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Alberto Cantoni
L'illustrissimo

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  • ALBERTO CANTONI   L'ILLUSTRISSIMO ROMANZO
    • PARTE PRIMA Giovannona.
      • IV.
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IV.

Era l'uomo d'affari di Stentone. Come tale, appariva spesso alla Casanova per far vendere quanto, delle derrate, apparteneva al mezzajuolo, e fin che non gli riesciva di prender la caparra di mano al compratore e di metterla scherzando, predicando, gesticolando, in mano a Stentone, non andava via. Giovannona lo prese un giorno pel braccio, e rinunziando per forza, ma provvisoriamente, al suo proposito di fare l'ammutita e la sempliciotta, gli chiese a bruciapelo:

Dite un po', voi che trascurate i vostri affari per attendere a quelli degli altri: perchè non vendete mai il vostro poderino?

Vendere, a casa mia, significa pigliar i soldi con una mano, e portarli all'oste coll'altra. E dopo, se la mia grigia mi caccia nel fosso e mi fa rompere una gamba, cosa mangerei?

— Ma intanto la vostra terra mangerà voi. Son pronta a scommettere che da due anni in qua non ne cavate nemmeno le imposte, e verrà il momento che per pagarle dovrete fare dei chiodi, e dare in pegno casa e casamento. Bel modo il vostro di tenere la grazia di Dio! Noi altri, pur troppo, dobbiamo lavorare per uno e raccogliere per mezzo, con tutte le spese sulle nostre spalle, ma pure vi sfido a trovare in tutta la Casanova un solo pezzetto di terra così malandato come il vostro.

— Chi ne ha colpa? Son sempre in giro dalla mattina alla sera, e bisogna per forza che mi metta in man di Dio. Ogni bracciante che piglio e che pago, è più quel che mi ruba che quel che mi guadagna. Cosa vuoi che ci faccia? Il piede in due staffe non lo posso tenere.

— E voi vendete.

— Sì, con mia madre che mi morrebbe dal dispiacere. Capirai, c'è nata dentro, povera vecchia!

— Ebbene, promettetemi i confetti, e penso io ad ogni cosa.

— I confetti?

— Sì, non c'è che una buona moglie che possa salvare vostra madre, la vostra terra, e voi. Basta che stiate in guardia da quelle punzone che portano il cerchio, ed hanno in capo una mezza parrucca di capelli finti. Meglio sarebbe che andaste avanti così. Voi dovete mettere gli occhi sopra una legittima villana, che abbia, di suo, altrettanta terra quanta ne avete voi: una di quelle ragazze che si degnano ancora di mungere una vacca, ed hanno, per così dire., nel sangue l'amore della spola, del fuso e della zappa. Con una di esse voi potreste addormentarvi nel barroccino, e sareste egualmente sicuro che Dio, il sole e la donna ajuterebbero insieme la vostra terra a lavorar per voi, senza mai avere, come avete ora, le viottole piene di sterponi, e quasi tutti i filari con una pianta sì e una pianta no. Io l'avrei una di queste donne, ma ve lo torno a dire, e anche in musica se la musica vi piace: «Vo-glio-i-con-fet-ti

Qui l'attenzione di Niccolino si volse a un tratto verso un angolo della stanza; dove, per mandar avanti il contratto di quel , urlavano tutti peggio di prima.

Vado, – disse, pigliandola pel ganascino. – Stentone si gratta il capo, e se non lo ajuto io, te lo mettono in mezzo. Fai bene a darmi questi buoni consigli, Giovannona. Nessun mediatore ha mai minchionato tuo padre meno di me.

Due settimane dopo, din din din din, i campanelli della grigia sonavano a raccolta in mezzo all'aja. Giovannona saltò fuori la prima, e diede mano al mediatore a fermare la bestia.

— Tuo padre?

— È andato a pelare i vimini coi boscajuoli. Se volete, do fiato al corno, ma vi avviso che è assai lontano, e ci vorrà un pezzo prima che arrivi.

Giovannona imboccò subito il suo pastorale oricalco, e soffiandovi dentro con tutta la forza del larghissimo petto, ne trasse alcune note sgangherate che volevano dire: «Stentone a casa!» e subito Niccolino:

— Ho riflettuto molto su quello che mi hai detto, e credo di averti capita bene. Ho passato cioè in rassegna tutte quante le donne che tu puoi aver sottomano, e mi sono persuaso che tu stai per esibirmi il canchero più canchero di tutte, nella speranza che io, dopo di averlo scartato, mi persuada subito che farei assai meglio se sposassi te.

— Me? – sclamò Giovannona senza arrossire, come quella che per non lasciarsi cogliere alla sprovvista aveva preveduto ogni cosa, e perfino che l'altro le leggesse in core. – O vi gira, o avete bevuto.

Perchè?

— Ma dove ho la roba che valga la vostra, così Dio me l'avesse data!?

Bella questa! Saresti stata troppo minchiona, se mi avessi offerto una povera meschina pari tua! Avrei stretto le spalle addirittura. Così invece mi hai fatto riscaldare con le buone; ed ora, come vedi, son cotto a punto. Non passa notte che non sogno delle mie viti senza tralci e del mio praticello senza letame. E questo significa, se non sbaglio, che il merlo sta per mettersi a cantare. Mi vuoi?

Giovannona, piccata, gli voltò non una ma tutte due le spalle.

— Ho capito. La pigli male perchè ho dato della povera meschina a te e del merlo a me. Non dovevi metter giù la pania, se t'incresceva. O ti pare di essere una signora? Via, Giovannona, parliamoci col core in palma di mano. Se noi due facciamo a farcela, non ci si riesce tu io. Vuoi che creda che tu possa aver parlato per amore dei confetti, o peggio ancora per amor del prossimo? Non mi farai questo torto, spero bene. Dunque ascolta.

Qui Giovannona si levò una rosa dai capelli, e si mise a fiutarla come per dire che era tutta orecchi. E l'altro:

— Noi discorreremo tutte le feste, dopo la benedizione, e se è vero che cane non mangia cane, nessuna cosa è più difficile che noi due si possa mai finire col volerci male. Ci vogliamo troppo bene ognun da . Io penserò al mio interesse, tu penserai al tuo, e siccome il tuo e il mio, quando ci sposeremo, debbono diventare per forza un interesse solo, così non c'è pericolo che non diventi grande. Non è questo che mi pensiero. Non è qui l'ostacolo.

— Dov'è

— In capo di mia madre che non vuol saperne di prendere nuore in casa. L'ho già tastata più volte dacchè penso a te, e non mi è mai riuscito di cavarne altro.

— E allora? – domandò vivacemente la ragazza.

— Allora bisogna darmi tempo di persuaderla, e rassegnarci entrambi a fare all'amore un pezzo. Tuo padre è qui che arriva. Ci stai?

— Se domani all'Ave Maria mi vedrete ferma sulla porta, fatevi pure innanzi; vorrà dire di sì.

Niccolino tenne l'invito. Egli era ancora lontano quasi un tiro di cannone e già aveva visto che l'altra, per non dar luogo ad equivoci, aveva pensato bene di mettersi a sedere. Più ferma di così non poteva essere.

Quando arrivò Galeazzo, i due discorrevano già da circa un anno. Questo non vuol dire che la ragazza non si fosse adombrata della troppa sincerità con la quale quell'altra volpe, più vecchia di lei, aveva creduto conveniente di mettere subito le sue carte in tavola; ma bisogna sapere entrare nei panni di tutti, e poi domandare a medesimi se quando uno ha preparato di lunga mano un gran colpo, e già quasi lo arriva, e già quasi lo tocca, si possa pretendere che faccia tanto il sottile nel giudicare del modo col quale gli altri si sono prestati a lasciarglielo arrivare.

Giovannona chiuse un occhio su questo modo, e non pensò ad altro che ad aggrapparsi all'anima di Niccolino con tutti i raffi e gli uncini del suo arsenale di donna, al punto che costui, per non rimanerle troppo al disotto, dovette presto lasciar da parte la grand'aria assunta nel primo dialogo, e fare, a spinte o a sponte, l'appassionato anche lui; ma sul più bello della sua passione, e per non perdere troppo terreno, durava ancora a scappar fuori con un oggi la mia mamma ha detto questo, oggi la mia mamma ha detto quest'altro! Sempre in campo la beata mamma.

Giovannona non ne poteva più. Mille volte era stata sul punto di dargli dell'innocentino che aveva paura della sua mammina, e mille volte s'era trattenuta, con più fatica e con più stento che non a battere il grano col sol di luglio. Si sentiva bensì molto scoraggiata, ed aveva anche preso qualche piccola precauzione, come vedremo in seguito, per non dar mai completamente in secco; ma perchè, voleva sempre poter dire che se poi le andava male, non era stato per colpa sua, durava a tacere non solo, ma faceva mostra di inghiottire ogni cosa, come se fosse stata l'ultima delle credenzone, lei, Giovannona!

Se non che, aspetta e spera, quella tale Peppina che abbiamo già visto cenare con tutta la famiglia, era stata il innanzi nel paese del mediatore, e aveva poi detto alla sua vicina che, una parola raccolta qui, un'altra raccolta , ne aveva messo insieme di molto belle.

— Che cosa? – domandò Giovannona. – Che faccio male a discorrergli perchè ha più voglia di farsi squartare che di sposarmi?

Peggio. Viene da te per farsi vedere dalla gente, e poi, in segreto...

— Vuol bene a un'altra?

— Alla nipote del suo Preposto!

— Del Parroco?

Nientemeno!

— Oh che don Angelo non è uomo da accettare in famiglia un villano di sensale che non sappia di lettere quasi quanto lui.

— Eh, cara mia, se Niccolino ci s'è messo, qualche buona speranza ce la deve avere!

Giovannona sulle prime ci ebbe quasi gusto. Almeno ora sapeva di che morte poteva morire. Poi fu presa dalla rabbia e si sfogò cenando.

Voi che non credete, provatevi a pigliar a prestito la Mole Adriana di Giovannona, e poi vedremo, con la bile in moto, se la fame si farà pregare.




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