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“Dite la verità: gli uomini e le cose che vi circondano vi
hanno fatto sempre il medesimo effetto? No certo... Se sapeste quanto spesso è
accaduto a me! Tanto spesso da doverne concludere che io era molto differente
da me medesimo, secondo i giorni, e che, secondo i giorni, differivano da sè
medesimi gli altri. Bella conclusione! Come dire che non mi bastava più di
osservare sempre, di osservare tutto, ma doveva anche partire dal principio che
ci potessero essere più persone e più cose in ogni cosa e in ogni persona” (ivi
pag. 54).
La consapevolezza che l’uomo vive eternamente il conflitto
della sua difficile identità — altrove Cantoni scrive, parlando del re
umorista: “non poter essere lui, ma dover essere uno,
facendolo apparire centomila volte diverso da quello che è, e al tempo
stesso nessuno —; il senso
di un umorismo grottesco e tormentato,”come un erma bifronte che ride, per una
faccia, del pianto della faccia opposta”, il tema della ricerca continua, ma
interminabile della propria identità perduta, della propria autenticità sono
alcuni dei contenuti presenti in modo assai esplicito nell’opera di Alberto
Cantoni, che troveranno uno sviluppo magistrale, per stile e contenuto, in
Pirandello, il quale arrivò a definire Cantoni il più importante
scrittore del nostro ultimo Ottocento.
Alberto Cantoni è un uomo schivo, appartato, per carattere
poco incline a frequentare le mode letterarie, ed è forse per questa ragione
che egli non mosse mai un dito, nè da giovane nè da vecchio, per attirare su di
sè l’attenzione dei critici e del grande pubblico. Il suo punto di vista nei
confronti della notorietà era chiaro: meglio un lettore di qui a trecento anni
che non trecento lettori subito, per poi essere dimenticati.
“Io, diceva, sono uno di quegli uomini i quali non si
possono amare bene che dopo morti; lasciatemi questa illusione!” Ma le ragioni
della sua marginalità, che lo rendono attuale oggi, sono rintracciabili
certo dentro il suo modo di fare letteratura, e non solo nel suo carattere.
Nato ai margini del verismo e della scapigliatura, forse
suggestionato anche dalla sintassi compositiva e descrittiva di Manzoni,
Cantoni si distacca subito, per stile e contenuti, da quei grandi movimenti
letterari, che già avevano prodotto opere di notevole rilievo, per abbracciare
sin dall’inizio una visione più amara e paradossale della vita; sostenuta da
un’ironia sottile e pungente, spesse volte velata, che rimarrà il tratto
caratteristico di tutta la sua opera — per questa ragione unica e singolare
nei suoi anni. Più che alla descrizione degli ambienti, alla cronaca veritiera
degli avvenimenti storico politici, Cantoni, pur immerso nel tessuto contadino
padano del tardo Ottocento, è attento all’individuo, alla sua angoscia di uomo
solo; al conflitto irrisolvibile tra l’essere e il dover essere. Così, i suoi
protagonisti sono per lo più borghesi (a volte proprietari terrieri, altre
volte piccoli borghesi intellettuali), che si oppongono allo sfacelo della
società e dei valori per cui vorrebbero vivere; tanto che l’ironia e l’umorismo
di Cantoni sferzano duri colpi alla famiglia, all’idea di onorabilità e di
onestà sociale, denunciate come mere apparenze. Maschere della putredine
sociale e individuale, che sotto ogni borghese convinto cova e prolifera.
“Geloso della sua libertà – scrive Pirandello – che sapeva
difendere, egli aveva scoperto che col suo nome si poteva comporre l’anagramma nato
con libertà”. Alla base di questo suo atteggiamento, non solo letterario, è
la tragica consapevolezza di una frattura storica tra civiltà borghese e
civiltà contadina; tra autenticità dell’essere che Cantoni ritrova presente nei
suoi personaggi contadini, e attenzione alle forme, alle apparenze, tipica
manifestazione di un uomo nuovo, già lontano dal romanticismo e dal quale lo
scrittore mantovano si sente da sempre escluso, forse esiliato. Così come
Pirandello, e prima di lui, Cantoni denuncia il vuoto, la falsità di un mondo
che gli appare essere fondato più sull’apparire che sull’essere.
L’indugio, la diffidenza, la disposizione alla riflessione,
alla meditazione solitaria e approfondita che tanto colpirono Benedetto Croce,
ci consegnano un’opera nella quale non si trovano risposte definitive, giudizi
dati una volta per tutte, pensieri conclusivi sull’arte, la letteratura, la
fede o la vita sociale e politica; Cantoni, in fondo col suo talento critico di
scrittore e umorista, ci ha lasciato alcuni strumenti per interpretare la
realtà e l’uomo; ma al tempo stesso ci indica la strada del dubbio, del
sospetto più che della certezza. In questo aveva ragione a ritenere che, forse,
in un futuro non troppo lontano, qualcuno avrebbe riconsiderato le sue opere
degne di lettura e attenzione.
Nelle tre novelle raccolte sotto il titolo “Il demonio
dello stile”, Cantoni tocca i temi della letteratura, dell’amore, della fedeltà
coniugale, della conoscenza di sè e degli altri che ci vivono accanto e che
risultano essere sempre tanto diversi da come ci appaiono; tanto da celare in
se stessi un mondo, un’esperienza di vita che sarebbe inimmaginabile e
imprendibile anche per il più accanito realista.
E se lo stile “non è altro che la interpretazione
scritta del nostro modo di essere e di sentire”, se il romanzo è “un camaleonte
che non si lascia afferrare dalla più potente camera ottica” (ivi pag. 19):
gioco dell’insensato che ci fa creare infinite quantità di mondi possibili,
pronti sempre a far lo sberleffo alle nostre seriosità e convinzioni; la
moglie dormiente, tutt’altro che dormiente racconta una verità — raccolta su
di un quaderno in cui non ha annotato se non poche righe — che fa emergere un
altro contenuto, più profondo e ricco di quello detto: perchè, la verità è
detta, scritta per nascondere più che svelare.
Ciò che la moglie dice al
marito cela al tempo stesso ciò che non può dire e che non dirà mai; cela cioè
l’indicibile, perchè nascosto dentro il fondo più fondo della nostra
esperienza. Ed è a partire da questa convinzione, è sul non detto che si
scatena l’umorismo amaro e grottesco insieme di Alberto Cantoni.
Il suo stile quasi espressionista, invita il lettore a
soffermarsi sulla pagina con attenzione, al di là della storia — in una nota
all’Altalena delle Antipatie, qui riprodotta, scrive: Novella sui generis, significa
intanto che va letta adagio, a tre o quattro paragrafi la settimana —; a volte
sostenuto da una sintassi compositiva spastica, disarmonica; altre volte
punteggiato qua e là di arcaismi, forme dialettali o storpiature, esso, più che
il segno di una cultura da autodidatta, ci pare il giusto sostegno della sua
visione grottesca della realtà. Uno stile, dunque che pur manifestandosi con
una sua autentica originalità, ci conduce da Dossi, su su fino a Gadda. Un bel
demonio di stile!
Frediano Sessi
Mantova 8 gennaio 1987
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