II.
Eppure ben pochi della nostra stampa, anche letteraria,
rilevarono ciò che più importava rilevare in questa perdita dolorosa: la
scomparsa cioè di una individualità veramente caratteristica. Di tali
individualità noi non abbiamo oggi, purtroppo, abbondanza; ma Alberto Cantoni
fu d'indole schiva; visse sempre appartato; non volle mai partecipare
apertamente alle così dette battaglie letterarie; ebbe il pudore dell'arte sua
intima e schietta, e - per quanto fra sè e con gli amici si lamentasse
dell'indifferenza dei lettori - proibì sempre a chi gli stampava i libri che
facesse il menomo scampanio attorno ad essi; e come poteva dunque esser notata
secondo la sua vera importanza tale scomparsa, quand'egli stesso, finchè visse,
se ne volle dar sempre così poca a gli occhi altrui? Ed egli sapeva pur bene
che la letteratura contemporanea è divenuta come una fiera, ove ciascuno si
sforza di metter su, quanto più stranamente gli riesca, la propria baracca,
innanzi alla quale chiama i compiacenti amici, perchè invitino, gridando, il
pubblico a fermarsi e ad ammirare. Dignitoso ed austero, egli, che senza
stranezze esteriori, senza bizzarrie volute, senza capricci appariscenti,
avrebbe pure avuto da esporre cose veramente nuove ed originali, non volle
crescere a questa fiera un'altra baracca. Non sapeva nè berciare nè
improvvisare. I suoi libri sono composti di materiali lentamente raccolti,
lungamente meditati, amorosamente studiati da ogni lato. E non volle entrar mai
a far parte di cricche o di conventicole. Geloso della sua libertà, che sapeva
difendere, egli aveva scoperto presto che col suo nome si poteva comporre
l'anagramma: Nato con libertà. E visse quasi sempre in campagna o nella
sua Mantova, donde spesso si recava a piedi nei paesi vicini; vi cercava, per
riposarsi, i più modesti caffè, nei quali trovava sempre conoscenti, anzi amici
che si confidavano in lui; amava l'ingenuità e la schiettezza, amava di bere
alle fresche sorgive della vita, e aveva una speciale predilezione per le
bambine; nè era raro il caso che partisse di casa munito d'un libro di lettura
per ragazzi o d'una bambola da regalare alle sue piccole amiche, che non
avevano paura delle sue lenti e del suo barbone, e lo amavano; perchè egli,
pure in mezzo alla penetrazione ed all'acutezza con le quali leggeva chiaro
nell'animo altrui, conservava un'ingenuità e una freschezza di sentimenti quasi
infantile. E nelle conversazioni fatte in quei rustici ritrovi raccoglieva,
senza parere, i materiali più vivi pe' suoi lavori futuri. In qualcuno di
questi caffeucci egli dovette senza dubbio trovare, per esempio, quella sua
indimenticabile Domenichina, di Scaricalasino: Domenichina:
«— Nome allegro! - le dice Pio Paletti, l'eroe di questo
racconto. - E mi parete bonaccia. O sbaglio?
«— Se sbaglia! Domandi anche ai bimbi innocenti e tutti le
diranno che io sono la più perfida persona della Parrocchia. Non ho mai
ammazzato nessuno, questo no; ma tutti vanno d'accordo a dire che le mie
chiacchiere sono velenosissime.
«— Perchè?
«— Perchè dico sempre la verità.
«— Anche quando non ce n'è bisogno?
«— Sempre. È una malattia. Come se avessi un cane nella pancia
che si mettesse ad abbajare con la mia bocca. Ma ho i miei vantaggi. Ognuno mi
detesta per quel che gli dico in faccia e ognuno mi vuol bene per quel che dico
in faccia a gli altri. E così, un poco amata, un poco detestata secondo i
momenti, non ho mai trovato chi mi voglia bene due giorni di seguito».
Se non forse il padre, che è uno scontroso tenebrone: il padre
sì, la ama; ma sapete perchè? Perchè Domenichina, coi suoi discorsi, gli muove
la bile; e questo gli fa bene. Come un po' a tutti, del resto. Quando
Domenichina va in collera, non ha paura neanche d'un leone, e dice e fa dire
quel che non va detto; ma ha, grazie a Dio, anche il fegato sano, Domenichina,
e le passa così presto! E tutti si sentono così leggeri appena facciano come
lei. È come il sole, Domenichina. Brucia, ma fa schiumare gli umori della
gente.
Scaricalasino è un libro di critica drammatica, come Pietro
e Paola con seguito di bei tipi è un libro di critica dell'arte narrativa.
E Domenichina che ha la malattia della verità, con la quale brucia, ma fa
schiumare gli umori della gente, rappresenta in Scaricalasino la Musa
comica; come Paola, nell'altro libro, rappresenta la Musa dell'arte
narrativa.
E sono dunque due simboli? No. Son due persone vive e vere. E
voi, leggendo i due libri, non v'accorgete mai, mai, della parte che esse,
nella riposta intenzione dello scrittore, vi debbono rappresentare. Voi sapete
di aver tra mano due novelle critiche, perchè così appunto le intitola
l'autore; quasi a ogni pagina vi si parla e vi si discute, là d'arte
drammatica, qua d'arte narrativa; ma la discussione letteraria non mortifica
mai la creazione fantastica, i personaggi che vi prendono parte; ciascuno ha la
sua storia, un suo proprio corpo, di carne e d'ossa; e son rappresentati con
evidenza così trasparente, con tale efficacia di tocchi, che voi li vedete vivi
e spiranti innanzi a voi; perchè il Cantoni, come ho detto, raccoglieva dal
vero i materiali dei suoi libri, e non impersonava mai, volutamente, le sue
idee; ma dal vero, dalla realtà, veduta, studiata, meditata, traeva il valore espressivo
che essa, secondo lui, poteva avere. La realtà restava immagine per lui, e il
sentimento ch'essa gli destava, vivificava poi l'immagine stessa e dava valore
espressivo alla rappresentazione artistica ch'egli ne faceva. Il Cantoni,
insomma, non pestava il fiore per cavarne l'essenza odorosa, ma il fiore
lasciava intatto e vivo, e ne raccoglieva delicatamente l'alito, cioè
l'idealità essenziale e significativa.
Ed è qui tutta la caratteristica di questo scrittore.
Alberto Cantoni è, e vuol essere, in fondo, segnatamente, un
critico, ma, un critico che non si serve dei procedimenti della critica, bensì
di quelli dell'arte. Alberto Cantoni è un critico fantastico. E dunque, un
umorista. Mi spiego.
Son già note a tutti le definizioni che finora si son date
dell'umorismo: quella che comunemente si dà in Francia: «L'arte di rappresentar
comicamente le cose tragiche e tragicamente le cose comiche»; quella un po'
troppo vaga e, per dir così, bonaria, che ne diede il Nencioni: «Una naturale
disposizione del cuore e della mente a osservare con simpatica indulgenza le
contradizioni e le assurdità della vita»; l'altra del Bonghi, più acuta e
comprensiva: «Un'acre disposizione dello spirito a scoprire ed esprimere il
ridicolo del serio e il serio del ridicolo umano». Ma queste e altre
definizioni sono superficiali, esteriori; come esteriori e superficiali sono le
considerazioni che si sogliono fare intorno agli effetti or comici, or
drammatici, or satirici, or burleschi dell'umorismo. Per spiegarci chiaramente
il fenomeno di questa espressione d'arte, non dobbiamo guardare i fatti già
espressi, svariatissimi, per cavarne una conclusione o più o meno arbitraria;
ma dobbiamo scoprirne la radice, penetrando nell'intimo dello scrittore
umorista, prima ch'egli crei un corpo d'immagine alla sua concezione.
Ordinariamente, l'opera d'arte è creata dal libero movimento della vita
interiore che organa le idee e le imagini in una forma armoniosa, di cui tutti
gli elementi han corrispondenza tra loro e con l'idea-madre che le coordina. La
volontà e la riflessione, durante la concezione, come durante l'esecuzione
dell'opera d'arte, non sono inattive. La volontà, per esempio, arricchendo,
vivificando lo spirito col lavoro, prepara l'opera prima che sia concepita;
poi, con le dolorose impazienze, con la inquietudine, con l'ostinazione, agita
lo spirito attorno all'idea e rende possibili quelle ore di vera gioja, in cui
tutto pare che si faccia da sè. La riflessione, dal canto suo, assiste al
nascere e al crescere dell'opera d'arte, ne segue le fasi progressive e ne
gode, raccosta i varii elementi, li coordina, li compara.
La coscienza non rischiara tutto lo spirito; segnatamente per
l'artista, essa non è un lume distinto dal pensiero, che permetta alla volontà
di attingere in lei come in un tesoro d'immagini e d'idee. La coscienza,
insomma, non è una potenza creatrice; ma lo specchio interiore in cui il
pensiero si rimira; si può dire anzi ch'essa sia il pensiero che vede se
stesso, assistendo a quello ch'esso fa spontaneamente. E d'ordinario,
nell'artista, nel momento della concezione, la riflessione si nasconde, resta,
per così dire, invisibile: è, quasi, per l'artista una forma del sentimento.
Man mano che l'opera si fa, essa la critica, non freddamente, come farebbe un
giudice spassionato, analizzandola; ma d'un tratto, mercè l'impressione che ne
riceve. Questo, ripeto, ordinariamente. Nell'umorista, invece, la riflessione
assume una parte più importante; non si nasconde, nè resta invisibile; diventa
anch'essa potenza creatrice. Perchè la concezione, in ogni vero umorista, si
sdoppia, assegna una parte al sentimento, una parte alla riflessione; e questa
rimane, sì, come uno specchio interiore; ma - per usare un'imagine - è come uno
specchio d'acqua diaccia, in cui la fiaccola del sentimento non si contenta di
rimirarsi, ma si tuffa e si smorza; e il friggere dell'acqua è il riso che
suscita l'umorista e il vapore che n'esala è la fantasia spesso un po' fumosa
dell'opera umoristica. La quale nasce insomma dal contrasto tra il caldo del sentimento
e il freddo della riflessione.
L'umorismo è un fenomeno di sdoppiamento nell'atto della
concezione; è come un'erma bifronte, che ride per una faccia del pianto della
faccia opposta. La riflessione diventa come un demonietto che smonta il
congegno dell'immagine, del fantoccio messo su dal sentimento; lo smonta per
veder com'è fatto; scarica la molla, e tutto il congegno ne stride, convulso.
Ogni vero umorista è, dunque, un critico di se stesso, del
proprio sentimento; un critico sui generis: fantastico, come ho già
detto, o capriccioso. In taluni la fantasia e il sentimento predominano, la
vincono su la riflessione, fino a nasconderla, almeno apparentemente,
ricoprendola d'una veste d'immagini, in altri invece predomina la riflessione,
e la critica allora si scopre, diventa palese, come spesso in Alberto Cantoni.
Ma egli, ripeto, ha voluto esser così. Se non fosse stato umorista, sarebbe
stato semplicemente o un artista o un critico. Egli è umorista perchè è artista
e critico insieme; e non più critico che artista; ma un artista che ha voluto
esercitare divisatamente la sua facoltà artistica su la critica.
Egli non si preoccupa affatto dell'invenzione. In un punto
della sua novella che ha per titolo Il demonio dello stile, dichiara
anzi apertamente che annette agli argomenti un valore assai relativo in
confronto a quello delle intenzioni.
Egli sa bene che l'originalità non consiste tanto nell'idea
che spesso è comune e assai di rado è nuova, quanto nel sentimento particolare che
noi abbiamo di essa; o, per dirla con le sue stesse parole, sa bene che il tono
del quadro, più assai del tema, fa il quadro nuovo. Questo vale per tutti gli
artisti, ma in modo speciale per lo scrittore umorista, la cui particolarità è
veramente tutta nel tono, nelle variazioni capricciose del motivo sentimentale,
nella riflessione che contrasta al sentimento, o meglio, in cui il sentimento
si smorza. Non per nulla l'opera umoristica è sempre piena di digressioni, e
queste digressioni sono sempre la parte principale dell'opera, la più saporita.
E il sapore di essa è sempre acre; nè può essere altrimenti. Vi prego di
credere che non può esser lieta la condizione d'un uomo che si trovi ad esser
sempre quasi fuori di chiave, ad essere a un tempo violino e contrabasso; d'un
uomo a cui un pensiero non può nascere, che subito non gliene nasca un altro
opposto, contrario; a cui per una ragione ch'egli abbia di dir sì, subito
un'altra e due e tre non ne sorgano che lo costringano a dir no, immediatamente
dopo; e tra il sì e il no lo tengan sospeso, perplesso, per tutta la vita; d'un
uomo che non può abbandonarsi a un sentimento, senza avvertir subito qualcosa
dentro che gli fa una smorfia e lo turba e lo sconcerta e lo indispettisce.
Provatevi un po' a piangere per un dolor vero, davanti a uno specchio,
guardandovi; se riuscirete a star fermi per un pezzetto a contemplarvi, vedrete
la vostra espressione dolorosa irrigidirsi in una smorfia che vi farà ridere; e
resterete allora in una condizione molto penosa che non vi consentirà più nè di
seguitare a piangere di cuore, nè di ridere davvero.
Ora, perchè questo sdoppiamento avvenga, bisogna che l'artista
abbia fatto un'esperienza amara della vita e degli uomini, un'esperienza che,
se da un canto non permette più al sentimento ingenuo di metter le ali e di
levarsi come un'allodola perchè lanci un trillo nel sole, senza ch'essa la
trattenga per la coda nell'atto di spiccare il volo; dall'altro lo induce a
riflettere che la tristizia degli uomini si deve spesso alla tristezza della
vita, ai mali di cui essa è piena e che non tutti sanno o possono sopportare;
lo induce a riflettere che la vita, non avendo fatalmente per la ragione umana
un fine chiaro e determinato, bisogna che, per non brancolar nel vuoto, ne
abbia uno particolare, fittizio, illusorio, per ciascun uomo, o basso o alto
poco importa, giacchè non è nè può essere il fine vero, che tutti cercano
affannosamente e nessuno trova, perchè forse non esiste. Quel che importa è che
si dia importanza a qualche cosa, e sia pur vana: varrà quanto un'altra stimata
seria, perchè in fondo nè l'una nè l'altra daranno soddisfazione: tanto vero
che durerà sempre ardentissima la sete di sapere, non si estinguerà mai la
facoltà di desiderare, e non è pur troppo detto che nel progresso consista la
felicità degli uomini.
Ma io non posso qui accennare neanche di sfuggita tutte le
riflessioni che l'esperienza amara o la disposizione necessariamente
pessimistica dello spirito possono suggerire a un umorista; perchè appunto -
com'ho detto - in esse è l'essenza e la originalità della svariatissima
letteratura umoristica. Può darsi che si trovi in esse talvolta quella tale
simpatica indulgenza di cui parla il Nencioni.
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