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| Alberto Cantoni L'illustrissimo IntraText CT - Lettura del testo |
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CONCLUSIONEChi si è agguerrito per molto tempo contro tutte le miserie della vita, non può certo accogliere una primissima gioja come i fiori accolgono quel primo raggio di sole che li desta e li avviva. Infatti Stentone e Marchino avevano udito le grandi novelle del giorno innanzi in uno stato d'animo dove la muta e circospetta stupefazione l'aveva di molto vinta sulla schietta letizia, nè accennavano punto di esserne esciti del tutto quando le donne, scendendo dal loro calessino, li videro entrambi occupati a scaricare in corte due grandi mucchi di bellissime pietre. Stentone si scostò appena un momento per fare un cenno della mano alla moglie ed alla figlia che lo salutavano a gran voce, mentre la vecchia Genoveffa accorreva dal vicinato col piccolo Santello attaccato alle sottane. — Uno spesso di questi fuochi e casa nostra non perisce più! – sclamò verso di Peppina che stava facendo una stiacciata del povero bimbo. Ma Peppina s'era già messa a predicare al suo figliuolo e non udiva più nulla: — Ah sì, eh? Ah, mi chiami tata, eh? Vedrai fra qualche mese quante sculacciate ti darò se non mi dirai mamma come gli altri bimbi. Brutto vergognoso! Colpa tua mi toccherà di sposarmi prima dell'Ave Maria perchè nessun mi veda! Ma aspetta che ti capiti una sorellina e poi vedrai se le lascerò fare altri miracoli come ho fatto io! Bel miracolo tu, infatti. — Che si dice qui della nostra eccessiva buona fede? Ci hanno avuto gusto? – domandò Giovannona a Genoveffa nell'entrare in cucina. — Per lo meno s'è riso tutti, e molto. Chi vi vuol male, nella speranza che vostra madre e voi vi siate messe in un bell'imbroglio, e chi vi vuol bene, nella ferma opinione di vedervene escire con profitto vostro. Volete essere le donne più svegliate del paese per nulla? — Non intendo, veramente! – disse Giovannona come per tastar terreno. – In quale imbroglio ci siamo messe? –– Oh bella! Che figura avete fatto durante l'incendio? E forse che il vostro Conte non ha dovuto scappare dopo cinque giorni per le angherie di vostra madre, e per le liti con Pompeo e con voi? Tutti capiscono che se voi due vi foste contenute diversamente, v'andrebbe meglio, per quanto bene vi possa già andare. Addio tutte le speranze di Giovannona di poter raccontare ogni cosa a modo suo! Il tarlo grosso era stato inesorabile, e ben lo sapeva il povero tarlo piccolo, il quale, secondo Genoveffa, aveva già avuto due fastidi, vale a dire due piccoli svenimenti, e si curava con dei pediluvi da ventiquattr'ore. Intanto apparvero sull'uscio Pompeo e Marchino. Quegli incrociò orizzontalmente le dita delle mani, coi palmi rivolti in giù, e chiese alla madre crollando il capo di qua e di là: — Ma ne hanno altre da inventare questi boja di signori? — Smetti, disutilaccio, che poteva andar peggio. E fatti risovvenire piuttosto quel che gli hai detto in pubblico, all'osteria. — Chi se ne ricorda ora? Ma lo so quando voglio. C'era tanta gente! — Se tu pensassi un po' prima di discorrere! Chi parlava! — Sono un uomo franco io, e come non ho mai fatto il soffione a nessuno, così non avrei mai creduto che un Illustrissimo lo facesse a me! — È stata contenta la mia figliuola di rimanere a Milano? – domandò appena potè parlare il vecchio bifolco, mentre Nunziata s'era messa ad armeggiare intorno al cassone della farina senza mai riuscire ad aprirlo. — Contenta? Beata dovete dire. Vi pajono fortune quelle che capitino tutti i giorni? Sapervi bene appoggiato colla vostra vecchietta a fare il guardiano di una bella villa, e trovare nello stesso tempo un conte e una contessa che l'hanno presa quasi per figliuola. Volete che sia malcontenta? Povera Costantina! Tu t'eri messa in troppe buone mani, e queste esagerazioni venivano dalla tua vittima della nottata, la quale, nell'atto di andarsene a casa sua, aveva risposto lei al bifolco, guardando Pompeo colla coda dell'occhio. Costui fu per chiederle subito qualche altra cosa, ma poi mutò d'avviso forse per non mostrare soverchia fretta, e se ne andò via zufolando, come chi vuole costringersi a tacere. Si poteva giurare che fra due o tre giorni Peppina avrebbe considerato non solo opportuno, ma necessarissimo di dirgli il resto. — C'è una novità qui. Il cassone è chiuso! – sclamò forte Nunziata verso Marchino. – Chiamatemi un po' mio marito. — Costui fece più presto di Giulio Cesare. Venne con due chiavine che parevano due cavastivali, aprì, cavò fuori, e fece per andarsene, tutto in un lampo. — La farina chiusa, ora che son qua io? – domandò la vecchia esterrefatta. — Già! già! Chiusa. Ora la nostra roba e quella del padrone fanno un corpo solo, e quando occorre grano o farina, ci voglio essere anch'io. Era la prima fase della trasformazione presentita dalla contessa. Stentone, il quale fino allora non aveva resistito all'influenza della moglie che nel solo campo di certe sue poche idee, principiava ora a far testa anche nel campo dei fatti. Nunziata fu tanto padrona di sè medesima da celare, con le seguenti garbate parole, il più vivace ribollimento di bile che avesse patito in quei due cari e memorabili giorni. — Ben pensato! Son rimasta donna sola in corte, e nessuna precauzione sarà mai di troppo. Stentone tornò via senza rispondere, e subito la moglie, apostrofando il fiaschetto, come se parlasse alla più recente personificazione dell'ingrato consorte, disse: — Ah, levi la cresta ora, carino, perchè tu sei su ed io son giù? Bravo, bravo! Per ora mi bevo due o tre anni di caffè colla mancia che ho buscato per la balia, e poi, dato che tu mi numeri anche i polli, vedremo quante camicie nuove t'arriveranno addosso... caro! — Salute! – gridò qui trafelato il mite Piangi che arrivava di corsa per stringere al seno la sposa. Costei lo lasciò fare come se fosse stata una bella quercia, quando la misurano a lunghezza di braccia. — Non faccio per dire, ma ti pigli molta furia di venire a casa. Se non vedevo il vetturale vuoto, t'avrei creduto a Milano ancora. Sarai contenta, eh? T'avrà detto il padrone che eravamo ottimi amici? — Ma tu per lo meno lo avrai bene pregato di mettersi di mezzo con tuo padre perchè ti tiberi della tua promessa, m'immagino? — No, veramente. — E nemmeno del forno rotto e della tromba che non tira più gli hai detto nulla? —Nulla. Puoi scrivere tu stesso. Non hai detto or ora che sei suo amico? – sclamò Giovannona con una certa dolcezza lardellata d'ironia. — Altro è scrivere, altro è parlare. Vorrei un po' sapere cosa sei andata a fare a Milano, allora! — Vieni verso casa nostra, e te lo dico subito. E bada bene di tacere, e di fare sempre sempre bocca da ridere, o puoi star sicuro che non ti voglio a tavola per un bel pezzo. Dammi braccio. Era certo la prima volta, e assai probabilmente sarà stata anche l'ultima, che andavano a braccetto in compagnia, tanto la cosa ha dell'insolito, per non dire del solenne fra due contadini di già sposati, e se anche l'avventura di Galeazzo non fosse stata nota e le cinque donne non si fossero mai mosse dalle loro case, avrebbe bastato da sè sola a fare che tutti li adocchiassero continuamente. Giovannona traversò così tutta Coronaverde raccontando forte forte al marito, col tono più volubile e festoso che seppe imprimere nella sua voce baritonale, del bonissimo umore del padrone, dell'eccellente desinare così gajo, e dell'allegra carrozzata con un conte a cassetta. Quando poi capitò davanti alla porta di una sua particolare e più vecchia antipatia, levò di tasca la collana e disse più forte che mai porgendola al marito: — Senti che peso! Se ti offrissero in cambio quella vacca là, gliela daresti tu? Io no, veh, nemmeno col lattone accanto! E Piangi a ridere! Pover'uomo! Aveva pianto tanto in vita sua, ed ora gli capitava di dover anche ridere per obbedienza, quando appunto era più angosciato da quella sua infelice e semestrale obbligazione, così mal rimunerata da una misera mezza lira al giorno. Le collane grosse? Non rendono nulla. Le vacche magre degli altri? Fanno torto agli altri. Ma la tromba rotta! Ma il forno crollato! Ma la moglie che si poteva riscattare con una mezza parola e che non ci aveva pensato. Proprio coserelle da ridere! Finalmente, dopo cena, posò come rassegnato i gomiti sulla tavola, e guardando la sposa col mento puntato sulle due mani, osservò teneramente: — Avevi tanta lingua un'ora fa per far arrabbiare le pettegole del paese, ed ora che ti parlo con tanta melodia, appena mi rispondi. Cosa vuol dire? Ti sei divertita o ti sei seccata a Milano? Giovannona tirò su le spalle nell'alzarsi, e ricorrendo bruscamente ad un proverbio dei luoghi, rispose: O che o lè Son sempar me! O qua o là, son sempre io! Davvero che è difficile mettere più roba dentro di otto sillabe. Così le imparassero a memoria coloro che spendono tante parole e tanta carta per determinare modernamente, imbrogliandola bene, l'antica e limpidissima separazione fra ciò che è in noi, e ciò che è fuori di noi. È tanto semplice dire: O che o lè ** *Ritenete, per debito d'ufficio, vale a dire di onniscienza, si fermò nella seguente festa davanti la porta di Niccolino a chiederne notizia. Rispose la madre che esso era ancora di là dal Po a sbarcare la luna di miele presso un altro zio della signora Ebe. In sostanza voleva dire che aspettava alla larga finchè svampasse la giusta collera dell'ottimo prete, avvisato della burla il domani delle nozze. Indi la vecchia: — Dite un po', Ritenete! È poi vero che il bracciante travestito il quale venne qui a parlare con me per la figlia di Stentone era nientemeno che l'Illustrissimo della Casanova? — È vero sì. — Ma come è andata? Qui il messo raccontò i casi di Galeazzo con tutte le solite fioriture popolari. Disse che la vecchia gli aveva fatto inghiottire di molta fame, che s'era picchiato con Pompeo, che Giovannona gli aveva tirato dietro un pajuolo di lisciva, e che nell'andarsene era stato messo in prigione per incendiario. Poi tirò a concludere, sciamando adagio adagio come chi dicesse una cosa tanto peregrina che non ci potesse arrivare nessuno fuori di lui: Ritenete che io... con tutta la mia esperienza delle cose di questo mondo... non ho MAI sentito raccontare un fatto eguale!
Mezz'ora dopo don Angelo, che era salito a predicare in chiesa, pigliava per argomento «Le simpatie men che lodevoli», ed esordiva bellamente: — Voi intenderete senza dubbio, amici miei, che la simpatia è cosa per sè divina, come quella che era destinata a muovere tutte le anime con vicendevole intenzione d'affetto. Se non che noi uomini, per effetto della nostra parzialità, dirò meglio, della nostra partigianeria, ci siamo dilungati da quell'altissimo segno, e più spesso ci avviene di vedere le umane simpatie vôlte miseramente in blandizie che non, come dovrebbero, in viva fiamma di universo amore. Debito nostro è dunque (e di Ebe sarebbe stato più che mai) di vigilare assai attentamente non solo gli appetiti, ma anche le simpatie delle anime nostre, avvegnachè... E avanti così per tre quarti d'ora, trascorsi i quali la vecchietta di poco prima escì presto presto di chiesa non ostante i suoi acciacchi, e si diede a trotterellare sopra il suo bastone. Era molto contenta. Cercò di un suo fidato barcajuolo e gli disse piano: — Corri subito da Niccolino, e avvisalo che don Angelo ha già ripreso a parlare in difficile. Nient'altro. Va. Perchè il suo figliolo, nell'atto di andarsene dopo le nozze, le aveva detto all'orecchio: — Informatevi bene di don Angelo, da domani in poi. Sulle prime è certo che parlerà chiaro e poco, ma appena riprenda fiato, e si stenti a capire ciò che dica, fatemelo sapere, e noi subito ritorneremo. ** *Addio, lettori! scusate se, per rimanere nel vero, abbiamo creduto bene di non imbandirvi che un unico delinquente, in persona dell'incendiario, e se non ve lo abbiamo nemmeno mostrato tutto. Cercando pazientemente dovunque, non è mai molto difficile di trovare e dei galeotti non ancora presi e delle male femmine non ancora bollate, ma a che pro' mostrarli tanto quando non rappresentino che delle eccezioni? È in galera dove rappresentano la regola, ma non deve essere cosa molto divertente nemmeno là.
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