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| Alberto Cantoni L'illustrissimo IntraText CT - Lettura del testo |
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PARTE TERZAUna lettera, un prete ed un soldato.I.Siamo già alla domenica: una giornata che ci darà molto da fare dal tocco in là, e che non pertanto andò assai liscia fino a quell'ora. Nunziata, con la sua ghigna di usuraja, metà carezzevole metà ferina, domandò all'alba al Milanese se egli soleva mangiare tutti i giorni, nel qual caso, per non beccarsi la paga ad ufo, qualche cosa avrebbe dovuto fare anche la festa. E lo mise a tendere moltissimi canapi destinati a reggere il bucato al sole. Armeggia e tira da una parte, sali e scendi dall'altra, Galeazzo si tolse d'impiccio con suo grandissimo onore, tra gli applausi di tutte le donne, troppo abituate a ben altri uomini, e che però non ne avevano mai visto uno solo nè così agile nè così destro. Il male fu che ci pigliò gusto anche lui, come quello a cui garbava più assai di stendere liberamente le braccia in qua ed in là, che non di ritrovarsele appiccicate ai fianchi con quella morte del falcetto in mano, e che però, movendosi anche troppo, non s'avvide che i due davanti della sua camicia di tela bambagina gli si andavano socchiudendo ogni momento più. Peppina, meno smaniosa delle altre che ogni filza di stoppaccio pigliasse tutto quel sole che pigliar potea, guizzò la prima cogli occhi dentro al petto del conte, e piantandoglisi davanti come per fermarlo, gli aperse a due mani tutto lo spa–rato, e disse: — Maria Vergine, che pelle bianca! Buono che Giovannona, senza volerlo, ci mise una toppa, chè altrimenti Galeazzo, preso alla sprovvista, si sarebbe forse tradito, o con le troppe giustificazioni, o con l'impacciato silenzio. E quella invece come cosa naturalissima: — L'avrà cambiata, – disse, – o l'avrà sempre avuta così. Vuoi che un cittadino ammuffito al chiuso, abbia la pelle sudicia come te, cotta dal sole? Scuoti meglio quella tovaglia, fannullona, piuttosto che guardare in seno agli uomini. Guarda il tuo, se non vuoi altro: — Ma il mio è di donna, crederei. — Sì? Non pare. Così, bel bello, le dieci arrivarono senza far complimenti. Galeazzo, per secondare le sue simpatie, e colla scusa che i padroni debbono star da padroni, e i servitori da servitori, chiese a Giovannona di unirsi a Costantina per andare a Messa, e quella subito, con un'occhiata appuntita che gli traversò l'anima come una spada: — Venite con me, – proruppe a bassa voce. – Il segno sta battendo, e non passeranno due minuti che già le strade saran tutte vuote. Così parleremo liberamente. — Di che? — Di quel che voglio da voi, oggi che è festa. Ve ne siete già dimenticato? — No, ma così subito non me l'aspettavo, e dopopranzo, credevo di potere, che so io, andare un po' a girare, o scrivere una lettera. — A chi? A vostra cugina ora che l'avete piantata? Ebbene, qui non c'è posta, e dove vi mando a passeggiare, c'è. La scriverete là! E gli raccontò, parlando presto e camminando adagio, tutta la sua storia, ingiungendogli poscia di andare al paese di Niccolino, quando appunto costui sarebbe probabilmente venuto a discorrere con lei; di cercarvi in suo nome, cioè in nome di Giovannina Gervasi detta Giovannona, di quel signor Parroco e della madre del mediatore, di tastar bene il polso ad entrambi, e di venire indietro colla risposta. Galeazzo faceva di tutto per stare in contegno, ma egualmente doveva mordersi le labbra, per paura di peggio. — Voi ridereste volentieri, se non sbaglio. —No, cioè sì, – rispose, dando fuori improvvisamente. – Che volete? Sarà colpa della mia testa, ma pure ci sono due cose che io non posso farci stare insieme. — Quali? — L'amore... e voi. Qui se non volò un ceffone fu un vero miracolo di Dio. — Perchè son grossa di corpo? Ma ho altrettanta anima, sapete! E ve lo proverei subito, se questa non fosse una strada pubblica, e se io, per mia disgrazia, non avessi bisogno di voi. Bella argomentazione! La smania di andar a star molto meglio, la gran paura di aver fatto un buco nell'acqua, e soprattutto la sua prontissima disposizione a dimostrare, coi pugni, la molta forza dei suoi propri affetti, ecco l'amore, secondo lei, o almeno ecco quel che ci voleva perchè una donna e si credesse e potesse farsi credere innamorata morta. Galeazzo si guardò bene dal rimetterla al punto, ed arrivarono in piazza. Adagio con questa piazza, perchè è un modo di dire. La chiesa in mezzo, neanche un'anima in giro, molt'erba in terra, una siepe da un lato, alcune bottegucce qua e là e, meno piccola di tutte, quella ove Nunziata comperava il caffè, Stentone il sale, Peppina la carta per iscrivere al suo Piero, e Genoveffa un po' di pane per contentare il bimbo. Giovannona l'additò al suo compagno e disse: Non conviene che entriamo in chiesa insieme. Vado là dentro a comperare un sigaro per regalarvelo stasera quando sarete tornato. E da bravo, – concluse con quanta morbidezza potè mettere da un momento all'altro nel suo tono di voce, – non principiate così presto a girarmi nel manico. Io vi ho già fatto del bene, e ve ne voglio fare dell'altro, ma gratis no, tenetevelo a mente. ** *Fosse ora di benedizione, volentieri, s'udrebbe cantare qualche cosa a popolo, cioè molto meglio di quello che canterebbero, una alla volta, le mille voci che lo compongono; ma di mattina, e senza aver avuto, come quelle ragazze, la precauzione di portar con noi una piccola manata di timo, ci s'avvedrebbe, appena entrati, che c'è troppa gente. Dunque è meglio non farne nulla, confortandoci della privazione mercè del fatto che i coristi non erano che cinque, tutti contadini, tutti dilettanti, e che rispondevano a orecchio, per devozione. Il nostro amico uscì tra i primi a Messa finita, dopo di aver avuto campo di osservare la compunzione gesuitica di molte donne sul fare di Nunziata, la pietà sincera di alcuni vecchi, del genere di Stentone e di Marchino, e il contegno quasi sguajato di alcuni giovinotti, non di molto dissimili dal gran Pompeo. Discesero tutti a mucchi nella piazza e subito, come per volontaria segregazione, i due sessi principiarono a dividersi, e a mettersi in cammino ognuno per conto suo. Le mogli andavano con le mogli, e i mariti coi mariti, perchè, a stare insieme anche di giorno fuori di casa, sarebbero stati messi in ridicolo come altrettante caricature che non si contentavano di tutta la notte. I giovani e le ragazze, alla loro volta, si ponevano a schiere di cinque o di sei, liberissimi però tutti ed ognuno di piantare i compagni e le compagne alla prima svolta e di fare il rimanente della strada a due per due, cosa illecita lì presso la chiesa. Ma era ben lecito alle ragazze di voltarsi indietro a guardare Galeazzo da capo a piedi, come se egli fosse stato una bella donnina, ed esse un gruppo di bersaglieri appena esciti dalla caserma. Ci ponevano malizia? No, probabilmente. Erano donne piuttosto brutte e piuttosto mal educate che pretendevano di avere gli occhi per guardare prima di ogni altra cosa gli uomini belli, e che però guardavano il nostro eroe assai volentieri, dibattendo a bassa voce le loro particolari impressioni: una non aveva mai visto due baffi così lunghi, un'altra li aveva in uggia e potendo li avrebbe fatti tagliare; queste due, lunghe e magre, si aspettavano di meglio, e quelle sei, piccole e grasse, ammettevano concordemente di avere preveduto peggio. Ma tutti, anche gli uomini, si aspettavano e prevedevano qualche cosa, perchè Peppina, Genoveffa e Pompeo, colle loro chiacchiere, avevano già levato a rumore tutta Coronaverde. Galeazzo, per loro merito, non era più, come quando chiedeva della strada in viaggio, un povero ed ignoto passeggero, del quale non metteva conto di occuparsi troppo; no, ora si sapeva tanto bere chi esso era che guai a parlar d'altro per tutta la festa: era uno scarto di stamperia venuto lì a provare, per disperazione, come sappia di sale il pan del contadino; i giovinotti lo guardavano di sotto in su perchè il giubbone e gli stivalacci a tromba gli dicevano tanto bene che pareva impossibile; gli affittuari se la pigliavano col povero Stentone perchè la bazza era toccata a lui, e i braccianti, un po' sul serio un po' da burla, sciamavano tra di loro che se avessero potuto scegliere fra un invito a nozze e una bella occasione di legnare il Milanese, sarebbero stati (carini!) in gran perplessità. Ci s'intende che i più mordaci di tutti erano quelli appunto che avevano meno voglia di lavorare degli altri. Immaginatevi quell'uomo comodo di Galeazzo, allorchè dovette capire che tutta quella gente non s'occupava d'altri che di lui. Gli avrebbe dato a' nervi da per tutto, ma a Coronaverde sotto mentite spoglie, e con tre fette di polenta in corpo, altro che nervi! Si mise a fare certi passoni più lunghi di lui, e non rallentò che vicino a casa, per tener dietro a Costantina, rimasta sola: — Ecco, – pensò, – una creatura che andrebbe bene a me! È sincera, è tranquilla, è ragionevole, io mi contenterei! Sissignore che Domeneddio, invece di farla nascere a Milano, in una casa sul genere della mia, la mette qui a struggersi d'amore per un Pompeo, e getta me tra le braccia di una testa bruciata, di una originale, che avrà forse letto il titolo, niente più del titolo, del primo romanzo di Nievo, e che mi manda qui a fare questa bella figura. Almeno il conte del povero Ippolito era nato pecorajo davvero! Basta... Oh che vita, cara la mia Maria! Questa chiusa, come accade spesso nei soliloqui, fu pronunziata forte, e Costantina, che udì la voce di Galeazzo, si voltò indietro e gli domandò, sorridendo amabilmente: — Avete pregato per me? — Ricordatevene un'altra volta. — Credete che io abbia meriti così grandi innanzi a Dio, da potermi permettere di pregare per gli altri? — Perchè no? Un uomo così giovane, e così devoto della Santa Vergine, io non l'ho mai visto. La invocate sempre. Anche or ora. V'ho udito io. — Ebbene, mi proverò, – rispose Galeazzo, senza chiarire l'equivoco, e vergognandosi un pochino che una buona giovinetta lo tenesse forse per migliore di lei. ** *Ma qui è tempo di aprire un molto aristocratico INTERMEZZO.È una gran cosa il gusto che si pigliano certe persone di arruffare tutte le cose, e le difficili massimamente! La contessa Maria da Breno – donna gentile,che nel bel numero contava per due – non prese niente affatto volentieri la subitanea sparizione di suo cugino, prova ne sia che il giorno seguente (anche per gradire ad una giovane marchesina, che stava per avere assai bisogno di una bàlia) bruciò le sue navi e scrisse a Galeazzo:
«Eccoti le tue prime 8 lire e 30 centesimi, ma bada che vengo anch'io alla Casanova, e tu penserai a non farti scorgere, e a vedermi in volto senza dirmi addio. Così imparerai a partire come un fuggiasco, senza procurarti la giusta soddisfazione di salutare una Signora contenta di te. «MARIA».
Ma ormai è inutile parlare del suo viaggio perchè è già arrivata, e gli uomini e le donne della Casanova si affollano intorno alla sua carrozza per ajutarla a scendere. — Guarda chi si vede! La Illustrissima della Brena che è tornata a trovarci come ha promesso! Povera signora! È ancora vestita a bruno per la buon'anima del conte! Ma! Ecco la sorte di noi povere donne! Prendere un marito per volergli bene e poi restar così! – sclamava Nunziata, allungando il collo per baciarla in volto. Maria che aveva, come tutti i veri patrizi, un certo debole per i contadini, e pochissima simpatia per i borghesi rifatti, rese ben volentieri i baci della vecchia, e ne offerse di sua posta alle due giovani. E quella subito, pigliandola per la vita come se fosse stata una sua figliuola, e conducendola a sedere nell'andito: — Venga, venga. Che le posso favorire Un po' di latte caldo? Due uova a bere appena fatte? Un caffè? Dica, dica, non faccia complimenti, e gradisca il buon core, per l'amor di Dio! Maria bevette grosso, e la cordialità di quella donna le parve così genuina e munta di fresco quant'era il latte. — Guardi mio marito che non si muove! Eppure sta bene in gambe, non è vero? Non gli è ancora venuto in mente di portare un po' d'avena ai cavalli! E il mio figliuolo che non offre un bicchier di vino ai servitori! Dio, Dio, se non ci fossi io in questa casa! Stentone e Pompeo partirono al trotto, e l'andito s'empì della accorsa intera famiglia di Genoveffa, e di tutti i bipedi implumi del vicinato. Maria, che aveva girato gli occhi intorno più volte in cerca di suo cugino, tese di nuovo la mano a Giovannona e se la trasse accanto. Parevano Proserpina e Pomona. — State bene voi, perchè si vede. Vi trovo ingrassata di molto dall'ultima volta che ci siamo viste. — Tutta fatica dei miei denti, signora contessa. — Eh, cara mia, i denti hanno un bel dire, ma se l'amore vi desse da fare sul serio!... E due! Giovannona avrebbe dato volentieri un bel pajo delle sue più belle lenzuola inoperose per poter rispondere che anche la signora contessa, con tutto che le fosse morto il marito, non istava male davvero; ma la lingua di sua madre le venne in ajuto, una volta per disgrazia, ed essa crollò mestamente il capo senza dir nulla, come fanno le signore, quando un capo scarico si piglia il gusto di sostenere che non hanno cuore. — È un pezzo che non vede il nostro Illustrissimo? – aveva chiesto Nunziata. — Cinque o sei giorni al più. — Come stava? — Benone. — Che s'abbia proprio a morire senza vederlo, noi che si vive del suo pane da tanto tempo? Eppure, se venisse, sarebbe meglio anche per il suo fondo. Una volta o l'altra la casa ci crolla addosso! — Davvero? — Non crollerà precisamente perchè il signor segretario ce l'ha empita di tanti puntelli, che a momenti non sappiamo più da che parte rigirarci, come Ella vede (ce n'era uno in tutto), ma pure qui a terreno non mi accade mai di segnarmi così spesso come al primo piano. Basta, la prima volta che guadagno un terno al lotto, prendo su mio marito e i miei figliuoli, e si va tutti a vedere se c'è modo di baciar le mani all'Illustrissimo. Come non aver caldo con tanti fiati intorno? Maria si alzò in piedi per levarsi un po' di roba di dosso, e chi avesse badato alle facce e alle chiacchiere delle donne circostanti, avrebbe avvertito una volta di più che tutto è relativo a questo mondo, anche l'invidia. Le ragazze si tenevano a due per due, colle braccia appoggiate vicendevolmente sulle spalle delle compagne, e guardavano, guardavano con gli occhi lucenti di beatitudine le belle vesti della signora contessa, e una sarta ne faceva notare il taglio elegantissimo, e Peppina domandava forte a sè medesima quali erano le dita sante che avevano potuto ordire un tessuto così leggero e così consistente come era quello della mantiglia, e una cucitrice aveva spôrto le mani per raccogliere il cappellino come se avesse avuto in deposito la misericordia di Dio. — Beata lei che può! – dicevano tutte sommessamente. – E con quanta cortesia si lascia guardare da noi altre povere meschine, più vestite di miseria che di panni! Oh se la danarosa pizzicagnola, oh se l'agiata mogliera dell'oste avessero osato di farsi vedere in piazza colla decima parte di quel lusso intorno, che bisbiglio, che mormorio, che vociferazione di basse contumelie! L'invidia è una mala pianta condannata a non adergersi che poco più su delle radici sue, e guai al mondo se potesse intristire dove, aduggiando, bene o male arriva! Per questo i viaggiatori di terza classe si compiacciono talvolta nel vedere come si deve star bene in una carrozza di prima, e quella che più guardano in cagnesco potete star sicuri che è una di seconda! Povera umanità, fanno così anche i cani! Il piccolo ha una rabbia da non dire contro il mezzano, e si torce tutto da capo a coda, tremolando d'ammirazione, per riverire ed ingraziarsi il grosso! Che differenza da cane a cane! Quasi altrettanta da uomo a uomo! Maria cominciava ad essere sulle spine. Non poteva chiedere di Galeazzo, e non sapeva capacitarsi come mai non si fosse ancora lasciato vedere. Che l'avesse canzonata? Impossibile! Un gentiluomo non canzona una signora. Che temesse di dover mostrare un qualche turbamento nel vedere lei? Non era poi un bambino, e s'eran lasciati da così poco tempo! Dunque che fare? «Aspettare un altro po', – concluse fra sè e sè, – e poi, se egli non mi comparirà spontaneamente innanzi, condurre con garbo il discorso sui braccianti della Casanova, domandare quanti sono, quanto guadagnano, dove stanno, ecc. Son cugina del padrone, e ce l'ho anch'io un fondo da queste parti, dunque nessuna maraviglia se faccio lega coi mezzajuoli, e se m'informo di queste cose a scapito dei braccianti, come è probabile che facciano la più parte dei padroni». Tornò a sedere a capo scoperto, e disse alla vecchia, per guadagnar tempo: — Il mio fattore mi ha rammentato jersera che noi avevamo bisogno di un par di buoi. Me li potete dare voi altri! Con le malattie che ci sono in giro, se non li posso avere da una stalla fidata, non li prendo. — Buoi da vendere, noi, a questa stagione? Magari Iddio! Più che appiccicare un po' di carne sulle coste del pajo più rifinito, quando arriva Natale, e mutare ogni cosa in un pezzo di carta sudicia per pagar l'appendice al signor Conco... al signor segretario, noi non possiamo fare, come è vero Dio! Ma poichè ha nominato la nostra stalla, questa volta l'ha proprio da vedere. Si ricorda due anni fa! Non s'è potuto entrare perchè il caldo dava noja alla buon'anima del povero conte, ma ora, pur troppo, non c'è che la contessa, la quale, o sbaglio, o sta più ben di noi. Venga, venga con me. E quando vede l'Illustrissimo, non gliela perdoni, e si faccia sentire. Pazienza che s'abbia da star male noi che siamo cristiani, e ci s'accomoda per tutto, ma le bestie, così care, non è un peccato? Uscirono insieme seguite da Giovannona, che prese in mano una forca per cacciarsi, come Europa, in mezzo ai buoi, e per mostrare alla contessa le occulte magagne della stalla, sgomberando della paglia e del fieno i precisi luoghi dove andavano a parare le querimonie della mamma sua. — È brutta o no, lo dica lei? – seguitò Nunziata. – Guardi. Qui non c'è una tramezza che non sia stata rappezzata di dentro e di fuori, di sopra e di sotto. E veda le poste. C'è l'ammattonato a coltello, non nego, ma l'avrà fatto Noè, perchè ora la sfido a trovare una sola pietra che aderisca. Come vuole che mangino bene se tormentano dell'unghie, e se si rompono il muso con le lische della mangiatoja così tarlata? Sì, è vero, sant'Antonio, da quando è santo, non ha mai benedetto un lattonzolo più bello di questo, ma è anche appena nato! Torni un po' a vederlo fra un par d'anni se camperemo tutti tre. E questa le pare una stalla da Illustrissimo? Con una porta sola che se ci prende il foco bruciano anche i corni? E così scura che d'inverno a mezzogiorno ci vuole il lume? E così alta che le bestie pajono sempre piccole e non compariscono neanche d'estate quando ci si vede? Via, Illustrissima, si metta una mano al core, e pensi alla sua. L'ho vista quando ho accompagnato il mio soldato in mano agli Italiani, e come l'ho vista bene! Quella è una stalla! A volta, e lucente, e larga, con le colonne di marmo, e le poste che pajono stanzini da ricevimenti. Ci può fare una festa da ballo quando vuole, lei. Mentre la contessa domandava a sè medesima se un professore di agronomia le avrebbe fatto capire tante cose in una buona oretta di lezione, la vecchia si avvide di avere accanto un ometto piccolo e grassotto che la guardava con le braccia penzoloni come per dire: «Quando avrete finito voi, principierò io». Era il messo comunale di Dolo, leggi il tirapiedi del sindaco e dell'esattore: un buon diavolo che ad ore perse faceva anche da birro e da procaccio. I contadini lo chiamavano Ritenete, e il suo viso degnevole e dimostrativo chiariva il soprannome, e spirava per così dire il sentimento dell'autorità. — Ritenete!! – sclamò Nunziata con gli occhi fuori del capo. – Questa è un'altra tassa! — No, buona donna, tranquillatevi, – rispose il messo; – fin che, non riapriamo il consiglio non se ne parla più. Oggi non vengo a prendere quattrini, oggi ne porto. — Fuori! — Non a voi precisamente, ma a quel forestiere che avete in casa, e che mandaste via poco fa, a quanto me ne dissero là fuori. — Io non ho mandato via nessuno. È stata lei, – sclamò la vecchia, additando Giovannona. — Una o l'altra per me fa lo stesso. Avete a dirgli – state bene a sentire – che io era venuto qui con questa lettera raccomandata, e coll'importo d'un vaglia postale, tutta roba per lui; e che non avendolo ritrovato a casa, procurerò di ritornare dopodomani con ogni cosa. Non vi lascio nè quella nè questo, perchè ci vuol la firma per tutti e due. Così a sentirlo, pareva che quarantott'ore meno, quarantott'ore più, non facessero gran differenza in quel di Mantova! — Un vaglia postale? È grosso? – domandò Nunziata. — Così così. Otto lire abbondanti. — Ho capito, – sclamò forte Giovannona verso la madre. – Sarà il mese d'affitto della sua casetta. Maria aveva avuto un bel servirsi di cartaccia grossa, un bell'alterare la sua lunga e sottile mano di scritto; ma correre tanto avanti coll'immaginazione fino a prevedere che il suo messaggio avrebbe impiegato due giorni per arrivare, come una saetta, da Milano a Coronaverde, via, siamo giusti, non ci sarebbe arrivato nessuno, e non ci arrivò neanche lei. Un'altra avrebbe mutato di colore, e sarebbe scappata via subito, per tema che Galeazzo, apparendo da un momento all'altro, mandasse a monte ogni cosa per colpa espressa di chi lo aveva spedito colà. Maria invece che non per nulla aveva avuto in famiglia tre o quattro consoli del bello italo regno (quell'altro, non questo) e una serqua di bisavoli in ottimo odore così a Vienna come a Madrid, Maria fece onore alla impassibilità che aveva ereditato col sangue dei suoi maggiori, e il terso marmo del suo bel volto coprì il suo immediato proposito di rimanere ancora. — Dopo quel che ho udito, – pensò, – correre via subito sarebbe il medesimo che dar ombra a costoro, e d'altra parte, se mio cugino dovesse tornar tanto presto, qualcuno avrebbe detto alla Regia Posta di fiatare un momento per vedere se càpita. Ha corso tanto che deve essere stanca! Uscì adagio dalla stalla con a làtere la sua dama d'onore, e subito Giovannona, volgendosi in furia a parlare nell'orecchio della Regia Posta: — Che fa Niccolino? – disse pianissimo. — Fa all'amore con voi. — Non ne ha un'altra di nascosto a Dolo? — No davvero. È venuto in qua con me, ed è scappato dall'oste perchè c'era troppa gente in corte. Se l'avesse, potete ben ritenere che lo saprei. Ho da avere in mano la polizia per nulla? — Ebbene, riteniamo che ce l'abbia, e non lo sappiate. Informatevi con buona maniera, e dopodomani, quando tornate colla lettera, cercate di me. Troverete una mezza lira a vostra disposizione. Era una specie di cambiale a vista che Giovannona s'era decisa a stillare per due ragioni: la prima perchè aveva paura che il suo ambasciatore potesse tornare con un pugno di mosche in mano, e la seconda perchè Ritenete aveva in capo troppi affari di tutti, per aver tempo di propalare quelli di qualcheduno. Intanto Maria e Nunziata fendevano a stento la bassa plebe, che era rimasta ad attenderle fuor della stalla, e che si preparava di nuovo a seguirle in casa. — Via, creature, andate in pace! Che vorreste? Tornar dentro ancora? Un po' di rispetto per la signora contessa, che diamine! È vero che è molto bella, ma quando si è vista da capo a piedi, s'è vista tutta! Questo era l'andante maestoso cantato a gran voce dalla vecchia, mentre la figlia, appena escita, e perchè Niccolino non potesse accampare il pretesto, della folla, dava sotto alla madre con un pianissimo: — Anch'io vorrei dare il gusto a quella stomacosa di guardarla a bocca aperta come fate voi! Fuori, vergognosi tutti! Pare che non abbiate mai visto donna! Il muto gregge degli ammiratori cominciò a diradarsi, poi a disperdersi, e di forestieri non restarono, come più di casa, che Genoveffa e Peppina: l'ultima delle quali aveva profittato della visita alla stalla per provarsi il cappello e la mantiglia di Maria. Un'altra mano che avesse avuto, e si sarebbe provata anche i guanti. Pompeo se la rideva coi servitori, e Stentone e Marchino, i quali avevano soggezione davvero, si tenevano in di–sparte in fondo alla corte. — Ora che siamo in famiglia, – principiò Maria appena rientrata, – vi dirò la principale ragione che mi ha indotto a ritornare... oltre alla mia parola. Qualcuno però dovrebbe intanto farmi la gentilezza di dire al mio cocchiere che più presto i cavalli avranno mangiato, e più presto li attacchi. Ho da rifare più di dieci miglia, e se il sole fa a tempo a raffreddare, o se si leva il vento come jeri, mi busco la tosse, e domattina non posso più tornare a Milano. Beate voi che non avete di queste miserie! –– Creda pure che ne abbiamo delle altre! – rispose Giovannona, con gli occhi fermi negli occhi della contessa. Costantina, a un cenno della vecchia, era subito corsa dal cocchiere, e già ritornava colla risposta: — Fra poco attacca. — Grazie. Poi, voltandosi verso Nunziata: — Io avrei bisogno di una bella e giovane balia. Non ne avete una in vista? Badate, voglio latte fresco, e che abbia anche buona ciera e bellissimi denti. Gli occhi di Giovannona folgoreggiarono, come se ne balenasse un poema di allegra vendetta. L'aveva tanto con Maria, per quel che le aveva detto appena arrivata, da giungere, pur di sfogarsi, fino all'amabile supposizione che essa cercasse misteriosamente la balia per conto proprio. Ce ne sarebbe una, – rispose Nunziata, – che è stata tanto stupida da mettersi in ballo per il tempo della mietitura. A mezzo agosto sarebbe già riavuta. La vuoi vedere? Che mezzo agosto! La mia amica si porrà a letto fra un mese al più. Addio folgori, addio poema, addio vendetta! Doveva provare Giovannona a mettersi al collo la cintura di Maria! Allora non saprei! – rispose la vecchia. — Ebbene, cercatela, e se ve ne salta fuori una di bella, scrivetemi subito a Milano. Qualcuno verrà a vederla, e, se andrà bene, resterete contenti. Sapete scrivere, non è vero? — Pochissimo tutti, per dire la verità; ma abbiamo in casa un bracciante mezzo cittadino che saprà certo ingegnarsi meglio di noi. — Come mai è caduto qui? — Che vuole? S'è offerto senza paga, e noi s'è preso. Maria fece l'atto di chi procura di farsi venire in mente una cosa, e poi, come se principiasse allora soltanto a pigliar interesse al forestiere, chiese a Nunziata: — Dite un po': è uno che viene dalle parti di Milano? — Illustrissima sì. — Allora ho capito chi è. S'è offerto anche alla Brena, e il mio fattore, domandategli perchè, non s'è arrischiato a prenderlo, quantunque mi abbia confessato egli medesimo che era un giovine pulito, e che aveva una bonissima figura. — Non è mica cattivo, – saltò a dire Giovannona sempia più stizzita, – ma capirà, bisogna dirgli dove ha da metter le mani e dove i piedi. Sa tanto lui di campagna quanto sappiamo noi di galanteria. — Ebbene, se non farà per la Casanova, mandatelo alla Brena in cerca del mio fattore, – propose di rimbalzo Maria per impuntigliare i suoi interlocutori a tener bene e volentieri Galeazzo. — Illustrissima sì... se non farà per noi! – rispose Nunziata. Qui Maria, che ne aveva saputo anche di troppo, avvertì subito che il mutamento del discorso doveva venire da lei, e tornò a raccomandarsi per la balia, senza mai smettere finchè, tra le acclamazioni e le sberrettate, si ritrovò di nuovo a sedere in carrozza. — Quando, Illustrissima? — Quando tornerò alla Brena. Ve lo manderò a dire, e poveri voi se non vi vedo a desinare in casa mia. —Ci verremo, non dubiti. Intanto stia bene, e se le capita un altro conte che le piaccia, se lo1 pigli, ma giovinotto, badi, e non già vedovo. — Perchè? Perchè i signori hanno da star bene, ed è anche troppo se si tirano dietro una disgrazia in due. Siamo noi poveri che dobbiamo sposarci tra vedovi, perchè, se non s'ha un morto per parte, è raro che si trovi chi ci voglia più. Buon viaggio, Illustrissima, buon viaggio! E stia allegra cent'anni lei che può. E Illustrissima di qua, Illustrissima di là, buono che alla fine la carrozza andò, ma guai al mondo se Maria avesse avuto gli occhi di dietro! Avrebbe visto molte facce, mutate istantaneamente di affabili in scontrose, e più presto di tutte quella della vecchia. Diceva: — Che vi pare d'una contessa che vuole accaparrarsi i braccianti gratis? — Colpa vostra, – rispose la figliuola ruvidamente. – Dovevate parlar meno. — Ci si rimedia subito. Qua tutte, Genoveffa, Peppina, Costantina, tutte. Avete sentito ciò che ha proposto la contessa quando si è parlato del Milanese? — Sì. — Ebbene, non glielo dite, o me lo tengo a mente. Un po' che lo sapesse, e ci pianterebbe subito. È un gran dire però! Le avranno raccontato che è un bell'uomo, e se lo vuole accanto. Capaci di tutto, le signore, credetelo pure, capaci di tutto! — Meno male che anche mia madre ne ha indovinata una! – sclamò Giovannona alzando le man al cielo, e correndo prima a Marchino, e poi al padre e al fratello per fare che tacessero anche loro. E il patto del silenzio – diciamola poeticamente – era già stretto. Mezzo minuto dopo il vezzoso Pompeo posò il suo braccio (moda rustica) su quello di Peppina, e uscendo insieme disse: — Ti par giusto che io abbia da lavorare come lavoro... — Molto! E che ci sieno persone che si facciano trasportare a spasso con cavalli e carrozza come quelli? — Giusto non è, ma se non fosse così, sarebbe peggio. Mettiamo per un momento che si potesse diventare tutti signori. Chi lavorerebbe le nostre terre? — Io no. — E mangiare? Pompeo si trovò stretto in un circolo vizioso. — Vedi, – seguitò Peppina, – che sarebbe lo stesso come diventare poveretti tutti! Così invece si tira via.
FINE DELL'INTERMEZZO. |
1 nel testo: "io" [Nota per l'edizione elettronica Manuzio] |
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