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Alberto Cantoni
Il demonio dello stile

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  • IL DEMONIO DELLO STILE Novella Critica
    • Tema quinto ed ultimo, per ridere. IL VOSTRO BAMBINO.
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Tema quinto ed ultimo, per ridere. IL VOSTRO BAMBINO. — Non lui, intendiamoci, che non ha ancora diciamola elegantemente, la sua personalità giuridica, ma qualche cosa che senz’essere punto una novella, principi almeno coll’aggrupparsi intorno a lui: per esempio, quella scena dell’altra sera in casa vostra, quando era tanto infreddato che ci faceva starnutare a tutti, per simpatia, e quando Carlino s’è impuntato di farci lo schizzo nel più comico e buffo di tutti gli atteggiamenti umani: nell’atto cioè di raccogliere uno starnuto.

 

O che fiasco! Pareva che uno avesse il mal di denti, un altro che stesse lì li per mettersi a piangere, un terzo che frenasse uno sbadiglio, un quarto — il più compassionevole, anzi il più miserando di tutti — che fosse stato effettivamente per starnutare, ma che non avesse potuto. E Carlino ad ostinarsi ed a riprincipiare a memoria, per fare peggio, s’intende, senza capire che noi, a forza di ridere e di pensarci sopra, non avevamo mai potuto dar fuori gli starnuti nostri con vera naturalezza, e che il solo a raccogliere bene i propri era stato lui, Carlino, che ci si era arrabbiato un buscherio per l’interruzione, senza punto potersi vedere. Contata bene è una scenetta che può anche far pensare, soprattutto quando vi studierete di dare ad intendere ai pittori e agli scultori che il vero è già bastantemente duro per sè, e che però non c’è nessun bisogno di renderlo ancora più duro, tentando di coglierlo nei suoi più grotteschi e men comuni aspetti. Ma io sono stanco di fare la falsariga; scrivete un po’ voi!

 

Cioè no, mi sbaglio, lasciate pure appassire questi cinque temi nella ruvida scorza dei miei abbozzi e non li scrivete per carità. Trovate di meglio, trovate anche di peggio, ma trovate da voi, o addio spontanea freschezza di chi sa di accoppiarsi da solo con la sua propria idea. Io ho voluto solamente farvi vedere che delle cinque persone che mi stavano innanzi, nessuna poteva naturalmente sottrarsi alla grande orbita della commedia umana, ma voi conoscete bene tanta gente che non vi mancherà mai carne da mettere al fuoco, senza ricorrere alle macchiette di chicchessia. Abbiamo ben altro da parlare ora che di macchiette.

Figuratevi di essere una potente imperatrice romana, e di avere a disposizione i tre massimi scrittori del tempo vostro. Li fate chiamare la vigilia d’un grande spettacolo; e dite loro di porsi nel domani ai tre lati dell’anfiteatro, di guardare bene ogni cosa, e di scrivervi poi ordinatamente quello che han visto, senza sapere nulla un dell’altro, e senza mai digredire dal circo, nemmeno coll’immaginazione. I tre vanno e vedono le medesime cose, ma credete poi che nello scorrere le tre narrazioni voi non ci abbiate a trovare altro divario che quello inerente alla maggiore o minor coltura, alla maggiore o minore padronanza della lingua? Oibò, il più savio starà più ligio agli ordini della sua alta signora e farà sfoggio di esattezza e di perspicuità; il più gentile tenterà soprattutto di strapparvi una lagrima sulle vittime cadute; il più fantastico vedrà contrasti strani e più strani accozzi dove gli altri non videro che mucchi di persone e mucchi di cose: troverete nel primo maggiore assennatezza e maggior copia di veridici dettagli, nel secondo più movimento d’affetti, nell’ultimo più colore, più ornamenti, più brio.

 

Or che vuol dire questa così grande differenza che vi muta quasi in tre quadri un quadro solo? Vuol dire che essi hanno avuto bensì dinanzi agli occhi il medesimo spettacolo, ma che non l’han visto o almeno non l’han sentito allo stesso modo. Or come si manifesta questa gran differenza? Soprattutto mediante lo stile. Or che è dunque lo stile? Lo stile non è altro che la interpretazione scritta del nostro modo particolare di essere e di sentire.

Questo modo, appunto perchè è particolare, differisce più o meno in tutti noi, secondo la nostra natura, la educazione e la fortuna, ma differisce per gradi, come avviene di ogni differenza umana. Abbiamo tutti, oltrechè un viso ben nostro, anche una nostra propria espressione di viso, ma ciò nonostante un artista non ha che a girare in tutta la città popolosa per trovare subito dei tipi intorno ai quali si raggruppino, per così dire, i principali caratteri di quella tal gente. Che vuol dire se questo può accadere in una sola città? Vuol dire che se si avessero innanzi tutti gli uomini e se si potessero guardare tutti in un colpo d’occhio, la gradazione della differenza dovrebbe essere tanto piccola e quasi impercettibile quanto è grande, anzi infinito, il divario che deve intercedere fra i più belli e i più brutti di tutti noi.

 

Così è dello stile, con questo di più che il distacco fra l’uno e l’altro uomo può essere piccolo o grande oltrechè per il loro modo particolare di essere, anche per la maggiore o minore facoltà di esprimerlo. Uno sente molto e dura fatica a manifestar ciò che sente? È turgido. Un altro sente poco, ma si esprime con limpidezza? È vuoto. Un terzo affetta di sentire ciò che non sente e di essere ciò che non è? È in maschera, è falso. Per passare da questi esempi mezzani fino ai più nitidi e spiccati ingegni da una parte, e dall'altra fino a coloro i quali, inetti anche a fingere, sono, sentono e si esprimono su per giù come la più parte degli uomini, si dovranno certamente percorrere due infinite gradazioni di piccole differenze, ma fra i due estremi! Oh fra i due estremi c’è un abisso come quello che separa il viso di Carlino dal mio. Prima dunque di mettervi a scrivere importa di sapere qual è il gradino della lunghissima scala a pioli che andrete probabilmente ad occupare, importa di sapere, se non scriverete così nè ben nè male come troppi altri che si trastullano a metà della scala, importa di sapere che siete.

“Sono”, mi par di sentirvi rispondere, “una donna, alla quale si dovrà perdonare di molto, in grazia della mia estrema gentilezza con tutti, non punto eccettuato il marito. Infranta quasi a diciott’anni da un primo ed infelice amore, sono stata tratta a ricorrere all’imaginazione, pur di empire, come che fosse, il vuoto dell’anima mia. E questa birbona me ne ha giocato delle belle. Ha ornato, come suole, dei suoi più graziosi colori le persone appunto che io conosceva di meno, a danno e scapito di quelle più vicine e più note, e mi ha barattato i languidi in affettuosi, i millantatori in prodi, i giovinetti (questa è stata la più grossa) in uomini. Non si può dire che essa mi abbia sempre giocato del tutto, perchè ho mutato parecchie volte, ma ora finalmente sarebbe tempo che l’avessi di vinta io, perchè ho una bimba che pare quasi una donna, senza troppo bisogno di ricorrere all’immaginazione. Mi verrà fatto? Speriamo bene”.

Data la confessione, argomentiamo. Se questo bagliore di fantasia, se questa snella subitaneità d'affetti discendono veramente di pura vena dalla vostra indole, e se cioè le abitudini dell’altissima società non ve ne hanno mai dato, con l’occasione, il pretesto, allora tranquillizzatevi, il vostro sarà di fatto uno di quei temperamenti che non repugnano punto dall’arte. Che se poi la gran dama si ritroverà a lottare davvero colla buona madre, e se il senno, vale a dire il primo fattore delle buone lettere, potrà così vivere in pace dentro di voi col secondo e col terzo, cioè col sentimento e colla imaginazione, allora tanto di meglio, la vostra non sarà soltanto arte bella, sarà anche utile, se non agli altri, a voi. Badate bene però che io non voglio illudervi, e che sono ben lunge dal lasciarvi credere che voi possiate o combinare perfettamente, nella misura delle vostre forze, quelle tre bellissime cose, ovvero che possiate ridurne almeno una alla sua più perfetta manifestazione, no no, Dio me ne guardi, la perfezione è un oggetto di gran lusso che ha pochissime attinenze con una artista che principia a lavorare alla nostra età, ma via, potrete fare sufficientemente bene, purchè però non veniate mai meno a questa che sto per dirvi necessarissima condizione:

 

che non vi diate cioè nè pace nè tregua mai finchè tutte le vostre scritture non rendano ben compiutamente la vostra particolare fisionomia d’artista; finchè esse non mettano qualche cosa di vostro proprio in tutto quello che toccano; finchè, per spiegarmi abbondantemente, l’antica vostra grazia ed il senno, in parte novissimo, non si raggruppino in un modo tanto a voi personale colla ricchezza delle immagini e coll’agilità degli affetti che ne traspiri schiettissimamente tutto l’esser vostro.

 

Ora, possedeste anche una certa facilità di esprimere bene tutta voi stessa, in altri termini una certa facilità di stile, non per questo dovrete trascurare di aggiungerle sempre con la pazienza e con la meditazione, per non finire come certuni i quali, avendo sortito dalla natura una indole anche più artistica della vostra, la sciupano o per furia o per incuria così miseramente che poco dopo, a leggerne uno, vale quasi lo stesso come leggerli tutti, nè come certi altri i quali o gonfiandosi per alterigia, o immiserendo per soverchia frega di sapore classico, o, peggio ancora, imitando supinamente i loro più fortunati confratelli, debbono poi confessare a sè medesimi di non capire punto come mai, tempo addietro, essi abbiano potuto scrivere a quel dato modo... tanto poco si riconoscono nelle loro carte! Danno la colpa all’età ed al gusto mutato dei tempi, e certamente sono due cose queste che una qualche influenza la debbono avere, ma non mai al punto da mutare un giovine bruno in un vecchio biondo, nè un bollente poeta in un intirizzito verista. Come! Un calzolaio riconoscerà su mille il suo paio di stivali, una donnicciuola su altri mille il suo paio di calzette (perdonate la viltà dei paragoni) e voi, che siete un'artista, voi da vecchia dovrete dire: “In verità che se non ci fosse il mio nome sotto, mi parrebbe impossibile di avere scritto così?!” Ma allora chi era che scriveva a quel dato tempo? Eravate voi? O non era piuttosto una persona come tutte le altre, la quale si limitava ad essere ciò che la sua propria ostentazione ovvero la moda di quel dato momento volevano che essa fosse? Importa assai che i vostri libri, come più moderni, si vendano meglio dei versi di Raffaelli, per dirne uno a caso che ne ricompra parecchi; importa assai che certi critici, sapendovi una bellissima e gentile signora, vi esaltino, senza leggervi, fino alla nausea! Ma voi sarete poi contenta di voi medesima? Contenta di quei vostri volumi i quali, a moda mutata, vi faranno l’effetto dei figurini colle vite corte quando voi donne solete portare le vite lunghe? Non credo. E perchè mai un così grande crollo? Perchè, senz’essere punto una persona come tutte le altre, pure vi è mancata una facoltà principalissima: quella di sapervi affermare bene in ciò che avevate di indipendente affatto da qualunque moda e di assai più particolare che non fosse il viso, nel vostro modo cioè di essere e di sentire. Vi ritrovaste anche cento volte più ingegnosa di quel che siete, ed egualmente, senza di essa, vi mancherebbe il meglio.

In1 questo durissimo caso non dovete risparmiarvi nè fatiche nè veglie per conseguirla (dato che siate in tempo) ed il più che possiate. Quando uno dei vostri lavori non rifletta bene, come uno specchio fedele, tutto ciò che più fortemente sentiste nell’immaginarlo e nello scriverlo, non lambiccatevi il cervello a correggere una pagina qua e due pagine là, chè fareste peggio, ma principiatelo da un altro verso e rifatelo, rifatelo senza discrezione, senza pietà, finchè una voce di dentro non vi gridi ben forte: “Così va bene, così son io”. Questa cura continua che invade lo scrittor coscienzioso finchè l’opera sua non risponda esattamente alla somma di giudizio, d’affetti e d’inventiva che gli è stata consentita da Domeneddio, o, meglio ancora, finchè egli non renda assai bene tutto quello che ha in sè di migliore e di più suo, cotesta cura continua, dico, può bene aver nociuto a qualcuno che abbia esagerato, ma certamente senza di essa nessuno sarà mai sicuro di riescire a fare il più ed il meglio che possa.

 

Ed ora che mi sono sfiatato tanto, vi prego per carità di non venirmi a raccontare che uno stile buono o cattivo bisogna pure che lo abbiamo tutti, perchè Buffon ha detto che lo stile è l’uomo e con questo ha voluto significare che tal quale uno è, tal quale bisogna che scriva. Certo, sicuro che la cagione di ogni cosa sta tutta quanta nell’esser nostro, ma perchè appunto, se non siamo persone volgarissime, dobbiamo pure avere qualche cosa di marcatamente proprio, così non dobbiamo tenercela niente affatto per noi, alla maniera di certuni, i quali, ingegnosi e timidi nello stesso tempo, si tarpano di propria mano per paura di sentirsi canzonare come vantatori che volano troppo in alto, quando sarebbe tanto più comodo e tanto più moderno di volare a fior d’acqua! Certo, sicuro che per correggere i nostri difetti di stile bisogna principiare dal correggere noi stessi, e che per sapere come uno possa scrivere bisogna prima domandare che esso sia. O cosa altro ho fatto2 io con voi da più pagine in qua? Voi dovete avere, o almeno dovete trovare un modo tutto vostro di novellare e di scrivere gentilissimamente, ma che cosa importa che lo possiate avere se siete anche pigra e se vi pesa di cercarlo per paura della fatica? So anch’io che sarebbe più sbrigativo di pigliare un po’ d’intonazione qua e un altro po’ colà, ma è un mestiere da pappagalli questo, e voi certo non vorrete ammettere di avere del pappagallo dentro di voi, nè che la vicina eco dell’opere altrui vi possa montare come se foste il fonografo di Edison. Meglio varrebbe che seguitaste a scrivere infaticabilmente alle amiche vostre! Oh quelle no, non c’è pericolo che vi chieggiano mai ombra di originalità; più anzi che vi troveranno fatta a imagine e simiglianza loro e più le contenterete, MA L’ARTE! L’arte vuol tutto, e chi più è, più metta.

Sono

Il vostro aff.

Bar. FERD. ACERBA

 

P.S. — Mi spiegate l’arcana ragione di questo P e di questo S davanti ai poscritti? Per dire che vengono dopo la lettera? Ma si vede. Per far notare a chi legge che ne avevamo dimenticato il contenuto? Ma se racchiudono spesso ciò che più premeva di dire! Cotesta ragione arcana ve la dirò io. Si finge ipocritamente di avere dimenticato e scritto dopo ciò che prima s’è forse pensato di più, e non contenti, per far più colpo e perchè l’altro se ne scordi meno, di mettere cotesta cosa già tanto pensata nel poscritto, ci si pone anche innanzi quel P e quell’S in lettere maiuscole, tanto per dare l’ultima pennellata alla nostra ipocrisia. Quante lettere non abbiamo tutti ricevuto con due o tre pagine piene zeppe di cose inconcludenti, e con la preghiera d’un favore nel poscritto. Ma! Se ne sono ricordati giusto quando stavano per chiudere... chi ci credesse!

 

 

Così, o presso a poco, argomenterete anche voi quando avrete letto queste mie ultime pagine, ed io confesso fin da ora che non vi sbaglierete punto. Sì, è vero, mi è mancata la franchezza di scrivere a suo luogo la roba che metto in coda, ma questo non vuol dire che io non ci avessi pensato prima, o che me ne fossi dimenticato mai. Me ne sono anzi ricordato così bene che l’ho tenuta indietro apposta per metterla nel poscritto: ecco la verità! Sarò sempre meno ipocrita degli altri.

Dunque torniamo a noi. Avete visto che mi sono tenuto sulle generali, e che ho procurato di essere meno severo che ho potuto, ma vi è pure una cosa che non posso tacere, ed è questa: siete ben sicura di sapere scrivere così a un di presso... in italiano? Sta il fatto che la nostra lingua è ormai diventata uno strumento attissimo a parlar di tutto fuorchè di sè, prova ne sia che quando se ne parla è giusto allora che ci si capisce meno, ma via, ci sono egualmente delle bricconate che non possono piacere ad anima vivente, e sono, per esempio, le voci e le locuzioni alla francesca od alla partenopea. Se non siete ben certa di andarne immune, procuratevi questa certezza, vigilandovi attentamente. Non vi pare che ne valga la pena? E voi smettete subito di scrivere, perchè, se la pensate a questo modo rispetto ad una lingua che in fatto di benemerenze non ha l’eguale al mondo, certamente non varrebbe la pena di leggervi. Stava fresca l’Italia senza l’italiano, con tutto che avesse tant’alpi e tanto mare!

E una. Andiamo avanti perchè ne ho un’altra. Voi solete scrivere facilmente moltissime lettere, lo so, ma altro è parlare con uno, altro è parlare con tutti. Una lettera, per monotona ed uniforme che sia, pare sempre assai meno monotona di quel che è veramente, perchè dice quel che ha da dire a chi la deve leggere, e addio. Ma il libro! È tanto facile di guardarlo appena, e se esso non si mette di picca a fare indugiare il suo lettore con la varietà, la disinvoltura, in una parola con la sua eleganza, c’è pericolo che esso faccia ben poco cammino, anche se è buono. Perchè ciò non vi accada, vi raccomando questo mio metodo che mi ha giovato moltissimo.

Voi principiate subito a lavorare, e seguitate il meglio che potete per un paio d’anni, senza mai pubblicare nulla, e senza mai ritornare sulle cose vostre, appena che vi paiano bene scritte. Se, ripigliandole dopo quel tempo, vi parranno tali e quali ancora, addio roba mia, sarà segno palmare che non siete punto suscettibile di miglioramento, e varrà meglio che vi diate pace senza più far nulla. Ma se invece, come è probabile, vi salteranno agli occhi mille deformità non avvertite prima, e voi rifate subito il gioco, non già una volta soltanto, ma due, tre, quattro, finchè i guai non sieno di tanto diminuiti, che voi vi possiate contentare ponendo qua una parola di più e là una parola di meno. Per me questo giorno soave non è ancora spuntato, prova ne sia che a malgrado dei miei ricchissimi trent'anni, e di un mio prezioso cassettino ben chiuso a chiave e tutto pieno di carta scarabocchiata, pure non ho mai licenziato alle stampe che il mio biglietto di visita... e volete saperne il perchè? Perchè uno scrupoloso individuo mi predica sempre di rendere meglio, meglio assai, tutto ciò che di meno languido mi accade di sentire quando immagino e quando scrivo, e perchè io, alla mia volta, non ho che a rileggermi di due in due anni per rimandarmi subito ad altri due. Se quello fosse stato più arrendevole nel darmi il placet rapporto allo stile, e se io avessi avuto un altro metodo rapporto alla lingua, Dio, Dio, il cassettino si apriva e forse oggi sareste voi la prima a sorridermi dietro ed a esclamare misericordiosamente: “Povero Acerra! Avrei creduto che sapesse far meglio!” Così invece mi pregate di reggervi i primi passi. Nientemeno.

Ma l’alba spunta ed io muoio di sonno. Bisogna concludere. Siate voi, tutta voi, quando scrivete, e avrete sempre qualche cosa di diverso da tutti gli altri, ma per carità non profittate di questa scusa per imbandirci anche una lingua tutta vostra. O avrete bene la vostra parte di colpa se qualcuno seguiterà a dire... quel che si dice da trent'anni in qua. Buon giorno.

F. A.

 

Pubblicando questa lettera ed assumendone così una parte di responsabilità, debbo aggiungere una cosa sola, ed è che l’Acerra, nei suoi rapporti coll’arte, somiglia di molto a quegli uomini che hanno sempre fatto all'amore con una donna, senza mai sposarla. Credono perciò che il farsene amare sia la più liscia fatica del mondo, e non sanno quante belle cose paiono facili e piane avanti le nozze, che diventano assai difficili dopo, e primissima coscienza di tutte cotesto amor continuo. Con la sua coscienza troppo immune di rimorsi letterari, egli ignora affatto le molte sgarbatezze con cui la realtà può premere lo scrittore, per fargli cedere affrettatamente alla tirannia della moda, alle chimere della vanagloria, od alle trafitture dell’amor proprio, e nemmeno pensa a coloro che hanno bisogno di un qualche successo immediato, per viverne. Ma i dirizzoni che fa prendere la benedetta politica non contano per nulla? Chi non vede che lunghe braccia non abbia messo costei, e come essa non pesi in via restrittiva sopra tutta l’arte? Dov’è il liberale che oserebbe oggi di schierarsi col padre Cesari in fatto di lettere? Dov’è il conservatore il quale non procuri di darsi ad intendere che i due Bolognesi non sieno minori poeti di quel che sono? Ed i vantaggi di mutua difesa che provengono dall’iscrizione ad una frateria, ad una accademia, ad una rocca poetico-letteraria, non vanno forse pagati col sagrifizio di una parte di libertà? Salirà mai all’onore del frullone l’uomo attempato che non arricci un po’ il naso quando gli parlano delle lettere di Foscolo? E i giovani, dall’altro canto, porteranno mai sugli scudi il poeta od il romanziere che non si pieghino più o meno alla nuova giurisprudenza critica dell’impressionismo, del naturalismo e via E i bisogni urgenti della stampa periodica? E gli editori che tengono per la più parte dal pubblico grosso: dal partigiano, cioè di quella gran... licenza che accenna, ed in Italia e fuori, di tendere quasi a dignità di legge?

Tutte cose che ad uomini come l’Acerra possono parere inezie e che pure non sono. Giova però che essi, come liberi da qualche vincolo, dicano spesso ciò che meno hanno ottenuto da sè medesimi e che più esigono dagli altri; così qualcuno, assai più forte, si potrà forse impuntare di raggiungere la meta, anche a malgrado dei taciuti ostacoli.


 

 

 




1 Nel testo “Il”. [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



2 Nel testo "fato". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]






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