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Alberto Cantoni
L'illustrissimo

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  • ALBERTO CANTONI   L'ILLUSTRISSIMO ROMANZO
    • PARTE QUINTA Pompeo, Piangi e Sua Eccellenza.
      • II.
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II.

Intanto la cucina della Casanova si era quasi trasformata in una gabbia di matti, e le sue pareti, appunto perchè vuote, rimandavano altrettanto maggiormente l'eco d'un grottesco litigio dibattuto dentro di essa. La poca gente rimasta in corte, omai sazia di guardare a bocca aperta le ruine dell'incendio, tendeva ora avidamente le orecchie verso le finestre, e chi dava fuori, da un momento all'altro, in una gran risata, e chi batteva dei gomiti nei fianchi dei vicini, col proposito di farli tacere, e di udire possibilmente ogni cosa.

Finalmente Stentone si affacciò alla porta dell'andito, come uno che volesse andar via per non poterne più, e subito Piangi (il quale piangeva forte da un quarto d'ora, benchè fosse vestito dei migliori suoi abiti) lo rincorse sul limitare, e fece di tutto per attaccarsegli ai panni.

L'altro, già fuor de' gangheri da un pezzo, gli diede una tale spinta che per poco non lo distese a terra, e poi trattando su per giù allo stesso modo i tavolini, le sedie, i ragazzi, e gli altri utensili immobili e semoventi che ingombravano l'aja, s'aperse il varco alla volta dell'argine maestro, e via a gambe levate verso il capoluogo del distretto, ruminando in capo la sua beata denunzia. Chi gli avesse detto mezz'ora prima che, pur di andarsene, avrebbe lasciato volentieri il suo povero grano in corte, e sarebbe corso in pretura collo stesso animo col quale i malfattori correvano anticamente a salvarsi in chiesa!

Piangi, sbigottito dall'urtone, s'abbrancò per di fuori alla ferriata della finestra, e con quella voce volubilissima che gli era propria: una vocina fessa e chioccia nelle note di petto, quanto stridula e canina in quelle di gola, domandò ululando verso il di dentro:

— Ma che devo fare di più, Gesù mio, che devo dire?

Prova a fargli parlare dal signor Concomodo, gli rispose Giovannona che, per non essere veduta dagli astanti, s'era tutta rannicchiata dietro l'intelajatura della finestra.

Conterà assai! – rispose Piangi nell'andarsene, e levando le braccia verso Domeneddio in atto di disperazione.

Se non che gli astanti, un po' per ridere, un po' sul serio, gli furono tutti dietro, e chi lo consigliava di far intromettere addirittura il signor sindaco, chi di ricorrere cristianamente al signor curato, al punto che Piangi, invelenito da tutti i calci che gli piovevano sulle calcagna, provò prima a dire, gridando: «Sì, hanno proprio tempo e voglia di voltare il capo ad un uomo in ventiquattr'ore» e poi, come disperato, non seppe schermirsi meglio che infilando, a scappa e fuggi, la strada che menava in paese.

All'ultima svolta (era Dio che glielo mandava) vide sbucare da lungi la bella figura di Galeazzo che, tutto assorto nel suo monologo, ritornava giusto allora dall'osteria, e gettandosegli incontro a braccia aperte, gli disse con quell'accento sussultorio che è particolare ai piagnucoloni, subito dopo che han finito di piangere:

— Se sapeste... oh se sapeste! Voi che jer l'altro mi levaste ogni speranza, non avreste mai creduto che Giovannona aderisse oggi a pigliarmi subito, che la sua adesione mi costasse quasi più pianti dei suoi rifiuti. Eppure è così.

Parlate sul serio? – domandò Galeazzo sorridendo bonariamente, come quello che ormai, dopo di avere succiato Pompeo, si contentava ben volentieri di Piangi.

— Volesse Dio che parlassi da burla! M'era appena gettato sul letto per rifarmi un pochino della nottataccia che s'è fatto tutti, quando Giovannona mi capita in camera come il subisso, e mi dice ansando: «Senti, Piangi. Domenica è Pasqua. Di tre pubblicazioni che ci vogliono in chiesa, se ne guadagna una, perchè la festa è doppia. Se tu sei capace di condurre domani al più tardi mio padre in comunità, e di avere il suo consenso perchè si faccia la richiesta subito, io, appena spirati i quindici giorni dell'affissione, ti sposo». Ho creduto, così nell'estasi del primo momento, che il foco di questa notte le fosse arrivato al core, e son saltato giù del letto come un capriolo innamorato, già omai sicuro della sua vittoria. Bel capriolo! Giovannona mi ha tolto d'illusione subito, raccontandomi di avere appena saputo dal messo di Dolo che jeri Don Angelo andò a gettarsi quasi fuori di nelle braccia di quella Giunta municipale, pregandola e supplicandola di mettere presto in regola le carte di sua nipote; perchè... il perchè probabilmente non lo avrà neanche detto, ma s'è capito... perchè bisogna far presto.

Davvero! – domandò Galeazzo maravigliatissimo.

— Già. Un matrimonio alla moda.

Pover'uomo, mi dispiace in verità. M'è sembrato una così buona persona!

— Vi è sembrato quel che è. Non ne ha colpa già lui se sua nipote ha dato retta a Niccolino. È Giovannona piuttosto che se lo merita, Giovannona che ha avuto cuore di dirmi queste precise parole: «Ora sta in te. Voglio sposarmi prima e non dopo di quei due furfanti, bene o male non importa, Piangi o Ridi non importa, ma o prima o non più tardi di loro. È per questo ti piglio. Ma se tu sgarri d'un giorno solo, ti puoi pulire la bocca, perchè Giovannona dentro di questa camera non ci dorme più. Vado. E tu vestiti bene e vieni a domandarmi senza perder tempo».

— Col foco in casa?

— Col foco in casa. Voi siete quasi un cittadino, mi diceste jer l'altro, voi non potete sapere per prova cosa diventi la testa d'una villana quando s'impuntiglia, e beato voi che non lo abbiate da sapere mai. Che volete! L'ho tanto desiderata io, quella ragazza, che dieci minuti dopo stavo già correndo vestito in gala nella corte e nei dintorni della Casanova, per raccattare il vecchio e la vecchia che non si trovavano. L'una stava chiamando a raccolta i polli nel prato, e l'altro s'era già avviato verso la Pretura lungo l'argine maestro. Li ho dovuti tirare a casa colle belle e colle buone, e ... Gesù mio, che scena! Stentone non mi ha lasciato nemmeno finire il discorso, che mi ha detto subito, alla sua maniera: «Come! come! Mi domandi la figliuola in primavera, e vuoi che io venga domani, a far la richiesta in comunità, colla casa in questo stato? Va' a domandare un posto all'ospedale che è meglio! Io me l'aspettava, per dir la verità, e però non mi son perso d'animo, sulle prime, ed anzi ho seguitato a ragionare, a predicare, a battere il chiodo finchè era caldo, e subito la gente di fuori a guardar dentro e a ridere. Stentone parla poco, ve ne sarete accorto anche voi, e dopo quella prima sfuriata, non gli potei cavar altro che un no continuo, un no che non finiva mai, espresso colla testa, da stare in piedi, ma giù, fin quasi a mezza vita; come se egli si fosse mutato nel batacchio d'una campana quando la suonano. Me la son vista brutta, e ho incominciato subito a giungere le mani, ad invocare i santi, ed a piangere, a piangere come un vitello. Poi ho detto: se non lo smuovo un pochino ora, io dentro quest'oggi non lo smuovo più; e mi son buttato in ginocchio sull'uscio, e ho incominciato a dondolarmi anch'io di qua e di per la disperazione, e Giovannona, con quel po' di fiato che ha in corpo, s'è messa a strepitare anche più forte di me, e...

— E non ci avete cavato nulla?

— No. Il batacchio seguitava sempre a dir di no. Mi ha dato prima una spinta in casa contro l'uscio, poi un'altra dalla porta contro il muro, e poi è corso via che nemmeno il terremoto ha mai corso tanto.

— Ma che diceva la vecchia?

–– La vecchia? Quando uno è pronto a sposare, le vecchie son fatte apposta per non dir mai no. Da una parte sperano di trovar di meglio, dall'altra hanno paura che scappi anche quello... e poi cosa volevate che dicesse con un testone così inferocito? Un uomo che non la può patire fin da quando l'ha annusata bene, e che se le allunga un pugno, l'ammazza tutta! Taceva, credo, posto pure che non avesse voglia di ridere anche lei, come quei buffoni fuori in corte, che si tenevano i fianchi. Ridete pure anche voi; omai ci sono avvezzo e non me ne ho più a male.

Galeazzo, che aveva già sorriso più volte anche prima di ottenerne il permesso, ne profittò ancora un pochino per compiacenza e poi, colla frase consacrata da millanta opere buffe, domandò quasi cantarellando:

— Ed ora, che si fa?

Qui Piangi posò il pugno sulla bocca socchiusa e, guardando a terra con una occhiata lunga e torta dalla quale traspariva tutta la rusticissima indole sua, un po' più maliziosa che scioccherella, rispose assai cogitabondo:

— Ma! Giovannona mi ha detto di mettere in moto il signor Concomodo, una comare il signor Curato, ed un compare il Sindaco, ma io la so più lunga di tutti, e, ho già capito che se la voglio aver vinta, non mi rimane più che un partito solo, l'ultimo e il più disperato di tutti.

— Quale?

— Far dire a Stentone che io m'impegno di lasciare che la sua figliuola seguiti come ha sempre fatto a lavorare da lui fino a tutti gli Ognissanti di quest'anno, e confermarglielo io stesso e a voce, e in iscritto, e se vuole anche davanti a due testimoni. Altrimenti non ci cavo nulla. Ma sarà qualche cosa di orrendo, sapete! Avere una moglie valida come quella, e dover seguitare ogni giorno, e per ben sei mesi, a farmi il letto da me, la polenta da me, tutto da me come faccio ora! Una donna che mangia bene sì, ma che egualmente mi guadagnerebbe in un anno più assai di quello che non mangi in due.

— Eppure, volendo, ci sarebbe un rimedio! – sclamò Galeazzo tra il buffo e il serio.

— Un rimedio!?

— Sì, ed onesto, ma buono soltanto fra due mesi o tre. E sarebbe quello di poter invocare l'annullamento della vostra obbligazione per amore della moglie.., e del suo stato.

— Qui, Piangi, non ostante la faccia scialba, e il lungo e lanternuto corpicciuolo, divenne qualche cosa d'impagabile. Picchiò modestamente sulla spalla di Galeazzo, e poi, da uomo cauto che avesse già pensato al suo piano di difesa, rispose sorridendo:

— Ci penserò. Ma è un gran pezzo di donna, sapete, e sono quelle appunto le donne che meno contentano il Re!




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