzo. Questa si trovava in un'altr'ala
della villa, dove il rumore della carrozza che giungeva poteva benissimo non
essere stato avvertito.
La tavola per la colazione comune non era ancora preparata; ma, in
un cantuccio appartato nel vano d'una finestra, un tavolino elegantissimamente
apparecchiato, faceva testimonianza di un allegro asciolvere, testè compiuto da
due persone. Infatti, il Duca e la Baronessa Olga avevano allora finito di
prendere il caffè. Erano soli; nè ospiti, nè servi. Nella stanza vicina però
risuonava incessante il clic clac delle palle da bigliardo, urtantisi
continuamente sul panno verde, e un incrociarsi non meno insistente di voci
mascoline.
Olga era avvolta in un'ampia veste da camera di cachemir
rosso cupo, e il suo collo spariva nelle pieghe intralciate d'una grande
sciarpa di trina fiamminga. L'energia slava della testa spiccava
maravigliosamente su quel piedestallo di trapunto e sullo sfondo di cuoio
cesellato della tappezzeria.
La Baronessa sedeva, molto allungata, su una poltrona, con un
braccio penzolone. Fumava una sigaretta di tabacco orientale ed un molle
sorriso sfiorava, tra le fresche gote carnose, le tumide e rosse sue labbra.
Giuliano le era seduto vicino, a cavalcioni su una sedia, e teneva
posata una mano sulla spalliera della poltrona. Aveva chinata la sua faccia,
così bionda e regolare, verso di lei, tuffando con visibile piacere il naso
armato di pince-nez, nel fumo acremente profumato della sigaretta. Poi
d'un tratto, arretrando il naso colla mossa d'un fanciullo che s'allontana dal
frutto proibito, mandò un sospiro tra mesto e comico.
- Ahimè! - disse poscia con un accento che anch'esso aveva un po'
del burlevole, un po' del patetico. - Sapete cosa mi figuro in questo momento?
Ella lo sapeva benissimo, e non si diede la pena di chiedere cosa
fosse. Ed egli, per non lasciar morire il discorso, finì la frase così:
- Mi figuro, il vostro boudoir granata e rosa.
- Sciocchezze.... mio caro; quel ch'è stato è stato. Non è egli
convenuto che voi siete per l'appunto il più felice degli uomini? E se mai, in
vita vostra, avete fatto delle corbellerie, è giusto....
- Ch'io le sconti, nevvero? - chiese Giuliano con un'amarezza
d'accento che voleva esser patetica.
Ella ebbe un maligno sorriso:
- Ma, mio caro creolo, voi siete sempre stato molto indipendente,
e avete voluto....
- No.... non fui io, a volerlo - rispose stizzosamente - è stata
mia madre.
- Ah! - diss'ella.
E lo guardò sorridendo, con quel sorriso che scopriva tutto quanto
il lucido avorio dei suoi denti. In quella giornata grigia, piovosa, nella
atmosfera cupa dell'antica sala da pranzo, il suo volto aveva una formidabile
espressione di vita, di moto, che aizzava il sangue.... Giuliano si sentiva
diventar vile, vile.... vile....
Essa si mise a ridere, ma, nella direzione di quell'occhio
azzurro, languido che la guardava ricordando, mandò un po' di fumo, che
somigliava a un sospiro inebriante....
- Olga - disse il Duca senza curarsi d'abbassare la voce - ditemi,
oh ditemi che non tutte le corbellerie sono irreparabili, e che quella immensa,
mastodontica ch'io commisi nel prender moglie....
Olga, con uno dei suoi più chiassosi scoppi di risa, gli troncò la
parola in bocca. Aveva veduta la Duchessa, rigida, immobile sulla soglia, di
fronte a loro.
Aveva udito? Giudicando dal suo aspetto, c'era poca speranza d'una
risposta negativa. Ma Olga pensò che la fortuna arride agli audaci, e con un
gesto appena percettibile avvertì Giuliano. Poi, con una disinvoltura superiore
ad ogni plauso, s'alzò, e, col più amabile, col più cordiale dei suoi sorrisi,
andò ad incontrar la Duchessa.
- Buon giorno, cara, come stai? Sono scesa di buon'ora, nevvero?
Le altre dormono ancora.... che pigrone! E così, com'è andata la tua gita
misteriosa?
Milla non rispondeva, nè accennava di udire. Ansimava, e, con un
gesto nervoso e macchinale, tentava di togliersi i guanti.
- Poverina! - continuava Olga, sempre più premurosa, - si vede che
sei molto stanca. Lo credo.... con questo tempaccio.... Stavo appunto dicendo a
tuo marito....
- Sicuro.... sicuro - interruppe Giuliano, per secondare la
Baronessa. - Giusto.... mi diceva, e io rispondeva che tu facevi malissimo,
ch'era una delle tue ubbie solite, e che io permettendolo avevo fatto una
corbel....
Ma la Baronessa, che studiava attentamente il viso di Milla,
troncò con uno sguardo la trovata del Duca.
- Ti senti male? - chiese alla Duchessa, con un mirabile crescendo
di gentilezza.
Milla non rispose; si sentiva la gola serrata da uno spasimo
isterico. Eppure voleva parlare.... voleva dirla una parola atta ad esprimere
il senso d'indignazione che la padroneggiava. Ma l'agitazione nervosa che
scuoteva tutta la sua povera personcina fu più forte di lei. Milla si sentiva
smarrire, non ci vedeva quasi più, sentiva nelle orecchie uno scampanio
stridente. Vacillava, e, per non cadere, s'appoggiò con ambe le mani a un
tavolino lì presso.
Olga le corse vicino, e volle sostenerla. Milla, nel suo
smarrimento, avvertì il pericolo di quel contatto, e provò un sentimento così
violento di ripulsione e d'orgoglio che per un istante si riebbe,
galvanizzata.... Si rizzò, diede un passo addietro, e dalle labbra smorte le
uscì un «No» vibrato.... pieno d'odio e di ribellione.
Nella vasta sala da pranzo ci fu un momento di silenzio.... poco
piacevole.
Poi, a un tratto, la Duchessa svenne.
VII.
Eran tutte nel salotto rosso, un po' agitate, un po' inquiete.
- Veramente.... Milla si era sentita male?... Oh! poveretta! Ma
come.... perchè?... Forse, la stanchezza del ballo....
- Già - osservò la Garbi, - si vedeva, sulla fine, ch'era un po'
abbattuta.
- No, - sentenziò una vecchia signora. - Sarà qualche cosa,
qualche novità.
- Magari! - risposero in coro il più delle signore, con qualche
sorrisetto....
- Davvero?... - osservò Olga, ch'era entrata in quel momento. -
-Che bella cosa sarebbe, che felicità per entrambi!...
- Tu eri in sala, nevvero.... quando quella poveretta si sentì
male? - chiese la contessina Ghisneri.
- Per l'appunto, mia cara, n'ebbi uno spavento grandissimo. Io ero
scesa a déjeuner.... A un tratto, Milla comparisce sulla soglia, pallida
come uno spettro. Era stata, Dio sa dove, a far la meditazione.... che so
io.... a confessarsi. Sapete, poverina, quanto è pia, quanto è buona! Convien
dire che l'umido le avesse fatto male, che si fosse strapazzata.... Poi, è
delicatina, nevvero?... Insomma, la vidi annaspare, poi svenne.... lì.... sui
due piedi. Corsi subito a sostenerla, gridai.... chiamai; per fortuna, c'era
gente nella sala del bigliardo.... Venne subito anche il Duca.... scesero le
cameriere; la portammo su.... Si riebbe a poco a poco, e l'ho lasciata or ora,
che stava meglio.
- Anderò su a vedere - disse la vecchia dama. - Se vi fossero novità....
scriverei subito alla Duchessa Margherita.
- Dov'è ora quella cara signora? - chiese Olga.
- Oh! sempre a Torino. E come dicevo....
- Mia cara Marchesa, - osservò Olga con voce sommessa e carezzevole
- rammento ora che Milla stava per addormentarsi; forse un po' di sonno le
gioverebbe meglio d'ogni altro rimedio.
In quella entrò Giuliano, e tutti gli furon d'attorno a chiederle
notizie di sua moglie. Oh, era una cosa da nulla.... uno sconcerto passeggiero,
cagionato dal freddo.... dalla stanchezza. Milla si era riavuta subito....
mandava a salutare le sue buone amiche; dormirebbe per qualche ora, e
scenderebbe senza dubbio a desinare.
Giuliano in cuor suo era di cattivissimo umore. Che bestia era
stato! uno scolaretto non ci sarebbe cascato più scioccamente.... E in
complesso... per.... nulla. E ora chi sa che scena gli toccherebbe, quanti
rimproveri gli rivolgerebbe Milla!
Senonchè, con sua grande sorpresa, Milla non gli aveva rivolti
rimproveri di sorta. Quand'egli entrò in camera, prima del pranzo, per chiedere
sue notizie, la trovò ancora coricata, immobile. Ella parve non avvertirlo;
chiuse gli occhi. Giuliano esitò un momento; poi chiamò dolcemente: - Milla! -
Essa aprì gli occhi, con un amarissimo sforzo di sorriso, poi, lentamente, li
richiuse.
- Milla! - disse ancora Giuliano.
Ella non rispose...; serrò gli occhi più forte, perchè non
lasciassero adito ad una lagrima.
Giuliano aspettò un momento, poi se ne andò; adagio e inquieto.
Forse avrebbe preferita la scena.
Condusse le signore a fare una trottata. Tornando, si seppe che la
Duchessa non scenderebbe neppure a desinare. Le era sopraggiunta un po' di
febbre. Gli ospiti espressero naturalmente il loro rammarico; dopo di che,
ognuno andò in camera sua a vestirsi pel pranzo.
Ma in quella mezz'ora affaccendata di pettinature riedificate, di
vitine assestate alle persone, di fichus drappeggiati sulle spalle, di
baffi incerati ed unghie brillantate, una piccante notizia s'insinuò fra una stanza
e l'altra, venne scambiata in fretta nella penombra dei corridoi. Dal tinello
dei domestici, d'onde aveva prese le mosse, una frase fece rapidamente il giro
del primo piano. Quando suonò la prima campana del pranzo, tutti (meno
gl'interessati, s'intende) sapevano il vero motivo dello svenimento di Milla.
Certo.... era capitata inattesa, e aveva veduto.... aveva udito.... Cosa?...
Questo non si diceva, prima perchè non si sapeva bene, e poi perchè nella
reticenza c'era un delizioso sottinteso, un ampio orizzonte di supposizioni.
L'avvenimento aveva avuto un testimone inavvertito, il domestico che aveva
aperta, per la Duchessa, la porta della sala da pranzo.
Naturalmente, le primizie dei commenti ebbero luogo in cucina. Il
passato di Olga e di Giuliano non era mai stato un mistero per la servitù; la
rinnovata infatuazione del Duca non era certo sfuggita a nessuno di quegli
arghi implacabili che si chiamano: i nostri domestici. Si parlava
dell'accaduto, senza ombra di reticenza.
I più compativano Milla, e fra questi erano, naturalmente, i
dipendenti nati della casa. Ma un certo nucleo si ostinava a proteggere Olga,
una bella donna, perdio, e che, quando montava a cavallo, mostrava d'avere un
gran coraggio e un polso d'acciaio!
Qualcuno interpellò Drollino:
- Che te ne pare, eh?...
Ma egli non rispose; disse che aveva altro pel capo.... un certo
puledro che gli pareva tendere ad azzoppare. Prese il berretto ed uscì, benchè
piovesse che Dio la mandava.
Olga scese a desinare, bellissima nel velluto verde-oliva della
sua ricca toilette. Ma alle entrées cominciò a sospettare
qualcosa. Sorprese qualche sorrisetto bizzarro, qualche occhiata curiosa, che
si fermava un momento addosso a lei e poi fuggiva rapidissimamente.
All'arrosto, era quasi certa; al caffè, non serbava ombra di
dubbio. Qualcuna si rivolse a lei per chiederle, con una strana inflessione di
voce, le notizie di quella cara Milla.
Olga non si scompose per nulla. Celò a meraviglia la sua viva
irritazione, fu più serena, più affettuosa, più amabile che mai. Rispose sempre
a tuono, ignorando i sorrisi, ostinandosi a non afferrare nulla più del senso
letterale delle varie interrogazioni che le venivano rivolte.
Ma, in fondo al cuore, era furibonda. Con Milla, ben inteso.
Cos'era venuto in mente a quella sciocchina d'invitarla ad Astianello per farle
poi di quelle scene mute da vittima? E il bello era che lei non se ne curava
per nulla di quello stolido di Giuliano, ed era animata delle migliori
intenzioni. Lui, si sa, sfido io!
Olga aveva voluto provare, divertirsi un poco, nulla più.
L'avevano invitata per far vedere che non la temevano; è naturale ch'essa desse
loro una piccola lezione. Ma ora Milla, colle sue imprudenze, la metteva in una
posizione falsa, seccante..., e quasi quasi meritava davvero....
Durante tutta la sera, quella valente schermitrice fu
impareggiabile. Si mostrò così gentile, così naturalmente calma, seppe talmente
manovrare, celando l'apparenza d'ogni manovra, che a poco a poco i più creduli
cominciarono a dubitare. E giunta l'ora di separarsi pel riposo notturno,
alcune fra le signore chiedevano a sè stesse: - E se non fosse vero? - Molti
aspettavano l'indomani per decidere. Bisognava vederle di fronte.... Milla e la
Baronessa. Davvero, sarebbe interessante. A domani, dunque. Intanto non ci si
annoiava ad Astianello.
Ma l'indomani non fu apportatore della scena desiderata. Milla non
si era alzata e la febbriciattola perdurava.
Giuliano era crudelmente imbarazzato. I suoi doveri di padrone di
casa lo assorbivano in parte, occupavano buona parte del giorno; ma ogni tanto
bisognava pure che salisse a tener compagnia a sua moglie, e quelle brevi soste
nella camera azzurra non riescivano punto piacevoli. Eppure Milla continuava ad
astenersi dalle scene; essa non gli rivolgeva mai la parola, non lo guardava.
Era sfinita, non provava che un immenso disgusto, un imperioso bisogno di
assopirsi, d'annientarsi nell'oblio. Oh! se avesse avuto sua madre! Se avesse
potuto chinare sul seno d'una vera amica la sua povera testa così greve ed
ardente e narrare, piangendo, la sua sventura! Ella, che aveva tanto d'uopo
d'amore, di simpatia! Si sentiva, per la prima volta in vita sua, supremamente
offesa.... Quando vedeva Giuliano, il suo orgoglio di donna onesta si
ribellava, imponeva silenzio all'amore. Essa non poteva parlargli, non poteva
guardarlo.... La forza della volontà aveva e serbava alzata una barriera che
pareva di ghiaccio. Ma dietro a quella barriera, il povero cuore di donna
sanguinava lentamente, in silenzio!...
Il giorno dopo, fu chiamato il medico del villaggio. Era un buon
diavolo, onesto e capace. Giudicò, colla sua semplice esperienza, che la
Duchessa avesse, più che altro, bisogno di riposo; e, vedendo che le
circostanze, il tramestio degli ospiti non si prestavano guari all'attuazione
di questo desiderio, pensò di parlarne francamente al Duca. Ma il caso aveva
disposto altrimenti. Nello scender le scale, s'imbattè in una vecchia signora,
la quale prese a informarsi minutamente della salute di Milla, e finì
coll'alludere discretamente alla possibilità d'uno stato interessante.
Povera contessa Nemi, ci teneva allo stato interessante di Milla!
Ai suoi tempi, era il solo male che patissero le spose, ed essa non ne
intendeva altri. Rimase dunque attonita e quasi scandalizzata quando udì che si
trattava invece d'una febbre continua. Oh Dio.... ella che aveva tanta paura
delle febbri.... Ma di che sorta di febbre si trattava?... Sperava bene che non
fosse infiammatoria.... non attaccaticcia....
- Eh! eh! - disse il dottore, cogliendo la palla al balzo - non
so, spero che non sia.... non si può precisar nulla per ora..., ma non
vorrei.... che.... certi lontani indizi di tifoidea.... Dio guardi, potrebbero
far capolino da un momento all'altro....
La contessa Nemi strisciò frettolosamente una semi-riverenza, e
scappò via. Il medico s'allontanò ridendo, senza nessun rimorso pel suo
stratagemma. I medici di campagna hanno talvolta delle benefiche audacie di
questo genere.
La sera stessa, la Contessa riceveva una lettera del suo notaio, che,
per un affare urgentissimo, la richiamava a casa. E, caso singolare, la Garbi
aveva notizie non troppo buone di sua madre. Due partenze furono dunque
annunziate per l'indomani. Le signore chiedevano col più vivo affetto notizie
di Milla, ma nessuna insistè, come avevan fatto tanto gentilmente nei primi
tempi, nell'offrirsi a tenerle compagnia. E in capo a due giorni Olga pensò
bene di ricevere un telegramma di suo marito, il quale le chiedeva di venire a
raggiungerlo, scusandosi di non poter egli stesso recarsi a riprenderla, per
affari molto intricati, della cancelleria, s'intende.
Giuliano, quando seppe di questo telegramma, ebbe un momento di
viva irritazione. Ecco che se ne andavano tutti e lo lasciavano lì solo.... in
faccia a quella donnina smorta, che non gli faceva scene, ma non voleva saperne
di alzarsi, nè di guardarlo in viso.
Poi ebbe un sentimento di soddisfazione. Eh, eh..., la cosa
prendeva un certo aspetto.... Meglio così.... forse la posizione avrebbe potuto
farsi critica, ed egli era tanto.... creolo!
Olga prese a tempo la decisione di partire. Dubbi o non dubbi, la
sua fermata ad Astianello non era più indicata: le altre signore formavano un
formidabile areopago.
La simpatia per Milla era tornata, alla lontana sì, ma viva assai,
avvalorata dall'invidia che, alla lunga, Olga doveva pur destare in un circolo
femminile. L'invidia non ha molta strada da fare per diventar censura, e la
Russa conosceva molto bene ciò ch'era atto a giovarle, o a recarle danno. Aveva
saputo sino ad allora farsi perdonar molto, e non compromettere in nessuna
delle sue varie vicende di.... cuore l'invidiabile posto che occupava nella
società. C'era rimasta, imponendosi o altrimenti, anche a dispetto della sua
lunga avventura con Giuliano..., ma essa sapeva benissimo sino a che punto si
può gettare impunemente della polvere negli ocelli. Trovò dunque un effetto di
partenza felicissimo; l'onore della ritirata era più che salvo!... Ma in fondo
era indispettita, e, all'ultimo momento, un dubbio l'aveva inquietata. Forse la
malattia di Milla era un'astuzia di guerra.... la Duchessa si liberava così di
lei e delle sue apprensioni.... E, sotto l'impressione di quel sospetto, morse
per un secondo le bellissime labbra.
Di Giuliano non le importava affatto; pure seppe così bene
simulare presso di lui che, nell'animo di questi, quel po' di rimorso relativo
che s'era andato formando a fatica, tacque subitamente per dar luogo ad una
specie di vigliacco dispetto! Olga se ne avvide, e, mentre saliva nel legno che
doveva condurla alla stazione, mandò in su uno sguardo rapido, ma strano, verso
la finestra chiusa della camera di Milla. E lasciò per lei i più affettuosi, i
più cordiali saluti, certa di rivederla presto, perfettamente guarita, fresca
come una rosa. E frattanto ella stessa era bellissima, forte e formidabile
nella pienezza vigorosa delle forme. Era molto attraente così, in abito da
viaggio. Le sue pelliccie non l'infagottavano punto come infagottano il più
delle signore; parevano avvolgerla come il manto d'una regina selvaggia.
E Giuliano rimase solo coll'ammalata.
Non già un'ammalata grave. Di tifoidea nessun indizio; la
febbriciattola non cresceva, e veniva solo ogni tanto. Milla s'era alzata per
salutare la vecchia signora, amica di sua suocera, e anche per assicurarla che
ora stava propriamente benino. Ma, dopo la partenza degli ultimi ospiti, era
tornata a star così così. Non usciva più di camera, mangiava poco o nulla, e
ogni tanto si metteva a piangere in silenzio. Con Giuliano non scambiava che
qualche rara e indifferente parola. Era esausta di forze, ma resisteva, e in
quella lotta, che nessuno avvertiva, la sua energia si consumava. Il suo era
uno di quei graduati sfinimenti a cui certi temperamenti femminili si prestano
fatalmente. Questo bizzarro genere di malattia non è punto mortale in sè
stesso, si può benissimo guarire, solo però quando lo si voglia assolutamente.
Se no, si muore, commettendo innocentemente un insensato e crudele suicidio.
Due settimane passarono così. Giuliano incominciava a
impensierirsi, e il medico del villaggio a non saper più che dire. Un giorno,
uscì a proporre che si chiamasse un altro dottore.... per avere un parere di
più.
- Ah! - disse Giuliano.
Si sgomentò. E se veramente la povera Milla.... fosse proprio così
malata.... per aver udito quello sciagurato colloquio! Che stupido era mai
stato! E Olga lo aveva canzonato bellamente; dopo tutto!.... Mentre invece
Milla l'adorava, povera creatura! Oh! sì!... ci voleva proprio un bravo medico,
una celebrità. E la celebrità, chiamata telegraficamente da Giuliano, capitò
pochi giorni dopo ad Astianello.
Non disse gran cosa, in complesso. Parlò di nervi, di gran
simpatico, d'anemia, di debolezza. E mentre faceva queste osservazioni e teneva
fra le mani il polso bianco e magro di Milla, guardava attentamente ora
Giuliano, ora la faccia rigida della Duchessa.
Finì dunque coll'assicurare che non c'era nulla di grave; ordinò
marziali, accennò alla necessità d'una vita molto quieta; e suggerì di passar
l'invernata nel Mezzogiorno. Poi se ne andò, certo in cuor suo che quella donna
soffriva crudelmente, senza concedersi uno sfogo. Il celebre dottore non era
soltanto celebre, era vecchio, conosceva del pari la donna e la vita.
Nell'andarsene, ebbe una sorpresa. Giungendo alla stazione, vi
trovò ad attenderlo un giovinotto bruno, magro, con due occhi assai vivi e
profondi, il quale, qualificandosi per un addetto della tenuta d'Astianello,
gli chiese semplicemente, ma in modo abbastanza categorico, se la Duchessa
fosse ammalata molto, molto?...
Il medico non ricusò di rispondere, ma non si curò di dare al
giovanotto nulla più d'una di quelle elementari risposte, ch'egli giudicava
sufficienti a soddisfare la curiosità o l'attaccamento ai padroni, da parte
d'una persona di servizio.
Ma Drollino non si contentò.
- Potrebbe morire? chiese colla massima calma.
La celebrità medica, impazientita alzò le spalle.
- Caro mio, che andate chiedendo? Perchè dovrebbe morire? Ha un
buon temperamento, è giovane. Ha bisogno di quiete e che la lascino stare in
pace, ecco tutto.
- Già, disse Drollino.... Ma se invece....
Rimase in silenzio, con un'espressione bizzarra e cupamente
inquieta.
- Che ci siano ancora dei servitori affezionati? chiese a sè
stesso il celebre medico mentre saliva sul treno, in una bella carrozza di
prima classe.
- Ecco qua, borbottava in guardaroba, la vecchia Tonia, è la terza
volta che viene oggi, colla scusa di prender le notizie della signora Duchessa.
- Eh, eh! rispose la Teresa, la guardarobiera in secondo, non ha
poi tutti i torti; non è il diavolo la Carolina. E lui ha un bel salario ora, e
sono tutti e due della tenuta. Sarebbe un bel matrimonio.
La Carolina entrò all'improvviso.
- Che c'è? chiese stizzosa, indovinando che la sua venuta aveva
troncato un discorso.
- Niente, niente. Si diceva soltanto di.... Drollino.
- Miracolo! ribattè la giovane.... E sarà per dirne del male, mi
figuro! tutti ce l'hanno amara con quel poveretto. E io invece sostengo che....
- Eh! si sa, si sa....
- Cosa si sa?... Non è vero niente, a me non me ne importa niente
affatto di colui, non mi dispiace, no, perchè è un buon figliuolo, affezionato
alla signora.
- Sfido io, saltò su a dire la Teresa, sono stati beneficati tutti
dalla casa, quando c'era il padrone vecchio.
- Bene, bene.... Oh gli altri non sono forse stati beneficati
anche loro?... Eppure.... guardate se si rammentano di venire a vedere se la
padrona è viva o morta.
- -Caspita! susurrò la Tonia, non hanno mica le ragioni che può
avere Drollino di venire in guardaroba.
La Carolina arrossì e tentò una smorfia.
- No, no ve l'assicuro, viene proprio soltanto per sapere.... - Ma
lo diceva mollemente, con un mezzo sorriso biricchino e un po' ipocrita.
- Non è vero che sia cattivo, proseguì, anzi, ha buonissime
maniere. Vien su adagino.... per non far strepito e sta a sentire tutto quello
che gli dico.
E gliene diceva, quella buona ragazza.... Si rifaceva con lui
delle lunghe ore silenziose che le toccava passare in camera della Duchessa.
Gli narrava in disteso come la padrona divenisse ogni giorno più pallida e più
magra, e come ella la ritrovasse sempre immobile, cogli occhi chiusi e con
certi lagrimoni tanto fatti, sulle guancie. No, no, alla Carolina non la davano
a bere e i medici potevano dir nomacci latini quanti ne volevano, ma il male di
quella signora era tutta passione, ecco cos'era, le gelosie e le pene che le
aveva fatte passare il Duca per quella strega grassa, per quella Russa che
rideva sempre.
Drollino ascoltava attentamente questi sfoghi della Carolina,
senza dir nulla, senz'avvedersi che la cameriera belloccia e garbata avrebbe
forse parlato anche di qualcos'altro. Egli aveva ben poco da fare in quei
giorni e però ammazzava il tempo a furia di lunghe, faticose cavalcate, al
ritorno delle quali Mia era bene spesso tutta bianca di schiuma.
Qualche volta, in casa o pel viale Drollino si imbatteva col Duca.
Giuliano non s'accorgeva sempre della presenza del giovane, ma Drollino
avvertiva ogni volta, con una specie d'intuizione, l'appressarsi del padrone e
se n'aveva il tempo, evitava l'incontro. Sentiva, vedendolo, uno strano brivido
nel sangue, involontariamente digrignava i denti, gli veniva come un'insana
voglia d'essere insolente verso quell'uomo, di ribellarsi a lui. Un'acre
bestemmia pareva destarglisi in bocca. Ma allora gli veniva in mente la
Duchessa, a cui le bestemmie spiacevano tanto, e non ardiva proferirne....
Eppure con quale piacere egli le avrebbe scaraventate in faccia al Duca.
Lo odiava profondamente.... senza scrupoli di sorta. Egli non era
persuaso di essere al suo servizio. La sua padrona era Milla. E ora Milla....
forse morrebbe per colui!
Una volta Drollino, capitando in scuderia, ci trovò il Duca, che a
passo lento e a capo chino traversava l'andito. Gli tenne dietro con uno
sguardo torvo, e un'idea confusa, ma terribile, gli balenò nella mente.
E per salvarsi da quel pensiero, ne evocò un altro, non mai
completamente abbandonato per l'addietro, un pensiero che l'aveva agitato sin
da bambino, quello di fuggire con Mia, d'andar lontano lontano. Così non saprebbe
nulla, non vedrebbe nulla se.... caso mai!...
Lasciò la scuderia, e si diresse verso il suo antico alloggio.
Era una piccola cascina, addossata ad un vasto fabbricato ad uso
fienile, e stava proprio dirimpetto alla grande estesa del piano. Un vecchio
guardiano dei pascoli vi faceva dimora colla famiglia. L'alloggio di Drollino
consisteva in una ex-cucina a terreno; egli vi aveva lasciato il suo letto, due
seggiole e una vecchia cassapanca, dove serbava, alla rinfusa, i pochi panni
ereditati dal padre, i suoi, non quelli di livrea, e qualche cianfrusaglia. Era
un pezzo che non capitava laggiù. La massaia aveva approfittato della sua
assenza per ammonticchiare in un canto della stanza l'ultima raccolta delle
patate; ampie ragnatele si erano acquartierate fra le travi del soffitto, e
l'unica finestrina aveva i vetri rotti.
Aprì la cassapanca, e prese a rovistare nei vecchi panni. A un
tratto s'arrestò. Gli era capitato sotto le dita un oggetto pesante, freddo.
Con un gesto vivace l'estrasse. Era una vecchia pistola a due canne, ed egli
riconobbe subito la solita arma di guardia di suo padre. L'esaminò a lungo; era
ancora in discreto stato; cercando bene, trovò pure in un angolo della
cassapanca lo scatolino delle cariche.
Drollino non pensò a rimettere in ordine i panni. Guardava fisso
fisso, come magnetizzato, quell'arma vecchia, cogli acciai un poco irrugginiti.
Lentamente prese a pulirla, la rimise in assetto, poi la caricò,
pensando: - Servirà pel viaggio.
Ma quando la vide lucida, forbita, pronta, col grilletto
obbediente, si fermò di nuovo. Aveva il volto acceso, le tempia gli
martellavano; ed egli alzava, riabbassava, trattenendolo, il cane, con un gesto
che aveva qualcosa di convulso, come se si dibattesse nello stretto di
un'intima, formidabile lotta.
Finalmente, su quella faccia stravolta passò il lampo d'un
pensiero che vinceva. Drollino cacciò la pistola nella tasca interna della
giacca che indossava, poi ricacciò tutti assieme e confusamente i panni
nell'interno della cassapanca.
Giunto a casa, chiese della Duchessa. La febbre era aumentata.
L'indomani, cadde la prima neve e seppellì nel bianco silenzio
invernale gli orizzonti della splendida villa. una grande malinconia invase al
casa. Il Duca non si vedeva quasi più, e Milla, da più giorni non si alzava. Il
freddo capitato così improvvisamente, le aveva fatto male. Non già che
soffrisse molto; anzi, s'era come adagiata in una grande quiete funesta, le
pareva di sentirsi cullata nella progressione lenta, molle d'un'atonia che
l'assopiva dolcemente. E se a capo di questa progressione ci fosse anche la
fine.... ebbene.... tanto meglio!... Così non si poteva vivere. Umiliarsi,
ella?... tanto offesa.... dimenticare? Ah no!... piuttosto morire, morire....
Giuliano era, dal canto suo, profondamente agitato. Un rimorso
grave turbava quell'anima impotente. Egli provava il sincero desiderio di
salvare quella donna, che alla sconfinata vanità di lui offriva l'olocausto
della propria vita. Lungi dall'immediato dominio di Olga, egli tornava in sè,
si pentiva d'averla amata ancora, gli pareva d'abborrirla. S'inteneriva sulla
sorte di sua moglie, piangeva spesso, uscendo dalla camera azzurra. Avrebbe pur
voluto (egli che detestava le scene) cadere ai piedi di Milla, dirle che però,
in fondo, non era colpevole come forse ella lo credeva.... implorare
cionnullameno il suo perdono... giurarle, e mantenerle poi, una fede sincera
e.... assoluta.
Tentò due o tre volte una spiegazione. Ma essa lo guardò con
un'alterigia così profonda, così glaciale, ch'egli interruppe subito i
preliminari e rimise la spiegazione a.... più tardi.
Un giorno, la Carolina annunziò a Drollino una cosa che le faceva
molta pena. La Duchessa aveva mandato a chiamare il padre Loria.
Drollino non disse nulla più che il suo solito «Ah!» ma lo disse con
un accento rauco, quasi gutturale.
Allora la Carolina volle rassicurarlo. Oh! oh!... non era già
perchè proprio si fosse a questi estremi; ma la signora Duchessa era tanto pia,
e poi.... forse....
Drollino rimase serio, cupo, cogli occhi fissi sul tavolone dove
si stirava.
Nevicava fitto fitto, a grandi falde, lente e sfioccate, e il
padre Loria giunse sotto l'atrio in uno stato proprio compassionevole. Mentre
si asciugava davanti al fuoco acceso nel gran camino della stanza da pranzo, il
duca venne a incontrarlo. Il colloquio fu breve, riuscì freddo, quasi come la
giornata. Il prete e il padrone di casa si studiavano a vicenda, e a vicenda
diffidavano l'uno dell'altro.
Giuliano ebbe due o tre frasi un po' contorte; raccomandava di non
stancare la Duchessa, già piuttosto deboluccia, poveretta. Il padre Loria ebbe
due o tre mosse del capo, che non rassicurarono al tutto il Duca. Ma questo
dovette pure mormorare un cortese: - S'accomodi, - sulla soglia della camera
azzurra, e ritirarsi adagino, mentre la dolce figura paterna del sacerdote
s'accostava lentamente al letto di Milla.
Il padre Loria non fece certamente apposta a inquietare e a
stancare la Duchessa Milla, ma certo è che la inquietò e la stancò
orribilmente, e il loro colloquio riuscì critico e tempestoso. Fu un vero
duello tra l'autorità e la ribellione.
Milla gli narrò ogni cosa con uno sfogo febbrile, con tutto
l'impeto del suo risentimento, col bisogno di simpatia che la torturava. Gli
narrò, con subita energia, il suo amore pel marito, e il dolore che sentiva
roderle la vita, come il verme rode la radice d'un fiore. Oh! essa l'aveva
amato tanto.... così ardentemente.... No, la sua mitezza non era stata
vigliaccheria, la sua docilità, tenera, inesauribile non era la debolezza
d'un'anima inetta al dominio; era stato un volere ragionato, era la sua
interpretazione dell'amore, era una insaziabile necessità di sacrifizio, una
manìa innamorata di abnegazione! Essa si era fidata.... aveva voluto fargli
vedere che si fidava!... Voleva a tutti i costi bastare al cuore di quell'uomo!
E tutto ciò non era valso a nulla. Era caduto un'altra volta ai piedi di
quella.... E ora?
Il padre Loria la lasciò dire. Ma, quando essa ebbe finito,
quando, ancor tutta fremente del suo sfogo, si lasciò ricadere sui guanciali
con un gesto risoluto, egli prese a parlare.
Non fece discorsi lunghi.
- La comprendo e la compatisco, - mormorò dolcemente. Poi,
mentr'ella lo guardava smarrita cogli occhi grondanti lacrime, ingiunse
pacatamente: - Ora bisogna far due cose. La prima: perdonare.
Essa ebbe un lungo brivido. - E poi? - chiese con un'appassionata
ironia.
- Bisogna vivere.... - rispose semplicemente il padre Loria.
Un'ora dopo, quando il vecchio prete uscì dalla camera della
Duchessa, s'imbattè subito col Duca, il quale, impaziente ed inquieto per il
lungo protrarsi del colloquio, camminava a gran passi in su ed in giù nel
corritoio. Confessore e marito scambiarono un saluto cortesissimo.... ancor più
cortese di quello dell'arrivo.... ma non meno diffidente e pieno di mutua avversione.
Giuliano sentiva qualche cosa nell'aria. La minaccia, per esempio,
d'una spiegazione, che ora, suggerita dal prete, gli pareva di nuovo
formidabile ad incontrarsi. E fu per lui un vero sollievo quando udì dalla
cameriera che la signora, stanchissima, aveva raccomandato la lasciassero
riposare.
Milla aveva riposato...; ma ora era spossata.... Quel riposo era
stato in realtà una delle più aspre battaglie intime del suo povero cuore
offeso e innamorato a un tempo. La religione aveva dato un consiglio; e la
natura e la gioventù l'avevano avvalorato, con un assenso segreto...; ma
l'orgoglio aveva avuto anch'esso la sua ribelle parola.
Il crepuscolo invernale, prolungato dal bianco riflesso della neve
caduta e da quella tuttora cadente, scendeva lento, in una mezza luce
grigiastra. Nella progressione graduata della penombra, il letto ampio, coi
parati di raso sbiadito spiccava netto. La bianchezza del visino di Milla si
confondeva col morbido bianco dei guanciali, pareva quasi assumere l'area
sfumatura di contorni d'una larva.
- Comanda la lucerna? - chiese a bassa voce la cameriera.
- No, - rispose Milla, con voce stranamente affievolita. Va
pure.... voglio riposare.
La giovane uscì, in punta di piedi.
Il silenzio della stanza era grave e solenne. Giuliano provava
un'angoscia inesplicabile, guardava, come affascinato il candore opaco del
letto, tentava d'afferrar nettamente, collo sguardo, l'incerto contorno di quel
corpicino femminile che giaceva, spossato, sotto alle lenzuola e pareva quasi
farsi di nebbia, illanguidire nell'ombra cupa che andava invadendo la stanza.
Avrebbe voluto parlare a Milla, udire la sua voce, ne sentiva come un bisogno
angoscioso. E mentre pensava come potrebbe rivolgere a Milla una domanda anche
indifferente, ma che la obbligasse a rispondere, ecco che per l'appunto quella
povera e debole vocetta s'alzò in seno al silenzio pesante e misterioso,
pronunziando una parola, che, da tempo non s'era sprigionata dalle labbra di
Milla.
- Giuliano!
Egli trasalì e si chinò sul letto, premurosamente, con un terrore
indistinto di quell'ora e di quell'accento.
Ella gli porse la sua manina tanto smagrita.
- Giuliano.... - ripetè lentamente, non debbo.... non bisogna che
io me ne vada. E per ciò.... sai....
Oh! non la sapeva recitare quella lezione; così sublime e così
crudele. Tremava.... si confondeva.
- Sai.... - proseguì con uno sforzo eroico, volevo dirti che....
che io non mi ricorderò più di niente. Ma bisogna che anche tu... se vuoi
ch'io....
Egli non la lasciò finire. Si gettò in ginocchio, le afferrò le
mani, le chiese perdono, con accento rotto, appassionato, le giurò ch'egli
l'adorava, che non era realmente colpevole, che ciò ch'ella aveva udito non era
stato che l'espressione d'un momento di delirio passeggero.... un capriccio
passeggero, senza base, senza conseguenze.... E iterava proteste, ardenti e
sincere, com'era in quel momento, ardente e sincero il suo ravvedimento. E in
quella tempestosa reazione, in quel subito rinnovarsi del suo amore per la
donna ch'egli temeva di perdere; Giuliano riesciva eloquentissimo e si
presentava sotto un aspetto nuovo, l'aspetto cioè ch'egli, nella placida
sicurezza del suo dominio su Milla, non si era mai curato d'assumere per lei.
- Ma tu m'ami, dunque, tu m'ami? - chiese l'ammalata, balzata in
quel momento in una calda e rapida transazione del suo amore, che le faceva
ancora scusare, perdonare, scordar tutto, che la consegnava cieca, sorda,
smemorata, in braccio ad una più potente, ad una più salda illusione.
Egli la copriva di baci. Oh! se l'amava! Se aveva sofferto.... Oh
la sua Milla! la sua Milla adorata! Non era punto: creolo.... in quel momento!
Allora Milla ebbe un subito e febbrile risveglio delle forze.
S'alzò a sedere sul letto, s'avvinghiò colle braccia scarne al collo di
Giuliano e gli si strinse convulsa sul petto, con un grido supremo di trionfo e
di desiderio: Vivere!... vivere!...
La villa era ancor tutta sottosopra. Poche ore prima il Duca e la
Duchessa erano partiti per Napoli, dove li avrebbe raggiunti la vecchia
Duchessa Lantieri.
La partenza era recente e l'ardore dei commenti non era pur anche
venuto meno. Veramente la signora non era al tutto ristabilita; stava però
assai meglio. Ma ne aveva patito del male, poveretta! E che festa per tutti,
quando, era scesa a desinare per la prima volta!
Non la scorderebbero così presto, quella sera. Il pranzo era stato
preparato, non già nel salone grande, ma in un salottino caldo, caldo, ornato
delle più belle camelie della serra! Finito il desinare, la Duchessa,
appoggiata al braccio di suo marito, era venuta un momento sotto il portico,
per ringraziare quella brava gente che aveva tanto gridato: Evviva! Aveva
parlato quasi a tutti, aveva riconosciuta la vecchia portinaia, salutata la
fattora, poi aveva osservato che ci erano due guardiani dei pascoli e persino
Drollino, il quale, da quel selvaticone che sarebbe sempre, se ne stava mezzo
nascosto, dietro uno dei pilastri. Anzi, lo fece chiamare.
- Ho saputo - gli disse soavemente - che tu pure venivi spesso a
chieder mie nuove. Ti ringrazio.
Egli la guardava fisso.... come incantato. Com'era bella e
pallida.... e com'era diversa dalle altre!
Giuliano, che aveva bevuto del Johannisberg molto vecchio
in onore della Duchessa, era di lietissimo umore!
- Certo.... - sclamò benignamente - veniva ogni giorno a chiedere
alla Carolina.... eh!... eh!... guarda.... Drollino!
Drollino guardò infatti il Duca, e in modo siffatto che questi,
pur continuando a ridere, non proseguì a toccar quel tasto. E un momento dopo,
temendo che Milla fosse stanca, la condusse via.
Milla non si oppose; senz'avvedersene, ricadeva invincibilmente
nella obbedienza cieca e fiduciosa dell'amor suo.
Partirono adunque sui primi di dicembre, contenti, felici, e in
perfetta armonia. In casa rimaneva tuttora parte della servitù, quella che
avrebbe più tardi raggiunti i padroni a Napoli, e quella fissa per tutto l'anno
ad Astianello.
La sera stessa si trovarono riuniti in cucina, attorno all'allegra
fiammata del caminone. Drollino ci andò pure un momento, prima di recarsi a
letto.
Nel crocchio si discutevano, naturalmente, gli ultimi avvenimenti
di quella fortunosa villeggiatura.
- E la Russa? - chiese a un tratto il paggetto.
Il capo cuoco alzò una mano a livello del mento, e con una vivace
smorfia soffiò rapidamente sul palmo.
- Andata! - soggiunse con un'espressione comicissima, come un
prestidigitatore che fa scomparire una pallina di sughero.
E fu una risata generale.
Ma il paggetto maligno insistè:
- Per sempre?...
Il cocchiere alzò le spalle con un'aria da filosofo.
- Caro mio, chi sa l'avvenire?... Speriamo di sì! Certo è che, in
grazia di quella diavolessa, la nostra povera signora è stata a un brutto
rischio.
- Io dico che se le capita un'altra volta.... - prese a
sentenziare il maggiordomo.
- Muore, eh, muore davvero? - interrogo premurosamente il
paggetto.
- Al diavolo i monelli - rispose stizzosamente il maggiordomo; -
che c'entri tu, bardassa, a far cotesti discorsi?
E per fargli vedere che non c'entrava proprio, accennò ad
allungargli una pedata.
Ma non l'allungò, e si mise a ridere.
Drollino uscì dalla cucina senza che nessuno se ne accorgesse, e
si recò in scuderia.
In quell'ambiente vasto, l'atmosfera aveva un tepore dolce, e l'occhio
si riposava in una semioscurità, rotta ad intervalli dal chiarore di certe
lampadine appese alle arcate della volta. In fondo, presso alta porta d'uscita,
un piccolo lume ad olio ardeva vacillando davanti ad un quadretto di
Sant'Antonio e socio. In un box aperto e disoccupato, il sorvegliante di
servizio, coricato su di una branda ed avvolto nel suo bigio mantellone,
russava saporitamente.
In scuderia non c'erano in quei giorni più di una quindicina di
cavalli. Stavano quieti. I più dormivano, alcuni si movevano ogni tanto, con un
lieve scalpitio, accusando le proprie mosse col rumore delle palle di legno
appese alle cavezze.... che si urtavano contro le pareti esterne delle
mangiatoie.
Mia era ultima nel compartimento di destra, e dormiva stesa di fianco
sulla paglia; ma quando Drollino, avvicinandosi, la chiamò sommessamente per
nome, la povera bestia, destandosi, si rizzò impetuosamente, con quel moto così
rapido proprio del cavallo fino che non si vuol lasciar sorprendere in una posa
d'inazione. Voltò la testina intelligente, e fissò il padrone coi grandi occhi
espressivi.
- Mia! - disse Drollino col tono monotono di chi parla in sogno, e
accarezzando la lucida groppa della cavalla. - Mia!... è partita!...
Il riverbero del lumicino di Sant'Antonio accendeva un punto
luminoso nella pupilla attenta di Mia.
- Mia! - continuò Drollino collo stesso accento - se lei fosse
morta.... io l'avrei ammazzato.... sai?...
Uno dei cavalli vicini diè un forte strappo alla corda, e la palla
picchiò rumorosamente contro la barriera.
- Ohe! - borbottò il mozzo, fra il sonno e la veglia.
Una gran quiete regnò in scuderia.
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