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| Alberto Cantoni Il demonio dello stile IntraText CT - Lettura del testo |
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PIÙ PERSONE ED UN CAVALLONovellettaIL’Edda di Florio, capitano Graf(11), viaggiava anni sono da Genova a Palermo, ed io, che doveva andare a Napoli, ne profittai da Livorno in là, col più bel tempo che si possa immaginare. Una buona stella mi fece arrivare a bordo quando precisamente i primi stavano per mettersi a mangiare, e non più tardi di cinque minuti dopo era già seduto a tavola, con un colonnello dei bersaglieri a fianco, due Messicani di fronte, e il capitano in mezzo, cinque persone in tutto. Quest’ultimo, a malgrado del suo nome, era siciliano quanto Giovanni da Procida, e sapeva fare il padron di casa da vero gentiluomo di mare, ma per quanto di buona volontà ci si ponesse tutti, pure, colla lingua francese di quei due Messicani, non c’era proprio verso di mandare avanti la conversazione. Li secondammo, nonostante, il più che si potè, e quando con l’aiuto di Dio si chetarono, e ci fecero capire che non ci capivano più, perchè avevano già smaltito le cinquantacinque parole imparate a memoria nel passar l’Atlantico, allora fu un’altra cosa e s’andò avanti in italiano fra di noi tre, senza più interromperci che ad ogni bicchier di Marsala, per brindare ospitalmente al Messico, all’istmo di Panama, al Niagara ed al Missippì. È buono il Marsala di Florio, e se il maggiordomo dell’Edda avesse seguitato a far vuotare, io mi sentiva dispostissimo a passare in rassegna tutto quel po’ di geografia americana che mi ritrovo in capo, con grandissimo soddisfacimento di quei due signori. Ma quegli scappò via come una saetta per sovrintendere al pranzo dei secondi, e noi cinque rimanemmo a tavola col caffè davanti. Il colonnello era siciliano anch’esso, e bastò un momento di distrazione sua e di Graf, perchè mi credessi improvvisamente mutato in americano anch’io, tanto poco li capiva e l’uno e l’altro. Parlavano l’almo linguaggio di Giovanni Meli, che noi del settentrione possiano appena appena masticare a spilluzzico ritrovandolo scritto, e commentato, e tradotto, ma quando lo parlano, santo Dio, che roba! Si ravvidero entrambi quasi subito, e mi chiesero scusa della distrazione, poi il capitano dovette muoversi pei fatti suoi, ed io me ne andai a passeggiare sopra coperta col colonnello, lasciando i due Messicani tutti assorti a decifrare un giornale mercantile, raccattato a Livorno, dal quale stavano spremendo una specie di oroscopo sul commercio dello zolfo: unico obietto del loro viaggio artistico in Sicilia. Il colonnello giudicato così alla grossa dai bei mustacchioni bigi, dal portamento e dalle rughe del viso, poteva avere circa sessant’anni, ed era alto ed aitante della persona. Guardava fermo in viso nel discorrere e si esprimeva sempre con molta disinvoltura, ma vi era pure un che di così curioso nel suo modo di parlare, da valere proprio la pena che io mi studi di darlo ad intendere, per difficile a dire che esso sia. Appena cioè i suoi discorsi tendevano ad animarsi un pochino, e subito subito la sua voce principiava a discendere anzichè a salire, per assumere poi dei toni tanto più morbidi e tanto più carezzevoli quanto più, seguitando egli ad animarsi, avrebbero dovuto essere più risentiti e più forti. Era indole contradditoria? Era studio per far più effetto? Io non me lo sapeva dire, ma è certo che nessuno si è mai imbattuto in un più palmare contrasto fra la voce d’un uomo e il sentimento delle sue parole. Dato e conceduto poi che io non appartengo punto a quella categoria di seccatori, i quali, appena si abbattono in un militare in divisa, od anche semplicemente in una persona investita di qualche pubblico ufficio, si credono subito in diritto di chiedergli che faccia di bello, donde venga, dove vada, e quante lire abbia in tasca, così non sarò io di certo che potrò contentare il mio curioso lettore narrandogli tosto che cosa il colonnello avesse fatto a Genova, o perchè se ne andasse a Palermo. Veniva dal Nord, e andava verso Sud, precisamente come il nostro vapore: ecco tutto. Io mi prendo solamente quel che mi danno, in casi simili, e ne ho di grazia per passare il tempo. Ma il colonnello è stato così generoso con me quella sera, che io pure, alla mia volta, non voglio esserlo meno col mio curioso lettore, nella dolcissima lusinga di fargli fare la mala notte che ho fatto io, quando mi congedai alle dieci per andare a dormire. Cioè adagio: per andare a letto. Avrà dormito il colonnello, forse. Chiacchierando così del più e del meno, mi venne la infelice idea di parlargli dei suoi paesani da me conosciuti fino a quel giorno, e dopo una filza di cinque o sei persone, o poco più, il discorso mi cadde sopra di un tale, che si trova da quasi trent’anni sul continente, e che non ha mai rivisto sua madre, rimasta sempre nell’isola, ed ora quasi nonagenaria. Aggiunsi altresì che cosa egli risponda quando lo si incoraggia a ripassare lo stretto, e cioè che non ne vuol sapere, perchè è sicuro di starne peggio che mai, dopo tanti anni di lontananza. “Peggio!?” mi chiese il colonnello. “Sì. Egli teme di soffrire tanto nel dover abbandonare di nuovo e per sempre la sua vecchietta, che il piacere di rivederla debba risultare al paragone assai assai più piccolo.” “Non gli creda!” mi rispose il colonnello. “Perchè?” “Un uomo che la va a pigliar così lunga nelle previsioni, non ama più sua madre. L’ha amata, può darsi, ma ora gli è divenuta indifferente. Teme però di rivederla, per paura di rinnovare l'affetto, e di soffrire più assai quando fra poco gli dovrà morire.” Il colonnello pronunziò questa tirata alla sua maniera, cioè con un crescendo di... pacatezza, ed io rimasi lì senza dir nulla, un po’ per la fulminea rapidità di quel giudizio, probabilmente giusto, un po’ perchè mi venne subito una gran voglia di chiudermi a chiave nel mio camerino. Non mi piacciono molto, se devo dire la verità, gli uomini che s’intendono troppo di cuore umano, e credo che piacciano pochissimo a tutti. Fin che si rivelano da lunge con dei libri o con delle commedie, va benone, ma starci sotto a quattr’occhi, non va niente bene. Il colonnello notò subito la mia faccia scura, e disse, interpetrandola a modo suo: “Vedo che il mio insanabile pessimismo le ha fatto impressione e mi voglio scusare, narrandole subito una storiella, che le posso garantire per esattissima, e che non mi ha lasciato addosso una gran fiducia nei vincoli di sangue, nemmeno nei più stretti.” Mi son sentito venire i brividi, e proruppi: “Oh Dio, sarà una storiella malinconica, ci scommetterei! M’importa assai di quel Siciliano! Lo vedo una volta ogni sei mesi tutt’al più. Non me ne sono già avuto a male per lui, creda pure. È stato un po’ di umiliazione, vedendo lei in un minuto secondo imbroccare forse più giusto di me in tre anni. Guardi laggiù piuttosto. Il capitano ha invitato i secondi nel salottino del pianoforte, e c’è una signora che canta il walzer di Madama Angot. Non è meglio che l’andiamo ad ascoltare?” “No davvero. Miagola troppo. L’ho udita sere fa in un teatro di legno, a Genova, e me ne è passata la voglia finchè campo. Sono in due, marito e moglie, uno cala di mezzo tono e l’altra cresce. Quando s’uniscono pare cha abbiano il mal di mare. Non ci vuole meno della gentilezza di Graf per non farli incatenare entrambi giù nella stia. Se sapesse quanto Boccaccio e quanta Belle Hélène ci hanno inflitto iersera dalla Spezia in giù! Mi son dovuto rifugiare qui, dal mio cavallino.” Povero baio! Era all’aria aperta, ma faceva compassione egualmente. L’avevano legato fra quattro pareti di legno, poco più basse di lui, con sotto il ventre una grossissima tela, tirata a forza più su del ginocchio, sulla quale doveva necessariamente cadere in tempo cattivo, senza pericolo di rompersi le coste nei lati del suo angustissimo casotto. Non poteva muovere liberamente che la bella testina, che usciva fuor delle pareti, e che penzolava malinconicamente in qua ed in là, come se fosse stata quella d’una gran testuggine fuor della scaglia. Il colonnello se la prese adagio adagio fra le mani e se la pose sulla spalla, dove rimase ferma ben volentieri, mentre il padrone carezzava il collo. Povero baio! Mi stava guardando con due occhi mansueti, lacrimosi, pieni di bontà e di rassegnazione, quando d’immobili che eravamo tutti tre, demmo tutti un grandissimo scossone, e il nostro bel gruppo si sciolse immantinente. S’era dato in secco? Ci avevano investito? No. Era stata una feroce stonazione dei due coniugi: una stonazione che avrebbe bastato per fare spiritare i cani, nonchè i cavalli. Il colonnello, come più avvezzo, si riebbe prima di me, e disse: “Ha udito? Ho ragione sì o no?” Io non gli risposi, sì dentro impietrai. Impietrai tanto che l’anima mia dovette rifugiarsi, come paurosa, nel seno del suo Fattore, sclamando: “Dio santo e buono! Tu mi hai dato oggi le più belle prove dell’amore tuo. Mi hai suggerito di viaggiar per mare, e il mare è buono; mi hai disteso innanzi questa cerulea bellezza d’acque, ed io non ho che a voltarmi intorno, per sentirmi come penetrato della tua grandezza. Non bastava. Ora mi fai discendere il sole a ponente, e mi fai alzare la luna a levante. Da una parte il cielo è già tutto una gloria, dall’altra il mare è già tutto uno zaffiro. Potevi tu essere più buono, più amorevole, più grazioso meco? No. Ma ci sono i miei simili che stanno per guastare la tua opera santa: c’è un colonnello che mi vuole raccontare una sua buia storia d’orrore, c’è la figlia di Madama Angot che seguita a... cantare con suo marito. Oh perchè, mio Dio, non hai mandato in mia vece il mio simpatico lettor curioso? Oh quello no, non ha bisogno di far vita contemplativa la sera, per poter dormire la notte. Egli se la gode quando può sapere i fatti degli altri, egli ci s’ingrassa dentro, egli non capisce che la noia è il più sacro, anzi il più divino di tutti i soporiferi!... io sarei stato fermo qui per un paio d’ore; il mio pensiero si sarebbe annegato in questa infinità, come dice Leopardi; poi sarei sceso a leggere i ringraziamenti dei viaggiatori nell’album di Graf, mi sarei seccato bene... e avrei dormito. Tu invece lasci guastare l’opera tua!!” Nessuno può dire quanto tempo avrei seguitato nelle mie lamentazioni, se il colonnello non si fosse pensato di scotermi colle più aspre note del suo vocione da parata, dicendo: “Venga. Il meglio che possiamo fare è di ricoverarci nel salone dei secondi.” |
11 Quel medesimo che morì poi miseramente a Casamicciola, dove attendeva a curarsi di una malattia che si era procacciata per salvare una nave francese. |
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