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Alberto Cantoni
Il demonio dello stile

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  • L’ALTALENA DELLE ANTIPATIE Novella sui Generis
    • LIBELLO PRIMO
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L’ALTALENA DELLE ANTIPATIE

Novella sui Generis3
LIBELLO PRIMO
1

Ho quarant’anni sulla giubba, anzi li finisco appunto oggi. Ottima giornata questa per dire di me e delle cose mie, ma in un modo affatto particolare, come se la terra fosse stata creata unicamente per me e per mia moglie, e tutto il rimanente dei mortali non ci avesse fatto capolino per altro che per affermare o per disgiungere le attinenze nostre. Se il centro di questo nuovo mondo vi parerà molto importante, come pare a me, sarà segno che ci siamo imbattuti bene, e che c’intenderemo.

I miei primi anni si sbrigano presto, perchè son rimasto orfano quasi appena nato. Uno zio mi prese con , e mi mandò a ramingare per i collegi e pelle università. Poi morì lasciandomi tutto. Io non aveva mai aspirato ai suoi quattrini, perchè ne teneva abbastanza di mio, e perchè lo avrei imbalsamato vivo, se avessi potuto, a condizione che si confondesse lui, e coi suoi e coi miei. Ma come si fa quando uno muore? Bisogna starci e fare per lui. E così ho dovuto far io, con un solo e duplice intento: quello di non perdere e di non acquistare mai, godendo cioè della mia fortuna, ed assodandola a tempo avanzato. ci ho preso gran fatica, perchè non aveva punto vizi, tranne quello molto economico di osservare sempre, di osservare tutto. Ho procurato di stancarmene mutando aria, paese, persone e cose, ma quanto più gli oggetti circostanti mi riuscivano indifferenti, più inferociva nella continua osservazione di me medesimo. Epperò me ne tornai a casa mia, di dove scrivo tuttora: una bella casa a quattro piani, situata a un dipresso fra i 140 e i 145 di latitudine nord. Voglio fare delle figure e non dei paesaggi, epperò non vedo punto la necessità di determinare i luoghi più precisamente di così.

2

4(Se Dio vuole il gelo della prima presentazione principia a squagliarsi. Mi sento di già meno impacciato, meno rigido, meno studioso del mio equilibrio. Dipende da questa frega di confessarmi che m’è venuta a un tratto, e che è una brutta frega, ve lo assicuro io. Se dico mal di me per una dramma, chi ode vorrà che sia una libbra; e se dico bene, avrò un bel mostrare il braccio quant’è lungo, alla mercè se mi si creda per un palmo. — Ma la colpa non è già soltanto di chi ode, e coloro che si sono confessati prima di me ne hanno un po’ tutti anch’essi. Chi non li ha visti scivolare imperturbati sui momenti più critici e più controversi delle loro deposizioni? Gli è che la verità si può dire di moltissime maniere, per la qual cosa il menomo torto che si possa fare ad uno che si confessa, è di credere che la dica a modo suo.

Ma io che non ho nessun bisogno di darmi per differente da quel che sono, io non dovrò trovare un modo così nudo, così crudo di dire questa beatissima verità, che se poi non mi credete n’abbiate colpa voi? Come debbo fare? Astrarmi dal tempo, come ho già tentato di astrarmi dallo spazio? Darmi cioè per una creatura umana vissuta su per giù fra Sant’Agostino e Leone XIII? Diventerei una tesi ambulante, quasi una idea, non sarei più un uomo. Pregarvi, piangendo, di mandar giù tutto ad occhi chiusi? Ridereste. O dunque come se n’esce?

Ne escirò così. Mi aggirerò più che sarà possibile nel campo azzurro delle mie intenzioni. Noi tutti non siamo chiamati a risponderne se non quando le travisiamo per adombrarne vantaggiosamente le nostre gesta, ma allorchè un uomo vi dichiara subito di non aver fatto altro che nascere, vivere e prender moglie come fanno quasi tutti; quando le conseguenze di questa sua unica e particolar fatica (il matrimonio) sieno state tali che nessun, nemmeno la sua coscienza, gliene abbia mai mosso l’appunto più lieve, o che ragione potrà egli avere di mentire, di travisare le intenzioni sue? No no, assicuratevi pure che se poi non mi crederete, vorrà proprio dire che la cattiva intenzione ce l’avete voi. Levatevela presto dalla mente; ci farete miglior figura).

3

Dite la verità: gli uomini e le cose che vi circondano vi hanno sempre fatto il medesimo effetto? No certo. Il vostro prisma ha già mutato una volta almeno, e ciò che vedevate da bambini, ora, se siete giovani, non lo vedete più. Siete però già persuasi di poter mutare ancora, solamente che abbiate grazia di poter campare. Ma anche indipendentemente dall’età, non vi siete mai avvisti che una persona od una cosa vi sieno andate su e giù diverse volte, ed in un tempo relativamente breve? Più o meno deve essere accaduto ad ognuno, e più che ad altri a coloro che si piccano di saper fiutare più bene e più presto di tutti. Se sapeste quanto spesso e accaduto a me!

 

Tanto spesso da doverne concludere che io era molto differente da me medesimo, secondo i giorni, e che, secondo i giorni, differivano molto da medesimi gli altri. Bella conclusione! Come dire che non mi bastava più di osservare sempre, di osservare tutto, ma doveva anche partire dal principio che ci potessero essere più persone e più cose in ogni cosa ed in ogni persona. Eppure siamo già parecchi, anche a prenderci uno per uno.

Lasciamo pure da parte il mondo inanimato; già quello si vede sempre secondo lo stato del fegato, secondo le idee che ci frullano per il capo, secondo il punto di dove ci si pone a guardarlo! Ma gli uomini che ci premono tanto di più, gli uomini che ci stanno di costa tutto il santo giorno, oh non abbiamo proprio ad avere in mano il gran nulla che ci aiuti, se non a pesarli, a distinguerli almeno, senza mutar poi troppo? Ed io medesimo dovrò morire un bel giorno senza sapere se sarò stato più buono che cattivo, o più cattivo che buono? E se non lo saprò nemmeno io, come è assai facile, non vorrà forse dire che io non ci poteva nulla?

Cotesti, su per giù, i miei gridi di dolore al mio primo accertarmi della instabilità dei miei giudizi, per non dire dei giudizi umani, ma una cosa non rimaneva per questo meno ferma e costante, ed era che o mi credessi buono, o mi credessi cattivo, o sperassi di aver ragione, o temessi di avere torto marcio, pure... l’ho a dire?... pure io aveva sempre lo stretto bisogno, anzi la estrema necessità di... badate che ve lo dico!... di avercela di cuore contro qualcheduno.

Ormai è detta.

4

Dapprincipio, come giovanissimo che era, quasi mi ci divertiva, perchè mi vedeva salterellare leggiadramente di qua e di in balìa di sempre nuove e non punto profonde antipatie, ma col raffermarsi degli anni invigorì anche il vizio, e non mi bastò più di avercela sempre contro qualcuno, chiunque fosse, bensì feci piovere adagio adagio e ben copiosamente le mie grazie sopra pochissime persone sole, ma con questo sempre di particolare, che cioè come una di esse mi discendeva senza sua colpa più giù che mai, e subito le altre a parermi assai meno uggiose, assai meno antipatiche, quasi carine. Tira tira, tutte le corde si rompono, e veniva il momento nel quale io doveva pur persuadermi di essere stato e troppo ingiusto contro quell’unica persona cadutami tanto in disgrazia, e troppissimo indulgente colle altre, e allora, nei casi gravissimi, ecco subito la crisi! Una crisi violenta come tutti i drammi che si svolgono taciti e muti nel fondo dei nostri petti, una crisi durante la quale l’anima mia si stemperava nel suo segreto in trasporti d’affetto per quel tal Tizio, con delle lagrime di pace e di riconciliazione da far piangere i sassi. Poi veniva la bonaccia, ed io mi aspettava di aver finalmente trovato il giusto peso e la giusta misura di tutti quanti, ma che! Non aveva che a dare nelle altre poche persone suddette per vedere subito che la pesantezza perduta da Tizio, era già ripiombata sopra Caio o sopra Sempronio, ovvero, per non fare troppo male a nessuno, si era già equamente distribuita sopra di entrambi. E così di seguito, per abbandonare talvolta del tutto, a cagione di sazietà, quello dei due sul quale io aveva più lungamente smaltito la mia ritrosaggine, e riempire le fila con qualche altro Mevio... fresco.

5

Ora mi accadeva di sovente che questi Mevi freschi si reclutassero appunto fra quelle persone che mi erano andate più a sangue nel5 primo abbattermi in esse, e viceversa che i più recalcitrati dapprincipio perdessero quasi sempre della loro spiacevolezza, per poi crescermi davanti agli occhi man mano che li squadernava di più. Questi frequenti e sollazzevoli alti e bassi che formavano, con le uggie principali, tutta quanta la trama della mia vita, mi condussero coll’andar del tempo ad un programma ad hoc: e fu quello di fidarmi poco delle prime impressioni e poco delle seconde, procurando così, quali che fossero gli alternatissimi affetti miei, di non nuocere mai agli spiacenti, e di non pigliarmela troppo calda per i simpaticoni. Nullameno c’era una cosa la quale scivolava sempre fuori da ogni mio programma, ed era la gioia profonda che m’invadeva tutto, quando, in certi quarti d’ora, poteva dirmi pensando a qualcuno: “Fingi, fingi pure, ma ti capisco lo stesso. Non mi puoi patire nemmeno tu, ed io ci ho tanto piacere. Così son sicuro di destarti, almeno per ora, la medesima ineffabile stizza che tu desti in me.”

Sì sì, confessiamocelo pur tutti, già tanto è vero. Potersi dire guardando qualcuno “Io ti sono molto antipatico, e ci ho gusto!” è il più gran gusto che imaginar si possa. Più grande assai, almeno per parte mia, che non fosse quello di vedere poi la stessa persona avvantaggiarsi dentro di me, e figurarmi, per conseguenza, che anch’essa mi potesse patire un pochino più.

Ma a malgrado di queste gioie profonde e di questi gusti matti, pure un gran dubbio non mi sorse men presto in fondo all’anima, un dubbio tanto angoscioso e tanto prossimo alla certezza che lo voglio tenere per un paragrafo nuovo fiammante.

6

Il dubbio cioè che ne avesse più colpa la banderuola che non il vento. Vale a dire che i miei scambietti di amorevolezze e di lune a rovescio dipendessero più assai da qualche vizio originale, residente in me, che non da veri meriti o demeriti degli altri. “Io sono una specie di saliscendi fatto persona, ma guai al mondo se tutti dovessero oscillare fra il bene e il male, come mi sembra che oscillino, o se ognuno tentennasse come me fra i più diversi e più remoti affetti. Si sarebbe tutti matti, e allora, matti tutti, o chi li cura i matti? Io mi conosco, dunque mi curerò da me”.

La peggio è che l’anima nostra immortale non si lascia curare coi rinfrescanti, coi tonici, e nemmeno, sto per dire, coi revulsivi. Ci sono sì i medici materialisti che non si peritano di pigliarla di fronte od a ritroso, vuoi coi purganti e vuoi coi serviziali, ma è appunto perchè non ci credono che la trattano a questa bella maniera. L’anima inferma esige ben altre purghe che l’olio di ricino; l’anima inferma vuole che si agisca sopra di lei mediante i simili, più che mediante i semplici, epperò vuole per primo, anzi per primissimo rimedio eroico il matrimonio. È paurosa? Qua un'altra anima ardita e facciam l’innesto. È temeraria? Qua un’altra anima pecorina, e in men che non si dica voi li vedrete entrambi aggirarsi pel mondo

Colle ginocchia della mente inchine.

E sarà un’anima sola, di due che erano prima di sposarsi.

7

(Perchè, dato che l’ignoriate, quando non si sa come addirizzare una creatura umana, si cura sempre col matrimonio. Un tale impermalisce alle più piccole cose? Dategli moglie, si correggerà. Un altro è avaro? Un terzo li getta dalle finestre? Subito rimediato: fate che si sposino. Quello spenderà più e questo meno. Oh universale panacea! Basta che non si sappia più come tener ritta una donna isterica, o quasi tisica, o peggio, che le si marito. Che cosa importa se guarirà a tutte spese dei suoi primi nati? Basta che guarisca lei. Che cosa importa se tu sei ipocondriaco per esaurimento, e non punto per solitudine, e men che meno per bisogno d’affetto? Sposati e guarirai egualmente. Una ragazza è troppo bigotta o troppo civettuola? Bisogno di marito. Un uomo è troppo grasso o troppo magro? Bisogno di moglie.

Ma pazienza ancora quando si tratta di questi casi o d’altri simiglianti. Almeno è come giocare al lotto: spesso si sbaglia, ma qualche rara volta ci s’indovina; la peggio è quando lo sciroppo Pagliano par fatto apposta per innasprire il male. Un uomo si avvilisce perchè desta dei brividi di contrarietà in tutte le donne che gli capitano appresso? Sposatelo, piacerà alla moglie. Un altro si rovina perchè non può vedere due gonnelle senza pigliar fuoco? Impalmatelo, vedrà tanto quelle di sua moglie che farà giudizio. Un terzo non vuol saperne di niente a questo mondo, non ama, non odia, non spera, non desidera? Che faccia famiglia, se ne occuperà. Un quarto non sa a chi lasciare la troppa roba che ha già fatto infelicissimo lui, e suo padre e suo nonno prima di lui? Si sposi, di altrettanto ne gongoleranno i figli suoi. Oh panacea universale! Oh sciroppo Pagliano!!)

8

Son passato sopra i cadaveri di tutte le suocere che mi tenevano d’occhio da bambino in poi, e sono andato a fermarmi davanti ad una ragazza brutta troppo bella, sciocca fine, e semplice ed orfana e sola. Le ho detto subito francamente:

“Ti sposo perchè t’avrò già veduto cinquanta volte senza mai sapermi dire se tu mi piaccia o no. Nel primo caso sarei scappato a gambe levate per lo spavento d’una mia prossima voltataccia, nel secondo avrei forse potuto rischiare, ma capirai, te ne saresti avvista, e probabilmente non m’avresti voluto. Io son fatto così, mercè di Dio, ma porto meco di buono nel nostro matrimonio che non mi so punto dire come sii fatta tu. Voglio anzi credere che la tua cara semplicità, così patente, sarà di altrettanto sostanziale, e che tu stessa, ove io fossi tanto grullo da interrogarti sul conto tuo, me ne sapresti dire su per giù quanto me, cioè nulla. Io tengo ancora la tua anima per una specie di tabula rasa nella quale, Dio aiutando, potrò studiarmi di non lasciar apparire che le più belle cose: La mia, pur troppo, è così cincischiata che è già un gran dire se mi ci raccapezzo io solo. Questo nullameno posso dirti: che cioè come non mi è mai rimasto un gran tempo di volere molto bene a nessuna donna, così non mi sono mai illuso fino al punto di credere che qualcuna potesse volere molto bene a me. Sai, quando uno se ne sta col cannocchiale perpetuamente appuntato sopra medesimo, e più specialmente sopra le attinenze che egli possa avere cogli altri, come vuoi che non veda, se non è uno stupido, quanti ce ne sono e di più belli, e di più buoni, e di più ingegnosi di lui? E se lo vede, che speranza gli può rimanere di essere messo avanti gli altri? Non ti sposo dunque perchè t’ami di già, e meno ancora perchè possa già credere che tu ami me. Ti sposo perchè dato un uomo del mio stampo, mi ci vuole una donna della stampa tua. Due sole cose ti raccomando: la prima di non ritenerti, sposandomi, punto più fortunata di nessun’altra donna, la seconda di non infingerti mai quando per avventura tu l’avessi meco, perchè c’è il caso molto probabile che tu, col lasciarti scorgere, mi metta al punto di volerti più bene assai. Ed è questo soprattutto che io desidero dal profondo del cuore: volerti bene comechessia, e durabilmente. Che se tu poi me ne vorrai meno, o poco, od anche punto, ci hai a pensar tu. Sarà peggio per te”.

Quante spampanate... come vedremo in seguito!

9

Essa chiese il parere del suo tutore, il quale moriva di voglia di trovare qualcuno che se la trastullasse, e mi ripetè fedelmente il gran responso. Fu questo:

“Tu sei una buona giovane, tu non devi desiderare di piacere troppo ad uno sposo di trentacinque anni. Lasciagli pure sfoderare i suoi propositi d’equilibrio coniugale, benchè guardino lui solo e così poco te, e procura più di ogni altra cosa di non mutare mai aspetto al suo cospetto. Scapiteresti, più certo che tu non possa sperar d’acquistare, chè se egli, così gelato come dice di essere, ti sposa, oh sta pure attenta per l’amor di Dio che non gli accada di riscaldarsi mai, almeno per ora. Dopo, ci penserà lui”.

Eppure mi riscaldai un pochino, non già per colpa della ragazza che stette sempre ad ascoltarmi colle mani in grembo, ed appuntando in alto gli occhioni azzurri, e men che meno per colpa dell’astutissimo tutore (intorno al quale non mi sentirei nemmeno ora di poter giurare che egli stesso non avesse consigliato la pupilla di colorire meco la sua propria ingenuità, ripetendomi, al primo invito, ciò che egli le aveva detto di me), ma per colpa o per merito di due signori che non mi conoscevano di veduta, e che mi sedevano accanto dentro d’un omnibus. Ora D. Marzio non va più al caffè, va in omnibus. Uno diceva:

Cos’abbia poi trovato in quel papero di bionda, non si sa. Un uomo che poteva aspirare alla A. alla B. alla C.”.

E giù avanti con tutto l’alfabeto.

“Ah cos’ha trovato? Te lo dirò io”, rispondeva l’altro. “Diciott'anni, punto suocera, punto fisime e punto pretese. Un bel piedino, una bella taglia, un bellissimo incarnato. Aggiungi la paura, comune a tutte le orfane, di dover discendere anzichè salire, sposandosi, e poi sostieni, se ti basta l’animo, che non è stato un vero e bel capriccio di gran signore, il suo!

Ho fatto fermare e son disceso a mezza via. Sì, è vero, anch’io prima di promettermi non aveva che a6 porre gli occhi sopra una ragazza appena fidanzata, per ritrovarle intorno qualche cosa di più bello o di meno brutto che non ci avessi prima ritrovato mai, ma le ho tenute per me nel mio segreto, queste nuovissime impressioni mie, le ho tenute come un’altra prova del mio fragile e suscettibile giudizio umano, e non mi sono mai sognato di scodellarle in omnibus, a rischio e pericolo di avere lo sposo accanto, e di impuntigliarlo a considerare come mai questa donna, ora tanto piacevole, fosse piaciuta così poco prima, da dover cadere in sorte, nonchè ad altri, a lui. Ma io aveva un bell’infiammarmi contro il secondo, contro il vero D. Marzio dell’omnibus; l’opera santa di quello finto, di quello apocrifo, del primo che aveva parlato, non tardò per questo a recare il suo effetto. Come sarei stato contento se gli avessi potuto dire, stringendomelo al core:

“Ah tu tratti di papero una bionda che ho scelto io? Ebbene, tanto più volentieri me la sposerò. Non foss'altro per provarti che ho bastante spirito per te e per lei”.

10

Con tutte queste piccole contraddizioni arrivai ben poco preparato alla vigilia del mio gran giorno. Mi prese la malinconia, e andai subito a dire a chi di ragione:

Senti cara. Tu non hai una madre che ti possa agguerrire contro di me, e bisogna proprio che ti dica molte altre cose, non essendo giusto che tu abbia ad ignorare il gran nulla intorno all’uomo che stai per prendere. Va a lune, poverino, e quando è mal montato, è piccolo, è meschino, e perchè sa di esserlo e ci si arrabbia, va attorno col lume per cercare di altrettanto piccoli e di altrettanto meschini di lui, e quando li trova, o crede di trovarli, è tutto contento, e vorrebbe che fossero anche peggio. Buono che la luna muta, qualche volta, o faresti assai bene a lasciargliela smaltire tutta da . Muta tanto che non solamente non è più quello, ma quasi non gli pare possibile di esserlo stato mai. E la colpa all’umore, e si propone per un’altra volta di tirar via senza più badare a quelle piccolezze ed a quelle meschinità che lo fan ridere oggi quando ieri l’hanno fatto piangere, ma ricade egualmente, e tanto più ricade quant’è più tempo che se ne stava ritto”.

La mia futura sposa si mise a singhiozzare come una bimba. Credetti con bastante verosimiglianza che non volesse più saperne di me e dei miei scrupoli, e invece mi rispose che piangeva per la sua mamma.

“Quanto sarebbe contenta se fosse ancora al mondo!” sclamò.

Contenta di che?"

“Di sapermi in mano di un uomo così sincero”.

“Io sincero? Se non dico mai niente di quel che accade dentro di me!”

“Hai detto abbastanza una volta per tutte.”

“E che farai quando avrai paura che mi vada male?"

Aspetterò che torni ad andarti bene”.

Santa ingenuità! Se era per questo che io stava per prender moglie!

11

Non ho mai passato una così brutta notte come quella di poi.

“Io rinunziare come il primo imbecille venuto alle delizie del celibato?” diceva. “Io rispondere della felicità di un’altra persona? Io in procinto di mettermi coi piedi legati in mano altrui? Ma perchè mi sposo, io? Per distrarmi, per non avercela più troppo contro nessuno. Gran noia davvero che era questa per me! Ma foss'anco sicuro il rimedio, come non è punto, che danno è mai venuto agli altri dalle mie sfuriate d’antipatia? Chi ho manomesso? Chi ho vilipeso? Molti anzi non se ne avvidero nemmeno... e me ne dolse. Ma io sì che me ne avvedo bene, pur troppo, ora che ce l’ho con me!... Va va che hai già fatto un bel guadagno. Ti sei sacrificato per il tuo prossimo, che non ci pativa nulla, ed ora te la pigli con te stesso, che ci patisci tanto, con la dolce prospettiva di mettere al mondo degli altri originali come te!”.

Era balzato dal letto a camminare agitatissimo, quantunque in pantofole, per la mia camera di giovinotto... ahi questa camera che io stava per abbandonare per sempre. L’idea della mia prole mi condusse per ultimo davanti ai ritratti dei miei genitori, ai quali dissi con le braccia tese:

“Anche con voi ho tentennato, poveri morti miei! Quando mi pareva di star benino al mondo, vi ringraziava in cor mio del dolce dono, e quando ci stava a disagio, vi avrei chiesto volentieri se non avevate niente di meglio da darmi. Voi siete stati felicissimi un dell’altro, lo so, ma fu per poco, e intanto ci sono andato di mezzo io, e ci andranno fors’anche i figli miei, se io dovrò far loro la stessa burla infelice che voi, poveretti, avete dovuto fare a me. Quanto era meglio che mi prendeste con voi, piuttosto che lasciarmi qui solo, colla mia insanabile propensione al ragionamento! Fossi ben saldo in gambe per natura, me ne gioverei, ma come non sono, i miei ragionamenti mi aiutano a stare un po’ su da una parte, per cascar giù meglio dall’altra! Ora poi mi pare di essere il Reno, a Sciaffusa.”

12

Le mie nozze, funestate dalle scandalosa ilarità del tutore, furono abbastanza brevi. Il piacere di vedermi intorno coloro fra i miei amici che erano tuttora in carica in quel momento, scemava in gran parte per la presenza di parecchi altri, già sfatti da un pezzo, e che aveva dovuto invitare per convenienza. La cerimonia fu breve, ripeto, ma fu anche lunghissima, perchè in quelle poche ore, come in tutte le mie grandi giornate, sono stato in preda di quei repentini e maledetti sbalzi di umore che ora vi tirano ed ora v’allentano come una corda da violino, senza lasciarvi capire se stavate meglio i momenti in cui eravate mesti, o quelli in cui eravate gai. È una certa mestizia così fugace! È una certa gaiezza così turbolenta! Almeno con una intera giornata cattiva uno ci si rassegna, e può sperare che il domani sia tutto buono. Ma io! Io che aveva passato in pantofole la notte prima, e che doveva mettermi in viaggio la notte poi!

Mia moglie pianse bene in chiesa, stette seria bene in comunità, sorrise bene al rinfresco, e mangiò bene a pranzo. Tutto bene. Oh il gran piedistallo che è un uomo per una donna, e come ci si accampano sopra anche le più modeste! Andai a tavola stanco sfinito e non avrei toccato nulla se non fosse stata l’angoscia profonda di certi miei lontani parenti che mi sedevano quasi dirimpetto. Era un’angoscia a bocca piena, ben inteso, ma non c’era da sbagliarsi egualmente, e dava buon bere quanto i biscottini.




3 Significa intanto che va letta adagio, a tre o quattro paragrafi la settimana. Già non c’è nessun pericolo di perdere il filo.



4 I paragrafi tra parentesi sono stati scritti a guisa di premio pei lettori morigerati e tranquilli, che mettono un par d’ore a smaltire ogni pagina. Chi ha più furia di costoro, li salti.



5 Nel testo "mel". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



6 Nel testo "ha". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]






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