|
Che mestizia rabbiosa quando
piove! Un velo bigio che ondeggia alla superficie dei tetti, un umidaccio che
invade lo vie, le botteghe, le case, gli abiti, le ossa. Una cappa plumbea
sulla testa e nella testa, una carrata di nebbia, una indefinibile tristezza
dappertutto. E la piovana mi flagella da tre giorni come un castigo di Dio!
Sono una spugna dai capelli ai piedi. Macero, cotto, in dissoluzione. Le scarpe
squinternate, scalchignano e fanno acqua. Il più crudele dei malanni che possa
capitare ad un povero diavolo. Dacchè vivo di miseria, ho sempre sentito dire
che val meglio essere a stomaco vuoto che a scarpe rotte. Sentenza che fa
strada tra gli affamati. Come mi farebbe bene una fiammata di saggini! Mi
ricordo di una giornata in cui fummo colti dal temporale. Eravamo io, Arturo, e
il figlio dello speziale. Con una bracciata di fusti di meliga, accendemmo un
falò che andava su in alto a sfidare le colonne che vi si rovesciavano sopra.
Torno, grondanti, illuminati da un fuoco attizzato, che dirigeva le sue lingue
al cielo incollerito, spiegavamo le dita a ventaglio e fumavamo come biancheria
in crociera. Tempi!
L'unico, il solo asilo che mi
accogliesse senza reticenze si è chiuso ieri. Santo Iddio! Ma perchè non fanno
le riparazioni d'estate, quando gli uccelli scorribandano per l'aria in mezzo
alla luce d'oro che disperde il sole e la vita è dovunque a sorsate per tutti?
Se sapeste o signori impiegati, quanto male fate ai poveri, colle vostre
riparazioni fuori di tempo. La Biblioteca per un poveraccio senza casa, è
quello che si suol dire un nido, una capanna, un seno caldo. Vi sono distese
delle stuoie pulite, è accesa una stufa che manda calore fin che se ne vuole,
ci sono dei tavoli, dei calamai, dei lembi di carta, delle penne d'oca e dei
libri da saziarsi. Si va là, si passa il tempo leggicchiando o fingendo, e se
per caso avete dovuto riandare per forza dolorose storie sotto le stelle,
potete adagiare le vostre guancie sulla guancia del libro e dormigliare le ore
perdute. La consegna — si intende — è di non russare.
Alle cinque il campanello dà
fuori come un pazzo per avvertirci che è l'ora del pranzo. Qualche volta mi
prende voglia di strozzare il portiere. Ma lui là, sul margine, rubicondo,
tondo, v'incalza: andiamo signori! Venite via coi topi di libreria, coi
casellari ambulanti, colle biblioteche portatili, cogli affamati che andranno
in cerca di un altro ricovero. Gli ultimi sono anche i primi. Alle nove meno un
quarto della mattina, battono coi piedi la generale. Passeggiano impazienti sul
pianerottolo o giù in galleria e si dilungano in catene sulle scalinate, come
gente sospesa, che non ha tempo da perdere. Strofinano le mani, bubbollano di
freddo, si soffiano il naso e si scaldano le mani in saccoccia. Che cosa
studiano, cosa vanno a fare in Biblioteca quelle barbe bianche, quei capelli
brizzolati, quei vecchioni scarni, dagli occhi orlati come se avessero vegliato
l'intera notte sulle dotte carte? A vederli, si direbbe che sono loro che
buttano la scintilla pel mondo. Scartabellano volumi sopra volumi,
scribacchiano centinaia di pezzettini di carta che numerizzano con lena e
portano sotto al panciotto come autografi preziosi. Rovistano, consultano,
postillano, fanno lo orecchie ai tomi, mandano gli amanuensi fin su negli
ultimi angoli a cercare l'edizione tale dell'epoca tale del tale editore! E
quel povero martire di cataloghista come lo fanno disperare. Ma che cosa
ammassano, cosa cercano quegli affacendati occhialuti, quelle sdruscite
carcasse che hanno un piede e mezzo nella fossa? Chi lo sa. Forse sono
pazzerelli ai quali i libri non hanno saputo che far rasentare la pazzia.
Questa mane davanti all'editto che li bandiva per otto giorni, provarono
l'ambascia di chi si sente perduto. Non esser più fra i loro tomi! Mentre per
noi senzacasa, c'era addirittura appiccicata la galera. Condannati per otto
giorni al passeggio forzato — piova o tempesti, nevichi o geli.
CARA SORELLA,
Fa pure che Dio ti benedica. Ma
non dir nulla alla mamma. Tu sai che essa non ha bisogno d'altre emozioni. Se
io avessi il necessario per risparmiare a voialtre quest'altro dispiacere, o se
avessi speranza di averlo, pregherei direttamente il signor Romazzi di
pazientare. Ma sono fuori di questione. Non sono stato che un illuso. Ho
creduto che venire a Milano colla volontà di guadagnarsi il morsello della
vita, fosse un requisito sufficiente. Ho cercato, ho pregato, ho tempestato, ho
annoiato la gente. O non si ha bisogno o mi si manda in santa pace perchè non
ho documenti che mostrino ciò che ho imparato o fatto. I documenti di scuola?
Poveretta! Mi ridono sul muso e torcono via la testa come se presentassi loro
qualcosa di puzzolente. Venire a casa? A che fare, buona Ortensia? Non vi tocca
vendere quella lingua di terra che ci dava un po' di verzura senza ritenere
quotidianamente alla saccoccia, per pagare quella ventosa che ci ha succhiato
tutto senz'essere sazia? Sapessi zappare, fare il villano, eh, manco male.
Quello lì è mestiere che dà un tozzo di pan di meliga anche al nostro paese. Ma
invece mi si è insegnato tutte cose che allontanano dai lavori paesaneschi. Non
ho più l'età per addattarmi e per farmi accettare come apprendista. Se avessi
speso il tempo in un'officina, credi tu che adesso non avrei almeno due o tre
franchi al giorno? Ma i nostri genitori avevano delle ambizioni. E il papà poi!
Volevano che il loro figlio c'entrasse per qualche cosa nel mondo ufficiale.
Senza pensare che congiuravano contro l'avvenire del loro figlio. Impiegato!
Orpello e null'altro. Li vedo bene questi tapini. Tirano via dietro le
muraglie, con degli abiti patiti come le loro faccie e non si fanno vivi
altrove. La loro vita dev'essere ufficio e casa, casa e ufficio. E in casa! Mi
piacerebbe vedere i loro appartamentini. Catapecchie e miseria. Querele tra
moglie e marito e vagiti o pianti dei parassiti che crescono. Belle seduzioni.
No, no, che il cielo mi scampi dalle agiatezze ufficiali. Occhieggia invece gli
operai. Non hanno esigenze e si trovano bene dappertutto. Sdigiunano
nostranamente al sole, seduti in terra, colle maniche rimboccate e il petto
aperto, ma di gusto. Mettono appetito. All'officina, s'irrobustiscono tanto che
digerirebbero il granito. Affezioni di petto, nevrosi, emicranie, fiacchite non
sono da loro conosciute. Ritornano in seno alle loro famiglie stracchi morti,
mangiano un boccale di minestra in quattro cucchiaiate e a letto. Non hanno
pensieri per la testa, non hanno gli stimoli della gente raffinata, non
ambiscono nulla. Alla festa un po' di baldoria. Del manzo inchiodaiolato di
spicchi d'aglio, qualche pinta di vino e che la vada! Non ti parlo delle
allegrie che godono in compagnia delle loro donne, nelle osterie suburbane.
Sono ritrovi speciali ove ciascheduno si trova al proprio posto e gusta il
riposo del settimo giorno.
Che tempo ladro! Nevica, nevica, nevica. Ne vedo i batuffoli
calare a piombo, sospendersi, precipitarsi, ingarbugliarsi, azzuffarsi per
ritornare perpendicolarmente lunghi dal cielo alla terra. La sento gravitare
sulle ardesie della mia soffitta piena di una malavoglia nebbiosa. Me la sento
sulla testa, sulle spalle, nei piedi. Come godeva quand'ero piccino. M'avvoltolavo
nel candido lenzuolo, m'infarinavo, battagliavo secolei e me ne faceva delle
pallottole cha scaraventavo sui paesani che scorgeva qua e là dispersi nel
polverìo bianco. E che gusto ad ammucchiarla, a scuoterla dagli alberi, a
rotolarla, a farne dei paracarri, con dei buchi sgarbati che volevano essere
occhi o dei solchi traversali che dovevano rappresentare la bocca. Le mani
diventavano di fuoco, la faccia di brace, i piedi un forno. E mi entusiasmava
correndo sotto ad abboccarne i fiocchi che mi accecavano. A sei anni di
distanza, ahimè! tutta quella ovatta che faceva la delizia della mia
fanciullezza, mi è diventata una implacabile nemica. Mi riempie di tetraggine,
mi soffia pei vani della vita una malinconia gelata. Vedendola turbinare, ne
provo anticipatamente gli orrori dell'aria che mi taglierà la pelle e mi
ghiaccerà il fiato sulle labbra. Prevedo i candelotti che dalle tettoie
segneranno i gradi sotto lo zero. E già maledico al remollo, al guazzo
giallastro delle vie, ai goccioloni lipemaniaci delle grondaie che mi
percoteranno le orecchie, che mi sdruccioleranno per la schiena, che mi
passeranno nella carne. Presentisco la noia di un sole scialbo, freddo, che
andrà a liquefarmela in saccoccia, nelle scarpe, sul naso, nella camicia. La
neve d'allora mi ringalluzziva, mi procurava allegre fiammate accanto al babbo
che pipava o nel grembiule della mamma che mi ninnolava o mi raccontava le
bizzarrie di qualche fata. Quella d'oggi, invece, mi prepara un lungo castigo a
fianco a una miseria ancora più lunga.
*
* *
Sono disceso a comperarmi mezza
libbra di pane di mistura cotto da due giorni e me lo basoffio in fretta senza
perderne bricciola. Se avessi due dita di brodo, che zuppa eccellente. Dio santo!
Mi rifocillerebbe, mi scalderebbe tutto. E chi sa, chi sa quante famiglie
avranno del brodo inutile nelle scodelle che domani le serve vôteranno nel
lavandino. Quante zuppe perdute pei poveri diavoli. Ma a loro forse non passa
neppure per la mente che vi siano dei poveretti così poveri. A casa, guai! Non
poteva ingollare un boccone di pane duro. Mi faceva scappare l'appetito, mi
restava sulla lingua, mi andava tra i denti, lo sputavo fuori. Mio padre si
stizziva. Povero vecchio! Lui era stato militare a sapeva bilanciare il
companatico col valore del pane. Una volta un pugno di pane muffo, lo aveva
dovuto pagare due fiorini. «Il pane, figli, più è stantio e più è sostanzioso.
Sono vecchi proverbi che capirai un giorno, Giorgio.». Fu tristamente profeta.
Nevica sempre, fa sempre freddo. I miei piedi sono due pezzi di marmo. Non li
sento più. Oh domani, domani finalmente mi si riapre il paradiso. Domani la
Biblioteca mi saluterà come un vecchio amico, e la stufa ricomincierà il suo
lavorio di respirazione. Mi butterà in faccia, di dietro, sul collo,
dappertutto le sue buffate ardenti. Che giornata domani. Voglio starci dalle
nove alle cinque.
Potevano essere le nove e il
pubblico affollava sotto il porticato della Corte d'Assise. Il delitto era
abbominevole. Una donna che aveva fatto del frutto delle sue viscere un pugno
di melma. Ma era egli possibile, possibile che una madre rifiutasse ciò che Dio
le aveva dato, ciò che tante povere madri implorano invano ginocchioni, le mani
giunte, le lagrime agli occhi? Senza averla mai veduta, io sentivo già di
odiare quella scellerata. Me la figuravo brutta come un mostro. Faccia
sbiadita, occhi gialli lì per sdrucciolare fuori dall'orbita, tozza, con un
porro sul naso, una bocca sguaiata che dava a chiunque l'orrore delle gengive
sparecchiate. Mano mano che la gente infittiva, il cicaleccio si faceva sempre
più distinto. Gli accusatori volontari, narravano a tetri colori la ferocia con
cui la disgraziata soffocava i primi vagiti del neonato. E allora sfogo alla
indignazione. — Ai lavori forzati per tutta la vita! — A morte! — Era una voce
sola. A tutti faceva raccapriccio; tutti la volevano condannata. I giurati
entravano alla spicciolata, gravi, rabbuiati, guardando alla sfuggita la
tabelletta ove era stampato il loro nome e si perdevano nell'anticamera dei
passi sciupati. L'ora incalzava e parecchi si avviavano con passo svogliato
nella sala comune. Ma i più rimanevano a fare dei confronti. I vecchi giuravano
sui loro capelli grigi, che in tanti anni non avevano udito nulla di più
atroce. I giovani imbracciavano le mani o assentivano colla testa. — Il
presidente! — L'attenzione divenne generale. Gli si fece largo e taluni lo
salutarono inchinandosi e togliendosi il cappello. Dovevano essere i soliti
abbonati alle rappresentazioni gratis! Che aspetto severo in quell'uomo. Era la
giustizia in persona. Rigido, coi calzoni neri, il gilet nero, il surtout nero,
la cravatta nera, i guanti neri, gli occhi neri. Aveva egli anche l'anima nera?
Brrr! Quando me lo vidi passare davanti impettito, accigliato, provai un non so
che di freddo al cuore. Perchè? Non aveva io forse, come tutti quei fannulloni,
scagliato la pietra su colei che aspettava il minuto per trovarsi faccia a
faccia col suo delitto evocato, faccia a faccia coi suoi giudici?
La gentaglia ansiosa, curiosa,
pettegola, era tutta stivata, immagazzinata nello spazio che aveva qualcosa del
sotterraneo.
Incombeva su tutti un'ombra
fredda che rammentava ai più baldanzosi la maestà del luogo. Inchiodato come
ero alla parete, non vedevo che il profilo di Cristo in croce e la piccionaia
popolata di signore e di signorine. Colle idee ortodosse che avevo bevute, non
esitai ad ammucchiarle per di quelle femmine.... Oh se ci fosse stato in un
angolo il mio curato, lui che non parlava delle donne se non per maledirle o
dir loro qualche ingiuria. — Senti, mi diceva, cosa lasciò scritto San Giovanni
Crisologo: «La donna è causa di tutto il male che ci affligge, l'autrice del
peccato, la pietra della tomba, la festa dell'inferno, la fatalità delle nostre
miserie.» — E Sant'Antonino? — Ascolta:
«Testa del delitto, arme del diavolo. Quando voi vedete una donna, credete di
avere davanti non un essere umano e neanche una bestia, ma il demonio in
persona. La sua voce è il fischio del serpente.» — E mentre riandavo le
sentenze di questi due sapienti padri della chiesa, pareva mi aleggiasse
nell'orecchio il fiato caldo del buon piovano. Poveri ricordi! Voi soli siete
rimasti nel mio cuore a ringiovanirmi e a rammentarmi il bel tempo felice.
— Entra la Corte!
Quella voce passò su quel mare
agitato di teste come un comando: Ssss... Silenzio! basso! tasii.
Come ho detto, io ero soffocato
tra il muro umano e la parete, ma sentivo benissimo.
— Accusata, alzatevi. Come vi
chiamate?
— Maria Alferozzi.
— Quanti anni avete?
— Quindici.
Quindici anni! A quindici
anni già tigre! Il mio odio cresceva.
— Sapete di qual delitto siete
accusata?
Dappertutto si udì come un
bisbiglio d'orrore.
— Maria Alferozzi, sapete perchè
siete stata arrestata?
Io e con me tutta la platea,
aspettavamo la risposta rattenendo il respiro. I più alti drizzarono la testa e
si reggevano sulla punta dei piedi. Non udimmo che un singhiozzo. Un singhiozzo
mal soffocato, ma un singhiozzo che era tutta una storia, un singhiozzo che mi
rompeva l'odio accumulato in un'ora e mi faceva dimenticare che io era lì per
gioire della sua disgrazia. Le signore, commosse, avevano la pezzuola agli
occhi e qua e là tra gli uomini, luciccava qualche lagrima. Soltanto i giurati,
soltanto i giudici erano rimasti impassibili.
— Poiché non volete parlare, ve
lo dirò io. Nella notte del ventiquattro aprile, voi vi siete sgravata di una
bimba, l'avete strozzata e dispersa nella latrina.
Il pubblico si muove come per
scuotere il freddo dalle ossa.
— Lo confessate?
Il singulto dell'accusata
diventa pianto dirotto.
— Carabiniere, fatela tacere,
State attenta, poiché non siamo mica qui per vedere le vostre smorfie. Maria
Alferozzi, confessate di avere, nella notte del 24 aprile, strangolata....
Si senti un sì
precipitato, quasi avesse volute non ascoltare e troncare la parola del
presidente.
Salto gli interrogotorii dei
testimoni perchè suonavano tutti a un modo.
— La parola è al Pubblico
Ministero.
— Signori! La famiglia è il perno
principale ed indistruttibile del consorzio umano. La famiglia è il fascio che
ci unisce davanti al domestico focolare e ci congiunge indissolubilmente ai più
sacri affetti. Padri, madri, spose sorelle, fratelli, tutti legati da un'idea
santa, da un'idea grande che ci rende buoni e affettuosi con noi e cogli altri.
Guai dunque alla mano che attenta a questa istituzione. Essa diventa sacrilega,
essa commette il misfatto più grave ch'io mi conosca. Quella mano va recisa.
Quest'ultima frase mette un fremito
nel pubblico.
— Le vicende politiche possono
perturbare per un momento l'ordine senza intaccare per nulla la società. Ma, o
signori, una perturbazione nel sacrario dalla famiglia può portare lo
scompiglio e il dissolvimento. Ecco perchè io padre, io cittadino, io
magistrato, torco gli occhi davanti a quella... infanticida, che ha stordito e
spaventato gli onesti. Il vizio l'ha strascinata nelle braccia degli uomini....
— Oh, non è vero!
L'accusata doveva essersi
drizzata in piedi come una pantera, perchè alla violenza della frase, sentimmo
il punto ammirativo del piede.
—.... la corruzione la trasse
alle Assise! Era il filo invisibile di Dio, che s'attorcigliava intorno al
collo di colei che credeva impunemente sfuggire alla sua collera. Oh, io non ho
parole abbastanza roventi per tradurre lo sdegno che ho provato all'indomani
del delitto e la mia mente si perde a evocare il lugubre dramma. Ve la figurate
là colle mani intrise nelle viscere dalle sue viscere, in mezzo al buio,
sostando coll'orecchio teso per riprendere poscia con più accanimento la sua
creatura e strozzarla? Ve la figurate cogli occhi orribilmente dilatati
palparla e ravvolgerla in un lurido cencio, va la figurate cercare a tentoni
l'uscio, mentre stringe sotto l'ascella il fagotto della sua opera, gli avanzi
della sua libidine? Ve la figurate ancora più spaventevole, curva su una buca
puzzolente, colle braccia giù nella canna, intente a far scomparire il
testimonio inesorabile delle sue nefandezze? Oh spose, oh madri, ditelo voi il
nome che s'addice a questa svergognata, a questa miserabile che disonorerebbe
il genere amano, se la virtù delle nostre donne non facesse dimenticare i
mostruosi aborti che la natura attraverso i secoli genera!
Pausa di qualche minuto.
L'uditorio è compreso dallo spavento provocato dall'oratore della legge. Io
approfitto per farmi largo verso la steccata. Ma rimango ancora imprigionato
tra i petti e le schiene altrui.
— Io penso, o Signori, alla
desolazione di quella povera madre....
L'accusata scoppia in singhiozzi
rumorosi che schiantano il cuore.
—....quella povera madre che
ancora metterebbe la mano nel fuoco, per provare che sua figlia è innocente.
Penso alle sue torture, alle sue notti passate coi fantasmi nella mente, ad
occhi aperti, nel silenzio sepolcrale della sua stanza.... Penso alle sue
lagrime, alle sue smanie, al suoi deliri. E coll'animo lacerato, il mio
pensiero commosso, si raddolcisce e bacia riverente la fronte di quella santa e
pia donna.
È come se si sentisse un
lagrimone sospeso sull'uditorio. Tutti hanno bisogno di un movimento per non
piangere coll'infanticida.
— Ma penso anche che ove questa
povera madre riuscisse a convincersi, che sua figlia rea e confessa, è
veramente l'autrice di sì abbominevole misfatto, queste madre, dico, si
alzerebbe con noi tutti, asciugandosi le ciglia, a ripudiare e a invocare su
lei la giustizia di Dio e degli uomini.
— No! no!
È la voce della Maria. Quanto
strazio in quelle due negazioni.
— Il mio compito è terminato.
Voi sapete più di me, che una società senza costumi, è una società per lo meno
in decadenza. Come sapete che i grandi delitti perdonati, segnano il grado
morale in cui si trovano le nazioni. Davanti a voi avete una tigre. Essa ha
incominciato col gettare al primo che chiese, ciò che vi ha di più caro e di
più inviolabile per le fanciulle ed ha terminato col mettere sotto ai piedi il
frutto dei suoi trascorsi, per legare il nome alla pagina più esecrata degli
annali giudiziari: l'infanticidio. La donna che uccide sè stessa.
«Compulsando la vostra coscienza,
ricordatevi che siete padri, che avete delle figlie e che la società aspetta da
voi, suoi rappresentanti, un verdetto che la liberi da una belva e che la
vendichi del massimo degli oltraggi inflittole.»
La superficie capelluta
dell'accusatore, ch'io vedevo appena, scomparve e il pubblico sbalordito
avrebbe applaudito, se il presidente non avesse minacciato di far sgomberare la
sala.
Un po' coi gomiti e un po'
urtando riuscii a sbucare e a uncinarmi alla sbarra. Finalmente io era a due
passi dalla gabbia Cercai immediatamente l'infanticida.
Avviluppata nell'ombra che le
buttava addosso l'ampio tendone a sinistra, vestita di nero fuliggine, con un
gran velo che le andava giù aggraziato, colla manuccia bianca che premeva
continuamente agli occhi, pareva la statua del dolore. Non potendola vedere in
faccia, guardai le forme. Non avevo mai contemplato tanta bellezza. La dovizia
della carne superbamente modellata, metteva un interrogativo nei sensi anche a
me cha non conoscevo le donne che di nome. Ma dunque era lei la
fanciulla-mostro, la donna percossa, battuta, la madre dileggiata, subissata
dall'oratore del codice?
La sfuriata del campanello
rifece il silenzio.
— L'avvocato difensore ha la
parola.
Maria mandò un lungo sospiro.
Rincominciava la tortura della seconda edizione del dramma.
L'avvocato le vedevo benissimo.
Si alzò come uomo sicuro del fatto suo. Girò gli occhi sui giudici, sui
giurati, sulle signore, accompagnando il movimento ottico coll'accarezzatura
de' favoriti. Indi, con voce commossa, lanciò nel vuoto la frase comune:
Signori Giurati!
«Il P. M. ha toccato due
momenti: il momento del delitto e il momento della madre nella disperazione.
Prima, egli vi ha terrificati con un quadro spaventevole, poi, vi ha
inteneriti, evocando il dolore di una povera vecchia il cui nome non avrebbe
mai dovuto risuonare in quest'aula. Ma egli lo ha fatto apposta. Egli ha voluto
sorprendere il vostro animo già conturbato. Ha voluto sbigottirvi schiacciando
le natura, soffocando il palpito vostro col palpito della madre dell'accusata.
Diciamolo addirittura: non poteva essere più abile, come non poteva rivelarsi
più crudele.
— L'avverto, signor avvocato,
ch'io non permetto si insulti l'oratore della legge.
— Io non insulto. Affermo dei
fatti.
— Rifacciamo insieme o signori,
la storia di questa grande peccatrice e vedremo che cosa resterà di tutto ciò
che abbiamo pazientemente ascoltato.
A tredici anni Maria si sente
donna senza sapere il perchè si diventa tale. Idolatrata dalla mamma, adorata
dal babbo, cercata dalle amiche, festeggiata dai parenti, essa diventa
malinconica. Che mai poteva passare per la mente di una bambola? Non vi
spaventate o signori. Quella fanciullona che sente ancora dell'acerbo, ha già
avuto dei desiderî, dei desiderî che non andavano al di là di un giovanotto
pallido, coi calzari medioevali, il berretto a fettuccia e la mandóla al collo.
Le faccenduole della casa, i lavori dell'ago, le distrazioni della campagna,
non riescono più a ridarle la gaiezza perduta. I suoi pensieri galoppano dietro
agli ideali della sua fantasia, e giorno per giorno, le edificano un mondo che
ahimè! doveva in una splendida giornata tramontare col sole. Chi era il
colpevole che le aveva trasmesso quel bisogno precoce di amare, di amare
immensamente, grandemente, a ogni costo? Tutti e nessuno. Tutti perché
l'universo è un palpito incommensurabile. Nessuno perchè l'amore è un movimento
dei sensi e dell'anima. A quattordici anni essa ha trovato il suo Paolo. Non è
bello, ma la sua immaginazione accesa glielo dipinge più superbo di un Dio. Lo
ama con un'ascensione che rasenta il delirio. Maria non vede che lui, non sogna
che lui e non trema che davanti a lui. Una sera in cui l'amico manca
all'appuntamento, essa scrive sul memoriale: «Mio Fernando, mio buon Fernando,
perchè non sei venato e perchè non sei qui, ai miei piedi, a parlarmi di te, e
del bene che ci vogliamo? O che non sai forse, ch'io non posso più vivere senza
le tue carezze, senza i tuoi baci, senza i tuoi occhi, senza la tua voce che mi
ripete sempre e poi sempre la stessa parola: ti adoro? Non è per te che da
parecchi mesi fuggo i teneri abbracci della mia povera mamma che amo più di me
stessa, non è per te che la inganno ogni ora, ogni minuto, non è per te che mi
sono data volontariamente al disonore? Col tuo amore, al tuo braccio, sul tuo
seno, io mi sento capace di sfidare il mondo e le sue ipocrisie. Senza di te
invece, non sono più che un tronco stroncato dalla bufera. O mio Fernando, o
mio Fernando, come è desolante la solitudine!...»
E questa, o signori, è la
ragazza che il P. M. chiama un mostro! E fosse pur tale, chi lo ha generato? Io
cerco un reo. È la società, è l'ambiente? In alto, in alto dobbiamo salire per
trovare il complice, anzi l'autore.
Voi sapete già come avvenne la
catastrofe. Un bel giorno il nostro bellimbusto, che aveva, nè piú nè meno,
considerato Maria un oggetto di consumazione, scompare per non farsi più vivo.
Ve la figurate, per usare una
frase favorita dal mio egregio avversario, questa quindicenne quasi madre, sola,
colla rovina nel cuore e nel cervello, senza un conforto, senza un'anima cui
confidare il segreto che cela nel seno, col pancino ingrossato, che sale a
spaventarla, a surrecitarla, a rubarle la pace e il sonno? Ve la figurate,
questa povera martire dell'amore, disillusa nel sogno di donna e di amante,
sbattuta a terra dal disprezzo, mentre sono in lei la vita, la gioventù, la
bellezza, che protestano e anelano alla grandezza degli amplessi? Ve la
figurate tremante, smarrita davanti alla realtà di un importuno in via di
maturazione, mentre i suoi occhi vedono uscire dall'ombra la mamma, i parenti,
gli amici, il vicinato, i conoscenti per avventarlesi contro colla maledizione
sulle labbra? Ve la figurate ancora scarmigliata, col lenzuolo tra i denti, contorcersi
nei dolori spaventevolmente spasmodici, mentre il piccino nasce, senza che le
sia permesso di gridare, di chiamare al soccorso, di domandare due goccie
d'acqua per le sue labbra che bruciano, per le sue tempia che cuociono? Ma chi
vi assicura, o signori, che non sia stato il vagito primo che abbia infuriato
la mano della delirante sull'innocente? Chi vi assicura che il delitto non sia
stato consumato senza la volontà della puerpera, anzi malgrado la puerpera —
vale a dire quando la ragione aveva lasciato il posto al deliquio? O voi,
signore, che siete state almeno una volta madre, dite a questi uomini, qual'era
il vostro stato e quali erano gli indicibili spasimi che pativate dando alla
luce una creatura! È egli possibile essere in possesso delle facoltà normali?
So la vostra risposta, o signori Giurati, o signori Giudici. Voi avete le
terribile prova fornita dal medico. Buon Dio! Egli ha constatato le tracce
delle dita sul feto! Un dottore che faceva davvero il suo mestiere. Ma ho io
bisogno di dirvi che non assisteva al parto la levatrice?
Una mano alla coscienza. Ho
accennato a un reo impalpabile, che sfugge alle indagini degli uomini. Ma se
colpevole ci deve essere in questo brutto dramma quell'uno è egli davanti a
voi, siede egli al posto degli accusati? No. Voi sapete meglio di me che Maria
Alferozzi non poteva essere che la forma. L'artista, o signori, dov'è egli? E
badate, Io non accuso di vigliaccheria l'uomo che si sottrae agli
abbracciamenti più sentiti, perchè se non conosco come si compongono e si
decompongono le passioni, so che devono avere il loro periodo di soddisfazione
— vale a dire la decrescenza e la sazietà. E anche perchè i miei ideali non
sono quelli contenuti nel codice dell'etica borghese. Ma poichè qui si tratta
di delitti e di accusati, mentre forse noi non dovremmo trovare che degli
sventurati, pare a voi giusto che colui che ha diviso il tripudio delle gioie,
l'autore unico di tutta questa tragedia, non abbia a dividere anche le
conseguenze? Pare a voi candido come una colomba l'uomo che fa di una fanciulla
una delinquente e di una delinquente una.... Ma io non voglio neanche pensare
fin là. La mia mente rifugge dal credere che dei padri di famiglia, possano con
un sì, con un semplice monosillabo, disonorare per sempre una povera fanciulla
che non ha per difendersi che le lagrime. Pensiamo, e signori, a ciò che ha
sofferto, a ciò che soffre. E pensando a lei, pensiamo a quella povera donna
che prega genuflessa, perchè voi le abbiate a ritornare il suo tesoro, il
conforto ai suoi capelli bianchi. Pensiamo ai quindici anni della derelitta che
singhiozza sommessa.... Pensiamo che condannandola faremo della figlia un
numero e della madre un cadavere.
Il ghiaccio era rotto —
l'impressione profonda che aveva suscitato il P. M. era forse vinta — il
pubblico era forse guadagnato, ma i giurati rimasero di bronzo.
*
* *
Un'ora dopo il capo, con voce
imperturbabile, lesse:
Quesito unico: È egli vero che
Maria Alferozzi, nella notte del 24 aprile, si rese colpevole d'infanticidio —
strangolando la propria creatura appena nata?
Sì, a maggioranza. Non ci sono
circostanze attenuanti.
L'accusata cadde riversa sulla
panca.
Il pubblico che susurrava, fu
salutato con un'altra sfuriata di campanello.
Io qualche volta, penso ancora a
quella povera fanciulla e a quella povera madre.
Chissà che entrambe non siano
morte.
Lungo la nullaggine delle vie
spopolate, un giorno, quando mi aspettavo tutto all'infuori di un'amica, mi
sento toccare la spalla.
— Giorgio?
Divenni rosso come un gambero
cotto. Una giovane agghindata, coi guanti di Scozia, che aveva il sangue freddo
di chiamarmi sorridendo — io che non valevo due soldi vestito! Balbettai un
scusi....
— Ma che scusi d'Egitto! Dammi
del tu come una volta.
Meravigliando, cercavo nella
memoria, frugavo nei ricordi, nella vita da fanciullo, senza trovar faccia che
le rassomigliasse.
— Rina.
— Rina!
— Già, io in persona. E che c'è
di strambo? Contami su. E la mamma, e Ortensia? Stanno bene?
Da qualche tempo i miei affetti
dormicchiavano seppelliti dalla miseria. Ma quei nomi amati, idolatrati,
benedetti, mi fecero sentire un'angoscia che mi andava su fino al gorguzzúle.
Oh io vorrei saper scrivere ciò che si prova, quando si è disperati come
Giobbe, a udire il nome di coloro che furono e sono ancora tutto per noi —
specie se non avete perduta una bricciola di quelle sante illusioni — cresciute
vicino al grembiale della mamma o portate come reliquie nel cuore. Vi viene uno
stranguglione che vi rigonfia gli occhi e non vi lascia piangere. Rina, non so
se commossa, mi diede un buffetto sulla guancia come se avesse voluto stornarmi
le lagrime. Avvenne invece il contrario. Mi misi a singhiozzare come un
fanciullone.
— Ma sta zitto che passa la
gente.
Piansi ancora più forte. Era l'ambascia
che mi usciva liquefatta — era il martirio delle mie giornate negre, spietate,
che riceveva il suo crisma. E poi ho a dirla? Quei goccioloni che mi passavano
in bocca e mi sdrucciolavano per il collo caldi, mi facevano bene, mi
sollevavano l'animo a una mestizia ineffabile e mi rendevano migliore in faccia
a me stesso.
Vedendo che non aveva il
fazzoletto, mi porse il suo.
— Grazie.
Voltammo giù per un viottolo che
sbucava in via del Macello. Non appena mi fu possibile articolare qualche
parola, le domandai dove si andava.
— A casa mia.
Indossavo una giacca consumata e
lacera e avevo in testa un cappellaccio bisunto dall'ala mezzo strappata.
— Mi permetta di venire un'altra
volta.
Vicini che fummo ad una porta
imbiancata, senza portinaia, ingombra di cavalletti, mi prese pel braccio e mi
tirò dietro fino al secondo piano.
Le due stanze a dir vero, non
erano in armonia cogli abiti ch'essa indossava. Nella prima c'erano delle
scranne nuove di lisca, un tavolo di abete greggio, una madia dello stesso legno,
malamente pennellata di vernice e un pugno di legna nell'angolo. Nella seconda,
un baule pezzato di lastre di latta ruggine, un letto col pagliericcio e coi
cuscini di piuma, salvaguardato da una madonna a fianco, che contemplava dalla
muraglia quella poverezza con immensa rassegnazione. Qua e là cianciafruscole,
cipria, cavastivalucci, allacciaguanti e il resto della suppellettile
femminile.
Stordito e postrato com'ero, lì
sui due piedi, non mi venne neanche un'idea. Ma all'indomani, per quanto innocente,
per quanto grossolano, mi ero domandato il perchè di quella medaglia a due
faccie. La seta dell'abito e il filugello ruvido e campagnolesco della coperta
del letto: le calze finissime a maglia, serpeggiate da colori vivissimi, e quel
povero paiuolo ammaccato e sduscito, seduto sur un focolare che aggiungeva una
nota misera alla miseria. Ma è stata una pura e semplice interrogazione, senza
sciogliere il problema.
In un minuto si sbarazzò
dell'eleganza che la circondava, indossò una veste di coltroncino inglese
bianchissima, incollettata dal pizzo di Cantù e cosparsa di nastri a tre colori
allo sparato, rimboccò le maniche some una massaia affacendata, rovesciò un
secchiello d'acqua in una catinella di terraglia nera, scese ad attingerne un
altro e rinchiuse l'uscio a catenaccio.
— Qua, Giorgio.
Non mi lasciò il tempo di
discutere. Mi mise le su manine pulite addosso, mi sbottonò, mi buttò via i
cenci fin dove era possibile e col solito linguaggio imperioso mi disse:
lavati!
Per me che non toccavo acqua da
qualche settimana, mi tuffavo e rituffavo la testa col piacere di un'anitra e
mi sentivo rinascere.
— Fa a modo mio Giorgio. Levati
anche la camicia che ti troverai contento.
Quel coso sconcio e sbrandellato
non meritava certamente un nome tanto enfatico, ma lasciai correre. Me la tolsi
e mi passai la sua che mi porse. Che buon odore di bucato, come mi sentivo
fresco in quella tela fine. Mi andava giù fino alla caviglia e parevo uno
spilungone lungo lungo, magro magro.
— Così.
E mi allacciò le stringhe che mi
rinchiusero fin sotto al mento. Poi, con gesto da regina, mi obbligò e
liberarmi dalle ciabatte scalcagnate e dai calzoni tenuti insieme non sapevo
più da quale potenza misteriosa. Ma io esitava a snudarmi le parti più basse,
anche perchè avevo perduto l'abitudine di portare le calze e le mutande.
Replicò il gesto.
Finita la toletta, io che non
avevo peli neppure quando mostravo la faccia al sole, pettinato e ripettinato
da Rina, la quale si era inutilmente messa di proposito a strigliarmi i capelli
arruffati, avevo della fanciulla, della collegiale — salvo, s'intende, il
colore della pelle patita e l'incipienza del seno.
Non so come ma davanti allo
specchietto minuscolo e quasi opaco risi del riso della buona Rina.
— E adesso? mi attentai a dire.
Devo uscire in questa guisa?
— No, resterai mio prigioniero.
Forse che ti dispiace appartenere al mio sesso fino a domani? Domani ci
penseremo... E intanto che mi diceva questo, colla scarpa incantonava tutto me
stesso, vale a dire i miei indumenti.
Mangiammo del formaggio, del
salame, del pane e bevemmo una bottiglia di vino — anzi bevei — poichè dessa
non faceva che mescere nel mio bicchiere colla solita imperiosità del
linguaggio: bevi!
Il nostro dialogo riuscì molto
asciutto e un pochino anche malinconico. Rina con una delicatezza che non
possono capire che coloro che hanno dormito sul granito, mi metteva in bocca le
risposte. Di modo che io non avevo da dire che dei sì e dei no, e talvolta
niente, poichè il silenzio negava o affermava.
Immagazzinata quel pastone di
roba malamente masticata, mi sentii una voglia inesorabile di dormire. Lo
stomaco sdruscito, sorpreso da quell'abbondanza inaspettata, piegava un zinzino
come il convalescente uscito dall'ospedale.
Alla mattina a ora tarda, mi
risvegliai sur un materasso disteso sui mattoni. Mi sgarbugliavo gli occhi per
spiegarmi quella rivoluzione nella mia vita di senzacasa, quando lì per lì,
udii o mi parve di udire quattro piedi che viaggiavano verso l'uscio. Mi
trovai, un momento dopo, Rina, davanti al mio letto come una statua che
contempla l'opera sua.
— Rina, non era qui qualcuno?
Arcuò come un compasso, mi baciò
la fronte stringendomi le spalle e ritornò nella sua stanza.
Cercai allora di alzarmi, ma non
mi fu possibile. Le gambe stracche, il corpo morto, le braccia pesantemente
adagiate, il pensiero indolenzito, mi trattenevano giù inchiodato. Mi
riaddormentai per non so quante ore.
— Rina? Rina?
Nessuno. I miei occhi
ammattivano in cerca di lei, ma non vedevano che buio pesto. Era dunque notte?
— Rina! Rina!.... Rina! Rina!
Rina!
Preso da indicibile paura,
replicai colle stessa fretta cinque o sei volte il suo nome senza che nessuno
si facesse sentire. O dunque dove era andata? Un po' piangendo, un po' nascondendomi
sotto la coltre, un po' dibattendomi coi fantasmi che popolavano il mio letto,
riuscii a due desideri: se avessi uno zolfanello? Se sapessi da qual parte è la
finestra? Rina! Rina! Rina! Con questa ultima urlata fui vinto, Spossato dalla
fame, affranto dal pianto, ricaddi nella sonnolenza — in quella sonnolenza vaga
che non è nè la veglia nè il sonno — poichè non vi lascia la forza di ripiegare
le palpebre e non vi permette di dormire.
Non mi alzai che all'indomani
alle cinque — quando il giorno era già alto.
Rina non era rientrata. Il suo
letto era lì intatto, la sua veste veniva giù allungata dall'attaccapanni, le
sue babbuccie erano in terra vuote di piedi. Quantunque solo, il sole che
inondava liberamente il cielo, mi metteva della vita nei pensieri. Per un
momento io non pensavo più che alla natura, all'azzurreggiatura di quel
panorama che io aveva visto tante volte dalle colline del mio paesuccio senza
saziarmi mai.
Risospinto verso Dio, cogli
occhi immersi nello spazio il mio pensiero pregava. Come sei buono, o signore!
E quanto siamo piccini noi davanti alla tua onnipotenza, quanto miserabili
davanti alla magnanimità dei tuoi perdoni!
Me la trovai alle reni.
— Che paura m'hai fatto, Rina!
Non mi sorrise e non mi rispose.
La sua faccia era sbattuta come se ritornasse da un'orgia: labbra scolorate,
guancie smorte, occhiaie bruciate.
— Ti senti forse male?
Si mise un dito sulla boccuccia
come per dirmi: taci! Poi premette fortemente le tempia, quasi la sua testa
contenesse un incendio. Che cosa poteva avere la piccina?
— Mangia, mi disse, additandomi
il tavolo, e lasciami dormire fino a mezzogiorno.
Sedetti al desco e divorai
tutto: mezza libbra di pane, un pezzo d'arrosto — una fetta di non so qual
pasticcio, dei bomboni e una bottiglia di vino che m'inaffiò generosamente le
budella.
Mano mano che trangugiavo un
boccone e che tracannavo un bicchiere di barolino, respirava in me un'aria di
vita che mi confortava dai lunghi e forzati esaurimenti. Ma avevo così da
ingoiare per rifarmi delle assolute astinenze. Povero Giorgio! Oh io ti
compiango sai, e ti compiango ora che scrivo senz'appetito. Qual peccato avevi
tu commesso perchè ti si facesse tanto pitocco da invidiare la catena e il
pasto al cane da guardia?
A mezzogiorno si bussò
all'uscio. Chiamai immediatamente Rina.
Era un piccolo fattorino che
portava la mia scarcerazione. Rina aveva pensato a tutto.
Ma quando e come potrò pagarti,
buona Rina? Mi allungò la fronte e gliela baciai teneramente.
— Grazie, mi disse sospirando.
Tu mi hai strapagata.
Festeggiammo l'abito in
un'osteria del sobborgo di P. Magenta.
Ritornando, io le davo il
braccio e lei vi si abbandonava sopra con piacere. Cominciavo a volerle del
bene che volevo a mia madre. Sulla porta mi diede la chiave dall'uscio.
— Va a letto che io verrò più
tardi.
Insistei perchè la mi
permettesse di andare con lei.
— Dove vuoi andare sola a
quest'ora?
— Lo saprai quando sarai uomo.
In letto cercai inutilmente la
soluzione. Quando sarò uomo?
Infatti due anni dopo, seppi che
io ero stato vestito, mantenuto e calzato per tre mesi coi guadagni che essa
faceva prostituendosi.
Povera e buona e generosa Rina!
Mentre faceva il facchino in una
fabbrica di liquori in fondo al sobborgo di porta Tenaglia — mi era stato affittato
un canile da una famiglia che abitava sul Terraggio di Porta Magenta.
L'appartamento di quella buona
gente, che adesso ricordo con un senso di commiserazione, consisteva in una
stanzaccia affumicata fino ai travicelli e salnitrata torno torno al margine
della parete.
Nel letto più largo,
rappresentato da quattro panche, e un lurido saccone sventrato che perdeva
quotidianamente la paglia trita, dormivano la moglie e il marito colle due
figlie nicchiate ai loro piedi; nel più piccolo, composto di due panche e un
saccone ancora più sucido, dormivano io e Giovanni, testa e piedi.
Per quel gramo giaciglio che
dividevo col loro figlio, pagavo una lira a venti centesimi alla settimana.
Alcuni centesimi più che non alla locanda Berrini, compensati dalla certezza di
non venire brutalmente svegliato dalla questura.
*
* *
In casa, quantunque mi vi
andassi famigliarizzando, non mi ci fermavo che alla festa. Mi alzavo con tutto
il vicinato alle quattro del mattino e non rientravo che a sera fatta, quando
tutto il vicinato era fuori sulle ringhiere, se d'estate, o lì per andarsene a
letto, se d'inverno. Tuttavia mi si voleva un po' di bene. Dico un po', perchè
tra i poveri non sono possibili l'entusiasmo e la passione. Si è troppo presi
dalla necessità della vita. Si lavora tutto il giorno, si arriva a casa più
morti cha vivi, si mangia una tazzina di minestra condita con dieci centesimi
di lardo, e si cade supini sul pagliericcio.
Se giungevo nel momento in cui
rovesciavano il grosso culo di polenta sul vechio tagliere, il marito diceva: Maria dagliene una fetta
intanto che è calda. E non c'era verso di rifiutarla, poichè anche le figlie mi
piccavano con una frase: Lascia, dicevano alla mamma, è segno che ha schifo di
noi.
Il diavoleto era al sabbato.
Il padre era un ottimo
spaccalegna nella sostra a due passi dalla porta, che proietta la sua facciata
sul naviglio. Guadagnava, come me, una e venti al giorno. Ma aveva un
difettaccio maledetto, di non saper consegnare alla moglie l'intera settimana.
Il buon Giuseppe, appena si sentiva i quattrini in coccia, entrava dal
tabaccaio, caricava la genovese e trac un pif-puf e l'altro, trincava
dieci o dodici cicchetti di acquavite, ch'egli chiamava uccellina. E
siccome negli altri sei giorni non beveva che acqua pura, così gli toccava
spesso di barcollare sulle gambe. Che scene appena compariva ubbriaco! La
moglie gli andava sopra coi pugni, gli strappava febbrilmente il resto dalla
tasca e gli menava da manrovesci quanti erano i bicchierini che aveva bevuto.
— Gaijnon vecc e senza
giudizi! Bell'esempi che te ghe dee ai tœi fiœu!
Non so mica per qual ragione, ma
lo compativo.
— Lu ch'el faga piasè de
intrigass in cà soa. Mi sont bonna mi, de coreggi. Se de no el sa come va faa.
Lu el po' andà!
E colle figlie? A volte per un
nulla dava loro dei potentissimi schiaffi.
— Sont mi chi inscì che
comanda. E mi sont bonna de tegniff in gamba, vel disi mi, s'el savì no. Oo
imparaa de mia mader. Con lee no gh'era de sbrottà ona malarbetta.
Tolta questa sua furia manesca
che si impadroniva di lei, appena qualcuno la contraddiva, era un'ottima donna.
Quando dall'osteria, in cui
andava a lavare i piatti dalle sei alle dodici e dalle quattro alle otto per
sette lire al mese, portava a casa gli avanzaticci, ne dava a tutti tranne che
a lei.
Ma il più indiavolato dei
sabbati, era quello in cui Gigia ed Elena lavoracchiavano per la domenica.
L'una lavava nel secchione la calze che l'altra aveva appena rattoppate. L'una
cuciva gli stivaletti che scompisciavano dalle risa e l'altra rammendava la
veste impossibile o il corpetto che non aveva più forma. E il busto? Quante
volte non le ho vedute impazientite, rovinare gli occhi e sciupare delle ore,
per rintanare una stecca ribelle, una stecca che puntava nella pelle, una
stecca scellerata che si ostinava a domandare grazia per amore o per forza,
quando occorreva loro per domani una fascetta per sorreggere se non altro il
seno? In qual momento di disperazione, che non avrebbero dato per due lire e
cinquanta centesimi — il prezzo di un busto?
Era allora che io prendeva
l'uscio e apparivo sul ballatoio.
Che vivaio di persone, cha
canzoni stonate, cha susurro confuso e quanti lumicini attraverso i vetri e gli
usci aperti. E quanta bambinaia, irrequieta, chiassosa, giù sparsa pel cortile,
o lungo le scale o addosso ai muri o tra le gambe degli inquilini.
Io li conoscevo quasi tutti.
A sinistra del pianterreno,
c'erano dodici stanze e dodici famiglie, sei delle quali erano mendicanti di
professione. Una razza storta, gobba, nana, guercia, con delle cicatrici, delle
piaghe, delle ulceri, Una classe sudiciona che mangia più volentieri colle mani
che col cucchiaio e che spetazza senza reticenze, mangi o passi alcuno. Gente
che non siede che in terra e che è perennemente in compagnia dei pidocchi.
D'estate, quando il calore la stana come i grilli, tu vedi delle mani che
grattano febbrilmente la schiena, lo stomaco, le ascelle, le coscie, il
deretano, liete di schiacciare sotto le unghie i pidocchi più grassi e
argentini e le pulci più rosse, o i cimicioni pigri che ammorbano l'aria.
Ho notato che gli accoppiamenti
riproducono fedelmente la stirpe. Per esempio, un marito cieco e una moglie
monocola, avevano tre maschi completamente orbi e una femmina esuberantemente
scrofolosa. Un padre malandato, zoppo, con un braccio che aveva dello stinco e
che si assottigliava fino alla mano come la coda d'una biscia, e una madre
sguisata in modo da non saper dire dove incominciava la donna e terminava il
mostro, avevano due cosi, due mostriciattoli, due scherzi della natura. Una
coppia che concubineggiava in barba al matrimonio divino e legale e che
rassomigliava piuttosto alla scimmia arrabbiata, avevano tre scimmiotti che
davano dei punti in bruttezza ai genitori.
Io non voglio rubare il pane ai legislatori,
ma non posso tacere una considerazione. O non vi paiono delitti questi
mostruosi incrociamenti che accrescono il popola deforme — il popolo obbligato
a stendere la mano e mostrare le proprie laidezze per vivere? Non vi pare un
patricidio, permettere a degli sgorbi umani, di fecondare creature sconcie,
creature destinate ai più crudeli patimenti fisici e morali, creature che
domani non sapranno provocare che l'orrore, il ribrezzo, la nausea? Il cielo mi
guardi dal dire villanie alla sventura. Ma non è, dite, pietà amputare la gamba
in cancrena, recidere il braccio addentato dalla ruota che non perdona, mozzare
le orecchie assalite dalla lue? Ora perchè questa bugiarda commiserazione,
questa parvenza di libertà individuale, se il male è infinitamente maggiore del
bene? Io non voglio che vi mettiate a ripristinare il rogo per distruggerle o
che abbiate a scaraventarle dalla rupe come a Sparta, o segar loro le parti
generative, — perchè i tempi della barbarie non possono uscire dalla tomba. Ma
se si impedisse che lo sgraziato mettesse al mondo degli altri più sgraziati,
non vi parrebbe di risparmiare a tanti innocenti di maledire alla loro nascita
e a chi li ha messi al mondo e alla collettività un parassita immondo che passa
nelle viscere a infettare tutto il corpo sociale? Per me lo confesso. Io non
amo che la salute — perchè la salute è le grandezza dell'anima e la robustezza
del corpo. E anche perchè io amo, dove è il marciume, essere preceduto
dall'inaffiatoio e dalla scopa.
*
* *
Dalla parte opposta, altre
dodici stanze e di conseguenza altre dodici famiglie — delle quali dirsi come
al solito, la verità cruda — perchè a me preme di dare un documento di ciò che
ho veduto, provato e sentito — vivendo della vita della plebe, più povera e più
cretina di Milano.
Comincierò dunque dal
classificarle per mestieri: tre maritate, lavandaie di colore; due tessitrici,
una solettista infaticabile — quattro, al servizio di non so quanti padroni; —
poichè desse appartengono alle così dette «donn de gross». Vale a dire
che alla mattina vanno a dare una mano alla camera e al pitale dell'impiegato a
mille e due; a mezzogiorno corrono nelle case dalla gente per bene ad attingere
sette od otto secchi d'acqua — a portar giù dalla legnaia le fascine, a dar di
frego al pavimento — a lavar piatti, ecc.; — a sera in qualche altro sito, —
specialmente nelle osterie di seconda classe — a pulire cazzeruole, padelle —
terraglie e altro.
Uomini: due vedovi uno con
figli, l'altro no; il primo ciabattino per conto proprio; il secondo portiere
provvisorio municipale — impiego che lo faceva passare per il nababbo della
casa e gli permetteva il lusso di portare delle scarpe che lo annunciavano dal
marciapiedi del corso. Uno imbianchino a tempo perduto. — Giovanni, gli
dicevano i suoi avventori, vuoi venire a darmi una mano di bianco al soffitto
della cantina o alla facciata della bottega? Ma il più delle volte era in
prigione. Quella benedetta sorveglianza, non sapeva rispettarla. Era capace di
tirar diritto tre mesi e poi traccheta! o non entrava all'avemaria della sera,
o andava fuori dalla cinta daziaria prima d'averne ottenuto il permesso dalla
questura. Uno, secchionaio tirolese, che aveva lasciato da parecchi anni l'aria
viva e fresca dei suoi monti per la cisterna cittadina. Tre, girovaghi, di
quelli che si perdono pei mercati e le fiere di provincia a vendere la polvere
topicida o la radice incartocciata che i villani in buona fede, comperano per
calmare il dolore dei denti. E per ultimo, tre cenciaiuoli che vanno vociando pei
vicoli e pei cortili dalla poveraglia: strascee! Questi due ai facevano
notare per la gelosia di mestiere. Non si salutavano e non si dicevano un ette
per qualunque bisogno avessero. Entrambi, alla mattina, quando non pioveva,
sedevano sul gradino del loro uscio, vôtavano i sacchi, accendevano la pipa, e
in mezzo al nugolo di fumo separavano le pezze bianche dalle nere. Chi ne
ammontichiava di più, traduceva il trionfo con una fregatina di mani.
Una sera i ragazzi del più
vecchio, tornati dal lavoro, trovano il loro padre disteso in mezzo alla
stanza, cogli occhi spaventati, i pochi capelli indiavolati, il pugno sinistro
serrato come una minaccia. Il primo pensiero che balenò nella testa di quegli
infelici, fu che Beppe fosse l'assassino. Col pestalardo uscì uno di loro a
gridare:
— Ven de fœra che te tajôm i
canei de la gola!
Invece Beppe era a pochi passi,
che veniva pian pianino, col suo bottino sulla spalla, gridando la eterna
nenia: strascee!
La minutaglia maschia e femmina
era anch'essa numerosa. Non erano meno di ventotto o trenta tra gli uni o le
altre. Pure non è possibile classificarla per questa semplicissima ragione: che
da una settimana all'altra cambiano mestiere. Un garzone di tornitore diventa
in subito il tiramantice del maniscalco o il bagnazuppe di qualche fabbrica. La
portatrice di scatoloni della scuola di cappelli, o di sarta, da un lunedì
all'altro, passa a portar sopressi nella stiraria Benelli, per esempio: Come la
zolfonellista — o la ingommatrice — puoi vederla in una sartoria occhiellare o
dietro un banco d'orefice fare la pulitora.
Quello che importa ai genitori è
che non vengano a casa la sera del sabbato senza la settimana.
Quasi nessuno di loro sapeva
leggere o scrivere. La più bruna, una ragazzotta dagli occhi profondi come il mare,
capiva o meglio stentava a leggiucchiare le canzoncine popolari, ch'essa
comperava dai torotela che venivano al mercoledì d'ogni settimana a dare
il loro diabolico concerto al popolino del numero****, sul Terraggio di porta
Magenta. Ma non incolpiamone i genitori. O che! Forse che quella gente ha tempo
da pensare ai figli e pane da mandarli a scuola? Ma tiro via, perchè mi sono
promesso di trattare dei diversi problemi sociali nel volume Battaglie.
*
* *
Una scena alla quale ho
assistito, darà l'idea del come la sbracheria che si moltiplica colla stessa
incoscienza per cui basisce, mette in piazza i «segreti» di famiglia.
La lavandaia del quarto uscio
aveva tre figlie: due in fiore e l'altra lì per sbocciare. Elena e Giovanna
erano già.... emancipate. Avevano già i loro ganzi — nelle persone di due forti
dal calzone a campana e dal gruppo al collo. Ma per queste la mamma non aveva
pensieri. Secondo la sua espressione, aveva già buttate loro le briglie alle
spalle. Le sfuriate per dei minuti di ritardo, erano tutte per Maria.
— Guarda che te strozzi!
Guarda che vui minga che te faghet la slandra come quij alter.
Tuttavia, una sera, Maria non
compare. Dalla fabbrica usciva alle otto. Alle otto e mezzo, secondo la
prescrizione, doveva essere in casa. Passano le nove, passano le nove e mezzo,
passano la dieci, ma dessa non viene. La povera donna, ora vuotava il sacco
delle bestemmie, ora andava sulla porta, in mezzo alla piazzetta, coi pugni sui
fianchi, guardando da destra a sinistra, senza che la sottana a quadretti di
Maria scantonasse. Allora le lottiste, quelle che trovano sempre un ambo
nei fatterelli del vicinato, lì in crocchio a malignare e a prendere parte alla
disperazione della madre, corrono agitate alla supposizione di qualche
disgrazia.
— Teresa, a se le fosse capitata
un accidente? Ci sono le macchine.... denti di ferro. Non si sa mai.
L'orrore produce un immediato
bisogno di sapere. Escono in tre, volano alla fabbrica Binda in porta Romana,
battono alla porta e domandano ansanti: si è fatto male qualcuna?
— Nessuna.
— Ma allora, Maria? Non sapete
niente di Maria?
— Ma di che Maria? Nello
stabilimento ce ne saranno per lo meno trecento di Marie.
— Io vi parlo della mia, disse
la madre.
— E io vi dico che non c'è
nessuno!
E chiuse loro lo sportello in
faccia.
Durante l'assenza, la madre non
lasciava passare occasione per maledirla.
— La vœuj pù in cà mia. Che
la vaga in dove l'è stada finna adess.
Ma poi, dallo sdegno
implacabile, passava alla tenerezza — per quanto poteva essere possibile a
quella donna di intenerirsi.
— La trovarà l'uss de legn.
Oh oo de vedella anca mì!
Alla terza sera ero lì per
coricarmi, quando sento la voce di Teresa che rivibrava per la strettoia del
nostro brevissimo corridoio. Allungo il collo dalla ringhiera. Teresa era giù
in corte, che con una mano stringeva la figlia e coll'altra all'aria le
additava la porta.
— Va, va, che noo vœuj pù
vedet denanz ai me œucc! Porca d'ona vergognascia! A dì che voreva no che la
diventass ona slandra de casott e che oo vosà de stufim, tutt i sir.... Va, va,
che se no, mi me ven ona certa roba de strangolatt senza nanca lassat dì Jesus!
Ma appena dessa accennava ad
andarsene, la madre le stringeva sempre più il braccio e la respingeva con
violenza verso il muro.
Mercè la madre, nessuno della
numerosa vicinanza ignorava, da quel momento, che Maria aveva perduto il
giocattolo della verginità.
*
* *
La due ringhiere racchiudevano
il grosso. La prima che si distendeva in due lunghissime braccia infisse nel
muro aveva poveri più poveri della sorella al secondo piano — escluso l'uscio
in fondo del subaffittuario. Subaffittuario, così per dire, poichè lui non era
che incaricato di riscuotere gli affitti1.
Un bel tipo del resto. Alto, con
due mustacchi lunghi che attorcigliava continuamente e una pipa boema a fiori
che non toglieva dalla bocca se non per mangiare.
Viveva solo e ostentava una
rigidezza croata. Non parlava che difficilmente coi «sudditi» rispondeva al
saluto — anche quando gli si diceva: «reverissi, sior Piero.» E se diceva
qualcosa, lo diceva in tono così brusco e in termini così imperativi, da far
scappare la voglia un'altra volta. Secondo lui, «la confidenza fa perdere la
riverenza.»
Alla domenica, appena spuntava
il giorno, incominciava il giro col libretto in mano e la lunga borsa di
frustagno.
Era il suo grande lavoro — la
giornata più trepida delle sue settimane. Si fermava sugli usci, domandava
meccanicamente e militarmente il nome e cognome dell'intestato o
dell'intestata, riceveva, registrava e passava. Guai agli usci chiusi. Si
voltava addirittura col calcagno: pun! pun! senza pietà pei poveretti che
dormivano. «Poltronacci!» Guai a coloro che gli si facevano innanzi a mani
vuote. Qui non voleva scuse. Montava su tutte te furie e se ne andava
suggellando lo sdegno con una frase invariabile: lassee stà de ciappà la
ciocca o porchi de strascioni! Ma se tu lo solleticavi istigandolo a
parlarti delle sua imprese militaresche, gli vedevi spianarsi la fronte come un
mare che ridiventava calmo. Una volta, trovandomi vicino a lui, lo salutai con
un fare, direi quasi, di protezione.
— Come la va, il nostro
veterano.
Mi portò fuori la scranna e mi
fece sedere.
— Grazie.
Aspirò larghe boccate di fumo,
le buttò via con una soffiata e mi guardò in faccia.
— Quanti anni hai, sbarbatello?
— Quasi sedici.
— Li ho avuti anch'io. Bella
età, ma hai ancora da mangiarne della polenta.
— Lo credo.
Mi guardò, seguì coll'occhio la
nuvolaglia che faceva uscire dalla canna ciliegia della sua diletta «Grisa,»
mise la mano sul mio ginocchio scuotendomelo fortemente e con un sospiro che
pareva gli venisse su dai profondi recessi del ventre, mi disse:
— Sai, alla tua età io era già
caporale.
— Caporale! Sono dunque davanti a
un generale? gli domandai simulando la celia e alzandomi di scatto in piedi.
— No, mio buon ragazzo, rispose
egli tergendosi la fronte imperlata di sudore. Tu non sei che davanti a un
caporale!
Pareva gli si staccasse lo
stomaco. In questa frase, che doveva racchiudere parte della sua storia, ci
mise tutta la commozione che gli permetteva la sua voce brontolona.
— E perchè?
— Perchè? Perchè non ho mai
saputo imparare una parola di «taliano» e di tedesco.
— Possibile! Ma che cosa
scrivete alla domenica quando avete il lapis tra le dita?
— Delle cifre. Mi sono abituato
a vedere negli inquilini tanti numeri. So appena scarabocchiarli. Ma non c'e
dubbio, sapete, che me ne sfugga uno. Io li ho qui tutti. E in così dire
puntava un dito alla fronte.
— A sedici anni avevate tempo da
imparare.
— Mein herr cap....
— Parlate anche il tedesco?
— Come si fa a non sapere mein
herr, quando si è stati a Víenna? Il mio capitano, che mi voleva bene, mi
castigò parecchie volte ai ferri in stokhaus e mi fece dare perfino
venticinque nerbate, ma io rimasi eternamente caporale. Senti questa. Una notte
io era di guardia a Spielberg. Sai che cosa è Spielberg?
— No.
— Un forte dove si seppellivano
i più pericolosi politicanti dell'epoca. Vi era allora Pellico Maroncelli,
Andryane, Confalonieri, Pallavicino. Di guardia si restava vestiti e si
tenevano incrociati sul petto le larghe cintole bianche della giberna e della
baionetta come in tempo di guerra. Ero sdraiato sulla panca, cogli occhi chiusi
che pencolavo tra il sonno e la veglia — a rischio di buscarmi venticinque di
quelle nerbate che t'ho detto, per chiappa. Era mia madre che pregava in quel
momento pel povero Pieruccio? Non te lo saprei dire. Quello che so è che il
silenzio era profondo e che in quel vasto edificio che aveva del sepolcrale,
non si udiva che il passo cadenzato di qualche sentinella.
— Ebbene?
— Non interrompermi e ricordati
che io era ad occhi chiusi. Colle palpebre giù inchiodate, vedo o mi pare di
vedere un'ombra che passa via leggera come velo portato dal vento. Io non
schiudo «le luci,» ma la mia bocca dà inconsapevolmente l'allarme.
— Uno spettro.
— Era il prigioniero 998 che si
era posto dietro la garretta per svignarsela appena fosse capitata la ronda
ufficiale. Invece di essere fucilato fui fatto caporale. Lo credi? È il mio
fantasma notturno. Tutte le notti mi desto davanti al numero 998, che mi
protende i denti e le pugna.... Ah perchè non mi sono lasciato bastonare!...
Il subaffittuario mi minacciava
della continuazione. Ma fortunatamente il campanile della chiesa del Monastero
Maggiore, sperdeva nel buio dieci mestissimi colpi.
— Buonanotte, caporal Piero.
— Buonanotte.
*
* *
Passando al primo piano, mi
dimenticava del sottoscala — due ampi stanzoni che si piegano in fondo —
schiacciati dall'immensa mole che sorreggono sulla testa. Hanno della caverna e
il pavimento d'asfalto. Torno torno, è una negrezza da carbonaia, perchè il
fumo del camino invece d'andarsene per la cappa, fa delle soste e non esce
dall'uscio. La luce è scarsisima e non vi entra che di sbieco dalle feritoie
che trafiggono il lungo pietrone della ringhiera. I coabitatori di ciascuna,
non sono mai meno di una ventina. I pagliericci pezzati e sporchi, si rasentano
— tanto l'uno è addosso all'altro. Per pitale hanno negli angoli due secchie,
nelle quali di notte, ciascuno, fa le proprie occorrenze, senza darsi pensiero
che del proprio bisogno.
Tranne le due «intestate» che,
sono le affittaletti — la classe che si distingue è proprio quella dei
merciaiuoli ambulanti, ed in ispecie dei figurinai. Quasi tutti lucchesi, essi
vi si fermano cinque o sei e talvolta perfino otto mesi dell'anno. La loro
comunanza rammenta qualcosa del patriarcale. È tutta una catena di parenti
ingarbugliata, i cui anelli si perdono nell'atavismo più lontano Si congiungono
e si moltiplicano — senza intorbidare i rigagnoli del loro sangue. Tanto è ciò
vero, che è necessario uno studio profondo solo per distinguere la cognata dal
nipote, lo zio dal padre o la matrina dalla moglie.
La loro forza è l'unione.
Ciascun membro, non può e non deve avere una testa propria. Il più anziano, che
è il capo, è lui che fa tutto. Lui che pensa al gesso, ai colori, agli arnesi
per la lavorazione. Lui che segue gli avvenimenti funebri. Muore Cavour?
Distribuisce tanta materia per 30,000 Cavour. Muore Vittorio Emanuele? Inonda
la Lombardia del re che non è più. Quando invece non ci sono morti illustri —
fa copiare le statue più in voga e preferibilmente quelle un po' scollacciate.
— Il nudo è più ricercato.
Il cibo quotidiano è alternato.
Dopo la minestra viene la polenta e dopo la polenta viene la minestra. Io mi
ricordo quando avveniva la distribuzione della cena. Se era la sera del gran
minestrone di fagiuoli, verze, carote e patate, due uomini portavano fuori in
corte la caldaia appesa per le orecchie ad una bacca di ferro. La massaia che
si succedeva per «giro,» le braccia ignude, il corsetto slacciato fin dove
spunta la linea mammellaria, curva sulla capace buca, in mezzo al fumo che si
squagliava sotto alla grondaia, il mestolo nella mano, dava a ciascuno in
ragione della età la propria parte. Se invece era la serata della polenta, il
capo, dopo che gli altri l'avevano menata e rimenata sul focolare e rovesciata
come un immenso blocco giallo sul tavolo, si faceva innanzi col filo di ottone,
la tagliava per diritto e per traverso e ne dava un fettone su ogni mano —
senza che mai qualcuno dei membri si dolesse del più e del meno.
Quasi tutti seduti in terra,
silenziosi come monaci, divoravano la cena in mezzo alla nebbia, rotta dalla
fosca luce di un lampadino campagnolesco sospeso alla funicella della parete.
Ingoiata, satolli, si
inginocchiavano a ringraziare Dio dei «benefici ricevuti nella giornata» e a
suffragare le anime dei morti con dei requiem eternam che non finivano
più. Mezz'ora dopo, di tutta quella gente, non si sentiva che un immenso greve
respiro che saliva saliva gemendo.
*
* *
Tra di loro i matrimonî
avvengono spesso per simpatia, ma più spesso per ordine del capo il quale
osserva rigidamente la regola degli antecessori. Vale a dire che i maggiori si
devono congiungere coi maggior e i minori coi minori, colla sola differenza che
quest'ultimi non possono unirsi se non dopo l'unione dei primi. Per economia di
tempo e di danaro, gli accoppiamenti si fanno a tre e anche a cinque per volta.
Del resto per loro, il matrimonio, non è un grande avvenimento. Abituati a
vedersi fino dall'infanzia, colla certezza di aver poppato agli stessi
capezzoli, perchè è comune tra quelle donne di scambiarsi il servigio, anche
per necessità di mestiere, dove volete che trovino tanto entusiasmo?
L'avvenimento è proprio tutto nelle funzioni generatrici.
Per quanto io ne sapessi allora
di cose carnali, ero certo che nelle famiglie povere, pei contatti del letto
comune, avveniva quasi involontariamente l'incesto, cioè a dire il padre colle
figlie e il figlio colla madre e colle sorelle. E dico quasi involontariamente,
perchè nessuno di quella gente sapeva di commettere un delitto. Alla mattina si
guardavano in faccia senza allibire, senza provare la benchè minima ripugnanza.
Il caso faceva tutto. Mentre in quella dei figurinai, il sentimento del
matrimonio e il rispetto ai costumi sono nei singoli soci così immedesimati e
così alti, che io credo che nessuno di loro abbia mai contratto, tranne che
colla persona legale innanzi al signore e al codice.
*
* *
Gli altri avventizi, erano per
lo più vecchi masciadri che gironzavano nei sobborghi o nei paesucoli
che circondano Milano. Andavano via prima che spuntasse il sole colla corba
delle stringhe, delle forcelle, degli zolfanelli o colla baracca di legno dei
santi, delle corone, degli agnusdei e degli spilli e non ritornavano che a sera
stracchi e impolverati. Di loro non rammento che un buon vecchio, dalla barba
prolissa che gli copriva lo stomaco. Egli che mi sapeva facchino fuori di porta
Tenaglia, due o tre volte alla settimana, mi dava l'incarico di comparargli
quattro grosse di zolfanelli nella fabbrica del Lonati — la quale stava al
Medici come adesso il Bocconi al Prandoni. Per compenso egli me ne regalava tre
mazzi. Povero vecchio! Mi ricordo la mattina in cui discendendo le scale,
ascoltai le donnicciuole cercare il terno sul suo cadavere. Non ho voluto
andarmene senza vederlo. Era là disteso sullo sdraio, colle mani piatte su
quella specie di coperta di un colore irreperibile, colla barba bianca che
pareva il padre eterno addormentato.
Nella notte gli era venuto....
che cosa gli era venuto? Nessuno ha saputo dirmelo. Quando il compagno lo
scosse per svegliarlo, era già freddo.
Il pasto i merciaiuoli non lo
facevano in casa. Ciascheduno per conto suo, mangiava la minestra o la polenta
dai fittabili. Nelle grandi masserie, è costume di non negar mai il pagliaio e
la cena agli eterni pellegrini della fame che vanno a battere al loro granaio.
*
* *
L'uscio bollato col numero 43,
al primo piano, era abitato da una famiglia la quale, in quel mondo di cenceria
sbrancicata dai pidocchi, dalle cimici e dalle pulci, passava per una «che
stava bene.» Era vero? Da quarant'anni, lungo tre generazioni, non aveva mai
potuto sloggiare dallo stanzone per mancanza di quel certo aumento di
benessere. Tuttavia dessa era la sola che potesse dire: io mangio tutti i
giorni. Mercè la nonna, un lanternone che resisteva al tempo, nessuno della
casa Beretta aveva ricorso al giaciglio dell'ospedale e nessuno si era mai
coricato col vento nello stomaco. E tutto il mistero stava nella nonna. Questa
vecchia carcassa, cogli occhiali a cavalcioni di un rimasuglio di naso,
inchiodata dall'impotenza sul seggiolone fracido a schienale alto, non aveva
mai cessato o non cessava d'essere lei la padrona assoluta o come la
chiamavano, la regiora.
Delle tre generazioni, che a
quanto narrava la cronaca, erano state numerose, io non ho conosciuto che i due
maschi e la femmina sciancata e scema della nonna e un figlio e una figlia di
Giovanni, il vedovo. Della scema e del giratore di ruota nella stamperia Reale,
non ho nulla a dire — perchè la vita di entrambi era tutta compendiata in
quattro parole: lavoravano, mangiavano, dormivano e si vestivano. Il loro cuore
dev'essere rimasto inattaccabile e la loro verginità dev'essere ritornata in
grembo al Signore. Mi attengo quindi al soggetto principale che è il vedovo,
figlio della nonna e padre di Gigia e Ferdinando.
Giovanni non era un Adone nel
vero senso della parola. Ma preso in blocco, era un bell'uomo. Barba alla
nazarena che gli accarezzava le guancie un po' pallide, una salva di capelli
neri fini arricciolati che metteva voglia di soffocarvi le dita, occhioni neri
come il temporale che avevano degli incendi e dei lampi, due spalle quadrate
dalle quali uscivano la forza e la salute.
Tagliapietre in una delle sostre
lungo il naviglio dei Fate-bene fratelli di porta Nuova, appena raggiunse la
giornata di un franco e sessanta, si permise di innamorarsi di una trovatella e
di sposarla. Come ho detto, io non ho conosciuta la morta, poichè dessa morì
quando io litigavo ancora collo speziale e il curato del mio paese. Ma Gigia,
quando mi parlava di lei colle lagrime nella voce, mi diceva sempre: Se sapesse
com'era bella la mamma! E difatti doveva esserla, se il superbo tipo che le
sopravvisse aveva qualche po' di rassomiglianza. Gigia a quattordici anni,
aveva già della donna, cioè a dire era una fanciulla precoce. La ricchezza di
due grosse trecce di capelli giù per la schiena, una faccia tonda, paffuta,
rosea che rubava i baci, una boccuccia socchiusa come un anello schiacciato di
corallo e un tronco poderosamente sviluppato che portava la bella testa e
mostrava la rotondità di un seno pieno di promesse. Nando, bruneggiato da quel
non so che di maschio, era la metà del pomo. Il trionfo della forma scorretta.
E dico scorretta non per burla, perchè tutti e due avrebbero potuto dare
argomento ai cercatori della linea perfetta, Gigia e Nando erano di coloro che
riassumono quell'insieme che strappa l'ammirazione.
Sì, ma che cosa valeva loro
essere belli in quel caravanserraglio dei diseredati al forno, dove nessuno
aveva coscienza dell'essere? A null'altra cha far loro sentir maggiormente il
peso della poverezza. Povera Gigia, come era desolata quando aveva i piedini
nelle scarpe rotte o quando le toccava andar a «scuola» senza ombrello.
Senz'ombrello, mentre l'acqua si rovesciava sui poveri come una vendetta, come
un'orgia celeste! Mi pare ancora di vederla. Col velo smunto che le
incorniciava il viso guardava il cielo come se avesse voluto dirgli
pietosamente: cessa! e colla gola serrata dall'ambascia e una lagrima che non
spuntava, discendeva a balzelloni col pane ravvolto nel giornale, rasentava le
grondaie prendeva la rincorsa attraverso la piazzetta e via a gambate da
bersagliere fino al Bottonuto.
Un anno dopo il padre di questi
gioielli, il padre sobrio, il padre astemio di liquori, il padre modello e
l'operaio onesto e laborioso, diventa in poche settimane lo scandalo del
Terraggio di porta Magenta. Al sabbato, alla domenica, al lunedì, non si
parlava che delle sue sbornie e delle sue piazzate. Incominciava quando
prendeva la settimana e non finiva che quando era al «verde». Ciuco fatto, col
fiato incandescente, si trascinava carponi fin sull'uscio, entrava in casa e si
abbandonava agli eccessi. Batteva senza misericordia la vecchia, la quale non
sapeva rispondere a quell'infame maltrattamento che con delle parole: «va là
ch'el Signor el te castigarà, veh! Chi batt soa mader, el ga pù on minut de
requia in sto mond. Ten a ment, ten! Dava calci alla sorella dicendola una
mangiapane a tradimento — lei, poveretta, che era l'ordine della famiglia!
Schiaffeggiava, se erano in casa, Nando e Gigia, quando non diceva a
quest'ultima: va a fare la vacca e portami a casa i denari che io sono stufo di
mantenerti, porca!
Quali scene, quali disperazioni,
quanto pianto versato e quale fame successe in quella casa tranquilla!
La voce comune era che Giovanni
fosse diventato pazzo. Ma la verità vera, credo non l'abbia mai saputa nessuno.
Era innamorato di qualche donna che non poteva avere o era stanco di trascinare
un'esistenza d'abnegazione continua? Chi lo sa. Quello che io posso dire è che
la nonna in certi momenti in cui Giovanni era assente, diceva a sè stessa
imbrancandosi sul seggiolone: tutto suo padre! Era egli una conseguenza della
trasmissione paterna? Secondo me, sì. Poichè nei rari lucidi intervalli,
Giovanni, ancora tutto scombussolato dai furori della ubbriacatura, si
rimproverava e diceva, dandosi dei pugni nello stomaco, ch'egli era un
miserabile e il traditore della sua famiglia. O perchè allora, gli ho detto una
volta che mi narrava il dispiacere che provava per la «goga» data alla
mamma, non resistete al demonio che vi porge l'acquavite, attaccandovi al
manico della pompa?
— Lo so io? Entro in una bettola
col fermo proposito di non berne che un bicchierino e non esco se non mi sento
il fuoco nella gola e l'ebbrezza nei sensi.
Negai colla testa.
— Credi tu che sia una bella
vita quella che faccio — dato anche che potessi farla senza togliere il
necessario ai miei figli e magari senza rompermi le mani a sgrossare il
granito?
Bruciato dallo spirito, colle
guancie e la fronte gualcite, collo stomaco macero, con una tosse a colpetti
secchi secchi, andò all'ospedale a lasciarvi le ossa. Morì come un ebreo, come
un cane. I figli non lo seppero che alla domenica, quando nel letto del padre
trovarono un altro. Di che malattia era morto? Di gainite acuta? No. Di etisia.
Morto etico come sua moglie. O dunque, mi domandai sconcertato sulla questione
ereditaria, questione che in quell'epoca si agitava al pianterreno di un
giornale commerciale al quale era abbonato il mio principale? Secondo
l'espressione sdegnosa della nonna, il padre gli doveva aver iniettata l'arsura
inestinguibile, mentre, a giudicare dai fatti compiuti, la moglie gli avrebbe
inoculato quel mal sottile che non fa pace che colla verminaia. Ora a quale dei
due si doveva ascrivere lo sconcerto cerebrale di Giovanni, all'uno e
all'altra? Oppure avevano tuttedue colle stesse forze, collo stesso
accanimento, partecipato all'omicidio? La questione è complessa e non tocca me
a risolverla. Il perchè dei miei due interrogativi, lo capirete continuando la
tragedia della famiglia Berretta. Morto il padre, muore la nonna, muore la
sciancata.... Tutta una famiglia che si incalza furiosamente nella foppa.
Gigia, Nando e il gira-ruota nella Stamperia Reale a un franco e venti al
giorno, deperiscono visibilmente. Col lutto nell'anima e nel cuore, vanno da
casa a bottega e da bottega a casa — come spettri — come gente che non è già
più di questa terra. Ma io speravo — poiché sapevo che i grandi dolori o
uccidono come il fulmine o non sono eterni. Che debbo dirvi? Una sera incontro
Nando mezzo brillo, che mi butta le braccia al collo e mi bacia bagnandomi
delle sue lagrime. Io me lo strinsi al petto senza dirgli una parola.
Quell'espansione subitanea, quell'abbraccio.... Oh io non so tradurre che cosa
provai.
— Animo, fatti coraggio,
Nanduccio. Sei un uomo in fin dei conti.
— Sono un tisico. E per
convincermi tossì e sotto ai riflessi biancastri del lampione sbatacchiò sul
marciapiede uno sputa di sangue della larghezza di un napoleone d'argento.
— Sarà nulla, saranno i denti,
saranno le gengive, gli dissi animato da quel brivido freddo che mi corse pel
dorso. Tossì e risputacchiò sangue.
Gli strinsi la mano come un
fratello, ma io stesso avevo perduto ogni speranza. Senza saperlo, senza
volerlo, entrammo nella prima osteria dei Due Gradini al gomito di via S.
Nicolao. Tracannammo due bicchieri filati di vino di sessanta e ci guardammo in
faccia. Le avevamo infiammate.
— Non è la paura di morire che
mi ha fatto piangere sai. Ma quella povera tosa... E qui gli si gonfiò il
ciglio.
Glie ne versai un terzo
bicchiere ch'egli trangugiò colle lagrime.
— Vedrai che non sarà nulla.
— Siamo le settembre, nevvero?
Arrivederci alla caduta delle foglie....
Comandai un altro mezzo litro,
gridando forte.
— O senti, Nando, se si
mangiasse un paio di stracchini di Montavecchia coll'olio e col pepe.
Mi fece segno con la mano che
non ne aveva voglia. Ma io non desistetti. Li conciai ben bene in un
bicchierotto dl linosa, ruppi colle mani la mezza libbra di pane e gli dissi
bruscamente, come se io fossi stata Rina:
— Mangia.
Mangiammo e bevemmo senza
curarci d'altro.
Alle undici si usciva all'aria
aperta. La brezzolina, per noi che avevamo del vino in sacca, ci faceva
piacere. Par allungarla, girammo dalla parte di piazza Castello e ritornammo,
braccio sotto braccio, dal naviglio. Avevamo una voce discreta e ci mettemmo a
cantare non so quale canzone in voga. A due passi dal ponte, Nando tossì per
due minuti piegandosi sul ventre e ributtando col vino una pozza di sangue.
Le foglie cadevano e si
spargevano per tutta piazza Castello e Nando moriva nella sala s. Giuseppe
all'Ospedale.
— E Gigia? — Questo fiore
negletto che aveva aperto i calici per bere la rugiada e darci i profumi,
moriva trasparente, diafana — là sul letto della carità cittadina, due mesi
dopo: morta etica, come il padre, come la madre, come il fratello. Quale
strage!
Io non so se lungo questa moria
ho avuto tempo di piangere. Ma ora che li ho desumati per riaverli davanti agli
occhi una mezz'ora, ora spargo sulle loro fosse oscure una manata di mughetti
fioriti sul mio cuore.
*
* *
Da un mese io non vedeva più
Clotilde, del secondo piano, la figlia del fruttivendolo girovaga. Ma non era
una sorpresa per alcuno la scomparsa di una giovane da quel paese di miseria.
Con quella ragazza avevo della dimestichezza. Alla mattina, senza darci
appuntamento, ci trovavamo sulle scale e senza dirci il perchè, facevamo
insieme la traversata di piazza Castello fino al margine di via Tenaglia.
Talvolta ci dicevamo nulla. Lei tirava via col pane sul ventre, io colla giacca
sulla spalla sinistra.
— Ci troviamo questa sera?
— No, ho paura che venga
Battista.
Era il suo amante — una forlina
che amava a un modo tutto suo. Quando era a denari, Batliata non sapeva farle
capire che le voleva bene che ubbriacandosi. — Bevi Clotilde, bevi e te lo
butto in faccia.
E alla minaccia accompagnava
l'atto. E se Clotilde si metteva a piangere, Battista l'accoppava a pugni.
— Impara a fare la troia!
— Ma perchè non lo mandi a quel
paese, le dicevo quando mi mostrava i morelli sul collo e sulle guancia
lasciati dalle mani brutali di Battista.
— Starei fresca. Sarebbe capace
di ammazzarmi.
— E tu va alla questura.
— Da quella sbirraglia?
Preferisco essere accoltellata da lui.
— E allora di' che gli vuoi
bene!
— Non dico di no. Ho nessuno e
mi ha veduto venir su a bocconi. Il sangue non è acqua.
Io con ho mai saputo spiegarmi
queste tenerezze. Ma ho dovuto convincermi che sono sincere. Se tu avessi
veduto la pena che si dava questa povera Clotilde quando lui era in prigione.
Non mangiava più. Il suo da fare era di mettere assieme quanto poteva per il
mercoledì e la domenica — le due giornate in cui si possono visitare e
soccorrere i carcerati.
Una sera dunque, mentre cenavo
colla famiglia che mi ospitava, mi venne il prurito di domandare: — Che ne è
della Clotilde?
— L'innocentone!
— Vi giuro che non so mente.
La mamma mi fissò per sincerarsi
che non dicevo una bugia e curvò la testa senza smettere il lavorio
mandibolare.
— In giornata è meglio avere dei
debiti che avere delle ragazze.
Lo due sorelle alzarono gli
occhi come per dirmi: bestione!
— Voi altri genitori vi logorate
la pelle per dar loro da mangiare e tirarle su all'onore del mondo. Bel
compenso che ne traete. Domani, quando hanno ancora la camicia sporca, si
presenta loro il primo stupido o il primo ladro, e tutto è finito. Voialtri
genitori che avete patito la fame per non farle soffrire, ora che siete vecchi,
adesso che speravate qualche aiuto, crepate! È la solita storia. Ma se
credessen i me tosann de fa la vaianascia, se sbaglien! El disi mi che se
sbaglien.
— Ma che cosa c'entra questa
mezza predica colla scomparsa di Clotilde?
— Lo so io che cosa c'entra. Quel
pover vecc de sôra, adess che l'è su amalaa e ch'el gavaria inscì tant bisogn
de la soa tosa, el po' morì d'on accident. Gh'è nanca on'anima che ghe porta un
biccier d'acqua!
Ma dove è questa Clotilde?
— Ma se l'ho ditt: a Santa
Caterinetta.
— A Santa Caterinetta? a far che
a Santa Caterinetta?
La buona donna sbarrò gli occhi
per vedere se davvero io scherzassi, e subito dopo alzò le mani intrecciate sul
ventre.
— Adess, quella povera crista,
tocca a lee. I ommen, quand'j' hann impregnaa, ghe dan ona pesciada.
— Potrebbe darsi che ci
pensasse, disse una delle figlie.
— Brava. Oh ci pensa proprio. Intratanta
lee l'è là che la po' minga vegnì fœùra, perchè l'è bona de baglì e la g'a
minga i danee de pogà la baglidura.
— Mi disorientavo. Quando le ragazze
si sono sgravate non possono uscire?
— Sicuro. Quello non maritate
legalmente, debbono pagare trenta o quaranta lire, o prestare il loro latte
alla comunanza da slattare. E siccome quasi nessuna delle ragazze ha quella
somma, così rimangono prigioniere per dieci o dodici mesi.
— Una carità un po'....
— Pelosa
— Altro che pelosa. Chi è quella
minchiona che con quaranta lire in saccoccia, cercherebbe il letto a S.
Caterina, dal momento che ci sono le levatrici che fanno pagare cinque lire al giorno
tutto compreso? E chi è di noi che sta a letto dieci giorni? Non abbiamo lo
cincischiature delle signore, noi!
*
* *
Il mio avvocato, quel tale che
mi dava la spazzola, lo stivale e la scopa, doveva lungo i disperati digiuni,
apparirmi come un salvatore. Quante volte ti ho rimpianto e quante volte ti ho
veduto, durante le fabbri fameliche, atteggiato a un ghigno diabolico, a un
ghigno che era tutt'un oltraggio alla mia indigenza. Sì, fui un ingrato. Tu eri
il mio granaio, il mio benefattore e tuttavia io ho potuto lasciarti come si
lascia un nemico. Ma quand'è che si capisce che si sta bene, che sì è in grassa
— pur scarseggiando di pane? Quando si ha perduto tutto. Quando si è discasi
ancora due o tre gradini verso il regno della miseria che uccide. Vi trovate
domani senza minestra? Ricordate quella che un giorno avete dimenticato
sull'uscio di casa vostra, o quella che avete gettato sdegnosamente ai polli
per un semplice capriccio. Vi sentite la generale nel ventre? Invidiate la
zuppa scodellata pel prigioniero. Vi vedete in gattabuia? Avete il piede
irrequieto e sentite un ineffabile bisogno di slargare le braccia al sole e di
aprire la bocca in mezzo all'aria, al creato. Un sentimento nuovo, continuo,
una resipiscenza eterna.
Quando dunque entrai nella
fabbrica di liquori, ero così disfatto, così scarno che avrei accettato il
posto di vôtacessi. Mi occorreva non altro che un'áncora che mi trattenesse
alla superficie. Era dunque giusto che io non domandassi a qual prezzo mi si
sarebbe lasciato vivere.
Il signor Valsalina
proprietario, uomo tozzo, con quattro capelli rimasti sulla superficie del
cranio, appena mi vide, mi squadrò, dividendo la sua attenzione tra me e un
pesatore di liquidi che sussultava dal cocchiume di una botte.
— Come ti chiami?
— Giorgio.
— Dammi quel provino. Quanto
guadagni al giorno?
Non avevo preveduto
l'interrogazione, ma non esitai un minuto.
— Una e cinquanta.
— Asino!
Mi voltai indietro per vedere se
quell'aggettivo qualificativo toccasse e qualcuno, ma non c'era anima viva.
Poi, senza forse ricordarsi di
avermi ingiuriato, tolse dallo sgabello sul quale metteva i suoi arnesi una
spugna e me la scaraventò in faccia.
— Sponga.
Mi curvai sul bagnato, asciugai ben
bene e corsi alla pompa a lavare la spugna. Il mio futuro principale non mi
diede il tempo di rientrare. Mi saltò addosso come una vipera e mi somministrò
una sfuriata di scappellotti.
— Imparerai, scalzacane
maledetto, a far le cose prima di domandare. Non si butta via niente dal
magazzeno, capisci? Niente!
Malgrado il modo manesco di
correggere, tacqui.
— Tieni a mente, che io non
voglio marmotte in casa mia. Se no, quella è la porta.
— Scusi, è la prima volta.
— La prima volta un corno. Il
mio padrone la prima volta mi mandò tre giorni all'Ospedale. Ma e «schiavo!»
quello era un omaccio.... Io invece non sono cattivo, io! So compatire. Ma
grazie, mi sciupi lo spirito nell'acqua. È come se tu mi rubassi il danaro
dalla tasca.
Rituffò il ciuffo nella damigiana
che aveva davanti e versò il liquido in un lungo tubo di vetro.
— Dammi il provino.
Dimenò la testa guardando i
gradi e dopo una lunga posa, ripreso il dialogo, che poteva anche essere un
monologo, dal momento che non parlava che a sè.
— Ti ha mandato il mediatore
Battaini?
— Si.
— Se hai voglia di far giudizio,
qui è il tuo posto. Io tratto bene colla gente che lavora e che mi è fedele. La
fedeltà è la prima cosa. Sei contento di una e dieci? Non voglio litigare, vada
per una e venti. Ma sii puntuale, sai? Non c'è cosa che mi faccia male quanto
la «linosite.» Là, stacca la camicia di forza e mettitela.
Arrovesciai colla spalla la
giacca e mi copersi dalla blouse-sacco.
— Fatti su le maniche, prendi la
mazzetta di legno e l'asperella e vieni fuori con me. Ne hai lavate delle
botti?
Accennai di no
— Sta attento. Con due colpi di
martello.... uno, due. Togli via l'usciuolo.
— Hai visto? Adesso dammi
ascolto. Cava un paio di secchie d'acqua, risciaqualo, vuotalo, buttacene
dentro due altre secchie, allunga la mano coll'asperella e zin e zun e zun,
fimo a quando ti pare di averne «sgroppate» le doghe interne. Quando ti pare di
averlo lavato ben bene, risciaqualo di nuovo con dell'acqua pulita, rovesciane
addosso all'esterno quattro o cinque altre secchiate per restringerne le
fessure, poi con due dita di acqua fresca in fondo, giralo sul cerchio
nell'altro cortile e lascialo dove non c'è sole. Questa operazione la ripeterai
colla seconda, colla terza o via fino alla ventesima. Hai capito? Ma bada di
non incantarti coll'asperella. E zin e zun e zin e zun e zin e zun! Il mio
padrone, buon'anima, mi ha insegnato a calci che la lavatura dei vasi è la cosa
più importante di tutta la fabbricazione. E zin e zun e zin e zun e zin e zun!
Siamo intesi.
Mi lasciò stordito. Il zin e zun
mi ballava la mattana nella testa. Io era ancora in grazia di Dio e non avevo
la croce di un centesimo. Mi feci rosso fino alle orecchie ma non
indietreggiai.
— Signor padrone, la mi faccia
grazia di dieci centesimi che ho lasciato a casa il portamonete.
Non si volse, non mi guardò e
forse non mi credette. Non importa. Me ne diede quindici.
— In casa mia non voglio che si
patisca.
La mezza libbra di pane nel
sobborgo costava in allora dodici centesimi. Aggiunsi per companatico tre
centesimi di ciliege ammaccate. In un quarto d'ora sbocconcellai e precipitai
tutto nello stomaco affranto. Coll'ultimo boccone in bocca mi sentivo capace di
pompare e di eseguire lo scellerato zin e zun tanto raccomandato.
Mi misi dietro con lena. A piedi
nudi, le maniche e i calzoni rimboccati, attingevo, scaraventavo, saltavo sulle
teste dei vasi, sdrucciolavo, mi ci perdevo fino alla cintola, risciacquavo, zunzunavo,
riapparivo, riattingevo e ripetevo il gioco.
A sera io non sentivo più le
braccia. Parava che qualcuno mi avesse legnato «alla più bella.»
Appena sul pagliericcio, mi
addormentai, morto dalla fatica.
*
* *
All'indomani discesi in cantina
col principale. Un'aria gelata da sotterraneo e un buio fitto che mi lasciò
incerto sull'ultimo gradino.
— Vieni avanti, marmotta.
Ma non mi fu possibile che
quando mi rivolse una striscia scialba dalla lanterna cieca. A un certo punto,
il fantasma che mi precedeva, accese un lampadino a cappelletta, appeso al filo
di ferro che attraversava la cantina e le botti lumeggiarono di un chiaro che
moriva e non moriva. Il mio padrone non lo vedevo più che per dei fili di luce
che gli sgusciavano dietro la schiena.
— Giorgio, hai bevuto il
grappino, questa mane?
— Nossignore.
— Lascia le cincischerie alla
gente che porta i guanti. Io ho i calli sulle mani.
Trasse di tasca il bicchiere, lo
mise sotto alla spina di una botterella che si perdeva nel seno di due altre
colossali, scosse il liquido per abitudine, bevè e mi diede il resto.
Era la prima volta che mi mettevo
nello stomaco tant'incendio. Starnutai.
— Dà lo zuccaro ai villani:
starnutano!
In fondo che fummo, il padrone
m'illuminò tutta una montagna di sabbia dalla quale uscivano scaglionati i
colli delle bottiglie sommerse.
— Guardale come bottiglie di veleno.
Depose sullo scalotto la
lanterna e la luce si proiettò in una larga coda di paone, quasi a mostrarmi la
biacca gialla delle pareti e il soffitto incrostato a squama increspata dal
coltello.
— Sta attento che non sono
abituato a dire le cose due volte.
Ci avvicinammo alla caldaia
della lambiccatura e con un certo sforzo l'aiutai a scappellarla. Presi a volo
un cencio.
— Salta dentro e puliscila.
Poscia mi additò il concone
della pigiatura colmo di vinaccie.
— Riempilo fin quasi all'orlo.
Colla mia corba che caricavo e
scaricavo, soffocai il recipiente a cannone in meno di mezz'ora. Mi diede in
spalla la brenta e mi disse di ridiscenderla piena.
Le spalliere di salice torte mi
tagliavano gli omeri e le gambe mi si piegavano sotto al peso.
— Bel soldato in fede mia! Un
uomo che non sa portare cinquanta litri d'acqua.
Scappucciai e me ne scappò sulla
testa un'ondata.
— Accidenti, sta su ritto. Se
era spirito stavi fresco.
La riversai sulle vinaccie cha
si rialzarono fino al labbro.
Riprendemmo il coppello,
lo rimettemmo sulla caldaia e con dell'argilla molle lo suggellammo
perfettamente. Poi, per intuizione, accesi lo zolfanello, misi sotto il fiasco
al lambicco e mi stropicciai le mani colla ferma convinzione che avevo sudato
abbastanza.
— Bravo. Un po' per volta e
vedrai. Ti lascio qui solo. Ti piace la solitudine? Ma per carità sta attento
che non esca la grappa dal fiasco. Guai a te se dai da bere alla terra. Tutte
le volte che è pieno vuotalo in quel vaso. Lo vedi?
— Sissignore.
— Ti ho già detto di lasciar
stare queste baggianerie. Io ho i calli sulle mani e sono uomo che lavora. Mesterasc
danerasc! Capisci? Di' su non hai mai fatto «robbiole»? Vieni qua che ti
insegno. È un mestiere facile. Uno è il mucchio della «spellatura» di corame,
l'altro delle vinaccie lambiccate. Ti curvi e ne fai una mistura come faccio
io. Quando ero garzone, andavo matto per le «robbiole» È una ginnastica che
sviluppa i muscoli e dà un'agilità a tutto l'essere da renderci contenti. Sta
attento. Ne «calchi» un pugno in quella forma di ferro e le vai sopra coi
piedi. Poi salta così: zin. zun. zin. zun. La «robbiola» è fatta. Eh? Sbattila
là in buca. Zin, zun; zin, zun, come faccio io. Saltabecchi, digerisci e non ti
addormenti.
— Mi vorrebbe favorire quindici
centesimi come ieri?
— Questi sono trentacinque;
sommali cogli altri e sarai sicuro che ti ho dato mezzo franco. In casa mia
voglio che si mangi. Quand gh'è del fen in cassina, se lavora al doppi e
pussée de gust. Va a prenderti la colazione che manderò giù el Buratton a stà
attent. Te raccomandi de fa in pressa. Svelt a mangià, svelt a lavorà.
Massima veggia che m'ha piccà in del coo el me padron, bon' anima. Quel me n'ha
daa de pesciad in del cuu! Pover ommasc!
Alle quattro il lambicco dava le
ultime stille e io avevo fatto centoquarantacinque formelle.
*
* *
L'attività del padrone era
straordinaria. Lui lavorava continuamente e non poteva capire che un garzone
punto interessato, stesse lì un minuto a fiatare.
Appena di sopra, mi piantò col
sedere su una delle «stanghe» del carretto perchè non andasse, come si suol
dire, calle gambe all'aria.
— Ti Buratton, regordet de
insegnagh polid i post e de fal cognoss de per tutt, che inscì dopo l’andarà de
per lu.
— Ch'el lassa fà de mi.
— Ve raccomandi, tra tutt duu,
de minga sbaglià, neh? L'amara lasciatela giù alla Gigia in Verziere; il
cognac e la Francia, che sono queste due pinte... Stee attent! Sono
della Giulietta in Pont Veder. A proposito, Enrichetta? Enrichetta? Varda
un po' se gh'è de là la mia tosa?
— Cossa te ghe, papà?
— Guarda la partita Giulietta.
Ha pagato l'ultimo conto?
— No.
— Fach fœra la fattura.
Questi sono venti litri di mistrà che porterete al Bertolla; il fiasco
della menta lo sai. È della Rosa in Porta Garibaldi. Poi, quando avete finito il
giro, passate da P. Nuova a prendere i fiaschi vuoti dell'offellee in
sull’angol.
Legati che furono le corbe e i
fianchi, Bertolla si mise dietro il carretto a puntare — Uh!
— Speciee! speciee !
Maladetto asen d'on asen, se ghe fudess minga mi.... No l’è bon de tegnì a ment
on cristo!
E senz’altro prese Buratton pel
ganascino e non lo lasciò che sui tre fiaschi dimenticati.
— Te vedet se te ghe giudizi? Noo l'era on alter
viagg, quest chi? ma già a vialter ve ne importa on’acca. Intant che fee quest
d'on mestee fee minga quell'alter. Vera?
— Uh!
Girammo mezza Milano. Io aveva
fuori la lingua come i cani arsi dalla sete e il carretto cominciavo a tirarlo
a zig-zag.
— Voj, di' la verità, te pias
a fa stoo mestee chi?
Rimasi un zinzino perplesso, ma
pensando alla mistura del domani, risposi:
— Pœu
gh'è minga mal.
— La va a abituas. Già, la caravana l’hoo fada anca
mi, te de falla ti, l’han fada tutti. El bell el ven dopo. Tocca su el pass.
Mi parve un avvertimento.
Difatti, la canaglia, si intascò bellamente le mancie e a me non diede che un
taglio del suo sigaro e il suo corpo da trascinare a casa colla vetreria vuota.
*
* *
Non era meno faticosa la
giornata nella stanza di lavorerio — l'officina della liquoreria. Mi toccava
lavare e stralavare il panno dei filtri, specie di puff capovolti — dalle punte
dei quali uscivano i liquori limpidi. Un lavoro di pazienza, ma noioso.
Batterli, torcerli, rituffarli per batterli e torcerli di nuovo. Asciugati,
appenderli ai cerchi di ferro, riempirli. Trevasare il filtrato nei cappucci
più fitti, guardare attraverso i bicchierini se o no il liquore era atto alla
bevitura e via via. Poi, intanto che assistevo allo stillicidio di cinque o sei
capezzoli di lana, dovevo rompere la legna colla falce e incantonarla sul focolare.
Appena cessava la lippemaniaca gocciolatura, accendevo un fuoco generoso,
staccavo il papà dei paiuoli, vi rovesciavo dentro cinquanta chilogrammi di
zucchero grasso e quasi nero e su sulla catena. Occorreva che si stesse lì
addosso, a costo di bruciacchiarsi, per non lasciargli prendere l'odore di
bruciato. Il mio padrone era inesorabile colla cuocitura dello zuccaro. Chi non
stava attento, pagava del suo. Quando capivo dal fumo denso, che era ben bene
tostato, gli vuotavo sopra una secchia d'acqua e col mestolo ne affrettavo la
liquefazione. Serviva per colorire il cognac, la Francia, il caffè e altro.
Tutte le volte che attendevo
alla fusione dello zuccaro coll'acqua e col melasso, mi capitava alle spalle il
principale, il quale subito subito prendeva in mano il sacco, ne metteva la
bocca in un cassetto, lo scuoteva furiosamente e mi diceva:
— Guarda animalaccio porco!
Credi che io vada a rubarlo? Andiamo male! Chi non ha cura della roba altrui,
non ha cura dalla propria. Te lo dico io, te lo dico. Sono le minuzie che
conducono alla rovina. Ho visto delle Ditte andare alla malora e ne ho visto
altre fiorire. Io non amo i grandi passi ma non amo neanche le soste. Avanti
sempre.
E non c'era verso di fargli
capire che a scuoterlo tre giorni avrebbe dato delle invisibili granuccie.
Sfido a fare diversamente con uno zuccaro unto e un sacco bisunto!
L'imbuto che riceveva tutto, era
quello incanalato sul fiascone dell' «amara.» Vi si spremevano gli erbaggi
fetidi destinati alla cisterna e le spugne imbevute di tutto ciò che cadeva in
terra. Vi si scuoteva sopra il fondaccio del «mistrà,» della «menta,» del
«persico,» dell'«assenzio,» del «triduo» e qualche volta il padrone vi faceva
persino le sue pisciate.
— Tutto roba che fa bon brœud.
La resta pussèe savorida. Inscì!
Come bevanda, io non saprei
immaginare qualcosa di più eterogeneo e di più stomachevole che l'amara.
Un guazzabuglio che riceveva le
mosche, i ragni e le zanzare.
I liquori si facevano giorno per
giorno. Il padrone, coi biglietti delle «ordinazioni» e il memoriale della
«fabbricazione,» sedeva sullo sgabellotto, leggeva, sfogliava, conteggiava,
gestiva interrompendosi con delle esclamazioni o dando degli ordini all'uno o
all'altro.
— Buratton, la Togna la vœur
cinquanta litter de «forta.» Dem, Giorg, tira giò el caldaron de cinquanta e
pœu ciappa la brenta e mettegh dent vinticinq litter d’acqua. Sbaglia no,
succa! El rest t'el set ti, Buratton. Ventidue di spirito, e tre di
acquavite. Fa prest che emm de tra insemma el mistrà per quell là su la riva
de Porta Cines e per el Peppascia in di Quadronn. Te se regordet cossa ghe vœur
par la brentinna? Ventiquattro di spirito, ventisei di acqua e cinquanta
grammi essenza d'anice. Stoppa ben la bottiglietta che l'abbia minga de
scappa via. L'è inscì cara l’essenza, che te podet minga immaginas. Cinquanta
franch per on boggettin!
— Su, prest lavoree, che hin già tre or. Vun
ch'el metta la sighignœula in del peston della Francia e l'alter ch'el tegna in
salt la brenta.
— Giulietta, ciappa la carta
e prepara i fattur.
— Adess bisogna preparà el
«rinfresch» per el cafferín ai colonn de Sant Lorenz. Vinticinq litter:
cinque chilogrammi di zuccaro, sette litri di spirito e tredici di acqua.
Era un va e vieni. Dalla «bastardella» (catino di
rame) allo «spuntone» (puntiruolo per spillare i vasi) alla canna di gomma, al
bagnomaria, ai vetri da riempire o da lavare, ai tappi, alla mazzetta e via
dicendo. E appena qualcuno di noi prendeva il fiasco di Tizio per quello di
Sempronio, o lasciava cadere qualche goccia di spirito o di liquore, la voce
del padrone scoppiava come un uragano. Si diceva un uomo rovinato, un
galantuomo in mano ai ladri e agli assassini. Mi ricordo una volta in cui
Buratton andò col piede addosso a un litro di «triduo.» Il padrone divenne
prima bianco come un panno di bucato, poi si rovesciò sul poveraccio con tale
impeto di collera ch'io credetti lo strozzasse.
— Ma padrone? gli diss'io.
Mi ringraziò con un potentissimo
schiaffo.
— Impara quand te see minga
cercaa!
Quello sfacchinamento incessante, crudele, che mi
profondava senza permettermi d'avere conoscenza del mio stato, mi aveva
asciugato il corpo più ancora di quello che non l'avessero fatto le vuotaggini
ventricolari. La metamorfosi si era completata o era lì lì per completarsi. Una
faccia oblunga — ossea — dura nei lineamenti. Mi si vedevano le rientrature
alle guancie — le rughe incipienti che sottolineavano gli occhi, le crispazioni
visibili che incominciavano ad apparire sulla fronte e i capelli abbaruffati i
quali aiutavano a dare il certificato che tutto si andava trasformando per non
lasciare di Giorgio che un rachitico — cresciuto nel mondo opaco dell'ignoranza
e dei patimenti.
*
* *
In dieci mesi di quella
vitaccia, non mi lasciai trascinare da nessun appetito di gola. La colazione
pencolò sempre dai tredici ai quindici centesimi. Quindici centesimi quando il
freddo mi obbligava a mangiare la zuppa. A desinare quindici di polenta e otto
di pesciolini fritti o di merluzzo; a cena invariabilmente una minestra da
venticinque con mezza micca. Una spesa quotidiana di settantatre centesimi. Gli
altri li distribuivo così: diciasette pel letto — tre tra biancheria e
stiratura — una stiratura da far drizzare i capelli — e diciasette — salvo
alcune sottrazioni festive — per l'avvenire.
Sicuro, pensavo anche
all'avvenire!
*
* *
Davanti all'Ippodromo2,
quando nei dopopranzi domenicali, io assisteva alle arrighe degli attori o dei
saltimbanchi allineati in una specie di balcone, col frastuono spaventevole dei
piatti e dello zuffolio di meneghino o di pagliaccio, sentivo delle voglie
infrenabili. Cinquanta volte mettevo la mano sui venti centesimi e cinquanta
volte le gambe provavano gli spasimi d'incamminarsi verso l'entrata.
— Avanti signori! Chi ha tempo
non aspetti tempo. I cavalli vanno subito a incominciare. Meneghino giù,
dabbasso. Alee — alee — aleee!
Spesso mi ci trovava tra la
colonna dei fortunati che entravano davvero, ma subito mi pentivo. Pensavo che
venti centesimi potevano valere l'esistenza di un giovane.
— I signori militari pagano
soltanto la metà dei signori borghesi. Avanti! avanti! Aleee — aleee —
aleee!
—
Se almeno fossi militare!?
*
* *
Ho dunque detto che ero sfinito,
ma che neppure per ombra mi veniva in mente d'andarmene. Preferivo il pane di
mistura all’astinenza assoluta. E poi mi andavo sempre più persuadendo che
avrei trovato qualcosa di meglio. Aspettavo ogni giorno che una delle «poste»
mi dicesse «ehi Giorgio, vi dispiacerebbe venire da noi? Guardate, noi si
mangia qui alla buona, ma il giovine siede a tavola con noi ed è netto di
biancheria. Aggiungete l'alloggio, venti franchi al mese, un po’ di mancie...
Via, non starete male.» Ero la donnicciuola che divideva il terno prima
dell'estrazione. Tutte le volte ritornavo a casa col mio carretto fiacco e
disilluso, come qualunque ronzinante istupidito dalle cinghiate sulle orecchie.
*
* *
Un venerdì.... Maledetti i
venerdì! Fin da fanciullo ho imparato a odiarli. Mi avevano insegnato di non
far nulla in venerdì, perchè portano sventura. Un brutto venerdì del novembre
che moriva, mentre la pioggia scrosciava in risate beffarde e i tuoni solcavano
lampeggiando, distendo sulla carriuolata dei liquori la stuoia incerata, la
allaccio ai quattro angoli, m’incappuccio la testa con un sacco e fuori dalla
porta.
— Ti raccomando di non farmi una
frittata. Va adagio! Mezz'ora più, mezz'ora meno.... Tanto dopo vai a casa.
Il cielo irruppe in una
cannonata e a luce bianchiccia stralunò in mezzo al diluvio. Saltando i guazzi,
cadevo nei rigagnoli gialli di poltiglia e m’inzaccheravo fino alla faccia.
Sentivo i piedi nell'acqua che cercava l'uscita dal tomaio e i calzoni e la
camicia molli sulla pelle, ma non rifugiavo in alcun luogo. Curvato sotto
l'irruenza dei doccioni che mi inseguivano colla perfidia e l’insistenza d'un
poliziotto, l'anima mia tripudiava e si levava fiera sfidando Giove Pluvio.
Zuffolando, mi alzavo sulle stanghe nell'aria e godevo mezzo mondo a rifare
l'altalena, puntando i piedi a terra. Era così bello vedermi solo, sotto a quel
rovescio che incolleriva sempre più sull'acciottolato, mentre gli altri se ne
stavano ricoverati sotto le arcate o sotto le porte, ad aspettare che il buon
Dio si placasse.
Ma era deciso che doveva essermi
fatale. Venerdì, io ti ho guardato e ti guarderò sempre come un coleroso!
Giungo in faccia al lotto,
mentre passa una vettura. Vedo il pericolo e tento addossarmi al muro. Ma sì!
la ruota dell'uno inciampa in quella dell'altra. Il carretto gira sterzando e
addio liquori. Il vetturale, fulminato dalla pioggia, sacramenta con una
bestemmia e un hip!, dà una frustata e riprende la corsa al galoppo. Volevo
vociare, volevo gridare all'assassino, ma la gente assiepata sulla bottega
dell'osteria e riparata colla sentinella sotto il portico del Palazzo di via
Broletto, sgangherò dalle risa, come se io avessi fatto apposta per farla
divertire. Il carretto all'aria, i vetri frantumati l'uno sull'altro, il cognac
il mistrà, la menta, l'acquavite che discendevano colla pioggia nei fori del
tombino, mi lasciavano stordito colle mani in mano. L'acqua sbellicava più
rumorosa. Pareva che al disopra delle tettoie si azzuffasse e che dopo la
collutazione si precipitasse a ondate. I più compassionevoli, ai lati,
dicevano: cossa te vegnuu in di corna de andà a torna con sto temp del
diavol? Il cuore mi si rompeva e le lagrime mi ritornavano in gola.
Rassegnato, slacciai la cordicelle, gettai indietro la stuoia e mi trovai
innanzi alla rovina. Tutto era a catafascio, tutto era andato alla malora.
Scuotendo i cesti per buttarne fuori i vetri pesti, vedevo il padrone cogli
occhi iniettati di sangue, i pugni stretti, che mi si avventava allo stomaco.
Ladro! Dal naufragio si salvò una bottiglietta d'alkermes. Oh va! E la
scaraventai contro al muro. Va! Raddrizzai il carretto, misi in ordine le
corbe, scossi la stuoia, la riattaccai e punto pensando che pioveva,
m’incamminai verso il corso, attraversando il Monte Napoleone, il Borgo Nuovo,
la via Fiori Chiari fin a quando mi parve che il giro che dovevo fare poteva
essere compiuto. Ero deciso a non dire una parola dell'accaduto. Tanto più che
mi avrebbe licenziato lo stesso. Con questa aggiunta: che dicendoglielo, mi
avrebbe mandato via colle ossa malconcie.
Cacciai il carretto nella
rimessa, accavallai i cesti nel solito stanzino, lasciai la blouse e il
grembiale nell'angolo della biancheria sporca, staccai la mia giacca e diedi,
come al solito, la buonasera alla padroncina.
— Voj Giorg, t'han pagaa
nissun?
Provai come un tuffo alla testa.
— No.
All'indomani, il mio compagno,
il mio lettaiuolo, mi urta brutalmente: sù sù che l'è tard. Io invece mi
rovescio sul ventre per sottrarmi alla luce che gia imperversava per la stanza.
— Andem, Giorg, che l'è tard.
— Lassum stà che g'oo
vacanza.
Ma lui, credendo ch'io parlassi dormendo, mi tirò
giù per le gambe.
— Te gh'et nanca vergogna!
Hin già quasi cinq’or, vuj!
— Ma che seccada! Se ti
dico che puoi andartene.
Mi ricoricai e malgrado il baccano che facevano
tutti assieme nel vestirsi, mi riaddormentai più profondamente di prima. Era
ormai un anno che mi alzavo alle quattro anche quando il sole sonnecchiava
sotto al cumulo delle nubi, sicchè potevo bene, per una mattina, farmela
anch'io col letto. O che forse è un male godersi qualche volta in dodici mesi,
ciò che i signori godono trecentosessantacinque volte in un anno? Per essere
vero, debbo dire che l'interrogazione mi è scappata dalla penna. In allora
avevo altro pel capo che la comparazione! E poi ero troppo stroncato dalla
pioggia e dalle fatiche, perchè il mio pensiero potesse sollevarsi nel campo
dello domande. Piatto così com'ero, dormii forse un paio d'ore. Quanti sogni in
quel secondo sonno! Rifacevo la catastrofe, ascoltavo lo sghignazzamento della
folla, vedevo il carretto colle aste al cielo e provavo un bisogno di dare in
un grido! Mi pareva di essere lì piegato a raccogliere dei pezzi di vetro.
— Perchè non sei venuto,
cialtrone?
Lui in persona!
Cogli occhi imbambolati, perplesso,
titubante, non trovo parole. Il principale, colla faccia spaventata, non
aspetta del resto la risposta. Col primo manrovescio mi manda un dente labbiale
sul gorguzzule.
— Te la darò io, cane d'un cane.
Mi stringe le spalle come se
volesse schiantarmele, mi agita, mi ripiomba con forza sul giaciglio quasi per
unire lo stomaco alla schiena, mi sputa sul naso, mi vien coi ginocchi sulle
ginocchia, mi strappa le orecchie, i capelli e non contento ancora, sbuffante
di collera, colle pupille illuminate dalla vendetta, mi si precipita sopra
colla bocca e mangia una strappata di pelle al collo.
— E se non paghi, diceva egli
asciugandosi la fronte madida di sudore, ti cavo un occhio. Parola di
liquorista. Hai settanta lire? Se mi dai settanta lire puoi passartela ancora
liscia....
Il sangue del naso e della bocca
m'impediva, volendo, di parlare.
— Parla, marmotta. Hai le
settanta lire sì o no? E nota che non ti faccio pagar tutto. Tu mi hai sciupato
più di cento lire. Ma «schiavo,» io non ho il pelo sullo stomaco, io.
Dovevo piangere perchè la sua
furia riscoppiò come un temporale.
— Ah tu credi che io paghi i
creditori con delle lagrime, marmottone? To', almeno piglia questo; to', brutto
sporcaccione, birbante. Almeno te ne ricorderai per un pezzo. Settanta lire!
Furfante maledetto!
Coll’ultimo calcio nel fianco
perdetti i sensi
Alloggiavo da un paio di
settimane sotto il portico del Pulvinare.
— Che cosa fai? mi dissero una
voce e un piede che puntava sul mio ventre.
Cercai di sgarbugliarmi gli
occhi, ma ricaddi nel sonno.
— Duma! Duma!
Una mano prepotente mi afferrò
pel colletto e mi piantò in piedi di peso.
— Che cosa facevi qui, plandron?
Mi allacciai l'ultimo bottone
dei calzoni consumati.
— At parluma con ti, sastu,
plandron? Comm'at ciami?
Stordito com’ero non mi venne il
nome sulle labbra. Il più tozzo dei poliziotti mi lasciò andare una ditata
sulle costole e l'altro mi strinse il braccio destro colla funicella tanto
forte da farmi piegare sul fianco. Mi scappò un «ahi!»
— Sta su, ch'at la daruma noi la biava.
Dovevano essere le tre. Piazza Castello era deserta
e in cielo si spegnevano mano mano le capocchie che scintillavano nel gran mare
azzurro. L'eco dei nostri passi, in quel silenzio, alto come la notte, si
frangeva sulle muraglie dell'Arena, come l'addio di un moribondo.
Svoltando la cantonata del corso
Garibaldi, il mio angelo custode girò la cordicella su sè stessa e il sangue
corse a rosseggiarmi il collo.
— Non mi facciano alcun male.
Sono un povero giovine....
— Pellascia grama, va!
Si udivano gli strascichi dei badili che caricavano
e il ran ran trun trun dei carrettini a navate.
Giunti che fummo nell'ufficio di via Pontaccio,
venni salutato con un pugno sullo stomaco.
— Vagabondo!
Mi si slegò e con un calcio mi si
urtò in uno stanzone scuro scuro che putiva di chiuso e di melma. Che c'è?
Urtai in una secchia il cui liquido rovesciato mi strinse il naso. A tentoni,
cercando nel vuoto, agguantai una tavola — un vero tavolazzo. Ero dunque
nell’anticamera dei senzatetti. Mi butto sopra e ringrazio colla mente Iddio.
Se non altro ero riparato dall'aria che fuori m'ingranchiva.
*
* *
Dormivo forse da mezz’ora. Mi
pareva di sognare. Sognavo che qualcuno mi stringeva maledettamente le natiche,
senza che l'idea vaga mi desse forza di sottrarmi al sonno. Tuttavia, il dolore
doveva essere vivo, poiché la mano si contraeva e tentava di agguantare. O non
ero dunque solo sul tavolato? Mi spuntava l'interrogazione e mi risvegliavo con
un urlo. Dio santissimo! Ma chi era? Piangete! Qualcuno mi aveva ladrescamente
violentato. So d'aver vociato, d'aver pianto, d'aver chiamato in soccorso Gesù
e la Madonna e le mia povera mamma, come so che non ascoltai che il catenaccio
passato e ripassato stridendo e un trac! di chiave. Mi riaddormentai.
Mi si tirò fuori a mezzogiorno,
mi si chiuse il pollice col pollice di un altro vagabondo nella smorza
d'acciaio, ci si diede uno schiaffo per prevenire qualche movimento di fuga e
«march, duma!»
A piedi, in mezzo ai due
custodi, attiravamo gli sguardi. La gente si fermava, ci additava e ci diceva
delle ingiurie a mezza voce, come se fossimo stati dei peggiori galeotti. Una
bella signora che teneva la mano di un amoretto di bimbo, vedendoci, si curvò
dicendogli: quij duu là in duu fiœu cattif, che han faa el baloss. Te vedet
adess? I menen in preson.
*
* *
Il sistema di percotere nelle
anticamere della giustizia armata, doveva essere comune in tutti gli uffici di
polizia. Poichè a Santa Margherita, entrati nello stanzone di guardia, il
brigadiere, un omaccione alto, divenuto in seguito portiere di fiducia alla
Cassa di Risparmio, con dei baffacci irritati che mettevano paura, dopo d'aver
presa la consegna dei malandrini e di averci registrati, ci prese pel gilet, ci
urtò tre o quattro volte schiena contro schiena e ci abbandonò lanciandoci con
un colpo sul muro.
— Balossaia porca, che noo
l'è bonna che de fass mantegnì!
Fummo squadrati da una fila di guardie in camicia,
in mutande, in abito borghese c consegnati a un tale che doveva essere il carceriere.
— Numero tredici.
Il camerotto, entrati noi,
divenne popolato di cinque individui. Nudo, affumicato, sporco, con una
parvenza di luce che strisciava dalla tettoia sulla ringhiera e che dalla
ringhiera ci irrideva dal quadretta dell’usciolo dello spessore di quattro
dita.
C'era un mendicante còlto in
flagrante questua, un operaio tutto pieno di cerotti in faccia e alle mani, che
aveva fatto a botte con un compagno e uno spiantato, messo in prigione, come
noi, perchè senza mezzi di sussistenza.
I sacconi erano distesi sul
pavimento e la secchia dell'acqua orecchiava coll'altra degli escrementi.
— La ven sta sbobba sì
o no? Quant'hin sti ôr, vialter, che vegnì dent adess?
— G’avii minga el bogol? (orologio).
— L'è sonaa el mezzdì.
— Disi scià. Gh’avi de
imprestamm del succher (denari)? G'oo sêt, incœu.
— Van dà la mastegada?
Alzammo le mani.
— Semper inscì quij biss de
la madonna!
— Ah, ma son nanca mi, se non gh’el disi al
delegaa.
— Bravo, che inscì quand te ghe
borled in di ong te dann el rest. E pœu voi, el delegaa! Quell l'è bon! Se te
gh'el diset el te lava la faccia senza ona gotta d'acqua. El conossi mi che
pedinna che l'è!
Fummo interrotti dalla distribuzione della minestra
Una minestra stomachevole. La pasta sapeva di gomma e il brodo di lavatura di
piatti.
— E pur inscì veghen, i me
car fiœu! ci disse il mendicante. Almanch chi se magna.
Dopo sei giorni di camerotto, venni tradotto
davanti al delegato il quale mi lasciò in libertà, dicendomi che mi «dava» otto
giorni per «trovarmi» uno «stabile» lavoro.
Portai immediatamente il mio
domicilio in una cascina a tre miglia da porta Nuova — in una maniera
semplicissima. Il garzone dal lattaio, che serviva la padrona della locanda
Berrini, ammattiva tutti i giorni per trovarsi uno di buona volontà che gli
volesse tirare il secchione a due ruote altissime.
— Che cos'è per voialtri che
avete niente da fare? Vi dò due o tre golate di latte appena munto e vi lascio
dormire con me nella stalla. Si stà caldi laddentro.
Ma difficilmente trovava l'uomo.
La sera che fui libero, lo
aspettai e mi offersi. Mi rispose mettendomi al posto del cavallo.
— Bada di tenermi la piazza
tutte le sere.
— Figurati!
Alle sei uscivamo di porta, lui dietro colla «sanguinetta»
in mano, io davanti colle stanghe. Lui zuffolava delle ariette popolari o
cantava a perdita di voce; io gli tenevo dietro spesso facendo nel suono il
contrabasso, nel canto il basso profondo. Quando era in vena, ci fermavamo alla
Cascina dei Pomi a bere un cicchetto di «bionda.» Ci mettevamo la goccia sul
palmo, una fregatina e in viaggio. Il «bagol» non lo prendevo che quando avevo
la cascina del ventre vuota. Il succo del fondaccio di tabacco, mi nutriva.
Quando giungevamo, lui se la svignava dietro la siepe con una contadinella che
doveva essere sua amante, e io mi mettevo nel sacco e mi allungavo sulla paglia
che serviva all'indomani di sternitura alle bestie. Davvero, dormivo da
principe; caldo come un gattuccio raggomitolato. Alla mattina, cioè no, verso
l’una, mi chiamava col manico del tridente. Sù, dormiglione. Mi sgonfiavo di
latte che mi passava nel canale come olio sulle piaghe infiammate, mi aggiogavo
e l'«addio, mia bella, addio» a due voci spiegate, salutava l'amante e gli
alberi che lasciavamo dietro le spalle. Passai così quattro o cinque mesi
relativamente contento — quantunque non mangiassi che.... — Ma, aspettate, che
devo dirvi come mi procacciavo il vitto.
*
* *
Nelle settimane pesantemente
oziose, come ho detto altrove, io andavo in Biblioteca di Brera a leggere e a
farci su dei pisolucci, i quali pisolucci mi rifacevano dal sonno perduto e
dalle cene dimenticate. Ripigliata, dopo tanta assenza, l'abitudine di
andarvici tutti i giorni, elessi il mio scranno vicino alla stufa.
Allo stesso tavolo, proprio
faccia a faccia, sedeva un giovanotto che aveva la precisione dell'orologio.
Entrava coll'ultimo tocco delle dieci e usciva al primo delle due. Si metteva
davanti una montagnola di libri in quarto, li sfogliava, noterellava, vi si
fermava sopra e si buttava indietro, le mani in tasca, gli occhi al soffitto,
di chi rimastica strabiliato qualche sentenza d’autore che ponza. Per l'ora
d'andarsene aveva riempito il dorso d'una quarantina di stampiglie, ch'egli
trafugava, come me, nel momento, in cui il distributore ci portava i libri
chiesti. Quali cose scrivesse non saprei dire. So che inchinava il naso come il
miope e che colla penna d'oca scriveva minuto e affrettato. Alla mania di farsi
credere uno studioso sul serio, aggiungeva un'intolleranza massima. Se un
crocchio di studenti bisbigliava o se qualcuno russava, era lui il primo che
scuoteva la lingua per chiamare l'attenzione del portiere. Povero Villa! Quando
udiva quel sibilo a denti serrati, gli toccava lasciare il tagliacarte,
togliere dalla sedia quel suo pancione a mappamondo e andare là, colla sua
faccia larga e serena come una pagina manzoniana, a imporre a quelli e a questi
il silenzio.
Questo giovine che immagazzinava
ingordamente la scienza, io l'avevo riconosciuto fino dal primo giorno. Aveva
fatto con me le scuole elementari. Me lo ricordavo pei suoi occhioni bagnati in
un languore viziato e pei suoi capelli lunghi e fini come seta. Stefano m'aveva
anch'egli riconosciuto? Qualche volta mi codiava coll'occhio, ma erano lampi.
Si rituffava subito in quel pozzo di scienza dal quale non usciva che per
abbondarci.
Un giorno, non so come, gli
cascò dal tavolo un libraccione che mi toccò la punta del piede. Lo raccolsi
affettando una carta premura.
— Grazie.
Alle due coi libri sotto al
barbazzale, strisciò nel vuoto un mezzo saluto.
Me gli inchinai.
Continuammo non so quanti giorni
a salutarci con una simpatia crescente.
— Che libro legge? mi domandò
egli prendendosi il volume nelle mani. Silvio Pellico? Ferrevecchio!
Per paura di prendere una
cantonata non mi arrischiai a contraddirlo. Ero lì commosso sulla pagina ove è
ricordata la gamba seppellita del povero Maroncelli.
— È un libro che fa nausea. La
rassegnazione dallo scrittore mi ha indignato.
— E se le dicessi che mi ha
rimescolato le viscere?
— Idealismo, mio caro. Siete un
ragazzo che dimostrate di avere in cassa del cuore. Ma se valete
ascoltare un consiglio, guardatevi dal veleno somministrato nel giulebbe. Se ne
provano poscia la amarezze. Nutritevi di scienza e cominciate ad attingere
nelle vasche di Büchner e Moleschott.
Ricascai nelle mie Prigioni,
ma la mente era distratta. Pensavo a quel fanciullo che mi dava del ragazzo e
dei consigli. Quale audacia!
Alle due uscì apparentemente
solo, ma ci trovammo entrambi sulle scale.
— Scusate se vi ho detto
francamente la mia opinione. Io sono d'avviso che se la gioventù avesse una
guida che l’avviasse addirittura sullo stradone che conduce alla grandezza del
vero, ci si risparmierebbe l’ingrato lavorìo di recere la scoria che abbiamo
inghiottita coma roba buona e nutriente.
— Permettete, ma chi può dire:
questa è la verità vera e questa è la verità falsa?
— Un bimbo appena svezzato. Non
credete mai che a ciò che potete supporre per via di induzione o a ciò che voi
o gli altri hanno potuto constatare. Poichè la verità, sappiatelo, è come
l'analisi chimica. È esatta o non è. Si è col vero o contro.
La logica mi sbalordiva ma non
mi persuadeva. Stefano mi frugava negli occhi — forse per sapere so sì o no
approvavo lo sue parole enfatiche.
— Oh, ma sentite. Avete una
strana rassomiglianza.... Cavatemi dalla curiosità. Non siete voi certo
Giorgio?
— Sì, signor Stefano.
— Volevo ben dir io! Lo sai,
sono fisionomista quanto Lawater. Una volta che ho veduto uno non mi scappa più.
E nota che ti trovo un po’ magro.
— Di’ pure allampanato.
— Come va, di' sù. Studî, studî?
Ma lascia, caro mio, i romanzi. I romanzi sono nella letteratura quel che la
donna è nella vita. Ti adescono, ti distruggono con delle fiammate che muoiono
e ti lasciano prostrati e vuoti a macerarti nel rimorso. La patria ha bisogno
di torsi di ferro e non di gioventù evirata. Dove pranzi di solito? Mio caro
amico, io ho sempre avuta una predilezione per Béranger fino a quando non
sapevo a memoria le sue ariette birichine. Mes fleurs, par exemple: Modestes fleurs, empressez-vous d'éclore. La conoscete? Déjà bien vieux, j'ai
hâte de vous voir. Sentite la penultima quartina: Mais, près de vous,
fleurs au tendre langage, — Si de ma mort. ici, j'atteins le jour, — Puisse un
parfum, souvenir du jeune âge, — Ce jour encor me, reparler d'amour. Che
gentilezza di pensieri, hein? Era un repubblicano che aveva il torto di
napoleonizzar troppo. Dieu joint
sa main aux mains qui vont descendre — Napoleon dans son tombeau. Ma gli perdonavo. Si sa. Anche
Berchet era un vittorioemanuellista, malgrado il giallo che sapete. Ma
oggi? Oggi che ho letto la Correspondance... Eh mio caro Béranger, mi
sei sdrucciolato nel pantano. Mi sei uscito fuori un abile negoziante di versi.
Oh sì, egli sa tacere a lungo e sa pulire con precauzione. Lui, non va punto in
cerca di quel tal lumicino appiccicato al cappello che è la riputazione. Ma si
contenta del benessere. È questa la ricetta stomachevole di tutta la sua
vita. Dove vai a pranzare? I poeti? Puttane! Dunque?
— Al.... non posso neanche
dirtelo.
— Hai paura che io ti scrocchi un pranzetto?
— Non è mica per questo,
Capi, non capi che ero al verde?
Aperse il portamonete, biascicò dei numeri e lo richiuse.
— Quarantotto soldi non bastano,
ma troveremo il resto. Lascia fare cui tocca. Non hai letto la Bôheme di
Mürger? No? Allora hai ragione di maravigliarti.
Scantonammo dietro al Carmine.
— Aspettami due minuti.
Ridiscese con un pacco.
— Sei buono di portarlo?
Me lo caricai sulle spalle.
— Dove si va?
— Si va.... sta attento. Si va a
far denari. Gli uomini di Mürger facevano così.
C'erano le Storie fiorentine del
Macchiavelli, Tacito del Davanzati, la Grammatica del Puoti, i fioretti di S.
Francesco, le vite dei Santi Padri, i Pensieri di Pascal, l'Eloisa di Rousseau,
gli Uomini illustri di Plutarco, Paolo e Virginia e che so altro.
— Quanto mi date?
— Sei mutte.
— Ohè! Contate galantuomo
che sono più che venti volumi.
— Tutta robaccia da peso.
— Datemene otto delle mutte, che vi porterò qualche
altro tomo. Mi occorrono otto mutte.
— Mi fate un favore se non mi
date neppure questi.
— Mariuolo! Qua queste sei
mutte. Ci rimetto il 98 per cento. Tanto, mi disse uscendo dal librivendolo,
gli ho dato della zavorra. Oh adesso, pensiamo al modo di spenderle bene. Da
che parte prendiamo. Andiamo al Pellegrino? Mi ricordo di aver mangiato
benissimo in compagnia di un amico l'anno scorso. Tu non hai idee fine, eh?
— Per esempio?
— Fagiani, tartufi, quaglie,
code di gamberi?
— Eh, magari.
Al manzo Stefano mi versò il
terzo bicchiere di vino.
— È un barbera coi fiocchi, te
lo dico io che me ne intendo. Pigliati questa sleppa di vitello bruciato. Uhm,
come è buono. Che te ne pare?
— Eccellente.
— Ed è proprio vero, senti,
quello che mi racconti?
— Come è vero che sono cristiano battezzato. Te lo
dicano le mie ossa i miei abiti, le mie scarpe.
Coi gomîti sulla tovaglia
incrociò le dita.
— Eh, lo so ben io che cosa
bisogna. Bisogna rovesciare questo vecchio mondaccio birbone. Un povero diavolo
di giovine viene a Milano per trovarsi un posticino che gli dia da mangiare ed
ecco in che stato me lo si riduce. Ci vorrebbe qui mio padre, lui che si ostina
a dire che ho l’osso nella schiena. Ecco la verità, il documento. Voilà le
naturalisme, messieurs les bourgeois! Hai tu bussato a qualche porta?
Poichè sappi che c'è il pulsate et aperietur vobis.
— A tutti gli usci, a tutte le
botteghe, in tutti gli opifici.
— Io non ti posso aiutare, santa madonna. Mio padre
è pensionato da tre anni a mille due. E siamo in cinque a mangiarci sopra. Non
ti potrei assicurare il fumo della pipa. A proposito, cameriere, portaci dai
virginia. Fa così. E tu va a casa. Meglio un tozzo di pane in casa propria che
bubbolare in una città grossa e grassa come questa.
— Impossibile!
— Nulla di impossibile. Quando si ha provato quello
che hai provato, bisogna chinare la testa. Tua madre in fin dei conti è sempre
tua madre. E io forse non sto lì a pane e coltello?
— Tu sbagli. Non sono capricci i miei, Vuoi che
vada a strappare dalla bocca di quella povera vecchia l'ultimo boccone, se pure
lo ha ancora? Sono le sei meno un quarto. Presto, presto che io devo andare in
P. Garibaldi.
— A far che in Porta Garibaldi?
— A prendermi il carretto del
lattaio Ciao, arrivederci; a domani.
All’indomani, alle dieci precise,
Stefano mi faceva passare di sotto al tavolo della biblioteca, tanto quanto una
mezza micca di pane.
*
* *
Alla vigilia di Natale mi si
mandò sul fienile por lasciar posto alle donne di telettare. È un uso tradizionale
tra i paesani — specie nel Lombardo. Alle due del mattino il sagrestano dalla
camicia rosso fuoco a scancio, si appende sonnacchioso alla fune, e il tin,
ten, ten, tin tin, ten ten, rompe gagliardo nell’aria, quasi voce spietata
che chiami al soccorso. Gli uomini sdrucciolano nei calzoni che si cinghiano ai
lombi, impagliano i piedi nelle scarpaccie a bullette fitte e via, alla
chetichella, come frati minori, da Tonio il sartore e barbitonsore — la quarta
o la quinta autorità campanilesca, dopo la moglie del segretario a
trecentosessanta. Le paesane, colla bambinaia alle tette, la marmaglia svezzata
giù per le spalle, gli indumenti sulle braccia, discendono dai ballatoi
scricchiolanti, a tentoni, nello scurastro, cercando il filo moribondo sgusciante
dalla fessura della stalla. Ivi, girondolate, nel fiato bianco delle giovenche,
le ginocchia inchinate sulle seggiole, le mani al dorsale di esse, sboccano
l'ave maria, il pater e il chirie al pianto sguaiato della minutaglia umana e
ai muggiti dei ruminanti — ultima degradazione degli organi vocali.
Terminata la prece, si
strigliano e si spalmano le treccie con olio di ravizzone, si danno una mano
d'acqua al collo e alla faccia e a una a due, escono, le orecchie e le mani
infazzolettate e vanno in chiesa a sginocchiare, a ringraziare Domineddio di
aver loro lasciata un'altra giornata da vivere, e a scongiurarlo di tener
sempre la «sua santa mano» sulle loro teste.
*
* *
Il batacchio impazzava per lo
spazio e io incominciavo a provare un tepore morbido alla schiena e alla
caviglia. Ma ce n’erano volute della ore. Il fieno vi accoglie a vi preme
dappertutto co' suoi fili flessuosi e ne trattiene il calore, ma la paglia, ah
la paglia! rigida, indomabile, vi si sdraia sopra leggera leggera, barricandovi
e pungendovi colle sue mille punte e lasciandone scappare dai pertugi
innumerevoli, la caldezza che il vostro povero corpo manda fuori inutilmente.
— Giorgio, muoviti che mi sono
«impagliato.»
E io zitto.
Giorgio, dico. Accidenti, vuoi
una bastonata? Aspetta.
Sentii cadere un coso pesante
sulle gambe. Doveva essere un mattone.
— Giorgio o Giorgio? Va
all'inferno!
Le palpebre piegarono davanti
alle esigenze fisiche o l'«addio mia bella addio,» mi giungeva da lontano come
un sospiro stracciato. Io voleva violentarmi, correre dietro al mio secchione,
al secchione che mi dava il latte e il fienile, ma il sonno potè più che il
digiuno.
Quando mi svegliai, il cielo era
tutto grigio che metteva freddo nelle reni. Le campane stornellavano dall’alto
la loro gaiezza, i fumaioli scalcinati o scappellati risoffiavano il fumo a
volate e in fondo all'aia, in margine alla pula dove spuleggiava il pollame e
dove i tacchini facevano della coda una ventarola, i porci, nel loro steccato,
si ubbriacavano nel voluttabro, tuffandovi il grifo e il deretano spelato e
schifosamente grasso, ravvolgendosi colla schiena, perdendovisi con dei tru-tru
di piacere.
Dal largo della tettoia,
attraverso la campagna che mi distendeva la poverezza dell'inverno, spuntavano
omiciattoli o donnuccie che gli alberi m'involavano o mi schiacciavano o mi
tagliavano capricciosamente. Sotto i miei piedi sentivo tratto tratto gli
augurii che il cascinale scambiava colla paisaneria delle case circostanti.
— Addio Peder, saludem la
resgiora e la bagaia.
— Anca vu, neh?
— Ciao neh, Maria.
— Stee ben, fee i bon fest.
— A vegnii scià a trovamm
stassira?
— Gavii minga Zepp, ona
brasciada de melgasch per i me besti? Me rincress andà in cassina in del dì de
Nàdàl.
— Figureves, Bortol!
Inghiottito fino al sottogola dalla
paglia, ascoltavo e rammentavo. Una volta la mamma ammazzava l’anitra più
bianca, vi sacrificava il cappone più in carne e si mangiava il manzo
picchiettato di spicchi d'agli colla mostarda che portava a casa il babbo. Una
volta si andava insieme alle tre messe dopo mezzanotte e in casa, in una pace
patriarcale, il buon vecchio ci ricordava i gloriosi natali dei nonni e delle
nonne. Una volta si pregava il Signore e ci si metteva a tavola augurandoci di
trovarci tutti al Natale venturo, allo stesso posto, per bere il rosolio nello
stesso bicchiere. Oh mamma, oh mamma, io ti vedo genuflessa, ti vedo piangere e
ne ascolto il singhiozzo soffocato per non far piangere la sorella, la buona
Ortensia. Lo so che volete bene al vostro Giorgio, al Giorgio ingrato.... No,
dite al Giorgio che muore, al Giorgio che non ha il coraggio di tornare a casa,
di venirvi davanti in questa guisa. Sgorga pure o lagrima. Tu sei divina.... Oh
ma, chissà, povere donne, qual natale è serbato anche a voi! Lo avrete un
pollo, un pezzo di pane, un bicchiere di vino, una fetta di panattone? Che
lodato sia Gesù se almeno vi ha concesso questo. Il vostro Giorgio, il vostro
Giorgio.... Ebbene non datevi pena, non è la prima volta che egli fa della
fame.... È il primo natale, ma pei poveri non è dessa una giornata come le
altre? Tacete, tacete, mi fanno male le vostre parole, mi fanno piangere.
Tacete in nome di Dio. E tu buona Ortensia, scalda la mamma al seno e raddoppia
di tenerezza; dille che io l'idolatro sempre, ma non dirle che digiuno in
questa giornata solenne. Ma taci dunque mamma, non vedi che non posso più, che
mi si rompe il cuore? Suona il tocco. Ecco, sento questa immensa mascella che
tripudia, questo immenso lavatoio che gorgoglia rosso e ne ascolto il ruzzo
plateale, ma discerno ancora la mamma e la sorella, l'una fra le braccia
dell'altra, tutte e due unite in un’ambascia, in un desiderio, in un voto.
Crudeli, ecco che piango anch'io. Disgraziate lagrime, siate voi solo compagne
dei mio natale. Benedetta la vostra fonte, benedette voi che inondandomi mi
aiutate a sopportare rassegnato e quasi felice l'angoscia di un natale
consumato sotto un mucchio di paglia — lontano da due creature a me care più
che la vita. Io non ascolto più nulla, io sono languidamente spossato. Ho dormito?
Quanto ore ho dormito? Che ora è? Che tempaccio! Viene giù una spruzzaglia che
stanca. Ho fame — mi sento i crampi allo stomaco. Chi mi dà un cucchiaio di
brodo? Vi darò il denaro ne ho del denaro io, sapete? E tu Stefano, dove sei
Stefano dell'anima? Perchè non mi porti la solita razione di pane, perché non
accorri?.... Non vedi che mi muoio, non senti che le mie viscere si contorcono
in un brontolío sordo, in un brontolío senza tregua? Stefano, dammi questo
pane, io muoio, io non ne posso più....
Una famiglia inglese mi accettò
in qualità di domestico.
Le venni presentato dal
fattorino dell'Agenzia Taccani di via Rebecchino3 come «individuo» che
sapeva il francese a «menadito.»
Arrossii fin nel bianco degli
occhi.
— What? domandò il
signore alla signora.
— Che cosa dice quiell’uomo mi interrogò la signora
storpiando crudelmente la lingua.
— Ha detto madama che capisco un
po' il francese.
— It is true ?
— È egli vero?
Curvai la testa.
La signora, torreggiante nella
sua veste di raso lucido, con una vivezza di brillanti aggroppati nel cavo del
seno, sospeso agli occhi la elegantissima lorgnette filettata di oro
concentrò lo sguardo sul cristallo, mi sfogliò per le pieghe, con quell'aria
tra di commiserazione e disprezzo e allungò indolentemente il braccio
grassoccio e nudo fino alla fossetta.
— Voi sapete bene l'italiano,
voi?
Atteggiai le labbra ad una
affermazione.
— Your name? domandò il
padrone sbuffando una nugolata di fumo dal trabuco.
— Il vostro nome?
— Giorgio.
— Ciorcio? A beautiful name. Capire voi
francese?
—
Oui, monsieur.
— Good. Give me some water. De l'eau, de
l’eau!
Gli porsi la tazza che trovai
sul tavolo.
— Good, very, good
Si decideva della mia sorte.
Il padrone, ravviluppato nella
ricca veste de camera, le pantofole ricamate sul posapiede rosso-fiamma,
sdraiato nella poltrona-letto, cercava la risposta sul labbro tumido della
signora.
—
And so?
— Let us take him
Mi credetti perduto.
— Andate, voi — diss'ella al
fattorino. Dite, rivolgendosi a me, avete già fatto il domestico?
— No, madama. Ma so fare: pulire
i mobili, ubbidire, portare lettere, lucidare gli stivali, battere i tappeti,
strofinare....
— Vedremo, vedremo.
Io e la signora passammo in
cucina. Il cuoco non aveva bisogno di presentazione. Inglese puro sangue. La
persona affusolata, i capelli sbattuti a sinistra, pallido, linfatico, con
degli occhietti bigi, senza lucidezza, con due striscie di peli rasenti
l'orecchie, il grembiale candido a pettorale, le maniche di pelle incerata fino
all'avambraccio. Mi guardò continuando a tritare una verza grossa come un
pugno. Del loro dialogo non riuscii a
capire un ette. Sibilavano, fischiavano, divoravano le parole. Era un
cinguettìo d'uccelli.
— Allora passerete, mi diss'ella
nella vostra stanza con Giovanni, vi pulirete, vi metterete il grembiale e
ritornerete in cucina ad aiutarlo.
Mi tuffai in un catino d'acqua,
m'insaponai il collo, le braccia e le mani a m'asciugai alla presenza del
cuoco, il quale continuava a gestire per farmi intendere che dovevo mutare la
camicia.
— Ma se non ne ho? gli dissi
dimenando il dito nel vuoto.
Si commosse, non si commosse?
Aperse il baule e me ne diede una delle sue più logore.
— Grazie.
— Nothing
In cucina mi scartocciò del tripolo, mi porse uno
straccio, mi additò delle padelle e delle casseruole la une sulle altre e col
braccio, il movimento che dovevo fare. Quando gliele presentai fiammeggianti e
asciutte, buttò del prezzemolo nel burro che scoppiò in una frenetica risata.
Alle quattro, nella sala da
pranzo, Giovanni m'insegnò colla pazienza di un grammatico, il modo di disporre
la tavola. In mezzo ci doveva essere il trionfo delle frutta e dei dolci. Al
lato destro di ciascun coperto, una posata d'argento — più un monelluccio di
coltello sdraiato piatto su cinque stuzzicadenti. Tre bicchieri per ogni
commensale. Uno a calice largo filettato d’oro, l'altro a rosa dai petali che
si addossavano stringendosi al labbro, il terzo esileo, a campanula, cha pareva
un soffio Le saliere, le pepaiole, i panucci, il trinciante, il forchettone a
posti fissi. Il difficile fu al tovagliolo. Doveva diventare un cappuccio
leggiadro con una delle cocche uscenti a lingua. Giovanni, disperato, sfaceva e
rifaceva il nodo con flemma inglese. Ma io non imparai che dopo due o tre
giorni di esercizio. Ci capitò alle spalle la signora quando alternavamo le
bottiglie d'acqua fresca al vino generoso — almeno lo dicevano le etichette.
— Per oggi voi, Giorgio, starete attento come fa
Giovanni. Procurate di piacere al signore e alla zia — una barbottona
incontentabile. Avete con voi il vostro baule? Toglietevi il... come si chiama?
— Il grembiale?
— Va bene, il grembiale. In
inglese apron. Pettinatevi e mutatevi gli abiti. Non avete un'altro paio
di scarpe? Juan, give him your shoes. Monsieur vuole molta polizia
Lo strascico della veste della
signora ventava concitato sul parquet lucido, sdrucciolevole e sì
smarriva in una fuga di stanze.
Giovanni non si accalorò e non diede
segno di avere capito. Le sue linee facciali rimasero perfettamente rigide e le
sue mani dai cordoni tesi, lavoravano flemmaticamente a ripassare col mantile i
piatti di portata.
Ammonticchiò i tondi sulla
stufa, riscontrò l'orologio da tasca col quadrante che batteva
isocronomicamente dalla parete e con moto affrettato mi tradusse di seguirlo.
Tolse da un armadio un paio di
stivaletti, li squadrò squadrandomi i piedi e me li porse. Andavano a
meraviglia. Mi regalò un paio di calzoni bristol nero, un gilet bianco che non
perdeva la bava, una cravattuccia bianca e una redingote che mi
stringeva alle spalle. Era tanto magro quel cuoco!
— No, no, mi disse allora
impadronendosi della cravatta che avevo gualcita. E con un’altra mi fece una
gala-principe.
— Grand merci.
Mi parve provasse un sentimento
di soddisfazione. Dico mi parve perchè vedendomi in blocco, disse a mezza
bocca: good, very good. Frase che sentivo tutti i minuti e in bocca a
tutti.
Ritornai in sala da pranzo
agghindato come uno sposo. Vi trovai Madama più avvenente, più formidabile. Il
petto inquadrato da quattro strisce di pelli di lontra, il mazzocchio
sormontato da una corona di brillanti che corruscavano i lobi che
fiammeggiavano della più bell'acqua le forme delineate da una stoffa inglese
che le andava sulla pelle.
— Ah, così, sì. Ora siete
possibile.
Mi venne venne vicino e mi
ravviò gentilmente i capelli ribellatisi alla prima pettinatura.
— Tieni a memoria una frase.
Tutti i giorni, quando hai messa la zuppiera in tavola, spalanca l'uscio del
salone con queste parole: Dinner is on the table.
— Non così. Il the va
sibilato puntando la lingua ai lebbiali.
— The.
— Non ancora, ma imparerete. Ditela tutt’assieme.
— Dinner is on the table.
— Table, l'a quasi e.
Alfabetico inglese. Va là che diventerai un vero englishman.
E passava dal tu al noi non civetteria buona,
nostrale, che mi faceva tanto bene al cuore.
Entrò Giovanni ed io annunciai.
— Dinner is on the table.
Risero tutti, il cuoco compreso.
Il signore alto, di una eleganza
corretta, che contrastava colla protuberanza del ventricolo, con due spalle
robuste, prese posto in capo alla mensa.
La zia, floscia, dinoccolata,
cascante, la testa calva alla superficie, il collo inghiottito dal busto, gli
occhiali al naso, la bocca che beveva le labbra, in faccia a madama.
— Good, disse Monsieur
alla prima cucchiaiata.
— Giorgio, dite a Giovanni di darvi il grattugiato
per la zia.
La vecchia se la informaggiò ben
bene dicendo fiocamente.
— Yes, It is very good.
Portai via le fiamminghe e
Giovanni entrò col prosciutto. Le ostriche erano tutte pel signore. Se ne mandò
nel pancione un paio di dozzine, facendo scoppiettare la lingua a ciascuna che
trangugiava.
— Dite al cuoco di portar subito
il «mutton» chè non vogliamo «salato.»
Sparecchiai di nuovo e venne il
cosciotto di castrato colla insalatina indivia, riccia venata biancastra. Notai
che tutti e tre erano ghiottissimi del sangue di castrato. Se lo bevevano con
delle aspirazioni di piacere. Mentre nessuno sapeva che farne del pane. La mollica.
la spargaveno a pallottoline sul tavolo e in bocca non mettevano cha il dorato,
il croquet. Comparve il pollo rosolato allo spiedo, fumante, odorante,
che metteva il prurito al palato. Poi una sfilata di formaggio e una fruttiera
gialla di albicocche, rossa di mele e di pesche, verde di pere e di poma
cotogne, rifranto dal nero inchiostro d'una manata di ribes campeggiante nel
mezzo.
— Giovanni, dammi la tettiera e portate le tazze.
Vi mise dentro un pugno di the,
ve lo richiuse e mi ordinò di accendere.
— Adesso potete andare in
cucina.
Non me lo feci dire due volte.
Non ti dimenticherò più o prima
e saporita spanciata borghese. Io non aveva mai cibato tanta leccarderia e in
tanta copia. Il cuoco, sempre calmo, sempre scialbato, mi accennò con un dito
di sedere sulla sedia di contro alla sua. Egli si tagliava giù quello che
voleva e poi dava il piatto a me — almeno due volte quello che mangiava lui.
Assaggiai o meglio divorai di tutto. Del salume, delle ostriche, del cosciotto,
del pollo, dell'insalata. Povero ventre disabusato ai cibi nutrienti, quanta
gioia io ti versai con quelle carni prelibate e con quelle bicchierate di vino
che pizzicava generosamente. Tirai una fiatata di soddisfazione. Mi sentivo
rigonfiato, mi pareva di pesare il doppio e provavo le vampe alle guancie,
negli occhi, alla testa. Che bella pacchiata, che bella pacchiata! Dio, buono
cogli afflitti, misericordioso coi peccatori, grande coi poveri, mai come
allora tu meritavi la preghiera mia più fervida. Ma ahimè, la sazietà, gemella
del sonno, mi impiombò i sensi e non mi permise che il respiro di un sonno
profondo.
*
* *
La zia Bounfond, insaccata nella
tela russa, pretenziosamente incuffiata, intenta a giulebbarsi il caffè, mi
fece capire mimicamente che madama a minuti entrava nel bagno. Un grazioso
bagno venato di nero cha alzava la
testiera leggiadra al disopra del blocco, in un gabinetto artistico, raccolto
nel colore ambrato, caldo di reseda, sapientemente mobigliato.
L'acqua si alzava
biancheggiando, sussultando, rompendosi sul marmo liscio, violentata dalla
colonna ch'io faceva irrompere pompando disperatamente.
— Fate adagio Giorgio.
Chiusi istintivamente gli occhi.
— Debbo uscire, madama?
— Restate!
Me lo disse coll'imperiosità
della signora che resta tale anche quando è nella teletta provocante. In piedi,
i capelli lionati, giù disciolti sulle spalle paffute, l'esuberanza del seno
nudata fino all'ombra del capezzolo, modellata nella vestaglia ricca di pieghe
e di nastrucci di velluto bianco, le babbuccie scivolanti come due linguette.
— Basta, Giorgio.
Sturò una boccettina opaca, vi
versò delle goccie che si discioglievano azzurreggiando il liquido e con un
solo movimento di spalle restò lì nuda, senza arrossire, senza neanche pensare che
io appartenevo all'altro sesso.
— Giorgio, ajutatemi.
Allungata fino alla cintola sul
divano che strisciava il pavimento, mi porse i piedini che scalzettai.
Si immerse nella vasca bucando
l’acqua senza urtarla, e vi si adagiò perdendosi fino al collo.
I capelli abbondanti, raccolti
nella rete di seta rossa, poggiavano sullo zoccolo del bagno deliranti nel
fulvo.
— Va a prendermi il caffè. L'ha
fatto, la zia?
Ritornato, le asciugai
leggermente le braccia roride e rubiconde e le diedi la chicchera.
— Dimmi, non hai mai veduto
donne?
— Nossignora.
E mi avviluppò in una fiammata
del suoi occhioni imbambolali di voluttà.
— Proprio, proprio?
— Proprio,
Nella tazza trasparente, leggera
come un sospiro, baciata dalle sue labbra ardenti, vi lasciò metà bevanda.
— Prendete, Giorgio.
— Grazie, Madama.
— Bevi! Io non voglio essere
disubbidita, capisci?
Tutta stillante, la copersi col
rocchetto.
— Asciugami!
Fui obbligato a premere.
— Così più forte.
*
* *
Due ore dopo, il paniere sul
braccio, andai alla spesa con Madama.
— Siete stato qualche altra
volta in Verziere?
— Ci sono passato.
Entrammo nel macellaio in S.
Clemente. Madama si fermò sui quarti sanguinolenti, sugli spaccati rossi,
puntando col dito, fiutando a narici aperte, come se fosse stata la più avveduta
delle cuoche.
— Quello no, datemi questo. Io
non mangio che gigot. Metteci un lombo di vitella per la zia.
Sotto la tettoia
dell'uccellivendola, pareva in casa sua. Passava le manuccie dalle lodole ai
fagiani, fino a quando le sembrava al tatto che il pennuto era veramente
grassoccio. Allora se lo metteva rasente alla bocca, soffiava il bianchiccio e
quasi quasi lo pesava sulle dita.
— Quanto volete di questi tordi?
— Cinquanta centesimi.
— Oh, cinquanta centesimi! Cari,
cari. Quaranta bastano. E lì a tirarsi per la lesina.
— Vedi Giorgio, come bisogna fare con quelle
canaglie? A sentirli ci rimettono sempre del loro.
E rideva, rideva mostrando la
tastiera della sua bocca che scoppiava candida nel cinabro.
Ci trovammo nella gazzarra delle
erbivendole. Pareva la regina della verzeria. Mentre il romorìo sordo usciva
dagli ombrelloni e dalle baracche di legno e il polentiere si sgolava per
avvertire cha era calda, appena voltolata sul tagliere, la mia signora,
l'occhialino in funzione, si soffermava con delle compiacenze ad ammirare le
rape nel verde del prezzemolo, le cipollette rinchiuse in un cerchio d'aglio o
il crescione accanto al sedano o al cerfoglio.
— Come si chiama questa in
italiano?
— Indivia.
— Lo stesso in inglese: endive.
I tartufi erano la sua gola. Entrammo dal Beppe, di
fronte alla tabaccheria Saporiti.
— Ne avete dei belli? Sapete, a
me piacciono bianchi.
Li guardava e li aspirava lungamente
voluttuosamente socchiudendo le palpebre.
Al venerdì invece si andava alla
pescheria, in piazza S. Stefano.
La signora Clara diventava una
pesciaiola. Sapeva chiamarli tutti col loro nome — È fresco questo luccio?
Guardate, Giorgio, quella tinca, fiata ancora. I granchi li solleticava alle
tanaglie che slargavano e stringevano rabbiose o li percoteva leggermente alla
schiena. E quelle anguille? Guardate. E vi ci perdeva in mezzo colle dita,
movendole e irritando loro gli estremi della vita, facendole sgusciare le une
sulle altre. Talvolta ne toglieva la più viva, per vederla battere la coda che
ondeggiava nell'aria e slargare la bocca che cercava la sorsata.
— Giorgio, fatemi pesare una
mezza libbra di locuste.
In casa erano tutti ghiotti di verdura o almeno se
ne faceva un grande sciupìo. Il brodo non era buono se non quando sentiva di
cipolle, di capperi, d'aglio e segnatamente di sedano. Perciò ritornavo sempre
carico di carciofi, di spinacci, di piselli, di fave, di broccoli, di patate e
di tutto quanto dava la stagione.
— Giorgio, fatevi dare tre finocchi.
*
* *
In poco tempo ero diventato il Beniamino.
Il Signore era tutto contento quando andava in camera o vi trovava tutto in
ordine — secondo le sue abitudini. Per esempio, vicino al candeliere, doveva
trovare la pipa e la scatola del tabacco turco, mentre sul cumò opposto, voleva
dispiegato a mezzo il Times, un giornalone lungo a colonne
interminabili, a caratteri minuscoli, serrati serrati, dalle grandi pagine.
Quando gli levavo gli stivali senza obbligarlo a fare degli sforzi mi
ringraziava.
— I thank you.
Era tutto cuore senza saperlo. Mi regalava una
cravatta che non aveva messo che una volta, magari neanche. Mi dava i suoi
panciotti, le sue camicie, i suoi cappelli, i suoi fazzoletti. Alla mattina, se
era di buon umore, mi dava pel primo il good morning, accompagnato da
qualche zigaro di avana.
— For you.
Bounfond era la formica della
casa. Paziente, silenziosa si faceva quasi tutto da sè, Sul suo tavolo, carico
della tettiera, della caffettiera, delle tazze, dei cerini non voleva toccassi
nulla. Si metteva dei pensieri per dirmi di darle una bottiglia d'acqua.
— Give me a bottle, if you please.
E subito dopo:
— Crazie, Crazie Giorcio.
Tutti poi si viveva per la
signora. Madama, in casa, era il sole o la nebbia. Si respirava di lei e con
lei o si crepava di noia, quand'essa stava rinchiusa per delle ore nella sua
alcova. Erano le cosidette giornate nervose. Perfino Giovanni, quando la
signora nevrozizzava, sentivasi a disagio e lasciava passare l'arrosto.
A tavola, il signore rovesciava senza dubbio la saliera, cosa che veniva
considerata come una disgrazia da Bounfond. «Misfortune!»
Quando tutti erano coricati, io
andava in sala à manger a leggere il Child Arold, tradotto, che
mi aveva regalato la signora o qualche altro libro in francese, che toglievo
dallo stipo. Una sera, non so se per un verso di Byron o una pagina romantica
del Lamartine, mi vidi davanti la mamma cogli occhi vitrei, le guancie emaciate
e cadaveriche — la bocca sonata dalla morte. Potete pensare al tumulto cha mi
ribolliva nel cervello. La faccia nel fazzoletto, piangevo coll'abbandono del
fanciullo — soffocando i singhiozzi e le parole di dolore che mi venivano su
dal cuore. Povera mamma! E senza avvedermene, senza una idea determinata, mi
trovai sotto alla penna un foglio di carta.
«Caro Arturo. Ti scrivo agitato.
Credi tu ai sogni, ai fantasmi, ai presentimenti, ai nonnulla insoliti, alle
scricchiolature di un armadio di notte, dimmi, credi? Io sì. Tanto più credo
ora che ho veduto la mia cara mamma distesa sul letto — che mi guardava colle
pupille istupidite dall'eterno sonno. Mio buon Arturo, leggi tu quello che
scrivo? Non è vero che sono tutte menzogne e che io sono un pazzo? Se fosse
morta... Oh io sento che non saprei sopravviverle. Che mi varrebbe questa vita
da servitore, quando non avessi più mia madre — lei che mi vuole tanto
bene....»
Mi sentî sorpreso. Madama, la
camicia che le sdrucciolava col profumo che perdeva, mi tolse tremante il
foglio che avevo incominciato a sgorbiare. Mi parve che le sue guancie
perdessero l'incarnato e che lo riavessero subito dopo che lesse il nome
Arturo.
— Pazzerello — mi disse
carezzandomi i capelli.
Più giù, leggendo «mia cara
mamma» mi riaccarezzò e starei per dire che le si inumidirono le ciglia.
— Fanciullo, ma che ti è venuto
in mente? Qua, vieni qua dalla tua mammuccia. Le vuoi tanto bene?
E mi strinse così teneramente al
seno, ch'io ricominciai il singhiozzo. Restammo lì qualche minuto. Lei, le
braccia che mi cingevano, a stamparmi un bacio sulla fronte, lungo, intenso,
incancellabile. Io, le mani sui suoi fianchi, la testa sdraiata sul suo seno
che divampava, a beatarmi e a perdere di vista a poco a poco il cadavere della
mamma — della povera mia mamma che avevo riveduta irrigidita.
— Va, va a letto.
Mi ribaciò più lungamente, più
affettuosamente, più inenarrabilmente e scappò nella sua stanza, lasciandomi lì
con un subbuglio di idee più infocate e il cuore più agitato di prima.
All'indomani, risvegliandomi,
durai fatica a persuadermi che non era un sogno.
I signori facevano colazione.
Monsieur, insisteva sur un’ala di cappone. Bounfond, inzuppava le fettuccie
nell'uovo al latte e madama si stringeva le tempia come se avesse un gran male
alla testa.
— Ti senti male, le disse in
inglese il marito.
Clara ninnò la testa.
— Giorgio, andate dal sarto
Prandoni, che è il sarto del signore, e fatevi «misurare» un vestito chic.
Voglio che abbiate un abito elegante quando avrò bisogno che mi accompagnata al
passeggio.
— What? domandò sbadigliando il signore.
— Nothing.
Lungo le giornate, mi chiamava scampanellando per
delle inezie.
— Giorgio, che cosa facevi?
— Asciugavo i bicchieri.
— Pulisciti le mani nel mio
catino.
E veniva là lei a darmi il
sapone pregno di olezzi e a versarvi le goccie odorose.
Poi mi palpeggiava le guancie con
civetteria, mi suggeva gli occhi nei suoi grand’occhi vellutati, mi avviluppava
nelle trine del suo collo o mi tempestava le labbra di baci caldissimi.
— Vuoi tanto bene alla tua
mammuccia?
— Clara, le dissi lasciandomi
trasportare, io ti amo!
— Villano, mi rispose
scacciandomi dalle sue braccia e balzando in piedi come una vipera. Impara,
disse a sè stessa, a dar confidenza ai lacchè.
Rimasi fulminato.
Cercai l'uscio e uscî come cane
santificato dallo scudiscio del padrone.
Quale stranezza! Ma dunque l'affezione
di madama era puramente materna? E io codardo l'ho abbiettata fino a credermi
amato, fino a darle del tu, fino a infangarla del fango del suo servo, fino a
farle sentire l'ingratitudine che si riceve a beneficare certa gente! O Giorgio
miserabile, o Giorgio vile, o infame Giorgio, va, fuggi, che tu non sei degno
neppure di guardarla, neppure di spazzare il tappeto che essa superbamente,
romanamente calpesta.
Invece di coricarmi,
dispiegazzai la biancheria, i calzoni, i panciotti, le redingotes, allineai le
scarpe, i cappelli, le cravatte, come se tutta quella panneria avesse dovuto
passare sulla carretta dello stracciarolo. Seduto, in faccia a quegli amici dai
quali stavo per separarmi, facevo delle tristi considerazioni sulla moria delle
cose. «Tutto cede, tutto passa, tutto è morituro. Anche voi, ahimè! poveri
amici, che mi avete fedelmente riscaldato, state per abbandonarmi!
*
* *
La finestra spalancata lasciava entrare una brezza
che assaliva il più della volte la candela — la cui luce, sfuggiva alla morte
piegando. Impara, o Giorgio, e piega, mi susurrava una voce intima Ma i
serpentelli della ribellione mi si dibattevano nelle vene e il sangue agitato
correva bollente al cervello. Il lacchè vibrato — inesorabile, mi
rischiaffeggiava implacabilmente e mi si incideva là, sulla parete, largo — a
caratteri di scatola. Mille volte la strada, la fame, che l’obbrobrio di una
ingiuria sanguinosa! Mi cacciai le mani nei capelli come per dar loro aria, mi
strinsi la fronte che cuoceva e incrociai le braccia. Quando mi credetti
abbastanza calmo, intinsi la penna nel calamaio.
Madama!
Il cielo mi è testimone del come
vi idolatravo. Siete stata voi, Madama, ad accogliermi poverello, a rimpinzarmi
questo corpo cha si scuciva e a regalarmi o a farmi regalare una montagna di
abiti, ch'io vi lascio pel mio successore. Oh io vi debbo la vita e con piacere
ve l'avrei dedicata.
Siete stata voi, o Madama, ad
asciugare le lagrime che il figlio versava per la madre, voi che m’avete
baciato con effusione e che mi stringeste come un bimbo. Si, è a voi ch’io
debbo il risveglio del cuore sul vostro concitato, a voi le ore gioconde
passate sul poltroncino a ghirlanda, mentre voi, incantevolmente bella, mi
narravate la storia del vostro matrimonio. Vi ricordate, signora, quando mi
confidavate il vostro amoretto filato all'ombra di quattro pini che irrompevano
sul cielo come una sfida? E dell'edificio crollato quando il genitore vi
sagrificava al mio padrone — un eccellente signore, ma vecchio, ma podagroso,
ma disusato, ma vostro padre? Parmi di vederle ancora luccicare nel
madreperlaceo del vostro occhio le lagrime sbucate riandando due date — due
epoche — l'una non meno memorabile dell'altra. Che momento, che trepidazione,
signora! Voi mi metteste la mano nella mia, forse senza saperlo, forse pensando
a una mano conosciuta. Io, vi ricordate? Intenerito, incapace di balbettare una
parola di conforto, mi abbandonai inconscio, colle labbra sul molle
dell'avambraccio e vi stampai lagrimando non so quanti baci. Ho commesso un delitto
lasciando andare sbrigliato il cuore dietro voi, sul vostro sentiero? Ma dite,
Madama, è tutta mia la colpa? Lasciandovi vedere nuda come Galatea, più superba
e più vezzosa di lei, abbandonando la bocca, la leggiadra vostra bocca,
dispensiera audace di follie sensualizzate, sulle mie carni, sui miei capelli,
sulle mie orecchie, non m'avete voi detto di essere uomo? Quando di notte, io
vicino a voi, vi entusiasmavate e
deliravate e mi dicevate parole di fuoco e parole spaventevoli — vi ricordate?
Le prime alludevano a un amore insoffocabile — le seconde a un uomo cha
odiavate perchè colla sua bonomia, colle sue gentilezze, col suo bene vi
impediva di peccare. Quante volte, Madama, vi ho raddolcita parlandovi di
scandali, di tribunali, di giudici e quante vi ho conciliata colla catena
matrimoniale, quella catena che detestavate con degli slanci insuperabili!
Dite, sono colpevole se ho provato delle emozioni, se ho aspirato, se ho
sognato, dimenticando che io ero il domestico? Sono colpevole se il muscolo ha
battuto violentemente in quel minuto che pronunciai la frase sciocca, la frase
che vi ha tanto indignata? La notte che incominciava il venerdì, la testa sullo
stesso guanciale — il respiro che respirava col vostro, vi rammentate? Avevo
nella mano una delle vostre treccie che mi dava tanto piacere. Voi, circondata
da veli trasparenti, vi siete alzata di scatto, sul braccio che vi faceva
puntello e fissandomi mi diceste:
— Giorgio, se io ti comandassi di seguirmi fino a
Parigi, fino in America, fino in capo al mondo?
— Io amo di essere il vostro
schiavo, vi risposi, attorcigliandomi nel morbido, nel profumo dei vostri
capelli che adoro.
Perchè mi tiraste a mezzo il
busto e febbrilmente deliraste sul mio collo, quel collo che dicevate da
torello, premendomi, ubbriacandomi, ubbriacandovi?
Io vado, madama, perchè non
saprei patire i vostri sgarbi. Ma posso dirvi che me ne vado senza di voi? Oh
no! Maleditemi, imprecate a voi, alla vostra generosa espansione, ma io vi
porto meco nel cuore. Qui in questo sacrario, non veduta da alcuno, vi manterrò
fin che l'ingratitudine — sorella agli uomini — non vi andrà sopra
distruggervi.»
*
* *
— Perche non siete a letto?
Mi alzai sconcertato e abbassai
la testa tacendo. Appena la sua mano si allungò sul foglio, mi vi precipitai
sopra.
— Madama!
— Avreste il coraggio.... Le
persone al mio servizio non devono avere segreti.
— Madama, io non sono più al
vostro servizio.
Non mi rispose. Sedette, si tirò
vicino il candelliere e coll'occhialino si mise a leggere.
— Chiudete i vetri che non
voglio buscarmi un raffreddore.
Non vidi sulle sue guancie
alcuna emozione. Decisamente Madama era di sasso.
Finita che l'ebbe, la piegò in
quattro, dicendomi:
— Poichè l'indirizzavate a me,
possa tenermela, nevvero? Quando fate conto di andarvene?
— Prima che spunti l’aurora.
— Vi ci mettete della poesia?
Ah! Ah!
Mi guardò un’altra volta movendo
verso l'uscita.
— Dunque, volete proprio
andarvene?
Accennai di sì.
— Sì?
E mi si buttò alle spalle di
peso e cademmo sul letto.
*
* *
Passammo sei mesi assetandoci e
dissetandoci ogni notte in un lago di ebbrezze paradisiache, ebbrezze che
nessuna lingua mortale sa ridire. Tuttavia, dinanzi alla zia Bounfond o a
Monsieur, ch’essa aveva preso a tutoreggiare con qualche sollecitudine, Clara,
era con me più severa di prima. Mi sgridava per delle piccolezze.
— Giorgio, guardate questo
coltello? Oppure: perchè non avete consegnate subito le lettere al signore? È
così che vi hanno insegnato a servire i signori?
Ma che me ne importava, se alle dieci essa mi
colmava di carezze e di baci e se essa, con un abbraccio mi faceva dimenticare
che la terra è popolata di servi e di padroni e che la disuguaglianza delle
classi è utopia di qualche cervello malescio?... Ditelo voi supremi amplessi,
ore beatizzate nella battaglia, minuti indicibili, trasporti divini e voi
occhioni pieni di fosforo, suggellati tante volte dalle mie labbra ardenti! Oh
amore, oh santi, entusiasmi, oh desiderî febbrili, o voi tutti sensi esagitati,
ditelo, ditelo quanta felicità trovavamo là, soli, al cospetto di una lampada
che proiettava sul mogano la luce rossastra, allacciati, trasfusi, muti in una
idea, in un'estasi, in un delirio! Clara il tempo, gli uomini, i destini ci
hanno divisi e noi non siamo morti. Ma possiamo scordare d’esserci appartenuti,
di aver bevuto alla coppa del piacere, di aver dormito sotto la stessa coltre
di seta e d'aver folleggiato insieme — io perdendomi nelle onde dei tuoi
capelli biondi — fini — muschiosi — tu, impazzando su me stesso, giocondandomi
del mele della tua bocca? Nella nebbiosa, grigiastra Londra, in Goswell Road,
nel tuo palazzo dai bugnati secolari, guardando il tuo groom, dimmi le ricordi
queste pazzie, Clara, senza arrossire, senza invilire quelle notturne gioie,
senza bestemmiare al mio nome, senza adirarti perchè ti resi madre, io,
Giorgio, il tuo footman, scacciato e ripreso? Se la petecchiale non ci
avesse truffati del bimbo, frutto proibito è vero, ma legittimato, ma
santificato da un amore incommensurabilmente grande, dimmi, non saresti
orgogliosa, Clara, di vedertelo sulle ginocchia e di mangiucchiartelo come
mangiucchiavi il padre?
Il sindaco del paese era
riuscito a farmi pervenire, passando per la questura, la «notifica» che mi
chiamava a casa per la «leva». Facevo parte della classe 185... In allora io
divideva una stanzuccia schiacciata dalle travi del tetto, con un insegnante di
greco e di latino nel vicolo della Pace — il pìù povero dei quartieri milanesi
ove brulica il gentame che s'incanaglia dormendo alla rinfusa nel
pacciume4.
Si chiamava Lorenzo ed era un
eccellente originale. Subiva delle malinconie che lo incrudelivano per delle
giornate intere. Non parlava, non salutava, non rispondeva che a periodi
determinati. Il tempo imbronciato lo imbronciava fino a parlare di suicidio. Se
in uno di quei terribili quarti d'ora si fermava sotto alla finestra un
organetto, si sfogava stracciando il primo libro che gli capitava sotto mano —
avesse avuto nome Cicerone, Omero, Svetonio, Virgilio o Senofonte. Accusava il
più delle volte la questura dei suoi malanni. «L'iniqua questura che
imprigionava la pitoccaglia innocua e lasciava attorno la miseraglia che
seccava maledettamente gli organi.» Qualche volta faceva risalire l'incuria o
l’indulgenza fino ai deputati. «Animalacci zotici — liberalonzoloni boriosi dei
miei stivali.»
Umile, paziente, disinteressato
con tutti, non sapeva darsi pace che io guadagnassi trentacinque lire al mese,
mentre lui, dottore in belle lettere, non ne buscava che trenta.
— Lamentati, lamentati, mi
diceva stralunando gli occhi. Io che mi sono frustato il cervello col
Forcellini, sui testi greci e latini, per insegnare alla borghesaglia i
classici, guadagno cinque lire meno di te. In giornata tutto è affarismo. Un
ragionatello — uno che sappia un po’ di calligrafia — la dote degli asini —
valgono assai più che un professorone che abbia sudato sui polverosi in quarto
e in sedicesimo venti anni.
— Ed è giustizia, mio caro. Il ragionatello
ed il calligrafo — rappresentano in società due valori. Tu invece e i tuoi
colleghi un non-valore. Vale a dire che appartenete al numero dei rosicchianti,
dei parassiti, degli assorbenti.
— Segui anche tu la china del
secolo e verrai su un bel tomo. Non sai tu che senza di noi non ci sarebbero il
telegrafo, il gaz, il vapore....
— Ci sarebbero lo stesso, sta
quieto. Le scoperte non sono privative dei mangiatori di greco e latino.
— Tu sei un bestione, ed io uno stupido a
discorrerla. O miei compagni, o paria dell'istruzione, che sopportate
filosoficamente i motteggi della ragazzaglia ignorante, a che giova, dite, la
vostra abnegazione?
— Io constato un fatto solo. Che
voialtri siete inutili, noi no. Ci vuol altro che piagnucolare sugli «orrori» che
commette la generazione che lavora. Bisogna produrre, farsi su le maniche e
mettersi a sgobbare. Ma che mi parli tu di abnegazione? Perché mangi pane e
coltello, perchè dormi con me a cinque lire al mese, perchè ti metti i piedi
nei giornali che rubi al padrone di casa che finge di non accorgersi, perchè
non ti fai fare un abito che nell'anno bisestile? Bagatelle, mio caro. Io non
sono professore, nè dò lezioni di rosa, rosæ, oculus, oculi nè sciorino
alcuna virtù e nemmanco cerco di farmi compiangere. E tuttavia ascolta se non
dovrei meritare il tuo elogio. A diciannove anni, con qualche istruzione,
cammino per le vie col berretto orlato di queste parole in lana: fattorino —
sarta Blaquer. Porto il mio scatolone di casa in casa, accetto volontieri
la mancia, scopo la scuola e il magazzeno tulle le mattine, lavo i piatti della
famiglia alla sera, e, arrossisci! io giovine, vado giù dal salumaio a
comperare gli avanzaticci per delle fanciulle vispe, gaie, rosee, — pazzerelle,
che disperdono buffate di salute in mezzo alle risate argentine, alle canzoni
allegre, alle golate di gioia.
— Qua la mano, buon Giorgio. Per
noi non non c’è che la rivoluzione.
— E facciamola una buona volta!
— In due?
— I figli d'Italia si chiaman
Balilla.
— Pusilli e non Balilla. Gioventù
sifilitica la nostra. Gioventù ulcerata che porta sotto la suola la libertà dal
pensiero, che cerca i patimenti umani in braccio alle prostitute e in fondo al
bicchiere e che ha un alto disprezzo per tutto ciò che è nobile, grande,
generoso. Gioventù frolla, anemica, gioventù prostrata al dio della vittoria,
che non ha visceri, cha non ha palpiti, cha non ha entusiasmo se non per la
bancocrazia. Baldracche in falde....
— In nome dei martiri di
Mentana....
— Un pugno d'eroi che non è più.
— In nome del sonno allora? Perchè come tu or me
vedi, domattina io filo La «leva» mi chiama.
— Come, come, in coscrizione?
Addio mia bella addio — e l'armata se ne va — e se non partisco
anch'io....
— Sarebbe una viltà.
— Un corno. Noi tuoi panni farei
fagotto.
— Disertare la bandiera del re
galantuomo?
— Le anime grandi non si
lasciano irreggimentare: non patiscono il freno. Le loro ali starnazzano per
l’universale libertà.
— In che modo?
— Valicano monti, attraversano
mari — se la intendono piuttosto coi selvaggi che soffrire il giogo. Senti, io
ho fatto la campagna del sessantasei con Garibaldi e vada! Quello là era
Leonida e Washington. Ma ho sempre detestato la vita militare.
Alzarsi tutti a un'ora, al suono
infernale di un tamburo, di una tromba, soffocare la libertà individuale sotto
un'odiosa livrea, discendere al cenno di un caporale, lavarsi, muoversi,
mangiare, dormire a cenno di un caporale; manovrare, spazzare, cucinare,
lustrare, imbiancare, contare uno due uno due al cenno di un caporale, ah, no
che ne morrei! In tempo di guerra strumenti ciechi delle passioni altrui, delle
altrui lizze, degli altrui rancori. Spianare il fucile, far fuoco, inseguire il
nemico, piantargli la baionetta nella schiena, passargli sopra intonando l'inno
della vittoria, senz'essere stato oltraggiato, senza conoscerlo, senza sapere
il perchè, ah no ch'io ne morrei! A un segnale, piombare sulle biade mature,
sui campi arati, sulle colline satolle, sradicando, divellendo, schiantando
quercie, vigneti, pali, boschi e tutto ciò che resiste all'impeto dell'armata!
A un segnale, irrompere coi cannoni sulle capanne dei contadi, lasciando un
mucchio di cadaveri e una rovina combusta. Ah no, no, che io ne morrei!
Caro
Lorenzo,
Dopo tanti anni e tante
vicissitudini ho toccato col piede la terra che mi vide nascere. Ma perchè ci
sono ritornato, o mio compagno di via della Pace? Sai tu Lorenzo, quante
illusioni sfrondate con questa mia apparizione? Sono entrato straniero in mezzo
a stranieri. I più intimi, non mi conobbero e non mi salutarono. Giovanna, la
mia amica d’infanzia, colla quale ho gustati i tramonti del sole rotolandomi
seco sui prati, è passata via, è entrata in chiesa e non mi ha detto: Giorgio!
Oh ma che cosa siete voi mai giornate fredde, giornate di digiuno, spaventevoli
giornate di languidezze fameliche, a petto di questa indifferenza che mi uccide
nel cuore le memorie più care, più vive, più pure? Con quanto desiderio,
Lorenzo, sentivo il bisogno di trovarmi sul petto della mamma. Povera vecchia,
tu sola conoscerai il tuo figliolo, perchè in te parlerà il muscolo materno. E
tu Ortensia, mia buona sorella — anche tu, conoscerai il tuo Giorgio, nevvero?
E a gambate, a passi, a pensieri
mi trovai incuneato nella scorciatoia.
Quando vidi i due olmi piantati
colle mie mani, ringagliarditi fronzuti fiorenti, provai un’effusione alla
testa e un rigurgito di sensazioni al cuore. Mai patriota ritornato
dall’esiglio, ha pregustato tanta commozione! Andavo innanzi barellando come un
ciuco. Entrai nell’orticello, florido, pieno di verde, con una montagna di
zucche sul muricciolo. E il mandorlo? Oh cielo il mio mandorlo gentile! Le
conosci tu queste incertezze, queste paure, paura di trovarti in faccia al
nulla? Non volevo entrare colla furia del vento. Una vecchia a settant’anni,
non ha bisogno di forti emozioni subitanee. Esci dunque Ortensia, esci che è
qui il tuo Giorgio. I tuoi baci e le tue carezze prepareranno la mamma
all'amplesso figliale. Oh il mio cane! Ma quello non è Ugo, non è il mio
barbone? Il mio Ugo mi sarebbe già al collo e non latrerebbe in quella guisa
vedendo l'amico.
— Alla cuccia!
— Che cosa volete?
— Che cosa voglio? E me lo
domandata? Ma non sapete chi sono io?
— Io so soltanto che qui sono in
casa mia.
— In casa vostra?
— Non mi fate sfiatare; è un anno
che ci abito. Da quando il signore ha avuto pietà di quella povera donna
abbandonata come un cane da suo figlio.
— Morta!
Dammi tu Lorenzo una frase che
esprima tutta l'angoscia. O mamma, o mamma perchè sei morta senza il tuo
Giorgio, perchè te ne sei andata senza darmi il tuo bacio d'addio? Finchè tu
eri, finchè ti sapevo viva, io aveva del coraggio e mi sorrideva il pensiero di
arrivare un giorno alle tue braccia, colla fortuna che ti avrebbe reso meno
infelice il resto dell'esistenza. Ma ora che vuoi che io faccia solo nel mondo,
con nessuna speranza di rivederti? Ma o Signore, che ti avevo pregato di
tenermi viva la mamma, non ho io sempre, sempre creduto alla tua bontà divina?
Perchè dunque mi sottoponi a un'altra prova più crudele, disgiungendomi da lei
che adoravo, da lei che era il mio Dio in terra? O va, va; io ti abbandono
disgustato. Io mi sottraggo alla tua fede e mi ribello alla religione che non
sa dare che patimenti e dolori e non sa dir all'uomo che due parole: soffri e
taci!
Girai, smemorato, mezzo paese.
Conoscevo ogni ciottolo e tutto mi era diventato indiffente. Dove sei tu andata
fresca poesia dell’adolescenza? Sotto alla finestra di una casuccia che
signoreggiava per una bianchezza orribilmente bianca, ascoltai il buggerio
della scolaresca paesana e inquieta. Bussai! Non mi parve lui. Un giovanotto
vecchio dai capelli che ingrigiavano, dalle rughe incipienti, con un occhio
velato dalla stanchezza, una barba irregolare, la ferula in mano, rosso rosso
come se avesse perduta la pazienza sgridando.
— Scusi ho sbagliato, cercavo
del signor Arturo.
— Parli, sono io.
Lo squadrai un'altra volta e lo
riconobbi pel neo peloso alla coppa.
— Quanto siamo cambiati, gli
dissi porgendogli la mano.
Me la strinse titubante.
— Giorgio, gli dovetti dire.
— Giorgio!
E i due afflitti si buttarono
l'uno sul petto dell'altro.
In quel minuto la fanciulleria
indiavolava. Bi-a ba, bi-o bo, — a, b, c, h, uno, due, tre: ammutinando,
urlando, impazzando.
Arturo mi lasciò mezzo minuto
per sedare il fracasso. Sentii la bacchetta percotere sul molle e sul secco:
sulla membra e sulle panche.
— Scusami sai. Non potresti
venirmi a prendere fra mezz'ora?
— Io sono qui per la visita.
— Tanto meglio. Se non ti vedo
vengo io al Municipio.
Erano già alla lettera p.
Appena il segretario lesse il mio nome, scappò fuori in una sfuriata.
— Dovevate aspettare un po'
ancora. Le Autorità non sono qui a fare il comodo di voialtri — sbruzzaglia!
Mi si fece sbiottare in una
stanzaccia e passare immediatamente in un'altra, davanti alla Commissione. Il
sindaco, il comissario governativo, rappresentato da un capitano, due medici,
il maresciallo dei carabinieri e uno scribacchino secco secco, macilento
macilento, colla faccia che pareva satollata a farina di castagne.
Mi misurarono dall'alto al
basso, mi cinsero i fianchi, lo stomaco, mi picchiarono le costole ad una ad
una, mi diedero qua e là dei pugni sulla cassa che rimbombava il suono, mi
piegarono brutalmente le giunture, facendo della mano coltello, mi fecero fare
dei passi a testa alta, girando su me stesso e con soddisfazione pronunziarono
in coro la parola omicida: abile!
— Ne faremo un bersagliere,
disse il capitano puntandosi sulle mie spalle di peso.
— Facciamone un carabiniere,
soggiunse il maresciallo.
— Intanto, mi permettano di far
loro osservare che io patisco i crampi e che ho gravissime varicose alla coscia
sinistra.
— Dio cane! disse il commissario
aspirando fiorentinescamente le parole, codesto è uno sciamannato cialtrone. Un
po' di zaino, dio cane! e gli passeranno lo smorfie.
Presentai loro la gamba.
Me la tastarono. Dieci,
quindici, venti dita su a stringere, a palpeggiare, a pizzicare.
— Ahi!
— Taci giù, saloppasch del
boia!
— Ma signor Maresciallo?...
La fortuna fu che in quel
momento mi vennero i crampi davvero. Era forse la preghiera della mio povera
mamma? Mi rizzai in tutta fretta, allungai lo stinco per rattenere i muscoli
irritati e contorsi gli occhi per dimostrare il dolore.
Le zucche quadrate, compresa
quella del signor sindaco, piegarono davanti alla realtà.
— Quante miglia sareste capace
di fare in un giorno!
— Poche, per questa vena. Non
vedono come è gonfia!
Ci fu tra loro battibecco: se assolvermi o
condannarmi alla riforma. Ma vinse la maggioranza.
— Inabile!
Lorenzo? Io ti rivedrò ancora!
Madama Blaquer? Io porterò ancora il tuo scatolone! Fanciulle appetitose,
cicciose? Giorgio vi servirà ancora, ammiccando, la colazione.
*
* *
Il portone, sul cui frontale
ondeggiava malinconicamente il cencio savoiardo, era stivato da paesani e da
paesane che protendevano la bocca e le braccia impazienti e impaziente di
sapere. Appena uno discendeva, gli si facevano incontro: e così? a l’è
andada maa?— Pover bagaij! La madre, l'amante, le sorelle dello sventurato,
si mettevano il grembiale o la cocca del fazzoletto da testa agli occhi e giù a
piangere come tante fontane. Se invece al così? rispondeva un salto, una
fregatina di mani, un’alzata di cappello, usciva dalla massa compatta un
respiro sentito, che riassumeva contadinescamente il piacere di vederlo libero
dalla catena militare. Come aveva ragione Lorenzo. Me lo figuravo lì, colla sua
bella faccia a luna piena, a provarmi cha la coscrizione è una barbarie, un
assassinio, un furto umano. Che legge è mai questa che sequestra la proprietà —
del vecchio padre — la proprietà sua, mantenuta col suo sangue, col suo sudore,
per farsi un aiuto nella vecchiaia? Legge fatta da chi? questa che spazza le
piazze e le case delle forze cresciute pei campi e per le officine? O ma chi
siete voi che stendete la mano rapace sulla gioventù che non è vostra? E voi
povere donne che avete munto il latte, che avete perdute le notti intere, che
vi siete gelate le mani d'inverno per lavare, scrostare i patelli dei vostri piccini,
piangete ora che non avete più figli. Oh sì la patria, aveva ragione Lorenzo,
la patria; nome enfatico, vuoto di senso, se la patria è un centauro cha
distrugge le più belle speranze alla vecchiaia. Nome sciocco e crudele, se per
patria si intende irreggimentazione di tutti i cervelli, di tutte le gambe, di
tutte la mani, chiamate e chiamate a uccidere delle altre gambe, delle altre
mani, degli altri cervelli.
La commissione si sciolse.
La brigatella, fatta schiava
dalla legge di ferro che rompe la volontà personale, braccio sotto braccio, la
piuma di gallina o di pavone rasente il cacume del cappello, rompendo in grida
di gioia, si avvia all'osteria dei Tre Merli. Andavano via in colonna, a
ondate, verso «Contrada Longa,» intonando la indegnamente celebrata canzone dei
coscritti di tutti i paesi.
«Una pagnotta al giorno — una pagnotta al giorno,
Pove-rami che son soldaa — pove rami che son soldaa!»
Che cosa dirti, o Lorenzo, o
filosofo che piangi la morte di un ragno che io ti ho imperturbabilmente schiacciato?
Tutte quelle voci confuse, salivano mestamente e discendevano con cadenza
patetica, per risalire nell'aria come un addio funebre, un addio di cordoglio,
che salutava i prati, il campanile, le giovenche e la Marianna del cuore;
quella canzone, senza i piedi dell'euritmia scandeva per lo spazio la
desolazione giocondata, e quella canzone e quelle voci mi incumbevano
sull'anima e mi facevano pensare a tante poverette madri che domani all'alba,
non avranno più figli.
Addio giovanotti, addio schiavi,
addio voi tutti schioppi al servizio di un uomo!
*
* *
Nella casa o meglio nella
carbonaia del mio buon amico, si svolgeva la poverezza del colono. Nulla, un
tavolaccio, delle sedie di lisca, una falce, un po’ di legna un paiuolo — un pagliericcio
sulle panche e un cappellaccio di paglia al di sopra di un fiasco impolverato.
Mi presentò a sua moglie, una contadina nata fatta. I piedi nudi, le gambe
impoltigliate, una vesta di cotone sdruscita, delle mani callose, delle braccia
arse dal sole, una faccia zigomata colla caratteristica della pellagrosa. Mi
rispose con una smorfia. Aveva quattro figlie. Tutte femmine. Sculacciavano
sull'uscio, mettendo lo loro manine nella polvere bagnata, inzaccherandosi fino
alla faccia. Io non avevo bisogno di spiegazioni. Il quadro era troppo
commovente.
— Abbia pazienza Giorgio.
Facciamo una polentata insieme.
— Alla buona, senza preamboli,
veh?
Arturo, colui che aveva
bazzicato in casa delle Muse, si scamiciò, ruppe le bacchette, accese il fuoco,
risciaquò il calderotto e sudò e menò la farina in mezzo alle fiammate che lo
investivano e bruciavano,
— Siedi e mangiamo, Giorgio.
La madre distribuì il fettone ai
figli ed uscì con loro.
Divorammo senza scambiarci una
parola.
Me la sentivo al gorgozzule.
— Se si potesse avere un
bicchierotto di vino. E mi tolsi dal portafoglio due lire.
— Scusa, sai, ma noi non si beve
vino tranne che nel giorno di Natale — da quattro o cinque anni. Quando avevo
la mia vignola.... L'ho venduta all'antivigilia del matrimonio. Un matrimonio
col tridente alle reni.
— Se tu non mandi a prendere del
vino io muoio strozzato.
— Corro da Tonio.
Sostai. Quanta negrezza! quanta
poverezza!
— To’, bevi, Aspetta che ti lavo
il bicchiere.
— Alla tua salute.
— Alla tua.
— Adesso sto meglio. Dicevi,
dunque, di esserti maritato col tridente alle reni?
— Nè più nè meno. Ci si mise di
mezzo il parroco, il sindaco, il segretario, i carabinieri, il vicinato, i
genitori e un pochino anche le minaccie. Erano tutti contro di me.
— L’avevi? Ho capito.
— Io mi scalmanavo a dir loro
che con quattrocentocinquanta franchi all'anno non potevo prender moglie. Ma il
sindaco mi tappava la bocca. «Radunerò il consiglio e vi farò crescere.»
Aspetto ancora. E il prete «Dovevate pensarci prima. Non si ama quando si è
poveri. Si fa come noi: astinenza!»
Tracannammo due o tre bicchieri
di vino d'un fato. Si capiva che cercavamo del coraggio entrambi.
— Mah!
— Beviamone un altro sorso. Giù Arturo!
— Mah!
— Adesso puoi dirmi tutto; io
sono sicuro. Sfido a farmi piangere. Tuttavia aspetta che ne voglio ingoiare un
altro mezzo bicchierino.
— Danne un altro a me allora. Poichè sai, un po' di
vino fa bene e mette in corpo della vigoria.
*
* *
«Si fiutava la caldura dell'uragano.
I villani, i tridenti sulle spalle, tornavano a casa col sole che discendeva a
precipizio; gli uccelli, disorientati, si innalzavano gettando strida
gemebonde, le vacche, inseguite dal pungolo, trotterellavano levando il muso
con dei muggiti che propalavano lo spavento e la polleria, dispersa, impaurita,
sbucava dalle siepi, correva sotto le arcate, penne contro penne le ali
dimesse, gorgogliando a sbalzi, il becco all'insù, l'occhiolino a sghimbescio
sul becchime disperso. Si aspettava. Dalla terra saliva un’afa cha metteva la
tosse. Pin, pon, pin! E tutto il cielo nereggiato da fughe di nubi, parve per
un fiat, infocato dall'inferno. Il Paese era tutto in casa a recitare il
rosario. Se ne udiva il mormorio dalle finestre e dagli usci socchiusi. Si
pregava il Signore perchè ci risparmiasse la tempesta sull'uva matura. Ma fu
come se lo si fosse pregato di mandarcela. Scoppiò una tuonata che irruppe
brontolando e illuminando e giù a rovescio una indiavolata di grandine.
Batteva, fremendo, sui vetri, sulle tegole, sulle muraglie e si intuiva la
strage che faceva sulle viti. «Poveri noi, si diceva. Addio al buon vino che si
doveva bere; addio all'uva che doveva pagarci del frumentone gelato nelle
viscere della terra.»
Ero lì colla moglie che filava,
i bambini tra le gambe, a meditare se Iddio era sì o no giusto quando assaliva
e denudava i campi arati e seminati con tanta fatica. Mi non ho avuto il
coraggio di ribellarmivi. Quando si è poveri si ha paura di una disgrazia
maggiore. Di fuori i diaccioli, turbinati, si avventavano su questa o quello
casa o s'incanalavano nelle grondaie, farneticando di collera. Pin, pun, pan! Pon, pin, pan! Che tripudio
celeste, mio ottimo amico! Preso dal convulso, andai ad appoggiare i gomiti sui
mattoni di quella finestrucola. Non si discerneva che un fumo bianco
attraversato dalle palle di ghiaccio che inveivano sugli ultimi pampini e sui
moroni sfrondati. Basta, Signore, basta! urlai, congiungendo involontariamente
le mani. La tempesta triplicò i suoi furori. Io vedevo in mezzo alla battaglia,
gli olmi che piegavano le cime a terra e gli alti pioppi che si raddrizzavano
perdendo rami. Ascolta, mio buon Giorgio. Tu sai che dietro questa casa è il
campanile, nevvero? Raccogli il tuo coraggio. Sentii dei tocchi lenti, soffocati
dalle risate della tempesta. Erano i prodromi di un'anima che passava. La buona
donna, la povera vecchia, la tua adorata mamma... moriva.
Da quando presi moglie io non
posi più piede in casa tua. Sai, Ortensia mi aveva amato e portava sempre il
lutto nel cuore.
Ma vinsi la ritrosia. Di tettoia
in tettoia, mi trovai al tuo uscio, su cui tante volte io e lei ci siamo
scambiati con rincrescimento l'arrivederci e l'eterna premessa. Colle dita sul
saliscendi ristetti. Mi si affacciavano delle memorie, delle tristi ricordanze,
che so io? Sarei tornato indietro se il temporale non si fosse convertito in
una pioggia dirotta.
La stanza metteva i brividi. Non
c'era più nulla. La miseria sola, colle occhiaie orribilmente vuote, la
dentiera spaventevolmente scarna, sedeva signora sul focolare.
Tua sorella, inginocchiata, la
fronte sul giaciglio della moribonda, singhiozzava. Mi prosternai al capezzale
colla gola grossa. Povera vecchia! Fiatava con dei rantoli che rompevano il
cuore. Sulla sua faccia, non si vedeva più che una massa carnosa. La linfa che
le aveva arrotondato il ventre, le era andata ratta a ingrossarle lo guancie.
Mi contenni, ruminando mentalmente l'orazione pei morti. Quanta consolazione si
trova ad abbandonarsi ai voleri del Signore! Pietro straziava col din! den!
dan! Rintocchi funebri, che dovevano far morire più in fretta quella povera
madre. Aprì gli occhi già velati dalla morte e li richiuse. La baciai,
bagnandola delle mie lagrime. Ortensia! Ortensia! A quel nome la bocca della
morente fece un movimento. Giorgio, fu l'ultimo. Essa moriva senza articolare
una parola, senza forse perdonarmi, senza dire un addio alla sua Ortensia,
senza pronunciare il tuo nome, lei che non lasciava passar giorno senza
ricordarselo. Sfinito mi avvicinai a Ortensia e le presi la mano. Che mano
fredda! Coraggio Ortensia! La scossi, la urtai, la chiamai, nulla, Essa
rimaneva colla fronte affondata nella coltre, insensibile come la mamma.
Incalzato da un presentimento, la risollevai. La sua testa penzolava come stroncata.
Cacciai la mano sotto la sua fronte e misi i suoi occhi nei miei. Avevano del
cristallo. Ortensia! Ortensia! Sulla sua bocca serpeggiava un risolino di
scherno. Era morta!
Nella piena del dolore, la
catalessi, le impiombava l'orologio della vita e ne arrestava il pendolo.
Non mi commossi, non parlai, non
piansi. Versai due bicchieri di vino, li tracannai uno dietro l'altro, strinsi
la mano ad Arturo ed uscii, salutato dal sole che ricompariva sulle alture.
Ho trovato il signor Gerolamo
invecchiato d'una ventina d'anni. Non ha più la faccia arzilla, gli occhietti
illuminati, la persona diritta come una volta. Vicino a lui, si sente il
cimitero. Smagrato, cadente, rattrappito, terreo, con una gran voglia di
quiete. Me lo sono veduto, sdraiato in una poltrona che cammina sulle rotelle,
impigliato in una veste di camera saettata di soli africani. Perchè tanto
incendio di raggi sul sepolcro? Patisce la gotta — un malaccio che tocca ai
signori — forse a ricordar loro che hanno mangiato e goduto troppo. Per farmi
riconoscere, dovetti rammentargli dall'a alla z «Ah!» E non si
risovvenne che spremendosi i cavalloni della fronte.
— Caro giovanotto, ho la memoria
che mi serve assai male. E dire che da giovine mi mandavo a mente dei canti
interi dell'Ariosto! Sì, adesso mi ricordo. Sedete, mio bravo giovanotto. Eh,
quello era un tempo ancora.... C'era la mia povera Marta. Ve la ricordate? Che
donna! Uno stampo tutto antico. Un vero mosaico patrizio. Oggi? Belle donne, le
donne moderne! Tutte quisquilie, tutte civetterie, smancerie, ninnollerie. In
mezzo a loro, non fiuti il profumo patriarcale delle nostre matrone, ma provi
il disgusto di un olezzo che dà le vertigini, e lascia amaro in bocca. Ma guai
a lasciarsi scappare questa verità in pubblico. Vi buttano alla testa delle
parolaccie: Fossili! Pio Albergo Trivulzio! Vecchioni! Quando ho sciorinato
davanti alla moltitudine, il programma che mi proponevo di svolgere alla
Camera.... Allora avevo anche di queste ubbie! Ho accennato alla questione femminile.
«Signori: L'Italia è fatta, ma gli italiani sono da rifare. E a chi tocca
questo altissimo compito? Alle nostre donne. Ch’esse ritornino ai focolari,
alle virtù antiche, alle grandezze patrie delle donne romane....» Lo
credereste? Invece di applausi, ho sentito un susurro che voleva dire:
rettorica: non annoiateci! I giornali, tranne la Perseveranza, l'organo
magno degli uomini più assennati del paese, mi canzonarono e scrissero che il
mio discorso era «il rancidume degli imparaticci.» Fui stomacato e non volli
più saperne di candidature. Ma ritorniamo a noi. Dunque dicevate mio bravo
giovanotto? Ve lo ripeto, se fossi riuscito deputato, il vostro posto sarebbe
stato al mio fianco. Sareste stato il mio braccio destro. Mi avreste aiutato a
sbrigare la corrispondenza dei miei elettori, a tradurre a correggere, a
scrivere.... sì, qualche volta vi avrei lasciato anche scrivere. A me piace la
gioventù e dove posso l’aiuto. Mah! Per quanto stava in me, credetelo, ho fatto
di tutto. Non ho risparmiato. Ho pagato in tanti manifesti, lettere stampate e
articoli biografici, quattro e cinque mila lire.... Si poteva essere più
generosi? Era meglio che le avessi date a qualche istituto di beneficenza.
Almeno almeno sarei riuscito presidente onorario. Voi andate in piazza, offrite
cuore e mente gratis e che cosa ricevete in compenso? Una pedata nel....
nella schiena. È così, caro giovanotto; da noi impera l’ingratitudine... Vi
potrei dare una raccomandazione... Vediamo, che cosa sapete fare?
— Nulla
— Ecco la gioventù.
Non vi rimprovero, sapete. Ma lasciatevelo dire. Siete anche voi del vostro
secolo, Pregate, strapregate e poi quando vi si domanda: quali sono le vostre
attitudini, le vostre disposizioni? Rispondete collo zero dell’alfabeto. O chi
volete che vi pigli, in nome del cielo? Tocca ancora alla vecchiaia a dirvi:
su, scuotetevi, guardate la strada che abbiamo percorso noi. Fate altrettanto.
Ma voi ridete e crollate le spalle o....
— Ma io, signor Gerolamo...
— Lo so. Non faccio propriamente
per dirlo a voi. Ma uscite tutti da una caldaia. Non v’è che dire. Puzzate
tutti di progresso. Aspetta, vuoi entrare in una Assicurazione? Mi pare
che si abbia bisogno di un copista. Hai migliorata la calligrafia? Io sono
membro del Consiglio e potrò giovarti. È una delle più fiorenti società del
bestiame. Cerca, se mai, di farti voler bene dal segretario. È lui che fa e
disfa. Se ti prende sotto le sue ali, la tua carriera è fatta. To’, va
immediatamente. Cerca del signor Serafino, dottore in legge. Presentagli questo
biglietto, salutamelo caramente e che il cielo te la mandi buona. Addio, mio
buon giovanotto. Tenete a mente che vi ho messo sulla retta via.
Procurate di non farmi piangere una buona azione. E soprattutto non fate
comunella con alcuno, poichè anche laddentro ci sono teste calde.
*
* *
Il complesso prometteva. Un
elegante portineria dai vetri incannettati che arieggiava l’alcova e uno
scalone largo, dai gradini bassi, dalla spalliera di marmo in cima alla quale
sorrideva una bella mora nuda, che protendeva le mani pietosa, quasi avesse
voluto provare l’abbraccio di tutti coloro che salivano. L’entrata incantava.
Sul frontale, a lettere di bronzo bruneggiato, la ditta: «Assicurazione del
bestiame;» di fianco un bottoncino dorato che campeggiava sull’ebano e nell’inquadratura
color nocciuola, il nettapiedi fiorito d’un bonheur.
Gli uffici ampi, arieggiati, con
dei mobili a legno bianco lucido, divisi da portucce calettate, che giravano
sui cardini e si baciavano insieme senza l’aiuto d’alcuno. La «cassa,» metteva
rispetto, pur serbando quel non so che d’artistico, disseminato per tutto
l’ambiente. Si vedevano, occhieggiando dal portello dello steccato, il forziere
a armadio, colle capocchie ombrellifere, che proiettava il verde sulla parete
turchina e una scrivania a dorso lastricato di ottone, che si inghiottiva,
piega su piega, a coperto bombeggiato. L’ufficio di segreteria era il più
elegante. Aveva del salottino di grande mantenuta. Scranne di canna, puff che
risospingevano, poltrone che accarezzavano al disopra dei lombi, una dormeuse
che pareva fatta a bella posta per una personcina ravissante, tutta
nervi e tutta baci. Le incisioni, incorniciate a legno scolpito, raggiungevano
la scollacciatura raffaellesca. Quelle facciucce di paradiso, che disegnano
forme di cielo, in mezzo a dei veli celestiali, lasciano qualcosa per
l’avvenire, l’uomo, vedendole, si sente crescere un interrogativo sul cuore. Il
resto puzzava di burocrazia governativa. L’archivio, la ragioneria, la stanza
del veterinario, il piazzale dei copisti, avevano dei mobili di noce massiccio.
Scaffali, leggii, tavoli, armadî, sedie, scrivanie e che so altro.
Il mio posto era quello di
copista. Secondo la raccomandazione del segretario io non doveva fare che
quello che mi veniva comandato da lui. Viceversa poi, avevo tanti padroni
quanti erano gli impiegati. L’archivista mi diceva: faccia piacere di copiarmi
questo specchietto. Le raccomando le cifre chiare. Il ragioniere: mi trascriva
questo rapporto. I più esigenti, erano il cassiere e il veterinario. Il primo,
un uomo foderato di grassa, con degli stivali che snodavano la sua truculenza,
con dei baffi da ex sergente austriaco, con una voce che decretava, mi metteva
sullo scrittoio delle lunghe tabelle che io copiavo fedelmente senza mai
ricevere un grazie. Il secondo, colla petulanza delle sua laurea, passava da un
ufficio all’altro, sbatacchiando usci, urtando scranne, dando ordini come un
generale nell’esercizio delle proprie funzioni. Parlando con me, usava il voi.
— Scritturale, copiatemi questi
tre verbali.
Aveva una calligrafia perfida.
Alle volte mi ci perdevo sopra cogli occhi senza indovinare che cosa diavolo
aveva scritto. Andavo da lui e lui strideva coi denti.
— Dite piuttosto che non sapete leggere.
«Il cascinale bipartito.» È tanto chiaro!
Se si aveva bisogno di
«collazionare» ero io la vittima.
— Giorgio, venga qua, che
«collazioneremo» i prospetti del mese.
Era questa la più alta delle
disgrazie. Mi toccava leggere fino alla raucedine. Mentre il più gentile era il
signor Serafino, segretario. Malgrado le dicerie e le bestemmie che si dicevano
dietro al suo uscio, io l’ho trovato un perfetto gentiluomo. Aveva delle
delicature. Invece di adoperare l’imperativo, mi pregava.
— Giorgio mi faccia il piacere
di copiare questa lettera. Oppure: mi faccia grazia della «posizione» di Angelo
Picozzi di Sommacampagna.
Per regalarmi uno zigaro di
virginia, mi apriva l’astuccio:
— Via, via, si serva.
Se mi tratteneva dopo le quattro
per qualche suo lavoro, mi metteva in mano una lira e qualche volta due.
— Beva un caffè alla mia salute.
*
* *
Colla mia obbedienza cieca che non lasciava mai
trapelare i moti convulsi che provavo internamente quando mi si brutalizzava,
ero riuscito simpatico a tutti. I visi arcigni, le musonerie, le imperiosità,
le bizze dei primi due mesi non esistevano più. Mi si dava il buon giorno e la
buona sera con degli — arrivederci Giorgio.
Il ragioniere, un vecchio dalla
fronte alta che fuggiva sotto ai capelli grigi, che aveva avuto delle velleità
poetiche negli anni giovanili, quand’era ristucco di mastri e di registri, mi
mandava a chiamare dal portiere.
— Venga un po’ qui. Le piace il
cioccolatte? Prenda questa tavoletta che le aggiusterà lo stomaco.
Poi adagino, adagino, tirava
fuori dal cassetto un certo scartafaccio ingrommato d’inchiostro. Che mi faceva
venire la pelle d’oca.
— Senta come «cantavo» a diciotto
anni; che versi facevo ai venti!
Era per me un supplizio dal quale
non mi potevo sottrarre che lasciandomi ingozzare di ottave sdentando il suo
cioccolatte. Il debole, era per una sua tragedia in cinque atti e in versi
martelliani. I personaggi parlavano non meno di mezz’ora per ripresa.
— Che le sembra di questi versi?
— Splendidi.
— Ella mi vuol fare un
complimento.
E dicendomi questa frase mi
spiava con quel suo occhio di lince.
— Le giuro che non celio. I suoi
versi suonano e creano ad un tempo.
Mi stringeva affettuosamente la
mano e mi dava una altra tavoletta di cioccolatte.
— Grazie giovanotto, avete
dell’intelligenza.
Un dopopranzo fu meco più
crudele. Negli uffici avevamo ventidue centigradi.
— Lo chiama il signor Bergalli.
Aveva gli occhiali sur un
quaderno gualcito e giallo ai margini orecchiuti.
— Che cosa desidera signor
ragioniere?
— Ma se glielo detto di trattarmi in confidenza?
Diavolo, siamo o no colleghi? Le pare che io sia superbo? Me lo dica, non
faccia complimenti. Si sa, alcune volte le cifre fanno ammattire. Ho del
burbero, lo so. Ma mi creda, ho anche del cuore. Senta. Si ricorda quando le ho
parlato di un certo mio lavoro in vernacolo sulla «Cometa del 13 giugno 1859»
del quale piangevo la perdita da anni parecchio?
— Sì, no, mi pare di sì; ah sì,
sulla cometa!
Alla mia risposta la faccia
cartapecora del buon ragioniere si colorisce e prende un’aria da ispirato.
— Indovini dove era? Gliela do in mille. In mezzo
ai miei componimenti liceali. Mi doleva proprio. Non è mica un capolavoro. Ma
sa, quando si sente a dar del poeta a quell’asino di Picozzi — un versaiuolo
sversato — un bufonchione che vorrebbe a volte avere lo scudiscio di Giovenale
e a volte la dolcezza del Grossi, senz’essere nè l’uno nè l’altro, si può
uscire anche noi — lumache che han veduto una volta il sole. Vuole che gliela
dica tutta, intera la mia opinione su questo poetastro pellagroso?
— Dica.
— Per me non è che un fondaccio
della intelligenza altrui.
— Ma via, che cosa le ha fatto
questo signor Picozzi?
— Niente. Ha avuto l’imprudenza
di scrivere roba da chiodi su una mia poesia in versi sciolti. Un canto patriottico
che sentiva è vero del Mercantini, ma del quale non c’era neppure una strofe.
Cane! E poi senta come so verseggiare in vernacolo, io.
Che la me disa on poo, sciora
cometta,
che la fà tant frecass, tant balardee,
e la fà trottà innanz i soo trombetta
Quatter mes, anzi cinq prima de
lee.
Cossa gh’ala de nœuv sulla
carretta?
— Scusi, ma non potrebbe leggermela domani. Ho
due minute fitte, rifitte del signor segretario....
— Ascolti almeno questo distico.
Guerra, famm, terremot, pesta,
bolletta,
O quai alter pastizz cott in
l’asee?
— Superbi!
*
* *
A poco a poco la confidenza era
diventata tale che cassiere e veterinario non facevano colazione che sul mio
tavolo — un vero piazzale dove ci si poteva adagiare a digerirla senza toccare i
piatti. Erano due leccardoni. Il cassiere, mangiando il risotto alla certosina,
si lambiva parecchie volte i baffi e faceva sentire la soddisfazione del ventre
con uno slac di lingua.
— Uh, questa costoletta è «passata!» Tonio,
portagliela giù a quell’animale di cuoco e digli che io non mi chiamo Porco. Se
la mangi lui.
Il veterinario invece, a tavola, era più
flemmatico. Si puntava il tovagliolo cogli spilli, ripuliva la posata e si
metteva gravemente all’opera. Sull’osso buco, vi lavorava come sul carcame di
un cavallo e non lo lasciava se non dopo avergli succhiato ben bene il midollo.
— Tonio, va a prendermi due pesche. Sai che io le
voglio con la peluria.
— E tre caffè. Giorgio, beve il caffè con noi?
Una mattina furono più generosi. Mi obbligarono a
dividere la loro lauta colazione.
— Diavolo, ma lei è troppo selvatico. O vivere
colla società o suicidarsi. Che ne dice dottore?
— Dico che ha fatto un errore. O come si fa a
suicidarsi?
— Non mi faccia il purista quando ha sotto i
denti del sodo. Risponda alla mia domanda: gli è vero che bisogna saper vivere
o saper morire? Stare colla società o andarsene via?
— Ella mi dà dei problemi da sciogliere. Certo,
che chi non vuol avere brighe, deve entrare da bon figliolo e sedere alla sua
mensa. Ma non nego che si possa fare altrimenti. Tra noi ci sono dei partiti. E
dico noi per parlare del complesso. Taluni dicono che si sta benone a che gli
uomini fanno pancia. Altri invece affermano il contrario e non vedono che nero.
Per questi la felicità, la virtù, la religione, la patria, la famiglia, l’amore
non sono che bugiarderie inventate per gabbare....
— Non mi parli dei rossi, — malanni di tutti i
paesi, zavorra di tutti i governi. Se foss’io il Governo! La legge Pica vorrei,
per questa gentucciaccia. Io sono stato ufficiale giù negli Abruzzi e so come
si spazzano le vie ingombrate di feccia. Ran! È l’unica risposta che
darei ai turbatori dell’ordine. Che ne dice lei dottore?
— Potendo, mi ci metterei al suo fianco. Ma veda,
l’umanità non tende più le braccia verso Dio e verso il re. Diventa Dio e
sovrana essa stessa.
— Dunque non dico male quando invoco la legge
Pica? Oh gliela vorrei far vedere io a quella becerocrazia, a quella
ciurmacciaglia che mette in piazza le cose più sante del focolare domestico e
delle patrie istituzioni. Ma con che diritto escono questi ciurmadori a turbare
l’ordine costituito?
— Scusi, signor cassiere. Questa è grossa. Col
diritto che abbiamo tutti della libera discussione.
— Non fraintendiamoci. La loro è prepotenza. Noi
siamo la maggioranza, noi siamo il plebiscito e noi vogliamo le cose come sono
col re legittimo alla testa. Sta a vedere che sarà permesso a quattro
scalzacani di venire ad imporci la loro repubblica. Dico bene o non dico bene,
dottore? Bella cosa la repubblica! Sapete che cos’è la repubblica di quella
giovinottaglia sguantata? Una mannaia che decreta. Questa la libertà degli
arruffoni: questo il diritto di scelta: o accettare o passar sotto. Nipoti di
Marat. Brrr! Ha sentenziato bene Cesare Cantù di quest’altro miserabile: un
idrofobo ingordo di vituperi e di sangue. Un mangiaborghesi! Tonio, va giù a
prenderci una bottiglia di quel buono che ho secco la gola.
— Mi associo alle conclusioni dell’onorevole
oratore.
— Ha capito dottore? Abbiamo al tavolo un... Come
si ha a chiamare? Un ribelle, eh?...
— Non è vero. Ho voluto sottolineare una
contraddizione. Ho fatto male? Già, io sono per l’eguaglianza. A ciascuno la
sua parte di doveri e la sua parte di diritti.
— Non dica sciocchezze se non vuole che si vada
in collera! Secondo lei, il mio portinaio.... Evvia! La mia serva....
Accidenti! Mi viene la paralisi solo a pensarci.
— Non se ne parli più e si beva. Alla salute del
cassiere!
— Alla vostra. Il vino — slac — fa buon
sangue. Non faccia lo smorfioso. Beva! Ne beva un altro bicchiere, via, si
sbronci. Così. Ma non si lasci scalducciare dai tribuni della piazza. Si
troverà contento. Glielo dice un uomo che ha cinto la spada del gran re. Evviva
il re! Su trincate: evviva il re!... A proposito, domani lo condurremo con noi,
non è vero Carcano? Si va a Codogno a visitare e a redigere il verbale sulla
bergamina Pinza — affetta dal carbonchio. — Tanto l’amministrazione, ci farà le
spese per tutti e tre. Non è vero ottimo dottore?
— Verissimo.
*
* *
Io ero tra i rustici colonnati del portico del
cascinale, seduto a tavolino, che scrivevo sotto dettatura, mentre il
veterinario ed il cassiere visitavan capo per capo il bestiame.
— Scriva: il bue dal mantello bianco,
picchiettato di nero, dal corno finissimo smussato contro.... contro che cosa
Signor Pinza? Contro una muraglia, del peso di tre quintali, bollato col numero
392, è stato colpito dal carbonchio. Valore quattrocento lire.
— Ma se le dico che ne vale seicento.
— Le dico di no.
— Io protesto e faccio fare
un'altra perizia.
— Facciamo cinquecento, eh?
— Vada per cinquecento, poichè
lo ha detto il cassiere. Ma creda che è caro.
*
* *
Da quello che io poteva capire
copiando le minute del segretario, che era l'anima di tutto, la sucietà cercava
un puntello tutti i giorni. Si era sempre a secco di quattrini, A quelli che
domandavano il pagamento delle bestie morte, si rispondeva che il loro credito
era stato debitamente registrato «e che si aspettava la riunione del Consiglio
per spiccare i mandati di pagamento.» Ma questo benedetto Consiglio non si
radunava mai. Chi erano i membri del Consiglio? L’ingegnere direttore, il
segretario Serafini, un avvocato dai denti canini e tre o quattro fittabili —
ignoranti come le loro mucche assicurate — che firmavano e approvavano tutto.
Mentre a coloro che dovevano i semestri e le annate d’assicurazioni, non si lasciava un momento di tregua. Il
sistema di carteggio era questo: prima si invitavano, poi si diffidavano, poi si
minacciavano e infine si passava la posizione a quel tale avvocato, membro del
famoso Consiglio.
L’annata fu anche terribile. Il
«carbonchio» fece strage tra il bestiame. Non passava giorno che il veterinario
non fosse chiamato telegraficamente in questa o quell'altra stalla a constatare
le vittime del morbo. Ora le spese di «trasferta» che ammontavano quasi sempre
dalla due alle trecento lire, mangiavano tutto. Quando il medico bestiale
andava alla cassa colla nota delle spese, Gigi mandava mille accidenti.
— Ma se non ho più denari? Lei
fa bello lei! Io seguito a pagare e non riscuoto mai. Creda, glielo dico, il
mio forziere non è il pozzo di S. Patrizio.
Un giorno siamo stati sorpresi
dalla rivoluzione. I più grossi creditori si diedero convegno negli uffici per
provocare l’assemblea e verificare i registri. Tonio, mano mano che venivano,
gli immagazzinava nel mio stanzone il quale pareva trasformato in una fiera di
bestiame. Quando non ci furono più scranne sedettero sul tavolo.
— È tempo di finirla di menarci
per il naso!
— Perchè si continua a far gli
atti contro i «morosi» se la società non paga un centesimo?
— Bisognerebbe cominciare a
mandare a spasso tutti questi mangiacarte.
— Canaglie! Mi hanno fatto
pagare le due mila lire semestrali, venti giorni prima che mi morisse la
«stalla rossa» e non mi hanno restituito un centesimo. Ma l’avrete a che fare
con me dovessi vendere l’ultima vacca, dovessi!
— Io parlo chiaro. Qui si
truffa.
— Io sono più spiccio.
Denunciamoli all’autorità giudiziaria. Se si mette in prigione un povero
diavolo che ruba un marengo, perchè si devono lasciar fuori queste birbe in
marsina?
Il conciliabolo diventava sempre
più caldo.
— Guardate, sono già le dodici e
mezzo, ma l'ingegnere «marameo!»
— L'è minga on coijon, l'è.
Io copiavo e tacevo. Tuttavia sentivo che si soffocava.
La stanza era impregnata d'un odore di stalla e di fienile che mi metteva
nausea. Apersi la finestra — malgrado il mese di gennaio.
— Lasci chiuso. Se ha caldo
esca. In i noster danee che paga, chi chi inscì.
— E semm nun i padron!
Ha trillato il campanello e io respiro. È il
direttore accompagnato dal segretario. L'ingegnere Belchamè, lungo e magro come
una pertica. Ha del cadavere e dal convalescente. Vestito di nero e inguantato
di nero, mette tra gli ammutinati un po’ di silenzio. Si leva il cappello a
tuba e parla con voce fioca fioca.
— Signori, sono uscito dal letto
or ora.... eh! eh! eh! perchè mi spiaceva questo fatto.... Eh! eh! eh!....
Perdonate, ho la tosse: il segretario vi dirà il resto.... Eh! eh! eh!
Il segretario era lì trasformato.
Non era più l'omettino curvo sulla scrivania che affrettava, affrettava la
penna d'oca, infilzando righe via righe senza mai cancellare una parola. Ma
spiccava in lui il tribuno, l'uomo dai colpi audaci, il Wellington della
battaglia burocratica.
— Signori soci. Dirvi il dolore
che proviamo per questo malinteso non è possibile — perchè i grandi dolori sono
muti come Laooconte nello spire dei serpenti. Ma credetelo, gli è crudele,
sapersi onesti, avere la coscienza tranquilla, essere sicuri di avere adempiuto
con zelo al proprio dovere e vedersi tacciati di... Ohimè! io non dirò la
parola davanti all'ammalato. Io che fui e sono testimonio dei costanti
sagrificî fatti da quest'onorando uomo che la vostra foga ha strappato al
letto, io che ho dato vita a quest'istituzione, a quest'istituzione che gli
anni faranno florida e che so, come la madre, le notti vegliate per slattarla e
darle una esistenza rigogliosa, davanti a voi, davanti alle vostre minaccie, mi
sento afflitto — dell'afflizione del padre che vede percosso il figlio. Ma se
da queste miserie terrene io mi sollevo fino al vertice della questione,
allora, o signori, o soci carissimi, mi sento riconsolato. Nostra è la colpa se
la piccina che abbiamo plasmata col concorso delle vostre... mani, cammina
sorretta dalle dande? Perchè non triplicate il capitale, perchè non le date
forza, perchè non mettete in circolazione una nuova emissione di azioni? Nostra
è la colpa se la maggioranza dei soci ci fa spendere in carte bollate e
avvocati, il doppio delle quote dovute alla società — a quella società che
dovrebbe scattar come un solo uomo quando uno dei membri contravviene allo
statuto? Avuto voi letto Rousseau? Leggete, o signori, il Contratto sociale e
proverete nell'adempire i vostri doveri una gioia ineffabile. Nostra forse è la
colpa se la malattia — questa malattia bubbonica che non perdona, si diffonde
in tutti i paesi e entra in tutte le stalle assicurate? O signori, voi avete un
bel dire, voi, perchè non sapete per quali ragioni il listino di borsa sale o
discende. Ma addentriamoci nelle viscere e palpiamole. Quella è la ragioneria.
Squaderniamo i suoi libri — che sono gli oracoli sociali. Che cosa vi leggiamo
o signori? Troviamo che la società deve ai propri membri un complessivo di lire
ottantamila. Non rabbrividite. Questo è il dare. Leggiamo, di contro, l'avere.
I soci devono in tanti arretrati centoventimila. Respiriamo. Un avanzo netto di
quarantamila lire in sei anni — non tenuto calcolo del mobilio e degli stipendî
e dei pagamenti fatti. È dunque disperata la causa sociale? A me pare di no. La
vita della società è nelle vostre mani o colendissimi amici. Voi potete
decretare la sua morte seduta stante. Ma badate! Non è delitto soltanto
assassinare il vostro simile. È delitto ancora più nefando trucidare
barbaramente le istituzioni appena svezzate; istituzioni come queste, che
aspettano il loro sole che le riscaldi per maturare i frutti promessi. E
dicendovi così vi capovolgo la questione. Se invece di assalir noi con tanto
accanimento, noi che siamo i cooperatori di questa vostra nave che condurremo a
Dio piacendo in porto sicuro, non assalite i debitori — i veri nemici — i veri
carnefici? Affrontate o signori, i delinquenti, convinceteli e la nave
navigherà col vento in poppa. Io ve lo dico. Io che di queste cose me ne
intendo.
Furono ammansati. Gli ho veduto
togliersi il cappello, farsi piccini, diventare agnellucci da cacciar su
all’ovile. La parlantina cifrata del segretario, fu una sbruffata di acqua
sull’odio di quella buona gente turlupinata. Essa sbarrò loro un nuovo
orizzonte popolato di marenghi. «Sicuro, sicuro, paghino i morosi! — sono loro
la gramigna.»
— Per mio conto, disse il signor
Guadagnolini di Cassano d'Adda, metto a disposizione della Società mille lire
per la continuazione delle cause contro i malpagatori.
— Ed io cinquecento.
— Ed io trecento.
— Ed io seicento.
Uscivano contenti come se
avessero intascati i quattrini. «Addio, arrivederci, buon viaggio, mi
raccomando.»
Io tenevo aperto l'uscio e il
segretario dava strette di mano che era un piacere.
— Auf! L’abbiamo passata bella.
Facemmo un minuscolo
quadrilatero intorno al taumaturgo.
— Bravo.
— Ella ha salvata la baracca.
— Noi le dobbiamo l'esistenza.
— Oh perchè?
— Perchè questo mese, se non
capitava questa manna, non si pagavano le mesate.
— Siamo così in ribasso?
— Ho un disimborso di 49.60 che
adesso però iscarsello.
— Non faccia «mano bassa» lei.
Ci siamo anche noi, ci siamo. Noi che abbiamo gli stessi diritti.
— Finiamola, quanti ne abbiamo
del mese?
— Ventiquattro.
— Bè, se ci pagassimo subito,
eh?
— L’idea è buona. Che ne dice
lei, signor ingegnere?
— Fate come volete ma e le
cause?
— Le cause sono sbattute al
punto che non meritano la spesa di un centesimo. Tutti fittaiuoli e coloni che
non hanno più un cavolo.
— Eh, allora?
— Allora soggiunse il segretario, quello che sarà
sarà. Ma intanto importava affermarci col credito. Sapete diversamente dove ci
si metteva? Se non era Corte d’Assise, per lo meno sulla pubblica strada. E ho
famiglia, io. Sono tredici anni che consacro i miei studi a questa associazione
la quale se non ho saputo rendere indipendente non è mia colpa. Datemi un
grosso capitale e vi giuro io segretario, io dottor Serafini, di mettermi i
soci in saccoccia e nel baule l’associazione.
— Cromwel!
— Un grosso capitale!
— Qui sta il busillis.
— Un anno fa era forse ancora possibile.... me
ora.... Il credito non lo si impone.
— Eppure io troverò l’uomo. Anzi
spero di averlo trovato.
— Come, come?
— Ma per carità, state zitti. Se
uno di voi si lascia sfuggire una parola la è finita.
— Le paiono raccomandazioni da
farsi a noi? La causa sua non è la nostra?
Ci facemmo più ai panni.
— Voi forse non sapete che in Milano ci sono delle brave
persone caritatevoli. Tutto sta a saperle acchiappare. Sano tanto scontrose!
Tuttavia, parmi d'averne acchiappata una, una piena di denari fino ai cappelli.
Una alla quale ho spiegata la nostra situazione, vale a dire glielo spiegata a
modo mio. Le detto lo scopo della istituzione, le ho parlato del numero dei
soci triplicandoli, dei pagamenti fatti ai soci quintuplicandoli e dei crediti
che vanta l’Assicurazione sestuplicandoli. Poi le ho tratteggiato un quadro a
tinte fosche sulla malattia bubbonica che ha colpito i quadrupedi e più
specialmente quelli assicurati, senza mai dimenticare, tra un periodo e
l’altro, dei nomi cari alle anime devote. Il duca, poichè è un duca questa
eccellente persona, è un bigottone di tre cotte, dal quale non si ottiene nulla
se non rassegnandosi ai voleri dell’Altissimo. Domani egli verrà a farci una
visita. Ma per amor del cielo che nessuno bestemmi, che nessun sputi parole
condannate dalla religione. E più specialmente parlo con te, Tonio. Tu hai la
brutta abitudine di dire: sacramento! Se ti sentisse quel sant’uomo, addio
all’imprestito. Volete un consiglio? Tirate via quelle sguaiate femmine dallo
stanzino del cassiere e la naiade del veterinario e metteteci al loro posto
delle madonne e dei santi. Non si urta coi principî universalmente accettati.
Infine non si tratta che di qualche giorno. Imitate me. Io l’ho già fatto. Cari
miei, colla verità sbracata non si va avanti. E due. Bisogna fingere.
Promettetemi di mantenervi silenziosi, operosi, quando sarà qui lui.
Ciascheduno al proprio posto e ciascheduno curvo sulla carta a scrivere. Scrivete
magari alla vostra amante, ma fatevi vedere da lui a scrivere. Santo Dio, non è
poi un grande sacrificio! Ascoltatemi. Quando io sarò di là col Duca, tratto
tratto qualcuno faccia sentire le nocche all’uscio e dica: è permesso? Signor
segretario, è arrivato il pagamento del socio Bernasconi. Oppure: come dobbiamo
regolarci col socio Trichella di Saronno che non ha più risposto? Al resto
penserò io. Andiamo a casa ingegnere? Oggi non ho più la testa a segno ed ho
bisogno d’aria. Siamo intesi; domattina alle nove precise. Che nessuno manchi,
vergine immacolata, perchè i bigotti si alzano di buon mattino. Imparate da
loro ad essere saggi. E tu Tonio fa la polvere un po’ prima e mettici della
diligenza. Si tratta pure del tuo avvenire. Se la si cangia il tuo posto è qui,
se no subirai la sorte comune.
In quella giornata salutammo il
dottore Serafini il redentore dell’Associazione del bestiame.
*
* *
Negli uffici vagolava un che tra
di cristiano e pagano. Appena sgusciati dall’anticamera, ci si affacciava in
una ampia «crocifissione di Gesù Cristo,» ritto sull’abete immortale, che
guardava rassegnato i giudei che inchiodolavano il buon ladrone. E subito dopo,
svoltando, si correva coll’occhio su una fanciulla seminuda che sorrideva
l’ultimo lampo allegro portato via dal veglione e mostrava inconsciamente
rotondità immagliate da far perdere il giudizio. Il mio stanzone era un po’ più
chiesaiuolo. C’era il resto della storia del Golgota, sciorinata come nel
negozio di un vetraio. In «ragioneria,» una madonna monumentale che sorreggeva
la verginità del suo parto in un bamboccio sculacciato. Al disopra della cassa,
Pio IX, col suo faccione rubicondo proiettato sul pettorale scarlatto, che
spiava di sbieco una Naiade che cercava invano di ravvolgere nelle braccia le
nudità di un corpo gentile. In segreteria, si fiutava persino l’incenso. Era là
il luogo dove doveva convertirsi il Duca. Davanti al divanuccio, un Giuda al
vero, strangolato all’albero, coll’ombra di Gesù Cristo in fondo, che usciva
dalle volute cenerine per salire al cielo. E al centro della parete un
colossale S.Antonio, protettore del bestiame e della società d’assicurazione in
ispecie. C’era dunque di che predisporre qualsiasi bigottone. Lo si aspettava
da due ore frammezzo al silenzio certosino. Nessuno usciva dallo studiolo e
nessuno faceva colazione per paura d’incontrarsi a tu per tu col personaggio.
Drin, drin, drin!
L’elettrico d’entrata febbricitante, ci ha messo la penna tra le dita. Sarà
lui, non sarà lui? Io aveva ordine di riceverlo dal portiere con un inchino e
di farlo passare nell’ufficio del dottor Serafino con un salamelecco.
Era lui.
Un omettino macilento, bianco di
capelli, con una faccia di cera, sbarbato, incravattato all’antica fin sotto
alla pappagorgia, con degli occhietti di basilisco, sommersi nelle
increspature, un labbro che mangia l’altro, che veniva avanti, gobbon gobbone,
la tuba in mano — una tuba acciaccata che sapeva di straccairolo.
— Eccellenza, gli dissi con un
grand’inchino.
— C’è il signor segretario?
— Sì, eccellenza.
Mi guardò di soppiatto e
m’imparadisò di un sorrisetto che valeva e non valeva.
— Entri, eccellenza.
Mentre i due uomini erano
rinchiusi a parlottare, noi appostavamo volta a volta l’orecchio alla toppa.
— Hai sentito? Che cosa?
— Nulla.
— Sordone. Ci vado io.
— E tu?
— Maledetto. Ho udito un no
secco, reciso. Chi lo pronunciava? Non ho potuto distinguere la voce.
Diventammo bianchi.
— È impossibile — si diceva —
Serafino non è un coglione.
— Ci andrò io. Vedrete che
timpano!
— Va bene tutto.
— Ne sei sicuro?
— Diavolo. Ho sentito la voce
piagnocolosa del duca che diceva lemme lemme: Bene, bene, vedremo. Intanto io
le darò un bono di ventimila lire.
Ci mettemmo una mano alla bocca
e rattenemmo l’ah di trionfo.
— Pss, silenzio. Ho sentito la
rotella della poltrona.
Scappammo ciascheduno al nostro
posto.
Uscirono colle guancie
infervorate. Il segretario precedeva il duca e dai sorrisetti che spargeva, si
capiva che il veterinario aveva ascoltato benissimo. Lo accompagnò fin giù in
portineria e si salutarono con delle scosse di mano.
Appena salito, gli fummo ai
panni come un’interrogazione.
Il dottor Serafino si
abbandonava morto nelle braccia del cassiere. Aveva dovuto sudare per fargliela
entrare nella testa, ma c’era riuscito. Là, là il premio di tanta fatica fu un
bono di ventimila lire pagabile a vista.
Per alcuni mesi non si
infilzavano aggettivi che pei cattolici. Tuttavia il corpo sociale aveva il
verme solitario nel ventre che inghiottiva e inghiottiva insaziabilmente. Nel
complesso degli impiegati, io e il portiere esclusi, perchè noi non si
partecipava al saccheggio, non esisteva quello spirito di sacrificio e quel
pensiero tenace, indomabile, bronzeo che dà vita alle istituzioni più
rachitiche. Ma era in tutti una sete rapace, una voglia infrenabile, spasmodica
di far bottino, congiunta a una spensierata incuranza degli interessi dei
consociati. Il veterinario e il cassiere, non pensavano che alle spese di
«trasferta» e ai boni straordinari diventati vere sanguisughe. E il segretario?
Anche lui con un pretesto o con un altro, era sempre alla cassa. Il suo
stipendio di mille lire al mese non gli bastava che per quattro o cinque
giorni. La sua casa era una voragine. Più ne portava e più ne divorava. Una
famiglia la sua, cresciuta in mezzo agli agi, vissuta in mezzo al fasto che non
sapeva acconciarsi alla nuova situazione del padre, costretto, dallo scialaquo,
a cercarsi la mensa a furia di ripieghi e di lavoro. Con una moglie che non
sapeva il perchè gli uomini trafficano e una figlia venuta su folleggiante tra
i vezzi, ai profumi, ai ninnoli e a quel lusso sfondolato che conduce a rovina
se non esce dalla rendita netta, il povero Serafini doveva precipitare e con
lui l’associazione e gli impiegati.
*
* *
Sei anni dopo ho dovuto
soccorrerlo con due lire. Povero segretario!
Sono nella sala S. Giovanni da
due mesi. Quarantasei giorni alternati di febbri cocenti — di letargo, di
sofferenze, di tribulazioni. Oh signore, signore che malaccio!
Oggi che riapro gli occhi non mi
par vero. Tutte le mie articolazioni erano infiammate. Non potevo muovere un
dito, un piede, il collo, un braccio senza che mille punte d’aghi infocate mi
trafiggessero con lena rabbiosa. Che spasimi, che spasimi, vergine santissima
addolorata! Passavo dalla zona torrida al polo glaciale, senza attraversare i
periodi di gradazione. Dal freddo che mi faceva scrosciare i denti, alle ondate
calde che mi asciuttivano e mi mettevano una sete che il decotto non spegneva.
Farneticavo, straparlavo, chiamavo dei nomi sottoterra, dicevo delle
insulsaggini, delle stramberie. Una notte, mentre i malati respiravano il loro
fiato graveolente, avventai un grido che turbò tutta la crociera. Bestemmiai
contro Iddio.
*
* *
Subî una cura energica. Le pennellate
d’olio di colcontiglia mi fecero nascere dappertutto un subisso di crosticine
piuttosto grigiotte. Le ventose.... Quante ventose mi applicò l’infermiere! Non
mi lasciava tempo d’urlare. Mi scopriva, metteva sul letto la cassetta dei
vasetti di vetro pieni di stoppa che accendeva e punfeta! Giù sulla pelle che
mi portava via. Madonna ! madonna! La replica era più crudele, più assassina.
La fiamma linguettando, mi ripiombava sulla sleppa spellata a bermi per mezzo
minuto il sangue. Io gridavo basta! basta! Ma l’infermiere era di bronzo.
— Perchè siete così cattivo? Gli
domandavo sfinito dal dolore.
— Eh, mancherebbe che si stesse
qui ad aspettare i comodi degli ammalati!
La chinina, questo reagente,
questo febbrifugo potentissimo, mi ha messo nella testa un balordone, un ronzio
sordo, cupo che mi annebbiano il pensiero e mi avviluppano in un sonno agitato.
Quante ore svogliate, quanti sbadigli!
Oggi il dottore mi ha «ordinato»
un quinto di vino e un ala di pollo — perchè mi vuole in «forze» per domani.
Quale nuovo tormento m’aspetta? Sono tutto gonfio. Gonfiori all’avambraccio,
alle giunture, al metatarso, alle mani, alle tempia. E come sono giallo! Mi
sono fatto prestare da mio sventurato vicino uno sghembo di specchietto e mi
sono visto orribilmente sconciato. Ho la faccia invacchita come un baco da
seta.
*
* *
Ho dormito un paio d’ore. Un
tumulto, un sogno, uno spavento. Mi ballavano intorno degli scheletri dei quali
mi scivolava per vani della vita la scricchiolatura degli ossami che si baciavano
tarantellando. «Indietro! Indietro!» Ma assiepati, urtantisi, mi si facevano
più vicini con delle risate che mi imperlavano la fronte di sudore. Il più
alto, colui che torreggiava tramezzo alla tregenda, la dentiera sguarnita, le
occhiaie forate, le spalle cave, i costati ad arco, mi protendeva le braccia
come per stringermi nel gelato amplesso. Indietro! Indietro! Trattenevo il
fiato dalla paura. Ma il capo della geldra sghignazzava e sussultava. Abbiate
pietà o morti cittadini. O che volete farmi morire? Eccoli, eccoli tutti ai
miei piedi. Sento le loro dita lunghe, aspre sulla coperta che mi sdrucciola.
Ah! eccoli più sfacciati. Eccoli sul ventre che mi scarpellinano. Indietro!
Indietro! E apersi gli occhi spaventato, cercando i fantasmi che la luce mi
aveva involati.
*
* *
Povero uomo! Il 47 muore. Il
prete questa mane gli ha dato gli ultimi conforti pel viaggio. Non lo vedo che
di profilo. Una mezza faccia tirata, giallognola, che puzza di morte. Egli
guarda il crocifisso che soprasta dal cassone — non so se per domandargli la
grazia di affrettare il gran distacco o se per prolungare le giornate dolorose.
È un contadino di Crescenzago — vicino del mio vicino. Ha 47 anni come il
numero della crocera e quattro figli ai quali lascia in patrimonio il badile e
la zappa. La sua storia è comune. Vangò, arò, mietè, falcidiò e rimase cretino
e povero. Pover’omo! Ha rovesciato la testa e gli occhi ed ha vomitato l’ultimo
alito. Buon viaggio!
Suor Matilde soffia sulla
candela e Antonio, l’inserviente, tira le tendine. Bravi!
*
* *
Bontà divina, che minestra!
Aveva gli agrori della pasta acida. Il brodo un non so che di lavandino che
consolava. Non ho potuto ingoiarne due cucchiai e l’ho data al mio collega che
ha sempre fame. Lo si chiama l’ammalato della febbre «mangina.» Divorerebbe il
granito. Egli continua a dirmi che tre galline e un boccale di vino, lo
metterebbero in grado di spaludare quattro pertiche di terreno.
— Peccate di gola, gli ho
risposto.
*
* *
Che notte lunga, eterna! Ho imparato
a distinguere i miei compagni dal respiro. L’uno aspira come un mantice —
l’altro soffia come un bue. Il ventinove pare un soffietto con rotto i fianchi,
il trenta un affanno che piange — questi un lumicino lì lì per tuffarsi
nell’olio — quegli il cigolio gemebondo di un arpione.
Dall’altra sala che io non vedo
che di traverso, mi giunge un lamento fioco come l’eco che avalla. «Ohi-mè!
Ohi-mè!» E quel malaugurato din-dilin-din din-dilin-din, della
lavanderia a vapore? Mi pare d’avere un orologio a ripetizione nelle orecchie.
Mi si insinua pei meati e mi scortica il cuore. Oh ma perchè non lo fate
tacere, o signori dell’Ospedale, o gente che dormite tranquillamente nel
silenzio profondo delle vostre abitazioni? Se sapeste che noia produce sugli
ammalati quello strappo di campanello, che si disperde per le pareti come se
fosse scosso da un moribondo in lotta colla morte. Oh soffocatelo, tappategli
la bocca, stringetelo nelle vostre mani. Io non ne posso più.
*
* *
Un altro adesso! Ma che cosa hai
piccino? È un imberbe che si sveglia e spalanca la bocca e grida cercando la
mamma. Taci che mi fai male. Anch’io soffro e anch’io ho avuto una mamma e
tuttavia non piango. «Ahi! Ahi!» fatti coraggio, pazienta, fanciullo. Vedi, se
io potessi alzarmi, verrei a bagnarti con la pezzuola le labbra. Se avessi
denari, ti comprerei un raspo d’uva per spremertelo chicco a chicco nella bocca
che ti arde. Ma non ho niente e anch’io ho sete e non posso muovermi. Dunque
coraggio e pensa che c’è un Dio.
*
* *
Dagli ampi finestroni intravvedo
un filo che non è nè luce, nè ombra. Oh come volontieri tirerei una cannonata
per farmi spazzar via l’ultima nebbia. Io sento un acre bisogno d’aria fresca
che mi folleggi pei capelli, pel collo, sulla faccia. Un po’ d’aria! Un po’
d’aria!
*
* *
È incominciata la visita da una
mezz’ora. Laggiù chi va e chi viene, chi corre e chi chiama. Veggo il gruppo
«consulente» che passa nella sala S. Pietro e si ferma al 69. La scolaresca si
divide in due mezzi cerchi. Io non scorgo che un angolo sprepontato del letto.
Vedo delle teste che si muovono, delle mani che appaiono e scompaiono, ma non
capisco di che si tratta. I malati hanno tutti gli occhi su quel punto fisso.
«Ahi! ahi! ahi! Ah Signor! Oh el me car signor di poveritt!» Che cosa
diavolo gli fanno? La notizia percorre di bocca in bocca. Gli hanno cavate le
intestine e rimesse al posto. Che operazione! Basta, ora è fatta.
*
* *
Il paziente è il 73. Antonio
corre col colabrodo di rame colmo di ghiaccio. Il malato è seduto sul letto. Io
ne sfioro coll’occhio la superficie cranica. La vedo calare e risorgere come se
qualcuno avesse bisogno di sprofondarsi negli abissi della sua gola. Addio
testa! Essa discende e non sale più. Sono lì tutti silenziosi, inchinati verso
il soggetto che è una pena a vederli. Respirano, respiriamo. Gli fanno
sputare degli sgorbi di sangue con delle strisce nerastre e gli danno una
cucchiata di ghiaccio.
Infelice! Egli ha lasciato nella
cesoia tre quarti di lingua e con essi l’anima della parola. Probabilmente il
73 non parlerà più che come i cani.
*
* *
Svoltano e vanno via. Ci
sentiamo liberi come se ci avessero tolta una pietra dallo stomaco. Andate o
ministri di morte, o gente senza pietà, o veste nere che ci terrorizzate. Portate
via i vostri arnesi, i vostri ordigni contorti, lunghi affilati, puntuti,
aggrovigliati che paiono serpenti. Noi siamo stufi, non vi vogliamo più.
*
* *
Il medico comune m’ordina
«l’ingessatura.» Starò seppellito nel gesso per una settimana. Una settimana
d’immobilità. Che gusto!
*
* *
Invece di una settimana mi si
tenne ingessato nove giorni. Che noia, angeli del paradiso. Ero Prometeo
inchiodato alla rupe. Non avevo di mobile che gli occhi. A qual sagrificio non
mi sarei sottoposto per una semplice stiracchiata delle membra! A momenti avrei
dato me stesso per un’alzata di braccio o per mettere cinque o sei minuti la
gamba sulla costiera del materazzo — proprio sulla riva a farle prendere un po’
di fresco. E quando mi pruriginava? Erano battaglioni di formiche che mi
percorrevano il corpo colle loro zampine microscopiche — leggere, che mi
titillavano fino alla convellatura dello spasimo.
*
* *
Capisco, fare il servitore a
tutti questi accattapani non dev’essere la più bella cosa del mondo. Uno vuole
dell’acqua — un altro il medico o il prete — questi chiama — quello piange —
Tizio desidera del tabacco da naso — Caio del formaggio di grana — là si ha
fame — qua si ha voglia di discendere — altrove si caca e si piscia. Puah! Una
vera porcheria. Ma intendetela una buona volta. L’inserviente d’ospedale non è
mestiere per tutti. Qui si esigono uomini e donne pazienti — senza fiele —
senza muscoli ribelli — nati fatti per compatire anche coloro che insultano.
Persone direi quasi evangeliche, di una bontà innata — premurosi — solleciti —
larghi di consigli — generosi di parole dolci — dispensieri di speranze. Oh se
sapeste come è triste l’ammalato — come è intollerante — come è uggioso e
quanto soffre! Via, siate buoni coi poverelli.
*
* *
Tu, buon Antonio, sei nato più
per essere quartiliere di caserma che a soccorrere gli infelici. Non dai mai
retta ad alcuno — bestemmi — sacramenti — incollerisci. Porgi le medicine o i
cibi da ingollare, in guisa da farci sentire il peso della tua condiscendenza.
Ci dai il pitale o il pisciarolo con dei modi che tradiscono l’animo tuo
infiammato. Ci fai aspettare delle mezz’ore, dell’ore cose urgentissime. E come
imbocchi, Dio degli dei! Per nove giorni ho dovuto subire la tua mano che mi
dava la pappa, ma credilo, qualche volta, invece del cucchiaio, avrei addentato
le tue dita. Sei troppo aspro, troppo sgarbato, troppo eccitabile.
*
* *
E anche tu, suor Matilde, anche
tu lasciamelo dire, non sei imbevuta di precetti cristiani. Il tuo linguaggio
sente assai della superiora e i tuoi servigi puzzano molto di padrona di casa
che è stufa dell’ospitato. Ma la croce che ti spenzola dal fianco, la croce che
ci fai baciare nelle ore critiche, non ti suscita nulla, non ti rammenta il
Golgota, non ti dice ch’Egli, il gran Cristo, è morto per la salvezza comune?
Cambia veste, suor Matilde. I tuoi occhi hanno ancora del fosforo, le tue carni
sbuffano i rimasugli della vita e il tuo cuore è forse ancora capace di
sussultare per un uomo. Butta alle bietolone la cuffia e lo zoggolo e attaccati
al tronco maschile, Matilde. Iddio ti ricompenserà con una nidiata di
fanciulli.
*
* *
Non vorrei venissero mai queste
giornate. Tutta quella gente che entra e passa e si disperde, senza che alcuno si
fermi al mio letto, mi fa male, mi mette addosso della malinconia, mi risveglia
delle memorie. Ma perchè noi che non abbiamo più alcuno su questa terra, che
non siamo che atomi dimenticati in mezzo ai vivi, non ci allineate in un
corridoio unico — dove nessuno possa venire a turbare la monotonia delle nostre
afflizioni? Là è una donna che piange, qui un fratello che singhiozza, lì una
sorella che stringe una mano, altrove una mamma, un padre, un amico, un’amica
che incoraggiano, regalano un arancio, un limone, un grappolo d’uva, un dolce.
Quei nomi, quelle lagrime, quelle parole, quelle cose, sapete voi quale
schianto ci diano al cuore? Io vorrei mi si impiombassero le palpebre in queste
giornate di festa, in queste giornate sparse di tanta tenerezza, in quest’ora
in cui tanti infelici sorridono del sorriso dei loro cari.
*
* *
Abbiate pietà per dieci minuti,
o monatti. Non vedete quante persone affollano le crociere? Mancano ancora otto
minuti alle undici e mezzo. Che cosa sono, in fin dei conti, otto minuti? Una
pipata per voialtri monatti. Oh crudeli! Ecco là che lo alzano. Quale
spettacolo, Oh gli animali! gli animali!
Dal lenzuolo gli sfuggono la testa e i piedi, Che piedi! Una cera
chiesaiuola. Che testa! L’orribile nel giallo. Patapunfeta! È nel cassone. Un
cassone sempre unto di carne umana che serve per tutti i morti. Presto, presto,
andate via con quel vostro baule di materia. Finalmente! Il corteo ha svoltato
per la via del teatro anatomico. Povero derelitto, tu almeno hai finito di
dolorare e di patire.
*
* *
Il medico mi ha mandato nella
sala dei convalescenti. Io gliel’ho detto e ripetuto: ma se sono ancora
ammalato, se provo fitte dappertutto come prima, peggio di prima?
— Non siete ammalato soltanto
voi, mi ha egli risposto. Voi contate una «degenza» di quasi due mesi.
Immaginatevi se tutti ci stessero in letto due mesi! Dove si dovrebbero mettere
gli ammalati nuovi sempre lì pronti alla porta, come sciame che aspetti di
precipitarsi sul miele? Animo! Voi siete giovane e vi farà bene il sole della
strada.
— Mille grazie.
E voi, povere gambe mie, vi
acconcierete ai consigli del medico? Su, ritte, la ginnastica, il movimento vi
daranno forza. Benefattori, gente pia, uomini di cuore, è questo il concetto
grandiosamente umanitario che vi ha spronati a dare le vostre dovizie
all’ospedale maggiore? Ma o signori amministratori, se non bastano cento letti,
mettetecene duemila. Ma gli spiantati, i senzaletti, gli ammalati, non hanno
forse diritto a un gramo pagliericcio? Risparmiate sui vostri stipendî, ma non
spilorciate sulla poveraglia che ha acquistato il diritto di morire in un letto
a spese del complesso sociale che sta bene.
*
* *
Lo stanzone è al primo piano a
ridosso di quello dei cronici. I miei compagni di «sala,» hanno tutti una faccia
patita patita — come se si fossero nutriti per dei mesi a pane stracotto.
Alcuni sono come me, in letto, altri passeggiano su e giù nella veste a righe
di tela da materasso, con grandissima noia di coloro che amano la quiete. La
maggioranza è di una giovinezza decrepita. Porta già il suggello delle rughe e
s’incurva e va via slombata e si piega su sè stessa che è una desolazione. La
convalescenza, secondo me, dovrebbe essere ristorata. Ma invece il cibo se
aumenta in quantità peggiora in qualità. Non ci si dà più che del pane, della
minestra e della zuppa — l’una più cattiva dell’altra. Dopo aver trangugiato
tante pozioni scellerate, dopo uno snervamento di quindici, venti, cinquanta
giorni, dopo operazioni l’una più assassina dell’altra, non vi pare che si
abbia bisogno di un bicchier di vino, d’un po’ di carne, di una coscia di
pollastro, d’un po’ di verzura? Ditelo voi, signori, che di queste vivande ne
mangiate tutti i giorni — pur non essendo ammalati.
*
* *
La notte in sala dei
convalescenti è più tranquilla. Quassù non sentiamo il rantolo e l’asma delle
altre crocere e neppure ascoltiamo le brusche esclamazioni saettate nel fitto
del silenzio e del buio come una schioppettata. Siano rese grazie al Signore.
Gli ampi finestroni aperti, ci
cambiano con qualche sollecitudine l’afa ospedaliera che ci toglieva il respiro
e ci provocava il vomito. Me ne faccio una scorpacciata d’aria fresca. Vieni,
vieni a ventarmi nelle orecchie — a baciarmi il viso, a buttarmi all’aria i
capelli lunghi, i capelli ingarbugliati da tanto tempo. Oh come mi fa bene e
come pregusto la soavità di questa frescura, pensando a quell’altra, infetta di
droghe medicinali, ti traspirazioni oleose di carname, di escrementi lasciati
lungo la notte, fino a giorno strafatto, nei vasi, in compagnia di tutti que’
fiati colerosi su, addensati, cercanti invano un’uscita!
*
* *
Abbiamo la strada sottoposta che
alla sera è un mercato e alla notte un gran viale selciato in un deserto, percosso
a quando a quando da tacchi o baldanzosi o stracchi o monotoni o allegri che si
inseguono rapidamente. Ma non ci lamentiamo. Si prova, dopo tanto tempo, un
desiderio tale di vita che anche il rumore, che anche la gaiezza altrui, ci
fanno piacere. Per un momento, godiamo con loro. Sentite, sentite come sgola la
ragazzaglia. La sua voce percote la mia parete come lo scoppio addolcito di un
petardo che muore in cantina. Su, cantate giovanotti, date fiato alle canne.
Bravi, così, così mi consolate. Più acuto, più acuto quell’a solo. Esso
dovrebbe sfondare il cielo. Ma perchè ve ne andate? Io ho paura di quelle
colonne lì in piedi come giganti in attesa di buttarcisi sopra. Risquillate, o
gioconde voci, nel mio orecchio. Io ho bisogno che questa notte sepolcrale sia
rintuonata — temporalizzata. Ma voi continuate ad allontanarvi e l’eco della
vostra canzone mi giunge come una mestizia — come il finale di un singhiozzo.
Ma di che cosa ho paura? Non lo so. Ma quest’ombra mi pesa sull’anima e mi
attristisce. Giovanotti, su su, cantate, allegratemi, rompetemi questo silenzio
che m’uccide, fugatemi via questo cruccio dal cuore.
*
* *
Sono disceso nel girone di
passeggio. Un cortiluccio che vorrebbe arieggiare il giardino, cinto da una
muraglia e da due deretani di case. A sinistra è una scala a ringhiera di
ferro, che mette al compartimento femminino. Il resto è un desiderio. Delle
panche di granito ruvido che punge come uno scoglio, cinque o sei moroni tisici
che cacciano svogliatamente le corna o restano eternamente svettati ai tronchi
infecondi e delle grosse zucche gialle, incappellate dal fogliame smorto che
s’ingarbuglia sull’angolo della tettoia.
*
* *
Una quarantina di convalescenti
sono qui pigiati, a capannelli, in terra, sulle panchine o sdraiati lungo i
muri, la pancia all’ombria. Faccie che stringono la milza. Terree, olivastre,
azzurrate, calcinate, butterate, scarne, rugose, pezzate dai patimenti. Vecchi
e giovani si confondono per quell’aria vecchiona che li imbozzachisce. Vicini a
loro, davanti a loro, in mezzo a loro, spira un malessere che strazia. O
poverelli, o meschini, o tribolati, o lazzari, o piagati, perchè vi ostinate a
rimanere sur una terra ingrata — una terra che non dà per voi frutto alcuno?
Dite, non è assai meglio la pace umida della fossa, dove tutto tace — perfino
il budello insaziabile che ci impresciuttisce ogni giorno? Datevi la mano —
urtatevi se non avete coraggio — ma sparite — ma seppellitevi — ma finitela con
questa vitaccia che vi logora e vi spolpa e non vi lascia una lagrima per
piangere.
*
* *
Mi sono avvicinato al gruppo illustrato dal sole.
Paiono marmi slavati dalla tempesta. Il più nasuto, la ventraia nuda fino
all’ombelico — le gambe incavallate, parlava trinciando l’aria. È il novellista
del sito.
— Ve la dò per quello che vale,
diss’egli — ma vi giuro che non aggiungo un ette. Me l’ha raccontata l’86
questa notte. Brrr! Sento ancora freddo.
— Sentiamo! sentiamo!
—
In Torino, in via.... aspettate, non mi ricordo più ma fa lo stesso. In Torino
dunque abitava il solaio di una casuccia, una povera vedova con quattro figli,
tre femmine e un maschio. La madre orlettava in una calzoleria e guadagnava 75
centesimi al giorno — la festa esclusa.
— E i figli?
— Non interrompetemi: guadagnavano niente i
piccini! Ma sì! Permettetemi di accorciare perché ho la voce in cantina. Non mi
danno che lattate e zuppe, porcodio. Dove sono rimasto? Va bene. Alla vigilia
di san Michele — una giornaciaccia per la poveraglia...
— Dillo a me!
— E a me!
— Tira via, tira via, che non voglio
saperne di miserie.
— Alla vigilia di san Michele,
questa disgraziata che non aveva saputo mettere da parte i denari
dell’affitto....
— Come doveva fare povera
diavola?
— Concepisce un terribile
progetto. Guardate se non mi viene su la pelle di cappone? Compera tanto come
uno staio di carbone coi denari della settimana, lo accende in mezzo alla
soffitta e si corica sul pagliericcio coi bimbi che si stringe al seno.
I convalescenti si urtano alle
spalle.
— Una tragedia moderna, senza
spargimento di sangue, consumata nel silenzio — forse nel sonno — ma tremenda,
ma inaudita — ma spaventevole.
— Basta o tu ci farai morire!
— Il proprietario di casa avendo
battuto all’uscio tre o quattro volte, pensò a uno dei soliti sanmicheli in
punta di piede. Ho da spiegarvi come si fanno questi sanmicheli?
— No, per amor di Dio!
— Fece atterrare l’uscio ed entrò
col fabbro. Quale spettacolo! La madre era là, pallida — con uno sberleffo tra
i denti — i figli serrati nelle braccia, che riceveva negli occhi ingusciati due
fili di sole che lasciava scappare la tettoia. Un gruppo di cadaveri — il
pellicano morto coi nati.
Rimasero stupefatti per qualche
minuto.
— Virgilio, tu ce l’hai data a
bere, eh? Ma è troppo grossa. Va!
— Vera come è vero che io sono
cristiano battezzato.... porcodio!
*
* *
Ecco il dottore d’ispezione. È il
più giovine ma il più inumano. Ci tratta come tanti mascalzoni. La sua parola è
sempre un insulto. «Che cosa fai? Fuori la lingua! Va in camerata!» Perchè
tant’odio contro un tapino ammalato? A sentir lui, noi non siamo che mangiapani
a tradimento, che «lazzaroni coll’osso nella schiena.» Che cosa vi dicevo io? È
qui a farne una delle sue. Strappa brutalmente le pipe dalle bocche e le
schiaccia sotto al calcagno con un certo gusto di tiranno depravato. «Chi fuma
non è ammalato.» Dottore, dottore, abbasso quella mano sacrilega! Egli ha
percosso suo padre. Un vecchio dai capelli bianchi che lottava per salvare
l’unico spasso della mente: la pipa.
Cado sfinito, stramazzato anco una
volta come quercia dal fulmine. Non ho più ideali, non ho più sentimenti, non
ho più speranze, non ho più desiderio di vincere. Mi arrendo malconcio. Ma no,
no! non mi si dica pusillanime, non mi si parli di volere e potere e
soprattutto non mi si teorizzi sul libero arbitrio. Due menzogne — due fate che
inseguite sempre e non raggiunte mai. Ho io indietreggiato davanti al freddo,
alla neve, ai cenci, al capezzale di pietra, di terra, di paglia, davanti alle
infinite quaresime che mi hanno ridotto ai minimi termini? Io ho voluto,
sapete, tenacemente voluto il mio piatto al banchetto della gente che lavora,
ma invece! Oh andate filosofi, andate!
In otto giorni, non mi sono messo
sotto ai denti trenta centesimi di pane misto. A che dunque questa parvenza d’uomo
libero — questa chimera che poetizza la vita ma non la soccorre? Il pane l’ho
veduto ammucchiato nelle vetrine dei fornai e il salame l’ho aspirato
rasentando i salumieri, ma il mio ventre aspetta ancora e l’uno e l’altro. Ed
anche voi, polli cotti arrosto, vi ho ardentemente desiderati al mio desco, ma
invano le mie mascelle attesero. Sì, io son libero. Libero di sbracciarmi in
faccia al sole, di tuffarmi nel naviglio, di scaraventarmi da una delle
gugliette del Duomo, di morire di consunzione famelica. Questo sono libero di
fare. Ditelo voi, scorze di poponi, quante volte le mie labbra si sono
abbeverate in voi e quante volte ho sedato il tumulto dello stomaco
inghiottendovi. È a voi cui debbo la vita più che agli uomini, a voi, unico
mangime concesso ai poveri che non hanno il coraggio di mettere le mani sulla
proprietà altrui. O libero arbitrio, o libero arbitrio, quante buassaggini in
tuo nome!
*
* *
Oh va! Anche da te mi disgiogo, Signore!
Tu hai mentito come il più gramo dei mortali. Mi ti sono prosternato pregando e
accettando umilmente i tuoi decreti di bronzo. A’ tuoi capricci, alle tue
percosse, alle tue collere, alle tue nequizie, ho curvata la fronte e ho
baciata la falda del piviale che mandava profumi in tuo nome. Ma ora mi
ribello, mi sottraggo per sempre. Sono stufo di aspettare sginocchiando la
clemenza che non viene mai, stufo di pazientare ruminando preci insulse — preci
fatte per gabellare la poveraglia che supinamente crede. Che ti avevo e che ti
ho fatto io, perchè bestialmente tu compia un’altra vendetta negra, bassa, più
bassa che le cose umane? O Altissimo, o patrono, o salvatore, ascoltami: Se
esisti perchè dài agli uni i patimenti, agli altri le ricchezze? Se non esisti
perchè citrullescamente consumeremo il fuoco dell’anima adorandoti? Se esisti
dov’è la vantata tua bontà, la decantata tua giustizia, l’idolatrata tua
misericordia, se punisci gli innocenti e premi i peccatori, se ingrassi il
lardo e disgrassi le ossa, se scaldi le stufe e geli il ghiaccio, se sorridi ai
forti e prorompi sui deboli? Sì, sì, ne ho fino alla gola del tuo precetto:
Poveri, patite chè il vostro regno non è in terra. In cielo? Le mie ali sono
troppo spiumate perché io mi innalzi a volo fino a casa tua. Preferisco
un’anitra allo spiedo alle delizie messianiche. O chi vuole la mia parte di
paradiso per un anitra allo spiedo? Giocoliere, illustre ciurmadore, sono
caduto nella tua rete, ma la rompo sai. Io mi divincolo dalle tue strette e passo
al campo opposto. Ma senti, se è vera la tua onnipotenza perchè mi lasci tu in
mano questo mozzicone di penna che ti infama e non stringi le tue maglie
invisibili per strozzare la mia baldanza? O essere impalpabile, ov’è l’occhio
che vede ovunque, dove sono le tue dita che stringono come i tentacoli, dove è
il tuo piede che schiaccia i poli e rovina i mondi? Celebrato mariolo, ecco la
tua impotenza. Tu hai usurpato la fama. Io mi levo dal gregge, squadrandoti i
pugni serrati. Ma se non esisti, perchè ti hanno innalzato templi ed are e mi
ti hanno confuso nel mio sangue, immedesimato nella mia pelle, plasmato col mio
corpo, piantato nel mio cuore, insediato nel mio cervello? Oh ma finalmente io
ti sradico e ti scaccio o sifilide celeste. Qua, qua del sublimato corrosivo.
Io voglio, io voglio guarire. Sì, la fede di mia madre, la fede ereditata, la
darei al cane, se valesse un osso o al diavolo se mi potesse dare una fiammata.
La do invece alla cisterna. Concimatela e fate un pero per quest’estate. Addio
religione che mi hai perseguitato dal giorno che ho abboccato il capezzolo. Il
tuo Dio è morto. Oh ma ancora un dubbio! Ma perchè, ma perchè? Non si è egli
sbugiardato? Non si è egli rivelato un volgare truffatore di fama e un giudice
cretino? Via, via, io non ti voglio più. Se esisti ti sputo in faccia, perchè
crudele, perchè assassino, perchè ignorante perchè vendicatore e se non esisti
mi palpo gli occhi e cerco una lagrima per le ore stolidamente sciupate.
*
* *
Ho la bile negli occhi e mi
sento, digiuno, trasportato alla battaglia. Ma o signori chi siete, voi che
passate tronfi come tacchini, sbuffando la vostra opulenza, schizzando in
faccia agli ultimi venuti il fango delle vostre carrozze? Chi siete voi che mi
urtate senza rialzarmi, che mi subissate col vostro disprezzo e mi sputate
sulla schiena senza dirmi: scusa? Il vostro nome o illustri ganasciuti che vi
mettete dappertutto, che sequestrate tutto e che dappertutto comandate,
imperate, signoreggiate? Per voi soli quei miracolosi palagi edificati dalla
plebe, quei cavalli che nitriscono il sudore del villano, quelle cucine
sbuffanti la lussuria delle pancie — quelle stoffe quelle sete, quelle trine
intessute dalla ciabattaglia umana che immiserisce e crepa? O diteci per quale
via e con quale diritto siete entrati nel regno della baldoria? Non è più il
ragazzo, è l’uomo che v’interroga. Su parlate. Oh anche le donne, anche le
figlie rapite, Guardate, quella fanciulla che passa sultanescamente sdraiata
nella vittoria, che dispensa promesse dal verdemare degli occhi, l’ho
veduta io al lavatoio, ginocchioni, sulla pietra a torcere a due braccia le
vostre lenzuola! Quest’altra ancora rosseggiante di salute, l’aria matronale,
gli sbuffi al seno agitato, è passata al posto della signora che serviva. Oh che
corruzione, oh che putredine dorata! Tutto, tutto è vostro. Vostre le nostre
colazioni, le nostre cene, i nostri panni, le nostre abitazioni, le nostre
fabbriche, le nostre donne. Oh perchè non ci prendete l’aria, il sole, l’acqua?
Anche la moglie del parrucchiere! O mondo, o mondo ma la proprietà, ma la
famiglia, ma il santuario domestico, ma le leggi? Vincitori, un po’ di pietà
pei vinti! Perchè trascorrete da baroni quelle vie selciate colle nostre mani e
quei campi maturati dai nostri compagni di sventura — alla sferza del solleone
che li cuoceva?
*
* *
Io non mi raccapezzo più. Le mie
idee diventano un macchione. Che cosa ho scritto? Ero dunque pazzo? Chi mi ha
insaccato l’odio e chi mi ha strappato tante bestemmie? Oh signore pietà per un
povero demente. Ho offeso voi, ho offeso la società, ho offeso il mio prossimo,
perdonatemi tutti. Io avevo fame, io avevo la febbre, io ero sovraeccitato da
una furia infernale. Mi prosterno, la lingua al suolo e aspetto il castigo. Oh
io sono colpevole. Io merito la vostra ira, signoreiddio. Castigami, castigami.
E voi uomini, passatemi sopra, calpestatemi, flagellatemi. In un lampo di
pazzia ho creduto di essere uguale a voi. Flagellatemi!
Insegno da tre mesi a due
giovanotti tarchiati ciò che avrebbero potuto imparare a otto anni, nella
seconda elementare, per pura combinazione. Il padre un bel giorno si sentì dire
dal prete della parrocchia: ohè, Santino, perchè non fate imparare a leggere e
a scrivere Luigi e Gaetano? St’altro anno li ammoglierete e non sapranno
scrivacchiare il loro nome. Guardate i figli di Luraschi che è meno ricco di
voi? Fra qualche mese li vedremo avvocati del comune.
— Avvocati fin che volete, ma
poveri diavoli. I miei ragazzi, evvia.... Il danaro ripara tutto.
— Non sempre Santino. Col denaro
non si va in cielo.
— Si starà in terra, don
Giovanni. Ma in coscienza se vi ordino trenta o quaranta messe, non me le dite?
— Si sa!
— Dunque? Non siete voi che mi
avete detto che tornano tutte in favore delle anime nostre?
— Si sa!
— Dunque? Ma non voglio
contraddirvi don Giovanni. I miei figli hanno del ben di Dio e possono sapere
quello che non sa il loro padre. Io ho vangato e loro studieranno. Non avreste
voi un maestro?
— L’ho.
— E allora mandatemelo, che Dio
vi benedica. Datemene una presa e che la sia finita.
*
* *
Ho conosciuto don Giovanni e mi
trovo contento. Che cara persona! È un prete che non somiglia punto alla
moltitudine. Ha più dell’uomo che del prete. Il pio linguaggio fluisce al cuore
come benefica rugiada. È caritatevole, buono, affabile. Il suo pane è di tutti.
Consiglia, eccita, rianima. Prega coi peccatori, piange cogli afflitti, ride
coi buontemponi e saluta l’ultimo dei paesani col miglior garbo del mondo. Per
lui la religione è una fase ma non la vita. «Perchè, mi diceva, far sciupare
tanto tempo alla povera gente, se il primo dovere di ogni bon cristiano è di
accudire ai bisogni della famiglia? Dio non ha bisogno di noi. Egli ama il
bene, non il sacrificio.» In altri tempi sarebbe stato un fervente
sansimonista. Conosceva la storia e le teorie di questa setta come il veni
Creator spiritus. «Quanta fede in quel padre dell’umanità a trentasei anni!
Me lo vedo sempre davanti agli occhi, nella sua casa a Ménelmontant, co’ suoi
quaranta discepoli. Ampio di spalle, mente serena, occhi pieni di pace
trasfigurato come un Dio. E che concetto aveva del sacerdote! Enfantin, lo
voleva bello, buono, saggio. Bello, perchè la bellezza vince, buono perchè è
lui che dovrebbe congiungere o meglio avvicinare le classi in lotta fra di
loro.» Don Giovanni, sognava un’umanità senza rancori — un’umanità abbracciata,
trasfusa in un benessere generale. — «Ma perchè queste differenze? O non siamo
tutti uguali davanti al Signore? Ve l’ho detto, io ammiro Enfantin. Io sono con
lui a odiare la miseria e l’oziosità ereditarie. Perchè in fin dei conti, il
nodo è tutto qui. Che ciascheduno dia al prossimo la sua parte di lavoro e che
ognuno ritiri un adeguato compenso. Non vi par egli giusto, non si camminerebbe
via senza tante discussioni sul lavoro accumulato e sulla trasmissione dei
beni? Quei poveri villani, santo Iddio, meritano qualche riguardo. Mangiano il
pane di meliga tutto l’anno e che cosa si mettono nel granaio?
«Abbiamo in paese quattrocento e
più anime e non ci sono che due o tre famiglie che non siano in debito col
padrone. È una brutta storia. Io non le predico queste cose per non mettere di
mal animo nè gli uni, nè gli altri. Ma santo Dio! Un po’ di carità non farebbe
male. Tiran su i polli con cura materna, ma chi li mangia? Il padrone che
impone le onoranze. Sudano a far maturare l’uva, ma chi beve il vino? Il
paesano lo beve difficilmente nel dì di Natale. Fanno una buona raccolta di
gallette e chi è che si mette in saccoccia i quattrini? Il padrone che si paga
delle tempeste, delle arsure, delle gelature. Io non voglio dir male di
nessuno. Ma un po’ più di cuore, signori.» Nella confessione, era di manica
larghissima. Me lo diceva lui. «Ascolto perchè lo vuole la pretrocrazia. Ma
quali peccati possono commettere? Si alzano la mattina prima del sole e si
coricano dopo di esso. Lavorano come buoi al giogo, dormono come le bestie e
come le bestie si moltiplicano. Ora se qualche volta marinano la predica, cosa
volete dir loro? Già, son sempre le solite panzane mummificate dagli sbadigli.
Io non posso dir loro che pregate e pregate. È il mestiere che vuole così.»
Ottimo don Giovanni! Io ti ricordo con affetto gentile. Ma perchè non lasci quel
tisicuzzo di campanile e non corri tra i servi della campagna a dir loro
evangelicamente che siamo tutti figliuoli di Cristo e che Cristo è morto per la
redenzione di tutti?
*
* *
La lezione la facevo in cucina —
uno stanzone lungo, largo, nero come la fuliggine. Il tavolaccio su cui si
studiava, era sempre unto, sempre sucido, sempre cosparso di bricciole di
polenta e di minuzzolini di pane. Qualche volta, mi son fatto vedere a
pulirglielo, ma fu lo stesso. Per loro la pulizia non era un bisogno.
Appena i ragazzini mi vedevano
spuntare dalla scorciatoia, si spandevano pei campi a gridare: el maiester,
gh’è chi el maiester. I due studenti, dopo un quarto d’ora o una mezz’ora,
comparivano trafelati, gocciolanti, i piedi imbragacciati, le mani inguantate
di palta, con una gran voglia di mangiare. Aprivano l’armadione e addentavano
un «grugno» di pane che stritolavano spiegando i quaderni o i libri di lettura.
Si incominciava circondati da una brigata di fanciulli che stava lì stupita, a
guardarci come bestie rare a fianco al vecchio che ci veniva col Lima,
un cagnaccio di guardia che si appiatava, il muso tra le gambe.
— E così avete fatto il dovere?
— Poveri giovanotti, rispondeva
il padre, dove volete che trovano il tempo?
È la segatura del fieno. E se non
ci sta al pelo a quella razzapaglia di braccianti, si verrebbe a casa coi carri
vuoti. Del resto non monta, se non basteranno tre mesi, ve ne pagherò quattro,
vi basta?
— Gaetano, ripetetemi l’alfabeto.
— Era come se gli domandassi: il
nominativo va prima o dopo il verbo?
— Ditelo voi, Luigi.
— A, n, o....
— Ma no, ma no. Bisogna
metterselo nella testa, bisogna. Lo ripeterò ancora una volta, ma state
attenti. Mi raccomando.
E con pazienza benedettina
infilzavo le ventitre lettere. A be
ce de e ef. Ricordatevi che le vocali sono cinque: a e i o u,
— Gaetanino, quante sono le
vocali?
— Sei.
— Ditelo voi Luigi.
— Quattro.
Ci vollero due mesi nè più nè
meno per ruscire a far loro distinguere le consonanti dalle vocali.
*
* *
La mia scolaresca è cresciuta. I
due sono diventati cinque. Ottimo don Giovanni, grazie. Tu vai a caccia di
analfabeti e mercè tua le venti lire milanesi sono salite a trentadue. Un
marengo, un franco e trentaquattro centesimi. Non muoio più. Il suo uncino
sarebbe stato di farmi nominare maestrucolo in paese. «Ma il comune è così
povero, Signoreiddio. Se il sindaco potesse spendere centocinquanta o duecento
lire, non vi mancherebbe più pane, credetelo. Un po’ di qua, un po’ di là, la
stanza gratis... Ce ne sono qui delle stanze vuote! Il vitto tra noi costa un
niente. Quattro patate, delle cipolle abbrustolite, una brancata di ciliege,
una mela, che so io? Voi vi contentereste, nevvero? Purchè si faccia colazione
e si desini. A voi che importerebbe? Qualche volta vi vorrei a mangiare al mio
desco tanto per far quattro chiacchiere. Questo isolamento, questa solitudine,
questa vegetazione... Ve lo dico io che è una noia. Che mi valgono gli studi
teologici e letterari, in mezzo a questo gregge macilento col quale non è
possibile alcuna discussione? Quando mi dite che sono felice.... Un prete
felice! Sapete che cos’è un prete? Un vivo nella tomba. Un uomo che non è uomo.
Un essere obbligato a soffocare, a dimenticare, a comprimere. Oh assai meglio
il carcere, il bagno, la catena del forzato. Avere un’idea che balza, un cuore
che sente, un’anima che vorrebbe vivere, slargare il volo, volteggiare in
orizzonti più ossigenati e sentirsi i cento mila fili invisibili che
impacciano, che ingarbugliano, che legano e sopprimono.
— E voi buttate alle ortiche...
— Lo so, Giorgio. Voi siete un
bravo ragazzo. Disfatevi del cilicio che vi fa sanguinare le carni. Sì; si fa
presto a dirlo. Ma a farlo! quando non è vostra neppure la terra che calcate? Io
ho visto qualche caso. Ho visto qualche coraggioso. Ma ohimè! quale
stracciatura! No, no! tutto il mondo sarebbe contro di voi. La clericaglia vi
chiamerebbe apostata e vi perseguiterebbe in tutti gli angoli del globo
terracqueo. Voi siete giovine, e non sapete quanto sia potente l’odio
inestinguibile della clerocrazia e dei suoi affiliati. Vi rimane la borghesia,
apparentemente bonaria. Ebbene per voi è un altro nemico implacabile. Quelle
quattro penne che per accidenti salutarono il trionfo delle idee che vi hanno
soffiata l’audacia di separarvi per sempre dal popolo eunuco e fannullone,
somigliano ai fuochi fatui. Passato il calore che esce di notte dal suolo
concimato di carname, non vedete più nulla. Voi, illuso, scorgete negli uomini
tanti amici e credete di trovare le braccia sempre pronte a serrarvi al petto.
Ma provatevi. Provatevi a dire: eccomi libero: io ho i baffi alle labbra e i
capelli sulla cotenna ostiata. Ho della forza muscolare e una testa: eccovele,
le metto a vostra disposizione. Infelice! Si torcerebbe il viso come davanti a
una carogna. «Un prete, uno spretato!» I sedicenti uomini di carattere, quelli
che sono rimasti imbecilli tutta la vita, vi direbbero di più: vi chiamerebbero
girella, Giani quadrifronte — tali dalla coscienza elastica e dai principii
mercanteggiabili. Uno spretato! Eh, via, peste! E a tutte l’ore, a tutti i
minuti, questa parola crudelmente ingiuriosa vi rintronerebbe le orecchie.
Questo, Giorgio, si vedrebbe.
— Io non mi sgomenterei.
— Bravo. Voi, con un tocco di
penna e dieci centesimi d’inchiostro non vi sgomentate e vi fate largo urlando.
Vero? Ma siamo pratici una buona volta! Se assalite nessuno, se annoiate, il
pubblico vi lascia morire nel ridicolo. Se invece disvelate il vostro
pubblico, il pubblico che avete conosciuto, addio alla pazienza. I preti
sbucherebbero come le bisce velenose per conficcarvi l’aculeo mentre passate —
i secolari vi ammazzerebbero scaraventandovi del loro fango. Come la donna.
Essa ha potuto tuffarsi in un bagno per lasciarvi le peccata e la memoria della
sbordellatura. Ma la società, che pompeggia la generosità che non possiede, la
respinge e le rammenta trionfante di libidine, il passato. Credetelo: la
prostituta e il prete non si riabilitano.
*
* *
Fra i venuti, il più piccolo è
anche il più intelligente. Sa compitare con una certa disinvoltura e
distinguere il nome dal verbo e l’aggettivo dall’avverbio.
— Tommasino, lo è articolo
determinante o indeterminante?
— Determinante.
— Gaetano, uno una, sono
determinanti o indeterminanti?
— Determinanti.
Non mi lasciavo mai scappare un:
bestia! poichè sapevo l’orgoglio del padre. Sarebbe stato capace di licenziarmi
issofatto. Tacendo, egli credeva nell’ingegno di quei due mammalucchi e godeva
stropicciandosi le mani e aspirando presa su presa. Qualche volta, finita la
lezione e usciti gli scolari, egli mi si faceva vicino colla scranna,
incavallava le gambe e cogli occhi sulle calze a bracheloni, mi domandava: Non
vi pare che i miei due non siano i più intelligenti?
— Mi pare. Tutto voi, mio caro
Santino.
— Tirava fuori un bottiglione e
due bicchieri e li riempiva.
— Dopo tanto chiacchierare avrete
sete. Bevete. Alla nostra salute.
— Alla nostra.
— Mio padre, buon’anima, mi
convinco che era davvero un asino. Se mi avesse fatto studiare! Lo sento qui
nella testa. Capisco che sarei diventato qualcosa. Vedete, da quando ci venite
voi, quanti mesi? Otto mesi? Ebbene, in otto mesi, ascoltando e vedendo
scrivere sulla lavagna, so già leggere le insegne. Ieri ho fatto strabiliare il
sindaco: ho letto in un momento, senza pensare, lì per lì come niente fosse:
osteria del Cappello.
*
* *
Non voglio il rimorso di aver
taciuto una pagina del cuore. Un amore in quella condizione finanziaria? Così è
miei cari. Dopo miledy, venne la sartina della scuola di madam Blaquer.
Quando mi spedavo collo scatolone
e mi ci trovavo in mezzo al gruppo di quelle giovani che sbocciavano
rigogliose, e si sviluppavano direi quasi sotto ai miei occhi, non mi era mai
passato per la mente di farmi un’amante. Ero troppo umiliato. — Giorgio, la mia
colazione — Giorgio, fammi bagnare la zuppa. — Come si fa, le dicevo, a
mangiare la zuppa una ragazza come lei? — Discendere colla tazzina, entrare nel
bois, attraversare la strada col fumo che sale e sale e pare che dica ai
passanti: guardate! guardate chi passa! Alla mia età, colle mie chimere, dopo
aver letto la Divina Commedia! Era il massimo dei supplizi. E poi madama
era troppo furba. Dietro i suoi occhiali, vedeva tutto: chi smorfiava, chi
cuciva, chi non cuciva. «Guardate ragazze! Sei tu Rosa che chiaccheri. Voglio
vedere quelle dita muoversi. Sono le dita che fanno i punti. E quegli occhi sul
lavoro. Non mi fate perdere la pazienza!» Era più seccante di un secondino lì a
sorvegliare i condannati al silenzio. Se si veniva a chiamarla, per passare nel
salotto di ricevimento o in qualche altro luogo, si respirava, si emettevano
delle fiatate di sollievo. Gli aghi si fermavano nella stoffa e il
chiacchericcio sommesso, affrettato, a sibili, a contorsioni, a parole
spezzate, punteggiate, riandava tutta la gamma. Una sentinellava all’uscio
d’entrata e le altre in punta di piedi, correvano allo specchio, cinischiavano,
si attorcigliavano le vesti in confezione, si baciavano in bocca, sugli occhi,
con degli aggettivi sì e no sostantivati che lasciavano il bruciore. — Vœuj
fait su on sciscion, vœuj! Oppure si ingroppavano nel vano della finestra,
gli occhi attraverso i larghi delle imposte socchiuse, a tagliare i panni a chi
passava. — Varda che sparpatola! — e quella là inscì che cismoin? — tira
innanz, voj sciavatta! E tante altre di quelle che il galateo non mi
permette di ripetere. — L’è chi, l’è chi. In un attimo come stormo di
uccelli, ritornavano al tavolino. Madama rientrava e gli aghi riprendevano la
lena di prima.
*
* *
Quella che divenne mia, si chiama
Adele, ed era forse la più giovine. Il complesso un tronco audace. Quattordici
o quindici anni, un incendio negli occhi, una calamita tra le labbra, un seno che
scoppiava pulsando, un fianco prepotente che rigurgitava disotto alla stoffa
fantasia e tutta una carne ammantata di freschezza e di salute. Una edizione
principe scorretta.
Di sera, l’aspettavo che uscisse
dalla scuola senza farmi vedere dalle amiche e tutti e due, lei al mio braccio,
io stringendoglielo, ce ne andavamo soletti, a bastionare la storia eterna dei
baci. Quanta tenerezza in quel gaudio fugace, trepido, labbra sopra labbra, in
piedi, lo sguardo che si spingeva al di là degli alberi in cerca di un ombra,
le orecchie tese che aspettavano un piede spietato per sciogliere il gruppo
allacciato, innamorato! O testimoni muti, o ippocastani alti, generosi, quante
volte ci avete sorretti mentre ci suggevamo il tripudio dei sensi! E voi,
sedili di granito, tombe di tanti amoretti nati e morti in un’ora, come eravate
morbidi per noi che non avevamo neppure uno straccio di solaio, da ricoverare
l’idillio dei nostri anni in ebollizione! Rammentandomi d’Adele, sotto al suo
cappello che l’imbruniva, io ringiovanisco, io rivivo e mi trasporto in quelle
sere gonfie di succo vitale, lastricato di carezze, feconde d’indicibili
rapimenti mentre s’aveva un problema nello stomaco, Oh, ma perchè non si muore
nella felicità dell’amore, se anche l’amore strapiomba, subisce la legge
volgare del corpo?
*
* *
Con lei furono tre mesi
altalenati di desiderii a mezzo soddisfatti. Ma i più belli, i più veri, i più
memorabili di tutta la mia vita trambasciata. I pensieri vergini, il cuore
vergine, l’anima vergine. Era il senso che germogliava sotto il fuoco della
prima passione. — O Adele, noi ameremo, noi saremo più di una volta amati. Ma i
miei baci, ma le tue carezze, ma il nostro alito, ma il tuo silenzio, ma i
nostri abbracci, non li troveremo più, mai più.
*
* *
Eravamo parchi di parole e di
promesse. Quando ci sentivamo vicini, non sognavamo più nulla. Era molto se si
diceva: ti piacerebbe essere mia, tutta mia? Oppure:
— Mi vuoi tanto bene, Giorgio?
— Tanto!
Tuttavia una sera fui sorpreso. Era buio buio e
pestavamo la neve che incominciava a liquefarsi. Noi, senza punto curarci
dell’umido che succhiavano i nostri piedi e del freddo che ci marmorizzava la
pelle, sostavamo suggellandoci una vittoria di baci. Le avevo appena
schiacciato le labbra ch’essa fantasticando, mi sparò a bruciapelo:
— Scappiamo!
— Pazza!
Con questa parola le avevo
frantumato la cimba del suo ideale, Un’altra volta sdrucciolò in un altro
desiderio.
— Come sarebbe bello, Giorgio,
avere una casuccia bianca bianca, in mezzo a un bosco vestito, tutto verde,
colla capra.... Una capra da mungere.
E io di rimando:
— E una zatteruccia da percorrere
un lago increspato, di notte, quando la luna inaffia la superficie e la natura
esala il suo inno fecondatore!
— Ma tu scherzi.
— Sfido, io! Hai desiderî di
regina.
— Eppure sarebbe bello, Giorgio.
Oh! una casuccia, un bosco, una capra.
— Pazza!
E ci risuggellammo — labbra
contro labbra.
*
* *
Madama Blaquer diceva che le
«laniste» del lunedì non sarebbero mai e poi mai divenute sarte di cartello.
— Il lunedì, diceva la maestra,
porta via quello che si guadagna e si impara nella settimana.
Lungo la predica, arrivava
perfino a giurare che essa non aveva mai «fatto» un lunedì. Ma le ragazze,
quando spiegazzava tanta vanteria, si davano nei gomiti e si parlavano cogli
occhi.... A noi la vorrebbe far bere! Se poi usciva, stava fresca. La
prendevano per le spalle, l’adagiavano sul tavolo e la svestivano addirittura.
Ricordavano le sue numerose «scappate giovanili,» disseppellivano il suo parto
prima del matrimonio — chiamavano in soccorso un presidente della Corte
d’Appello maritato, che aveva fatto le spese «d’impianto» per aprire la scuola
e per soprassello, numeravano i «corni» continui e peccaminosi, ch’essa faceva
a quel «povero» marito — un brav’uomo che non li «meritava.»
— E tutto per chi? Per un brutto
gnocco che metteva schifo. Fosse almeno bello!
— Almeno!
— Mo lo prenderei io.
— O io, per pelarlo.
Rinunciare al lunedì? Era più
facile che rinunciassero alla cena per tre sere di seguito.
Incominciavano a dipingerselo al
martedì e tutti i giorni se lo promettevano con qualche aggiunta. Si vedevano
là nel fitto della baldoria, eccitate dai ballabili che sprigionava il
verticale, salutate, riverite dagli aspiranti, come tante signore. Talvolta i
loro piedini provavano l’acre prurito di saltellare, di strisciare, di battere
tre volte il tacco del biondino — uno dei più bravi danzatori alla «vivadio.»
Aveva un bel minacciare, madama:
vi manderò via — ne prenderò delle altre. Tutti i lunedì erano eguali. Ciascheduna
compariva alla solita ora, allo stesso luogo, coi soliti propositi di farne
«una pelle.» Io mi ci sono trovato della partita più d’una volta. Il punto
fisso era l’Albergo di Loreto — un portone che potete vedere a cinquanta passi
fuori di Porta Venezia. Era quello il ricettacolo delle marinatrici di tutte le
scuole. Appena si vedevano, si scambiavano poderose strette di mani, baci che
risuonavano, abbracci comici.
— Te le bigiada?
— Mi sì e ti?
— Anca mi.
— E lassa che la vaga!
Il pubblico maschile era
anch’esso speciale e meriterebbe uno schizzo a carboncino. Erano giovani di
mercantelli, comunemente conosciuti sotto il nomignolo di spazzabaslott,
lavoranti sarti, copisti d’avvocati, scritturali dei banchi lotto, camerieri a
spasso e altri. Sentivano tutti del bravaccio. Il cappello alla scappa via, il
goletto artistico che si slungava in due fettuccie sul petto, la cravatta color
sangue di coniglio, la giacca sciancrata, i calzoni che inguantavano. Come
nell’abito, avevano abitudini e modi affatto propri. La loro arma di conquista
per esempio, non era l’eloquenza. Erano gli occhi e le gambe: gli occhi
bevevano su le ragazze ghiottonescamente, ladrescamente: le gambe satolle,
pronunciate, tiravano come il parafulmine. Ballavano come nessuno sa ballare.
La fanciulla diviene cosa del ballerino. Essa non ha che movimenti isocroni. Ma
questi movimenti, intendiamoci bene, si producono colla stessa spinta, colla
stessa rapidità voluta dalla musica scapigliata, colla stessa dondoleggiatura
graziosa, in guisa che l’una non affatica l’altra. Il giovine se la fa sua
colla destra nella destra, la sinistra intrecciata nella sinistra sulla schiena
di lei — quasi punto d’equilibrio — petto contro petto, guancia contro guancia,
nel vortice, nella vertigine, piegando, piroettando, zampando spesso come
puledri capricciosi. È una danza indefinibile. La si prova, ma non la si
scrive. Sono venti, trenta pariglie, portate da una mazurka, da un valtzer, che
sgusciano tra le schiene, che corrono, girano, sterzano, rincorrendosi,
schivandosi, lambendosi i fianchi, senza strepito, senza urti, senza sgolate
paesane. Talvolta qualche coppia prende il largo che percorre a quattro piedi
con sveltezza civettuola, s’innalza a spirale e discende giù elegantemente
sulle gambe che paiono di gomma, battendo le tre taccate secche, famose —
celebrate nelle pagine della loccheria storica. Bisogna aver visto una scottista
per aver l’entusiasmo che ho io per questi divertimenti che ahimè! non godrò
più. Non sono le solite quattro pedate e le due ripetute colla girandolata
sciocca. Essa è il trionfo delle gambe sul ricamo. Le punte di tutti quegli
stivaletti effemminati, punteggiano sur uno spazio brevissimo, confondendosi
l’una dietro l’altra, senza mai raggiungersi — ora con della ritrosia, ora con
delle indolenze da innamorati, ed ora colla febbre, con delle concitazioni, con
dei ripicchi, con delle movenze che sono un inno d’amore. E quando si
contorcono e quando si intrecciano, piantati sull’assito come un fascio di
fusti di formentone? Chi, chi saprà degnamente eternarti o scottich,
cresciuta sotto ai piedi di tutta quella popolaglia matta, giovine sbrigliata,
senza pensieri per domani, senza cura dell’oggi? Chi saprà ridire quante
ragazze hanno perduta la frasca ambita dalla gente per bene, nelle tue pieghe
flessuose, nei tuoi giri morbidi, nelle tue spire folleggiatrici.
*
* *
La mia tosa ci andava anch’essa
a questi lunedì allegri — tanto pregni di vita e tanto maledetti da madama. Ci
andava coll’incoscienza dell’età sua, col trasporto del suo sviluppo precoce,
coll’intuizione d’un vero che le germinava, che le pullulava nel cuore, di un
vero che vaniva ogni volta che era lì per ghermire. Perduta nel bailamme, vi si
ubbriacava, vi si diguazzava e vi si ubbriacava ancora — prostrandone le forze
senza attutirne i sensi incandescenti. Ma poi che mi conobbe, i suoi lunedì
divennero il mio braccio. Al mio fianco, essa si sentiva divinamente beata.
Quel non so che di fanciulla e quella gaiezza naturale in una crestaina,
avevano lasciato posto a quell’altro non so che di sentimentale, di pensieroso,
di interessante, che piace alle anime innamorate. Il suo occhio sfavillante,
vagabondava nella dolcezza azzurra e tutta lei appariva soffusa in un incarnato
che avvertiva la donna. Donna a quattordici anni e mezzo — donna senza saperlo
— senza averne provati gli orrori e i piaceri, gli spasimi e le frenesie.
*
* *
Io la vedo ancora sulla
straduccia, a quattro miglia di porta Vittoria, a sinistra delle cascine Biscioia
e Biscioina venire alla mia volta, sotto all’ombrellino che le inaffiava la
faccia di solferino, con un mucchietto di margherite che ventava. Mi metteva la
mano e la testa sul petto come se avesse voluto ascoltarne il respiro, e vi
rimaneva, in quell’abbandono, qualche minuto trasecolata. Poi si levava con un
sorriso che io scambiava con un bacio di fuoco.
*
* *
Ritornando a casa i divertimenti
erano infiniti. Quasi sempre voleva che ci fermassimo davanti a un laghetto ore
guazzavano le oche. Le piacevano quei colli esili e candidi che si tuffavano e
si rituffavano senza stancarsi mai e quelle ali che starnazzavano alla
superficie e spruzzavano i fili d’erba che costeggiavano la riva. Se aveva
della mollica, ve la buttava e godeva mezzo mondo se la più piccina ne
abboccava la sua parte. Qualche volta invece era curiosa e voleva sapere che
cosa avevo insegnato ai miei scolari.
— Parliamo d’altro Adele, che
cosa vuoi che abbia loro insegnato? Cose noiose.
— Non importa, dimmele.
E io, senza accorgermi, le
rifacevo la lezione. Le spiegavo come il verbo possa diventare sostantivo e
come il plurale non possa stare al posto del singolare. Se le parlavo poi di
figure rettoriche, restava meravigliata e il mio io le si ingigantiva nel
cervello.
— Quando saremo assieme, mi
farai imparare tante cose, nevvero?
Ma il quarto d’ora più superbo
della passeggiata era quello che godevamo seduti in mezzo a una boscaglia,
all’ombria di non so quante pinete. Lontani da ogni rumore, involati alla
gente, con un turbine di pensieri che non usciva dalla sua celletta, col sangue
animato che bolliva, ci smarrivamo l’uno nella bocca dell’altra. Adele moriva
durante quella confusione di aliti. Rovesciava su le pupille e dava, perduta,
all’azzurro del cielo l’azzurro de’ suoi occhi. Oh Adele, oh Adele, tu eri mia
e tuttavia ti ho perduta. Anch’io sai, ti avrei dato dell’oro e ti avrei
regalata la casuccia, in fondo al bosco, in mezzo al verde, in margine al lago.
Adesso tu sei ricca e passi via
altezzosa come se le carezze prodigalizzate ti fossero un rimorso.
*
* *
Che canaglia! Vi ricordate quel
mio repubblicanone avvocato, che mi iniziò nei misteri dell’alcova? L’ho avuto
tra le mani lungo tutta la passeggiata di sei miglia. Ho meglio, ho avuto in
mano il suo cervello. Un cervello che mi sono deliziato a frugare, a scuotere,
a interrogare, a schiaffeggiare, a svillaneggiare, mentre il polverio bianco,
ardente, leccato dal sole, si levava dietro ai carretti, ai birocci, ai veicoli
che insolentemente passavano. Oh che canaglia, che canaglia! Il suo libro non è
che un arruffato, sconclusionato, abborracciato, sgrammaticato pastone di
lettere. Un imparaticcio mal cucito — rimpolpettato di frasi e di figure e di
pensieri sfacciatamente rubacchiati attraverso i campi altrui. Che ladrone, che
ladrone! Me lo sono riveduto con quelle sue fedine che vorrebbero
listargli il petto, con quel dondolio che vorrebbe parere distrazione,
ninneggiante nelle sue scarpe musicate, colle sue mani lunghe, asciutte,
cadaveriche come la sua faccia vaiolata, malamente impersonato, rifatto su in
tutta la sua tronfia boria. Quanta morale in questo sottaniere, in questo
mogliaiuolo, in questo invidioso piagnulone infarcito di plebeismo
puzzuleggiante di borghesismo incipiente! Oh sì, mi è venuto il prurito di
darlo in pubblico come un pendaglio d’ipocrisia. Ma ahimè! non è questo il
luogo. Qui attacco soltanto la voglia al chiodo della memoria, per
crocifiggerlo nel terzo volume: in mezzo alla Borghesia.
*
* *
Questa mane ho fatto coi ragazzi
un vero bagno di analisi logica e di coniugazioni e di segnacasi e di
pleonasmi. Li ho imbotterellati di regole aride che provocano l’inappetenza e
lo sbadiglio. Ho loro squadernato il ciarpame grammaticale. Più
s’ingarbugliavano e più mi ci divertivo a spannar loro il sensualismo puotiano.
In una semplice lezione, ho disfoderato loro tutto il bachettame che serve a
mettere insieme i blocchi intellettuali.
— Sissignori, mie cari ragazzi.
Il gerundio non è l’infinito come l’attivo non è il passivo. Oh che ne dice lei,
signor Santino?
— Peuh!
— Per esempio: gli uomini
desiderano il godimento. Passivatemi la frase. Non capite? Non vi ho già detto
e ridetto che in questi casi il nominativo diventa ablativo, l’accusativo
nominativo e il verbo della terza persona plurale dell’indicativo presente
passa al participio col verbo essere? Avete capito? Dunque come si dovrebbe
dire? Tognino, Guglielmino, Gioacchino, Tommasino, rispondete?
È tanto facile, perdiana...
Dagli uomini è desiderato il godimento. Va bene o non va bene signor Santino?
— Benone, benone. A me fanno gola tutte queste
cose. Ma mi ci perdo. E pensare che lei le dice come io trebbierei il riso. Che
testa!
— Dica testone. È un peggiorativo.
E dopo aver stranito la minutaglia tonfata nei tranelli
grammaticali e di essermi saziato di quel gioco crudele che aiutava a
dissolvere la passione che mi vogava nel sangue e a sfasciare la faccia carnosa
di Adele che mi guardava cogli occhioni fluttueggianti nell’attonitaggine beata
e la bocca ghiotta, avida, suggente baci, bussai all’uscio di don Giovanni.
Scocciava un ovo lessato.
— Bravo Giorgione. Sedete che ce n’è un paio
anche per voi.
— Grazie don Giovanni.
— Non fate cerimonie. Io ho
galline che ne danno tutti i giorni. Ora è la nera e ora è la bianca. E poi la
bella cosa per due ova. Stuzzicano l’appetito.
— E sbronciano.
— Che cosa avete da sbronciare?
Diffatti ho notato che siete immalinconito. Ma pazienza Giorgione chè passa
tutto a questo mondo. Si va a fare una passeggiata, quattro chiacchiere e
addio. Ci venite? Io devo una visita a...
— A qualche ammalato?
— Sì, a una bergamina.
— A una bergamina? O che date il
viatico ai quadrupedi?
— Il viatico magari no. Ma
qualche cosa di più necessario. Poichè già, è inutile, il prete in campagna è obbligato
a saper di tutto. Il maniscalco sferra i cavalli e sdenta gli uomini, Il prete
deve salvare le anime e i corpi. Il dottore? Figuratevi, è a quattro miglia. Un
poveraccio che si sente male, se aspetta il dottore, ha tempo di morire. Chi si
va a chiamare? Il prete. Una notte ardeva il cascinale del povero Landi —
sapete, quel grosso cascinale là in fondo, e chi si è chiamato? Il prete. Il
prete pompiere, il prete veterinario, il prete medico, il prete agricoltore e
via via. Del resto non mi lamento. Intristisco meno. O vogliamo un po’ andare,
Giorgione?
*
* *
Infilammo un vicolettaccio di
siepi, di brughiere, adombrato qua e là da noci gigantesche che dispiegavano i
fronzoli in capacissime ombrelle.
— Maiester! maiester!
— Ohe, chi c’è?
— Maiester! maiester!
— Birichini, guardate di non
cascare. Vado a dirlo a papà Santino che gli mangiate le noci.
Giravano sui rami,
s’attorcigliavano, arrapinavano e si rimpiattavano sotto al fogliame come covo
di merli.
— Che età quella, Giorgione!
— Proprio, Don Giovanni,
— Peccate che non lo si sappia!
Ci trovammo in mezzo alla biada,
parte falciata e parte no. I manipoli mietuti, sul suolo siccome trofei
atterrati da un vento precipite, gli altri, i pennacchi immobili, accidentati
al sole che li indorava.
— Quanta avena, don Giovanni!
Di dietro, all’ombria, i villani
scaglionati, supini, fracidi di fatica, affocati dall’ardenza che usciva dalla
terra e discendeva dal cielo, cogli occhi socchiusi, le braccia imbracciate
sotto alla cervice, che si lasciavano rifare le forze dalla polenta che avevano
stipata nello stomaco da mezzora.
— Quanta poveraglia, Giorgione.
Guardateli: segaligni, ossei irrugginiti, saturi di questione sociale.
Più in su, un mercato di fanciulle
e di donne rinculate sui deretani, sui nasi, sui piedi — le gambe e la braccia
sparpagliate, attraverso la mammelleria disseminata, sbucante rovesciata. Che
quadro, che quadro! Pelle moschettata di pillacchere come le pernici, pelle
frumentata, bronzea, vizza, crespata, sigillata di lividure, imbruttita
dall’avarizia, là distesa come un urlo.
— State comode, mie care, disse
loro don Giovanni.
Passammo muti, compresi entrambi
di quell’articolo di fondo vivo, palpitante che lasciavamo alle spalle come una
rivoluzione.
— Credete in Dio, don Giovanni?
— Quale domanda, Giorgione!
— Credete?
E la sua bella faccia si avventò
sull’orizzonte rabbuiata e dalle mani gli cadde il breviario.
Io glielo raccolsi.
— Prendete don Giovanni.
— Che me ne faccio?
— Ricordatevi della vostra
teoria.
Se lo cacciò sotto l’ascella.
— È vero! Un travetto.
*
* *
Ci siamo. Una muta di cani ci
saluta e ci annuncia con una scarica di urli disperati.
— Venga, venga don Giovanni.
Creda, non ho più un’oncia di sangue. Io sono un povero diavolo alla malora.
— Eh, adesso!
— Tutto il mio bestiame muore
come le mosche.
— Il male è in tutte le stalle?
— Soltanto in questa. Ma io
paura, paura che vada anche nelle altre.
Mi passò il breviario e si svoltò
le maniche.
La stalla era scurotta scurotta.
— Fateci dare un lume Marchini.
Don Giovanni drizzò in aria quel
suo naso sfogato sfogato.
— Carbonchio. Eh, l’ho sentito
subito.
Il lucignolo avviluppato
nell’onda bigia e greve dei fiati e delle trasudazioni, pareva morisse.
— Ma io ho bisogno di chiaro,
Marchini. Dateci delle candele, santo Dio. Ora non è il momento d’economia.
Si accesero due torce di resina.
— C’è anche il taglione. Guardate
come m’ha conciato questo bue.
Era giù piatto, sulle zampe, il
testone sdraiato sullo strame, l’occhio che moriva nel cristallo, colle grosse
labbra che sbavacciavano indolentemente.
— È tutto ulcerato. Ulcerato
nello spazio interiugulare. To’ gli si distaccano le unghie. Ulcerato alla
lingua e alla mucosa del naso.
— E così, don Giovanni?
— Può guarire, Va curato cogli
astringenti locali: calomelano, per esempio. Una soffiata di calomelano e una
buona scottata di pietra infernale.
— Come siete buono, don
Giovanni.
— Lasciamo i complimenti. Prima
di tutto pensiamo all’ambiente. Purifichiamo l’aria, disinfettiamo la stalla,
laviamo le rastrelliere, la mangiatoia, i capestri e rinfreschiamola di paglia
tre o quattro volte al giorno. Tenete a mente questa massima: pulizia, pulizia
e pulizia. Tu, Mangiafagioli, dà un paio di secchiate a questo rigagnolo di
orina. E voi, Marchini, fatemi buttar fuori queste tre carbonchiose. Ma badate
che ci vuol giudizio. Poichè quel sangue nero, avvelena irrevocabilmente. Già
non è la prima volta che un veterinario va all’altro mondo per imprudenza o per
ignoranza. Sissignori, ci sono veterinari che non conoscendo bene la malattia
carbonchiosa passano a miglior vita. Per conoscerla è necessario uno studio
speciale. Bisogna sapere che la bestia carbonchiosa è assalita da eserciti
invisibili di parassiti implacabili che le assorbono l’ossigeno del sangue —
parassiti battezzati dalla scienza col nome di bacterii.
— Va bene don Giovanni, ma non
c’è modo di guarirle?
— La scienza è impotente.
— Oh signore Iddio!
— Proprio, non c’è che lui che
possa fare la grazia. O bravo Mangiafagioli. Così. Prenditi in mano la torcia e
fammi chiaro.
— Questa sì, questa si può
guarire Marchini. Avete in casa dei vescicanti?
— No, don Giovanni.
— Non importa. Mangiafagioli,
conducimela fuori sotto al portico che le fo immediatamente un salasso alla
vena giugulare e se non basta le trafiggo un setone al costato.
Mangiafagioli tirò fuori il
bestione e lo legò all’anello infisso al muro. Dalla giogaia abbondante che gli
andava penzolone fino al cavo delle gambe, si capiva che era di razza
italianissima. Sgualinava come un moribondo e lasciava cadere le orecchie
gualcite e macchiettate di morelli.
— Vedete Giorgio, mi disse il
buon prete sguainando una lamuccia d’acciaio scintillante, come è asciutto il
musello? Non potete sbagliare. Quando quello specchietto lì senza peli non è
cosparso di rugiada, potete scommettere che la bestia ha la febbre.
E coll’ultima parola trapassò la
pelle del bove che dilatò come trasognato le ciglia. Ansava come un mantice e
il sangue gli usciva a fiotti, rosso, denso e correva giù coagulato nella
secchia.
— Basta, don Giovanni o me
l’ammazzerete.
— Lasciate fare cui tocca. La
polmonite va curata con degli antiflogistici. Salassi, tartaro stibiato,
nitrato di potassio, acido cloridrico....
— Perchè non fate il veterinario,
don Giovanni?
— Perchè di no, mi rispose.
Quando tutto fu secondo i
desideri del medico in sottana chiesaiuola, passammo in un’altra stalla lunga
lunga.
— Vi raccomando Marchini: questa
caldura va rarefatta. Non la si vuol capire, ma così è. C’è un igiene anche per
le bestie. Osservate se non è vero. Credete voi che tutti questi peli che
crescono negli orecchi degli animali crescano per nulla? Baie. La provvidenza o
la natura che sia, ha dato nulla per nulla. Neppure la cavalletta. Questi peli
servono a trattenere i pulviscoli che impregnano l’aria.
Si avvicinò a una bella vacca
grassotta, dalle corna a lira, che si svolgevano racchiudendo le punte, le
piantò due dita nelle narici e le cavò la lingua.
— Toccate Giorgio, che lima.
— Che raspa!
Tornando a casa, pensavo alle
tempeste che dovevano rischiaffeggiare nel seno di quell’uomo aggiogato alla
mangiatoia clericale con un’anima tanto impaziente e una testa tanto nutrita.
Il mio nuovo principale
dentista, diplomato come diceva lui, nelle prime università d’Europa,
possedeva un carro a molle, lungo lungo, a quattro ruote, su cui era slungata
una casuccia a finestrole verdi, tramezzata come tutte le carovane dei
saltimbanchi girovaghi. L’entrata, due nicchie che servivano di ripostiglio, di
cucina, di cuccia ai cani, a me, a Pucca. In fondo l’appartamento di lei e lui,
gli illustri coniugi, genitori di Pucca e padroni miei riveritissimi. Il
ronzino era un povero malanno che chiamavano Lullo. Un Lullo piagato, magro,
lercio, tassellato di mende e cicatrici, ma un vero buon diavolo. Non aveva la
mania di correre, nè l’orgoglio di certe cavalle inquiete, nè la bizza
d’inalberarsi per delle ombre che gli si spianavano sugli occhi macilenti.
Zampava a tic tac, sviando i ciottoli, in mezzo al solleone che lo
carbonizzava, la testa come un peso enorme,sbattendo tre volte al minuto le
orecchie floscie contro le mosche che lo divoravano. Con Lullo si viaggiava
sicuri. La sua carriera di Ebreo Errante gli dava su tutti i suoi simili delle
superiorità incontestabili. Per lui non occorrevano redini. Appena sentiva un
veicolo o un cic ciac di frusta o l’uh di un cavallante,
sguerciava l’occhio e tirava fuori, radendo i fossi senza rovinare colla sacra
famiglia. Di notte era un lanternino. Tirava via senza scapucciare, fiutando i
precipizi e sterzando a tempo. Quanta pazienza e quanta intelligenza in quel
martire della specie. I tre cani invece erano demoni stizzosi intolleranti. A
ogni contadino che transitava, a ogni vetturale che minacciava loro il manico,
a ogni collega che si sgolava per salutarli, si rizzavano sui garretti,
increspavano gattescamente il mantello, puntavano il muso, sversavano le labbra
e roteavano un’immane voglia di morsicare. Guai al monello che squadrava loro
le pugna. Uno dietro l’altro come scolte in allarme, irrompevano dalla tettoia
e si spingevano digrignando i denti, fino alla criniera intristita del povero
Lullo. Non c’era che Pucca che sapeva rintanare quei rabbiosi botolini. Essa se
li prendeva per la coda, cacciava loro la mano in bocca, li aggruppava, vi si
precipitava sopra, percotendoli con moineria, strappando loro le orecchie o i
ninnoli del ventre, spesso sdraiandosi seco loro, talvolta leccandoli, talvolta
facendosi leccare, in un diavoleto di carezze, di gagnolii, di squittii che
rompevano l’aria.
— Uh, Uh, che ci siamo
Lullo.
Da lontano, malgrado la notte,
vedevamo un’asta gigantesca che si slanciava sul cielo, circonfusa d’una
penombra che si dilatava fino alla base ciclopica, dalla quale usciva come un
getto.
— Che colosso, che colosso!
— Ohe, impazzisci? Mi disse il
dentista patentato e premiato alla Facoltà di Parigi. Bella cosa che c’è da
stupire per un Baradello.
La Camerlata dormiva. Il caffè,
l’albergo, lo speziale, il fornaio chiusi. Guardammo a sinistra, al di là della
cancellata, i vagoni immobili come masse di banditi in agguato e infilammo lo
stradone carrozzabile — uno stradone che discendeva come in una buca. Il povero
Lullo malandato e stracco, si sentiva incalzare dalla baracca che gli andava
battendo le natiche, ma non guadagnava un passo.
— Uh, uh, Lullo.
Anche il borgo era nel sonno. Si
vedevano disseminate sui pali le lampaduccie sporche che fumavano il fungo in
un bagliore moribondo.
— C’è niente di dazio?
— Niente.
— Ma non siamo a Porta Torre.
Ohè, ci hanno messo il dazio in cima al borgo?
Tic, tic, tic, tac,
passammo irriverentemente il famoso Ponte di S. Bartolomeo, ove il crocifisso
schiantò le due grosse catene, la sera di giovedì dell’anno 1529 e tirammo via
fino allo svolto dell’Ospedale, in fondo, sotto agli alberi.
— Alt!
Saltai giù, slegai il povero
Lullo che slungava la lingua come a dirmi che aveva sete, gli attaccai
crudelmente il sacco di fieno fino al collo e felicenotte. Mi ricoricai vicino
a Pucca che dormiva come un macigno, circondata dai suoi cani prediletti. Ma
era troppo tardi per dormire. Ora era un carro che passava preceduto dagli oh!
la vita! — ora tre, quattro martelli che vincevano i chiodi: tac, tic, toc,
come i piedi ferrati di Lullo; — ora una voce: dammi un grappino Pietro. E poi
un parlottìo, uno scalpiccìo, un gridìo alternato da bestemmie, da giuramenti,
da maledizioni secche come il fulmine.
Mi alzai. Che confusione di
teste, che perdite di carretti e di carriuole, che linee di tetti bianchi,
grigi, rossi; che piantata di ombrelle, di ombrelloni; che mucchi di casse, di
bauli, di pertiche, di sacchi; quante mani affaccendate, quanta chincaglieria,
quante cianfrusaglie, quanti ninnoli e poppattoli e quante pipe di radica, di
spuma di mare, di gesso! Mano mano che l’aurora si smantellava, la fiera che
incominciava coi primi ippocastani che guardano la torre dai finestroni
emisferici e girondolava, slargandosi, fin oltre la chiesa di S. Pietro,
assumeva sempre più l’aria festiva e solenne. I banchi dei girovaghi,
indossavano le loro guarnizioni, i loro grembiali e le cime dei tetti o i
frontali, sventolavano del vessillo tricolore. I caffè, le capanne acquaiuole,
i chioschi del cicchetto, le osterie di tela, dispiegavano le loro fascie a tre
colori e infrascavano le insegne del lauro ambito dai poeti. I mercanti
sciorinavano le pezze di cotone, di percalle, di lana, di fustagno, l’una
sull’altra, scoppianti nei colori vivaci e abbandonavano al vento le ciarpe, i
fazzoletti e gli scialli frangiati e ricamati. Gli armandolati, i diavolotti di
menta, i canditi spumeggianti il bianco del risucchio, in mezzo alle offelle,
ai pasticci, ai panettoni, soprafatti dalle piramidali colonne del torrone di
Cremona, apparivano annunciati da un vivaio di mosconi e da un non so che di
rosolio. In fondo, sul piazzale, a fianco e intorno alla chiesa, cataste di
carta color cioccolatte chiaro, carrettate di ruote di grana, sacchi di pane —
il pane comasco! E il portico? Pieno zeppo di medaglie, corone, crocette,
reliquie, agnusdei di argento, di ottone, di piombo, di stagno! Oh che babele,
oh che babele! Dietro a tutti questi sornacchi benedetti, a questi scapulari, a
questo formaggio, la famiglia dei pagliacci, dei saltatori, degli incantatori,
degli imbonitori, imprigionati nei loro cerchi assegnati, giù sdraiati
alla rinfusa, qua e là scoperti, qua e là nudi, attraverso i cani, le scimmie,
gli orsi, le gabbie dei piccioni, degli uccelli ammaestrati, e tutto il
bagaglio, compagno indivisibile di queste tribù nomadi che vivono in un mondo
loro particolare, che percorrono lo stivale dall’orlo alla punta, senza sapere
il nome di chi regna e pensa per ventotto milioni di abitanti. Tribù felici!
*
* *
Bastrini appena mi vide mi saltò
addosso con un calcio.
— Attingi una secchia d’acqua e
dà da bere alla povera bestia, animalaccio! Povero Lullo, se non ci fossi io,
nevvero? Ohe, Lori, dammi un po’ di branda che ho la rugiada nelle
spalle.
— L’avete presa questa notte in
viaggio, eh? Accidenti, vi trovo dappertutto Bastrini.
— Dove ci sono denti, caro mio.
È la professione che lo esige.
— Già!
— Fa presto pigrone, che la
fiera è incominciata. Allestisci la baracca di fianco alla chiesa. E tu Pucca,
svegliati che s’ha da andare in piazza. Ti pare l’ora di dormire?
Caricammo le assi e la cassetta
sulla carriola e via.
— Ricordatevi di non fare le
smorfie che io e mamma veniamo subito.
Prima di metterci all’opera,
bevemmo dall’acquavitaio ambulante due bicchierini di mistrà. Pucca quando si
metteva nello stomaco una goccia di liquore, stralunava gli occhi e si stirava
le membra.
— Giorgio?
— Pucca?
Riuscimmo a piantarci in prima
fila. Il gabinetto, una volta trovato il terreno, era subito messo assieme.
S’incuneavano i legni, si innastavano, si conficcavano e si allacciavano colle
spranghe di ferro. Poi si dispiegava un tappeto davanti e s’inghirlandava
l’entrata, — un’entrata sulla cui cima maiuscolava il cartello dell’illustre
operatore: Monsieur Alfred de Marghet, chirurgo-dentista patentato laureato
e premiato alla prima Facoltà di Parigi.
*
* *
Le campane e i campanoni delle cinquemila chiese
disseminate nella città, pei sobborghi, nei paesi vicini, sbattagliavano per
cieli la letizia del venerdì santo — una musica di ghisa che squassava l’aria,
sbalzava nei cervelli, precipitava sui cuori o correva rabbiosa per lo spazio
in un vortice diabolico, un vortice che ruggiva in fondo e avvallava come un
esercito di voci castrate. Il mondo festaiuolo lo si vedeva girare sulle
colline di S. Tommaso, di S. Fermo; spuntare sulle alture di Brunate, venir giù
a frotte dal Bisbino, scavizzolare da monte Olimpino, da San Giuliano; sbucare
da San Agostino, da Borgo Vico e irrompere in San Pietro compatto, serrato,
entusiasta come i crociati. E in mezzo a questa nota grossa, grassa, stuonata,
le canzoni giulive delle filandiere che squillavano la gioconda allegrezza dei
loro cuori paesani, che saliva acuta, argentina, carezzosa come un’alata di
rondine.
*
* *
Abbigliato il gabinetto, riempivo il tavolino
coperto di tela cerata, degli apparecchi di lavoro. Una bottiglia e una caraffa
di cristallo terso, dei denti mascellari, incisivi, canini, dei pezzi di
mascelle, un teschio umano che faceva rabbrividire, accanto ai ferri ad ago,
acuti, storti, bistorti, a lama, a triangoli, a fili, a puntirolo, tutti
riscintillanti come fossero usciti allora allora dall’arrotino. Bastrini diceva
giustamente che così facevano più «effetto.» Delle tenaglie, dei trivellini,
delle forbici, dei coltelli circondati da una montagnola di cartocci, di «radici»
e di bottiglicine fasciate dalla «ricetta,» i due farmachi che l’illustre
chirurgo spacciava alle turbe «per far cessare immediatamente qualsiasi
dolore.» Al disopra di questi ordigni spaventevoli e ridicoli, tre quadri zeppi
di attestati di estirpazioni felicemente compiute, di lettere, di felicitazioni
di «celebri chirurgi» e di parecchie dichiarazioni di pazienti immaginari,
nelle quali era detto della sua «bravura» e delle cento lire che si
«permettevano di inviargli.» Pucca, intanto che io allestivo il teatro,
distribuiva i foglietti che annunciavano pomposamente il passaggio del celebre
dentista Alfred de Marghet, laureato a Parigi. — «Signori, sono sei anni che
percorro l’Asia e l’Europa per sollevare il genere umano da uno dei più crudeli
dolori di cui esso vada afflitto e dovunque i miei risultati furono splendidi.
In tutte le capitali che ebbero l’onore di ospitarmi, mi sono veduto applaudito
e incoraggiato dalle più autentiche illustrazioni della dentologia. Macker,
Bedinker, Sciuloff, Ordiloff, si congratularono meco e mi invitarono alle loro
mense. Salvai una figlia al grande cancelliere della Germania, dal quale venni
insignito del crocione che potete ammirare nel mio quadro, ed ebbi la
soddisfazione di guarire S. M. lo Czar di tutte le Russie. Io non ho che pochi
giorni da perdere in questa illustre città, perchè sono aspettato a Londra per
operare la regina dal dente così detto del giudizio. La radice, rimedio
infallibile per la cessazione immediata del dolore, non costa che venti centesimi;
la boccettina, per coloro che desiderassero tenere in casa questo mio trovato
che distrugge qualsiasi carie in meno di un minuto, non costa che un franco.»
*
* *
Quando tutto era pronto,
indossavo una storica e smunta zimarra, tolta a qualche guardaroba teatrale,
eredità di tutte le schiene che mi precedettero, m’annerivo la faccia colla
carta bruciata ed usciva col tamburo a rullare la sveglia militare. Il popolo
accorreva, si assiepava, vi si calcava e rimaneva lì pigiato ad aspettare il
gran mago della rappresentazione. Bastrini, dotato d’una blague che
stordiva, entrava dall’uscio di dietro come un ispirato. Il vecchio cappello a
cilindro, il sortout nero, il cravattone nerissimo intrecciato
nell’anellone tempestato di cristalli come quelli che aveva alle dita, il
panciotto cosparso di fagioli valtellinesi, un catenone ciondolato di oro
doublé e una valigetta a tracolla. Girava gli occhi, scappellava la sua testa
profetica e metteva una manata di mutte e di franchi in un piatto di peltro. —
Garçon, sonner. Tamburellavo la gazzarra fino a quando Bastrini, alzando il
dito, mi accennava di tacere. Poi, con un accento e un linguaggio
birbonescamente nè italiano nè francese, incominciava:
— Citoyens, messieurs!
Perdonatemi se mi presento, per la primiera volta davanti a voi, respectable
publique, in una fiera come questa, fatta per onorare notre rédempteur qui nous
a salvée la vie (profondo inchino). Parce que dovete sapere, mes amis, che io j’ai beaucoup voyagé dans tutta
l’Europa et l’Asie a esercitare mon honorable mestiere de docteur-dentiste,
avec très grand succès. Sur mes opérations on donné à moi de mi plusieurs
medaglie, come voi potete esaminare et j’ai été stato alla Corte di Berlino. Parce
que, mon metode facile est des plus distingués. Mi avete voi comprenuto (risata
del pubblico)? Pardonatemi si je non sono buono di parlare speditamente votre
belle langue. Voyez vous un enfant, un bambino di dui anni, chi abbia un po’ di
talanto, può operazionare da sè solo. Gardé mois. Voi prenete cette petite bouteille, ne stappate le buchon avec
cette petite come si chiama? bambagie? Oui, et bien, avec questa bambagie,
inzuppata dans mon liquidò, votre dent le plus malatò guarisce subìto,
promptement. Proprement, je vous le giurò, davanti Cristò — mon protector. Oui.
Ne vous ascoltate ces làches, ciarlatani de place, che strappanò avec cette
abominabile tanaglià (la mostra al pubblico) les dents.
Ces sont des misérables qui guastanò le mestiere des professionisti, che
sono stati come me all’école, aux universités. Giustamente, aux universités.
Parce que, mes amis, le dent quand il è strappatò, on mange plus. Voi
non potete pas plus rotare il vostro pane. Comprenete? Dunque au diable cette
tanaglià, parce que come dites mon célébre maître, monsieur Clement (si cava la
tuba), estrarre non è guarire, no, c’est ammazzare. Io ho poco tempo di stare
in questa respectable città di Como. Voi potete approfittare del mio passaggio.
Je donne la mia radice infallibile pour venti centimes, venti centesimi. E si
vous, volete, ma bouteille, cette petite boccettina, non vale — quanto vale? Un
franco, un miserabile franco. Alee, alee!» L’illustre medico, finita la
parlata, senza asciugarsi la fronte, mentre io stordisco col rullo, incartoccia
e vende alle mani ansiose i suoi specifici infallibili. Si faceva questo
crudele imbonimento cinque o sei o sette volte al giorno. Bastrini
diceva che quando il lavoro c’era bisognava «metterci la pelle.» E il lavoro a
Como c’era davvero. I pivioni, come li chiamavamo noi girovaghi, ascoltata
l’arringa che non capivano, davanti alla tolla di quell’uomo che dopo
tutto aveva un certo ingegnaccio per esercitare la professione di quei
ciarlatani ch’egli disonorava; davanti a quegli ordigni, a quegli avvisi,
infiammati dall’alee alee e dal rullio incalzante, affrettato del
moro, cadevano come vespe sullo zuccaro. Si urtavano, si davano gomitate
alzando una mano per pagare e l’altra per ghermire, come quando sfiancavano per
arrivare alla Croce del gran Cristo miracoloso. Il Cristo che sanava gli
storpi, guariva i dannati, fugava dal corpo lo spirito maligno, benediva la
carta per bigatti, dava a tutti, nella sua immobilità, sorrisi, speranze,
gioie, compiacenze. — Oh chi non ha vedute queste turbe genuflettersi,
sbracciare, piangere, invocare, urlare nell’orgia religiosa del giovedì santo,
non ha veduto niente.
*
* *
Fra un’arringa e l’altra, facevo
delle scappatine in chiesa per vedere quel tragico fanatismo religioso che rammentava
i tempi pestiferi delle streghe e di frà Bernardo Rategno. La folla, rapita in
un’estasi ascetica, cadeva ginocchioni, davanti agli altari tapezzati di
medaglie, di amuleti, di ricami, di gruccie, di bastoni, attraverso ai cinti
erniarî, ai gambali, ai pettorali, ai lacci, al resto del bagaglio riparatore
delle sventure umane; delirava davanti agli innumerevoli quadretti miracolosi,
sgorbi di miracoli compiuti, colle loro date, il nome dei salvati e
magari magari colle loro brave famiglie proterve al suolo o gli occhi
stupefatti al cielo. Vedevo la carrozza che attraversava il corpo del caduto
alzando le ruote, l’orbo trasecolato nella preghiera che guardava meravigliato
la luce che lo abbagliava, la madre graziata che aveva offerto se stessa per la
salvezza del figlio, lo storpio che si raddrizzava raggiante di gioia, il
fanciullo ballonzolato dalle onde e urtato a riva, mentre la madre agitava le
mani davanti a Sant’Anna; il fulmine che aveva schiantato la grossa quercia e
stramazzato il toro e lasciato incolume il bovaro. E via e via. Miracoli un più
portentoso dell’altro, dinanzi ai quali rinasceva l’entusiasmo anche in coloro
nei quali tentennava la fede. Il Cristo, il fortunato Cristo, inchiodato,
palpitante di convulsioni, la testa divina contorta sulla spalla destra, il
petto gonfio degli ultimi aneliti, cosparso del sangue della redenzione, pareva
giubilasse dall’alto della sua croce eterna che eternizzò il suo sagrificio. La
gente affollava ai suoi piedi e smaniava precipitando le labbra sulle ferite,
abbracciandone il legno, toccandone le gambe coi fazzoletti, cogli indumenti,
colle medaglie. Le madri sorreggevano i figli, gli uomini le donne, gli alti i
piccini, come una gara, un trasporto, un giubilo, non visto in nessun altra
processione. Un villano, si sarebbe fatto schiacciare tre volte piuttosto che
andarsene senz’essersi fatto benedire il suo rotolo di carta bigattesca. Che
ubbriacatura religiosa, che vertigine cristiana, che documento per coloro che
profondano lo scandaglio nelle viscere delle generazioni passate. Non mancava
il grottesco. A intervalli, si sentiva un grido, un alto grido che sgusciava
per gli ambulacri, strisciava intorno alle colonne, percoteva le pareti e si
frangeva su nel cavo della cupola. Il movimento evolutivo che andava senza
quasi muoversi, faceva un alt di sospensione. Le teste si rovesciavano dalla
parte d’onde era sbucato tanta disperazione. Chi era? Un’indemoniata,
un’infelice invasa dallo spirito infernale che si dibatteva negli spasimi, che
lottava corpo a corpo, urlando, graffiandosi, strappandosi i capelli,
lacerandosi le vesti, cacciando, innorridita, il ceffo del demonio che la
poveretta vedeva circondato dai satelliti, tutto pieno di fuoco e di sberleffi.
Che scena! che scena! Quattro o cinque uomini di «buona volontà» uscivano dalla
sagrestia, la prendevano per le membra spiritate, la innalzavano sopra quelle
teste sospese spingendosi attraverso quelle fitte di carne pigiata e la
portavano sussultante alla croce del Redentore. Miracolo! miracolo! Appena
tocca da quel talismano, la tapina rinsaviva. Apriva gli occhi, ricuperava a
poco a poco i sensi e si genufletteva sudata, in un pianto che provocava il
singulto e i fedeli si protendevano al suolo, si battevano il petto e
recitavano febbricitanti le più calde preghiere.
*
* *
L’osteria dei girovaghi era
quella del «Coghetto» in via dell’ospedale. Un luogo ove si potevano fare i
comodi della borsa senz’arrossire. Se la giornata era stata loffia, si
mangiava una tazzina di galba, si beveva un «mezzino» de scabbi
(vino), mandando moccoli contra ai ghirla (paesani), e invece di andare
nel letto che costava dieci soldi, si andava in cascina con tre. Ma se i
girovaghi avevano smaltita la loro scelpa (merce) e i saltimbanchi
raccolta larga messe di trasia (moneta), la numerosa famiglia dei battistrada
faceva sciambola (allegria). Il Coghetto, un ometto vispo, allegro, con
tanto di cuore, metteva in tavola delle tegamate di risotto in cagnon
(lessato e condito nel burro), delle scodellate di frittura di fegato di manzo,
qualche volta dura come le suole delle scarpe e delle enormi polentate che
scomparivano come palle in mano ai giocolieri. Fra noi, l’inappettenza era
assolutamente sconosciuta. Si aveva sempre appetito per quattro. I boccali di
vino, si succedevano mano mano che il benessere passava dal sangue negli organi
muscolari e dagli organi muscolari nel sangue. E col vino, naturalmente, si
sbrigliavano le lingue. Non credete mica che si facessero delle prediche
filosofiche o che si dicesse male del prossimo. L’allegria in noi era naturale,
spontanea, viva, arzilla, che balzava fuori vestita alla buona ma nostra, tutta
nostra. Si facevano delle risate clamorose, larghe, che si dilatavano nella
soddisfazione e passavano di bocca in bocca, attraverso sfilate di corbellerie,
di facezie, di lazzi, scambiandoci la pacca, prendendoci per colletto,
ascoltando «esempi» commoventi, lugubri, saporiti, che incantavano l’uditorio.
*
* *
Queste spanciate e queste
storielle, non erano possibili che nelle grosse fiere dove conveniva quasi
tutto il battaglione zingaresco. A Como, a Brescia, a Bergamo; qualche volta
alla madonna di Caravaggio, qualche volta perfino a Iseo, a Lovere, alla gran
fiera del bestiame. Il resto dell’anno, lo passavamo sparpagliato. Quelli che andavano
in Piemonte, incominciavano il loro «giro» a Magenta, transitavano Trecate,
sbucavano attraverso le campagne novaresi e «battevano» Vigevano, Mortara,
Casale Monferrato, percorrendo tutti i paesi che fiancheggiano, a qualche
miglia di distanza, l’interminabile stradone che conduce direttamente a Porta
Po, a Torino. Torino, Torino, come mi sei parsa noiosa con quei tuoi corsi
lunghi, simmetrici, incrociati ad angolo retto, dalle case uniformi, dalle
tettoie filate filate, dovunque monumentata de’ tuoi gran re! Io non sono
salito in vetta alla tua Superga a sberrettarmi, ma mi sei rimasta sul
palinsesto della memoria come uno sbadiglio.
*
* *
Difficilmente si andava più in
là. La Savoia, colla sua aria romantica, non ci attirava. Quelli che «posteggiavano»
la Lombardia, incominciavano a Treviglio, si spargevano a Vaprio, a Vestone, a
Bergamo e su su per cinquanta miglia, sotto un sole di bracia, fino a Clusone,
attraverso rovi, giogaie, sentieri, pietraie, mangiando del castrato
puzzolente, del formaggio di capra eccellente e bevendo l’acqua che fa venire
il gozzo. Poi una catena rotta di soste. Orsinuovi, Orsivecchi, Verolanuova,
Quinzano, Soresina, Casalmaggiore, Mantova, Desenzano, Gavardo, Bagolino, in
su, in giù, di dietro, di fianco, da per tutto fino al confine dell’Italia
centrale.
*
* *
Di tutta questa gente colla quale
ho vissuto qualche anno della mia primavera, ricordo due girovaghi che
divennero in seguito miei padroni e che erano indubbiamente le teste più
scariche, più matte, più sbrigliate della compagnia. Uno aveva nome Dossi, nome
che noi allungavamo fino al diminutivo Dossiet; l’altro Balin, un pseudonimo
che portava da bambino, ragione per cui egli stesso non sapeva nè il nome nè il
cognome. Due tipi conosciuti anche sul lastrico milanese. Il primo era un ex
facitore di bastoni che appariva trenta o quaranta volte all’anno, specialmente
nell’inverno, davanti alla piazzetta di San Sempliciano, con una tovagliata di
bacche da raspare. Il secondo, un gobbetto, o piuttosto una schiena verso
terra, dalla faccia lunga, a mezza luna, sbarbata, con una mazza di fazzoletti
e qualche pezza di cotone colorata. Chi vœur i fazzolett? Bei fazzolett! Tanto
l’uno che l’altro, li ho conosciuti a Bergamo, in casa dell’affittaletti che
tutti i girovaghi conoscono col nomignolo di Baggià5, un omone
alto, ampio di torace, dal vocione simpatico e dalla mano vigorosa come una
morsa. Si girava il piazzale della verzeria (parlo della città bassa), si
scantonava un lembo di portico, si entrava in un vicoletto oscuro e si entrava
in casa sua. In casa di un uomo patriarcale, che ci teneva tutti, vecchi e
giovani, maschi e femmine, per i suoi figli e che aveva il fegato sano di darci
da mangiare anche quando eravamo in bolletta, Poichè, dopo tutto, nessuno, che
io mi sappia, gli ha mai lasciato il chiodo di un centesimo.
Coi galantuomini noi si era
onesti.
*
* *
Sossi vendeva il similoro, vale a
dire anelli, spille, orecchini e certi gingilli ingemmati, imperlati,
cesellati, che egli faceva spiccare su una distesa di carta che tirava al rosa.
Della merce aveva cura come dell’oro a trenta carati. Durante il mercato, con
una pelle di daino, continuava a pulire e a ripulire i suoi oggetti, dicendo
parole cortesi alle bellocce che vi lasciavano sopra gli occhi. Non era
sguaiato, nè si irritava se gli si esibiva un prezzo inferiore al valore: Tutt
i passer conossen minga el panigh. Con me, fu sempre affabile. Non mi
considerava come gli altri un semplice garzonaccio. Il dentista era risoluto e
manaccione. A cena mi dava 5 o 6 soldi lì sul predellino della carovana,
intanto che lui se ne andava all’osteria; e a colazione mi lasciava andare
colla parpuola uno scopazzone. Dossi invece mi faceva mangiare con lui.
O bene o male, subivo la sorte del suo ventre. Se gliene facevo qualcuna,
aggrottava le ciglia, infuriava la strofinatura e si contentava di dire: l’è
giovin. Mi rammento di questa: era d’inverno e pioveva da quindici giorni.
Se sapeste come sono nemici della pioggia i girovaghi! È peggio che la
gragnuola pe’ paesani. Si è costretti lasciare la merce nelle casse o nei
pacchi e zonzonare intere giornate per le osterie se si ha ancora della pila
(denaro). Pioveva dunque da quindici giorni ed eravamo a Casalmaggiore. Dossi
usciva cinque o sei volte sulle ventiquattro, come un astronomo, a guardare in
su e in giù, a discutere colle nubi e a oracoleggiare col cielo. Domani c’è il
mercato a Soresina. Piova o non piova, noi ce la battiamo. Ci alzammo per
tempissimo. Mi attaccai alle stanghe e ci incamminammo. Potevamo aver fatto
quattro o cinque miglia. Malgrado l’acquolina sottile, sottile, io ero sudato
come un mulo. Le ruote della carretta a cassa piatta, coperta da una stuoia, si
infangavano nel molle e andavano sopra a dei malaugurati sassi che mi facevano
cacciar fuori tanto di lingua. In uno sbalzo, urto nel paracarro e il carretto
risospinto indietro, gira su sè stesso e scavizzola giù nel fosso. Bastrini mi
avrebbe accoltellato. Lui invece si mise le mani nei capelli e sedette sul fatale
paracarro a piangere come un fanciullo. Il pianto di un uomo maturo che esce
come uno sforzo, strazia. Ci venne in soccorso un aratore in viaggio coi buoi.
Attaccammo una fune al veicolo e in un momento fu di nuovo sulla riva. Non mi
diede neppure una strapazzata. Anzi a ogni miglio mi sostituiva: «Lassa, che
te saree strach.» Nelle giornatone fredde, quando viaggiavamo coperti di
brina, coi diacciuoli nei capelli e la bocca paonazza, mi diceva: mettiti quel
sacco al collo ch’el fa on caligo!... Se gli affari andavano benone
benone, mi guardava addosso e mi cambiava qualche straccio. «Ven chi che
vemm a tœu on para de scarp che te perdet i pee.» Al sabbato non mancava
mai di pagarmi la busecca — che egli aveva la debolezza di paragonare tutte le
volte a quella che mangiava a Milano, nell’osteria detta Portalunga. Ona
busecca che fà mett la bauscina! In compagnia, specie se aveva trincato,
era più ciarliero, più enfatico, spesso perfino burlone. Tuttavia le sue
barzellette non facevano scompisciare la platea. C’era sempre in lui della
mestizia naturale. Raccontava le sue avventure, le sue peripezie, i suoi amori,
i suoi disinganni, infiorando la parlantina con motti romanzeschi imparati nel Marco
Visconti del Grossi. La conclusione era la passioncella di cuore, rimasta
allo stato platonico. Al mercato di Quinzano, aveva veduto una fanciulla
dilagata di salute. Alta, flessuosa, con una bracciata di capelli crespi
sciolti per la schiena e due fianchi che tremavano. La regalò di non so quanti breloques
attaccati a nastri di velluto nero come i suoi occhi, solo per avere il piacere
di contemplarla qualche minuto in più. «Quando me la vedevo, diceva lui, rorida
di freschezza, annegata nella vigoria, il seno ansante e le labbra che mi
schiudevano una risata di denti, le dicevo bruscamente: va!» Un lato del suo
bel cuore era pur quello di ricordarsi di una sua vecchia sorella che viveva in
via Quadronno, in un bugigattolo al quinto piano, a pedulare da mane a sera.
«Giorgio, fammi due righe. Dille che sto bene e che le mando otto franchi.
Tutto quello che posso.» Mi stringeva la mano e mi pagava uno sigaro se gli
mettevo assieme una lettera tenera. Certe frasi gli mungevano un lagrimone
negli occhi. «Bravo Giorgio.» È morto anche lui, povero padrone. Morto d’un colpo
apoplettico. L’abbiamo seppellito un sabbato sera nel cimitero squallido di
Crema. C’eravamo là tutti, noi girovaghi convenuti al mercato del venerdì. La
cassa andava giù e le nostre mani tremulanti le buttavano sopra manate di
terra. Nessuna pappolata, nessuna ipocrisia. Ma in tutti noi si sentiva che
lasciavamo in quella buca più che un amico un fratello. Io? Io un padre. Per un
pezzo a cena o sulle ampie strade ci domandavamo: E Dossi? Povero Dossi! Ti
saluto e spargo anche sulla tua fossa un corbello di semprevivi. Addio.
*
* *
Il Balin invece, come ho già
detto, era un razzo continuo. Non sapeva dove stava di casa l’ipocondria e
trovava modo di allegrare anche quelli piombati nella mutria della bolletta.
Sapeva tutto. Imitava il canto del gallo, latrava come un alano, ruggiva come
una leonessa, digrignava come una scimmia, sibilava come un serpente
virgiliano, tubava come una colomba, gorgheggiava come un usignolo e diventava
più lupo del lupo stesso. Quando ci smarrivamo sulle strade di notte, egli si
metteva le dita in bocca e mandava fuori tali strazianti ululi, che i paesani
accorrevano spaventati. Se non si aveva denari, con lui si mangiava ugualmente.
Egli si vestiva da pagliaccio, coi calzoni nankini, sulla prima piazzetta che
incontravamo, tirava fuori le sue palle, il suo imbuto, i suoi bindelli e in un
minuto ci coronavamo di contadini. Si buttava sulle mani, faceva un paio di
salti mortali, la tartaruga, infilava tre, quattro, cinque scranne sulla punta
del naso, mangiava la stoppa in fiamme, si tirava su dal gozzo una filata di
bindelli bianchi, rossi, verdi e poi, prima di «eseguire» l’ultimo giuoco, «il
più difficile e il più sorprendente,» andavamo io e lui alla questua col
piattello. «Da bravi, sciori. Tutto per la fabbrica dell’appetito! Si mostrano
generosi.» Qualche volta l’ultimo giuoco era il sacco dell’ovo. I paesani
scorpacciavano. Co-co-dè,
co-co-dè. E uno! Co-co-dè,
co-co-dè. E due! Ma se era in vena e voleva farli sganasciare,
faceva quello delle piscia, Correva attorno coll’imbuto in una mano e un
lungo coltello a triangolo rientrante nell’altra, fingendo a ogni passo di
voler bucare qualche ventre paesano. «Non vi faccio male. Un piccolo foro.» Ma
i designati scappavano e lasciavano il mio alla merce del gioco. Si faceva su le
maniche, agitava il coltello che scintillava e me lo piantava con un là
nella pancia. Poscia mi applicava immediatamente l’imbuto e la piscia si
rompeva in faccia agli spettatori che era una delizia. E quando si vendeva la
merce all’incanto? Cominciavamo dal rovesciarla sulla tela in terra, io dicendo
a ogni minuto: Lassa che la vaga! l’è tutta robba del diavol! Lui
emettendo qualche versaccio: Robba robada! Alee fiœuij! Fatto il treppo
(pubblico), il mio padrone saliva sulla scranna con una fazzolettata di
chincaglieria. Coltelli dal manico a specchio, pettini, pettenine, cucchiai,
scatole di tabacco, portamonete, cartine d’aghi, spilli, spilloni e andate
dicendo. «Cosa ch’a val sa? Dui mute. A l’è tropp car? Una muta. A l’è tropp
car? Meza muta, ’n mutin, terdes centesim. A l’è tropp car? Dui sold. No, ch’a
l’è tropp car ancora. I voui davla par nient. Piè, la mia bona gent. Un sold.»
Spacciavamo così dodici o tredici «articoli» infiammando i «gorguani.» —
«Quest a l’è on taj pantlon, stoffa tutta lana, fada in person. Vaira che
costa? Gnente. Eut lire. No, set; no, sinc; pievla (qui l’attorciglia e la
caccia in faccia al paesano). Sinc lire. Ma disilo a gnun, fiolon del boja!
ch’anmetria ’n person mit co. Sevflo? Anduma in galera, ma fee del bin la mia gent.
Tanto ai dovuma andé drinta mi el me sot segretari. Sa, se a l’è nen en cœuj a l’è ’man. A vœj
deve un vesti. Pantlon, giacca, gilè e un tocch d’balzana pa la vostra fumna.
Ai leve voi la fumna? Mi si. Un bel spargiott franc, parei i mè car. Co ca costa
st’ mercanzia rubaita al ciar d’la luna? Si voi andeve a la botega, av lu
assicuro mi, a lu assicuro! ai la pagheve tranta lire pas men un sold, i mè
car. Mi ai leve dìt. Mi am costa
nient. Am costa la fadiga at ciapela. Vaira? Vint lira, disdeut, diset, sedez?
Evla ancora cara? Am smia la mia gent, ch’i gneve gnanch un bajocch in
saccoccia. Se no, fiouj! (L’incantatore
impazzisce nei no). Av la tiro in la schina, fiolon del boja! Quindes? No. Quattordes? No. Terdes? No. Dodes?
Gnanca. Undes? Gnanca. Mezz marenghin, scià, mezz marenghin del boja. Pievla
intanta che mit co ai vœuja d’piè d’sold. Feie prest. Quand che mi i l’hai
butala in terra, av la du gnanca par sent lire. Co c’ai son par mi sent lira?
Noi i summa ’la stoffa d’ crovatt. An s’la furia, ai guarduma pa pi i mè car.
Ai la vorie gnanca par des lire? Pievla par neuv, per ott, per gnent. Al prim
ch’ausa la man. Là, par sett lire.6»
Di questi tagli che costavano due
e cinquanta o tre al mio padrone, ne vendevamo un subisso. Quel gestire, quel
vociare, quel concionare, quell’irrompere sui paesani con tanta foga, produceva
una «cassetta» abbondante.
*
* *
Il mio padrone, malgrado tutto,
aveva dei difettacci imperdonabili in una volpe come lui. Tanto più che era
proverbiale nel mondo girovago che egli fosse inacchiappabile da tutti i lati.
«Prima de faghela al Balin!» Tuttavia, parecchie volte glie l’hanno
fatta da lasciargliene la memoria. La sua pazzia, era d’incocciarsi al gioco.
In certi momenti, arrischiava bottega e tutto sur una carta o una bilia. Per
dirla, era bravo alle carte e alla stecca, ma là, spesso cadeva nelle trame
come l’ultimo scolaretto. Se gli riusciva di guadagnare una sommetta discreta,
aveva il coraggio di mettersela in tasca e di dire all’avversario: basta. Ma se
perdeva, non la finiva più. «Non è la mia giornata oggi. Ho la disdetta. Lo
sapevo che non dovevo giocare.» Ma non smetteva che morto. In una sola
carambolata, nel caffè degli ufficiali a Cremona, vi lasciò l’asino, il
carretto e quattrocento o cinquecento lire in tante pezze di fustagno e di
cotone bianco e colorato. Ebbene, credete che egli si sia sgomentato? Neanche
per sogno. Alla mattina ci frugammo in tutte e quattro le saccoccie per metter
insieme venti o ventidue soldi e ci guardammo in faccia. Io taceva. Lui, il
piccolo Napoleone, scricchiolò le dita e battè il piede. — va! Mi mandò a
comperare della farina di semola, dell’olio di linosa e del «nero di Roma.» Che
se ne fa di questa roba? gli domandai. — Va giù a farti prestare un catino di
terraglia o un vaso qualunque. Glielo portai, vi versò la farina con un
bicchier d’acqua, la frugò, la rimescolò fino a farla diventare morbida e col
nero di Roma e l’olio di linosa, la convertì in un «levato» di lucido da
scarpe.
— Adesso a noi. Sfido il Signore
a farci stare senza pacchiatoria! Fatti portare dall’oste un paio di spazzole.
Portammo in Piazza il nostro
tesoro, ne facemmo tante pallottole sur un’assicella e incominciammo a imbonire.
«Signori!
Dopo il vapore venne il
telegrafo, dopo il telegrafo il gaz. Ma poi? Le scarpe, o signori, come quelle
che racchiudono i membri più utili del corpo umano, hanno desse mai seguito
questo immenso progresso di vaporiere, di fili telegrafici, di illuminazione
mondiale? No. Esse sono ancora all’arcavolismo. Voi le portate come il vostro
bisnonno, come il vostro nonno, come vostro padre. Dure, secche, che tagliano
la pelle, che fanno crescere i calli, che induriscono i mignoli come la scaglia
di una tartaruga. Perchè o signori? Perchè o cittadini del Torrazzo, non si era
ancora rivelato il Volta che doveva rendere duttile la pelleria più ribelle.
Non ridete. Quale pila maggiore di questa che risparmierà d’ora innanzi di
abbandonare le vostre dita al coltello di un inesperto che vi farà morire di
tetano? Quale pila più grandemente grande di questa che vi permetterà non solo
di calcare i sassi più guzzi, ma di sentirvi i piedini nel molle, al morbido
come la mano di una fanciulla in un guanto a sei bottoni? Gerard, mio grande,
mio immortale maestro, io ti saluto in nome delle presenti e venture
generazioni. Poichè il lucido che porta il tuo nome, frutto di lunghe ricerche
e pazienti studi, appartiene al novero di quelle celebrità cosmopolite che
passano colle loro scoperte, nei più remoti angoli dell’avvenire. Sì, o Cremonesi,
il redentore dei piedi è Gerard. Gerard che si è risvegliato una mattina
battendosi la fronte in faccia al sole che lo aveva illuminato. Finalmente egli
aveva trovato il sospirato, l’atteso specifico di questo lucido magno che
annerisce il tomaio conservandolo e ne restringe i tessuti rendendolo flessuoso
e accarezzabile come la seta rasata. Chi di voi o signori, mi impresta una
scarpa? Datela in mano al mio segretario ed egli, in un fiat, ve la
ridarà lucida come il cristallo e nera come la veste di un prete.»
La scoperta Gerard ci fece
insaccocciare settanta franchi.
*
* *
Un’altra volta, nell’identica
condizione, a Castiglione delle Stiviere7, il paese dei mendicanti. Oh
quanti mendicanti a Castiglione delle Stiviere. Mi ricordo di averli veduti a
frotte, in piedi, seduti, davanti alle case religiose, aspettare la sbobba che
si dà loro regolarmente alla stessa ora di ogni giorno. Al venerdì pareva che
nascessero dal sottosuolo. Il convento delle Vergini, che è, credo, il più
ricco, perchè vanta la rendita annuale di un milione, era circondato da una
cenceria che non resiste alla descrizione. Faccie dilavate dalla fame,
stremenzite dagli anni, picchiettate dai patimenti, corrugate dalle febbri,
maciullate dalle astinenze, fustigate dai malanni. Cenci.... ma che cenci?
Sbrendoli, sbrendoli che si sfacevano nell’agonia. Vedendoli stracciare la
rotella che dava loro la religiosa — un vero culo di carne — io e il mio
principale, corremmo subito a bere un cicchetto di grappa. Si sentiva immediato
il bisogno di crollare con un po’ di spirito, la miseria di tutta quella
poveraglia sfinita e moribonda. Ma che cosa c’entra questa parentesi colla vita
girovaga? Dunque dicevo?... che cosa dicevo? Ah! che a Castiglione delle
Stiviere ci trovammo... Sicuro, ci trovammo al verde. Niente paura. Andammo al
mercato, facemmo bollire una pugnata di zuccaro cucinato con dello zafferano
per ingiallirlo in un vaso di latta, e, ben bollito, fumante, lo rovesciammo
sulla pietra che io avevo egregiamente pulita. Indi con un coltello lo
rivoltammo, lo rimpastammo e lo attaccammo all’uncino che per fortuna trovammo
infisso nella colonna del portico. Eravamo divenuti l’ammirazione dei villani.
Il mio padrone, le braccia nude, miagolando, lupeggiando, continuava a filare
il nostro zuccaro, divenuto della lunghezza della piazza. Io, mano mano che me
ne dava qualche metro assottigliato, ne tagliavo fuori tanti pezzi da un soldo
e gridavo: «A che menta, menta fina! Tutta di zucchero filato! Alee! alee!
*
* *
Ci separammo quando scappò da
Brescia colla moglie del mio ex principale, l’illustre medico-chirurgo. In quel
burlone aveva potuto l’amore. Quel compatirla quando commetteva qualche
stravaganza, quel salvarla tutte le volte che poteva, dai pugni massicci di
Bastrini, quel ricorrere a lei per un bottone, quel dirle grazie per dei
piaceri che tra noi erano doveri, fecero germogliare nell’uno e nell’altra, un
amore che finì colla fuga. Bastrini la trattava troppo male. Ragionava con lei
a schiaffi, a calci, a cazzotti. «Tas, brutta slandra!» La considerava
meno di un arnese. Le diceva che aveva vergogna. Se ritornava ubbriaco, era
capace di prendersela a due mani e di buttarcela addosso. «Non voglio troie!»
O se la teneva, il ringraziamento per la sua prestazione, consisteva in un
pugno sodo, allo scuro, che le toccava dove le toccava. La manteneva, se si può
dire questa parola, a soldi. Quando essa diceva che aveva fame, le dava
sgarbatamente cinque, sei o sette soldi, con una filza di parolaccie: «Guadagnaten
porca! Bonna domà de mangià! Và a fà la pelanda!» Ma perchè non si
ribellava, non lo assaliva di notte, con un coltello, mentre russava il vino
che aveva inghiottito? Non ho mai visto donna più passiva di quella. Un’inerzia
che mi faceva rabbia. Si lasciava percotere maledettamente, senza dar segni
d’impazienza. Spesso piangeva, riasciugava gli occhi e ritornava quella di
prima. Mancava in lei il muscolo della volontà. Era molto se si alzava a
scaraventargli alle spalle un; «mostro!» Un «mostro» che le valeva quasi sempre
una strappata di capelli. Poichè in Bastrini era una brutalità galeottesca. Nei
suoi trasporti, l’ho veduto acciuffarle le due mammelle, stiracchiargliele come
due vesciche e stringergliele l’una sull’altra, come se avesse voluto
fòndergliele in una. Povera donna. Eppure Maria, piangeva e lasciava fare.
*
* *
Uscita la madre dalla carovana,
prese il posto la figlia. O perchè mi fate gli occhiacci? Mi sono meravigliato io?
Ma io conosco ben altre pagine sucide che quella dell’incesto. Andate per
esempio a cercare il senso morale nella famiglia dei saltatori di piazza? Vi
troverete di tutto. E come no? Alti e piccini, maschi e femmine, donne e
fanciulle, sotto una stessa tenda che si svestono, si scamicciano, si lavano e
restano lì nudi per delle ore gli uni in faccia alle altre. Piccini e grandi,
donne e uomini, ragazzi e ragazzotti, tutti, avvoltolati nella stessa coperta,
testa e piedi, piedi e testa, le mani, le gambe, i ventri perduti, confusi
nella caldura che esce da quel blocco carnaceo, rappresentante il bene e il
male abbracciato nella sua incoscienza.
*
* *
Pucca sentiva della madre. Una
volontà stracca. Non ubbidiva se non alla violenza. Pigra, ghiotta, codarda.
Stupidamente bella, stupidamente ignorante, stupidamente sensuale. Si lasciava
vedere sul miniscolo ballatoio, con tutte le sue rotondità procaci, senza punto
capire il perchè qualcuno si fermava a guardarla. Lasciami vedere, Pucca. E le
mani andavano nel suo seno a ballottargliele, senza che essa se ne desse per
intesa. «Dammi un soldo adesso.» La sua virginità la diede a Codogno a un
caldarrostaio per una manata di grattaculi. In viaggio, quando vedeva di quelle
coccole rosse rosse, mi faceva un bacione nell’orecchio e mi spingeva giù alla
siepe a spiccargliele. Se la si baciava o se le si dicevano moine amorose,
alzava le spalle, tirava nel grembo i cani e rideva come una pazza. Talvolta
era una fanciullona che faceva vedere le cosce per sentirsi dire: belle! Amava
la madre? Non saprei dirlo. Come non saprei dire se la madre amava la figlia.
Beveva come suo padre e più di suo padre senza ubbriacarsi. Quando dormivamo
nella stessa cuccia e lei aveva la vinaglia fin negli occhi, si metteva un
pezzo di sigaro in bocca e fumava come un turco. Era allora che aveva per me
delle tenerezze di donna fatta. Il padre, punto scrupoloso, se ne fece, come ho
detto, una mogliera, sdraiandosi seco lei mentr’essa mangicchiava una mela.
Mamma, mamma, esulta dal terriccio.
Finalmente il tuo povero figlio è giunto al pedale del grand’albero
burocratico. La sua cima va su astata a perdita d’occhi. Ma io non mi spavento.
Io mi curvo e piagato accetto il nuovo cilicio. Lo accetto per te, buona mamma.
Per te che ho amato più di me stesso.
Oh alla perfine permettimi che in
questa giornata, per la prima volta, io mi inginocchi sul tuo tumulo sconsolato
a piangerti e a dirti che la tua immagine sopravvive alla bufera e che io la
conserverò qui, nell’amuleto del cuore, bella e pura come l’ultima sera che mi
hai dato l’ultimo bacio dicendomi addio.
1870
FINE
|