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| Alberto Cantoni Il demonio dello stile IntraText CT - Lettura del testo |
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LICENZASperiamo bene che il lettore non vorrà farci il grandissimo affronto di ritenere che noi ci siamo intesi di rompere una lancia in pro del celibato, così poco frequente come è di già. Sarebbe stato un bell’intendimento! Bensì abbiamo voluto esporre i capricciosi effetti del “dolor del mondo” sopra un uomo buono e pieno d’amor proprio, ma debole, il quale, appunto perchè debole, fosse tratto continuamente a valersi degli altri uomini, come di pretesti o di occasioni allo stato morale che recava in sè. Dategli poi una donna che sappia quel che voglia, e starà fresco bene, come avete visto. Prima gli farà la controscena, come per dargli la chicca, poi perderà la pazienza, e lo metterà in castigo. Invece il bimbo (con vent'anni sulla schiena da star seduto, ed altri venti da star in piedi) non aveva nessun bisogno di questi due metodi, non buoni ad altro che a farlo peggiorare a vicenda, e nemmeno fors’anche di un’altra moglie, ben preparata ad amarlo sempre ed a soffrire moltissimo, a seconda che gli avesse girato... no, il bimbo aveva bisogno di liberarsi del “dolor del mondo”, lui che lo sentiva tanto, ciò che significava press’a poco o di non avere mai rischiato di provarlo, col nascere, od almeno di averlo preso fin dapprincipio come lo prendono molti altri, destinati a stare anche più male di lui. Ma tutti non possono avere la bella fortuna di conoscere troppo sè medesimi, e nemmeno il tempo di stare lì a scrutare come mai in giugno avessero in cuore una avventata e piccola ruggine, ed in luglio ce n’abbiano un’altra. Tanto le hanno. Qualora poi sieno così deboli da non sapersene sbarazzare, e non se ne giovino per far male a nessuno, se le possono anche lasciar passare tutte due. È sempre meglio che le cambino... alla peggio. “Dolor del mondo” è voce tedesca, è vero, ma la inquieta condizione d’animo che rappresenta non rimane di essere di tutti i luoghi e di tutti i tempi. Per i suoi ben diversi effetti sopra ben altri e ben maggiori uomini, vedete (diciamone due soli) l’Ecclesiaste e Leopardi. Che cosa importa se essi non le diedero un nome, come fecero di là delle Alpi? Ne conobbero bensì la cagione nella necessità della miseria umana, quanta o quale che sia, e additarono così questa medesima e compiuta conoscenza come l’unico e ben relativo refrigerio nostro. Perchè fu dunque urtato più del bisogno il mite osservatore di poco fa? Perchè, in luogo di adagiarsi molto più spesso, ed almeno per intesa dire, alla causa necessaria ed universale del “dolor del mondo”, si perdette, come abituato ad osservarsi troppo, nello spiarne gli ambigui e particolari effetti sopra sè medesimo. Questi effetti potevano parere bizzarri a chi li avesse riscontrati di quando in quando in altrui, ma egli se li vedeva dentro, e se li faceva anche esasperare maggiormente col guardarli sempre. Cara quella bizzarria.
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