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| Alberto Cantoni Il demonio dello stile IntraText CT - Lettura del testo |
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IL DEMONIO DELLO STILENovella CriticaHo ricevuto ieri dopo pranzo la vostra amabilissima letterina, e ho passeggiato fino al tocco per pensare alla risposta, che principio ora, mentre vi vedo traversare il mio giardino coi vostri figli e con quella stupenda nutrice amalfitana che vi ho trovato io stesso. Voi avete scelto, come poetica e fiorita, la via più lunga per tornare in carrozza, e le mie cognate, che sono sempre così liete delle vostre visite ma che hanno in uggia il sole, vi lasciano ricondurre al cancello dalla nostra maestra di casa. Costei vi sfodera contro il meno arrugginito dei suoi sorrisi, vi fa la sua riverenza e torna indietro. Andrò avanti io, dunque, non più distratto da quel vostro profilo di statua greca, nè dalle ingenue risate di vostra figlia, che poneva il capo ogni momento in mezzo ai fiori come un bel folletto inghirlandato a festa, nè dalle movenze quasi pittoriche dell’Amalfitana, che vi faceva vedere il bimbo, palleggiandolo in alto con tenerezza di madre.
Voi volete scrivere, mi dite, perchè avete bisogno di distrazione, perchè la vostra bellezza non può durare gran tempo, e soprattutto perchè vi piace di procurarvi una specie di ritiro, ben laico e ben razionale, pei vostri anni cadenti. Questo mi dite chiaro e netto fin dalle prime parole, ma ora se permettete, aggiungerò io tutto quello che ho letto in mezzo alle righe, o altrimenti si rischia di non c’intendere più. Voi volete scrivere, leggo io, perchè vostro marito vi ha appiccicato una piccola parte della sua grandissima ambizione, perchè i vostri figliuoli hanno già di troppo dell’institutrice, delle cameriere e dell’Amalfitana, e soprattutto... qui bisogna guardare di leggere bene... e soprattutto perchè il nostro ingegnosissimo Carlino vi principia già a parere un po’ troppo giovine, un po’ troppo irrequieto, un po’ troppo innamorato dell’arte sua. È vero, ed io non me ne sono già accorto da ora, ma tre o quattro anni fa, cioè a dire quando mi sono imbattuto nel vostro salotto, allorchè ve l’hanno condotto innanzi la prima volta. Ho detto subito: O io mi sbaglio di molto, o questa padrona di casa, che è sempre così gentile, vuole quest’oggi vincere se stessa. Per chi? Per me no certo; s’è principiato a giocare che eravamo vestiti da donna entrambi e ci avrebbe pensato prima.
Per quei due senatori? Sono vecchi. Per le signore? Sono donne. O chi rimane? Rimane Carlino, coi suoi vent'anni e coll’arte che gli sfolgora dagli occhi. Povera amica mia! Ma questo è un viluppo sul quale ci converrà di ritornare anche troppo. Ora si tratta della vostra lettera. Andiamo avanti. Dite subito modestamente che per mandare ad effetto il vostro piano vi è mestieri anzi tutto di non farvi nessuna illusione, e cioè di ammettere che voi sino ad ora non avete mai guardato nè voi stessa nè gli altri con quella intensità di osservazione che è pur necessaria a chi voglia rendere bene e gli altri e sè. Io credo invece di potervi dire che il vostro futuro lato debole non sarà punto questo, e che voi non avrete che a riandare le memorie, talvolta un po’ troppo azzurre, talvolta un po’ troppo tempestose, della vostra vita passata, per avere innanzi quanta messe di affetti e di passioni voi non potreste far capire che in parecchi volumi. Che cosa non avete sperimentato voi giovane ancora? Le caste ebbrezze dell’amor felice, quasi infantile; poi subito la vedovanza, dapprima sconsolata e deserta, poi meno buia, men solitaria, e a grado più libera e più vivace; da ultimo il secondo matrimonio, dove gli strappi sono stati molti di qua e di là, non giova nasconderlo, ma dove almeno sono apparsi due figliuoli, che paiono venuti al mondo espressamente per riconciliarvi un bel giorno e coi troppi ragionamenti che avete fatto ambidue prima di sposarvi, e col soverchio brio coniugale che v’ha balestrati un po’ troppo spesso così lontani un dell’altra... e lontani se non del corpo, certamente dell’anima. Qui mi direte: “Ma quanto più le mie sensazioni sono state molteplici e dolorose, tanto meno m’hanno lasciato libera di badare a me!” Meglio? rispondo. Guai, guai tre volte ai vostri futuri volumi se voi, nell’essere in alto mare, avreste potuto, per un prodigio di separazione morale, dimezzarvi così bene da poter sentire da una parte ed esaminarvi dall’altra. Bell’accozzo di bollor subitaneo e di rigore critico non ci approntereste voi! Invece, forte ora delle vostre memorie, e rivivendole tutte quando più vi giovi e vi piaccia, voi potrete non solo riedificare il vostro passato, ma ordinarlo eziandio, separando bene un dall’altro tutti i vecchi e principali movimenti dell’anima vostra, e tutte le più singolari attitudini delle persone che avete avuto a fronte. Così, con questa duplice e ben salda base di studio e di lavoro, voi vi abituerete a mettervi ad un tempo e nei panni vostri ed in quelli degli altri, e verrà presto il giorno nel quale meraviglierete assai di avermi scritto che merce della vostra grandissima lettura e della inveterata abitudine di scombiccherare tante letterine il giorno, voi vi aspettate di ritrovarvi altrettanto disimpacciata nell’interpretare e nell’esprimere le vostre fantasie, quanto vi cruccia il pericolo di imbatter male nello scegliere, o peggio ancora, di non saperne azzeccare di nuove. Per le quali ragioni vi siete rivolta a me, come al più studioso degli amici vostri, affinchè vi regga i primi passi, e vi suggerisca, se mi riesce, gli argomenti delle vostre prime novelle. Perchè voi vi siete determinata di principiare dalle novelle, come quelle che vi paiono le cose più tenui e più facili del mondo. E sono, credo anch’io, quando uno s’attacchi al primo fatterello un po’ interessante che gli frulli in capo, e ci ricami sopra a casaccio come viene viene. Ma saranno poi novelle coteste? O non piuttosto aneddoti da veglia e da caffe? Una vera novella può contentarsi di esporre anche una sola creatura umana, qualunque sia, ma a patto che trovi il luogo ed il modo di lumeggiarcela bene, e tutta, come può pigliarne parecchie, ma a patto che le une, mercè dei contrasti e dei più opportuni giuochi di luce, dieno risalto, spicco, vigore alle altre. Se voi invece mi abituate da bel principio ai colpi di scena, alle piccanti avventure, ed ai bizzarri andirivieni accatastati gli uni sugli altri unicamente per stimolare la mia curiosità, voi vi punite da voi stessa perchè io divento effettivamente curioso, e allora se anche voi, per rispetto dell’arte, v’interrompeste di quando in quando per farmi arrivare all’anima dei vostri personaggi, oh sì che me ne premerebbe assai! Non sono già incuriosito per nulla, io, e mi metto a far certi salti che vi farebbero tramortire a vederli. O se il povero poeta del Guaranay si fosse avvisto di rasentare la vera teorica, o per meglio dire, il vero segreto del perfetto novelliere, come avrebbe procurato di esprimersi un po’ meglio quando scriveva: “Della mia vita — Questo è l’istante — Compendiator!” I versi sono brutti, non dico di no, ma tornano a capello, e voi non accingetevi mai a novellare senza mulinarli più volte dentro la mente, nè mai principiate a scrivere senza prima potervi dire: “Sì, perchè tutte le virtù e tutti i vizi del mio principale personaggio sieno costretti a palesarsi, urtandosi; perchè le più ascose cagioni del suo passato e del suo presente si manifestino; perchè le sue forze e le sue piccinerie si chiariscano a vicenda, mi ci vuole questo dato momento, ovvero, per dirla col melodramma, mi ci vuole questo dato istante, compendiatore della vita sua. Giriamoci intorno colle buone, come se fosse un pozzo ben circoscritto, e poi, quando avremo detto bene con chi ci troviamo ad aver che fare, giù un bel tonfo, e dentro”. Certuni vi diranno che le mie sono ricette sbagliate perchè una novella deve essere un piccolo romanzo, ma se voi proverete a chiedere loro che cosa sia un romanzo, vorrei morire qui subito se ve lo sapranno dire. Il romanzo è la lotta per l’ideale, è il poema di tutti i giorni, è l’uomo, eterno e vero, nei suoi più mutevoli atteggiamenti, ma viceversa può anche essere libello, può anche essere cloaca massima. Talora le due tendenze opposte si fanno anche violenza l’una l’altra per fondersi mostruosamente, ma pigliatele pure come sono, una qua e l’altra là, e poi vedremo se vi basterà l’animo di definir bene il romanzo: una forma d’arte che può esser capace di tutte le manifestazioni, un camaleonte che non si lascia afferrare dalla più potente camera ottica. Ricorrerete a delle frasi, come ho fatto io, ma venirne a capo sostanzialmente, eh no!
In quanto poi agli argomenti, e se vi devo proprio dire il mio libero parere, io non ci annetto che un valore assai relativo, in confronto a quello delle intenzioni, il quale è assoluto, il quale è principalissimo. Che male c’è che voi mi raccontiate per la centesima volta una vecchia storia d’amore, quando fra voi e gli altri novantanove che v’hanno preceduto ci corra questo: che voi me la contiate meglio? Le belle invenzioni ed i bei caratteri, per essere effettivamente belli, non hanno mai e poi mai a pigliar a calci il verisimile, epperò debbono avere ed hanno pur troppo i limiti loro, ma è il tempo, ma è l’ambiente, ma è il tono del quadro che possono fare il quadro novo, più assai del tema. Chi non sa prima d’andare in fondo che l’eroe di cui ci si occupa o prende moglie, o muore? Ma pur si seguita a leggere, per equivalenti, per indifferenti, per paralleli che ci possano parere questi invariabili due termini!... L’ho detta grossa? Abbiate pazienza. Un po’ di pepe, qua e là, mette appetito e ci rinfresca il sangue. Basta che non lo sappiano le mie cognate. Ora a questi benedetti temi che m’avete chiesto. La messe è così abbondante che v’ho già detto quanto stupore vi recherà un bel giorno il rammentarvi di averne chiesto a me, non ritrovandosi creatura umana, per umile o per alta che si ritrovi ad essere, la quale non possa avere il suo giorno di prova, e dovuto in gran parte, che ci s’intende, alla sua indole, allo stato ed ai passati suoi casi. Non credete? Ebbene, io aveva gli occhi poco fa su voi e sul vostro seguito laggiù nel mio giardino. Eravate cinque persone, col marmocchio. Teniamoci per ora al genere più liscio, e vediamo subito quanta roba non se ne possa cavare.
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