|
GUSTAVO MODENA
Due sole volte, nella mia prima
giovinezza, mi avvenne di trovarmi a contatto di questo insuperato attore, di
questo indomabile patriota, di questo fiero repubblicano, che col fascino della declamazione, co' suoi
scritti spigliati e sarcastici, colla parola vibrata e potente tradusse sul
palcoscenico e in ogni atto della sua
vita i grandi concetti del Mazzini.
La biografia di Gustavo Modena
figurerebbe degnamente fra quelle degli uomini illustri narrate da Plutarco.
Nell'anno 1842, quando il Modena
venne a Pavia per dare a noi studenti il primo saggio delle sue enfatiche e
vigorose declamazioni, il tragico insigne da pochi anni avea fatto ritorno in Italia
dopo le prove crudeli dell'esilio. Egli veniva a noi preceduto da una fama che
somigliava ad una promessa di gagliarde emozioni e di eventi grandiosi. Nessuno
l'aveva veduto, nessuno l'aveva udito mai, pure il suo nome destava in tutti i
cuori un fremito di entusiasmo. Questo uomo singolare, questo attore ispirato e
potente, che a Londra aveva ruggito i fieri sdegni di Dante, recava a noi la
favilla agitatrice del Mazzini, il concetto e le aspirazioni della Giovine
Italia.
Io mi recai in teatro per assistere
alla sua prima rappresentazione con un'ansia febbrile nel cuore. Gustavo Modena
esordì a Pavia colla Zaira di Voltaire. Egli era un sublime Orosmane.
Bello di volto, alto di statura; la sua voce nasale, che dava suoni terribili
negli impeti dello sdegno, era, nella espressione dell'amore, soavissima,
penetrante, suscettibile di inflessioni svariatissime. Nessun attore italiano
ha esercitato mai un fascino sì grande sulle masse. Quanto a me, confesso che
la sola Rachel mi parve, in qualche dramma dell'Hugo, negli Orazii di
Corneille e nella Fedra, degna di misurarsi con quel superbo atleta del
teatro italiano.
Il Modena, nella scelta delle
produzioni, mirava sempre ad un intento politico. Il suo repertorio sulle prime
rimase circoscritto a poche tragedie. La censura, severissima a' quei tempi di
austriaca dominazione, eccedeva di rigore con lui. Gli era vietato di
rappresentare molti drammi consentiti senza scrupolo agli altri capocomici. Si
mutilavano inesorabilmente dalle poche produzioni a lui permesse tutti quei
brani che potevano suscitare, per effetto della sua potente declamazione, degli
entusiasmi pericolosi. Era vano. Recandosi ad udirlo in teatro, quei
rigidi ministri della polizia austriaca stupivano o piuttosto inorridivano di
esser stati troppo indulgenti; una pausa, uno sguardo, un gesto dell'attore
riempiva le lacune del testo mutilato, e talvolta una reticenza più
significante della parola provocava il fremito e le entusiastiche ovazioni
degli spettatori.
In quell'anno, il Modena non diede
a Pavia che sei o sette rappresentazioni. La polizia, inetta a contenere gli
entusiasmi, tremò che avessero a svilupparsi in atti di ribellione. Noi udimmo,
dopo la Zaira, il Saulle, il Luigi XI, i Due Sergenti,
la Clotilde, il Polinice, il Giocatore e la Calunnia.
Bello nella Zaira, come più tardi lo fu il Salvini suo discepolo e
imitatore, commoventissimo nei Due Sergenti, nobile ed arguto nella Calunnia,
straziante nel Giocatore, atrocemente vero nel Luigi XI, è però
d'uopo convenire che in nessun dramma o tragedia ebbe il Modena più largo campo
a rivelarsi come nel Saulle di Alfieri. Gli spettatori, seguendo sulla
scena le movenze di quel biblico Re, udendo la feroce parola di quell'ipocrita
tiranno, comprendevano che l'artista, riproducendo con tanta enfasi di verità
il personaggio, voleva infliggere un'onta a tutti i despoti della terra e
votarli all'esecrazione pubblica. L'attore repubblicano, trascinando sulle
scene il paludamento regale imporporato di sangue, ruggiva l'anatema alle
monarchie e mirava a scuotere i troni. Rimarranno eternamente memorabili in chi
ha udito il Saulle dal Modena, le pause terribili onde egli interrompeva
il verso alfieriano:
Traggasi
a morte.... a cruda morte... e lunga.
Era il tigre che vuol gioire
dell'agonia e abbeverarsi di sangue vivo.
Ricorderemo più innanzi altri punti
drammatici, ove con una parola, con un grido, con un gesto, questo attore di
genio creò effetti nuovi e potenti. In più occasioni noi abbiamo visto gli
spettatori balzare in piedi, salire sulle seggiole sventolando i fazzoletti e i
cappelli, e confondere il loro entusiasmo in un grido che voleva dire: «Ti
abbiamo compreso e a suo tempo agiremo!»
I giovani che oggi respirano
un'atmosfera così diversa da quella in che noi abbiamo vissuto ai nostri primi
anni, qualche volta sorridono all'udirci ricordare con tanta commozione codesti
preludi incruenti del nostro risorgimento politico. Sventuratamente la storia
di quel periodo di preparazione non è ancor scritta come la si dovrebbe, e
pochi si danno la pena di informarsene nei libri ove se ne fa qualche cenno. Se
altrimenti fosse, i sorrisi e i sarcasmi cesserebbero. Si vedrebbe che in
quell'epoca di preparazione accaddero fatti e si consumarono sacrifizî degni di
memoria; e più rettamente apprezzati sarebbero taluni uomini, i cui nomi si
ripetono spesso da chi meno conosce ciò che operarono.
Terminate le rappresentazioni di
Pavia, il Modena doveva recarsi a Milano colla sua compagnia, per dare alcune
recite a quel Teatro Re, ch'egli chiamava il suo pozzo d'oro. Parrà
strano ciò che io narro. Il grande attore, per trasferirsi da Pavia a Milano,
volle servirsi di quella ignobile barcaccia che ad ore fisse solcava il
naviglio trascinata da due squallide cavalle. Caso volle che in quel medesimo
giorno anch'io partissi collo stesso veicolo e avessi occasione, durante il
viaggio, di intrattenermi a colloquio col grande attore. Il Modena era
accompagnato da sua moglie, la signora Giulia, bellissima e coltissima donna
ch'egli aveva conosciuta e quindi sposata a Berna negli anni di esiglio. I due
coniugi occupavano nel barchetto la cabina riservata; un bugigattolo a
poppa, capace appena di ricettare quattro persone. Pare che mirassero a tenersi
segregati dagli altri viaggiatori, onde evitare le noie che la curiosità pubblica
suol infliggere alle persone celebri, segnatamente ai celebri artisti di
teatro. La simpatia pel Modena era in me sì viva, che appena mi accorsi di
averlo a compagno di viaggio, non seppi contenere il desiderio di farmegli
appresso e di esprimergli come meglio sapessi a parole il mio ardente
entusiasmo. Con quella inconsideratezza che è propria dei giovani, d'un salto
varcai la barriera che divideva i due compartimenti; e forse con imperdonabile
avventatezza avrei anche violato la cabina dove il grande attore avea voluto
trincierarsi, se abordando la poppa non mi fossi trovato inaspettatamente in
presenza di lui. Egli se ne stava ritto, sulla porta del bugigattolo, in mesto
atteggiamento. Al vedermi, diede un accenno di sorpresa, aggrottando le ciglia.
La sua nobile e buona fisonomia esprimeva una protesta scevra di corruccio. Ma
il turbamento ch'egli lesse nel mio volto dissipò le nubecole della sua fronte;
e vedendo ch'io voleva parlargli, nè sapeva per la violenta commozione
sciogliere il labbro, egli primo mi volse a fior di labbro la parola, dicendomi
«qui siamo alle strette; i miei grossi bauli non sono abbastanza educati da
farsi in là per dar posto a nuovi viaggiatori.»
- Le domando mille scuse, mi feci a
dirgli timidamente - io non sapeva.... io non credeva....
Ma poi, riprendendo di un tratto la
mia baldanza giovanile «vale a dire, proseguii con intonazione più naturale, io
sapeva benissimo ch'Ella era qui; ma non ho potuto resistere alla voglia di
contemplare da vicino le sembianze di un artista, il quale in teatro mi ha
fatto palpitare tante volte, e fremere, e piangere.
- Eccomi! sclamò l'artista
sorridendo - mi contempli a suo bell'agio. Qui, a vedermi, ad udirmi, non si
paga un quattrino; onde io spero ch'ella vorrà giudicarmi con indulgenza.
Vi era, nell'accento di quelle
parole, un non so che di sarcastico e di melanconico.
Pareva che in luogo di rispondere a
me direttamente, quell'uomo aprisse uno spiraglio al suo cuore per dar sfogo ad
un sentimento di profonda tristezza che lo opprimeva.
Io non riferirò (nè oggi lo potrei
con precisione) tutto che mi fu dato raccogliere da quel nobile cuore di
artista, durante quel tragitto da Pavia a Milano pel quale si impiegavano
cinque ore all'incirca. Dappoi mi fu detto che il Modena, per indole e forse
anche per un'abitudine di diffidenza appresa alle amare lezioni della vita,
fosse ordinariamente, al cospetto di persone sconosciute, molto sobrio di
parole e più spesso fieramente taciturno. Ma io lo aveva colto in buon punto.
Per tutti, anche per i caratteri più alteri e sdegnosi, ci hanno delle ore,
degli istanti, nei quali l'anima deve cedere al bisogno di rivelarsi. Gustavo
Modena usciva da una città, dove la sua anima contristata dall'esiglio avea
dovuto ritemperarsi. Egli avea respirato in un ambiente di giovanili
entusiasmi; la fiducia nell'avvenire della patria era risorta nel suo fervido
cuore.
Mi parlò d'arte e di letteratura;
deplorò l'abiezione dei comici, avviliti dall'indifferenza del pubblico e dagli
incessanti dissesti economici. Lamentò la prevalenza soverchiante dell'opera
musicale, più atta a ramollire gli animi che non ad invigorirli. Degli
scrittori drammatici, scarsi a quell'epoca e indegnamente rimunerati, deplorò
le miserevoli condizioni. Quei lamenti rivelavano una tacita protesta contro
l'Austria e un nobile ma sfiduciato intento di reagire, per quanto da lui si
potesse, contro la prepotenza corrompitrice della straniera signoria. Io
pendeva estatico dal suo labbro. Io sentiva che quella melanconica diceria
sull'arte e sulle condizioni del teatro drammatico non era che una parafrasi
delle sue aspirazioni politiche. Sotto la larva dell'artista insoddisfatto si
indovinava l'apostolo di Mazzini.
Avrei bramato che quel viaggio non
avesse mai fine. Gustavo Modena, esponendomi le deplorevoli condizioni
dell'arte drammatica italiana, mi aveva rivelato tutto il programma delle sue
aspirazioni.
Approdando a Milano io dovetti
separarmi da lui. Mi strinse cordialmente la mano, e mi parve che una favilla
della sua grande anima si comunicasse alla mia. Il suo mesto saluto pareva
dire: «confidiamo che sorgano presto, per l'arte e.... per l'Italia, dei giorni
migliori!
Dall'anno 1842 fino al 1848, il
pensiero e l'azione del grande artista furon volti incessantemente alla
redenzione del teatro drammatico. Egli iniziò il risorgimento; egli creò col
soffio del suo genio una legione di giovani attori; riformò il gusto del
pubblico ponendogli innanzi i più insigni capolavori della letteratura antica e
moderna, e tentò, per quanto gliel consentissero i tempi avversi, di allettare
a scrivere pel teatro i più colti ingegni d'Italia. Educò i comici e gli
spettatori coll'esempio, coll'autorità del nome, col sacrifizio.
In quell'epoca di profonda apatia,
disperante di ogni sussidio, inviso al governo e segretamente osteggiato, il
Modena dovette procedere a gradi. In sulle prime, la compagnia stipendiata da
lui si costituiva di pochi attori, per la più parte mediocri. Il vecchio
Salvini, padre a quel Tommaso che oggi tiene lo scettro fra gli attori
italiani; Augusto Lancetti, caratterista non privo di ingegno ma viziato dal
cattivo metodo allora prevalente; Angela Botteghini, Elisa Mayer, la Adelia
Arrivabene, un Massini, un Bellotti primo attore giovane, formavano il meglio
del drappello. L'Angela Botteghini era buona attrice nella tragedia; l'Adelia
Arrivabene, uscita da patrizia famiglia Mantovana e tratta da irresistibile
vocazione alle scene, rivelava le più elette disposizioni, e già nel Bicchier
d'acqua, nella Calunnia, nella Cabala (Camaraderie),
in tutte le commedie di alta società, riusciva attraente, simpatica, vera.
Gradatamente, la compagnia si venne completando. Ernesto Rossi prese il posto
del Bellotti, e presto conquistò le generali simpatie interpretando con
sentimento e calore la parte di Gionata nel Saulle, e quella di Nemours
nel Luigi XI. I due giovani Salvini, Tommaso ed Alessandro, non ebbero
in sulle prime, nella compagnia diretta dal Modena, accoglienze molto
lusinghiere. Quel Tommaso che oggi ruggisce con tanta efficacia le gelosie di
Orosmane e di Otello, che provoca tante lacrime nella Morte civile, che
in Francia, in Inghilterra, nel Belgio vien proclamato sublime; l'attore
che fa trasalire Victor Hugo e commove di entusiasmo il più gran maestro vivente;
quel Salvini che in sè riassume tutte le facoltà più prestanti dell'attore,
nelle sue prime apparizioni al vecchio teatro Re di Milano si mostrava
sifattamente impacciato e melenso, da provocare, ad ogni sua apparizione, le
risa e le proteste degli spettatori. Gustavo Modena, egli solo intuiva nel suo
giovane allievo le grandi disposizioni che più tardi doveano condurlo a
splendida altezza. Il pubblico, come dissi, rideva e fischiava. L'Adelia
Arrivabene, sempre in via di progresso, sempre affascinante e nobilmente vera
nel rappresentare le duchesse e le contesse dell'alta commedia sociale, si vide
ben presto sorger da lato una degna rivale nella Fanny Sadowschy. Questa
giovane attrice, bruna gli occhi e le chiome come una bella andalusa, prestante
della persona, riccamente dotata di tutti i vezzi della donna, di tutti i
fascini dell'artista, grandeggiò in brevissimo tempo al contatto del Modena e
prese nella compagnia il posto di prima attrice. La Sadowschy emergeva del pari
nella tragedia e nel dramma; era, nel Filippo, una melanconica e fiera
Isabella, nel Sampiero una Vannina ispirata.
Dall'anno 1845 al 1848, alla
compagnia diretta da Gustavo Modena si aggregarono, oltre gli attori già
nominati, il Woller, il Bonazzi, i due giovani fratelli Vestri, quel Majeroni
che dippoi raccolse larga messe di plausi nei primari teatri, un Tommaso
Pompei, un conte Billi di Fano, un Janetti romano, valentissimo nella tragedia.
Il repertorio, circoscritto dapprima a poche tragedie dell'Alfieri e a qualche
dramma dello Scribe, si andò di mano in mano allargando; aliti valentia ed al
numero degli attori corrispose la proprietà caratteristica dei vestiari e il
decoro dell'apparato scenico. Gli applausi incoraggiavano l'artista riformatore
a tentare le più ardite innovazioni; ma quando il Modena, illuso dai primi
successi, invocò dei sussidi onde affermare sovra solide basi il grande
edifizio iniziato da lui, gli Italiani non risposero all'appello. Non solamente
il suo bel programma non trovò sottoscrittori, ma venne accolto con diffidenza
e disprezzo. Ci volle la forte tempra del suo carattere per resistere a quel
disinganno che rivelava l'anemia morale del paese. Gustavo Modena ne fu
profondamente accorato; quella defezione era un'onta per l'Italia; ed egli, il
caldo patriota, dubitò forse per un istante che ogni generoso sentimento fosse
morto nel cuore della nazione.
Non per questo egli si ritrasse
dalla lotta.
Educare il pubblico
all'apprezzamento dei capolavori di ogni tempo, di ogni nazione e di ogni
scuola, non era il cómpito meno arduo che il Modena si fosse prefisso. In
questa lotta da lui intrapresa contro i pregiudizi, e, diciamolo pure, contro
l'ignoranza del pubblico, la vittoria gli arrise sovente, non sempre. Dopo aver
ravvivato sulle scene italiane l'Edipo di Sofocle, e rese accette al
pubblico del teatro Re La morte di Wallenstein dello Schiller e la Lucrezia
del Ponsard, due tragedie che rappresentavano l'ultimo duello fra il
romanticismo conquistatore e il classicismo spodestato, parrà strano che al
Modena non riuscisse di far trionfare l'Otello e di introdurre in Italia
la tragedia Shakesperiana oggidì ben accolta ed ammirata. Potete voi supporre
che all'incomparabile Orosmane della Zaira mancassero i requisiti per
riprodurre stupendamente le angosciate gelosie e i selvaggi furori del
terribile africano? Fatto è che l'Otello, recitato dal Modena al teatro
Re, non piacque; insorsero dalla platea, durante l'unica rappresentazione che
ne fu data, segni di noia nei primi atti, negli ultimi aperte dimostrazioni di
biasimo; si udirono perfino, nei tratti più sublimi della tragedia, delle risa
sguaiate. Chi scrivesse la storia delle enormità perpetrate da quella bestia da
mille teste che chiamasi il pubblico, farebbe un libro curioso e
istruttivo19. Si vedrebbe quanto poco attendibili e meno rispettabili
sieno spesso i verdetti collettivi, e come a torto si dia ad essi tanto peso.
Uno dei punti della tragedia ove il genio di Shakespeare lampeggia più
splendido e potente, non è forse il soliloquio di Otello che precede la
uccisione di Desdemona? Il terribile Moro entra in scena coll'atroce proposito
di immolare la bella e amata donna. Prima di accostarsi a lei, gli viene in
pensiero di spegnere la lampada che rischiara l'alcova; ma riflettendo
all'orribile eccidio che sta per compiere, egli esita un istante - «Se io ti
spengo, o debole fiamma che mi rischiari, potrò raccenderti, ove le tenebre mi
increscano; ma una volta che tu sii estinta, tu meravigliosa opera della
benefica natura, di dove potrò io trarre la celeste scintilla che ti rianimi?»
Così pensa, così parla Otello in quella scena stupenda, angosciato, combattuto
dall'amore, dalla gelosia, dalla sete di vendetta. Orbene, fu a questo punto
del dramma, quando il Modena colla lampada alla mano profferì le parole da noi
citate, che il pubblico proruppe in una risata compassionevole. Dico
compassionevole, perchè quel pubblico non avrebbe potuto ridere più
chiassosamente, se avesse riso della propria imbecillità. Da quel momento, la
rappresentazione dell'Otello si volse in parodia. Gustavo Modena, offeso
dalla riluttanza degli spettatori, non seppe contenersi dal dimostrare il
proprio sdegno. Egli cessò di esser Otello; gettò di mal garbo la lampada, e
dandosi a passeggiare ed a gesticolare come un semplice borghese, dopo avere
con affrettata recitazione esaurita la scena seguente, ordinò che il sipario
venisse calato sulla uccisione di Desdemona.
Quella sera, finita la
rappresentazione, vidi il Modena entrare nel caffè del teatro. Il di lui volto
era meno accigliato che mai. Taluni comici gli si fecero intorno; qualcuno osò
dirgli che l'Otello non era tragedia rappresentabile. Egli taceva; ma
tratto, tratto, girando gli occhi dintorno con una espressione di sarcastica
bonomia, zuffolava sommessamente. Oggi, Tommaso Salvini ed Ernesto Rossi, i due
allievi di quell'insuperabile maestro, i due continuatori di lui, debbono i
loro più gloriosi successi all'Otello ed all'Amleto. La tragedia
Shakesperiana ha ottenuto favore in Italia; e il Coriolano, il Re
Lear, la Giulietta e Romeo, il Machbet, non si chiamano più
mostruosità drammatiche, incompatibili col nostro gusto.
Come avviene a tutti quelli che a
passo celere si slanciano sulla via delle riforme, Gustavo Modena ebbe molto da
lottare contro le abitudini o i pregiudizi del pubblico allorquando cominciò ad
introdurre nella sua compagnia la proprietà e la verità storica dei vestiari,
del mobilio, degli attrezzi, di tutti gli accessori scenici. Sotto questo
aspetto c'era tutto da innovare nelle compagnie italiane. Gli attori erano a
que' tempi troppo scarsamente rimunerati perchè potessero permettersi quel
lusso di abbigliamenti che oggi si ammira negli stipendiati del Bellotti-Bon,
del Morelli, del Pietriboni e di altri capo-comici cavalieri. Indulgente per
abitudine alla povertà dei vestiari e degli addobbi, il pubblico, per
ignoranza, tollerava l'anacronismo. Ora, non vi ha in fatto d'arte tolleranza,
che a lungo andare non guasti i criterî e non pervertisca il gusto della masse.
Quando il Modena impose a' suoi attori la più scrupolosa osservanza del costume,
al vedere nel Cittadino di Gand e in altre produzioni storiche apparire
sulla scena dei personaggi perfettamente ritratti dal figurino dell'epoca, la
maggioranza degli spettatori si impennò; quelle nuove foggie di vestiti e di
acconciature parvero grottesche e inverosimili. Mi sovvengo che ad una
rappresentazione dello Jacquart, in quella commoventissima scena
dell'atto primo, quando la figlia dell'operaio protagonista dà in uno scoppio
di lacrime, si partì dalla platea un tal fragoroso scroscio di risate, che gli
attori si guardarono l'un l'altro per alcun tempo, attoniti, confusi, come ad
interrogarsi di ciò che fosse avvenuto. Era avvenuto che la bella Elisa Mayer,
nell'atteggiarsi a disperato dolore, avea voltate le spalle al pubblico, e
quella voltata di spalle avea posta in evidenza la cortezza di un corsetto così
rigorosamente foggiato al figurino dei tempi da sembrare alla più parte degli
spettatori una mostruosa indecenza. Quell'incidente diede luogo a calorose
polemiche su pei giornali. Fu posta in campo una questione di verismo
rappresentativo. Critici di ingegno e coscienziosi scrissero pro, contra
ed in merito; e il bravo Riccardo Ceroni, amico e grande estimatore del
Modena, svolgendo ampiamente le sue idee su tale argomento, non si peritò di
proferire un verdetto di riprovazione contro il verismo scenico,
concludendo che «il pubblico viene, o dee venire in teatro, a far tesoro di
idee, di sentimenti e di consigli, e non già ad assistere, come una crestaia, a
un corso dimostrativo di costumi, in cui lo scrupolo della esattezza sia spinto
fino all'estremo de' suoi minimi particolari.» Il Ceroni era uomo di
coscienza e scriveva con ischiettezza; ma il Modena non diede ascolto a lui, nè
a quanti altri la pensavano come lui; e tirò innanzi nelle sue riforme, e
ottenne che a poco a poco le altre compagnie drammatiche italiane lo seguissero
nella buona via.
Si è già veduto qual fosse il repertorio
da lui preferito. Fatta eccezione dalle poche tragedie dell'Alfieri, tutto il
resto si componeva di produzioni straniere. Al Modena fu dato rimprovero di
aver imposti al pubblico italiano non pochi drammi di volgarissimo effetto,
quali Il Campanaro di Londra, Il Cenciajuolo di Parigi, La Signora di
Saint-Tropez, ed altri d'ugual conio. Egli mirava ad impressionare
vivamente gli spettatori, ad infuocare le passioni, a produrre negli animi
delle agitazioni tempestose. Questi orribili drammi, riprovati dalla logica e
dal buon gusto, gli prestavano il destro di ruggire qualche tremendo anatema
contro i despoti della terra, di denunziare all'esecrazione pubblica qualche
grande ingiustizia sociale. Per una invettiva, per un grido di rivolta, per un
impeto d'ira sviluppato dalla sua declamazione potente, gli spettatori
tolleravano la inverosimiglianza e applaudivano all'assurdo.
Non dimentichiamo, nel giudicare
questo eccentrico artista, ch'egli mirava innanzi tutto a fare una propaganda
di patriotismo e di democrazia a mezzo delle rappresentazioni sceniche.
Allorquando, nel Giocatore di Ifland, egli gridava le parole: impreco
a voi, pareti, che udiste i miei primi vagiti, ecc., pareva che quella
maledizione, lanciata dal proscenio con tanto impeto di voce, dovesse
echeggiare oltre le mura del teatro quale una minaccia di esterminio a tutti i
despoti della terra.
Non recherà meraviglia se,
ispirandosi ai suoi generosi intenti politici, nel fare appello agli scrittori
italiani perchè gli fornissero delle nuove produzioni, il Modena ponesse per
patto che queste avessero a svolgere dei temi istorici e nazionali. E quali
erano i letterati italiani che a quei tempi scrivessero pel teatro? La censura
austriaca aveva sgomentati anche quei pochi volonterosi che malgrado la
ritrosía dei capocomici ad ammettere le produzioni indigene, malgrado
l'indifferenza ostile del pubblico, malgrado la squallida prospettiva del
nessun compenso, tratto tratto osavano ancora affrontare lo scabroso cimento. -
Coll'Alberto Nota e coll'Augusto Bon agonizzava la commedia nazionale. - A
Paolo Giacometti i primi successi avean dato più amarezze che impulsi a
procedere. Il giovane poeta era già inviso alla polizia, non tanto per ciò che
aveva scritto, come per quello che prometteva di scrivere. - Giacinto Battaglia
si era fatto un bel nome co' suoi drammi storici che arieggiavano le epopee
sceniche dell'Odeon parigino. Ad imitazione di lui, il Rovani, il
Carcano, il Revere ed altri, svolgevano in forma drammatica degli argomenti
patrii, ma quegli ottimi lavori, pregevolissimi sotto l'aspetto letterario,
parevano inadatti alla scena. E tale parve anche il Lorenzino de' Medici,
che rivelando la vigoria e lo splendore di un ingegno non ancora famoso, chiamò
l'attenzione pubblica su Giuseppe Revere, e fece dire anche ai critici più
diffidenti: ecco un giovane che farà risorgere il teatro nazionale! Il Lorenzino
de' Medici, apparso in volume, ebbe un successo inaudito; ma nessun
capocomico osò rappresentarlo, e forse l'autore istesso ne fece divieto. Per
trionfare in teatro non rimaneva a Giuseppe Revere che una lieve fatica, quella
di scrivere un secondo dramma con intendimenti più scenici, temperando le
esuberanze della fantasia con quegli artifizî alquanto convenzionali che gli
attori ed il pubblico esigono inesorabilmente da chi aspira a dilettarlo.
Giuseppe Revere, dietro invito del
Modena, scrisse dunque il Sampiero di Ornano, una epopea drammatica
dalle tinte forti, piena di impeti patriotici. Il tema era storico, luogo
dell'azione la Corsica; Sampiero, il protagonista, un agitatore del popolo, un
forte ribelle che mirava a redimere la patria vessata dal dominio genovese.
Gustavo Modena, sotto le spoglie marinaresche del fiero isolano, fu bello, fu
grande; la Sadowschy, recitando la parte appassionata di Vannina, si elevò
all'altezza di lui; gli altri attori, abbigliati scrupolosamente alla foggia
dei tempi e del luogo, recitarono con perfetto accordo. Le quattro o cinque
rappresentazioni che si diedero del Sampiero al vecchio teatro Re
nell'autunno del 1846, furono altrettanti successi. Il pubblico accorse in
massa e applaudì con entusiasmo.
Incoraggiato dalla buona riuscita
di quel dramma, il celebre attore non esitò a commettere dei nuovi lavori
scenici allo stesso Revere e ad altri scrittori non ancora famosi ma
promettenti, quali il Dall'Ongaro ed il Ceroni. Il primo assunse il non
difficile compito di drammatizzare la pietosa istoria del Fornaretto;
l'altro, credendo aver trovato un tema interessante nelle ammorbate cronache
del Ripamonti e in un libro del Manzoni poco felice ma molto in voga a quei
tempi, portò sulla scena la peste di Milano, i monatti, gli untori e il
supplizio di un buon popolano assassinato dalla superstizione.
Il Fornaretto fu replicato
più sere al teatro Carcano, dove la compagnia del Modena aveva trapiantate le
sue tende d'inverno. La parte del vecchio padre, piena di mestizia e di
piagnistei, non era di quelle che più convenissero al genio tragico del Modena;
ma anche qui l'attore proteiforme ebbe lampi sublimi, e in qualche punto fece
piangere gli spettatori. Il Giacomo Mora del Ceroni non destò il
medesimo interesse. Il pubblico lo ascoltò con diffidenza, quasi con isgomento.
Il lugubre ambiente della peste, gli squallori, gli orrori di quell'epoca
maledetta dai morbi, dalla brutale ignoranza dei volghi e dalla atrocità delle
leggi, tutto concorreva a provocare l'avversione. Tratto tratto, alla prima
rappresentazione del Mora, insorsero dalla platea degli applausi che
parevano espressioni di condoglianza. Gli attori, il Modena compreso, investiti
dal ribrezzo e dal tedio, smarrirono di atto in atto la lena; il dramma cadde,
nè valsero a redimerlo gli sforzi dei molti amici, che il Ceroni, coltissimo
ingegno e gagliardo carattere, contava a Milano. Nè anche le vivaci polemiche
della stampa ottennero di prolungare la vita delle scene ad un lavoro, nel
quale un solo pregio poteva essere ammirato, la corretta robustezza dello
stile.
Esito non pari a quello del Sampiero
ebbe in appresso il Marchese di Bedmar, nuovo dramma del Revere. E
nullameno, questi primi saggi teatrali dati a brevi intervalli da tre
elettissimi ingegni, allietarono l'Italia e infuocarono le illusioni facilmente
infiammabili degli altri capocomici. Allato della giovine truppa capitanata dal
Modena già si andava creando, sotto gli auspici di Giacinto Battaglia e di
Alamanno Morelli20, quella Compagnia Lombarda, alla quale
dovevano poi aggregarsi la Sadowschy, la Botteghini, l'Adelia Arrivabene, il
Lancetti, il Majeroni, il Rossi, i fratelli Vestri, tutto il fiore dei giovani
artisti cresciuti alla scuola del tragico insigne. Fu quella, pel vecchio
teatro Re di Milano, l'epoca luminosa. Noi abbiamo assistito a quella prima
fase del risorgimento drammatico italiano; abbiamo veduto svilupparsi il germe
di quell'albero, che oggi, malgrado le avverse vicissitudini incorse, cresce sì
prospero e vigoroso. È d'uopo convenirne; mentre la musica accenna a decadere;
mentre si va quasi perdendo fra noi anche quell'arte squisita della esecuzione
vocale per cui l'Italia fu chiamata dagli stranieri la terra del canto; il
teatro drammatico fiorisce, e la famiglia dei buoni attori va crescendo di anno
in anno. I nostri celebri tragici Salvini ed Ernesto Rossi, ad esempio
dell'Adelaide Ristori che li precorse ammirata e festeggiata come una Diva,
dopo essersi fatti applaudire a Parigi, a Londra, a Vienna, a Bruxelles, si
apprestano a più lontane peregrinazioni. Gli stranieri, che non hanno più
ragione di estasiarsi pei nostri obesi tenori, prodigano i loro entusiasmi a questi
ammirabili interpreti di Shakespeare, che coll'accento e col fuoco italiano
fanno rivivere Otello ed Amleto sotto aspetti quasi nuovi.
Ma se è vero che l'Italia può oggi
gloriarsi di aver raggiunto nell'arte della rappresentazione drammatica un
altissimo grado, è d'uopo convenire che a quell'avventuroso risveglio prodotto
dall'efficace impulso dato dal Modena a' suoi tempi, tenne dietro,
nell'infausto decennio che precedette la grande e seria riscossa del 1859, una
fase di sosta, o piuttosto di decadimento.
Al primo grido di rivoluzione
insorta dalle terre italiane nel 1848, Gustavo Modena prese commiato dal
pubblico, congedò il suo brillante esercito di attori, volò ad arruolarsi nelle
file dei combattenti; suo teatro divenne il campo di battaglia, sua unica
ambizione fu quella di combattere e dare il sangue per la patria. Nelle schiere
capitanate dal generale Antonini noi lo vedemmo colla divisa dell'umile
gregario bivaccare allegramente sotto le mura di Treviso. La bellissima Giulia,
sua moglie, lo aveva seguito al campo, e una ricca bandiera da lei trapunta
sventolava all'avanguardia di quella colonna di audaci, ai quali non mancò la
gloria di qualche impresa ben riuscita. Pur troppo, quegli eroici episodî si
smarrirono infruttuosamente nel generale disastro; la miseranda catastrofe di
Custoza, che doveva ricondurre gli Austriaci alle porte di Milano, sfrondò gli
allori dei generosi e coprì di oblío le loro gesta.
Il Modena, dopo la restaurazione
dell'Austria, riparò a Lugano. L'amnistia di Radetzky fu muta per lui. Fra i
pochi esclusi figurava il temuto attore, il cui nome era un programma
rivoluzionario, la cui potenza drammatica era un pericolo ed una minaccia. Nel
settembre di quell'anno infausto, approdando una sera a Lugano, io rividi il
Modena mestamente atteggiato sulla spiaggia, cogli occhi vaganti sulle acque,
come chi attende qualche misterioso messaggio. Erano con me quattro o cinque
amici; taluni incappottati alla militaresca, altri acconciati con quello strano
abbigliamento da profughi, che riproduceva con risibile anacronismo i
tipi teatrali del medio evo.
- Che di nuovo laggiù? - domandò
l'attore appena fummo usciti dalla barca.
- Nulla! rispose uno degli amici.
Il Modena fece un atto di stupore,
crollò la testa e si allontanò a lenti passi.
Seppi all'indomani che il dì
innanzi erano partiti da Lugano alla volta dei confini lombardi, da quindici a
venti giovinotti, per tentare uno di quei moti insurrezionali che il fantastico
patriotismo del Mazzini sognava tanto più facili e sicuri quanto meno
verosimili. Tutte le spedizioni organizzate a quell'epoca nel Canton Ticino
abortirono miseramente. Ma il Modena, cuore d'artista, mente poetica, educata
all'idealismo del dramma e infervorata dalle splendide utopie mazziniane; il
Modena credeva, sperava attendeva l'istante a lui segnato per lanciarsi
nuovamente nel campo della azione; e frattanto, declamando al teatro di Lugano
la Divina Commedia di Dante, le liriche del Berchet ed altri frammenti
di poesia repubblicana, sovveniva di denaro le reclute che già si cimentavano
alle inconcludenti guerriglie.
A quell'epoca dal Cantone Ticino
pullulavano gli opuscoli e i libelli politici. L'emigrazione italiana esalava i
suoi fremiti e i suoi anatemi impotenti sotto ogni forma di scritto. La poesia
e il verbiloquio ampolloso abbondarono sempre in Italia, anche nei più gravi
momenti, quando la serietà del pensiero e dell'azione avrebbero tanto giovato.
La politica che può tradursi in strofe rimate è ordinariamente una futile e
nefasta politica. A quell'epoca, anche il nostro attore pubblicò delle brevi
satire in prosa. Mi sovvengo che un suo opuscoletto indirizzato al marchese
d'Azeglio levò qualche rumore. Naturalmente, i repubblicani insediati nel
Cantone Ticino scaricavano sul Piemonte, sul Re Carlo Alberto e i suoi
ministri, la reponsabilità di tutti i disastri accaduti. Dall'altra parte, i
monarchici rimbalzavano le accuse e le invettive. È quello che accade nelle
disfatte.
Dell'opuscolo qui sopra accennato e
di altri scritti del Modena troppo magnificati dagli uomini di partito, dirò
solo che piacevano soprattutto per una certa spigliatezza di forma, assai rara
a' quei tempi fra i polemisti. Il Modena scriveva alla buona, con un gergo
tutto suo proprio, da lui forse appreso tra i così detti figli dell'arte,
coi quali avea tanto vissuto. Lo stile balzano dava rilievo alle arguzie
sarcastiche, temperava l'acredine delle invettive. In sostanza, quegli scritti
non erano che una parafrasi brillante delle utopie e delle ire di un partito.
Si era detto anni sono che le opere
letterarie e politiche del celebre attore sarebbero uscite stampate in volumi
per cura de' suoi amici. Converrebbe averle sott'occhio, e studiarle oggi a
mente riposata, per giudicarle imparzialmente. Ma pare che la promessa edizione
sia rimasta in sospeso per mancanza di fondi, come avvenne del monumento pel
quale era aperta nel 1860 una soscrizione in un giornale repubblicano di gran
nome.
La miseranda spedizione di Val
d'Intelvi, che ebbe per risultato l'incendio di un grosso villaggio e il martirio
di un povero oste, diede l'ultimo crollo alle illusioni dei profughi
battaglieri aggruppati intorno al Mazzini.
Al cominciar dell'inverno i
comitati si sciolsero. L'emigrazione, guardata di mal occhio e osteggiata dagli
orecchioni del Cantone Italiano, si andò assottigliando. I caporioni del
partito repubblicano si dispersero, riparando, quali in Piemonte, quali in
Toscana, dove si preparavano nuove agitazioni.
Di là a pochi mesi, nella primavera
del 1849, Gustavo Modena questuava alla sera nei teatri di Firenze l'obolo per
Venezia, e il giorno con vibrata e mordace eloquenza predicava alla Camera dei
deputati l'insurrezione e la leva in massa. Strani tempi; quando il Guerrazzi,
dittatore, rappresentava nell'assemblea toscana il partito della moderazione, e
doveva, come più tardi il Cavour, portare la taccia di codino.
Mi sovvengo che avendo il Modena un
giorno, con certe sue proposte audacissime di generale armamento, sollevato la Camera
a rumore, il Guerrazzi con un gesto di ironica compassione proferì le parole: «lasciamolo recitare!» Sarcasmo
irriverente e crudele, che non giovò certo a rinforzare l'autorità
dell'illustre letterato livornese, già poco beneviso ai fiorentini e guardato
con diffidenza dagli uomini d'ogni partito.
Ma la dittatura Guerrazzi non durò
molto. Il Granduca rientrò a Firenze di là a pochi mesi; gli alberi di libertà
vennero atterrati, il popolo festeggiò con luminarie e con tridui il ritorno
del babbo; ed ai democratici italiani fu mestieri rifugiarsi a Roma,
dove il Mazzini, inalberata la bandiera repubblicana, prometteva ricostruire
l'Italia sulle basi dei principî più liberali. Gustavo Modena partì dunque per
Roma, e quivi pure il suffragio del popolo gli assegnò uno scranno all'Assemblea
Costituente.
Quell'ultimo, non inglorioso
periodo della rivoluzione italiana si chiuse, come è noto, col trionfo delle
armi francesi e colla restaurazione del governo pontificio. I soldati del
generale Oudinot occuparono Roma, e un'altra volta i più strenui campioni della
democrazia dovettero disperdersi. Gustavo Modena, dopo aver preso parte ai
combattimenti di Porta San Pancrazio e di Villa Panfili; dopo aver appoggiate
colla sua enfatica eloquenza e sancite del suo voto le leggi più liberali
decretate dalla Assemblea repubblicana, ebbe per grazia, dopo la infausta
catastrofe, di poter riparare in Piemonte. Un melanconico decennio, pieno di
disinganni e di amarezze, cominciò per lui. Per campare la vita gli convenne
far ritorno al teatro. Le sue finanze erano dissestate; le poche sue terre in
provincia di Treviso, saccheggiate dapprima e poi confiscate dagli Austriaci;
gli scarsi capitali, frutto de' suoi risparmi, esauriti durante la rivoluzione.
Minacciato dalla squallida miseria, egli riprese dunque sotto auspici avversi e
con animo ripugnante, la antica veste di Roscio.
A Torino, dove gli uomini di parte
repubblicana erano poco benevisi e fors'anche osteggiati dalla aristocrazia
predominante, mancarono alle sue rappresentazioni gli entusiasmi della folla e
i cospicui guadagni. Abbandonato da' suoi valorosi allievi, circondato dal
peggio dei rifiuti altrui, la sua apparizione sulla scena produceva una
mostruosa antitesi di sublime e di grottesco. Quel gigante circondato di pigmei
lottava colle sua grandi forze per ottenere l'effetto, ma spesso gli avveniva
di dover soccombere.
Da Torino e da Genova,
trascinandosi nelle piccole città, nelle più umili borgate del Piemonte, gli
accadde talvolta di non esser compreso o di dover recitare alle panche. Lo si
sapeva repubblicano, e la fermezza delle sue convinzioni gli alienava le
simpatie dei moltissimi che professavano altri principî. In qualche teatro di
provincia il pubblico gli si mostrò apertamente ribelle. Erano applauditi con
puerile ostentazione i mediocrissimi attori che recitavano con lui; si fingeva
la più glaciale indifferenza pel suo superbo talento. Così i volghi di allora
punivano nell'artista la fede incrollabile del cittadino e l'orgoglio di un
grande carattere.
Non vi è tempra che resista
all'urto incessante delle delusioni. Gustavo Modena si lasciò vincere da una
cupa misantropia. Associato alle trame segrete dei mazziniani, compromesso in
ogni cospirazione, egli disperò forse in cuor suo di veder mai realizzarsi le
splendide utopie del partito. Visse lunghi mesi in ozio sdegnoso, prostrato da
un malessere morale che allarmava la moglie e gli amici. Quando gli avveniva di
ricalcare la scena, le entusiastiche ovazioni e gli astiosi insuccessi non
valevano a scuoterlo dalla profonda apatia. Qualche cosa dell'artista era morto
in lui; più volte, a metà di una rappresentazione, egli smarriva la voce e la
lena, nè gli era dato, adunando tutte le forze della volontà, riprendere il
dominio di sè stesso. Così passarono pel Modena, relegato nei confini delle
provincie piemontesi, quasi esule in terra italiana, i dieci anni che
precorsero il grande rivolgimento nazionale del 1859.
La trionfale riscossa che allietò
l'Italia dopo dieci anni di avvilimento e di aspettazione angosciosa, non era
tale da appagare i voti di un uomo che vedeva nei successi della nazione la
sconfitta del proprio partito. Era ancora il Piemonte monarchico che prendeva
l'iniziativa, la croce bianca di Savoja era ancora il segnacolo della unione
italiana. Le vittorie di Magenta e di Solferino non potevano cagionare ai
repubblicani una gioia completa; essi assistevano alle feste delle provincie
redente col volto accigliato e colla amarezza nel cuore. Noi che abbiamo
gustato nella sua pienezza il tripudio di quei giorni, quasi ci affliggiamo
come di nostra sciagura al pensiero che molti egregi patrioti pei quali la vita
era stata fino allora un martirio, non raccogliessero da quella nostra e dalla
generale soddisfazione che argomenti di rammarico.
Gustavo Modena tornò a Milano in
sullo scorcio del 1859. Immutabile ne' suoi principi, la mente piena di ubbie,
diffidente, iroso, più che mai taciturno, d'altro non parve preoccuparsi che di
speculare sul proprio talento, riprendendo con lena le rappresentazioni teatrali.
Ricomparve infatti nell'autunno sulle scene del teatro Re, e i Milanesi lo
rividero, dopo un'assenza di undici anni, sotto le sembianze di Cittadino di
Gand, in quel dramma politico, dalle tinte cupe, che'gli aveva offerto il
destro, ai tempi della dominazione austriaca, di imprecare con tanto successo
contro i tiranni. Strano a dirsi: il teatro Re non era affollato a quella prima
rappresentazione; la platea non era stipata, i palchi a metà vuoti.
Cionullameno, al presentarsi sulla scena, l'illustre artista fu salutato da una
commovente ovazione. Gli applausi durarono dieci minuti; e da quegli occhi
bruni, fosforescenti, pieni di fascino, si videro sgorgare due lacrime. Una
impressione ben viva deve aver provato il Modena per quella manifestazione di simpatia;
furono per avventura le ultime lacrime di gioia da lui versate. Fatto è che
durante il primo atto del dramma, l'attore non potè mai sottentrare all'uomo
completamente, nè l'artifizio della finzione vincere in lui il predominio di
una commozione vera e profonda. A certi punti degli atti successivi
lampeggiarono i raggi dell'antico Nume, e gli spettatori ne rimasero
abbagliati. Ma chi ricordava il Modena d'altri tempi, non poteva a meno di
rammaricarsi nello scorgere il grave deperimento de' suoi mezzi fisici. Qualche
cosa di floscio si notava nel suo portamento scenico; la sua voce, così potente
altre volte nel fulminare anatemi, non sempre rispondente all'impeto delle
intenzioni, si andava insensibilmente spegnendo di atto in atto, di scena in
scena.
Questo accadde alla
rappresentazione del Cittadino di Gand ed alle altre che succedettero,
quando il Modena ricomparve al teatro Re sotto le spoglie di Luigi XI,
di Giacomo I e di Saulle. I giovani che lo vedevano per la prima volta,
ammirando i lampi intermittenti del suo genio, non gli perdonavano le
esagerazioni e le debolezze. I suoi vecchi ammiratori si accorgevano del
deperimento, e disertavano dal teatro profondamente costernati. Non vi è cosa
che tanto affligga come il decadimento di un artista di genio.
Naturalmente, la diserzione del
pubblico venne dagli amici politici del Modena attribuita ad una cospirazione
di partito. Si disse che l'aristocrazia Milanese, astenendosi dal teatro,
intendesse protestare contro i principi repubblicani professati dall'illustre
attore. E forse, il Modena stesso prestò fede alla diceria; tanto, che dopo
aver tentato con sorte non migliore le democratiche scene del Carcano, da
ultimo, con dispettosa modestia, scese a rappresentare il Saulle in un
oscuro teatruzzo in contrada di San Simone.
L'ultima rappresentazione del più
grande attore tragico che l'Italia ricordi, fu data a Milano in un teatro da
marionette. Ora quel teatro non esiste più, ed è morto l'insuperabile Saulle
che tuonò l'imprecazione agli ipocriti sacerdoti laddove per tanti anni
Arlecchino e Gerolamo avevano divertito le balie e i bambini coi loro lazzi.
Al grande, eccentrico artista
vivente serbava l'Italia quest'ultima apoteosi. Di là a pochi mesi, giunse da
Torino la notizia che il Modena era morto; che la città gli avea celebrate
splendide esequie, che alcuni teatri eran rimasti chiusi in segno di lutto, che
tutte le illustrazioni della politica, della letteratura, dell'arte, ecc.,
ecc., erano rappresentate al corteo funebre... Solita istoria! Ignoriamo se
qualche monumento di lui degno sia stato eretto a Gustavo Modena. Abbiamo già
detto, che all'annunzio della sua morte, una soscrizione venne aperta a tal
scopo da un giornale repubblicano. Si ignora quale impiego abbia avuto il
denaro raccolto. A' suoi allievi, oggi ricchi e famosi; a coloro che tanto gli
debbono, che tanto riflettono della sua grande arte ogni volta che riproducono
le parti create da lui, spetterebbe il nobile cómpito di elevargli una statua.
Per molti anni, nel caffè
dell'antico teatro Re, abbiamo veduto, presso il banco dove sedeva il buon
Aniceto, appeso alla muraglia un quadretto portante l'effige dell'italiano
insigne. I vecchi attori si fermavano talvolta a contemplare colle lacrime agli
occhi quelle simpatiche sembianze; e il buon Aniceto, agli ignari che gli
chiedevano qual fosse quell'uomo, ne tesseva con enfasi di ammirazione l'elogio
funebre.
Il vecchio teatro, il vecchio caffè
non esistono più. Esiste però in Italia un'arte drammatica, che è il riflesso
immortale del genio di Gustavo Modena.
Lecco, 1878.
|