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BIOGRAFIE
ANGELO MARIANI
Nel giugno dell'anno 1873, una
nobile, simpaticissima figura di artista scomparve dal mondo colla morte di
Angelo Mariani. Oltrechè distintissimo suonatore di violino e compositore
elettissimo di pezzi da camera, Angelo Mariani fu a' suoi tempi il più
eccellente direttore d'orchestra, il più sapiente e vigoroso interprete delle
opere italiane e straniere.
Se è lecito dire con gallica frase
che un cantante ed un attore diventano in certa guisa creatori delle
parti che sulla scena rappresentano, a nessuno meglio che ai valenti
concertatori e direttori di spartiti musicali compete il titolo insigne. Non
sono essi che colla loro potenza divinatrice riescono talvolta a completare, a
rinvigorire, a vestire di nuova luce i concetti del genio? Non sono essi i
traduttori e commentatori ispirati, che dalla pagina morta rilevano i più
intimi segreti, i più astrusi intendimenti di un maestro, per trasmetterli alle
ignare moltitudini?
Sotto questo aspetto, Angelo
Mariani meritò, primissimo in Italia, il titolo di creatore. E tale volle
essere chiamato per quella sua maravigliosa potenza di intuizione onde a lui
rivelavansi i caratteri speciali di ciascuna musica, per quella pellegrina
facoltà di assimilarsi lo stile dei singoli compositori e di tradurne le
bellezze, senza distinzioni o predilezioni, col gusto elevato dell'artista di
genio, colla coscienza dell'uomo leale, coll'entusiasmo dell'italiano.
Angelo Mariani nacque a Ravenna il
giorno 11 ottobre 1824. Affidato all'età di 11 anni all'esimio Pietro Casalini
che in quel tempo era professore di violino all'Accademia filarmonica,
perfezionato dippoi nei segreti del difficile istrumento dal professore
Giovanni Nostini, a quindici anni il Mariani dava concerti in Ravenna sua
patria e in altre città delle Romagne, destando da per tutto la maraviglia co'
suoi precoci talenti.
L'ottimo signor conte don Gerolamo
Roberti di Ancona, che allora dimorava a Ravenna presso l'amico suo cardinale
Falconieri, prese a proteggere il giovane concertista, iniziandolo ai segreti
dell'armonia, nella quale era versatissimo. Il Mariani ricordava spesso con
riconoscenza ed affetto le pazienti cure prodigategli da quel dotto
contrappuntista, dal quale egli aveva appreso l'amore ai buoni studi ed alle
severe discipline dell'arte. E con pari benevolenza e rispetto il Mariani
parlava sovente del padre Levrini da Rimini, allievo del famoso padre Mattei di
Bologna, dalle cui lezioni egli trasse il maggior profitto.
A diciannove anni, il Mariani fu
chiamato a dirigere una banda musicale a Sant'Agata Feltria, e quivi si diede a
far degli allievi in ogni genere di istrumenti. A quell'epoca, il giovane
maestro non conosceva che il violino ed il pianoforte; ma pure, nel breve giro
di pochi mesi, egli riuscì a trattare perfettamente la più parte degli
istrumenti da fiato, e fra questi la tromba, il trombone, il bombardino, il
flauto ed il clarino, ch'egli qualche volta si prendeva il diletto di suonare,
con grande meraviglia di chi lo udiva. Quegli studii e quegli esempi
preparavano il grande artista, l'insuperabile direttore di orchestra
predestinato a brillare fra le più elette illustrazioni del teatro italiano. A
dimostrare come l'arte fosse incoraggiata a quei tempi e per quali strettezze
anche il Mariani abbia dovuto passare ne' suoi anni giovanissimi, basterà
avvertire che lo stipendio percepito da lui per la direzione della banda di
Sant'Agata era di lire 50 mensili.
Recatosi a Macerata nel 1843 per
suonare la prima viola al teatro dell'opera, quivi, nel corso della stagione,
fece eseguire due sinfonie ed un grande concerto a tutta orchestra obbligato a
sei istrumenti; delle quali composizioni, che ottennero il massimo effetto, si
parla con molta lode in un articolo pubblicato allora dal Messaggere
Bolognese, dove sono ricordate altre composizioni dello stesso Mariani, già
eseguite precedentemente a Ravenna.
Nessun paese è più reazionario
dell'Italia, sotto l'aspetto dell'opposizione che qui incontrano i giovani
talenti - Non si ha fede nei giovani - non si ammette l'intelligenza, se questa
non abbia acquistato autorità dai capelli canuti e dalle rughe del volto. Non
si vuol tener conto di questa verità fisiologica, che il giovine di vent'anni
entra nel mondo colle idee nuove della sua epoca, informato di tutti quei
progressi che gli adulti non sono più in grado di assimilarsi, dacchè il loro
spirito si è in certo modo ossidato nei pregiudizi di altri tempi. Non è qui il
luogo dove ci sia permesso di sviluppare ampiamente questo tema, e di mostrare
i danni che derivano all'Italia da questa sua eccessiva venerazione per gli
uomini del passato, da questa diffidenza gelosa dei giovani ingegni.
Anche il Mariani ebbe a lottare per
alcun tempo contro tale pregiudizio;
senza di che, all'età di 17 anni, egli avrebbe preso il posto di direttore in
una delle principali orchestre dell'Italia, e tosto il di lui nome sarebbe
stato inscritto fra quelli dei più valenti.
Pel Mariani la lotta non fu però
così lunga e crudele come per la più parte dei giovani. Il di lui talento imponeva
simpatia e rispetto anche ai più anziani maestri; le gelosie e le cabale dei
mediocri non ebbero forza di contrastargli lungamente il posto meritato.
Il celebre baritono Tamburini avea
istituito in Faenza, sua patria, una Società Filarmonica, dove tosto si era
adunata una eletta schiera di giovani intelligenti e volonterosi per
addestrarsi agli esercizi della musica istrumentale. Il posto di maestro e
direttore di quella giovane orchestra venne affidato al Mariani, il quale diede
allora tali saggi di intelligenza e di coltura musicale, da ottenere le
testimonianze più lusinghiere di stima dai suoi giovani alunni. Fu in Faenza,
in mezzo alle cure della nuova Società Filarmonica, che il giovane maestro diè
vita a non poche composizioni, per le quali fu sommamente lodato anche dai più
illustri cultori dell'arte.
Ecco una lettera molto lusinghiera,
che il Rossini dirigeva in quell'epoca al Mariani:
«Pregiatissimo sig. Mariani,
«Ho fatto far copia della di lei Sinfonia
in sol minore per eseguirla nei prossimi esercizi od accademie di questo
liceo.
«Il suo lavoro è rimarchevole
considerandolo specialmente come lavoro
di un esordiente. Bello è il piano,
logica la condotta e felicissimi i
pensieri. Di questa sua bella composizione voglia aggradire i rallegramenti di
chi si pregia di dirsi
«Suo devotissimo servo
GIOVACCHINO
ROSSINI»
«Bologna, il 16 agosto 1844.»
Incoraggiato dalla ammirazione
pubblica e dalle felicitazioni dei più insigni maestri dell'arte, il Mariani
lasciò presto il suo impiego di direttore d'orchestra della Società Filarmonica
di Faenza, e trasferitosi a Bologna, quivi d'altro non volle occuparsi per
alcun tempo che dello studio dei classici. Rossini lo colmava di gentilezze, lo
incoraggiava coi più lieti pronostici - il vecchio maestro Marchesi gli dava
lezioni di perfezionamento nella difficile scienza delle armonie.
Nell'autunno e carnevale del
1844-45, chiamato a Messina per concertare le opere e dirigere l'orchestra di
quel teatro, Mariani dovette cedere alla forza del pregiudizio, in quanto i
così detti professori di quell'orchestra protestassero accanitamente di non
voler suonare sotto la direzione di un ragazzo forestiero. - A
quell'epoca, un artista nato a Ravenna, nel cuor dell'Italia, era un forestiero
pei signori professori del teatro di Messina!
Ma l'Accademia filarmonica
non permise che il Mariani si partisse da quella città col rammarico di uno
sfregio immeritato. Per riparare al gravissimo torto di pochi professori
mestieranti, quella Società di eletti musicisti invitò il giovane maestro a
dirigere parecchi concerti, dove non poche composizioni di lui vennero eseguite
con grande successo. Il principe De-Liguori, intendente generale di quella
provincia, commise al Mariani di scrivere diverse marcie e pezzi da concerto
per la banda del reale Orfanotrofio, e i nuovi lavori ottennero tal voga, che
più tardi i medesimi avversarii del giovane artista dovettero rendergli
giustizia e riconoscere i propri torti.
Nell'anno 1845, il Mariani si recò
due volte a Napoli, dove strinse relazione coll'illustre Mercadante, dal quale
ebbe conforti e consigli. In quella occasione scrisse parecchi componimenti
vocali, che vennero appunto eseguiti nella sala del celebre maestro, con molto
aggradimento dei pochi ma eletti uditori. In questo genere di composizioni da
camera, il Mariani doveva più tardi elevarsi a tale altezza da rivaleggiare coi
più famosi, e vincerli spesso.
Nel maggio del 1846 venne a Milano,
e qui cominciò pel Mariani la vera, la grande carriera del maestro
concertatore: qui il di lui nome acquistò quella voga di popolarità che decide
le sorti di un artista. A quell'epoca il pubblico delirava per Verdi. Quella
che oggi vien chiamata, quasi con dispregio, la prima maniera del più
drammatico, del più popolare, del più affascinante dei moderni compositori,
fanatizzava in allora le masse del pubblico italiano per la insolita gagliardia
dei concetti e dei modi. Nel 1846, la musica di Verdi presagiva la rivoluzione
del 1848 - era musica febbrile, convulsa, esuberante; in essa era tutta l'agitazione
di un popolo, era tutta una Italia impaziente di giogo straniero e anelante
alla pugna. I critici slombati e pedanti, i quali nelle opere dell'artista non
veggono che la forma, ed altra perfezione. non riconoscono se non quella che è
il prodotto del calcolo, della pazienza, della imitazione, sono nel loro pieno
diritto di inneggiare enfaticamente alle ultime produzioni del Verdi al solo
scopo di riprovare le prime e di gettarle tutte in fascio alle fiamme1.
No! noi non saremo così ingrati verso l'illustre maestro, da obliare le grandi
e nobili scosse che egli ha prodotto in noi colle sue prime musiche; non ci
accuseremo di cretinismo per avere nella nostra giovinezza, preso parte a
questo delirio di tutta Italia, pel quale, alle prime rappresentazioni del Nabuco,
dei Lombardi, dell'Ernani, gli spettatori balzavano dalle
seggiole ed acclamavano al maestro come le turbe acclamano ai profeti. Non è
esagerazione ciò che scriviamo. La prima musica del Verdi ha suscitato
entusiasmi quali la storia del teatro non ricorda più solenni e più universali.
Il pubblico, non diremo d'Italia, ma del mondo, non aspettò il Macbeth,
nè il Ballo in Maschera, nè il Don Carlo, per riconoscere il
genio di Verdi. Il genio di Verdi era tutto là, nel Nabuco, nell'Ernani,
in quelle prime musiche esuberanti, dove prorompeva tutta intiera, nella sua
giovanile schiettezza, l'indole appassionata e gagliarda del grande maestro.
Mariani si presentò come direttore
di orchestra al teatro Re, dova si eseguivano i Due Foscari dalla
signora Angiolina Bosio,2 dal baritono Corsi e dal tenore Volpini, tre
artisti allora esordienti che poi divennero famosi. L'appaltatore teatrale
Angelo Boracchi, che allora teneva al suo stipendio quell'esercito di giovani
cantanti, da cui uscirono la Bosio, la De-la-Grange, il Fraschini, il Ferri, il
De Bassini, il Corsi ed altri celebri, riconobbe il talento del Mariani e tosto
lo scritturò per l'autunno al teatro Carcano, ove dovevano prodursi grandiosi
spettacoli. E fu in quella stagione che il giovane direttore di orchestra si
fece anche ammirare come violinista, suonando con nuova squisitezza l'a solo
dei Lombardi, di cui ogni sera il pubblico entusiasta chiedeva la
replica. Quei saggi promettevano un grande suonatore da concerto; se non che,
l'amore delle grandi esecuzioni complesse fece trascurare al Mariani
l'esercizio dello istrumento di Tartini, e per tal modo il direttore di
orchestra ed il compositore assorbirono più tardi il violinista.
Nella primavera del 1847, il nome
di Mariani era celebre. Le sue prime composizioni per canto, fra le quali
vuolsi ricordare il Giovane accatone, pubblicata dal Ricordi, si
ripetevano ammirate da tutti i dilettanti di Milano.
In quell'anno, per cura
dell'intelligente ed audacissimo Boracchi3 il Carcano venne riaperto
con spettacolo d'opera, e il Mariani richiamato a dirigere l'orchestra. Fu una
stagione memorabile, pel numero e la valentia degli artisti scritturati, per la
varietà delle opere, per lo splendore inusato della messa in scena, per la
singolarità degli aneddoti che in quella ricorrenza si produssero, pei
tumultuosi entusiasmi del pubblico, forieri di rivoluzione. Si era aperta la
stagione coll'opera Giovanna d'Arco, eseguita da una Ranzi, dal tenore
Volpini e dall'autore della presente biografia, che, in allora ignaro affatto
di ogni disciplina musicale, cantava da baritono4. Nè in appresso, nè
mai, al teatro Carcano suonarono più clamorose ovazioni. Il celebre tenore
Moriani5, attore e cantante insuperabile, si produceva nel Rolla
del Ricci e veniva acclamato il Modena del canto. Uranio Fontana, che divenne
più tardi, a Parigi, maestro di canto all'Accademia Imperiale ed al
Conservatorio, faceva eseguire la sua nuova opera i Baccanti, scritta
sullo stile di Verdi, su quello stile tanto criticato in allora dalla massa dei
maestri impotenti, nondimeno imitato da tutti. La messa in scena di quell'opera
del Fontana diede luogo ad un curioso episodio, del quale l'autore di questo
scritto può dire con Cicerone: pars magna fui. Non dispiaccia ai nostri
lettori di veder qui riferito un frammento di storia teatrale, che riflette
vivamente le condizioni dell'epoca.
Le prove dei Baccanti
procedevano affrettate e scompigliatissime. I cantanti principali non erano ben
sicuri delle loro parti; la prima donna, per certe sue antipatie verso l'autore
dell'opera, poneva la miglior volontà del mondo acciò tutto camminasse alla
peggio; i cori e l'orchestra non aveano fatto prove sufficienti. In ogni modo,
stringendo il tempo e volgendo al termine la stagione, lo spartito doveva andar
in scena. Quando il maestro e gli artisti meno se lo aspettavano, furono
invitati alla così detta prova generale. Proteste da parte del Fontana,
resistenza assoluta da parte dell'impresario, minaccie inesorabili da parte
dell'Autorità politica, che da ogni nonnulla vedeva insorgere il temuto spettro
della rivoluzione.
Si dà principio alle prove. I
suonatori, svogliati e insolitamente ribelli all'arco del loro conduttore - i
coristi male imbeccati e peggio diretti - la prima donna raffreddata e
smorfiosa - tutto sembra cospirare contro il povero maestro perchè la sua opera
abbia a riuscire una parodia. Tanto fa, che a metà dell'atto primo, l'ottimo
Fontana, uomo di temperamento nervoso e di carattere oltre ogni dire
irritabile, comincia a dare in ismanie, e da ultimo, fatto fascio delle
partiture e recatesele in braccio, a fuggire protestando.
Non era che il prologo della
commedia. In teatro un tumulto da non dire. Gli artisti e il direttore di
orchestra domandavano la sospensione delle prove; ma l'impresario, pressato e
minacciato dalle Autorità politiche, ad esigere che si tirasse innanzi alla
meglio, dovendosi all'indomani produrre la nuova opera ad ogni costo.
Simile ad un generale di armata che
prevede la mala riuscita di un attacco, ma nullameno sente l'obbligo di
sobordinarsi ad una volontà più potente della sua, il Mariani si leva in piedi,
e si prova, con una arringa commoventissima, ad infiammare l'ardore dei suoi
incruenti soldati.
Le prove vengono riprese; fra il
male ed il bene si giunge alla fine, si spengono i lumi, e ciascuno se ne va
pe' fatti suoi, pronosticando per l'indomani uno di quei fiaschi colossali che
al teatro Carcano, segnatamente a quell'epoca, prendevano le proporzioni di un
tumulto popolare6.
All'indomani, il maestro Fontana,
l'autore della nuova opera, venne di buon mattino a visitarmi. Egli era
profondamente addolorato. Egli mi domandava affannosamente se non vi era modo di
impedire per quella sera la minacciata esecuzione del suo primo spartito
musicale. Vi era qualche cosa di straziante nella sua parola, vi era la
disperazione di un giovane ingegno che protesta come può meglio, che reagisce
colle ultime forze della sua volontà contro la prepotenza della speculazione;
vi era la angoscia di un padre che, a costo di perdere sè medesimo, vuol
salvare ad ogni modo la sua creatura minacciata.
Le smanie del povero maestro mi
commossero siffattamente, ch'io deliberai di venire in suo aiuto, rendendo
impossibile per quella sera la rappresentazione del nuovo spartito.
Scrissi all'impresario una lettera,
nella quale, protestando contro l'indegnità che egli stava per commettere, lo
invitava a ritirare gli annunzi dei Baccanti, avvertendolo che io, per
quella sera ed altre successive, mi sarei reso irreperibile, fino a quando la
esecuzione della nuova opera non fosse migliorata da ulteriori concerti.
Inviata quella lettera
all'impresario, io mi rifugiai nella casa di un amico, e quivi stetti ad
attendere i fati.
Trattandosi di spartito affatto nuovo, non era possibile trovare
un baritono che mi supplisse per quella sera. Nullameno, la cocciutaggine degli
agenti di polizia tenne fermo nell'imporre all'impresario che lo spettacolo non
venisse mutato. Il conte Bolza7 era onnipotente a quell'epoca. Ma
questa volta egli aveva a lottare contro un cervello balzano, che non
riconosceva nè avea mai riconosciuto il potere di alcuna autorità costituita.
Furono spedite delle spie in ogni caffè, in ogni trattoria della città; furono,
perfino, nella supposizione che io mi fossi recato a Pavia, inviati dei
gendarmi a cavallo su quello stradale, per arrestare il fuggiasco baritono. La
polizia consumò la giornata in codeste strategie, e contando pur sempre di
raggiungere il suo intento, lasciò che la folla, avida del nuovo spettacolo,
invadesse il teatro.
E quella folla era davvero
imponente. Alcuni amici, avvertiti in segreto che la rappresentazione
non avrebbe potuto effettuarsi per l'assenza ostinata del baritono, erano
accorsi in teatro onde favorire il tumulto.
Frattanto, sul palco scenico gli
artisti si abbigliavano da Baccanti; e il conte Bolza, vero rappresentante
della cocciutaggine tedesca, attendeva nel camerino del teatro che i suoi emissarii
gli conducessero innanzi il baritono ammanettato.
Ma venne il momento in cui non
erano più lecite le illusioni. Il teatro echeggiava di grida, di fischi e
d'altri rumori più riottosi. Il buttafuori, apparso finalmente al
proscenio, più pallido e più balbuziente che mai, dopo aver letto al pubblico
la lettera che quella mattina io aveva scritta all'impresario, annunziò che la
promessa rappresentazione dei Baccanti non poteva altrimenti aver luogo.
Il turbine non si descrive. E fu un turbine da far crollare le pareti.
Per la prima volta, in Milano, fu
gridato: abbasso la polizia! abbasso Bolza! morte all'Austria! - Il vulcano
latente della rivoluzione cominciava a sprigionarsi.
Si adunarono di fretta altri
artisti per sostituire il Nabucco al nuovo spartito del Fontana.
Mariani, sovreccitato da quella straordinaria effervescenza di pubblico, si
levò in piedi per dare il segnale dell'attacco. - Quella grande e vigorosa
sinfonia, che era stata alla Scala, pochi anni addietro, la rivelazione di un
nuovo genio musicale, rispondeva siffattamente alle febbrili agitazioni del
momento, da somigliare ad un grido d'allarmi lanciato nella folla. - Gli
spettatori salirono sulle panche sventolando i fazzoletti; tutti i pezzi più
concitati dell'opera, quali le due arie del profeta, i due finali concertati e
il corale dell'ultimo atto, si dovettero ripetere fra i clamori entusiastici
del pubblico. - Alla fine della serata, il conte Bolza fece chiamare il Mariani
nel camerino del teatro, e apostrofandolo vivamente, lo minacciò dell'arresto
personale per aver dato alla musica del Verdi una espressione troppo
evidentemente rivoltosa ed ostile all'imperiale governo. - Il Mariani mi ha
più volte ricordato questo aneddoto, accompagnandolo di un sorriso di
compiacenza. Il conte Bolza, nella sua poliziottesca ingenuità, era stato uno
dei primi a riconoscere il lato più saliente e più caratteristico di
quell'ingegno predestinato. - E i Baccanti? domanderà qualche lettore
curioso. - Io me la cavai con poche ore d'arresto nelle prigioni di Santa
Margherita, e il Mariani frattanto ebbe agio di concertare la nuova opera fino
a piena soddisfazione dell'autore, e ad ottenere una esecuzione che valse un
trionfo al Fontana ed a tutti8.
Angelo Mariani fu per avventura il
primo in Italia che, accoppiando l'ufficio di maestro concertatore a quello di
direttore d'orchestra, insegnasse coll'esempio il miglior mezzo per ottenere
nelle grandi esecuzioni musicali una vera unità di concetto. Chiamato a Vicenza
nel 1847 per dirigere le opere a quel teatro Eritennio, egli ebbe quivi
occasione di rivelarsi completamente. A festeggiare il nono Congresso degli
scienziati italiani si pensò di riprodurre sulle scene dell'antico teatro
Olimpico l'Edipo di Sofocle. A concertare e dirigere i cori espressamente
musicati dall'illustre Pacini fu prescelto il Mariani, il quale finalmente potè
capitanare un esercito di oltre cinquecento musicisti e spiegare tutta la possa
del suo talento dinanzi a un pubblico numerosissimo e composto delle più elette
intelligenze italiane e straniere. Gustavo Modena, il grande attore, prendeva
parte a quella rappresentazione. Fu un successo inaudito, e le ovazioni toccate
all'energico direttore della musica non furono da meno di quelle che largamente
vennero raccolte dal tragico illustre e dal celebre autore della Saffo.
- Dopo quella rappresentazione, il Mariani uscì dal teatro Olimpico colla
aureola della celebrità sulla fronte, e nessuno, fino all'ultimo della sua
carriera, ebbe mai a contendergli il primato.
In sul principiare del novembre
1847, il nostro ammirabile artista fu chiamato a Copenaghen per dirigere gli
spettacoli al teatro di corte. Quivi egli scrisse non poche composizioni da
camera, ed una Messa da Requiem in suffragio di re Cristiano VIII, che venne
eseguita nella chiesa cattolica di Copenaghen il 5 gennaio 1848, e ripetuta, il
venerdì santo dello stesso anno, in occasione di un concerto sacro dato a
benefizio dei feriti nella guerra pei Ducati dello Schleswig-Holstein. Le
onorificenze ottenute e le laute profferte della Corte non valsero a trattenere
il Mariani a Copenaghen dacchè l'eco della rivoluzione italiana ebbe scosso le
sue fibre di patriota e di artista. Egli corse a Milano per arruolarsi nelle
file dei volontari, e dopo aver preso parte infino all'ultimo alla lotta
nazionale, sconfortato dalla dolorosa catastrofe, accettò un contratto per
Costantinopoli, e partì alla volta di quella città.
Un Inno di omaggio al
sultano Abdull-Medijd ed altri pezzi vocali e istrumentali, tra cui una notevolissima
Cantata, La fidanzata del guerriero, compose il Mariani a
Costantinopoli. Di questi pezzi, editi dal Ricordi, ed accolti assai
favorevolmente dal pubblico, si fa menzione analitica nella Gazzetta
Musicale dell'anno 1850.
Dopo altre peregrinazioni
artistiche, mai sempre accompagnate dei più felici successi, il Mariani, nel
1852, venne dal municipio di Genova definitivamente nominato al posto di
maestro concertatore e direttore di orchestra al teatro Carlo Felice; posto che
l'egregio artista occupò fino all'ultimo, con quanto lustro di quel teatro
tutti sanno. Dopo tale avvenimento, l'orchestra del Carlo Felice, se non per
numero e valentia individuale di professori, potè chiamarsi la prima d'Italia
per quella fusione di elementi, per quella sintesi perfetta, da cui si creano
le grandi esecuzioni e gli irresistibili successi. Affezionato alla città dei
Dogi per le cordiali simpatie ivi conquistate, pel consorzio di una popolazione
vivace ed intelligente, per le dolcezze del clima, per gli incantevoli spettacoli
del mare, egli abitava negli ultimi anni il piano superiore del grandioso
palazzo eletto dal Verdi a sua dimora. Quivi, nella stagione invernale, il
grande Maestro compositore rivelava al possente suo interprete i più riposti
intendimenti delle sue musiche; di là partivano le faville che, trasmesse agli
artisti, alle orchestre ed alle masse corali, elettrizzavano i pubblici di
Genova, di Bologna, di Vicenza, di Sinigaglia e di Reggio nelle solenni
esecuzioni del Don Carlo, del Ballo in Maschera e dei Vespri
Siciliani.
Perocchè, nelle vacanze del teatro
Carlo Felice, Mariani non istette mai inoperoso. Le città più cospicue d'Italia
facevano a gara nel valersi de' suoi talenti, e il di lui intervento nella
direzione di uno spettacolo voleva dire solennità artistica, avvenimento di
interesse mondiale.
Nelle tappe gloriose dell'illustre
concertatore e direttore d'orchestra, furono ammirabili le prime
rappresentazioni del Ballo in Maschera, dell'Africana, del Don
Carlo, del Profeta e del Lohengrin.
Nessuna di queste opere ebbe mai in
altro teatro d'Italia una sì completa e splendida interpretazione, come al
Comunale di Bologna per opera principalissima del Mariani. I Bolognesi amavano
questo artista fino al delirio. Le prime donne, le celebri danzatrici del
teatro Comunale erano gelose de' suoi successi. Gli enfatici telegrammi, che da
Bologna si diramavano alle cento città d'Italia, non parlavano che di lui. - In
quelle grandi vittorie dell'arte il nome del generale in capo ecclissava la
fama e il valore dei combattenti. E frattanto alle ovazioni del pubblico si
aggiungevano le congratulazioni e i ringraziamenti degli insigni maestri.
Meyeerber, dopo una audizione del Profeta, gli scrive per affermargli
che la esecuzione italiana ha posto in rilievo delle bellezze non prima
avvertite; Wagner sembra smettere per un istante i suoi corrucci contro
l'Italia, per stringere la mano al suo interprete affascinante; Verdi non
scrive lettere, non spedisce telegrammi; ma apprezzando quant'altri il talento
dell'amico, gli prepara una festosa e cordiale accoglienza e una franca parola
di encomio pel primo incontro.
Nel 1861, al Carlo Felice di Genova
si produsse per la prima volta la famosa opera di Herold, lo Zampa,
nuovamente tradotta in lingua italiana, e il Mariani, con talento e sapere,
completò lo spartito di non pochi recitativi e dialoghi a grande orchestra.
L'esito dello Zampa fu tanto solenne, che la medesima opera si dovette
riprodurre alla primavera successiva, e più tardi, a Madrid, sollevò il più
grande entusiasmo.
Fra le composizioni notevoli del
Mariani voglionsi ricordare: la Trascrizione del Ballo in Maschera,
la Cantata pel matrimonio della principessa Pia di Savoia col re di
Portogallo, eseguitasi, la sera del 28 settembre 1862, al Carlo Felice, alla presenza
degli augusti sposi e di tutta la famiglia reale. È voce che quella
composizione venisse dal Mariani improvvisata in meno di due giorni.
Nel 1864, la città di Pesaro
inaugurava con pompa un monumento a Rossini. Saverio Mercadante aveva, per
quella solenne circostanza, composto un inno grandioso dove opportunamente si
intrecciavano i più stupendi pensieri melodici del Pesarese. Il concerto e la
direzione di quella festa musicale vennero affidati al Mariani, e il successo
fu così splendido e solenne, che Rossini, Mercadante ed altri illustri gliene
resero grazie con ogni maniera di onorevoli testimonianze. Rossini gli inviava
un ritratto colla dedica umoristica in dialetto romagnolo: Offert a qù lù
dei bei neez e d'la plezza culour dei cutaroni, a Anglet Mariani ex canonich
d'la piazza e vece Rossini.
La lettera che il Mercadante
diresse al Mariani in quella occasione merita di essere riferita:
«Maestro carissimo,
«Per le relazioni di tutti gli
artisti amici miei, convenuti a Pesaro dalle diverse città d'Italia onde
assistere alle feste ad onore dell'immortale Rossini, seppi come foste con
intelligenza e giustizia unanimamente proclamato il Gran Direttore di orchestre
vocali e istrumentali, e ciò per le profonde cognizioni dell'arte stessa, come
per lo distinto ingegno educato alle discipline del buon gusto e del vero. In
quanto a me, tale giudizio non mi giungea nuovo, poichè fino dai primi momenti
che mi ebbi il bene della vostra interessante conoscenza, fui convinto che
avreste fatto voli nel nostro difficile arringo, e previdi che sareste presto
giunto al distintissimo grado in cui il mondo colto meritamente vi ha
collocato. Per sì fatto convincimento e per le morali qualità che tanto vi
distinguono, mi ritenni dal farvi particolari raccomandazioni per la migliore
esecuzione del mio Inno, certo del vostro zelo e tutto fiducia nella sentita
amicizia che da sì lungo tempo ci lega. In ogni caso, avrei attribuito alla
debolezza della composizione il mancamento di effetto. Mi è quindi impossibile
potervi esprimere i sentimenti di mia riconoscenza, poichè avete così
immensamente contribuito al felice successo di quella composizione, complicata
non poco nelle sue diverse parti! Non dubito però che nel vostro squisito
sentire comprenderete da quanta gioia e commozione il mio cuore sia stato preso
nel ricevere la lieta nuova, ed in ispecial modo dal contenuto della vostra
cortesissima ed affettuosa lettera sul proposito direttami. Vogliate pertanto
estendere questi miei sensi ai componenti le numerose e scelte intelligenze
musicali che sì religiosamente s'inspirarono in voi. Ciò posto, fareste cosa
gratissima all'animo mio se, per mezzo di accreditato giornale, fossero a
ciascuno fatti gradire i miei debiti ringraziamenti; preghiera questa che pure
ho fatto al nostro comune amico Liverani.
«Se avete gridato il mio nome,
permettete che alla mia volta io a piena voce gridi «Viva Mariani!!» e ciò con
accompagnamento di coro composto della mia commossa famiglia, degli amici e
dell'intero musicale Collegio, al quale fu letta la vostra lettera, accolta con
generale entusiasmo; e quei cari giovanetti erano visibilmente commossi, non
solo dalle parole a mio riguardo adoperate, ma bene anche per la tanta vostra
gentilezza verso i loro amati ed estimati maestri ed alunni compagni di studio,
che li hanno rappresentati in sì memoranda circostanza.
«Conservatemi sempre la vostra
preziosa amicizia ricordatevi qualche volta di me, che tanto vi stimo, e
credetemi per la vita.
«Vostro
affezionatissimo
S. Mercadante.»
Dopo quel memorabile festival,
Mariani ricevette il diploma di Cittadino Pesarese.
Tutti i particolari fino a qui
riferiti dimostrano con quanta rapidità un artista dotato di eccezionale
talento e animato dal vero amore dell'arte possa toccare a meta elevatissima.
Mariani all'età di quarant'anni era giunto a quello stadio della carriera dove
ogni lotta viene a cessare, dove all'ingegno riconosciuto, alla fama
solidamente stabilita non si presentano che nuovi allori da cogliere. Bologna e
Venezia furono l'ultimo campo de' suoi trionfi. - Wagner deve al Mariani gran
parte della buona accoglienza che i Bolognesi fecero al Lohengrin ed al Tannhauser.
Cultore e amante passionatissimo dell'arte sua, Mariani non faceva differenza
tra maestro e maestro, non ostentava predilezioni, e in presenza del dovere,
dissimulava le individuali antipatie. Rossini e Meyerbeer, Bellini e Verdi,
Donizetti e Wagner, i grandi come i mediocri, i famosi come gli oscuri, gli
antichi come i nuovi imponevano del pari alla sua nobile coscienza di artista.
Dalle sue manifestazioni confidenziali era facile arguire a che tendessero le
sue predilezioni. Italiano nella formosissima regolarità del volto, nel fuoco
degli sguardi, nella vivacità del carattere, nel fervore del sangue, negli
istinti dell'amore e del gusto, si comprende che egli doveva adorare Bellini e
Donizetti, esaltarsi alle immaginose e fervide concezioni del Verdi. -
Musicista profondo, uomo di scienza nel pretto senso della parola, soleva
riporre uno speciale fervore nello studio e nella interpretazioue degli
spartiti venuti d'oltr'alpe. Al suo orgoglio di artista italiano piaceva
trionfare di ciò che in musica si chiama difficile ed astruso. La musica di
Wagner fornì a lui una solenne occasione di far valere tutta la potenza intuitiva
del proprio genio, tutta la estensione del proprio sapere.
Allo scopo di studiare gli autori
stranieri e di affermarsi alle difficili prove, egli intraprese non pochi
viaggi. Le di lui escursioni a Parigi ed a Londra si rinnovavano periodicamente
ogni anno, e in compagnia del Verdi andò espressamente a Parigi nel 1867, per
assistere a parecchie rappresentazioni del Don Carlos, che egli pel
primo doveva presentare all'Italia.
Angelo Mariani, sotto l'aspetto di
compositore, appartiene alla scuola più schiettamente italiana. I suoi canti da
camera ritraggono l'indole di Bellini e la foggia del Gordigiani; le sue
partiture istrumentali, tuttochè elaborate con molto sapere, rivelano l'amore
istintivo di quella aurea semplicità che era proprio dei grandi maestri
antichi. Tutto ciò che vi ha in esse di complicato e di astruso non è che una
stentata concessione alle esigenze di quei pochi innovatori di cattivo gusto
che a forza di vociare sono quasi riusciti a parere moltissimi9.
Angelo Mariani, come abbiamo
accennato, fu bellissimo d'aspetto - nella prima giovinezza, la squisita
regolarità de' suoi lineamenti, il fulgore dell'occhio, le soavi gradazioni
delle tinte davano al suo volto un'aria di gentilezza quasi donnesca. Più
tardi, i tratti si pronunziarono più virilmente, gli sguardi si svolsero con
espressione più severa ma pure simpatica e affascinante. Il di lui aspetto
negli ultimi anni era davvero imponente, e il flusso magnetico che ne usciva
giovava non poco ad accrescergli autorità.
In teatro, dall'alto del suo
sgabello, egli dominava ad un tempo l'orchestra, il palco scenico e la folla
ammirata degli spettatori. Era il nume delle armonie, il Prometeo che sprigiona
la luce.
Severissimo e qualche volta
irritabile nell'esercizio del suo dominio musicale, egli era, nel consorzio
privato, un buono e solazzevole camerata. Parlava con entusiasmo di arte e di
artisti, e nel narrare i molteplici episodii della sua fortunosa carriera
riusciva piacevolissimo e attraente. Giovò a moltissimi, ebbe amici in buon
numero, pochi nemici, pochissimi detrattori.
Salito al primo rango nell'arte
sua, egli non potè mai (e ciò gli fu grande cordoglio) raggiungere il posto da
lui vagheggiato nella prima giovinezza, il posto di direttore al teatro della
Scala. Vi fu un'epoca (credo nel 1865) in cui il suo voto accennò di compiersi,
e già l'eminente musicista muovea per trasferirsi a Milano10, onde
mettervi in scena l'Africana, allorquando la subitanea convalescenza di
un altro maestro poco innanzi gravemente ammalato, gli intercluse per l'ultima
volta la nobile meta.
Le biografie degli artisti da
teatro offrono mai sempre degli episodii piacevoli e bizzarri, i quali,
tuttochè interessanti, disdirebbero in una narrazione che insorge da una
tomba11. Ogni gaia ricordanza si offusca dinanzi a questo pensiero:
«Mariani non è più.»
La città di Genova diede splendida
testimonianza di stima e di affetto all'illustre trapassato. Ravenna volle
possedere la salma dell'amato cittadino; l'arte italiana prese il lutto. Quale
sia per essere l'arte dell'avvenire è assai difficile pronosticarlo12;
ma questo rimarrà sempre con grandi nomi e grandi opere dimostrate, che la
prima metà del corrente secolo segnò per la musica italiana una fase
luminosissima. E gli astri di quell'epoca pur troppo si vanno spegnendo con una
rapidità che sgomenta!
(Lecco - 1875).
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