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| Alberto Cantoni L'illustrissimo IntraText CT - Lettura del testo |
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IV.Allorchè una persona nervosa sta bene, le pare di essere sempre stata bene, allorchè sta male, sempre male. Essa vede le cose dietro un prisma particolare, il quale non si limita ad agire con vario effetto sul presente e sul futuro, ma arriva persino a colorire a suo modo anche il passato. Fanno il medesimo anche i sogni. Quando uno dorme di buon sonno, gli si abbelliscono le cose brutte, e quando uno dorme male, gli si deturpano in vista le cose belle. Galeazzo tornò a rivivere, dormendo, la brutta giornata che aveva appena vissuto, ed ogni cosa, nella lieve e delicata parvenza dei sogni, gli assunse meravigliosamente un ben diverso e ben migliore aspetto. Come gli parve gajo e saporito quel povero prete! E che piacere a scrivere dopo, nel caffè di Dolo, un eterno letterone a Maria, mentre due gruppi di politicanti, in abito domenicale, gli dibattevano a lato l'amena questione del Trasferimento, gli uni intercalando a memoria, in mezzo al loro dialetto, le precise parole italiane della Favilla, e gli altri quelle meno italiane della Gazzetta di Mantova. Che ampiezza di vedute, e che addottrinata copia di espedienti! Eppure tutto ora gli pareva furbesco, tutto animato di briosa piacevolezza; perfino il più cocente supplizio di poco poi: quel supplizio che udremo tosto narrare da lui medesimo, quando, comandato da Stentone, correva al fosso a raggiungere il soldato, e Giovannona, che gli aveva veduto il viso rifatto a nuovo, gli galoppava dietro tempestandolo di domande. Il Conte non le fece grazia nè di un membro nè di un inciso di tutti i discorsoni dell'ottimo parroco, e non si sognò nemmeno di arrivare ai carabinieri, finchè non ebbe messo fuori tutta la scienza che i due giornali, l'un contro l'altro armati, avevano cacciato dentro nei loro lettori. Poi: — Scrivevo già da mezz'ora in caffè, – seguitò a dire, – quando mi vedo addosso una di quelle figure da contadini, guardando le quali non si può capire se s'abbia innanzi un minchione che faccia lo scaltro, ovvero uno scaltro che faccia il minchione. Ne ho già visto parecchie da queste parti. — Oh che le figure dei contadini non sono come quelle degli altri? – domandò Giovannona molto piccata. – Chi era? — Era il consueto e salutifero individuo che mi salutava alla sua maniera col suo solito «Salute!» Mi ha raccontato che dipende anche lui dallo stesso padrone vostro, il quale gli ha affittato alcune bifolche di terra, non di molto lontane dalla Casanova. Me n'importava assai! Che cosa faceva a Dolo? Domandatelo al buon Dio che me l'ha mandato. Non lo so. Mi ha detto di avere la stalla piena di vacche, e la testa vuota di vizi, e che per carità, anzi per misericordia, vi facessi capire che se voi non vi deciderete assai prima dei sei mesi di tempo che vi siete presa, dovete persuadervi che egli ci lascerà per lo meno la pelle. Ha detto la pelle! Quasichè la corteccia di un avarone che si è fatta venire mezza la pellagra a forza di mangiar poco e male si possa chiamare una pelle! — E voi? — L'ho pregato, l'ho supplicato che mi lasciasse in pace, e quando ho visto che non ci cavavo nulla, gli ho detto che perdeva il suo tempo, perchè voi siete furente, ma proprio furente pel vostro Niccolino. — Che bisogno c'era di dirgli questo? – proruppe l'altra, arrabbiatissima. – Non lo sapeva da sè? — E se lo sapeva che male c'era a dirglielo?? che forse ne volete sposare due? — No, ma... — Ma se Niccolino ve la facesse, volete dire, vi premerebbe di tenere quest'altro a disposizione, non è così? Molto comodo il vostro metodo! E voi, così grossa, avreste il coraggio di sposare un uomo così allampanato? Bella coscienza! — È lui che mi vuole, non son già io, e in mancanza di meglio... — Vi rassegnate a restar vedova dopo due anni? Ma io glielo ho detto. — Mi ha risposto che il cor contento lo farà riavere, che vi terrà in dieta, che smagrirete, e che in ogni modo gli basta di sposarvi, perchè una donna così interessata e che vada così bene per lui e per le sue vacche come siete voi, non la trova più neanche a morire. Dunque, morte per morte, meglio due anni con voi che dieci senza. «Almeno se muojo – ha concluso con gli occhi volti in su – son sicuro che le mie povere bestie vanno in buone mani!» — Meno male. — Ho agguantato la mia lettera, e son corso a finirla in una osteria. Lo credereste? M'è venuto dietro, s'è messo a piangere, ha tentato più volte di gettarmi le braccia al collo, e tutto perchè? Per dirmi che se lo voleva ammazzare di mala morte, non avevo a far altro che rivelare il vostro segreto, parlando cioè con chiunque, toltane voi, del tempo che avete voluto prima di dirgli di no, o di sì. Sarebbe stato meglio, secondo la sua opinione, che l'esecrato mediatore fosse passato sopra di lui col cavallo, col biroccino, e con una brenta di vino in corpo. — Lo credo. Non gliela perdonerei di certo, e nemmeno a voi. — Quanto a me, me ne importa poco, ma tacerò lo stesso, credetelo, non per paura di voi, ma di quell'altro. Se mi fa un'altra scena eguale, ci resto sotto. Ha seguitato tanto che ho dovuto tirar fuori i miei certificati, e correre in caserma. — Per che fare? — Per poter finire la mia lettera al sicuro. Altrimenti l'avrei ancora da scrivere. — Ma allora come c'entro io coi carabinieri? domandò stizzita Giovannona, la quale, tempo addietro, aveva messo gli occhi per miracolo anche sul sottobrigadiere di Dolo, e aveva sperato per tutta la notte di porre in fila un altro vice–Niccolino anche da quella parte. — Non c'entrate? È colpa mia o dei vostri amori se non ho avuto altro scampo? È colpa mia o dei vostri amori se Geminiano Gualtieri detto Piangi (ho saputo anche il suo nome) ha pensato bene di aspettarmi fuori per tornar daccapo, senza mai quietarsi finchè non gli è riuscito di condurmi in chiesa, e di farmi giurare davanti al Santissimo che non lo avrei mai tradito? È colpa mia o dei vostri numerosi amori se jeri sono andato a Dolo, e se poi, nel tornare con Piangi a notte fatta, ho sentito due voci ingrossate che mi gridavano dietro una per parte: «Ehi! bel mobile di un Milanese! O gamba presto, o botte!» Io non mi ritrovo molto forte in lingua mantovana, ma capisco benissimo che se rimango qui, vi hanno delle persone affettuosamente disposte a picchiarmi, se possono, e avanti che voi mi pigliate un'altra volta ad escire di notte per i vostri numerosissimi amori, via, dovete essere per lo meno già vedova, e di Niccolino, intendiamoci! — Avete avuto paura? — Io no, ma è stato Piangi che me ne ha attaccata un po'. Ne ha presa tanta lui! — Che uomini! Se c'ero io, correvo indietro, e li facevo scappare tutti quanti erano. È bassa di spirito la gente da queste parti. — Ragion di più per stare in guardia quando può fare del male senza pericolo. Ma perchè ce l'avevano con me? — Chi lo sa? Forse perchè vi siete venduto senza pretendere paga in danari, e avran paura che il mal esempio attacchi. Essi non sanno che il nostro caro padrone si è accaparrato per sè tutto il vantaggio. — In che modo? — Fatevelo spiegare da Piero, il quale è in piedi da due ore, ed avrà già fatto più opera di quel che non farete voi fino alle otto. E lo piantò così. Voleva parere malcontentissima di lui, tanto per non dargli nulla, e tenere il sigaro per un'altra volta. ** *
Eppure Piero non era ancora stato capace di cacciare in terra la vanga. Aveva impugnato bensì la carretta col cor leggiero di un uomo che dopo tanto tempo va finalmente a cavarsi la voglia di lavorare dove più gli giova e molto più gli piace, ma era stato subito rincorso da Peppina, la quale s'era alzata molto prima di giorno per potergli parlare senza testimoni. E quando Galeazzo arrivò al fosso, la giovane era tanto fuori dei gangheri, che la presenza del nuovo venuto non le tolse di dire quasi piangendo: — M'importa assai che tu mi sposi anche subito, quando ti sei fatto far caporale per il bel gusto di star via di sicuro altri quattro anni. Se tu vieni a casa e poi ti chiamano, pazienza, non è colpa tua, ma fare daccapo un'altra ferma, è il medesimo come se tu avessi principiato adesso. Voglio sposarmi per stare con te, capisci, e non già perchè tu mi vada a fare lo stoccofisso, colla sciabola ai fianchi e col fucile in spalla. — Queste sono cose da lasciar dire ai bimbi, – rispondeva Piero. – Io ho fatto il soldato abbastanza, e appunto perchè so cos'è, voglio escirne del tutto in altri quattr'anni, e non in altri otto. Tornare a casa, e stare sempre col cor sospeso di esser chiamato da un momento all'altro, è lo stesso che non tornare. Il quattro in otto ci sta due volte, al mio paese, e se in quattr'anni capita, mettiamo, un solo caso di guerra, in otto ne possono capitare due. Ed io, appunto perchè ti voglio bene, ne preferisco un solo. Quando ci avrai pensato, sarai tu la prima a dirmi che ho ragione. — Bada veh, Piero, ch'io son capace di farti una brutta burla! — No, tu non farai niente, perchè tu vuoi bene al bimbo quanto gliene voglio io. — Tutti gli vogliono bene e non già tu solo. Che credi? Che nessuno mi piglierebbe per causa sua? Se ci avessi voluto badare, me ne sarebbero già capitati parecchi. E tu per compenso vuoi farmi fare ancora la bella figura di una ragazza col bimbo in collo, oppure mi vuoi sposare così per mostra, col sacco in ispalla e fra una marcia e l'altra. Provati, provati a fare la nuova ferma. Vedrai che scena ti verrò a fare davanti al reggimento! E diede fuori in un pianto dirotto, senza badare a Piero che la voleva trattenere ancora, pur di quietarla. — Guardate cosa mi capita! – disse questi nel tornare a Galeazzo, il quale, ben consapevole del buon esempio che aveva già dato la Prussia, avrebbe potuto dirne di belle a favore di Peppina. – Se ci sono uomini al mondo che preferirebbero mille volte di lavorare venti ore il giorno a casa, piuttosto che far niente in caserma e sapere per prova cosa sia la disciplina militare siamo noi contadini quelli. E ancora che mi tocca di esibirmi spontaneamente per altri quattr'anni, ho da avere a casa la giunta di una donna che non capisce nulla, e che per poco non si mette in testa che io lo faccia per gusto. Ditelo voi che mestiere gustoso sia quello, poichè ho sentito che lo avete fatto. — Ma io... veramente... sono stato volontario. Se Galeazzo avesse detto chi era, Piero non si sarebbe voltato a guardarlo con tanta meraviglia. — Che volete? – seguitò quello come per giustificarsi. – I signori del mio paese s'erano tanto infiammati loro, che si sono tirati dietro anche la povera gente. Noi operai non abbiamo già la testa diritta di voi contadini, no, no, ci corre di molto! Il rimanente di quel giorno corse liscio e silenzioso come tutti i giorni di muso. Muso solito fra Costantina e Pompeo, muso finto di Giovannona verso il Milanese, muso fresco di Peppina contro il suo soldato, muso eterno fra Stentone e la vecchia: insomma una musata generale!
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