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Paolo Valera
Alla conquista del pane

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  • Nous disons tout, nour ne falsons
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Nous disons tout, nour ne falsons

plus un choix, nous n'idéalisons pas:

et c'est pourquoi on nous accuse de

nous plaire dans l'ordure.

ZOLA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alla conquista del pane seguiranno altri due volumi BattaglieIn mezzo alla Borghesia. Il Primo sarà un urto eterno contro uomini e cose: il secondo un'insaccatura di putredine dorata.

Nell'uno e nell'altro, vedrete l'eroe di questa storia vera, in una stamberga stracca di vita, solo, colle sue lagrime, i suoi bocconi di pane e la a audacia, avventarsi sulla popolaglia inguantata, per fare della società incanaglita che non l'ha voluto un cimitero.

 La prefazione è l'anticamera degli imbrattacarta per bene. Io la salto e vi introduco senza manco salutarvi.

PAOLO VALERA.


 

CARA SIGNORA,

 

Le belle, deliziose serate che passammo! Io entrava nel vostro salotto solferino-pallido, le guancie imporporate di timidezza, il cuore commosso, sfiorando i ricchi tappeti per sorprendervi il pensiero che mi chiamava alla sfuriata dei baci. Voi, spruzzata da un bagliore crepuscolare, inchinata sulla tastiera, le pupille lampeggianti nella dolcezza lattea, sprigionavate un sospiro che era tutta una promessa e, colle bianche manuccie che affoltavate nel mucchio dei miei capelli selvaggi, mi soffocavate la bocca sulla bocca. Quale sorgente inesauribile misteriosa di voluttà. Voi suggevate perdendovi e io vi rimanevo perduto. Vi ricordate signora? Mi chiamavate, premendomi al seno che ansava, il vostro fanciullo e tremavate di non trovare l'amante. Le belle deliziose serate che passammo!

Io mi risospingo a quel tempo felice, come il vecchio crivellato dagli anni e dalle battaglie che si compiace spaginare il libro vissuto. Vi dispiace, mia bella signora? Non vi mettete paurosa la mano gentile dove io nascondevo folleggiando i trasporti. Sono troppo gentiluomo per passare col piede sulle reliquie di una passione che scaldammo insieme. Mia cara, come ci amavamo, come ci adoravamo allora! Io coll'entusiasmo dei vent'anni, voi coll'anima trionfante e assetata dei ventotto. Io cercando nelle vostre braccia morbide l'obblio dell'obblio patito, voi il poeta e l'atleta che vi facesse trasognare nei poderosi abbracciamenti. Guardiamoci indietro, Bianca. Un cumulo di cenere fredda. Frughiamola colle stesse molle. Nessun sussulto. Addio ebbrezze credute eterne. Noi non viviamo più del vostro foco. Ve lo sareste immaginato, mia superba Signora, quando ci sorrideva la fede, quando l'uno viveva dell'altra? Eppure tutto è stato sciupato. Una notte, vi rammentate? Il fogliame del vostro giardino bisbigliava agitato dalla vivezza dell'aria che civettava nei vostri riccioli scomposti sulla fronte. Io, coi gomiti sui cuscini di seta, smarrito dietro un corteggio di nubi che si sbocconcellava pel cielo, aspiravo una delle vostre cigarelle profumate. Pensavo a voi, pensavo al fascino dei vostri occhioni bagnati di piacere, a quell'ora piena d'ansia in cui mi gettai ai vostri piedi implorando il perdono di amarvi. Che ragazzo! mi diceste con una voce che traduceva la vostra emozione. Credetti di impazzire. Vi presi la mano, ve la copersi di baci e li lagrime e vi dissi parole incomprensibili. Erano degli anni, sapete, ch'io non provavo tanta tenerezza. ma che degl'anni? Era la prima volta che balbettavo l'amore. Perchè non mi avete lasciato alle mie evocazioni, perchè mi avete strappato alle fantasticherie con una frase brutale, una frase scellerata, una frase che ancora non mi so divellere dalla mente?

— Dunque è vero! — mi ingiuriaste con una inflessione satanicamente beffarda. — Voi non siete che un miserabile, un ladro che si è introdotto carpone nel seno di una donna indegna di voi. Vi scaccio!

Mi serrai la gola colle dita convulse.

Voi, indietreggiando, piantata sulla vestaglia festeggiata dai nastri colorati alla bottoniera, minacciosa come la vendetta, mi additaste la vetrata e ricami. Quale coltellata nel cuore! Nol nego. Il mio pensiero fu di avventarmisi e contendervi l'amore che schiantavate crudelmente con un gesto. Ma voi, la bella faccia coperta di collera, mi agghiacciaste il sangue coll'imperiosità delle dita che fremevano colle vostre labbra.

Quanto male mi avete fatto, Bianca, quanto! Ma non vi rimprovero, sapete. Oh no! Avrei paura di macchiare la pagina intessuta col sangue migliore delle vostre vene.

Sì, è vero, ho mentito. Vi aveva dato un nome qualunque per nascondervi il mio bruttato di miseria. Ma credete voi che non l'abbia fatto per conservarmi il posticino sulla vostra spalla di neve? Dite; se vi avessi detto: «Bianca, colui che carezzavate, che regalavate di baci e di confidenze e di estasi non è che un Giorgio — un pitocco che basiva ieri sul lastricato, mendicando la pietà di un crostino di paneFrancamente, non vi sareste drizzata sui fianchi che tante volte cinsi, per insegnarmi la via che chiude il romanzo? Non mi date la risposta. Riaprireste la cicatrice e mi fareste lacerare questi fogliolini inzuppati d'inchiostro — per farvi sapere quello che non ho avuto il coraggio di narrarvi sul guanciale, ove tante volte gustai secovoi la frenesia degli amplessi inenarrabili.

Leggete, mia buona Bianca. Sono tutti pezzi di carne lasciati e raccolti sui dirupi ove io cadevo estenuato. Facendone un volume, non ho pensato che a riabilitarmi in faccia a voi, prima ed unica che mi insegnaste la grandezza dell'amore e a vendicarmi di una società grassa che mi ha condannato alle durezze della vita, quando io mi attendeva da lei i conforti dovuti alla gioventù.

 

GIORGIO


ADORATA MAMMA.

 

Pazienza e vedrai che Iddio è con noi. Il signor Gerolamo è troppo compreso della mia posizione per mentire. Egli ha giurato davanti a Marta, sua moglie, che il mio impiego è cosa sicura. Sai, lui è uomo influente e conosce un mucchio di personaggi quali lo riveriscono con degli inchini e gli fanno delle scappellate. Ieri, mentre passavamo la via San Giuseppe, l'ho udito buttare dall'altra parte del marciapiede un «ciavo, cavaliere» a un signore tutto richiuso in un abito nero a petto risvoltato. E quegli agitò la mano inguantata e sparò un sorrisetto graziosissimo. Dev'essere, mamma, una grande consolazione il sentirsi amato dai propri concittadini. Sta dunque tranquilla. Non è che questione di giorni. Forse neanche. Poichè per una predilezione speciale verso il signor Gerolamo, mi si accetterà «in via affatto provvisoria.» In seguito — appena si aprirà il concorso — farò gli esami o naturalmente, andrò a «soldo.» Dove, in qual ramo? È anche per noi un mistero.  Quello che so di certo, è che diventerò impiegato «d'ordine.» Mi pare di vederti, sulla tua seggiola, la calza in mano, mandare un grande sospiro. Sì, il tuo sogno, il sogno che hai accarezzato lungamente, studiosamente, sta per diventare una realtà vera. Io sarò impiegato. Potrai dire: mio figlio è impiegato del governo! Forbisciti la bocca. La nuova in paese farà chiasso. E lo speziale? Quel gianfrullone che s'ostinava a credermi un poco di buono? Creperà dalla bile. Lui già non è che un pessimista. Un repubblicanone che, sparla degli uomini, delle istituzioni, dei sistemi, ti ricordi? Ma perchè allora continua a fare l'ufficiale di posta governativo? Chiacchere. Mamma, sei contenta? E io? Ah, io non vivo che per i tuoi desideri. Avrei amato una posizione libera, indipendente, per rifare me stesso, per conquistarmi il posto sociale a furia di lavoro e di studio. Ma tu, mamma, hai soffiato troppo sui miei ideali perchè insista. Quando si è costretti a pensare al pane, il resto diventa un'ubbia. A dirtela, l'ignoto alla mia età non mi sarebbe spiaciuto. Vivere di desiderî, di urti, di febbri.... Ma sì, saremmo stati disgiunti per sempre. Invece, appena avrò la mesata sicura, tu lascierai la casuccia e verrai qui, ad abitare col tuo povero Giorgio che ti vuol tanto bene. Vivremo l'uno per l'altra. Io ti racconterò le mie speranze, i miei disinganni, le mie gioie, i miei dolori e tu mi conforterai, mi carezzerai, mi consiglierai e dividerai meco quel po' di fortuna che Dio vorrà mandarci. Il signor Gerolamo e la sua signora ti ricambiano i saluti e tuo figlio ti bacia in fronte. Addio.

Abbracciami Ortensia.

 

 

ADORATA MAMMA.

 

Mi ci perdo fra una maraviglia e l'altra. Veicoli di ogni foggia — dal brougham al tiro a quattro — che s'inseguono, si urtano, si rasentano sterzando; gente affacendata che si rincorre muta per ingropparsi, sparpagliarsi, perdersi in una scantonata; avvisi sesquipedali a caratteri saltimbancheschi, che perseguitano il cittadino dalle muraglie, dalle porte, dagli assiti. Una réclame incubo. Distese di diamanti che riscintillano e faccettano e troneggiano in un lago di rubini, di smeraldi, di topazi, berilli — tutta una famiglia che attrae, abbaglia e le vertigini. E qua bacheche a far disperare le fanciulle sì e no pubescenti. Colonne di seta, tempi romani di stoffe, architravi di tele, prati di fazzoletteria, pareti di calze, soffitti di mantili, casuccie intere di maglie, di cravatte, di guanti. Lo credi? Mi è venuto voglia di cacciarvi la mano e rubarvi una cravatta scozzese e un paio di guanti color marrone. Ah, un paio di guanti! Come ci devono star bene le dita in quella pelle fine! Dappertutto uno sterminio di ninnoli. Ortensia, se ci fosse Ortensia, diventerebbe pazza. Le hai tu vedute queste cose mamma? Se non le hai vedute non puoi averne idea. Ti ci smarriresti dietro per quarti d'ora, incantata, imbambolata, senza dartene ragione. Guarda questa vetrina femminile Ricche vesti imbottite che ti si drizzano davanti cariche di merletti, di blande, di gale; pieghettate, sgonfiate, orlate, che lasciano già delle code lunghe, a piazzali, superbe come i tacchini. Cappelli che ti mettono il tittillìo pei tessuti dorsali. All'Ugonotte, alla Rembrandt, alla Mousquetaire. E che piume, mia cara. Piume che sono un soffio, un alito, un sospiro. Importazione dal Canadà, dal Mississipì, dal Centro dell'Africa. Rosse, aranciate, verdi, gialle, turchine, azzurre, violette e qualche volta l'iride insieme. Uccellucci piccini, che spuntano dalle ali o mettono fuori le testoline dai cespugli messi con garbo o restano soffermati sulle gambucce, colla graziosità aristocratica del pavone. Quali manine dilicate hanno dato vita a quella gazzarra di monellucci? E tuttavia quale differenza tra l'ornitologia naturale e artificiale? Quali più belli, questi o quelli dei nostri campi? Non c'è confronto. I nostri, appartengono alla natura che li nutre. Volano, pispigliano cinguettano, intuonano melodiose canzoncine che vanno proprio al cuore. Se mi ricordo del chiaccherìo che gustavo in fondo al bosco, sdraiato sotto al vecchio pioppo, nelle splendide giornate! Vi udrò ancora o piumati amici, o unici compagni della mia giovinezza? A questi invece manca il soffio. Hanno l'occhiolino di vetro, il becco inzafardato di giallo o i piedini che paiono ragni accidentati. Ma dunque il Creatore è egli assente quando la mano dell'uomo tenta di detronizzarlo? No. Perchè è lui che ha dotato gli esseri delle facoltà necessarie di farli. Dunque Dio è anche nelle cose apparentemente morte. Bada che parlo colla bocca del curato. È lui che insegnandomi la dottrina cristiana, traeva queste conseguenze. E poichè ho toccato del curato, permettimi di snebbiarti un altro punto. Ti rammenti delle paure che ti venivano tutte le volte che si parlava della mia partenza? «Vedrete! è un luogo di eretici. Tutti i giorni dell'anno ci sono ammazzamenti, furti, ribalderie.» Niente di più sbagliato. Certo che il numero dei delitti non ha riscontro cogli zeri del paesuccio in cui viviamo. Ma credi tu per questo che la popolazione non sia tranquilla quanto la nostra? Se assassinassero un uomo sul nostro mercato, per esempio, se ne parlerebbe per chissà quanti anni e le donnicciuole almanacherebbero sopra le più strampalate conclusioni per chi sa quanti secoli. Mentre qui, poche ore dopo, una giornata al più e amen. Chi se ne ricorda? Domani un altro coltello fa dimenticare quell'altro. E neppure sono eretici. Vuoi che te lo provi? Ieri era l'onomastico di Don Giuseppe — un sant' uomo, che deve essere amato da tutti i fedeli della chiesa di S.Satiro. Lo si leggeva, sul frontone a caratteri d'oro. Fin cui potresti malignare sullo zampino dello stesso sacerdote. Ma e i davanzali e i balconi pavesati e i mazzi e le corbe di fiori freschi che gli hanno inviati? Non è spontaneità religiosa questa, non è il rispetto, la venerazione per l'Altissimo, transustanziato nella persona del suo ministro? Ci saranno dei miscredenti dei figli del diavolo, non dico di no. Ma e da noi? Beppe, quel cocciuto che, non mette mai piede in chiesa, non è egli un dannato dal cielo? In qualunque prato è la gramigna. Ma di chi la colpa? Date al fanciullo una buona educazione, una educazione che s'insinui per le maglie dell'organismo e vedremo. Vengano pure dopo i falsi profeti a tentare, di svellere ciò che gli è germinato nel cuore. Mugghiano i venti intorno all'arboscello. Egli vi rimarrà abbarbicato e morrà avviticchiato alle sua fede — la fede eterna — la fede, dei santi padri — la fede di tutta la umanità. Leggi a Don Peppino queste ultime righe che morrà di piacere. Di nuovo nulla. Un bacio e addio.

 

 

ADORATA MAMMA.

 

Ma perchè disperi, perché dubiti? E puoi credere che io me ne starei qui a zonzo, se non avessi la certezza di nicchiarmi nella società burocratica? Mettiti nella testa ch'io sto ai panni del mio Protettore colla tenacità direi quasi dell'ostrica. Non lo secco, non lo martirizzo con delle domande inutili, ma gli sto davanti il più che posso come un terribile punto interrogativo. Egli ha promesso e da uomo d'onore manterrà, diavolo! Lo so anch'io che noi abbiamo fretta, che il bisogno ci stringe tutti i giorni ma come dirglielo? I signori, lo sai, non pensano neanche che un giovine possa avere i bocconi di pane contati. Mancherebbe! in mezzo agli affari di borsa, alla politica, alle cariche amministrative, è molto se si ricordano che alle undici la colazione è preparata e che alle cinque, la minestra è in tavola. Sono almeno quieti nelle ore dei pasti? Neppure. Il signor Gerolamo, che è, come ti ho detto, un personaggio, apre le lettere o scorre i giornali tra una cucchiaiata e l'altra. Non fa complimenti alla moglie, alla figlia. Continua a sprofondarsi nel Diritto, nel Fanfulla, nella Perseveranza, senza punto accorgersi, credo, dei piatti che mano mano gli vanno scambiando. Adesso fanno pressioni per nominarlo deputato. Immaginati allora che galera per quell'eccellente galantuomo. Sua moglie, mi diceva una di queste sere, ch'ella è una donna defraudata. Perchè le hanno dato marito se questi doveva essere più degli altri che suo? Fino in letto, essa se lo vede circondato di fogli e di lettere e di suppliche. E guai a interrogarlo quando la sua mente è imbevuta degli interessi cittadini. Ti guarda con tali occhiate che non ripeti il gioco una seconda volta. Siamo giusti, non è ammirabile? Egli è scrupoloso e sa valutare il mandato che gli hanno affidato i concittadini. Il suo dovere avanti tutto e prima di tutto. Ora, secondo me, il torto è della signora Marta che non sa, col sagrificio, innalzarsi fino a lui. Che te ne pare, mamma? Del resto io non sciupo. Da questo lato puoi vivere tranquilla. Mangio appena il necessario. Una zuppa alla mattina, una minestra a mezzogiorno e una rostita alla sera con un quinto di vino e dieci centesimi di pane. Colla lettera consegno al corriere la biancheria sporca. Mandami a volta di corriere qualche paio di calze e dei fazzoletti da naso. Un bacione a Ortensia e voglimi bene.

 

 

CARISSIMO ARTURO,

 

Non illuderti, non abbandonarti alle maliarde chimere se non vuoi pentirti domani. Lo so. A starsene in piazza a fanfalucare su ciò che può avvenire lontano una trentina di miglia, a scaldarsela sulle pagine dei romanzi e dei poeti, a lasciarsi civettare dai giornali che capitombolano nella bottega del buon speziale — il cervello diventa un focolaio. L'ambiente soffoca, i ciottoli delle straduzze a anguilla sembrano lime che raspano i piedi, e le povere case scalcinate, rottami accumulati. Tutto viene a noia. Il silenzio dei viali, il tramonto del sole, il vento che mugge attraverso gli alberi, la capinera che gorgheggia di lassù dal pioppo, il gregge che pascola belando, la contadinella che tira via i pugni sui fianchi poderosi. E la verzura lussureggiante, appare uno stupido verde che stanca la vista e la chiesa ove tante volte pregammo ginocchioni, un ricettaccolo di menzogne. Si galoppa dietro a un sogno accarezzato dalla mente giovanile, cullato dalle aspirazioni, sorretto dalle speranze. Ma quando usciamo dall'involucro, quando ci troviamo in mezzo a questa gente che si urta e si scarnifica e si tende la mano, quando ci sentiamo stretti dallo passioni che divampano senza trovar modo di soddisfarle, allora la desolazione piomba grigia sul cuore e gli occhi sbendati guardano storditi la rovina dell'edificio. Vorrei vederti, Arturo, quando scampana nell'anima la lugubre agonia dell'ideale! Lo so. Tu sei artista, hai delle idee che ti turbano i sonni, dei fremiti che ti rimescolano, del sangue che battaglia col tuo sangue e vorresti finirla colle quattrocento lire che ti consumano in una scuola ove insegnando incretinisci. Vorresti dare un calcio al comune, al bi a ba e al bi u bu e a tutta la scolaresca sbracata che urla o piange e ti costringe a smoccolarle il naso e a rinsaccarle il lembo sporco e giallo della camicia. Ma poi! Volgiti indietro. Una schiera lunga, interminabile di spostati che fanno ressa sull'uscio della tua scuola? Un esercito alla conquista di quel pane che tu buttasti allegramente dalla finestra prima di averne ghermito un tozzo più abbondante. E non crederli, veh! tutti tamburini della guardia nazionale. No, mio caro. Fra loro trovi dei giovani che come me o come te hanno amoreggiato colla gloria, che come me e come te hanno intravveduto la California e l'Eldorado. Vedili un anno, due anni dopo. Scarmigliati, laceri, smagriti, affranti. Colla fronte corrugata, cogli occhi incassati, colle guancie rientrate. Poveri giovani, poveri illusi. Vuoi tu aggiungere un'unità alle migliaia di migliaia? Vuoi tu provare la irritazione del digiuno, la miseria di un pranzo che non viene mai? Guardati dalle fole. A pancia vuota non si dipinge, non si scolpisce, non si scrive. T'impigrisci nello svogliataggine, t'indebolisci nei desideri e diventi l'inerzia che cammina. Il calore che ti entusiasmava — che ti rendeva orgoglioso — che ti faccettava il banchetto si perde nei piedi spedatì e a poco a poco esso non sa più neppure riscaldarti. Non parlo per invidia, tradisco i proponimenti filati nelle dispute che facevamo sotto al pergolatosazî di letture. Voltati dalla mia parte. Non ti sembro un documento? Sono due mesi che gironzolo intorno a un uomo il quale è forse l'unico ad aver fede nel mio avvenire. Egli vede in me un futuro.... un cane grosso. Ed io ripeto queste fandonie alla mamma perchè, poveretta, ne ha bisogno. È vecchia ed io sono il suo albero. Guai se le mancassi. Dovrebbe provare anch'essa le torture.... Ma il cielo non sarà così crudele — non vorrà costringere una madre dai capelli bianchi a stendere la mano.... Dio, Dio, quali pensieri negreggiano la mia mente.... Via Arturo, calmati e aspetta che la mia esperienza giovi almeno alla tua causa.

 

 

CARISSIMO ARTURO,

 

Da quando ti scrissi, la mia posizione se non è peggiorata non è neppure migliorata. Dal signor Gerolamo non vado che una volta ogni quindici giorni. Cosa vuoi, fino a che i miei abiti mantenevano il colore, e non sentivano dell'affezione accanita, non provavo titubanze. Ma ora che me li vedo sbiaditi, lucidi alle articolazioni, coi pilucchi ribelli ai malleoli: ora che le scarpe piegano sull'asfalto e il cappello suda la scandellatura, subisco delle revulsioni e non arrivo sul suo uscio se non dopo una viva lotta. Non mi vinco che quando vedo la mia povera mamma. È per lei — per lei che vive in buona fede — per lei che vede nel prossimo tanti santi — che violento me stesso e subisco umiliato la risposta che mi vien data dal suo servitore: «Il padrone ha lasciato detto che c'è niente di nuovo.» Quante volte mi sale il sangue alle guancie e quante volte sono per scoppiare in una bestemmia: buffoni! La pazienza veramente non è una delle mie doti. Ma a chi non scapperebbe? Tu sai in quali condizioni io sono venuto a Milano e perchè ci sono venuto. Se avessi avuto un pezzo di pane da rodere, avrei lasciato il nostro paesuccio il quale per quanto arido, per quanto angusto, racchiude memorie care, ricordi indelebiliesseri che amerò per tutta la vita? Ma io sono forse ingiusto. Per qual motivo il signor Gerolamo, che mi ha mostrato tanto interessamento, dovrebbe volere il mio male? Lui riverito, lui scodinzolinato, lui fatto segno alle compiacenze di quanti lo conoscono? O piuttosto non sarà anch'egli addolorato per non essere riuscito a incastrarmi in una pubblica azienda? Amo credere e credo che sia così. Non dir nulla a mia madre del contenuto di questa lettera. A lei scrivo roba dell'altro mondo: che sto bene — che il mio impiego è sicurissimo — e che sono occupatissimo per prepararmi agli esami. Figurati quante frottole. Ma giova spesso anche la menzogna. L'ho pure pregata di ridurmi la pensione da cinquanta a trenta lire. Una somma da stare allegro, quando tu sappia che spendo dieci lire solo per il letto. Un letto che vive in compagnia di molti altri popolati di pidocchi. Te lo confesso. È la cosa, che mi dia più fastidio. Non avere mai un minuto a . Essere costretto ad udire le chiacchiere più scipite, le narrazioni più banali.... Ascoltare quando pisciano, quando peteggiano e ne fanno sai! — quando russano. Vederti spalancate le finestre quando le vuoi chiuse, il chiaro quando ami il buio o viceversa è il massimo dei supplizî. Per leggere, esco da una delle dodici porte — m'insinuo pei sentieri e lungi dai rumori cittadini e dalle genti, mi rifaccio e mi inebrio di solitudine. Addio.

 

 

CARISSIMO ARTURO,

 

Non era più possibile. Anche le volontà di ferro si frangono dinanzi all'impotenza fisica e materiale. Io era stremato di tutto. Continuavo a prostrarmi nelle disillusioni e negli eterni va e vieni ingoiando amarezze e amarezze. Che fare? Mi presentai agli uffici di collocamentovere fogne sociali ove la miseria ha ancora il pudore di lasciarsi truffare. Ma d'altronde, quando ci si trova soli in questa incommensurata caldaia e non si ha il coraggio di battere a tutti gli usci, di passare di casa in casa, bisogna di necessità ricorrere a quella canaglia che non ci registra tra i concorrenti se prima non abbiamo pagato la tassa d'iscrizione. I più sprecano i denari. Ma io mi sono fatto iscrivere dappertutto e dappertutto m'ebbi promesse da ringiovanirmi. Tuttavia, sapendo con quali sanguisughe avevo a che fare, ho aggiunto carne alla carne esibendo loro la prima mesata di stipendio. Baie, mio caro. Sono passati due mesi. E non accusarmi di poltroneggiare. Tutte le mattine, alle nove incominciavo il giro. Entravo, sedevo sulle panche dove altri emaciati dalla fame pisolavano sulla nuova cucina che non veniva mai, me ne stavo per un quarto d'ora, per una mezz'ora, aspettando il momento opportuno per farmi alla scrivania a domandare con voce lagrimosa: e così? «Lasciatevi vedere domaniDomani, domani, sempre domani. E all'indomani mi trovavo corbellato come gli avventori che leggono sulle pareti dei trattori «domani si fa credenza.» La bugia che feconda la bugia inchiodandoti sulla bugia. Qualche sensale, andava più in . Si faceva serio, sfogliava il mastro delle «Ricerche» alzava le spalle o agitava la mano farfugliando a mezza voce: «Ecco qua. Non sono posti per lei. Ho bisogno di sei guatteri, di due facchini di studio, di otto serve e quattro domestici. Ma non sono posti per lei.» Ma credi tu che gli mancassero guatteri, servitori e facchini? Il birbaccione me lo diceva sommesso appunto perchè l'anticamera era tutta piena della gente che cercava. Ai servitori, ai guatteri e alle serve, esibiva il posto di ragioniere in case ricchissime o quello di corrispondente inglese in una grossa casa commerciale. Finalmente, a furia di dar retta al precetto evangelico, una bella mattina, uno di questi matricolati, mi chiama in disparte e con certa solennità mi annuncia che mi ha trovato il posto. Mi si imporporarono le guancie. — Ci sarà da fare qualche sagrificio, sapete. — Quale? E con un giro lungo, tortuoso di parola condizionate, venne a concludere che siccome il posto gli veniva di «seconda mano» bisognava pagassi trenta lire anche a «quell'altro.» Chi quell'altro? La mia mano corse spaventata al portamonete quasi temesse un'agressione. Soffocando lo sdegno che mi provocava quell'uomo in panciotto arabescato, su cui batteva petulante una grossa catena d'oro a ciondolo brillantato, dissi che avrei compiuto il sagrificio qualora il posto fosse stato di mia soddisfazione. — Altro. Per la fine del mese occuperete la «piazza» di scritturale d'avvocato. Un posto che in questi tempi di carestia, vale un tesoro. Massime per voi che non avete «benserviti» conoscenze che possano garantire di voi. Non faccio per offendervi. Ma è così con tutti. Bisogna pagare l'alunnato. In seguito cercherò di accomodarvi meglio. Dopo tutto, andate con un uomo che vi andrà  a «genio.» Una cara persona che difende i poveri gratis, un repubblicano che morirebbe piuttosto che disertare la bandiera. È uno dei «nostri» e basta. — Il posto di copista non mi andava troppo ai versi, ma aveva tempo di scegliere? Possedevo un capitale di trentasei lire e centesimi ottanta. Sborsai il sagrificio e rimasi con sei e ottanta. Nota che ne avevamo sedici e che il mese era uno di quegli sgraziati che si dilungano fino al trentuno. Quanti studi, quante addizioni, quante sottrazioni su quella somma ridicola. Ridicola? Lo sapremo più tardi. Per ora non occorre che ti faccia la enumerazione dei piatti quotidiani. La cifra è tutta una storia. Nell'intervallo venni presentato al mio futuro «principale.» Un'aria da ispirato. Biondo di capelli e di barba, fronte alta, occhio celeste, bocca che filetta un sorriso quando va incontro a qualcuno. Mi squadrò dai piedi alla testa, mi domandò nome e cognome, se avevo padre e madre, se ero celibe o ammogliato — a 15 anni! — e dopo una pausa di riflessione mi presentò una carta e una penna. «Un po' affagottata. Le s più slanciate, questo p un po' più sentito alla coda, l'e un po' più occhialuto. Ma vi farete coll'esercizio. Dello stipendio non si fiatò. Restammo d'accordo che ci saremmo provati un mese a vicenda. La cosa era naturalissima. Ma che diresti se dopo trenta giorni di sgobbamento in cose che ti dirò in altra mia, e se dopo aver sciupato le fantasticherie copiando della brutta prosa avvocatesca e delle elucubrazioni letterarie da far venire il tifo, quell'onesto repubblicano, ti mettesse sul palmo venticinque lire? Venticinque lire coll'obbligo di essere onesto e di pagare i fogli di carta bollata che per accidente la tua penna sgorbiasse? Le cellule facciali mi si strinsero nella rabbia convulsa e poco mancò che non m'avventassi su quel miserabile che mi aveva veduto rosicchiare i crostini di pane che egli dimenticava sulle carte colazionando. Ma che ne sarebbe avvenuto? Misi in tasca la mesata ed uscii per non rientrarvi più. Avevo dunque ragione, caro Arturo, di spruzzarti d'acqua gelata, quando ti strapregavo, ti supplicavo di non muoverti? Non dir nulla a mia madre di tutto ciò. Essa mi creda sempre «impiegato» come crede che mi guadagni passabilmente il vitto. Poveretta!

 

 

CARO ARTURO,

 

Ascolta il mio apprentissage di copista. Appena sull'ultimo scalino del secondo piano, tiro un cordone a gnocchi che traduceva l'opulenza e aspetto quasi un quarto d'ora.

— Tu?

Sissignore.

Lui, il mo principale, un'arringa salata, affumicata, due randelli malsagomati nelle mutande slacciate, un magruzzo di stomaco nella camicia da notte, gli occhi ingarbugliati dalla cispa, riunisce le labbra a culo di gallina e a piedi nudi, prende la rincorsa per un'altra stanza. Attendo gli ordini in una specie di anticamera a gomito, scurotta, che riceveva la luce cobalto da una finestruola a mezza ruotaingombrata da un tavolo e una scranna. Un'ora dopo, odo la voce dell'avvocato — una voce chioccia — che gargarizzava — che bastava essa sola a perdere una qualunque causa.

Giovanotto! giovanotto! Lo vedo rovesciato sul ventre, attorcigliato come cadavere nelle coperte, le braccia imbracciate sul guanciale e la faccia nelle braccia.

— Come ti chiami?

Giorgio.

Giorgio! Intanto che hai niente da fare, puliscimi le scarpe. Le baldanze giovanili mi si risollevarono nel seno come un fascio d'aspidi da un cumulo di foglie. Lustrare le scarpe!

Guarda che sono nel salotto vicino al canapè. Stetti in forse tra l'ubbidire e l'andarmene.

— Il lucido e le spazzole li troverai nell'angolo dell'anticamera. La fronte mi gocciolava di vergogna.

Bada di non insudiciarmi gli elastici, sai?

Parlava come se il mio assentimento fosse stato inutile. Rientrato che fui colle scarpe, sdrucciolò dallo coltri e , in un catino d'acqua abbondante, si risciaquò i membri proibiti, gesticolando e risucchiando nel brividìo come quando si va sotto alla doccia.

Dammi una spazzolata ai calzoni. Brrr, che freddo!

— Ero copista o servitore? Coi calzoni vennero necessariamente il gilet e lo stifelius. Ti confesso che ogni spazzolata era un fiotto di rabbia che masticavo.

Giorgio, versami un po' d'acqua. Quando fu attillato, profumato, cincischiato, passammo nello studio.

Va dabbasso dalla portinaia a vedere se ci sono lettere.

Le porto disopra e ricevo un cencio per spolverare la poltrona a schienale rotondo, la scrivania dai piedi di leone e una scrivania a intarsi vecchia. Scendo di nuovo dal caffettiere di contro a ordinargli la colazione e mentre lui taglia la bistecca e sbocconcella la micchettina al burro, mi fa leggere l'articolo di fondo della Perseveranza. Tre colonne e alcune righe a digiuno!

Incubo.

Incùbo.

— Ma se ti dico che si pronuncia incùbo!

Scusi, signor avvocato, vuole che apra il vocabolario?

— Non ha bisogno di quegli arnesi, io. Incùbo.

Fortunatamente si scampanellava Vado, spalanco l'uscio e annuncio il signore. Un usuraio che pretendeva provocasse un mandato d'arresto contro un debitore.

— Un ladro! un furfante!

— Che ora è?

— Le undici.

— Intanto che corro alla Corte d'Appello mi copierai le pagine segnate in rosso.

Erano i Ricordi di Massimo d'Azeglio. Che sia egli un mattoide il mio principale? Ne trascrissi quarantadue. Quando gliele presentai gli feci vedere un ne di troppo nel libro.

Asino, copia pure gli errori di questo gigante che ti metterai qualcosa nella zucca. Hum, che calligrafia! Hai bazzicato nelle sagrestie. Lo indovino da queste zampate di mesca. Porci i preti, non sanno nulla. Neppure il loro latino, sta sicuro. — «Ma per chi mi piglia quest'animale

— Un ne! È un pleonasmo. Tu non capisci queste finezze grammaticali. I fogli vennero incastrati nella cartella etichettata: I grandi del Risorgimento. Un centone di tutto ciò che il suo fiuto letterario trovava splendido. Aveva il debole per le tirate, per le sentenze, per i precetti. Quando leggeva, sparpagliava dei fogliolini sui quali noterellava la dizione, la frase, i modi di dire, i francesismi, i lombardismi, i fiorentinismi —talvolta confondendo questi per quelli. Come gli andavano a sangue i riboboli e come inveiva contro i combinatori, quando incespicava in una lettera capovolta o in una virgola che secondo lui non era a posto!

Imbecilli! Ecco cosa sanno fare i nostri operai. Si suona ancora, Giorgio. Qualche seccatura. Mandala al diavolo.

— È un prete. Don Giuseppe.

— Che entri, che entri.

Si stringono affettuosamente la mano o seggono dopo avermi chiuso fuori. Prima d'andarsene a pranzo, il mia padrone repubblicano, mi consegnò la seconda chiave dell'uscio per entrare alla mattina senza svegliarlo.

— Fammi il letto, vôtami l'orinale, riempimi il vaso della tavoletta, una mano alla polvere e poi vattene. Ciao. Avevo mangiato due micchette nostrane ed ero debolissimo. Non mi sentivo neanche la forza di ribellarmi. Feci scorrere il tirante di ferro dell'uscio e , solo colla mia ambascia, col mio patéma, mi gettai boccone sul letto. Quante fanciullaggini! Piansi, singhiozzai, lambî, annegai nel caldo delle lagrime. Un pianto che disgorgava abbondante, che discendeva bisciato sulle guancie come olio sulla carne che bruciava. Era il dolore ammucchiato che rompeva la diga, la tenerezza sventurata che saliva dalle viscere, la mestizia coagulata che si rifrangeva ed usciva a consolare. Mamma, mamma, povera mamma. — Ecco le speranze incanocchiate nelle fredde sere davanti al favillìo dei ceppi che crepitavano: ecco i risultati dei tuoi sagrifici! Ed io, io ho potuto permettere che tu rinunciassi al pane della vecchiaia per mandarmi a scuola! A scuola, quando il destino mi dava in mano un pitale! Arturo, era il mio mondo che nabissava con me, l'avvenire che andava giù rotolato lentamente dalla villania d'un piede. Mi risollevai spossato ma calmo. Avevo però sete. Un'arsura in gola, un secco sulla lingua, un fuoco nello stomaco. Trangugiai d'un fiato un bicchier d'acqua che mi trasmise il freddo per la schiena. Mi pareva d'essermi sgravato d'un gran peso. Le ubbìe se ne erano andate travolte colle lagrime. Presi coperte e lenzuola, picchiai cuscino contro cuscino, rovesciai su stesso il materazzo, lo riaddattai, lo ricopersi e il letto era fatto. Che c'era di male in fin dei conti? Pensavo cha uomini illustri si erano acconciati a fare lo spaccalegna, a girare la ruota come il cavallo cieco, a spazzare le vie, a strebbiare il rame... Pure, quando m'ebbi il secchiello in mano, ricaddi sulla sedia e nel pianto. Una passione intensa che riboccava mio malgrado. Dovevo sfidare gli occhi della portinaia, le risa di qualche fanciulla, le beffe di qualche domestico. Via, era troppo! Disfatto, molle, pieno di malessere, scesi a balzelloni, pompai a precipizio e risalii sempre come uno smemorato che non vedeva che un grande macchione nero. Meno male che la latrina era in casa. Riassettai, spolverai, risciaquai con una certa cura e con una certa fretta. Lo crederesti? M'assalirono dei timori. Sarà egli contento, non lo sarà? Misi la candela e gli zolfanelli e felice notte. Fu questa la mia prima giornata di lavoro — una giornata che porto col pesante fardello delle brusche giornate. Domani ti dirò il resto. Addio.

 

 

CARO ARTURO,

 

Una mattina,appena i miei passi sfrusciano nello studio, la voce sorda, la voce che pare esca sempre dal fondo di una cantina, mi si insinua per le orecchie: Giorgio! Giorgio! Batto colle nocche all'uscio.

Va a prendere due caffè e portaceli. Portaceli? O che adesso il mio signor padrone parla anche in plurale? Strada facendo mi commossi. Pensai che l'avvocato, per un sentimento generoso, volesse favorirmene una tazza. Brineggiava a tagliarmi la faccia. E le mie budella gelate provavano anticipatamente la gioia dal riscaldo.

— È permesso?

— Avanti, grullo. Apro o richiudo più che in fretta.

— Vieni avanti, sornione, Chiudevo gli occhi e mi saliva l'acceso alle guancie.

Diavolo, hai paura delle donne? Tutti così i seminaristi.

Ma chi gli ha mai conficcato nella testa ch'io sia un seminarista? La signora, sentone, colla camicia che le discorreva dal seno, i capelli sciolti per le spalle nude, mi incoraggiò con un sorriso intraducibile.

Era la prima volta che vedevo una donna in quella acconciatura. Allungò due braccia pozzettate, rosee, che avevano della colonnetta, prese la tazza o con delle frignature la sorseggiò.

Grazie

M'inchinai. L'avvocato, sbattuto, gli occhi discigliati che piangevano dall'orlo rosso, la guardava di sottecchi.

— Fa freddo?

Si soffia sulle dita. I vetri della stanza erano appannati e l'acqua cha avevo versato nel catino fumava.

Accendici il fuocova bene Giulietta?

Entrambi ringuainarono naso contro naso. L'uno beveva il fiato dell'altra. Io accostavo legna e dava il fuoco. In pochi minuti la fiamma divampava e rifletteva il giallo sul dorsale del letto che si rifrangeva dorato sulla coppia.

— Ci sono lettere?

Sissignore.

Leggile.

 

ONOREVOLE SIGNORE,

 

Scusi tanto. Io sono quel povero diavolo di Giovanni Sandretti da lei così valentemente difeso davanti ai signori della Corte d'Assise. Ho finito i due anni e da otto giorni mi trovo nella triste condizione d'invidiare il posto che ho lasciato.... Sono spossato dai digiuni e non so a qual uscio picchiare. La questura mi ho dato quindici giorni per trovarmi un posto. La mi pare un'ironia...

— Altro! Continua.

.... Dal momento che nessuno vuol saperne di un galeotto, vuol ella, onorevole signore, venirmi in aiuto....

Stupido, non sono suo padre.

....Iddio glielo rimeriterà in tanto bene. Alle due....

Brucia la lettera e chiudi a doppio catenaccio alle due; è anche troppo che io abbia difeso un ladro. C'è davvero un bel gusto a strapparli al bagno!

 

 

ILLUSTRISSIMO SIGNOR AVVOCATO,

 

«Vedova con quattro figli, non ho di che dar loro da mangiare....

— Non so che cosa farci.

«Il mio è uno strazio senza nome. Ho ricorso alla Congregazione di Carità. Ma non mi si è voluto dar nulla perchè mio marito era un repubblicano.

«Ella è tanto buono....

Brucia, brucia che ne ho abbastanza. Quando si ha bisogno non si fa il politicante.

 

 

EGREGIO CITTADINO ED AMICO,

 

— Chi è questo mascalzone?

«Mia figlia, Luigia Cáppula, è stata battuta l'altra notte da suo marito ubriaco. Queste scene si ripetono da un pezzo, ed io, suo padre non posso più tollerare che si maltratti il mio sangue in quella guisa Gli è perciò....»

Dimmi il nome.

Angelo Strocchi.

— Non ci sono mai per Angelo Strocchi. Ricordatelo. Fanne una fiammata.

 

 

ILLUSTRISSIMO SIGNORE,

 

«Ella è stata nominata d'ufficio a difendere quattordici detenuti....

— Ma che cosa ho fatto di male al buon Dio per infliggermi anche questa penitenza? Ma perchè questa penitenza non la danno mai ai Mosca e compagnia? O che noi repubblicana siamo proprio gli avvocati di tutti gli spiantati?

«I loro nomi....

Basta, basta. La metterai sul mio scrittoio. Fortuna che la difesa è stereotipata. Se no si starebbe freschi.

 

 

CARO AVVOCATO,

 

«Inchiudo le trecento lire per il seguito della procedura....»

— Come si chiama questo galantuomo?

Filippo Lomazzi.

Peccato che sia destro.

C'è altro?

— Un bigliettino con su personale.

Di', miccino, mi comperi il manicotto?

Pittigry? Ringrazia il mio cliente.

Si scambiarono due baci lunghi, lunghi.

— È di un signore che ha urgente bisogno di parlarle....

Mandalo a quel paese. Digli che sono assente.

— Gli ho già detto che era qui a letto.

Bestia. Il suo nome?

Commendatore Rassali.

— Il commendatore Rassali? Va a dirgli che vengo subito subito. Fallo sedere nella sedia a bracciuoli e pregalo di tenersi il cappello in testa. Ti aspetto.

Gli i calzoni e le scarpe, lo spazzolo mentre si pettina, ed esce dicendo:

Giulietta, serviti di lui se ti occorre qualcosa. Dopo faremo colazione. Addio Mimì.

Miccino.... ciao.

Mi sentivo a disagio. Me la vedeva colla gola in aria che ansava e le braccia che lasciavano nude le ascelle.

— Ti chiami Giorgio?

Sissignora.

Bel nome.

Piccino, fammi sotto la coltre. Dovevano piacerle i diminutivi. Miccino, piccino, carino.

— Fa proprio freddo stamattina?

Freddissimo. S'inghiottì fino agli occhi, due brillanti che lampeggiavano sulle coperte.

— Ti piacerebbe essere in letto? Non ebbi il coraggio di rispondere. Allora si rovesciò piatta sulla schiena e come soffocata si scoperse di nuovo fino al ventre. La temperatura le marmorizzava la carne.

Piccino, dammi lo specchio.

Si guardava nel cavo delle mammelle, ne premeva i capezzoli con delle aspirazioni di fiato e con ambo la mani le riuniva pelle contro pelle quasi a gustarne la satollità.

Guarda, guarda cosa mi è venuto su, un furuncoletto.

— Sei buono di spremerlo senza farmi male?

Ero impigliato come un pulcino. Giravo le mani a destra e a sinistra senza entrarvi.

Uh, come sono gelate! Mi provocava? Ti confesso che ho pensato alla storia di Giuseppe alle prese colla moglie di Putifarre. Ero deciso a non lasciarmi sedurre. Mi pigliò per un altro verso. Hai ancora la mamma.

— Se l'ho! Mi tramulò la voce.

— Le vuoi tanto bene?

— Più che a me stesso.

Vagolò cogli occhi sul soffitto come per ribere una gocciolina che voleva imperlarle il ciglio e si stiracchiò la persona a mani giunte. Che la passava per la mente? La mamma? «Dammi una cigaretta.» Gliela porsi con un cerino acceso. Mi sorrise o parmi mi sorridesse. Ma in un altro modo. Di mezzo a quei suoi dentini ghiotti, serrati, aguzzi, che mettevano la voglia di sentirsi a morsicare, ci si leggeva un non so che di rincrescimento, un po' di mestizia. Si buttò indietro un mazzo di capelli neri come la notte e discese fumando. La camicia le scappava da tutte le parti e la sottoveste lunga, inamidata ondeggiava gentilmente. Quando fu seduta davanti al fuoco, mise i piedini imbabucciati sugli alari, in guisa da costringere il calore a passare per il viottolo delle sue coscie. Abbrustolita, si alzò, girò sui fianchi adagio adagio, come un'anitra sul girarosto, a soffermò colle mani sulle reni a sentirne il bruciore, poi risedette. La cigaretta fumava l'ultimo sospiro. Doveva essere superstiziosa. Una buffata di fuoco le mise dell'allegria.

— Buon segno.

Avviluppata da quei bagliori, era divinamente superba.

Dammi le calze. Non hai mai calzato alcuna donna?

Nossignora.

— Ebbene, provati. Arrossii di nuovo fino alla punta dal naso.

— Quanti anni hai?

Quindici.

— Sei molto indietro.

Il molle della carne sotto ai polpastrelli, mi procurava delle sensazioni che in allora non sapevo spiegarmi. Io ammattivo e lei mi lasciava fare.

— Su, accarezzamele fino al ginocchio.

Finito di allacciargliele, mi tirò brutalmente sulle ginocchia e mi schiacciò sulle labbra un bacio eterno. Ero infiammato come un tacchino.

Signora!

— Ti ho fatto male?

E come se le avessi detto di continuare, mi prese tra le gambe, mi tirò sul ventre e mi applicò la bocca sulla mia, suggendomi con delle aspirazioni da sanguisuga. Mi sottrassi con un urto. Il tacco dell'avvocato rumoreggiava.

— Ti sei annoiata Giulietta? Non ho mai potuto mandarlo in pace. Con quella gente, ci vuole un po' di piega. Sono loro che fanno la pioggia e il bel tempo. La prese per le spalle e la baciò.

— Hai fame? Facciamo colazione?

Bravo Giorgio, va giù a ordinarci la colazione per due. Vino di Borgogna e panini al burro.

Parola d'onore, io mi son messo nella testa che quella signora dimenticò un po' della sua bistecca per farmela assaggiare. Le sono anche adesso riconoscente.




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