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| Alberto Cantoni L'illustrissimo IntraText CT - Lettura del testo |
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III.I conjugi Stentone (per dirla alla francese) erano marito e moglie da quasi trent'anni, e toccavano il secolo fra tutti due. L'uomo aveva messo assieme quel po' di pelle che gli copriva le ossa mangiando da bambino in poi alla scarsa greppia della Casanova, e la soave compagna della sua vita gli era piombata sul capo da una vicina fattoria, come un vivente castigo cresciutogli amorevolmente dalla Provvidenza. Essa lo aveva instupidito da giovine quando facevano all'amore, al punto di persuaderlo che sarebbe stata la fenice delle massaje, e poi, instupidendolo continuamente, aveva fatto sempre quel diavolo che aveva voluto, fino a vendere la farina od il grano a spizzico per berne, di straforo, tanto caffè. Se n'era accorto alla lunga il pover'uomo che lavorava come un bue da mattina a sera senza mai trovare i conti della macina o del mugnajo, e aveva anche provato qualche volta a metterle sotto il naso quei suoi due pugni che parevano due mazze ferrate; ma sì, l'altra aveva la lingua per sè, aveva la sfacciataggine, e gli andava incontro con due occhi di basilisco, con le canne della gola che mandavano fuori strillando più bugie che fiato, e fin che non c'era un muro che li fermasse entrambi, oh per dinci santo che non si fermava neanche lei! Che cosa avrebbe potuto fare un uomo forzutissimo, primitivo, di poche parole come quello? O ammazzarla un bel giorno a furia di botte, o mandar giù e tacere. E mandava giù. Se la loro unica figliuola non avesse tenuto della fibra paterna, sarebbe morta dicerto prima della pubertà, poichè la madre, per iscansar fatica, l'aveva messa a fare, dai dodici anni in su, tutto quello che di più pesante avrebbe dovuto far lei, compreso la polenta. Giovannona ci si era ingrassata dentro, perchè Domeneddio aveva pensato bene di largire a lei sola quanta vita e quanta salute avrebbero bastato a contentarne due; ma essa, per quanto grossa, vedeva ed intendeva bene ogni cosa, e però non poteva menar buono alla madre nè la parlantina, nè la ghiottoneria, nè le troppe smorfie che aveva fatto e che faceva ai maschi. Costoro avrebbero dovuto ajutare il padre colle mani e coi piedi, non è vero? Nunziata invece non aveva pensato che ad accaparrarsene l'animo per quando avesse potuto trovarsi in bisogno di loro, e li aveva tirati su a furia di complimenti da bambini in poi, riparandoli, con tutta l'ampiezza delle sue sottane, dalle snaturate esigenze di Stentone, il quale, secondo lei, non era al mondo per altro che per ingrassare l'Illustrissimo di Milano. Il maggiore dei due ragazzi, cioè Piero il militare, era riescito un ottimo figliuolo egualmente, ma che po' di pazienza non ci voleva coll'altro rimasto a casa, con quel Pompeo! Le tendenze di costui erano parecchie: stirarsi le braccia e sbadigliare in casa, vestirsi bene e berne un quinto fuori, e non lasciar mai passare nè in casa nè fuori un'unica festa comandata senza un po' di sbornia, e un po' di briscola, e un po' di mora. O bella! Abbiamo tutti le nostre aspirazioni! Giovannona, per non far torto alla regola, ne aveva una anche lei, e così grande, e così grossa, che le stava come dipinta. Voleva maritarsi bene, voleva maritarsi presto, voleva portare le sue laboriose attitudini in un'altra casa, più rallegrata dai sorrisi della fortuna che non fosse pur troppo la sua; e voleva che questa casa, governata, condotta, sostenuta quasi da lei, diventasse nelle sue mani la ottava meraviglia del mondo, cioè una specie di alveare, pieno zeppo di persone docili e laboriose, tutte invase, come lei, dalla febbre acuta del lavoro, e da quella acutissima dell'ordine e dello sparagno. Intanto, per non perder tempo, procurava di confermare la sua riputazione di figliuola obbediente (che le premeva di molto) e non lasciava correre nessuna occasione di servire e riverire il suo difficile fratel Pompeo, il quale, malcontento delle proprie donne, avrebbe potuto menarne in casa una terza, avanti, Dio guardi, che ne uscisse lei. Capirete, star sotto ai genitori e far la serva umilissima di un fratello coi calzoni, sono cose che si capiscono, ma piegare il collo davanti ad una cognatina in sottanucce, davanti ad una femminetta da men di lei... vengono i brividi a pensarci! E così il magnanimo Pompeo, coccolato e lisciato da mattina a sera, pareva un tordo nel miglio, un canonico nel burro. Date adunque le aspirazioni della nostra ragazza, vediamo un po' fino a che punto, auspice la Fortuna, aveva saputo e potuto adombrarle nei fatti. Aimè! C'era poco da star allegri, ed essa, come noi tutti, aveva dovuto persuadersi che tra le nostre speranze e il vero ci corre sempre di molto, e che questa grande distanza non si salta a piedi pari da nessuno; nemmeno da coloro, e sono i più furbi, che si contentano come lei di tendere agli ideali... meno ideali. La Casanova stava immobile da un pezzo nelle adiacenze di Coronaverde (che è il poetico nome della più prosaica villetta del mondo) e l'ambiziosa anima di Giovannona, in luogo di chiudersi modestamente nei tranquilli orizzonti della sua terra natale, si era messa a guardare già da gran tempo a destra ed a sinistra, cioè ai più grossi villaggi di Dolo e di Pesco, e guarda da una parte, e guarda dall'altra, aveva poi trovato a mano manca un mediatore di vino e di grano il quale, secondo lei, era proprio quello che le andava bene. Che novità, diremo noi! Era figlio di madre possidente, e guadagnava più quattrini lui a furia di eloquenza e di sedute all'osteria che non dieci contadini a furia di braccia e di sudore; sicuro che andava bene, ma il duro stava piuttosto dall'altra parte: cioè nel persuadere il mediatore che Giovannona andasse bene a lui. Prima di vedere come costei principiasse a mettere innanzi le sue pedine, merita che ci fermiamo un momento per guardarla meglio; per ora non s'è visto che la pelle, e noi possibilmente abbiamo l'obbligo di vederci sotto. Chi dunque avesse voluto cercarle nel viso la palese espressione dell'animo, avrebbe dovuto contentarsi di badare agli occhi, sicuro di averne maggiori indizi che non dalla fronte spianata e dal massiccio profilo. Questi occhi, strano a dire, non avevano niente che fare con quelli di Giunone; erano anzi altrettanto piccoli quanto asciutti e grigi, e ne guizzava fuori uno sguardo acuto e penetrante che essa medesima sentiva di avere, e che rivelava a un tratto la sua raccolta, la sua tenace astuzia. Ora l'astuzia distrugge affatto sè medesima, quando uno e se ne tenga troppo, e ne faccia, per così dire, uno sfoggio continuo. Era il sistema di Giovannona: un sistema imprudentemente sostenuto da bambina in poi. Non le bastava di essere furba per tre, voleva parere per sei, e così gli altri, vedendola ribellarsi continuamente contro le corbellature, anche quando non intendevano punto di corbellarla, studiavano meglio le occasioni di fargliela tenere, e qualche volta la uccellavano bene. Erano donne del vicinato che riuscivano a mandar a spasso le galline sul sacro suolo della Casanova; erano ragazzacci vagabondi che si ajutavano fraternamente per portarle via una fascina assai più grossa che non agli altri; tutti insomma, appena che potessero, gliela facevano con un gusto matto. Ma quando Giovannona principiò ad aver voglia di marito, quando vide che i giovinotti della sua età, dopo di aver tentato di discorrere con lei per un pajo di domeniche, scappavano tutti di corsa uno dietro l'altro, come persuasi di non poter mai fare all'amore con una ragazza che li avrebbe menati pel naso a tutti insieme, allora le venne una specie di scrupolo, ed essa avvertì finalmente che le conveniva di mutar sistema. Per la qual cosa, o lettori, allorchè v'imbatterete in una verginella sui quindici anni, o giù di lì, che sia stata un diavolo da ragazzina e che poi, intorno a quella età, metta fuori da un momento all'altro due morbide ali d'angioletto, allora, o lettori, dite pur subito: ecco una birichina che principia da ora a far la santa per trovare marito. E Giovannona, che era troppo conosciuta per poter fare la santa, si propose invece due cose: la prima di parlare pochissimo con tutti, e meno coll'amoroso quando lo avesse trovato di suo gusto; l'altra di starlo ad ascoltare a bocca aperta, per quante grosse fandonie avesse tentato di darle a bere. Qui stava il difficile, abituata come era a puntare lo sguardo negli occhi della gente, quasichè avesse voluto arrivare all'anima dei suoi interlocutori, col deliberato proposito di snidarne fuori tutta la malizia e tutta la ipocrisia! ** *Ma a dispetto dell'umile programma, l'uomo di suo gusto non compariva più. Aveva un bel filare sedici ore il giorno l'inverno, un bel pretendere l'estate dai suoi genitori che le pagassero a mezza lira quelle sue giornate di lavoro che ne meritavano più di una; e tutto per metter da parte il lettone di piuma, la cassapanca, e un intero esercito di camicie e di lenzuoli; niente ci valeva, e nemmeno la grande riputazione faticosamente guadagnata al suo corredo di sposa non aveva ancora approdato a nulla. Giovannona principiava già a dar la colpa alla Fortuna ladra, che non le aveva dato che le braccia e una gran voglia di adoperarle, quando, una bella giornata, principiò a pensare a Niccolino, vale a dire al suddetto mediatore: un bel pezzo di cristiano sui ventotto circa, tuttora vispo e gajo a furia di buon vino, di buon sangue e di buona fortuna. |
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