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| Alberto Cantoni L'illustrissimo IntraText CT - Lettura del testo |
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II.Ora che è mezzogiorno e che l'amico nostro si è già avviato a desinare, conviene che affrontiamo la parte meno spinosa di quella certa questione che i puristi chiamano la fabbrica dell'appetito, nelle sue attinenze coi più poveri contadini della Bassa Lombardia; quella parte cioè che riguarda soltanto la cucina rustica, la cucina locale, o se no ci si casca ogni secondo momento, e noi invece desideriamo di poterci occupare del nostro malcapitato eroe, senza tornar di continuo sulle magre impressioni della sua più magra e pitagorica dieta. I contadini che non possedono terra del proprio vanno divisi in due grandi categorie: quelli che riescono sempre ad empirsi di robaccia fin che ne possono capire, e quelli, più disgraziati, che vagheggiano la maggior parte di questa medesima robaccia, come se fosse un bel sogno già destinato a dileguar molto spesso. Ne viene che l'amore della buccolica si fa in tutti di altrettanto più acuto quanto meno possono levarsene la voglia come si deve, e che è assai raro di trovarne uno solo che a cinquant'anni non sia già fermamente persuaso che dopo il mangiar bene e il bever meglio non valga più la pena di cercar altro al mondo. Tutto il rimanente, per essi, o è fatica, e n'hanno d'avanzo; o è fumo d'amore, e tirano su le spalle; o è imaginazione, boria, utopia, e allora per esprimere e le tre cose, e il pochissimo pregio in cui le tengono, ricorrono per far più presto ad una sola figura rettorica; e vi soffiano in viso. La famiglia di Domenico Gervasi detto Stentone saliva e scendeva da una categoria all'altra secondo gli anni, ma noi fortunatamente ci abbiamo a bazzicare per casa in un'annata relativamente buona. Nelle sue cene e nelle sue colazioni ci siamo già imbattuti per diritto o per traverso; quanto al desinare (salve le domeniche nelle quali appariva qualche fetta dell'unico majale ingrassato anno per anno, e le santissime, cioè le feste dop–pie, che solevano costare la vita ad un pollo tagliato in dodici perchè facesse due volte), a desinare si cascava quasi sempre nei medesimi taglierini fatti in casa, con poche o punto uova nella pasta, con molto o poco lardo nell'acqua, secondochè le galline avevano avuto più o meno il capo a' grilli, e che il suddetto animale domestico s'era trovato l'anno innanzi con molta ciccia o poca. Quanto al pane, volte sì e volte no conforme alle stagioni, ma sempre nero, sempre cotto e biscottato in casa, sempre invisibile a colazione e a cena. — Venite avanti, bel giovinotto, – sclamò Nunziata, quando il nobile bracciante si affacciò di nuovo alla stessa camera del giorno innanzi. – Vedete? Siamo già a tavola. Un'altra volta farete più presto. Galeazzo sedette subito davanti alla minestra, additatagli da Giovannona tra sè e Pompeo. Aveva già preso in mano il cucchiajo, allorchè questi fece atto di versargli nella scodella una gran quantità del solito vinetto. — No, per l'amor di Dio! – sclamò Galeazzo che aveva fiutato la sbobba, e si era già persuaso della necessità di evitare nuovi guai, nuove complicazioni. Di dove e da quando sia venuta questa moda non si può sapere, ma sta il fatto che nella provincia ora da noi visitata non si mangia mai minestra senza prima annaffiarne una parte con parecchio vino, per cattivo che sia. La fumosa miscela non contenta davvero gli occhi, perchè certamente non potrebbe essere più brutta a vedere di quel che è; ma per chi non possa mai rinvigorire, come i nostri poveri personaggi, con una boccata d'aria fina, e senta però, come essi, il bisogno di rifarsi coi denti spendendo poco, può benissimo, coll'abitudine, diventare una bella cosa. Ora i secoli ci hanno messo mano, e, bella o brutta, non è più un'abitudine per essi, è quasi il primo articolo del diritto delle genti. Galeazzo lasciò sbollire la maraviglia di Pompeo, e voltandosi intorno da tutte le parti, vide subito che, dei cinque della sera innanzi, uno mancava: il vecchio. E chiese a Nunziata: — Dov'è vostro marito? — Dov'è mio marito?! Non l'avete incontrato So anch'io che non comparivate mai! Dio sa che strada lunga avrete fatto! È venuto a far vedere il vostro lavoro a uno straccione ben vestito che noi chiamiamo il signor Concomodo, e che fa le parti dell'Illustrissimo contro di noi. Un agente, un mangiapane qualunque, messo qui ad ingrassare senza far nulla da un altro tarlo più grosso che rosica a Milano. — Tacete, – dissero insieme Giovannona e Peppina. – Sono qui che arrivano. I due si fermarono nell'andito perchè l'odor di lardo spiaceva molto al signor Concomodo. Stentone cercava d'inculcare a costui la grandissima necessità di empire il fosserello; sosteneva, appellandosi all'arbitrio d'ogni agricoltore, che era quella un'opera più assai da padrone che non da mezzajuolo, e finalmente si limitava a chiedere che gli si pagasse un secondo uomo per ajutare il suo. E l'altro duro. — Io mi sono già buscato, – rispondeva, – il danno, il malanno e l'uscio addosso, allorchè ho aderito a stare a mezzo nel nuovo impianto della siepe viva. L'illustrissimo in persona mi ha scritto subito una lettera di fuoco, dove diceva che se gli spendo di mia testa un altro centesimo di suo, mi vuol far vedere che modo di trattare è il mio. — Io ho scritto questo? – pensò l'Illustrissimo in persona col capo nella scodella. — E allora, allora come l'aggiustiamo questa volta? – prorompeva Stentone. – Almeno mi dia sei soldi il giorno per dividere la spesa dell'uomo che mi mangia addosso. — Minchione è nato, e sarà un minchione anche dopo morto, – disse piano la vecchia. – Sei soldi non basterebbero nemmeno per un mezzo bimbo, e li domanda per un mezzo uomo! — Io non posso far altro, – rispondeva l'agente nell'andarsene, – che scrivere a Milano per avere il permesso. E scriverò. — Oggi? – domandò Stentone imprudentemente. L'altro si fermò a guardarlo da capo a piedi e poi, con grandissima prosopopea: — Con comodo! – rispose, pigiando su le parole. Non lo avesse mai detto! Galeazzo dovette premersi a due mani il fianco per un gran colpo che gli era immediatamente arrivato addosso. Veniva da Pompeo, che gli aveva dato una gomitata per fargli notar bene l'aggiustatezza del soprannome inflitto all'agente. — Ho sentito, ho sentito da me! – sclamò, forzandosi di sorridere – e me ne terrò a mente fin che campo, non dubitate. O altrimenti voi mi sfondate le coste, amico mio. Stentone entrò solo subito dopo, con un braccio di muso, e sedette a tavola senza fiatare. — Non dice nulla! – osservò pianissimo Giovannona al suo vicino. – Buon segno! Vuol dire che è contento di voi. — Ci ho tanto piacere! – rispose Galeazzo, che si era voltato subito in gran furia verso di lei, per paura di sentirsi richiamare all'attenzione, con una seconda gomitata dall'altra parte. Intanto il signor Concomodo si era incontrato sul portone colla madre di Peppina, chiamata Genoveffa, la quale si tirava dietro, aggrappato alle sottane, un personaggio abbastanza importante della nostra storia: vale a dire un bambinone grande e grosso ancora vestito da donna. Genoveffa, prima di entrare, guardò quelli che mangiavano dalla finestra, e Nunziata, che la riconobbe per una delle sue principalissime comari, le gridò dal di dentro: — Avanti, avanti. Si mangia colla bocca precisamente come in casa vostra. Avanti. Genoveffa non si fece pregare, ed apparì subito sull'uscio, salutando tutti per nome uno per uno, e dicendo a Galeazzo: «State bene anche voi, chiunque siate!» Poi, senza far pausa: — Questa birba di Santello che ha una forza da leone, – disse additando il marmocchio, – mi ha buttato l'asse in mezzo alla cenere, ed ora che è appena lavato non ci si può spianare la pasta sopra. Mi prestate il vostro? Queste parole erano evidentemente destinate a Nunziata, ma Genoveffa le pronunziò quasi tutte senza mai distogliere lo sguardo dal viso di Galeazzo. Costui se ne avvide prima degli altri, e chiese subito alla sua vicina di tavola: — Che vuole da me quella donna? Non ci badate. È una curiosona che avrà saputo del vostro arrivo dalla figliuola, e che è venuta qui con un pretesto per vedere voi. Ma l'asse era sotto la tovaglia, e però Genoveffa dovette con suo molto soddisfacimento rimanere ad aspettare la fine del pranzo. Se non che il sullodato Santello, dalla forza di leone, non intendeva punto di lasciarla chiacchierare tranquillamente. Ora le tirava le sottane, ora piangeva forte, ora tempestava coi piedi. Finalmente, quando gli uomini si alzarono per andarsene, Genoveffa, pur di rimanere un altro po', sedette impazientita ad una finestra, e lì, presa faticosamente la creatura sulle ginocchia, se la mise al petto. Una creatura di quella dimensione, con più di trenta mesi sulla schiena! — Lo allattate ancora? – domandò Galeazzo che si era voltato dall'uscio, per rendersi conto dell'improvviso silenzio. — Altro! – rispose Genoveffa. – Non s'usa così al vostro paese? Tanto peggio. Vedete lì la mia Peppina? L'ho dato anche a lei fin quasi all'ora di mandarla a scuola, e così ho fatto sempre. Eppure, benchè la Santa Vergine mi abbia ajutato due volte, mi ritrovo in casa con Peppina che è una, e con altri quattro maschi che fa cinque. E voi vorreste perchè son vecchiotta che mi fidassi a smettere con questo? No, coll'ajuto di Dio. Se non si stanca lui, glielo voglio dare finchè andrà dall'amorosa. È vero, Santello? E scosse il capo verso il lattante, il quale intendeva benissimo che si parlava di lui, e seguitava a poppare colla bocca e a ridere cogli occhi allegramente. |
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