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Alberto Cantoni
L'illustrissimo

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  • ALBERTO CANTONI   L'ILLUSTRISSIMO ROMANZO
    • PARTE QUARTA Padre, figlia e Niccolino.
      • I.
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PARTE QUARTA

Padre, figlia e Niccolino.

I.

— Ma queste sono pistolettate! – sclamò Piero dopo la mezzanotte, balzando fuor del letto, e correndo a guardare verso strada.

Galeazzo si svegliò di soprassalto, e domandò che fosse.

— Due colpi d'arma da fuoco, a quest'ora, dalla parte della casa di Peppina. Eccone un altro. Voglio andare a vedere.

E si vestì in gran fretta.

Ajuto, cristiani, ajuto, abbiamo il foco in casa! – gridò subito dopo una voce d'uomo, cui tennero dietro immediatamente moltissime grida di donne e di ragazzi, mentre Stentone, che dormiva dalla parte di corte, e che aveva udito poco e male ogni cosa, picchiava nel muro chiedendo al figliuolo:

— Che è, che è questo rumore?

Fuoco dalla parte di Peppina! – rispose Piero gettandosi giù della scala, seguito precipitosamente da Galeazzo, che avrebbe ascritto a vergogna lasciare che un padre, una madre e sei creature gli chiedessero ajuto inutilmente. – Chiamate Pompeo, Marchino, tutti. Noi due andiamo avanti.

Fu come se una sentinella perduta avesse gettato il grido d'allarme in un campo trincerato. Fa presto, vengo, corri, son qua, chi chiamava, chi rispondeva, chi apriva la finestra, chi brancicava nel bujo, chi tentava inutilmente di accendere un lume.

Misericordia! – sclamava intanto Piero appena in corte, e col core stretto al pensiero del suo bambino in pericolo. – L'odore di fumo arriva già fin qui.

Era inverosimile, a più di cento metri di distanza, e con un foco quasi appena avviato ma, chi ci avrebbe posto mente in quella confusione? I due giovani corsero verso strada senza quasi toccar terra, e s'imbatterono subito in Peppina che volava loro incontro col suo bimbo in collo.

Piero, Piero! – urlò costei nel più grave sbigottimento. – Se non erano quei colpi a svegliarci, bruciavamo vivi. Oh Madonna santa che paura!

Piero si levò la giacca e ne avviluppò il figliuolo, che era quasi in camicia come sua madre, e che piangeva di freddo.

Porto il bimbo alle tue donne, – seguitò Peppina con voce convulsa, – e poi vado a far sonare. E tu corri dai miei. Sono soli.

Soli? Per lo meno ci saranno coloro che hanno sparato i colpi!

— No, non ho visto nessuno. Va', va', e anche voi, Milanese, andate presto, per amor di Dio!

Piero e Galeazzo andarono di fatto come più presto poterono, ma erano appena giunti sul luogo del disastro, tanto più miserevole quanto più piccola la casa e più grande la costernazione della famiglia di Peppina, che già arrivava Giovannona a prenderli entrambi pel braccio e a dire concitatamente:

— Venite, brucia anche da noi.

— Dove? – domandò Piero, che avrebbe dovuto immaginarselo prima.

— In fienile.

— E il mio bambino? E Peppina?

Fuggono in paese.

— E le bestie?

Scansatevi che ne passa una. Le abbiamo già sciolte tutte.

Queste furono parole scambiate dai due mentre correvano a casa, con Galeazzo a lato, e mentre questo era stato ad un pelo di cascar sotto ad un bue, il quale, alla vista del fuoco di Peppina, aveva girato mugolando sopra se stesso, per fuggire, sempre più spaventato, da un'altra parte.

Il fienile della Casanova stava sopra la stalla e aderiva col granajo, il quale, alla sua volta, stava sopra la casa di abitazione. Ne veniva di conseguenza che le travi del soffitto servivano a sostenere un tetto solo, un tetto unico, il quale da una parte copriva il fienile, dall'altra il granajo, con un muro in mezzo. Il pericolo della casa, e più ancora quello del granajo, così contiguo al centro del fuoco, erano dunque grandissimi, come accade quasi sempre in molte fattorie di vecchia costruzione, dove non c'è di isolato che quel che preme di meno, vale a dire la barca del pagliajo, il forno ed il porcile. E questo appunto era il bel caso della povera Casanova, se pur non vuoi aggiungere, in suo profitto, la piccola stamberga del bifolco Marchino, la quale era stata costrutta dopo, accanto al lavatojo, nel più remoto cantuccio della corte.

Quando Giovannona era corsa fuori a chiamare Piero, il fumo solo dava ancora l'indizio più preciso del luogo donde veniva, ma di foco, per il momento, non apparivano che piccole tracce, ora sì ed ora no, nell'estremo lato del fienile, dove stava covando. Ma cosa seria doveva essere egualmente, a giudicare dal fumo che, respinto giù dal tetto, invadeva tutta la corte e per poco non toglieva il respiro. Tanto seria che ogni esperto (ben consapevole di non poter sperare che degli ajuti assai più tumultuari che veramente efficaci) doveva smettere ben presto ogni lusinga di salvare stalla e fienile, ed ascrivere piuttosto a gran fortuna se gli fosse venuto fatto di sottrarre alla distruzione il rimanente del fabbricato, cioè la dimora e il soprastante granajo.

Stentone se ne era persuaso il primo, lui che primissimo si era avveduto del fuoco del fienile e nell'atto stesso che faceva sciogliere le bestie da Marchino e da Pompeo e le spingeva fuor della stalla, bastonandole a furore perchè fuggissero di qua e di , gridava ai suoi di sgomberare la casa, e correva in granajo per provvedere, più livido di un morto, alla salvezza del frumento e del granturco.

Ma come salvarli entrambi senza aver tempo di farli scendere nei sacchi, allo stesso modo come erano saliti? Non rimaneva altro partito che quello a cui ricorrono in simili occasioni tutti i contadini. Levare, cioè, parecchi mattoni dal pavimento del granajo, altrettanti a quello del piano di sotto, e mandar giù il grano alla rinfusa, anzi alla mescolata, lungo i due buchi aperti l'un sotto l'altro, che lo conducono direttamente al pian terreno, dentro un mastello messo sotto espressamente, che ne accoglie quanto più ne tiene e che, appena colmo, si porta subito a rovesciare nell'aja. Povera grazia di Dio!

Ma ci voleva sempre un po' di tempo, anche a smuovere quei pochi mattoni, con Nunziata e Pompeo intorno che andavano avanti e indietro per buttar giù dalla finestra quella parte di masserizia che poteva arrivare a terra senza grave danno! Costantina, che aveva già fatto più viaggi verso casa sua, col grembiule pieno di salami, di piatti e di stoviglie, si poneva poi sotto la finestra per acchiappare a volo quanti più lenzuoli e camicie le capitavan al bujo dentro alle mani, ma disgraziatamente non ne aveva che due, e se qualcuno non veniva presto ad allontanare ben bene dal fuoco tutta la roba che volava a terra, c'era forse, almeno per il momento, più pericolo che arrivasse qualche scintilla davanti la porta, che non già nelle camere da letto.

Quando Piero e Galeazzo comparvero di bel nuovo a casa, la campana a stormo batteva a colpi fitti dalla chiesa, e Nunziata strillava dal primo piano, chiamando gente. Ciò non ostante essi videro subito che per poter portar fuori la mobilia grossa, come gridava lei, bisognava aprirsi il varco nella corte, e trascinare in i materassi e i pagliericci che erano piombati giù i primi, e che Costantina non aveva ancora potuto smuovere. Difatti, in men che non si dica, il grosso mucchio di tutta quella roba straziata aveva almeno cambiato di posto, e già sfilavano lungo la corte e letti e tavole, e sedie e canterali, portati a braccia un po' da tutti, col povero Galeazzo che meno pratico degli altri urtava ogni momento dei gomiti nei muri della scala, dove cioè meno giungeva la fosca luce dell'incendio, che già principiava altrove ad illuminare bene o male ogni cosa.

Ma ormai i due buchi pel grano erano già aperti, e ci voleva qualcuno che portasse fuori il mastello pieno, e ne approntasse uno di vuoto continuamente. Marchino e Stentone, da soli, non bastavano e le poche braccia di casa avevano ancora un bel che fare colla mobilia. Come mai non compariva nessuno? L'unico a farsi vivo era stato il solo Piangi, ma era subito scomparso con Giovannona che lo aveva agguantato per il vestito, trascinandoselo dietro su per le scale. Dove erano andati e che cosa facevano? Stentone si affacciò ad una delle finestre verso strada, e dette dentro col corno come Orlando a Roncisvalle, ma non ne ebbe altro costrutto che di vedere la gente passargli innanzi la porta senza punto fermarsi, quasichè non ci fosse stato altro incendio che quel di Peppina.

Perchè, perchè mi abbandonate tutti? – gridava il disgraziato dalla finestra. – Volete lasciarmi bruciare il grano?

— Ci penserà il vostro Illustrissimo! – gli rispose una voce. Noi andiamo dove c'è più miseria!

E via. Su per giù, chi con la scusa che dall'altra parte c'erano degli innocenti, chi additando la piastrella dell'assicurazione che spiccava, di giorno, a lettere d'oro sulla gran porta della Casanova, risposero tutti allo stesso modo.

Bella soddisfazione per un pover'uomo che il signor Concomodo avesse assicurato lo stabile, mentre egli, Stentone, rischiava di rimetterci la polenta. Con quattro bocche in casa che per poco non gliela scemavano d'uno stajo ogni sei giorni.

Mandò all'inferno di tutto cuore il genere umano; diede ordine a Marchino di spingere il grano in giù senza aspettare che ci fossero i mastelli sotto, e poi, tanto per potere scendere, passò a cavalcioni sopra il suo letto nuziale, che era in viaggio allora lungo la scala, e che, essendo il più grande di tutti, stentava di molto a passare. Fece per tirarsi dietro od uno dei due figli o il Milanese, ma bisognerebbe ignorare affatto che cosa diventi una contadina maritata quando abbia il suo letto in ballo, per non imaginare l'ira di cui si accese la vecchia all'empio tentativo. Non gli rimase altro a fare che raccogliere alla meglio con una pala il mucchio di grano già arrivato giù, correre in tinaja a prendere i mastelli, empirne mezzo per volta, e portarselo fuori da solo. Da solo! chi lo avesse guardato bene quando andava e veniva a gambe larghe, col busto cacciato indietro, e col mastello che gli batteva ad ogni passo sopra le ginocchia, senza che egli trovasse mai la forza di levare gli occhi per guatare come mettevano le cose in fienile, quello avrebbe potuto ben dire di avere visto il dolore nel suo più rude e genuino aspetto!




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