Disilludetevi!
Quest'opuscolo non è che la fisiologia di un veglione.
P. VALERA
— Anche tu?
— Anch'io.
— Ci minaccia la pioggia, veh!
— Faccia fino al diluvio. Purché io non manchi al veglione1.
— Un dominuccio misterioso... Canagliaccia!
— In nome di mia moglie che dorme, protesto con tuttedue i
polmoni. Io non ci vado che per dare il mio tributo di dieci lire a quella
povera gente rimasta senza casa e senza pane.
— Sei socialista? Mi metto le mani in saccoccia.
— Socialista propriamente no, perché il mio non è degli
altri.
— E viceversa.
— Ma fare del bene...
— Divertendosi.
— Soccorrere la miseria...
— Coi piedi sotto la tavola.
— Mantenere...
— Qualche povera ragazza in un quartierino minuscolo,
elegante...
— Insomma? Tu insulti l'uomo onesto e il marito esemplare.
— Chi lo direbbe, eh? Guarda come sei serio!
— Dubiteresti?
— Smetti di fare l'ingenuo, che ti conosco mascherina. C'è o
non c'è l'Adalgisa?
— Quale?
— Vuoi che ti dica dove abita e come...
— Taci, perdinci! Ma chi diavolo ti ha così esattamente
informato delle cose mie?
— Non ingarbugliare la matassa. Promettimi di lasciarmi
ballare qualche volta con lei e sarò prudente.
— Te lo prometto. Ma mi raccomando per carità. Quella santa
donna di mia moglie sarebbe capace...
— Di morire. Te ne dorrebbe?
— Infinitamente. Faccio qualche scappatella, ma poi, in fin
dei conti, le voglio bene. Un ben dell'anima.
— Lo credo!
— Lo giuro...
— Su quella tua testa spiantata di capelli! Va via, burlone!
In via Sant'Andrea, si udivano i
primi vagiti della festa che adimavano strangolati ai loro piedi. «Ciao! ciao,
mascherina!».
— Che veglione dev'essere!
— Un veglione che farà epoca.
— Che lascierà una pagina gloriosa nella storia di Milano.
— Sì, bisogna confessarlo. Quando si tratta di fare del
bene, noi milanesi, siamo tutti di un partito.
— Verissimo: collettivizziamo.
Le loro ombre piatte sui
marciapiedi, giocarellavano. Si guardavano in faccia come punti interrogativi,
s'inseguivano baciate, si prendevano pel collo — s'arrampicavano per le
muraglie, si rompevano sull'angolo di una casa, si squagliavano sotto la luce
sfacciata delle lampade — s'allungavano nere nere come due magistrati della
Corte d'Assise, o si calcavano su sè stesse, fino a divenire due paiuoli
malsagomati.
— Vuoi uno zigaro?
— Grazie.
— Peccato che ci sia la stonatura.
— Quale?
— Emma. Chiamarla a presiedere — ma che presiedere! — a
diventare regina, patronessa di un veglione di beneficenza, mi pare, anzi è un
po' troppo!
— Eh mio caro, i tempi tirano al naturalismo. Ci vuol
pazienza.
— Pazienza, va bene: ma io dico che si poteva fare
diversamente. Che bisogno aveva Zola di farci vedere quella sua donnaccia
lussuriosa, nuda nuda davanti al fuoco, coi peli arrovesciati dalla libidine? E
che bisogno c'era, dimmi, che il comitato scegliesse proprio la donna meno
virtuosa della città, la donna che mercanteggia perfino i nomi degli uomini
ch'essa ha buttato sul lastrico fracidi e senza un soldo, per una missione
tanto umanitaria? Lasciatelo dire. Questo è zolismo purulento; sbracatura bella
e buona.
— Tu ragioni come un pievano. Mettiti nei panni del
comitato. Io me lo figuro grave, colla testa in mano, gli occhi sulla carta
geografica delle notorietà milanesi — senza riuscire a fermarsi sur un punto
nero. Al veglione, per quanto si sia compresi della sventura che si vuol
lenire, si va per divertirsi. O non ti pare? Ora qual'era la persona che poteva
presentarsi in un costume da mettere addirittura le formiche nel sangue? Le
nostre donne, le nostre signore? Prima di tutto avrebbero tentennato, avrebbero
voluto sapere chi ci andava — se il tale e la tale. Poi, con un vestito che le
impiomberebbe dal collo al piede per paura di lasciarne vedere la punta, e una
pettinatura alla rococò, si sarebbero fatte accompagnare da una legione di
cavalieri più o meno stagionati. La Ivon invece!... Vedrai. Mi sento già il
prurito... Uhm!
— Colle nostre signore, anche se grinzute, la morale,
sarebbe stata salva. Dov'è il decoro delle autorità locali, dei cittadini
conosciuti, delle celebrità artistiche e letterarie, quando pubblicamente si
uniscono a una... a una di quelle donne lì... O noi siamo ben tristi o sono ben
tristi i tempi, se, per commuovere, dobbiamo unirci al vizio; se per sfamare la
virtù, dobbiamo inzaccherarci fino a far lega colle divoratrici di sostanze,
colle vivandiere della carne libera, colla gente che sgonnella negli appartamenti
pagati dai Bebè e dai Muffat.
Il chiasso incominciava. Da ogni
parte, sbucavano carrozze e broughams che sterzavano, scantonavano, infilavano
vie una dopo l'altra. Le ruote, girando sull'acciottolato, producevano un rullìo
affrettato che faceva increspare le budella.
— Ciao mascherina!
— Ciao!
— Le tue sono parole, anzi, ciance; il comitato aveva
bisogno di denaro sì o no? Si vuol venire in soccorso davvero a questi poveri
diavoli risparmiati dal naufragio, sì o no? Che importa dunque a te, se tutte
le case tollerate annunziassero al pubblico, che giovedì sera, per esempio,
lavoreranno a beneficio degli inondati? E che ti dovrebbe importare del resto,
se tutti i maschi a denari, vi andassero compatti come una legione alla
conquista della felicità? La tua morale, lo so bene, potrà fare delle smorfie,
ma i ventri di quei poveracci, proverebbero la consolazione del ristoro. Così è
di noi. Emma è una ditta e una ditta buona e conosciuta: il che vuol dire una
cassetta, una profusione di denari. Ora io lodo e stralodo i signori del
comitato, i quali hanno saputo farsi superiori ai pregiudizi, per giovare agli
infelici — che non cercano tanto il bruscolo nell'occhio.
— Avrai ragione. Ma non sono convinto.
— Non monta. A me basta che tu ti faccia vivo colla tua
Adalgisa. Non ho donne e voglio fare un valtzer con lei.
— Dove ci troviamo?
— A un'ora, nel ridotto.
— A un'ora.
I becchi a gaz, rinchiusi nelle
boccie opache — quintuplicati dalle girandole — diffondevano una luce bianca
che sentimentalizzava come la camelia. L'ampio lampadario, appeso sul cielo del
teatro, maestoso come il sole in mezzo ai satelliti — allagava, faccettando,
frastagliando, sminuzzando, nell'iridescenza, tutto ciò che si rifletteva dalla
ciondoleria cristallina. Gli stucchi, i cornicioni, i capitelli, le colonnette,
i medaglioni polverosi, scrostati, apparivano mendicanti in mezzo al fasto. Le
venerate tappezzerie di certi palchetti, perseguitate nelle più riposte pieghe
dalla luce che irrompeva dappertutto, si rattrappivano quasi volessero
sottrarsi al baccanale, all'istrioneria che stava per incominciare. Ma tutto
sommato, preso da cima a fondo — dall'ampia spianata pensile del pergolo, al
peristilio ammucchiato di fiori esalanti i più peccaminosi profumi, vi si
svolgeva la grandiosità luminosa del luogo. L'orchestra, coi tubi infiammati,
la musica dispiegata sui leggii, i violoncelli spenzolanti o adagiati sul
ventre — i clarinetti, i tromboni, gli oboe sulle scranne — i violoni addossati
negli angoli, l'arpa ritta come una sfinge dalla testa anguicrinita, aveva
della tavola sparecchiata. I commensali non vi avevano lasciato che il
disordine.
Dalle portine aperte dei palchi,
scendeva il fru-fru delle sottane inamidate e il fruscio gentile del raso che
strusciava. Nell'atrio, il rumore cresceva. Un viavai di piedi che dal levigato
secco delle lastre, attutiva sul tappeto; — un urto di tacchi — un bisbiglio di
parole mozze — un alternìo di frastuoni che dalla sonagliera appiccicata ai
costumi si perdeva lunghesso le curve delle scale. Il peso delle carrozze che
infilavano il porticato, facevano tremare le vetrate come se una tromba di
vento si schiantasse su, in cima all'edificio. I portieri, lindi come camerieri
— coi guanti gris-perle — la rosuccia rosso-verde all'occhiello — dalla
loro sbarra, continuavano a sboccare: pagato! Un pagato che si succedeva, che
si ripicchiava, che ringagliardiva triplicandosi in un fuoco di pelottone. I
contatori, rafforzavano la luminaria, sprigionando dai tubi il fluido puzzolente.
Qua e là, incominciavano le aste nere in gibus e cravatta bianca. I parapetti,
si popolavano. Dei seni ricolmi, delle braccia inguantate a dodici bottoni,
delle acconciature superbe, dei diamanti che annaspavano la vista. Tò! Una
mascherata: la latteria lombarda. Un capannello di fanciulle senza maschera,
truccate a contadinotte — le spadine fitte nelle trecce, il busto slanciato
fino al rialzo del ventricolo, quasi dovessero allattare il pubblico, le
gonnelle al ginocchio, i polpacci che gonfiavano le calze di seta azzurra.
Erano le educande di Soncino Merati. Un'altra; i merli! i frutti secchi del
giornalismo e della pittura, che cercavano, che giravano, silenziosi come se
avessero il gelo nelle ossa. La disarmonia degli istrumenti, si contorceva più
che mai rabbiosamente, vagando su quella superficie incandescente. Il caldo
saliva, gli ispettori avevano già il cordone nelle mani, le coppie si
appaiavano. Il momento della battaglia era vicino, ma non si capiva nulla della
sorpresa annunciata. Da dove doveva sbucare? Si cercava inutilmente. I
davanzali di velluto, si guernivano. Delle tolette da far venire la saliva alle
labbra. La contessa Risola, puntava il cannocchiale madreperla sul mare agitato
e lasciava vedere ai pedestri, i ciuffetti biondi delle ascelle che il gaz
indorava. La moglie del banchiere Spigoli, protendeva la rotondità mammelluta,
quasi volesse rovesciarla in platea. La figlia del commendatore Spighetti — un
ex-vivandiere — avviluppata in una parvenza di garza, mostrava il piallato lucido
delle spalle giunoniche fin dove la schiena si confonde. I domino, le débardeuses,
i pouff, gli arlecchini, i pagliacci, gettavano alte grida di allegrezza.
L'ambiente si riscaldava. Il maestro, seduto, la bacchetta in aria, i capelli
lunghi, popolosi, raccolti sulla nuca, faceva sentire il suo ssss! sss!
Un'altra mascherata. L'ammirazione strappa un evviva. Rappresenta il povero
Mengoni. Capitelli in testa — archi sulle spalle — ornati sul petto, colonne
alle gambe, triangolo in mano, fascia di seta rossa sul petto: Galleria
Vittorio Emanuele. Il segnale è dato. Il valtzer dispiega le ali. Un
turbine di coppie che girano, saltellano, piroettano; uno svolazzo di seta, di
trecce, di falde, di mantelli, di veli; un battaglione di piedi che fuggono, di
guance che si toccano, di mani che si comprimono, di braccia che si cingono; un
esercito portato, imbevuto, infuriato dalla musica che stringe, incalza,
rapisce, ubbriaca. Un mare co' suoi cavalloni, colle sue ondate, colle sue
derive, co' suoi fiotti, co' suoi impeti, colle sue tempeste. Un inferno con un
crescendo infernale. Le teste appaiate del palcoscenico, là scaglionate,
moventesi nella ridda, parevano piccoli mappamondi che si rincorressero e si
cercassero accanitamente, senza raggiungersi mai; o masse variopinte, che
girondolassero fondendosi e ingorgando agli sbocchi. I saputi, i veterani, gli
invalidi del matrimonio, i ghiottoni delle biches, assiepati intorno al
circolo, l'occhialino nel cavo degli occhi, la cardenia all'occhiello, morivano
dietro al ballottamento tumultuoso dei seni, dietro alle graniture dei colli,
alle esuberanze dei sederi crevants, alle rotondità delle coscie, ai plastrons
carnosi, che volteggiavano, apparivano, sparivano, ritornavano a galla per
sommergere e ripassare di nuovo come in un immenso poliorama. Cessata la
musica, sgolavano e incalzavano urrà formidabili. La folla, sciogliendosi dai
caldi abbracci, ingroppava alle entrature e risospingeva brutalmente la
retroguardia. Allora era una pigiatura, una ressa, una calca. Le ánche
s'opponevano alle ánche, i gomiti, le gambe, i petti ai gomiti, alle gambe, ai
petti, con quella tensione testarda che si frange frangendo la diga.
Principiava il casaldiavolo: la scalata. I folletti, le farfalle, le pierrettes,
le baccanti e tutta la famiglia delle mantenute, delle noleggiate, delle prese
a prestito, delle malmaritate e via via, venivano agguantate ai polsi o strette
alla cintola e trascinate su, nei palchi di prima fila, tra le grida e gli
applausi. Il ghiaccio era completamente liquefatto dappertutto — nei corridoi —
negli angiporti — nei camerini— nei ridotti. Se ne udivano i zin zin metallici,
male strangolati, dei piatti di una musica che indemoniava in piccionaia e gli
urti muti, della gente che si ballottava, che si rovesciava contro le pareti.
Gli adulterii germogliavano sotto la sferza delle vampate orgogliose. Un
pirlone di mago, dal cappello a fuso, coll'impertinenza dell'abito, si fermava,
davanti alle signore, evocando le loro storie scandalose: — i baci nell'ombra —
i loro tradimenti compiuti o in via da compiersi, tra mezzo alle più crasse
risate. Ponzava sul vero come Amleto? «La Gilda!». Una Mimì Pinson a tempo
perduto. Una cavapelle — una sanguisuga insaziabile — che sa desinare a due
lire come a cento — che rovescia una tavola apparecchiata in un momento di
distrazione e accende una spagnoletta con un biglietto da duecentocinquanta. Un
conforto e una rovina. Una sciupauomini, una mangiabiglietti da mille. Due
corazzieri, dallo scudo luccicante, nasuti, baffuti, le facevano largo. Lei,
trionfante nel raso bianco che le si incollava alla pelle, le braccia nude fino
alle spalle imporporate, il collo marmorizzato, i capelli fluenti per l'ampia
schiena, i fianchi poderosamente pingui, i piedini nelle babbucce azzurre, sorrideva
del sorriso della moglie di Claudio. Le si gettavano manate di fiori, la si
acclamava lungo il passaggio, come un'etèra corinziana. Cento mani si alzavano
per toccarla, cento voci per salutarla. «Gilda! Addio Gilda! Ciao Gilda!». Era
di tutti. I nemici della Ivon, rappresentati da quella Venere ricolma, procace
— che transitava come una sfida, una provocazione, pregustavano i prodromi del
trionfo. Emma enfoncée! Le aristocratiche, lassù nelle cellucce, nelle
bomboniere, nei canestri, nei palcucci rossi o gialli o pavonazzi, battevano
palmo su palmo. Salutavano la loro vendicatrice. Perché avevano scelto la prima
attrice del Milanese? Non c'era di meglio? I ventagli piumati, tartarugati,
miniati, delle signore della haute, che facevano pullulare gli adulterii pur
restando nelle loro pose rêveuses, pur lasciando in pace i nembi della
loro carne diafana nel nido delle trine e delle bionde, non riuscivano a
rarefare l'atmosfera che saliva sempre infocata. Le più brontolone, le più
bisbetiche, quelle che non sanno mettere in vetrina che altezzose linee in
rovina, intisichivano e s'arrabbiavano di non essere rimaste a casa — a far
sentire lo sdegno coll'assenza. Ma la dignità, il casato, la beneficenza ve le
avevano costrette. Allora? votavano per la Gilda — una ragazza che valeva —
secondo loro — tutto quel fanale di libidine prezzolata di Emma. «Chi è
quell'uomo che non può dirla veramente bella? Guardate giù che pezzo di tosa!
Una statua di salute, lì, tale e quale, tutta di un pezzo, senza frascherie,
senza i conforti del Beati — il riformatore dell'umanità sfiancata,
smammellata, scosciata». Il teatro, riceveva sempre come un lago, come un mare.
Si soffocava, si camminava a passi di formica. «Largo! Largo! — È lei? Chi,
Emma?». La merce umana, subiva un'ondulazione. I meno alti, si rizzavano sulla
punta dei piedi. — È lei? — No. Una nuova mascherata. Dodici fanciulle, nelle
maglie color carne, con una foresta di ricci che incoronano loro la fronte, gli
occhi fosforescenti, in una camicia di seta latte attaccaticcia, che le lascia
credere nude, percorse da tremolazioni di lionesse in amore, entravano nel
circo a incendiare tutti gli uomini già nel viluppo delle ondate calde. Un urlo
strozzato, come se si dibattesse in una gola di rame, serpeggiò per la folla. La
platea, fremente, abbagliata, stordita, dinanzi a quelle forme appariscenti, a
quei larghi veramente ignudi dilagantisi pel seno, provava la voglia
pruriginosa di assalirle, vincerle, predarle come tante Sabine. Piegarle come
giunchi, abbatterle come torelli sgozzati. Ma desse, bagnate dalla luce che
aleggiava, soffuse dall'ardore, passavano raggianti nella mollezza infocata,
come attraverso i bagliori di uno splendido tramonto di sole. Il disco, su nel
frontone, segnava romanamente l'una. La guantiera era affollata di biglietti
rossi, bianchi, gialli, piombo. Una vera retata. Anche i più stitici, i papà
Grandet delle gozzoviglie — teste che non perdono mai l'equilibrio, avevano
seguìta la corrente. La somma ascendeva già a parecchie migliaia di lire. Gli inondati
potevano mandare un respiro.
— Un'altra seccatura. Mancava l'ovivendola!
— Ma se non ne mangio, mia bella ragazza, neppure nella
santa giornata di Pasqua!
— Pagate e lasciate nel cestino.
— Hai una logica ferrata.
— Come la mia virtù.
— Che dici mai!
— Dico!
— Sta a vedere che ci riducono al verde.
— Ora la medaglia, ora la margherita, ora la tazza di latte.
— Ma taci. A me è perfino capitato l'Eros.
— Il romanzo?
— No, la bibita.
— È buona?
— Come il libro.
— Io propongo una sottoscrizione a favore dei danneggiati
dalle sottoscrizioni.
— Mi ci metto della partita.
— Ma qui è un tranello a ogni passo. Svolto a destra per
schivare l'uccellatrice a sinistra e cado sul naso di quella che mi viene
incontro.
— E l'è inscì bella, la magiostrinna. Magioster, magioster!
e l'è fresca e l'è bella la magiostrinna, appena cattadaaa!
— Sbodio!
— È lui.
— Camuffato bene.
— Benissimo.
— Da artistone!
Una voce rimbalza dalla muraglia
sulla popolazione esagitata e produce come un susurro insistente di mosconi che
percotono e sdrucciolano dalle vetrate. Essa ha fatto fremere. È stata buttata
là come un annuncio, come un tizzone alla superficie del lago.
— Viene?
— È in teatro?
— È entrata dalla via Filodrammatici.
— Un codazzo di carrozze lunghe, interminabile.
— I cavalli bardati d'oro, i cocchieri in parrucca, i
servitori in livrea rossa e calze bianche come quelli del re.
Ssss! Silenzio! Indietro!
Fischi, sibili, zuffolate a due dita. Basta, basta, silenzio! La mazurka è
sospesa sotto l'irruenza del baccanale che diventa un urlo formidabile, un urlo
che va su a congiungersi con quello non meno formidabile dei contemplatori
della piccionaia. «Fuori! Fuori!».
E poi uno ssss! che strisciò per
la platea come una fuga di note uscite da una grande orchestra.
I gozzoviglianti non avevano più
che un pensiero. Trovarsi un posto, vederla da tutti i lati — inebbriarsi al
sole della sua bellezza.
Le marchese sbadiglianti
l'ultimo sorriso, le contesse etichettate, le nobili, sì e no vaiolate, le
donne di casta — colla satira sulle labbra — si preparavano all'avvenimento.
— Fuori! Fuori!
— Silenzio! Ssss! ssss!
Gli occhi giravano in su, in
giù, in alto, in basso. Da dove doveva dunque scattare questo prodigio, questa
donna-sorpresa — questa mancata Maintenon che ha minacciato di salire, di
calpestare il trono? I mattacchioni, se la divertivano a convergere
l'attenzione della moltitudine irrequieta, or da una parte, or dall'altra, con
dei «largo! indietro! ecco, è qui!». Ma la disillusione non si faceva
aspettare, perché essa resisteva. Ma poi, stivata, immagazzinata, a bisdosso,
corpo su corpo, aveva finito per cedere, per lasciare un vuoto nel mezzo del
circolo. O che doveva forse uscire dal sottopalco?
«Teretetè-teretetè-teretetèè!».
Tutte le orecchie puntarono sul
guardavoi. «Da qual parte? Da qual
parte?». Il palcoscenico — il caldaione delle sproporzioni sociali — sul
quale salgono sotto il frak, il battirame, il calzolaio, il parrucchiere, —
sempre più rivoluzionario, più turbolento, al clangore che ingiungeva il silenzio,
subì l'urto delle correnti magnetiche che incontrandosi si neutralizzano. Il
ciangottamento di tutte quelle persone trattenute, morì in una lunga pausa,
quasi ciascuno stesse a deglutire una caramella. — Silenzio! Indietro! Da un
palco di proscenio, sbucò la nota comica. Un'atletica vendemmiatrice — verde
come una lucertola — tutta pampini leggiadramente arruffati a grappoli, che
straripavano dal busto briaco di promesse, a cavalcioni del parapetto — la
gamba penzolone — le cosce irrompenti come culatte di vitella nella maglia, le
mani fatte a corno, la voce che in mezzo a quel silenzio compresso squillava
dal cielo alla terra, ripetè il teretetè! teretetèè! teretetèèè!
— Fuori! Fuori!
I pilastri, gli architravi,
l'assito, provarono l'irruenza di una forza sussultoria. Tarantellarono. «Largo! Largo!». Il treno,
il forgone, l'omnibus è alla porta. «Silenzio! Silenzio! È qui». Il fiato di
quelle otto mila bocche, infuocato, acceso, sale addensato in mille strisce,
come un immenso respiro. La tromba, risquilla per l'ultima volta. Quattro
battistrada, in panciotto di felpa bianca, i calzoni aderenti, gli stivali a
vernice risvolti, i capelli ravviati alle tempia, lo scudiscio nelle mani,
dividono i veglionisti in due fittissime siepi. «Indietro! Indietro!». Le ruote
rumoreggiano e le cateratte del silenzio sono perforate dall'uragano che
imperversa dalla piccionaia, dalla platea, dai palchi — dovunque. Il carro
trionfale — come quello dei Cesari — tirato dai tritoni, guidato da Iride — è
accolto da una valanga indescrivibile di grida e di battimani. I tritoni — il
marchese Cappatti, il visconte Capestri, il duca Bellegatti — si soffermano e
guardano meravigliati quella tempesta indiavolata. Teti, nel mezzo della
conchiglia, ritta come un colosso onnipossente, diafana fino all'ombilico,
rosea, liscia, lucida quanto il marmo ionico, le ginocchia sommerse nelle alghe
agitate da una fiocca che traduce assai bene la spuma bianchiccia dell'acqua
virulenzata sulla pietra, i capelli sciolti, tempestati di lagrime irlandesi,
piene di lampeggiamenti come i suoi occhi imbambolati, le mammelle ansanti —
culla ai Giorgi — tomba imbiancata ai Muffat — che si tumefacevano sotto lo
sguardo — lì, Calipso nell'isola — Frine davanti agli areopagiti, colle sue
linee liquide, soffiate dalla prepotenza sensuale — distribuiva, colla
boccuccia smaltata di corallo, baci invisibili e traeva manate di perle da una
lussuriosa cornucopia che si bislungava pei massi rosei e freschi delle Nereidi
che la cerchiavano, e le sparpagliava, scintillanti, sulla folla smarrita.
L'odore soave dell'umanità surreccitata, sornuotava sui flutti turbolenti e
dava il tuffo agli esterrefatti figli d'Ulisse. Si sentivano presi alla gola,
alla testa. Plaudite, cives! La via lattea della luce, che si staccava
come una larga fascia dall'angolo del palcoscenico, bagnava lo stupendo blocco
di vitello, come d'un velo intessuto d'aria azzurra. Vi si moriva sopra.
Nettuno — il visconte di Bagy — corrucciato, gli occhi bovineschi — le mascelle
in rissa coi peli — satiro in costume polluto, che lasciava vedere la
ridondanza di due vescicanti maturi — bassorilievi sul seno barbuto —
inquadrato nelle spalle muscolose — manteneva, nella calma minacciosa, la
lascivia bestiale sulle labbra e fingeva, col tridente, il movimento di
sollevare la tempesta intorno alle scaglie incollate sulla barcuccia che
trasportava tanta nudità scultoria. Le autorità locali — il prefetto alla testa
— dai loro palchetti, s'inchinavano. Le perle, si alzavano e ricadevano come
una pioggia sfavillante. L'osanna, lacerava l'aria infuocata. Le Nereidi —
messe abbondantissima di voluttà appetitosa — turgide come i marosi — tronfie
nella bianchezza zuccherina — gli occhi spruzzati d'estasi — le bocche tese —
riassumevano la scala cromatica della sensualizzazione. Le loro braccia venate
fino alle manucce che stringevano il ventilabro, si allungavano, slanciando
profluvi di perle marine che ripiovevano in lunghe curve in mezzo ai clamori.
Il lubbione, la platea, i palchi, impazzivano. Era l'uragano che si
scaraventava sugli uragani. Salve, o vestali della vita! Suonate il funerale o
idealisti! L'idealismo è morto!
Il carro, continuava il suo giro
trionfale — la pioggia, diventava una tempesta torrenziale. La platea,
sommersa, inondata dal diluvio, diventava esigente. «Ancora! Ancora!». Gli
spettatori dell'ultimo piano, reclamavano la loro parte: «Emma! Emma!» — Ma sì!
il carro tirava via. L'incanto succedeva all'incanto. — A certe contorsioni
delle ruote — si spiegavano audacie gelatinose, vertigini condensate, desiderii
che trasportavano nelle braccia della divina Cleopatra. — Salve, carro
promettitore di paradisi, arte umana che ti sollevi piramidalescamente
sull'animalità affamata degli ultimi echi della passione, inno satirisiaco,
magicamente affermato in un blocco di dolcezze infinite! Salve, salve!
La legione delle Ondine
scandinave, apparsa nel momento in cui la nota ascendeva al di là del pensiero
— fu fischiata orribilmente. Essa non fece che provocare un'altra tempesta di
battimani. Emma, asteggiava nella grandezza dello sviluppo plastico, trionfava
come un'iddia, come nessun'altra, malgrado le rabbie bianche di tutte le
bellezze dell'Olimpo dell'aristocrazia. Il carro è all'ultima tappa. La
Borghesia si prosterna, l'Aristocrazia si genuflette — l'una e l'altra si
dichiarano vinte. Trombettiere, dà fiato alla tromba. Annuncia ai popoli,
ch'essa è diventata la dea di tutti i discepoli di Molok. Tu Gilda, tu illustre
Boccognini, e voi, voi tutte baiadere, gitane, Ebe della terra, che avete
conteso per un minuto lo scettro, curvate le fronti! È lei, lei la vostra
imperatrice. Curvatevi! La sua incoronazione è avvenuta. Il colpo di stato è
compiuto. Il suffragio universale l'ha acclamata. Il popolo delle gozzoviglie —
il gregge della fannullagine — i martiri della cucina e della libidine — i
rappresentanti la società dei buontemponi, hanno votato compatti. Plaudite,
cives! Sua Maestà l'imperatrice scantona, incalzata dalla bufera degli
applausi.
I più eccitati, sono lì lì per
diventare afoni. Tutti gli sforzi si concentrano. Chiunque ha un filo di voce,
una mano da agitare, una testa da dondolare, non rimane neghittoso. Emma,
circonfusa di gloria, transustanziata nei languidi rapimenti di un'ebbrezza
divinata, inghiottita dal subisso di quelle volontà domate, beatava in un
sorriso senza nome. I moccichini, si scioglievano e si tuffavano nell'aria
opalizzata e le voci estasiavano nel tripudio dell'ammirazione, mendicando un
bacio, chiedendo una carezza, la grazia di sginocchiare, col naso al suolo, la
fronte ai piedi della fata!
Giù, a terra tutti o rancori, o
ire, o maldicenze, il battesimo è risuggellato da un nuovo rigurgito di
tenerezza. I tritoni passano, e la folla, pigiata, commossa, rompe nel delirio
ultimo degli ultimi applausi. Lei, ritta, bianca come marmo carrarese,
attraversa l'emiciclo e scompare, percossa dagli evviva, portando via
coacervati i desideri della moltitudine.
Addio fata — addio poetessa del
secolo XIX. — Tu sei l'apoteosi di tutte le donne.
Il segnale lungo, flebile, agonizza
nelle crepature, nelle pieghe degli arazzi, nei meandri dei festoni, nei
vicoletti delle orecchie, risvegliando le budella intormentite. I gibus,
girandolano alla superficie, come tanti caldai neri caliginosi. Dai palchi,
sbucano pugni morbidi che hanno attraversato il tunnel dei waterproof — delle
pelliccie — l'ultimo chic. Il pubblico, affaccendato, è sulle mosse come
una muta di cani. Sfregandosi, urtandosi, gagnolendo. In cielo comincia il
saturnale — il banchetto della gente che non ha acquistato che i mezzanini del
grande edificio sociale. La famiglia mascherata, scambia gli «ih! ih!» acuti,
che risuonano come schiaffi sull'acqua. Il ventre è il cervello del momento.
L'atrio è ingorgato di materia grassa. Battaglioni di braccia, si protendono sulle
bocche delle guardarobe con un numero. Ciascheduno esige un paletot — un
soprabito — uno scialle. Le moltitudini si schiacciano, si gualciscono. Bisogna
lottare — farsi largo a urtoni — vociare con tutto il fiato che ha lasciato
nelle gole la vittoriosa Emma. Bisogna afferrare il fagotto — portarselo al
disopra di centinaia di teste mobili, come il nuotatore porta all'altra riva i
naufraghi. «Uno alla volta! — Adagio, perdio! lasciatemi passare! Cristo!
Accidenti! Porca madonna!». Si distende tutta la gamma delle bestemmie. Le
ondate, rimbalzano alle uscite ed escono tagliate, dimezzate, per riannodarsi,
confondersi come olio che si rincorra. L'umanità precipita l'umanità. Fuori!
Una fiatata di ossigeno. È la vita.
— Respiro!
I vani delle colonne sono immurati
da curiosi che guardano trasognati le onde dei rasi bianchi e rossi e azzurri e
celesti che le carrozze involano ai loro occhi. Curiosi quei curiosi. Sono lì,
intirizziti nei loro cenci — braccio sotto braccio — spalla contro spalla — che
masticano freddo, per vedere gli altri rimpannucciati, che escono dal torneo
delle gambe e se ne vanno a cenare lautamente. Che ci stanno a fare? Nulla.
Almanaccano. Pensano a quello che non hanno mai veduto neppure al Fossati,
neppure alla Commenda. Si fanno una parvenza di veglione nella testa — e ogni
volta che la musica manda fuori note rumorose, febbricitanti, stonate,
ringalluzziscono. «Chissà come dev'essere bello!». Il porticato rumoreggia. Gli
sportelli si chiudono come un insulto, i cavalli sdrucciolano sul lastricato —
i perduti si chiamano — le ruote sterzano — i cocchieri si affannano: «eh, hop!
eh, hop!». Gli spettatori a ciel sereno, si dilungano in processione, verso
Santa Margherita, dietro ai pedoni in gibus, che sono pressoché tutti gli
intrusi del magno teatro, che attraversano le angustie del défilé
carrozzabile. «El scontrino, sciori, el scontrino». Il qual scontrino, se
riescono ad averlo da qualche spedato, o da qualche sonnacchioso, lo vendono
subito ad un miserabile in frak, lì a balbettare da tre ore per sciupare il
cavourino della colazione o del pranzo. — «El g'ha on mocc? Ch'el me daga on
moccin. — All'inferno! — On mocc, sciori». Di dietro, sugli angoli, alle
imboccature, i mendicanti intuonano il loro peana. «La caritaa, sciori. Quaicoss
per on pover orbinn — per on pover inferma! — Bravi sciori! — on quaicoss per i
poveritt». — All'inferno! Davanti ai pisciatoi, rasente l'entrata al lubbione,
i cicchettisti, i caffettisti e i portugalisti. «Demm fioeu ch'el scalda! E l'è
buient. E l'è buient! — Do navisell per on sold. — Portugalli, portugalli,
sciori! Portugallera, portugalli — cinq ghei l'un, quindes ghei duu. —
Dislenguen in boccaaaa! diavolott de menta — des all'etto. — Avanti, sciori,
che besienn la boccaaa! A che mangià, fioi! Torroni, torroni di Cremona.
Giovinotti e in tutt de Cremonaaa! — E in cott a rost, caldi che buienn! Quel
di cuni, quel di cuni cott in del fornaaa! A che bei figh! Figh! Figh! Chi
voeur i figh!». Qua e là, un formicaio di monelli rimasti fuori dell'uscio per
non averne trovato uno. Nel mezzo del circolo di quelle piante tisicuzze — dove
sorge Leonardo come una montagna di neve nel folto della nebbia gelata, lungo
le panchine gialle, i senzaletti, sdraiati in costa, che piangono di freddo
maledicendo al carnasciale che non li lascia dormire. «Crepee, boia de sciori!
— Morii mai, ona bona voeulta? Almen ghe taccass dent el foeugh! — Bisognaria
dagh nient de senna, bisognaria! — Allora te vedariet se gh'avarissen tanta
voeuja de smorbiascià e ballà. Ei lu, ch'el me daga on mocc de ciccà. —
All'inferno! — Cup...pet! — Giust quij lì. In bon per lor. — Panscia piena noo
la pensa per quella voeuja! — Porca d'ona guerna! — E andaa via i todesch, ma
quischì in peg. T'el disi mi, t'el disi. Sotta ai tognitt, via, se stava mei. —
T'el se domà adess? — Bell fa lor, perché baslotten su la minestra fada. — Ma
non. — Bisognaria fach fa la mort del Prinna. Tocca a la cova di cavai e tirai
attorna finna che ghe n'è on boccon! — On moccin, sciori. — All'inferno! — Gesù
Dio! se nol fudess... Ve mangi a cazzottoni! — Per nun, noo gh'è che i preson.
— Ghemm minga de lett? Vagabondi, plandroni, march! Ih! Ih! — Divertives pur —
nun intanta borlemm. — L'andarà minga semper inscì. — El le diseva anca quell
che menava el rost!».
— Che cosa t'avevo detto?
— Non me ne importa un fico secco. Ma io dico e dirò sempre,
che è una sconvenienza che uomini stimabili...
— Stimabili, non dico di no. Ma pagani, pagani, mio caro.
Chi è di noi che non ha sciupato dell'incenso e dell'oro, per ballerine o
crestaie o donne qualunque?
— A proposito, vieni con noi a cena? Io e Titina andiamo al
Rebecchino. Copriti bene, mio angelo, che fa un freddo...
— Allacciami l'ulster.
— Perché non ti sei messa la rotonda? Dopo il veglione, con
questi arnesucci che fuggono da tutte le parti, c'è da morirne gelati. Vuoi il
mio pelliccione? Io mi sento caldo come una quagliuccia.
— La caritaa, per l'amor di Dio!
— Senti, e se andassimo al Milano, dove va la Emma?
— E i suoi fanatici? Piuttosto al Ghiaccio. Non voglio assistere
all'incoronazione di quella degenerata Messalina. Che ne dici, Titina?
— Non mi parlate di quella donna che detesto. Non so proprio
come gli uomini corrano dietro a una civetta di quella fatta. Si dice
nientemeno che sia stata sul...
— Maldicenza.
— Sarà, ma per me è una vera...
— Basta, basta. Non se ne parli più.
— Che ho da dirti, Giuseppe dell'anima? Il troppo stroppia.
E in questi dì, ne hanno parlato tanto, tanto, che di Ivon ne ho fino al
gorguzzole. E poi, credilo, per quanto mondano, per quanto largo di manica, io
sono uomo di principii — gli unici — i più saldi puntelli dell'edificio
sociale. Guai al popolo che dimentica il sentiero dei nostri padri. Guarda
l'impero romano. Perché cadde? Per una cosa così: la corruzione. L'esempio è
contagioso, credilo!
— Ma che freddo!
— Siamo qui, cara.
— La caritaa, per l'amor di Dio!
— Va all'inferno, pezzente!
— Non si possono fare due passi senza...
Tutte le furie, tutti gli
schiamazzi, tutte le pazzie, le folleggiature, i deliri del cielo e della terra
scatenati, turbinavano nel cancan del dopocena — il compendio delle
satanasserie indescrivibili. Gli uomini a panciotto sbottonato, i capelli
ingarbugliati o incollati dal sudore, le labbra in salivazione, gli sparati
delle camicie sgocciolati di rosso, si sorreggevano con delle piegature
squilibrate. Vedevano fuoco. Le freddure del cominciamento della veglia, le
conoscenze a fior di cappello, le facezie educate la fraseologia pissi pissi —
annegavano nella caldura dell'incommensurato abbraccio. Si volteggiava — si
volteggiava. Taluni, il cravattino sfatto, gli occhi incantati, i guanti
scorpacciati negli sforzi, si sentivano trascinati verso la femmina. A ogni
passo, volevano attaccarsi a un corpo per comprimerselo nell'espansione. «Vuoi
bere? Andiamo a bere. Pago io!». Si buttavano sui carabinieri, sui questurini e
baciavano i loro baffi incatramati. — «Va che ti conosco, luder!». Le maschere,
si sgretolavano, si sguisavano, si macinavano, sotto al calpestio frenetico dei
piedi... escluse quelle che avevano ancora qualcosa da nascondere. Era una
slarvatura quasi generale. Testoline birichinesche, eleganti, leggiadre,
scapigliate, che pompeggiavano in mezzo agli splendori delle imperatrici da
bazar — che smagavano i cavalieri onesti e timidi. Borsette sotto gli occhi,
guance lentiggiate o saccheggiate dalla sifilide, pomellature ossee,
rientrature spaventevoli. «Bevi, birba! È sciampagnino». Di sopra,
s'incanagliva. Digerivano saltando, palpando e sboccando: «Sonee, sonee!» —
«Voj, gambonna!» — «Ciappenn on alter, voj». I frakcchisti, cellularizzati
nella seta colla mandria che dispiegazzava voglie animalesche, — allungavano
giù dai parapetti, bicchieri colmi ai plateisti — votandoli metà sulle loro
teste. «Ih, chicchina!». Dei pugni, degli urti, un ammutinamento. «Che cos'è,
che cos'è?». Due donne che si strappano i capelli. La moglie del bombardista,
colla signorina di via Chiaravalle. «Ciao! ciaooo!». La mazurka ravvolgeva,
trasportava, elettrizzava, sfigurava. Corpi che si sfiancavano, che perdevano
l'imbottitura; salsiccie di capelli portate dal turbine, polpacci smarriti —
saliere alle spalle magre — tutto si disvelava. I palchi di prima e seconda
fila, erano diventati una vera esposizione mammellaria. Dappertutto, ansavano
poppe crivellate dalla luce. I domino, le mascherine misteriose, quelle che
fecondano la ramificazione delle corna sulla testa dei Menelai, incominciavano
a perdere il cappuccio. «To', la moglie di Occari. La conosco per le orecchie.
Povero cucù!». Le latrine lavoravano, ricordando le abitudini delle case di
pena. «Animali!». Una bellezza di zinco, colle medagliacce sulla fronte e alle
braccia, votava una bottiglia di barbera sulla folla. Il prefetto e due
consiglieri, sono stati inaffiati. «Evviva! evvivaaa!». Le adipose, dai loro
palchetti — brille, tettavano la cigaretta. Il fumo, il gaz, tutto quel popolo
in traspirazione, hanno annebbiato l'ambiente. Dondoleggia una nuvolaglia nel
vuoto. Nuovo tafferuglio. «Che cos'avviene?». La Lattughitista sviene. — Ma che
le salta di venire gravida al veglione? — Gravida? — Gravida. «Sonee, sonee!».
Molte coppie se ne vanno — altre entrano. Sono quelle della «scòpola» — il ragût
degli altri teatri. Si capiscono dalle acconciature avvizzite, dai guanti
rinfrescati e lividi alle dita, dalle cravatte bianche di parcalle, dalle rose
curvate come vittime sulla bottoniera — dai gibus comperati dalla terza
generazione — dai fraks rifiutati dai camerieri. Si confondono tutti nel
bailamme e rimpinzano il carnaio. «Sonee, sonee!» — «Ciao, Paolina! Ciao». I palchi
abbandonati, sono invasi dall'accozzaglia mascherata. Essa vi si adagia, vi si
sprofonda, vi si contorce e vi assapora in largo e in lungo la morbidezza del
luogo ancora tutto profumato d'essenze acute. Avviene una specie di saccheggio.
Tracannano i bicchieri lasciati a mezzo e vuotano le bottiglie abbandonate,
mangiando gli ultimi bocconi di pasticcio Strasburgo. È la conquista
dell'ultima ora. «Allee fioeuj!» — «Il galoppo, il galoppo!». I battimani
rumoreggiano fino al cielo — la gioia scoppia brutale, bestiale. La tormenta
incomincia. È l'ultima marcia forzata — l'ultima precipitazione — l'ultima
febbre. Una coppia dietro l'altra, come portate dal vento. «Ah! ih! Chicchina!
— Ciao Luisina! — Ciao! Brrr!». È il terremoto sotto le scarpe, la danza più accanita
— il vortice più impetuoso. Le ultime note, diventano asmatiche. Non se ne
distingue più alcuna. La moltitudine, come girata da una forza motrice, si
perde, si ubbriaca e pirla, pirla incosciente, smemorata, nella bufera
dell'obblio. No, non è ancora finito il carnasciale. Il maestro è sotto la
gragnuola degli applausi. — «L'inno! l'inno! Sonee! sonee! L'inno! l'inno!».
Non c'è che dire. Garibaldi chiude la baldoria. L'inno è il cavastivali, il
rompiginocchie, la gazzarra madre del galoppo.
La brina soffiava gelata. Il
cielo era cupo. L'aria bigia, piombava rifugiandosi nelle spalle. I
baccanalisti — ansanti — pieni delle ultime grida, degli ultimi muggiti, si
sparpagliavano in cerca di caffè aperti. Davanti al Biffi — come al solito — un
centinaio di mendicanti d'ambo i sessi, erano lì a bubbolare e ad aspettare i
crostini rimasti sui tavoli della gente che aveva inghiottita l'orgia. — Una
mascherata, passando, gorgheggiava
Quando lieto il
vin tracanno
Ogni affanno — dorme allor
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