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Alberto Cantoni
L'illustrissimo

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  • ALBERTO CANTONI   L'ILLUSTRISSIMO ROMANZO
    • PARTE SECONDA Costantina.
      • I.
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PARTE SECONDA

Costantina.

I.

Quell'atto, e più quelle parole ci risparmiano di scendere nell'animo di Galeazzo e di guardare ciò che v'era dentro, allorchè principiò a caricare la gran madre antica nella carretta, e a spingerla innanzi affrettatamente. La prima ora fu molto brusca, molto pesante, ma poi quel gran conforto di poter dire ad ogni momento: «Se mi salta la mosca al naso, non ho a far altro che piantar qui tutto», e il piacere di rinfrescar nella memoria le rimembranze della sua campagna di guerra, durante la quale si era già trovato a lavorar di vanga alle trincee, e sopratutto quella specie di ebbrezza che salta addosso ad un uomo forte, quando è occupato da una gran fatica: ebbrezza che lo invade appena si principia a riscaldare, e non gli mai pace tregua finchè egli, faticando sempre di più, non le consenta per così dire una escita; ecco le buone ragioni che lo ressero una dopo l'altra, finchè l'ultima, come la più istintiva di tutte, lo colse tanto nel vivo da infervorarlo quasi nell'amor dell'opera.

Dio sa quanto tempo avrebbe durato in quell'ansia quasi febbrile se una voce lontana, con improvviso prorompimento, non avesse gridato a squarciagola: «Salute

Era un uomo bruttino anzichenò, il quale stava immobile da più di un quarto d'ora su di una piccola stradella comunale, che serrava intorno da quella parte le terre della Casanova, e chi gli avesse badato, avrebbe capito benissimo che egli sperava di occupare Galeazzo di medesimo, senza però mostrare di averne voglia. Ma come questi non vedeva più in della punta della sua vanga, così l'altro si decise tutto ad un tratto, e diede fuori nel suo sonoro e già menzionato vocativo di «Salute

— Io non ho starnutito, – pensò l'amico nostro.

Ma non potè trattenersi dal guardare intorno, e appena s'accorse di quel tale che trinciava l'aria con la mano aperta, gli chiese, accorrendo:

Dite a me?

— Sì, vi voglio salutare, – rispose quello.

Addio. Siete di casa?

— No, pur troppo. Ma lavoro anch'io un'altra piccola pezzuola di terra del conte di Buggerate.

— Di chi? – domandò Galeazzo pigliandolo scherzosamente pel coppino.

— È il suo nome. Non ne ho già colpa io, – rispose l'altro, ripetendosi, come quello che era in buona fede, all'usanza di tutti i contadini, quando storpiano i nomi del prossimo. – Vado. Salute!

Galeazzo fece subito il proponimento di non lasciarsi cogliere da nessun altro seccatore, ma la strada era così poco battuta che per un buon tratto di tempo non ci vide più passare anima nata.

— Buon giorno! – gli disse timidamente verso le sette una povera contadinella che arrivava di casa con una sporticina infilata nel braccio: – Vi ho portato la colazione. Ho fatto presto, ma la distanza è grande, e temo che la polenta arrostita non sia più tanto calda. La prendete da voi, o ve la devo tirar fuori io? Ho le mani nette, guardate.

Galeazzo, che aveva ancora la macchina di Giovannona davanti agli occhi, avvertì subito, guardando l'ultima venuta, come non si potessero dare due creature umane più completamente diverse tra di loro. Questa aveva il viso pallido, il corpicino sottile, e lo sguardo altrettanto timido, quanto modesto. Parlava senza gridare, e il suo accento era così mite, così bonaria la espressione del viso, da far escludere fin dal primo momento ogni più lontana manifestazione di petulante arroganza.

Galeazzo tese la palma della mano come per dire che si giovava ben volentieri di lei, ed essa tosto:

— La padrona mi ha dato due peperoni, e una ricotta abbrustolita al forno perchè mangiate o una cosa e l'altra, o quella delle due cose che più vi piaccia. Qual'è?

Nel dubbio astienti, – pensò cogli stoici il povero signore e fu per dire. Ma poi, per non farsi scorgere, s'attaccò alla ricotta, raccomandando lo stomaco a Gesù.

— Come vi chiamate, bella ragazza?

Costantina. Son la figlia del bifolco, e son venuta a star qui già da gran tempo. Perchè non bevete? – aggiunse, facendo passare due dita di acquerello da una bottiglia bianca ad un bicchiere, e ponendo ogni cosa innanzi a lui.

Era uno scellerato beverone che sapeva di muffa, d'aceto, d'agresto, di tutto fuorchè di vino. Un'altro, bevendolo, avrebbe chiuso gli occhi ad uso di chi ingoja una soluzione di sal d'Inghilterra; Galeazzo invece si salvò in un'altra maniera, e Costantina lo vide tracannare sino in fondo collo sguardo inchiodato sopra di lei, senza punto figurarsi che egli tentava così di frenare la rivolta del gusto colla gentile occupazione degli occhi.

Sì che era anche bellina quella povera figliuola! Niente di straordinario, intendiamoci bene, e un po' patita anche se volete, ma colle donne che lavorano la terra non bisogna essere esigenti: faticano troppo da bambine in poi; e quando ci sia la giovinezza, la regolarità dei lineamenti, e soprattutto un viso che dica: «io non ho mai profittato delle lunghe ore quando ero sola colle bestie nei prati, per diventare più egoista, più sfacciata, più burbera di quel che era da bambina», quando ci sia tutto questo, torniamo a dire, e quando vi si aggiunga per eccezione un filo di quella amabilità naturale che non può mai scompagnarsi dalla modestia, oh allora fidatevi, n'è anche da buttar via.

Galeazzo, che poteva mettere in fila di veduta queste belle cose, tirò la somma abbastanza contento, e disse:

— Non ho bisogno di farvi sapere che siete molto carina perchè lo saprete da voi. Ma dite un po': siete stata ammalata?

Perchè mi ritrovo così secca? No, un po' sono nata così, un po' ho avuto dei dispiaceri.

— Me li volete raccontare?

— È una storia lunga. Riportate voi questa roba, – aggiunse come per cambiar discorso, – o debbo aspettar io?

— Fatemi un po' di compagnia. Chi mangia solo, muore solo. Che avete detto questa mattina quando avete saputo che c'era un camerata di più alla Casanova?

— Cosa volevate mai dire? Che il mondo si fa brutto ogni giorno più.

Perchè?

— E siete voi che me lo domandate? Far tanta strada a piedi e poi aver di grazia di lavorar per niente! E colla vanga, senza averci pratica. Dite la verità: faticherete assai?

— No, non c'è male, per ora.

Dio voglia che lo possiate dire anche stasera. Ascoltate anzi una cosa. In luogo di spingere innanzi la carretta, come vi ho visto fare poco fa, sarà assai meglio che ve la tiriate dietro, o alla lunga vi dorrebbe il petto. Qui non c'è da salire, e ho inteso ripetere spesso che, abituandosi, viene fatto naturalmente.

— Come siete buona, piccina! Grazie tante. Ma spiegatemi un po' com'è che quell'altra non mi ha detto nulla?

— Chi? Giovannona? Non le sarà venuto in mente, – sclamò la buona figliuola, senza perfidiare sulla dimenticanza della padroncina, e senza rispondere, come avrebbero risposto novantanove contadine su cento, che i padroni pensano al lavoro e non ai lavoratori. – Anzi ve ne voglio dire un'altra. Vedete le vostre mani come sono rosse, come sono asciutte di già?

— È colpa del mestiere. Che ci devo fare?

— No che è colpa vostra. Se voi le bagnaste di quando in quando, stareste meglio subito, e schivereste di star male poi.

Bagnarle!? Come?

— .   .   .   .   .   .  –

Dio del paradiso! Chi avesse detto due mesi prima a Galeazzo che una giovinetta, per esercitare il suo buon cuore anche con lui, non avrebbe potuto fare nulla di meglio che suggerirgli fraternamente di — basta, s'è già capito.

Fare lo schifiltoso sarebbe stata un'ingratitudine, e ridere una goffaggine. Si contentò di spolverarsi le briciole di dosso mentre saltava in piedi lungo diritto, e , battendo le palme come dianzi, di erompere da capo in un secondo:

— Oh cara la mia Maria!

Ora pro nobis! – rispose Costantina senza la menoma intenzione di burlare, mentre raccoglieva ogni cosa nella sporticina per avviarsi a casa.

Galeazzo non capì nulla e si rimise a vangare, mandando subito ad effetto i due consigli della buona ragazza. Il primo, all'atto pratico, gli parve un po' difficile a seguitare, ma l'altro, oh l'altro si vedeva subito pur troppo che era il gran buon consiglio!




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