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Alberto Cantoni
Il demonio dello stile

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  • IL DEMONIO DELLO STILE Novella Critica
    • Tema quarto, di fantasia. VOI STESSA.
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Tema quarto, di fantasia. VOI STESSA. — Non tutta la vostra storia — no per l’amor di Dio, ci vorrebbero dieci risme di carta, ve l’ho già detto — ma un episodio, un piccolo episodio nel quale, per esercizio e mercè di quel po’ d’esperienza che avrete fatto, vi studierete di rendere verisimile ciò che forse e pur troppo non sarà mai vero.

 

Vediamo. Lo scrutinio di lista è già ritornato nel suo baratro profondo. Molti uomini hanno mutato in meglio ed in peggio, ma chi ha mutato più di tutti è vostro marito. La sua volta è finalmente venuta ed eccolo ministro. Dieci anni prima sarebbe stato meglio, grazie obbligato, non era ancora disceso a certi connubi assai più patetici di quello che ha in casa, ma che ci volete fare? Allora non era che un grande intelletto solitario e sdegnoso; ora è assai più ed è assai meno: è l’uomo della giornata, un uomo che accenna a rimanere a galla più assai di quel che non avrebbero lasciato supporre le sue idee di governo di parecchi anni prima. Ma l’ingegno, quando c’è, salta fuori da tutte le parti, ed egli, che ne ha da vendere, se ne giova per mettere in luce la propria buona fede, e se ne giova così bene che... i suoi gli credono. Più di così non si può ottenere; basta che il numero di costoro aumenti sempre. E aumenta tanto che in due mesi o tre voi non siete più voi: siete la moglie di S.E. il Ministro. Ciò vi umilia dapprincipio, ma poi vi abituate, soprattutto quando vi vedete intorno un grandissimo numero di deputati, ben persuasi di poterlo smuovere da qualche grosso piano, smuovendo voi. Egli cede spesso alle vostre intercessioni, o se non cede, vi chiarisce così bene le più riposte cagioni del suo rifiuto che tutti, voi la prima, dovete confessare di averlo sempre tenuto per molto meno di quel che valeva. E più egli vi cresce davanti agli occhi, più vi vien voglia di chiedergli con feroce sorriso: “O perchè ti sei data così poca briga di farti amare da me? Son così da nulla io?” Ma voi dovete stare zitta, perchè siete sicura che egli, ben lunge dal rispondervi a tono, vi chiederebbe alla sua volta: “E tu? ” e queste due parole, nella sua bocca, vi farebbero male, male assai.

 

Ma chi non può parlare sente tutto il doppio, e la sua bella fronte spianata dal successo vi soggioga, e la serenità operosa che ha preso il posto dell’acredine beffarda ve lo trasfigura quasi davanti agli occhi. “Quello”, dite, “è il camerata d’opportunità col quale ho vissuto tanti anni? Quello è mio marito?...” Sì, so benissimo ciò che vorreste dirmi: un uomo di stato aumenta molto di valore quando abbia accanto una donna come voi, ma che avreste fatto voi medesima se foste imbattuta a sposare il Duca A. od il Marchese B.? Poco più poco meno quel che facevate prima di conoscere quest’uomo, che ora, ad un solo suo cenno, vi fa accorrere volonterosa a combattere insieme le sue più contrastate battaglie. Quante ne avete vinte di già!

 

Ma la vittoria non si lascia acciuffare in eterno, e viene, viene sempre il gran giorno della sconfitta. Una torbida lega d’interessi opposti accerchia vostro marito, lo preme, lo abbatte. Egli sa di non aver ceduto all’opinione che quella piccola parte del suo programma che gli rendeva incompatibile il potere (Dio, quante parolacce bisogna scrivere per non parere affettati in questi tempi costituzionali!), sa che questo suo potere ha giovato alla patria, e cade. Cade con dignità, senza intrigare in agonia, più ancora senza mai far gridare ai quattro venti di sentirsi ben saldo, quanto più la terra gli vacilla sotto. I nuovi amici fuggono a frotte, i vecchi lo tempestano di rimproveri, quasi di contumelie. È solo. Cioè no (ecco la novella che spunta) gli rimane quella donna gentile che ha partecipato ai suoi trionfi e che vuole dividere la sua caduta.

Costei si trova anch’essa mutata come in un’altra donna. È già gran tempo che Carlino non le viene più in mente che una volta il mese e i suoi predecessori una volta l’anno. Alla reciproca indifferenza le è subentrato in core un desiderio profondo di rialzare il marito, di farlo consapevole della propria stima infinita, di mostrarsi dimentica delle patite offese. Essa lo difende contro tutti, non ha parole che per vantare la ricchezza dei suoi partiti, la salda tempera del suo governo, la felice maestria degli espedienti. Meno gli altri le danno retta, e più s’accalora, s’infervora, lo crede anche maggiore di quel che è veramente, lo ama. Si sì, parliamo piano finchè volete, ma lo ama, ve l’assicuro io! Che fare? Dirglielo no, una donna non si rassegna mai ad essere lei la prima, nemmeno col marito, e poi è un po’ tardi, ed essa rischia bene di non essere creduta. Farglielo intendere tacendo? C’è il caso che non intenda punto, e che questo nuovo contegno gli paia un gran prurito di tornare in su, entrambi. Non rimane che un partito solo: aver pazienza, e provarglielo adagio adagio, con una abnegazione di tutte le ore, di tutti i minuti, finchè la verità si sia fatta così grande strada nel suo core che egli non vi possa mai scambiare per una di quelle donne le quali fanno vita buona, dicono esse, perchè si contentano d’un amante solo, e perchè empiono talvolta la nicchia rimasta vuota ponendovi il marito. No no, voi dovete penetrarvi tanto della feconda ampiezza di questo tema, dovete girarne e rigirarne con tanto bel garbo le tortuose peripezie, dovete esporre finalmente con colori così fini e così delicati cotesto ultimo e perenne amor vostro, da acquistare fede, se non presso il marito, almeno presso ogni lettore effettivamente gentile. Che se poi, per risparmiarvi uno stato così penoso, vi piacerà anche di guadagnar tempo e di non lasciar dire alle amiche vostre che voi, prima di adorare il sole, avete voluto vederlo sorgere, meglio così. Sarà tanto di buon esempio guadagnato per i vostri figli.

 




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