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Alberto Cantoni
Il demonio dello stile

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  • L’ALTALENA DELLE ANTIPATIE Novella sui Generis
    • LIBELLO SECONDO
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LIBELLO SECONDO

1

Aveva tanto predicato a mia moglie di astenersi da quegli attucci e da quei sorrisetti coi quali i novelli sposi pare che si studino di farsi riconoscere lontano un miglio, che i nostri primi compagni di carrozza, dopo di averci guardato bene entrambi, si appisolarono quasi tutti, come se non valesse punto la pena di indovinare che cosa eravamo un dell’altra. Passata così una buona oretta di serietà e di circospezione, mi volsi a mia moglie e le dissi piano piano:

“Il matrimonio mi conferisce poco, per ora, e ho bisogno che tu mi aiuti a rinfrancarmi, parlandomi di cose allegre”.

“Non saprei”.

“Quello che vuoi: i tuoi piccoli romanzi di giovinetta, per esempio”.

Arrossì, e poi disse:

Ora ti viene in mente? Perchè non me li hai chiesti ieri?”

Perchè mi fa il medesimo di saperli oggi. Vuoi che creda che tu abbia potuto campare così sola come eri al mondo, senza mettere il cuore da nessuna parte? Era solo anch’io, dirai, ma per me è stata un’altra cosa. Io aveva troppi impedimenti, troppi sopraccapi. Coraggio”.

Mi guardò negli occhi, poi sorrise e disse:

Iersera, vedendo che tu non mi chiedevi mai niente, aveva preparato queste poche righe per te, ma il mio tutore mi colse mentre stava scrivendo, e mi fece giurare che avrei aspettato a dartele dopo le nozze... che è quanto dire mai più”.

“O perchè me le dai ora, dunque?”

Perchè me le hai chieste.”

“I tuoi romanzetti sono già scritti!!? Bel caso. Come dire che io m’arrovello da mattina a sera per schermirmi contro i guai nuovi, e che ora, per castigo, c’è qui mia moglie che mi corre dietro coi vecchi. Ci sono tutti almeno?”

“Oh tutti poi!”

“Come? No??”

“Erano troppi. Leggi questi, e dopo, se vorrai, te ne dirò degli altri”.

Che brutto viso debbo avere avuto quando m’accostai al finestrino e principiai a leggere.

2

Erano sei pagine fitte. Mia moglie esordiva lungamente notando essere molto strano che io, con tanta smania di confessarmi, non avessi pensato a far confessare anche lei, e spiegava questa ritenutezza colla mia probabile opinione che se ella avesse avuto qualche tacca sulla coscienza, m’avrebbe certo agguantato per dirmela, come faceva io con lei. “Fallacissima opinioneosservava modestamenteperchè tu avresti potuto trovare molte altre donne del mio valore, e non io un altro uomo del valore tuo.” (Caro!). Non pertanto la mia inestimabile schiettezza del giorno precedente le era andata così ritta al core, che non le bastava più l’animo di sottrarsi a quel tal supplizio che pareva tanto sollazzevole per me.

Poi principiavano subito le circostanze, attenuanti: vale a dire il suo gran digiuno d’affetti naturali, l’aspra solitudine della sua vita, le letture precoci, i precocissimi esempi. “Le mie compagne avevano sempre la bocca piena del babbo, della mamma, degli zii, dei fratelli, dei cugini, e io niente. Andavano a casa per le vacanze, e io niente. Ricevevano lettere, visite, carezze, regali, e io niente. Le ho prese in uggia, ma tutte e sempre, e non già ora questa ed ora quella come avresti fatto tu nei panni miei, e più esse mi davano noia come donne, più sentiva il bisogno dell’amore d’un uomo.”

Mi stropicciai i capelli e dissi: “Va un po’ avanti tu ora che viene il buono”.

3

Essa mi si accostò all’orecchi e lesse... Dio quanto lesse! Lesse delle sue armi col maestro d’aritmetica, con quel di disegno, col professore di calligrafia. Tutto un harem pedagogico di maschi. La interruppi chiedendole perchè mutasse tanto, e lei subito:

“Più avrei mutato se più ne avessi avuto. Mi bastava che una mia compagna si vantasse di ritrovarsi nelle buone grazie di uno di essi, perchè io, zitta zitta, non mi quetassi più, finchè non mi fossi persuasa che egli non volesse molto più bene a me. E poi, come non mutare? Essi mi pigliavano per diligente, ovvero mi davano della brava bimba. Se ho mutato! Ne ho un album pieno io delle mie mutazioni, e te lo farò7 vedere. Ce n’è di vecchi, ce n’è di bruttissimi. Ma che importa? Li ho ritratti da me, a memoria, e uno alla volta m’hanno empito il cuore anch’essi. Tu vedessi l’ultimo come è carino. Indovina un po’ chi è?"

“Sarò io, suppongo."

“No no, è il mio tutore e gliel’ho anche detto. M’ha risposto che poteva essere il mio nonno, ed era vero, ma come fare? Io non mi posso vedere un uomo sempre accanto, che non mi strugga di persuadermi che esso non voglia più bene a me che all’altre donne.”

Mi son sentito venire il latte alle ginocchia, e domandai così per creanza e per onor di firma:

“Ma insomma che posto ho dunque io nel tuo album? Il penultimo?”

“Che sciocco, tu sei mio marito.”

4

Quando la moglie vi dice “Che sciocco, tu sei mio marito” potete stare tranquilli che o vi tiene per da più, o vi tiene per da meno di tutti gli altri. Ma più spesso per da meno che non da più. Mia moglie lo aveva certamente detto col più onesto ed affabile intendimento, ma ciò nonostante quella sua schietta confessione di essersi empita così spesso il cuore di tant’altri e mai di me, via, mi dava un po’ di noia e glielo feci capire. Dissi cioè:

Senti, cara. Io sono bastantemente filosofo (nella significazione di vecchie fusa torte ben digerite che si suol dare a questa nobil voce) per non inalberarmi punto della tua troppo diffusa ed amorevole cordialità. L’ho un po’ col primo, è vero, ma c’è di buono che apparteneva al ceto dei maestri d’aritmetica: un ceto che mi piegherebbe all’indulgenza anche se fosse stato, oltrechè primo, l’ultimo. Pure c’è una cosa che non mi va giù bene, per ora, ed è il dubbio orrendo che tu, con questo benedetto cuore di cera molle che ti ritrovi in petto, non sappia punto... come diremo?... distinguere, e che tu ti possa struggere di essere amata da me, come ti struggeresti per quel qualunque altro personaggio inconcludente che t’avesse sposato.”

Essa mi guardò un po’ per diritto e un po’ per traverso con quel suo fare da semplicina che oimè, me ne accorgeva ora, poteva anche ricoprire qualche malizietta, e disse presto, affettuosamente:

Permaloso, te ne sei avuto a male perchè non t’ho messo nell’album, ma come poteva fare? Chi t’aveva mai visto prima che tu mi piombassi a casa per dirmi a bruciapelo che mi volevi sposare? E se ci sposavamo che bisogno aveva di farti il ritratto? Per baciarlo di nascosto? Bacio te, se voglio.”

Il povero viaggiatore più accanto a noi, ci si svegliò di soprassalto, ed io fui ad un pelo di schierarmi con quel tale che le aveva dato del papero in omnibus. Increspai un pochino le sopracciglia e:

Senti”, le dissi, “cara. Io non sono un feticcio che voglia essere adorato a credenza, e nemmeno un terno al lotto che s’accolga bene con qualunque numero. Io ti esorto ad un po’ più di compostezza e di dignità muliebre, che ti conducano adagio adagio a farti ragione del cuore, mercè del capo.”

Mia moglie mi ascoltò intensamente, come persona che principiasse a capirmi allora allora. Non aveva già torto. Le aveva tanto empito la testa delle mie ficose controversie intestine, l’aveva tanto confusa con quel mio dirle quando bene e quando male di me, che essa, interamente disorientata, era divenuta mia sposa senza punto sapere da che parte prendermi. E me lo confessò candidissimamente.

“Il vero segreto te lo dirò io,” le risposi. “Prendimi oggi come sono oggi, e domani come sarò domani. È l’unica”.

5

(L’uomo timido ha bisogno di voler bene a una donna sola, il disinvolto a più donne una dopo l’altra, il temerario a più di una insieme. La donna invece ha bisogno di essere amata lei, è vero, ma è un bisogno che si restringe e si espande allo stesso modo. Se è buona gliene basta uno solo, se è mediocre li muta uno alla volta, o se è proprio di cattiva qualità, ne vuole più di uno contemporaneamente.

Rifate la storia, abolite la poligamia, il matrimonio, la poliandria, il divorzio, tutto quel che volete, e non tanto l’uomo e la donna, così diversi nel fine e così simiglianti nella quantità dei mezzi, andranno tutti e sempre a schierarsi in una di queste tre categorie: l’unica, la consecutiva e la molteplice. Tutte le leggi di questo mondo non ci potevano e non ci potranno mai nulla.

Una donna che senta anzitutto il bisogno di amare, e un uomo che senta anzitutto il bisogno di essere amato, debbono avere giuocoforza del virile quella e del femmineo questo. L’uomo però ha di buono che può secondare sua natura anche se è brutto. La donna invece che non riesca ad essere amata, non può far altro che invidiare quella tale, più bella o più fortunata che v’è già riuscita, ma non c’è mai caso che nello scegliere l’oggetto dell’invidia sua, non scelga per l’appunto quella tal donna che non faccia precisamente quello che avrebbe fatto lei, se fosse stata o fortunata o bella.)

6

Gli occhi di mia moglie che mi guardavano sempre più attentamente parevano dire:

“Ecco. Io mi sono imbattuta in un uomo che è lieto, che è mesto, che è indulgente, che è severo, che è una cosa oggi e che ne è un'altra domani. Lo ha detto lui, ed io, per andarci bene, lo dovrò dunque riconoscere a naso, giorno per giorno. Come fare? Ora dovrebbe essere in collera. Badiamo dunque che dice, che fa, come guarda, come si muove quando è così. Domani, se gli passa, mi saprò regolare.”

Oh amor proprio come sei dabbene! Invece di inveire contro la stupida moda ambulatoria che ci aveva costretto a quel bell’impiego della nostra prima nottata di nozze, io fui così grullo da accogliere come un buon presagio le sue prime ed instancabili osservazioni coniugali, e perchè non ci fosse pericolo che osservasse male, mi misi a spoliticare col viaggiatore poc’anzi svegliato da lei. Sono tanto rabbioso io quando parlo di politica!

Ora il caso volle che costui fosse ancora più rabbioso di me, e che io, contro di ogni previsione, pigliassi un grandissimo gusto a farlo rabbonire: tanto gusto che poco alla volta mi passò quasi di mente per che ragione lo aveva cimentato a discorrere. L’ho fatto fin ridere; così a bocca stretta e fra i denti, s’intende, ma ridere. E ce ne vuole del brio perchè un avversario politico ci si rassegni, anche per un attimo solo! Mia moglie ci deve aver perduta la tramontana, e me ne dolse anche allora, anche quando mi sentiva più in vena con quell’altro. Essa deve aver pensato o che io cambiava d’umore assai più spesso di quel che le aveva detto, ovvero che la politica mi dava buon sangue quanto le bistecche. Ora invece si spera che avrà già capito bene, come me, che quando ce l’ho con lei, divento subito piacevolissimo con tutti gli altri. Anche se li vado a cercare colla speranza di attaccarci lite.

7

Ma8 intanto i nostri compagni, che si erano svegliati uno per uno e che non ne potevano più, ci supplicarono colle buone di cambiar posto e di lasciarli9 dormire. Una delle vittime cedette il proprio cantuccio al mio antagonista, ed io rimasi confinato al finestrino opposto, con mia moglie dirimpetto che seguitava a guardarmi continuamente.

Guarda guarda vien sonno a tutti ed ella s’addormentò.

La luce blanda del lanternino arrivava appena a colorirle il viso, ed i bellissimi capelli d’oro, ravvolti così nella penombra, le diffondevano intorno come una sottile e leggiera corona di gioventù. Il sorriso, che aveva troppo spesso in bocca durante la veglia, forse per mettere in luce i bianchissimi denti, le aliava ora sulle labbra con più dolce e più serena vaghezza, e quei suoi denti medesimi, che apparivano appena appena, acquistavano coll’impicciolire altrettanto e più di grazia e di leggiadria. Gli occhi, troppo grandi e troppo azzurri quando ve li squadernava in viso nel parlare, si nascondevano ora sotto la morbida trasparenza delle palpebre, e la immobilità aggiungeva purezza di disegno all’ovale del suo viso, ed il lievissimo respiro dava un che di verginale e di raccolto alla freschezza dei suoi begli anni.

Mia moglie dormiente era mille volte più bella di mia moglie sveglia.

8

Il mio maggiore studio durante la luna di miele fu quello di farla dormire più che ho potuto. Non gliene ho mai detto la ragione, per paura che la sua amabilità di moglie e la sua femminile civetteria non arrivassero per disgrazia fino a dare al suo sonno qualche aspetto studiato e poco naturale, ma quando mi sentiva men contento del matrimonio in generale, e del suo particolar sistema di fare sempre di ciò che essa poteva credere giorno per giorno che più piacesse a me (un sistema, lo vedo ora, che pareva fatto apposta perchè io continuassi a rimanere ab eterno il preciso, l’identico uomo di prima), allora non aveva a far altro che guardarla bene quando dormiva, per dimenticare immediatamente le sue cantonate di bimba, quando era desta.

Oh se fossi stato poeta! Che messe di idealità nei primi giorni del mio matrimonio! Avrei potuto fare tutto un canzoniere, e sul suo modo di dormire allorchè non ne poteva più e si rifaceva delle grandi corse della giornata, e sul suo sonnecchiare della mattina quando era ancora un po’ stanca e non poteva svegliarsi che a mezzo, e su qualche breve pisolino che la mia buona stella le inspirava di schiacciare durante il giorno, colla testa china sulla mia spalla, mentre un raggio di sole, rifranto dai vetri, le coloriva dolcemente le carni rosate. Avrei potuto cantare come dormiva di giorno, come di notte, come all’alba e come più tardi, e sempre bene, contemperando armonicamente la quiete del corpo colla suprema pace dello spirito, senza sogni, senza trasalimenti, come trasfigurata ogni volta da una serena estasi nuova.

L’ho guardata tanto, in quei primi e faticosissimi tempi, che qualche volta, quando si svegliava lei, moriva di sonno io.

9

Ci sono degli animali graziosi e benigni, i quali, se detestano, per esempio, un vicino di casa, gli vanno incontro a braccia spalancate se s’imbattono a trovarlo di dall’equatore. Io no. La terra è anzi troppo piccina per la mia efferatezza, e non mi vale di pensare che un morto sia morto, chè se anzi gli è accaduto di morire in pochissimo odore di santità presso di me, mi diverto a popolare dell’anima sua la più scialba stella dell’orizzonte, e a guardarla in cagnesco tutte quante le sere.

È un fatto però che la mia lontananza da casa ed i miei debiti coniugali in viaggio non avevano poco contribuito a levarmi di mente, allora per allora, tutto quello che di ostico e di ostile mi era accaduto di lasciare dietro di me, ma l’apparizione improvvisa, nel bel mezzo del mio lungo giro, del più antipatico essere umano che mi avesse amareggiato la vita poco prima che mi sposassi, e non soltanto l’apparizione, ma anche le svenevolezze che gli ho dovuto lasciar penetrare sulla mia persona, colla scusa che eravamo paesani e che ci combinavano all’estero, tutte quelle belle cose, dico, bastarono di per sole a farmi riguadagnare il tempo perduto, come se il core mi avesse dato un tuffo e l’anima uno scossone, contemporaneamente.

Fiatate, lettori.

10

Oh v’assicuro io che da quell’istante e per parecchio tempo di seguito la mia effervescenza di marito fresco non ebbe più nessun bisogno di ricorrere all’estetica ed ai lumini da notte per mantenersi in vigilante ardore, mia moglie dovette punto dormire per parermi carissima e bella. Vero bensì che anche prima, cioè quando sentiva ancora gli effetti dei suoi discorsi della prima nottata, non mi era mai permesso di adoperare seco la più piccola parola veramente brusca, ma per abituati che si sia a tener tutto dentro, come si fa a non aggrottare un pochino la fronte quando ce l’abbiamo con uno, e quest’uno vi parli e vi faccia parlare continuamente? Io ce l’ho avuta spesso con mia moglie, e ce l’ho ancora oggi che scrivo, ma più che accigliarmi nel guardarla non ho mai fatto, e se Dio mi aiuta non farò neanche mai, tanto mi cuoce sempre il dubbio che i più gran torti degli altri non mi si possano mutare in torti piccoli, o, peggio ancora, in torti miei. È il criterio che muta, pur troppo, non è già il torto.

Ma anche il cipiglio si vede, e però mia moglie non potè mai ignorare fin dal bel principio, che cosa mulinassi dentro di me. Dovette dunque avvertire bene che appena scontrato il suddetto carnefice, non c’era mai caso che mi rimanessi dal fare sempre sempre il di lei comodo, con una naturalezza che toccava a dir poco l’estremo limite della bonarietà.

E dopo! Voglio dire dopo tornati a casa! Quando dovetti smaltire di bel nuovo la dura e frequente vista delle altre simpatie lasciate in deposito dentro le patrie mura! Il mio non fu più un matrimonio, fu un’egloga in permanenza! Tanto egloga da dovermi persuadere che più mi sentiva mal montato contro gli altri, e subito, o voglia o non voglia che ne avessi, diveniva di altrettanto più tenero colla moglie mia.

11

Ora accadde che dopo quasi due mesi di stomachevole bonaccia in casa, io mi svegliassi una bella mattina con una gran voglia di escire, di andar via, di prender aria per tutta la giornata, e che in luogo di fare dei lunghissimi giri per non dar di cozzo nei visi proibiti di quei due mesi, li cercassi quasi nei più popolosi ritrovi, e mi chiedessi continuamente che cosa diamine aveva avuto nella testa i giorni innanzi, da pigliarmela tanto calda contro di essi. Aveva un bel passarli in rassegna tutti, ma non ce n’era neanche uno, uno solo, che non mi paresse un vivo segnacolo di innocenza e di purità; sto anzi per dire che li avrei presi insieme tutti quanti, se avessi potuto, e me ne sarei fatta ghirlanda intorno, ghirlanda di pace, di soavissima e perenne pace. Che voleva dir ciò? Io eraabituato a turare un buco per farne un altro, ma questo buco, per mutar di posto, non si chiudeva mai. Ora nulla, tutto pari pari. Che fossi guarito? Che stessi per morire? Che fossi già morto?

Oibò! Non ho avuto che a tornare a casa per trovarmi ben vivo, alla mia maniera. Mia moglie tanto cara e tanto bella mentre io sbizzarriva uno alla volta contro i suddetti visi proibiti di fuori, era diventata in poche ore proibitissima lei di dentro, ed io mi chiedeva di già se doveva proprio sentirmi addosso, fin che campava, quei suoi occhioni sgangherati e blandi. Ho lottato fra me e me, ho combattuto, ho procurato di riderci sopra. Nulla ci valeva. di giorno e nemmeno di notte.

12

Il motto dell’enigma è chiaro: io era di già arrivato alla mia prima tappa coniugale.

Le notturne contemplazioni della luna di miele non erano stati che pannicelli caldi atti soltanto a lusingare il male, il quale, mutando in parte di forma, non aveva punto ceduto del suo vigore. Le nuove cose e le nuovissime impressioni mi avevano sì distratto alquanto dalle vecchie e pervicaci stravaganze, ma anche allora, se ci avessi posto mente, non m’erano punto mancati, come avete visto, i segni ed i presagi del vento di poi, e la piccola tregua, più apparente che reale, non aveva servito che a rinverdire il medesimo uomo di prima, e più balzano che mai.

Gli è che da giovinotto io mi trovava solo al mondo, e però poteva ghiribizzare un po’ di qua e un po’ di , come meglio mi veniva fatto, mentre ora invece, colla donna accanto, aveva dovutomutare modo e metodo, ma non era punto riescito a mutar me stesso. Io me ne stava ancora fermo in mezzo al creato, come per lo innanzi, ma in luogo di avere una metà degli uomini da una parte, e l’altra metà dall’altra, per trastullarmici sopra con vicenda indefessa ed a talento mio, mi ritrovava invece nella ben più brutta condizione di avere mia moglie sola a destra, e tutto il rimanente dell’umanità a sinistra. Più mi andava bene con una, e più mi doveva andar male coll’altra. Non c’era cristi.

Oh benedetti mille volte i Turchi! Almeno essi, quando non arano più diritto colla prima moglie, possono pigliare a voler bene all’ultima!




7 Nel testo "faro". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



8 Nel testo "Mai". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



9 Nel testo "lasiarli". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]






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