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| Alberto Cantoni L'illustrissimo IntraText CT - Lettura del testo |
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NOTA PRELIMINARE DI LUIGI PIRANDELLO
I.
È nota a tutti, forse, l'avventura di quel povero campagnuolo, il quale, avendo sentito dire al parroco, che non poteva leggere perchè aveva lasciato a casa gli occhiali, alzò l'ingegno e concepì la peregrina idea che il saper leggere dipendesse dall'avere un pajo d'occhiali. E si sa che il povero uomo se ne venne in città ed entrò in una bottega d'occhialajo, domandando: Ma poichè nessun pajo d'occhiali riusciva a far leggere il pover'uomo, si sa che l'occhialajo, alla fine spazientito, sudato e sbuffante, dopo aver buttato già mezza bottega, gli domandò: — Ma, insomma, sapete leggere? Al che, meravigliato, il campagnuolo: — Oh bella! E se sapessi leggere, sarei venuto da voi? Orbene: di questa ingenua meraviglia del pover'uomo di campagna dovrebbero avere il coraggio e la franchezza tutti coloro che, non avendo nè un proprio pensiero nè un proprio sentimento, credono che per comporre un libro, o di prosa o di versi, basti semplicemente mettersi a scrivere a modo d'un altro. Alla domanda: — «Ma, insomma, avete qualcosa di proprio vostro da dirci?» — dovrebbero avere il coraggio e la franchezza di rispondere: — «Oh bella! E se avessimo qualcosa di proprio nostro da dire, scriveremmo forse così, a modo d'un altro?» Ma comprendo che questo sarebbe veramente un chieder troppo. Basterebbe forse che, almeno, questi tali non s'indispettissero tanto, allorchè qualcuno fa notar loro, pacatamente, che nessuno vieta, è vero, l'esercizio di scrivere o di trascrivere in una certa maniera, ma che questo esercizio significa, che non si hanno occhi proprii, bensì un pajo d'occhiali tolti in prestito altrui. È stato detto che la facoltà imitativa nella natura del nostro ingegno è superiore all'inventiva, che tutta quanta la storia della nostra letteratura non è altro, in fondo, che un perpetuo avvicendarsi di maniere imitate, e che — insomma — cercando in essa si trovano certo moltissimi occhiali e pochissimi occhi, i quali tuttavia non isdegnarono spesso, anzi ebbero in pregio di munirsi d'antiche lenti classiche per vedere a modo di Virgilio o di Orazio o di Ovidio o di Cicerone, che a lor volta avevano veduto a modo dei Greci. Ma questi ausilii visivi erano almeno fabbricati in casa nostra, da monna Retorica, che tenne sempre da noi bottega d'occhiali; e questi passarono da un naso all'altro per parecchie generazioni di nasi, finchè all'improvviso non sorse il grido: — «Signori, proviamoci un po' a guardare con gli occhi nostri!» — Si tentò, ma — aimè — non si riuscì a veder nulla. E cominciò allora l'importazione degli occhiali stranieri. Storia vecchia! E non ne avrei fatto parola se veramente oggi non fossimo arrivati a tal punto, che per entrare nel favore del pubblico non giovi tanto avere un paio d'occhi proprii, quanto esser forniti d'un pajo d'occhiali altrui, i quali faccian vedere gli uomini e la vita di una certa maniera e di un dato colore, cioè secondo la moda. Guaj a chi sdegni e ricusi d'inforcarseli, a chi si ostini a voler guardare uomini e vita a suo modo, da un suo proprio lato: il suo vedere, se semplice, sarà detto nudo, e se sincero, volgare. E il bello tuttavia è questo, che appunto coloro che han gli occhiali e non se n'avvedono (o fingono di non avvedersene) predicano che in arte bisogna assolutamente aver occhi proprii, e intanto dànno addosso a chi, bene o male, se ne serve. Perchè — intendiamoci occhi proprii, sì; ma debbono essere e vedere in tutto e per tutto come gli occhi loro, che invece poi sono occhiali, tanto che, se cascano, felice notte! Questi occhiali si comprano, è ovvio dirlo, a Parigi: mercato, per tal genere di merci, soltanto da poco internazionale. Pare che le più rinomate fabbriche francesi siano ora in decadenza, e che anzi più d'una abbia perduto ogni credito. Degli occhiali, o meglio, dei monocoli della fabbrica Bourget-Stendhal et Cie, qualcuno, è vero, dei nostri letterati si serve tuttora; ma gli altri, che si servono altrove, non tralasciano alcuna occasione per fargli notare, ch'egli ci si sciupa la vista e che sarebbe tempo di provvedersi altrove anche lui. Un pajo di lenti critiche, fino a poco tempo fa molto raccomandate per la loro virtù, diciamo così, idealizzatrice, furono quelle della Ditta Brunetière. Più voga senza dubbio hanno oggi le lenti di vario genere che le fabbriche estere del vicino Belgio, della Scandinavia, della Russia, della Germania, depositano nel mercato di Francia: e di queste in più gran copia si provvedono i nostri letterati, i quali però hanno cura d'innestar nei cerchietti due vetri diversi, uno russo, poniamo, e uno francese; oppure in un occhio Nietzsche biconcavo e Ibsen biconvesso nell'altro. Il male proviene da questo: che noi, per quanto si voglia credere il contrario, siamo ancora dominati dalla Retorica e seguiamo tuttavia, senza avvedercene, le sue regole e i suoi precetti, non in letteratura soltanto, ma anche in tutte le espressioni della nostra vita: Retorica e imitazione sono, in fondo, una cosa sola. E i danni che essa cagionò in ogni tempo non solamente alla letteratura nostra, ma prima anche alla latina e quindi, o più o meno, a tutte le letterature romanze, sono incalcolabili. Il retore quasi sempre insegnò da noi al poeta secondo quali norme, secondo quali precetti egli dovesse costruire l'opera d'arte, come se l'opera d'arte fosse un ragionamento. E appunto alla Retorica si deve se tutte o quasi le opere della nostra letteratura hanno, nella loro paziente diligenza, nella loro rigorosa compostezza, un'aria di famiglia, che sconsola. Non ci sono come nella letteratura inglese, ad esempio, tra un autore e l'altro, abissi d'anima, originalità perspicue di forme, di vedute, di concezioni. Quasi tutta la letteratura nostra sta come in un casellario: nel casellario della Retorica: qua le commedie che - fino al Goldoni - si somigliano tutte: commedie d'imitazione classica e commedie dell'arte; qua i poemi cavallereschi, e via dicendo. - È stato sempre un gran tormento pe' retori la Divina Commedia. In quale casella determinata allogarla? È lirica, epica, drammatica, didascalica? Bisognerebbe spezzettarla e distribuirla un po' da per tutto, nelle varie caselle. - E tutte le narrazioni, anche dei fatti più vani e diversi, e tutte le descrizioni, varie anch'esse e di tempo e di luogo, par che si somiglino, perchè la Retorica appunto insegnava come si dovesse narrare e come descrivere, così, in genere, e come architettare i periodi, i periodi numerosi ciceroniani. Ma se la Retorica arrivava finanche a insegnare ai poeti come dovessero esprimere il sentimento d'amore, come dovessero amare in versi... Ma sì! Tutti a modo dei Provenzali, prima, che dettaron le Leggi d'amore, e tutti a modo del Petrarca poi, che ne fu il maggiore erede. E per tanti secoli della nostra letteratura noi assistiamo alla sfilata d'un innumerevole armento di scimmie innamorate che vanno, sospirose, in pellegrinaggio alle chiare, fresche e dolci acque del cantore di Laura. Fissa, la Retorica, non solo consentiva, ma consigliava l'imitazione d'ogni modello che fosse per lei divenuto classico. Ed imitare era pregio ed onore per ogni scrittore, attestato di buoni studii, di buona educazione letteraria, d'obbedienza devota alle norme scolastiche, ai precetti del bello, anzi del bello, del buono e del vero: imitare, non avere cioè un modo proprio di vedere, di pensare, di sentire pregio ed onore. Ma perchè scrivere, allora? perchè ridire con voce minore ciò che altri ha detto con maggior voce? esser ombra e non persona? aver dentro un pappagallo invece di un'anima? Nè si smette ancora, pur troppo! Prima s'imitavano i classici e ora gli stranieri. E ancora, di tanto in tanto, sentiamo levarsi una voce che ci consiglia di ritornare all'antico, come se l'arte e la letteratura si possano rinnovare invecchiandole, riportandole cioè e adattandole a gl'ideali e ai bisogni della vita d'una età ormai lontana; come se gli antichi - e lo disse già il Goethe - non fossero stati nuovi nel tempo in cui vissero, e noi non ci condannassimo ad esser vecchi imitandoli; come se chi imita non neghi se stesso e non rimanga per necessità un passo indietro alla propria guida, e come se infine non fosse meglio affermare comunque il proprio sentimento, la propria vita. E ancora, oggi, nelle nostre disquisizioni, che vogliono esser critiche, sentiamo parlar di forma e di contenuto, come se la forma fosse un abito, o più o meno elegante, o più o meno tagliato alla moda, o più o meno di stoffa fina, da vestirne un manichino, e s'accendono dispute, ad esempio, intorno al teatro che noi non possiamo avere perchè ci manca una lingua viva, ecc. ecc.: disquisizioni, dispute vecchie e vane, che fece in ogni tempo la Retorica, e che si faranno sempre, finchè non s'intenderà che non bisogna partire da leggi esterne a cui l'opera d'arte dovrebbe esser soggetta, ma scoprire la legge che ciascun'opera d'arte ha in sè necessariamente, la legge che la determina e le dà carattere, la legge insomma della propria vita, se quest'opera d'arte è veramente vitale, legge che non può essere arbitraria, per quanto libera o capricciosa possa apparire; e finchè non si considererà l'opera della fantasia come opera di natura, come creazione organica e vivente e, come tale, non se ne studieranno la nascita, lo sviluppo ed i caratteri; finchè non si vedrà in lei la natura stessa che si serve dello strumento della fantasia umana per creare un'opera superiore, più perfetta, perchè scevra di tutte le parti comuni, ovvie, caduche, più determinata, semplificata, vivente solo nella sua idealità essenziale. D'arte astrattamente non si può parlare, in quanto che l'essenza dell'arte è nella particolarità; e la critica può esercitarvisi a un solo patto, a patto cioè ch'essa penetri a volta a volta nell'intimo dell'artista, a patto che indovini e scopra in ciascun'opera d'arte il germe da cui essa è nata e si è sviluppata, dati il temperamento, le condizioni, l'educazione, la natura insomma, la coltura e il temperamento dell'artista, che rappresentano quasi il terreno in cui quel germe è caduto e il clima e l'ambiente in cui si è sviluppato. Mancano due cose, segnatamente, e capitalissime, alla nostra letteratura contemporanea: la critica ed il carattere. Doppia ragione, dunque, di rimpianto abbiamo noi per la recente scomparsa di uno scrittore, che queste due doti - critica e carattere - ebbe in sommo grado: Alberto Cantoni.
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