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Alberto Cantoni
L'illustrissimo

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  • ALBERTO CANTONI   L'ILLUSTRISSIMO ROMANZO
    • PARTE TERZA Una lettera, un prete ed un soldato.
      • II.
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II.

Chi non s'è mai domandato come accade che certi brutti visi possano recare intorno la più genuina manifestazione della bontà dell'animo, e che certi altri invece, mollo bellini e molto ben torniti, rivelino spesso un certo che di aspro e di duro il quale vi si adagia sopra così bene che è una meraviglia?

Nessuno? Vorrebbe dire che i bei tempi della metafisica sono ben passati, e che non si crede più tanto nei rapporti già sacramentali del buono e del bello, ma non vorrebbe già dire che in fatto di visi ci manchino continui esempi e della prima specie e più della seconda. Per quella intanto basta che guardiamo il parroco di Dolo.

Era brutto davvero, ma si vedeva subito egualmente che era forse ancor più buono che brutto. Grande, grosso, con la pelle tanto olivastra da lasciarti in forse, da lontano, se fosse netta o sudicia; con le mani, così fuor del naturale da parere due mostre da guantai; con un naso tanto lungo che a metterlo al sole ci avresti potuto far danzare attorno le ore come sopra di una meridiana, oh se era brutto bene! Ma gli occhi altrettanto grossi quanto aperti e sinceri, ma la bocca tagliata giù come vien viene, e non per questo men dolce e meno espressiva, ma la pancia badiale, ma il perenne ed amorevole sorriso, oh quante belle cose dicean per lui!

Eppure quell'uomo, che altrimenti sarebbe stato quasi perfetto, aveva pur troppo il vizio delle belle lettere: un vizio grande e grosso poco men di lui, ne era escito uno di quegli agresti ed antiquati letterati, condannati dai fati a vegetare in mezzo ai prati, i quali, tolti fuori dalle loro soporifere ed arcadiche raffinatezze, non sogliono arrivare nella massima parte delle cose, dove, senza tanta logica e senza tanta rettorica, arriva di colpo la buona gente che sta loro intorno. A pigliarlo solamente da questo verso era una gran mummia, povero Don Angelo! Batteva le doppie, parlava a filo per maggiore, minore e conseguente; traduceva Virgilio e Cornelio Nipote, quello a digiuno e questo dopo cena ed entrambi colla scusa che erano mantovani per patria ambidue; sapeva a mente tutto Bartoli e tutto Passavanti, e un po' che parlasse coi suoi miseri fabbriceri li citava tutti senza discrezione, e non apriva mai bocca senza tenerla aperta molto spesso in cerca del più bel modo di volgere il discorso, con assidua cura della parola propria, della ornata locuzione, e del più rotondo e compatto periodare.

Il buon uomo aveva seco una orfanella sua nipote, che egli si era studiato di crescere nell'amor di Dio e della lingua italiana, e che faceva conto di dare in moglie ad uno smilzo e timido giovinetto del paese, suo allievo e sua creatura, il quale tra poco sarebbe tornato di città con la patente di maestro in tasca. Che volete di meglio per un villaggio che un buon prete e un buon maestro, governati entrambi dalla medesima e casta massaja, e fermi ambedue nel vicendevole proposito di raddrizzare le anime immortali e gli spiriti ragionevoli degli stessi parrocchiani, senza mai pretermettere il buono esempio la buona grammatica? Se non che la signorina Ebe, qualunque fosse la sua tenerezza per entrambe queste belle cose, pure non si sentiva punto inclinata verso le persone timide, e men che meno verso le persone smilze.

Quando Galeazzo arrivò sul campo di battaglia e chiese, per la prima, della madre del mediatore, gli additarono una donnetta non tanto vecchia quanto apatica e sdentata, che stava in piedi per miracolo davanti all'uscio di casa sua. Che una madre come quella potesse ancora trovare il fiato di dir di sì al figliuolo, era una cosa che si poteva ammettere, ma che sapesse reggere a dir di no più volte, e da più mesi in poi, non pareva vero. Eppure bisognava sentire come s'ingegnava!

Dite alla vostra padroncina, – rispose a Galeazzo con grandissima flemma, – che in casa mia voglio essere la padrona io, e che se c'entrasse lei, comanderebbe a me.

— Non credo. Una buona nuora obbedisce e non comanda.

— Quella obbedire? Una donna che mi butterebbe a terra con uno starnuto? No, no, figliuolo, son vecchia io, e so cosa vuol dir la forza! Ditele a mio nome che il mondo è grande, e che se mio figlio la vuole sposare, può andar a star seco da per tutto, ma qui no. Poderini da affittare non ne mancan mai, e Niccolino ha tanti padroni che un po' da uno, un po' dall'altro, trova subito quanto gli ci vuole per comperar due vacche. E se la vostra padroncina ha paura dell'affitto, ebbene, si pigli Niccolino a casa sua. Sarà un uomo che andrà a moglie, che gran che! Se ne son visti ancora!

Era sempre qualche cosa di guadagnato, ma per il momento non c'era da cavarle altro, e Galeazzo, che se ne avvide subito, si volse addirittura verso la Canonica.

— Vorrei parlare da solo a solo col signor Parroco, – disse appena entrato ad una giovane bionda e ricciuta, piccola e grassoccia, la quale, agli anni ed alle vesti, si rivelava subito non per la serva ma per la nipote.

Costei che prima, non vista, lo aveva già saettato d'una lunga occhiata, gli venne incontro a capo così chino che Galeazzo non potè vedere il bel nasino volto all'in su, alquanto petulante, la bocca vermiglia e sensuale, alquanto briccona.

Favorite di entrare qui, – gli rispose la signorina Ebe, ponendosi davanti all'uscio di una stanzetta appartata, che mandava fuori, col vetusto odore dei volumi legati in cartapecora, una certa solenne fragranza come di lingua antica ed illustre.

Don Angelo stava a sedere in maniche di camicia davanti alla scrivania, e scriveva a precipizio due o tre faticosi endecasillabi, appena imbastiti, per paura che la interruzione glieli facesse poi passar di mente.

— Chi siete? – domandò senza smettere al suo visitatore, mentre costui, per precauzione, richiudeva l'uscio dietro di .

Galeazzo rispose che egli era un bracciante della Casanova di Coronaverde venuto a vedere a nome della padroncina se il signor Parroco non avesse nulla a ridire sulla voce che principiava a diffondersi della grandissima simpatia di Niccolino per la nipote di esso reverendo.

Don Angelo, che era rimasto di stucco, si levò gli occhiali di naso, e si mise a pulirli da tutti i lati per guadagnar tempo. Quindi come se predicasse, e principiando tale e quale come in chiesa con una bella nota media di petto, rispose molto forte:

— Io non vi dirò che il giovine, or fa un anno passato, non mi abbia aperto la mente sua con questa lettera che mi fa ridere ancora, e che è firmata, come voi vedete, «il suo caro parrocchiano Niccola Bassi»; ma e che però? Poteva io tanto da impedire ch'ei me la scrivesse? Non è egli un uomo? Ed Ebe mia nipote non è una donna? Che ci poss'io se me l'ha chiesta in moglie? Poteva bene non dargliela, e andate pur sicuro che non gliel'ho data e non gliela darò; ma che Ebe gli spiaccia, ei che mi ha detto che gli piace tanto, io posso affermare, voi potete chiedere.

— Come diamine parla costui? – pensò Galeazzo fra e , già spaventato all'idea di prendere il contagio, e di non potere più rispondere in dialetto.

E l'altro subito, seguitando:

— Questo sia detto per Niccolino mezzano; in quanto poi alla mia nipote, io non vi dirò che ella non sia la più gran furbetta che imaginar si possa, e che talvolta, quando non mi ritrovo bastante pecunia in tasca per comperarle subito, che so io, una gala, un gingillo, una fettuccia, essa non mi pigli di fronte e non mi dica: «O spicciati, don zio, o mi metto subito a discorrere col tuo caro parrocchiano Niccola Bassi»; ma e che per questo? Volete voi che una giovane civile, da me istituita, si possa veramente apprendere d'amore per un... basta, non è a me che spetta di svilire, dirò meglio, di umiliare il mio gregge, ma via, capirete!

Qui Don Angelo si fermò un momento a tirar su una presa, mentre Galeazzo, esterrefatto, continuava a guardarlo negli occhi, a guisa di uno, il quale per non sapere a chi impetrare misericordia, si adagiasse al proprio destino, borbottando fra i denti:

Buono che non sa chi sono, o altrimenti ci sarebbe da aspettarsi una mezza dozzina di conciossiachè!

—Non avete capito? – ripigliò il buon prete, come quello che era abituato a spiegarsi molte volte, e per dar ansa all'interlocutore di rispondere pur qualche cosa.

— Si, sì, ho capito benissimo, – rispose Galeazzo grattandosi l'orecchio, – ma ciò non ostante non potrebbe essere che sua nipote, la quale si burla innocentemente di lei con quelle minacce, si burlasse talvolta anche del mediatore, che è un bel pezzo d'uomo, e gli discorresse, così per ridere e come dicono, quando nessuno la può vedere, per esempio... la sera!

Avrebbe dovuto dire «la notte» ma poi, nel momento buono, pensò giustamente che Giovannona doveva andare lei ad insolentire i galantuomini, e non mandare gli altri.

Don Angelo s'attaccò ad un cordone che gli pendeva sul capo, e scampanellò a furia per chiamar la nipote.

Costei che era dietro l'uscio e non aveva perduto una parola s'avventò in punta di piedi fino all'angolo più remoto della Canonica, e di gridando:

— Vengo, – rispose.

— Che fa, reverendo? – chiese Galeazzo impaurito.

— Nulla. Voglio che vediate la purità alla prova. Qua, Ebe, e dimmi: o che fai tu la sera?

— Sto qui teco, don zio, – rispose la ragazza con la medesima serenità con la quale avrebbe bevuto un ovo fresco.

— E poi?

— Poi vado a dormire.

— E pure mi dicono che tu t'intendi segretamente con Niccolino e che gli parli.

Perchè no? Sto così male in casa tua, e tu consentiresti così facilmente e con tanto piacere a lasciarmelo sposare, che veramente sarei molto grulla se non mi ci ponessi! vero bensì che potrei farmi torto per tutta la vita, ma che cosa importa quando si tratti di un giovinotto così garbato, così istruito, così degno di entrare nella tua famiglia?

Don Angelo balzò in piedi come se avesse avuto vent'anni, e protendendo nel suo entusiasmo le braccia in alto, gridò:

— Te beata, o Natura, quando indovini, giocherellando, le più segrete ragioni dell'arte; te beata, o Natura, quando ti poni a presidio dell'innocente sulla sua stessa bocca, e vi ti accampi con tanta fortezza che il più sottile sillogismo non varrebbe a snidarti. Vedi? Ecco una giovinetta che, tua mercè, non si è peritata di armarsi della ironia, della più malagevole e perigliosa di tutte le figure, e che se ne è baloccata a suo talento, senza mai turbare la vittoriosa armonia del concetto, e, cosa più maravigliosa ancora, senza mai offendere la giusta proporzion della forma. O beata; beata te!

Bravo Don Angelo! Quasichè il discorsetto di vostra nipote fosse stato qualche cosa di molto naturale, e che la natura, all'occorrenza, avesse bisogno di andar a scuola dall'arte. Ma un po' che vi ci mettiate, voi altri, c'è da aspettarsi anche questa, a lasciarvi dire!

La signorina Ebe, tutta umile in tanta gloria, se ne andò a capo chino verso l'anticamera, e Galeazzo, che non si era mai sognato di mettere in dubbio la suprema buona fede del parroco, procedette, come suol dirsi, per estensione, e fu ben lunge dal prender sospetto della nipote. La quale (all'usanza di tutti coloro che sono stati cresciuti in modo eccessivamente formale) non aveva mai acquistato nel tenore dell'indole sua, e come finta ed intrigante era nata, così si poteva mettere dieci contr'uno che sarebbe anche morta. Tanto poco aveva che fare con suo zio, che era rimasto bonissimo ad onta delle sue scolastiche stitichezze.

Dite un po', – riprese quest'ultimo allorchè Galeazzo, finite le sue scuse, si preparava a prendere congedo, – or come avviene che la vostra parlata vi riveli per molto estraneo a questi luoghi nostri?

— Sono di Abbiategrasso.

— Qui contadino da lungo tempo?

— No, da pochi giorni.

— E vi chiamate?

Lazzaro degli Abeti.

Lazzaro! Bel nome! Non m'era ancora venuto a mente.

E lo scrisse tosto su di un fogliolino.

Imperocchè io, – seguitò a dire, – ho dichiarato da molti anni una feroce guerra contro i soprannomi, ai quali va imputata così gran parte del rozzo costume che suole intercedere fra gli abitatori delle campagne, e perchè ne cessasse il bisogno, dirò meglio, lo specioso pretesto, ho bandito dalla mia parrocchia i nomi troppo volgari dei Santi e delle Sante per accostarmi, in questo solamente, o all'Evo medio o alla pagana antichità gentile. Cotesto è il catalogo dei nati, da quando fui assunto alla regola di questa terra, e percorrendolo saltelloni, dove l'occhio ci cade a caso, vediamo: «Epeneto, Agape Chionia B..., Callimaco C..., Caralampio F..., e Giliosa R..., ed Eustocchia M..., e Deidamia P..., e Verosia C...» Son tutte vive, tutte persone di buone ossa, e nessuno ha mai osato di chiamarle differentemente, come accadde a me, il cui grosso nome di Angelo mi si è talvolta mutato dietro le spalle in quello di «Don Dirò Meglio» e come sarebbe probabilmente avvenuto anche ad esse, quando fossero escite dal Sacro Fonte in qualità di Pietro o di Paolo, di Rosa o di Giovanna.

Qua, qua dunque tutti a spigolare nel registro di Don Angelo, o voi umoristi di seconda man che vi studiate di far ridere il prossimo, col povero espediente dei nomi insoliti e buffi. Un lapis, un taccuino, e ce ne avete finchè campate.

Ma Galeazzo voleva scrivere a Maria, altro che umorismo, e quei cataplasmi di nomi arrugginiti gli erano già sembrati, benchè pochi, troppi. Agguantò una mano a Don Angelo, per baciargliela, e togliersi d'affanno, e quegli schermendosi:

Fatevi con Dio, giovinotto, e dite alla padroncina, per parte di Ebe e mia, che può impalmarsi con Niccolino mezzano quando più le piaccia. Buon .

Galeazzo escì dallo studio col capogiro, e s'affacciò più volte alla cucina, alla corticella, e alla dispensa, prima di poter infilare la porta di strada, mentre la signorina Ebe, che lo teneva d'occhio dal salotto, e gli vedeva prendere tante cantonate, aveva voglia di morir dal ridere. Era molto villana, la signorina Ebe, così che non pareva. Più di Giovannona, che è tutto dire, e forse appunto perchè non pareva.

— Avanti che ci ritorni! – sclamò Galeazzo appena fuori, mentre Don Angelo si sprofondava di bel nuovo nel vorticoso pelago dei suoi endecasillabi, e mentre la signorina Ebe, che aveva cessato di ridere, s'appoggiava col gomito alla finestra, e posato l'indice sul bel nasino, si poneva a meditare, con scaltrita faccia, intorno ai casi suoi.

E medita e medita, gliene venne in mente una di molto grossa.




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